il 19 maggio 2001, ha celebrato il 50°
anniversario
della sua Consacrazione Sacerdotale,
avvenuta per mano di S.E. Mons. Adriano Bernareggi
Per l’occasione:
L’intervista al
ritorno dei festeggiamenti bergamaschi
Una
canzone a lui dedicata dai coniugi Frosali
Lettera di sua Ecc. Mons. Giuliano Frigeni,
Vescovo di Parintins - Brasile
Dal bollettino
parrocchiale della parrocchia di san Giuseppe – Villaggio degli Sposi:
“cinquant'anni di sacerdozio: un bel traguardo! grazie e
auguri a don Arturo”
(si
accettano articoli pro-don Arturo via e-mail da inserire in questa pagina)
Non sono mai
intervenuto se non per la presentazione dell’home page, ma questa volta non ho
potuto farne a meno: nessuno sapeva dirmi “tutto” su don Arturo, molti se lo
sono tenuto un po’, tutti coloro che lo conoscono ne sanno qualcosa, ma poi mi
sarebbe toccato rimettere insieme tutti i pezzi… e forse non sarei riuscito a sapere tanto… e allora ho deciso di
intervistarlo direttamente. Ho potuto quindi partire dai suoi anni di infanzia.
Ecco le domande:
Quinto, domenica 6
maggio 2001
Mi parli un po’ di sé e dei tratti salienti della sua vita.
Sono nato a Selvino in
provincia di Bergamo, l’11 ottobre 1928 da padre elettricista e da mamma insegnante
elementare.
Sposati nel 1926, nel
1927 ebbero una figlia, sposa e madre di quattro figli e otto nipoti… Io ero
pertanto il secondogenito. Più tardi, nel 1931, arriverà un altro fratello
prematuramente scomparso nel 1979, dopo essersi sposato e aver avuto quattro
figli, di cui il secondogenito è don Luigi, ordinato sacerdote il 6 giugno
1992. Attualmente è coordinatore zonale della Pastorale Giovanile della diocesi
di La Spezia.
L’ultimo nato dei miei
fratelli è don Mario (1932) entrato nella
Comunità Missionaria del “Paradiso” di Bergamo, ordinato sacerdote nel 1955 e
attualmente parroco qui, a Santa Croce a Quinto.
Tutta una famiglia di
preti, mi pare !
Quasi, se si calcola che
siamo due fratelli ed un nipote sacerdoti… gli unici tre don Usubelli della
Chiesa…
Ma avevamo anche un
cuginastro sacerdote, don Marino Mosca, deceduto da tanti anni…
Dopo la mia nascita,
la mia famiglia si trasferì dalla vicina Selvino al paesetto di Ama, per cui i
due ultimi fratelli nacquero lì. A cinque anni mia madre, insegnante, mi
accompagnò nella scuola elementare di Ama in cui insegnava e perciò iniziai gli
studi con un anno di anticipo e io rimasi il più giovane della mia classe per
tutti gli anni del mio corso seminarile, che ho iniziato a 10 anni, ho concluso
nel 1950 a soli 21 anni e mezzo, sicché dovetti attendere un anno per
raggiungere, con la dovuta dispensa, l’età canonica per poter essere ordinato
sacerdote a 22 anni e mezzo.
Quell’anno di attesa
lo trascorsi come assistente degli studenti convittori del Patronato di san
Vincenzo, benemerita istituzione fondata nel 1928 da una grande figura di
carità, quale fu don Giuseppe Vavassori (una sorta di don Facibeni bergamasco),
che mi portò al traguardo dell’Ordinazione e poi mi trattenne in qualità di
vicedirettore per otto anni, quando io chiesi di poter fare un’esperienza
pastorale diretta. Nel frattempo nasceva, sempre per iniziativa di don Giuseppe
(Bepo) Vavassori, un quartiere periferico alla città di Bergamo destinato
ad accasare i giovani che lasciavano il Patronato e io divenni coadiutore
parrocchiale del cosiddetto “Villaggio degli Sposi” dove mi trattenni per 15
anni con il compito di coltivare la gioventù di questa neonata parrocchia.
Furono intensi anni di
attività durante i quali esercitai diverse mansioni tra cui quella di
insegnante di religione nelle scuole medie statali, prima inferiori e poi
superiori. Lì vissi in prima persona gli anni del Concilio e dell’immediato
post-concilio, il ’68 e gli anni della contestazione.
Nel 1974 morì mia
madre e nel 1978 mio padre: a solo un anno di distanza ebbi la più dolorosa e
imprevista perdita, quella di mio fratello di 48 anni, papà di don Luigi, come
ti ho già detto, e di altri tre figli (il maggiore aveva 14 anni e l’ultimo 8).
Quindi trascorse tutta
la sua gioventù in mezzo ai giovani !
Sì: oratorio,
catechesi, preparazione ai Sacramenti, corsi prematrimoniali, riunioni,
conferenze, contributi pastorali a tutte le altre attività parrocchiali,
stesura di sussidi didattici, turismo, sport, fino a quando non fui esonerato
da impegni pastorali diretti, nel 1974, e mi trasferii in un quartiere della
città di Albino, presso la magnifica chiesetta della “Concezione” continuando
l’insegnamento (complessivamente durato trent’anni) e dedicandomi, finché ho
potuto, alle attività oratoriane. Nel 1982 scelsi di fare il parroco a Bondo
Pestello e, per la verità, mi trovai immerso in una serie di problemi:
amministrativi, burocratici edilizi e soprattutto pastorali, che diedero una
scossa alla mia salute, sicché prima mi salvai con i by-pass coronarici nel
1992 e poi diedi le dimissioni nel 1996.
Da allora, per non
ritirarmi da ogni attività, accettai l’invito di mio fratello a trascorrere i
periodi dell’anno pastorale nella sua, nella vostra parrocchia. E sono
arrivato, per grazia di Dio, ai cinquanta anni di sacerdozio e ai circa 73 di
età, senza rinunciare alle mie origini padane, che nulla hanno a che fare con
Bossi & c. … Quando son diventato parroco cercai di aprire orizzonti nuovi
in una parrocchia fondamentalmente buona, ma assai legata alle formalità e alle
tradizioni. Ebbi un valido aiuto in certi collaboratori e in tanti altri. Ma
ebbi anche la soddisfazione di vedere che le porte da me faticamene dischiuse
han dato modo al mio successore di spalancarle, essendo ormai rimosse tutte le
perplessità che purtroppo ancor rimangono nel vicinato.
Potrebbe dirmi quali
sono state le soddisfazioni e le difficoltà maggiori che ha incontrato
nell’esercizio del suo ministero?
In cinquant’anni, per
la verità, se ne passano un po’ di tutti i colori, ma il consuntivo è sempre
quello che mi da’ motivo di render grazie a Dio. La vita è fatta di tante
esperienze positive e negative, gioie inaspettate, delusioni impreviste, decisioni azzeccate e sbagli compiuti,
lutti familiari e perdite di amici, malattie e sordità progressiva e poi tante,
tante omissioni, cioè bene che si sarebbe potuto compiere e non lo si è fatto.
Poi c’è anche il male che a volte si fa più o meno consapevolmente e c’è anche
quello che si riceve. La vita è tutto questo,ma non è solo questo per tutti. E’
stata per me soprattutto consapevolezza che “il Signore salva il suo
consacrato” (Sal 20,7).
Nel biglietto di
partecipazione alle comunità in cui ho operato ho scritto:
“Colgo
questa eccezionale occasione non certo per sollecitare partecipazioni e auguri,
omaggi o felicitazioni, ma per chiedere alle persone - confratelli e colleghi,
religiosi e laici - con cui ho avuto un più o meno lungo e più o meno stretto
legame di conoscenza e amicizia, un ricordo nella preghiera, unendosi
Ø al
mio atto di fede in Dio, cui tutto devo, perché nonostante le difficoltà
incontrate, tutto è stato possibile solo per Lui;
Ø al
mio ringraziamento ancora a Lui per il Sacerdozio regalatomi in eterno e già
imprevedibilmente così a lungo vissuto sulla terra;
Ø al
mio riconoscimento di indegnità di fronte a tante grazie da Lui ricevute e
molto spesso malamente corrisposte o vanificate;
Ø alla
mia domanda di ricevere, quando a Lui piacerà, il del tutto gratuito e
immeritato dono di salvezza;
promettendo a mia volta un quotidiano ricordo
sempre a Lui per tutte le persone vive e defunte che ho incontrato nella vita,
e che mi sono state occasione di gioia o sofferenza secondo il piano misterioso
della sua divina bontà, che fa crescere tra sole e pioggia anche le pianticelle
più fragili del suo giardino terreno."
Un’ultima cosa, ma che
doveva essere la prima… Come si fa a chiamare
“Vocazione” una scelta fatta in età infantile e realizzata addirittura entrando
in seminario a dieci anni?
Ti dirò di più. Come
si fa a dieci anni ad assoggettarsi ad una disciplina rigorosa, con continue
minacce di espulsione a ogni minimo sbaglio, a passarvi l’intero periodo
bellico con tutte le privazioni di allora, a sopportare superiori ed insegnanti
intransigenti? Beh, oggi è un mistero anche per me. Solo che le scelte non le
facciamo noi: è Dio che chiama. Ma poi c’è anche un po’ di testardaggine nostra
a voler resistere pur di raggiungere la meta. E’ per questo che i preti sono un
po’ tutti testardi, almeno quelli che conosco io.
Ma c’erano anche
superiori esemplari, autentici modelli di virtù e di spirito di sacrificio.
Aggiungo solo a livello statistico che in prima media eravamo in sessanta.
Lungo il percorso di dodici anni se ne aggiunsero cinquantassette, ce ne morì
uno a 18 anni di tubercolosi, altri se ne ammalarono, Alla fine giungemmo alla
meta, chi prima o dopo, in 29, di cui 13 già morti e 7 dimissionari come me.
Gli altri sono ancora nella pienezza del loro ufficio. Non sono certo tra i più
sfortunati e non posso pure reclamare diritti, tanto meno onori.
Adesso quel che conta è raggiungere il traguardo più
importante, con la preghiera che chiedo a tutti.
In conclusione: se
dovesse dare un giudizio di se stesso, che qualità si attribuirebbe o anche
quali difetti?
Ma questa non è più
un’intervista, sta diventando una confessione ! Comunque non mi rifiuto di
risponderti, se pur genericamente e non certo esaurientemente.
Le qualità positive dovrebbero essere gli altri a scoprirne se ne
trovano. Io mi ritengo non troppo stupido ne’ troppo intelligente. Sto nella
media. Lo conferma il discreto successo che ho sempre avuto negli studi e nelle
capacità divulgative. Uno psicologo mio amico mi ha definito un “timido
mascherato”, cioè non è che io sia molto coraggioso anche se lo sembro, e credo
sia vero. Ho sempre avuto simpatia per la gioventù, ci sono sempre vissuto in
mezzo, pur valorizzando le qualità che esistono in soggetti delle varie fasce
di età; ho sempre concepito il cammino di una comunità in termini unitari, pur
nel rispetto delle specificità di ogni categoria e condizione, non come
percorsi paralleli che magari si sovrappongono, ma non si incontrano mai, e, da
parroco, ho visto quando questo sia difficile ma necessario.
Gradisco e valorizzo
le amicizie vere con persone d’ambo i sessi e di ogni età, siano esse semplici
o colte. Poi dirò che mi è difficile frenare la mia impulsività, non ho molta
diplomazia e mi costa spesso dare stima a persone poco leali e inaffidabili.
Quelle, in poche parole, che promettono e non mantengono, pronte a cambiar
parere da un giorno all’altro o da una persona all’altra. Ma poi c’è la carità
cristiana che impone di amare tutti, comprendere e perdonare, se anch’io vorrò
essere perdonato. Qualche volta riesco, qualche volta no. Ma adesso basta…
Grazie don Arturo
Prosegue l’intervista all’indomani del rientro dei
festeggiamenti bergamaschi…
Quinto, sabato 9 giugno 2001
Di ritorno
dalla sua diocesi cosa può dirci dei festeggiamenti relativi al suo 50°?
Poco di
straordinario e soprattutto quasi nulla di spettacolare, ma il tutto denso di
significato e di affetto.
La prima
sorpresa l’ho avuta quando il 18 maggio sono stato invitato a un raduno del
gruppo di giovani d’Albino che seguivamo negli anni 74-77 insieme a don Emilio.
Io e lui abbiamo concelebrato nella cappella del nuovo oratorio d’Albino, poi
siamo andati a mangiare la pizza in un locale del posto che ci ha visto fare le
ore piccole, riprendendo le nostre vivaci ma più mature discussioni d’un tempo.
La sera
dell’indomani, in coincidenza perfetta con l’anniversario della mia ordinazione
(sabato 19) ho celebrato nella parrocchia di Bondo Petello la messa cosiddetta
(pre)festiva. Il mio successore ha rispettato i miei “desiderata” anche
se, come sempre a Bondo, crux et delitia
mea, ci sono stati i favorevoli e i contrari. Vi sono vissuto 14 anni come parroco,
e, dopo tre anni di luna di miele ho sempre dovuto equilibrarmi tra consensi e
dissensi. Quando il paese è maturato, io ero ormai appassito, ma soddisfatto. E
lo sono anche adesso, fermo restando, come dice tuttora un santo vescovo
dimissionario che “Sarò orgoglioso dei risultati di chiunque. Ogni passo che
porta avanti il mondo, mi porta avanti con se”.
Sono soddisfatto anche per tre motivi:
la mia partenza da Bondo per tutto il periodo degli anni pastorali dal 1° settembre
1996 a tutt'oggi, ha risolto in maniera soddisfacente il mio desiderio di
ricaricarmi nell'esperienza nuova di Sesto Fiorentino, ha dato modo a Bondo di
avere un mio successore che garantisse e ampliasse la continuità del mio
lavoro, e ha recato ai sacerdoti di Quinto un aiuto, per quanto modesto, nelle
loro molteplici attività. Quindi: contento io, contenti i bondesi"
contenti i " fiorentini.
Alla
concelebrazione han partecipato oltre a me e mio fratello, il curato don Bruno
Ambrosini, i sacerdoti nativi del luogo: P. Fernando Armellini, P. Giuseppe
Signori e don Angelo Cortinovis: una cerimonia dignitosa, ma per nulla sfarzosa
come da me richiesto; la cena in casa parrocchiale e poi la coincidenza con una
sorta di elevazione musicale in chiesa, ospite il complesso Musichè di
Gazzaniga. Perfetto.
Per domenica
20 io non credevo ci fosse motivo di manifestare la mia contrarietà a ogni
forma di solennizzazione nel paesello di Ama, quello in cui sono cresciuto da
piccolo, perché non avrei mai pensato a nulla di speciale e invece, giuntovi,
ho veramente rivissuto la data fatidica di 50 anni fa. Parenti, amici ospiti
con le loro famiglie anche da Bondo, Albino, Bergamo hanno dato vita con la
guida del delegato dal Parroco, don Egidio, a una affettuosa dimostrazione di
simpatia condecorando la concelebrazione mia, di mio fratello e mio nipote (i
tre unici don Usubelli della storia e della geografia), in tutte le forme
possibili di solennità (ornamento, canto perfetto, interventi appropriati). Ci
è stato imbandito un rinfresco, poi gli aderenti sono confluiti in un
ristorante ad Amora dove la familiarità, il buon gusto, l’allegria non han
fatto difetto.
La settimana
successiva è scorsa via tra impegni vari e ritorno di piogge invernali, ma il
sabato 26 splendeva il sole e con tanti amici e amiche del cuore ho celebrato
al santuario della Madonna della Castagna una Messa richiestami dalla coppia
Santini-Airoldi del Villaggio Sposi che pure celebrava il suo 50° di
matrimonio. Ci siamo dati appuntamento all’indomani in cui, sotto la regia di
don Achille, tra amici e conoscenti del quindicennio 1959-1974 io ho potuto
celebrare una bella messa, vivamente partecipata, e salutare una gran quantità
di gente amica rimastami tanto affezionata. Non sono potuto fermarmi a pranzo
perché un folto gruppo (giovanile d’un tempo) già mi aveva “catturato” perché
raggiungessi Stezzano, pranzassi con gli amici che più amici non si può, come
quando ho compiuto 70 anni e mi godessi con loro lo spazio concessomi dal tempo
che disponevo per raggiungere il gruppo dei comparrocchiani di Sesto Fiorentino
con il pulman dei quali sono rientrato alla base. Ora sbrigo le ultime
faccende, e mi preparo alla festa del Corpus Domini, in cui so che in tono
dimesso, gli amici di Quinto Basso ricorderanno il mio anniversario e
l’indomani riparto per il nord, dove il 19 giugno concelebrerò con i miei
sempre indimenticabili compagni di seminario di anno in anno ridotti a minor
numero, ma non meno entusiasti del loro sacerdozio. Ad Deum qui laetificat iuventutem
meam.
Ci rivedremo?
Sarà quel
che Dio vorrà. A tutti grazie e auguri.
Altrettanto a
lei. Ma scusi, per favore. In tutta questa varietà d’incontri può dirci cosa
sostanzialmente ha detto nei vari luoghi o comunità con cui si è incontrato?
Sarebbe
lungo, ma credo che lo sfogo più sincero sia quello che sto per fare ai miei
compagni di seminario. Ne ho qui la copia preparata. Te lo do in mano perché tu
ne usi a tua discrezione. Lì c’è un po’ tutto quel che penso. Di nuovo auguri.
(ndr: usarla “a mia
discrezione…” non ne ho molta io di
discrezione e ve la passo nella versione integrale… forse vi conviene
stamparla)
«La singolare circostanza che mi
colloca qui, ancora una volta a parlare a voi, carissimi compagni dei miei
studi che già l’anno scorso avete celebrato il vostro 50° e oggi vi radunate a
rendere omaggio al mio, nonché a celebrare il vostro 51°, mi induce ad alcune
considerazioni ovvie, anche se ovvio non è il fatto che da cinque anni preparo
scritto ogni mio intervento, perché purtroppo la mente perde il filo e il
rimbombo del mio udito leso mi frastorna.
In una feria liturgica come questa avevo
ampio spazio di scelta tra le letture della Parola di Dio.
Ne ho profittato per offrire a voi lo
stimolo che viene a me quando leggo certi brani e, più che un commento che
tutti sappiamo fare, voglio cogliere da essi lo spunto per una chiacchierata fraterna
con voi, sicché innanzitutto comincio con una parola umana, la mia, che, si sa,
vale assai poco, ma si fonda su quel po’ d’esperienza che ci pesa addosso.
Ricordate che i primi anni, anni di
immaturità presbiterale (avvertite la contraddizione tra sostantivo e
aggettivo: “immaturità presbiterale”) i nostri convegni annuali, per me, non so
per voi, erano soprattutto rare occasioni di incontro, poco scambio di
informazioni ed esperienze, Santa Messa, pranzetto, tante risate di contorno e…
via col vento. È da anni invece (non vi stupite… son sempre arrivato in
ritardo) che li vivo per fare questa memoria comunitaria dell’Ordine
Sacerdotale ricevuto e insieme per rinnovare l’impegno a diffondere sempre e in
ogni luogo il buon profumo di Cristo.
Ci siamo ridotti a pochi, e il poco
“numerico” ci stimola ancor più a dare pienezza di valore e di significato al
cammino di santità al quale il Signore ci ha chiamati sulla via del Sacerdozio
(quello normale, né solo comune, né episcopale, perché siamo tutti presbiteri e
basta). È un cammino che ciascuno percorre in maniera personalissima, nota solo
a Dio, il quale scruta e conosce i cuori e ciò che contengono di buono e di non
buono. Conserva il bene, perché è sempre una scintilla della sua santità e
distrugge il marcio in virtù della sua generosità.
Lo ha già fatto con i nostri
confratelli defunti che oggi faranno il loro convegno in cielo (in 13, mentre
noi siamo rimasti in 16 contando tutti gli assenti). Perciò li citiamo
nell’ordine cronologico del loro ingresso nell’eternità, salvo errori: Manfredo
Schubiger, Rosangelo Mazzoleni, Giacomo Valle, Bonaventura Salvi, Giacomo
Borsotti, Agostino Ruggeri, Giacomo Beretta, Pietro Erba, Eusebio Perico, Italo
Sala, Martino Cantamessa, Giannino Colombo, Giacomo Pasinetti. Ma ora lo sta
già facendo anche con noi e non tanto sulla base del nostro agire, sempre più
limitato e acciaccoso, ma del nostro essere.
“Siate
santi, dice il Signore, perché io sono santo”; lo diceva già nel Levitico
(1ª lettura) e, a commento, mi piace citare la frase di Coletti che,
riferendosi a tutti i cortei che abbiamo visto nella vita, ci ammonisce: “Il
corteo che scegli, sia sempre quello dei santi”. Ma noi, carichi di tanta
esperienza, oggi diciamo anche: “Siate santi perché le anime che incontrate
siano sante, o già lo sono”. E di anime sante noi ne abbiamo incontrate tante e
ne incontreremo. La santità del gregge non deriva certo automaticamente da
quella del pastore, ma senza dubbio viene da essa favorita, incentivata e
alimentata.
E noi, che da 50 anni o più ripetiamo
convinti agli altri tante belle parole di fede, di conforto, di serenità, di
ricorso continuo alla preghiera, sempre più sperimentiamo il calo delle nostre
energie fisiche e il dilagare nel mondo di tanto male; perciò ora, all’avvicinarsi
dell’incontro-confronto con la santità di Dio, onestamente, ce lo diciamo tra
noi, abbiamo tanti rimpianti, tante paure e tante croci, se pur frammischiate a
tanta soddisfazione e gratitudine, da dover render ragione, soprattutto a noi
stessi, della nostra speranza (cfr. Pt
3,15).
I rimpianti nascono dalle occasioni di
bene mancato. Chi non ne conosce un numero sterminato? Si poteva pregare, amare, fare,
faticare, pazientare, sacrificarci di più; non lo si è fatto per ignavia,
disattenzione, apatia, generosità mancata, allergia al sacrificio. Ma ormai è
latte versato: è inutile piangerci sopra.
Abbiamo tanta paura. Non è che ci
manchi la fede, forse scarseggia a tratti, non è che ci manchino le parole
rincuoranti di Cristo: “Non temere,
piccolo gregge” (Lc 12,32), “Abbiate fiducia: io ho vinto il mondo” (Gv
16,33). È che il coraggio di gioventù, chiamalo vero, però talvolta
disinvolto o incosciente, ci è venuto a mancare o cala a vista d’occhio; tutto
si è reso più difficile; comprendere i segni dei tempi sembra diventato un
gioco astruso.
Quali segni? Ce ne sono
stati tanti. Quali tempi? Dal periodo di guerra in seminario, al pericolo
frontista del dopoguerra, dalla fase del boom economico e delle megastrutture
parrocchiali, alla teorizzazione della Chiesa povera e dei poveri, dalla fase
conciliare che ha dato uno strattone alle nostre teorie e prassi convenzionali,
alla contestazione degli anni settanta che ha mandato in crisi i nostri assiomi
anche di tipo ideologico: flussi e riflussi in campo teologico, biblico,
liturgico, morale, pastorale, per non dire sociale, politico, ecclesiale… tutto
questo in soli 50 anni.
50 anni non sono una meteora, sono una
vita, la nostra vita, l’unica vita che abbiamo avuto e che ci lascia in eredità
un patrimonio di dubbi, di incertezze, di paure, che per fortuna non intaccano
la fede (“Da chi andremo noi? Tu solo hai
parole di vita eterna” Gv 6,68),
ma smorzano i passi baldanzosi di età trascorse, per lasciare il passo a quelli
più baldanzosi ancora dei confratelli giovani, pieni di entusiasmo santo, ma
pieni anche di sé e non sempre rispettosi della storia e dei contesti in cui
siamo vissuti.
Poi ci sono i vuoti che
si creano tra compagni, parenti, amici, persone care, vuoti incolmabili dallo
stesso Dio, e gli altri vuoti, quelli che hai riempito di te stesso, dei ruoli
che occupavi, da farti dire: “Guarda chi sei e cosa t’è rimasto dei tuoi
successi personali, della stima guadagnata, delle amicizie influenti e
imperiture”.
Qui ti fan bene, mi fan bene, le
parole di Paolo nella 2ª lettura. Posso dire anch’io con lui “Ho lasciato perdere tutte queste cose e le
considero come spazzatura, al fine di guadagnare Cristo e di essere trovato in
lui, non con una mia giustizia… ma con quella che deriva da Dio, basata sulla
fede?”
Cristo potrebbe dirci: “Sembri a me
quando stavo per lasciare tutto e salire in croce. Sia fatta la volontà di Dio, ma che pena! Se possibile, passi da me questo calice”.
La nostra vita è cosparsa di croci:
croci del dolore (chi non ha mai sofferto?), croce dei sensi (chi non ha dovuto
patire per essere giusto e rinunciare a tante cose che pur gli sarebbero
piaciute?), croce dei rimorsi (chi non ne ha mai provato nell’intimo
qualcuno?), croce dell’incoerenza (“perché
non succeda che dopo avere predicato agli altri venga io stesso squalificato” 1
Cor 9,27), croce della morte (chi non teme questo passaggio obbligato se
pur al seguito di quel capofila che è Cristo?) Ma non è la croce che salva, è
l’amore.
Perché scordarlo? Pur con tanti rimpianti,
paure e croci che poi accompagnano la vita di tutti, ci rimangono le
soddisfazioni, la gratitudine e la speranza.
Abbiamo combattuto la buona battaglia,
abbiamo terminato o quasi la nostra corsa, abbiamo conservato la fede (cfr.: 2 Tim 4,7) pur tra tante difficoltà,
insuccessi, delusioni e soprattutto infedeltà. Dio è grande nella sua bontà. La
nostra esistenza non è un piano inclinato che scivola inesorabilmente verso la
morte, ma è un cammino da vita a vita, pur attraverso la breve parentesi, che
pur fa da incubo, della morte fisica.
“30 giorni all’alba” avrebbe potuto
dire don Giannino l’anno scorso usando un linguaggio da militare di naia, ma
per lui e per noi quell’alba è vera e radiosa. E tutto perché siamo figli
dell’Amore; Luca direbbe: siamo figli della Risurrezione, che è la stessa cosa.
Ecco il motivo della nostra gratitudine. Perché se Cristo è risorto, allora
vuol dire che Dio salva quelli che ama.
E salvare vuol dire conservare. Dio
conserva la vita e noi siamo grati a lui che ce l’ha data e da lui sappiamo che
non moriremo per sempre. E anche quelli che amiamo, che abbiamo amato, a
partire dai nostri parenti e dai nostri compagni, da quelli che abbiamo aiutato
a vivere a quelli che abbiamo aiutato a morire, fino a tutti quelli che ci
hanno amato e sostenuto con sane amicizie, anche se li chiamiamo morti, morti
non sono, soprattutto non lo sono per sempre.
Si uniranno a noi, ci uniremo a loro
nel “corteo dei santi”. Ecco la speranza certa che ci sostiene. Viene dallo
stesso messaggio della vita: la vita, una volta iniziata, non finisce mai, la
vita non muore mai. Perché la Vita è Lui. Ma il duello tra la vita e la morte
per noi non è finito.
Continua ancora dentro ogni esistenza.
E non è solo la vita a durare, è anche il segno di un più grande amore: quello
di averci scelti come suoi ministri. Siamo sacerdoti in eterno. Quello che vuol
dire non lo so, non lo sapete. So che di noi si scriverà il giorno
dell’ordinazione, ma non quello della fine del sacerdozio. Quello durerà in
eterno.
Vita, Amore, Sacerdozio sono realtà
imperiture, appartengono alla categoria del divino, perciò sono immortali. Ecco
i motivi della nostra eucarestia, grata memoria, delle più di 20.000 messe
celebrate. Ma da esse che spicca più di ogni altra realtà è l’Amore, è la sua
misericordia, è la sua infinita volontà di perdono. L’ha dimostrato per tutta
la sua vita terrena, sicché amare, donarsi, perdonare è il suo mestiere e noi
sappiamo di non averlo mai lasciato disoccupato.
Non potremo mai dimenticare il “Padre, perdona loro perché non sanno quello
che fanno” (Lc 23,34). Lui l’ha
detto anche per me, per voi. Eppure, sì che lo sapevamo. Sapevamo di sbagliare,
di ricambiare il bene col male, il dono con la grettezza, l’amore con l’indifferenza.
Sapevamo di cercare più noi stessi, la nostra bella figura, che non la sua
gloria. Lui dice che non sapevamo quel che facevamo. Una cosa solo non
conoscevamo: il suo amore per noi, perché quello lo può conoscere solo chi ama.
Che me n’importa di paragonarmi al
ladrone pentito? Tanto, Cristo ha rivoluzionato tutto. Ha persino detto a
questo brutto figuro che moriva accanto a lui (lo dicesse anche a me!): “In verità ti dico: oggi sarai con me in
Paradiso” (Lc 23,43). Un peccatore di tal fatta, come lui, come me, non può
andare in Paradiso così in fretta come i lungopenitenti o i santi, i quali non
fecero altro che affinare il corpo e l’anima per rendersi degni del Dio tre
volte santo. Tu invece, o Cristo, pronunci la parola onnipotente della tua
grazia ed essa penetra nel cuore mio e di chi è forse più ladrone di me. Così
il ladrone entra con te nel Paradiso di tuo Padre.
Darai anche a me e a tutti voi la
grazia di non perdere mai il coraggio di chiedere tutto temerariamente dalla
tua bontà? Mi sa che sarà questa la mia e vostra più grande soddisfazione e il
motivo della nostra gratitudine eterna. Sì, io sono sicuro che canterò col
salmista: “Benedetto il Signore che ha
fatto per me meraviglie di grazia in una fortezza inaccessibile. Io dicevo nel
mio sgomento: «Sono escluso dalla tua presenza». Tu invece hai ascoltato la
voce della mia preghiera, quando a te gridavo aiuto” (Sal 30, 22-23).
Una penultima cosa vorrei
dirvi, poi c’è l’ultima e ho finito. È una frase che richiamo spesso da quando mi
sono ritirato dalla parrocchia, tant’è che non ricordo più di chi sia. Ma è il
mio proposito da cinque anni e vorrei che lo fosse per tutti quelli che, come
me, han dovuto dimettersi dal loro incarico e sottilmente soffrono non tanto
dalla stroncatura magari desiderata, ma di quella discontinuità, di quel modo
diverso di gestire la parrocchia, magari più azzeccato e più gradevole, più
benvoluto di quello che fu il mio e il vostro, e si sentono già in gran parte
non solo esclusi, ma dimenticati.
Niente invidie o gelosie, niente
critiche o confronti. Alla fine che guida il gregge è Cristo, noi siamo pedine
spostabili quando a lui piace, siamo “servi inutili”, forse rottamati. Dobbiamo
anzi essere felici, e non è facile, del successo altrui. Ecco la frase: “Sarò
orgoglioso dei risultati di chiunque. Ogni passo che porta avanti il mondo, mi
porta avanti con sé”. Come? Non lo so. Le vie di Dio sono infinite, quelle
degli uomini invece, laici, preti o vescovi, sono spesso anguste e
uniformizzanti. Poi, tra il clero c’è a volte un pizzico di gelosia e spesso un
senso di concorrenzialità. Perché tanta fiducia, amicizia, confidenza con i
laici, prima che con i preti? La fraternità sacerdotale è spesso l’Araba
Fenice, non sempre certo, ma ci s’accorge quando si è anziani e… ritirati.
Sembra che a farci preti non sia l’ordine ministeriale ma lo stato giuridico
ecclesiastico. Non siamo sacerdoti in eterno? Dotati di timor di Dio ce ne
guardiamo dal crear fratture nella comunità, meglio far silenzio, ma è croce,
non perché non si conta, ma perché si teme per il proprio equilibrio, si ha
paura d’essere tentati di cercar compensazioni. Lui ci deve bastare. Ma mons.
Gaddi un giorno mi disse: “pregare stanca, studiare per chi? Si ha voglia di
conversare, di condividere con i preti amici le gioie e i dolori della nostra
età e del nostro tempo”. Parlava da uomo, perché non cessava come vescovo di
essere uomo.
E da qui nasce l’ultima cosa che
volevo dirvi ed è quella che traggo dall’ascolto del brano evangelico, ma è
tutta una riflessione personale che comunque penso possa giovare anche a voi e
ad altri, per cui, come da usuale richiesta, l’ho inviata da pubblicare anche
su Alere:
«So di dover fare un grande e sincero
atto di umiltà, soprattutto ascoltando l’eco della domanda che il Cristo
Risorto fece un giorno a Pietro che è poi rivolta a tutti noi sacerdoti uno per
uno: “Simone di Giovanni, mi ami tu più
di costoro?”, che potrebbe essere: “Don Arturo, mi ami più di tutti i
fedeli che hai incontrato in cinquant’anni?”
Pietro poté rispondere con onestà per
ben tre volte: “Signore, tu sai tutto, tu
lo sai che io ti amo.” Io no,
io so che dovrei rispondere: “Signore, tu sai tutto, tu lo sai che io non ti
amo come e quanto dovrei. Potresti aiutarmi ad amarti di più”.
Ma poi, è proprio così importante che
io ami il Signore? Certo, perché lo merita e per di più ci tiene; ma col
passare degli anni mi sono convinto che, se c’è una differenza tra amore di Dio
e amore del prossimo, in Gesù, per così dire unificati, essa sta nel fatto che,
per quanto riguarda Dio, non è così importante che io lo ami, quanto piuttosto
è importante che io creda fermamente che lui ama me, mi vive accanto e mi
salva; mentre per quanto riguarda il prossimo, non è importante che gli altri
mi amino, mi stimino, abbiano un buon concetto di me, conservino un buon
ricordo; è importante invece che io li ami, apprezzi il bene che fanno,
comprenda i loro limiti e debolezze, e pensi sempre: “se li ama Dio, così come
sono, perché non dovrei amarli anch’io?”
Credetemi. Queste cose non le ho
imparate sui libri, ma da quell’unico libro a due facciate, sulla prima delle
quali ci sta lei, sovrana, la Parola di Dio, e sull’altra ci sta scritto il tuo
vissuto quotidiano, pieno di chiaroscuri, di errori e correzioni, per cui
bisogna prima passare dalle consolazioni di Dio per giungere a interpretare le
vicende umane nella Sua luce, e poterle sperimentare così, se no, non si
capiscono.
Anche per questo rendo lode a Dio, e chiedo scusa a voi della
lunga chiacchierata.»
From:
" Eugenio Gasparetti "
To: <donArturo@santacroceaquinto.it>
Sent: Tuesday, May 29, 2001 8:09 PM
Subject: Saluti!
Carissimo
don Arturo,
ho avuto modo di sbirciare il vostro sito Web.
E' notevole ed interessante il contenuto, sopratutto quello che riguarda la
sua recente festa del cinquantesimo di ordinazione sacerdotale.
Siamo stati proprio contenti di averLa tra di noi.
Lei è la nostra "memoria storica".
Ma non se la prenda! Non è legata all'età, ma lo dico nel senso che Lei è
stato il mio inizio ad una vera vita religiosa, politica e sociale.
Cioè un modo di vedere le cose con senso critico, attivo e non passivo.
E' Lei che ci ha aperto gli occhi sui veri valori della vita!
Mi limito a poche righe come inizio di un contatto che spero continui.
A presto, e stia bene!
Eugenio.
Dal “Bollettino Parrocchiale” della
parrocchia di san Giuseppe – Villaggio degli sposi” - Bergamo:
Mi
rivolgo a Lei, carissimo don Arturo, perché ci è cosa oltremodo gradita la
meravigliosa esperienza eucaristica che ci offre di condividere nella felice
esperienza del suo 50° di Sacerdozio (19 maggio 1951 – 27 maggio 2001).
Il
suo celebrare la lode del Signore ci riproporrà un entusiasmante canto di
riconoscenza a Gesù Cristo sommo ed eterno sacerdote perché in Lei ha rivelato
ripetutamente il suo Amore, la sua Grazia e la sua Sapienza.
Venga
tra noi per celebrare insieme l’amore del Signore.
Il
nostro pregare sarà un offrire al Signore la lode, con Lei, per i molteplici
doni ricevuti, vissuti e realizzati.
Un
ricordo, quello che ci apprestiamo a vivere, che “ringiovanirà” i nostri
spiriti, rinnoverà le nostre speranze, anzi diventerà nuova primavera
ecclesiale perché ci ritroveremo capaci di esprimere la fatica del seminatore,
la trepida attesa dell’uomo cercatore di Dio e la certezza che il Buon
Seminatore ancora una volta, per mezzo di Lei, elargirà a piene mani i semi
della Sua Grazia.
Venga
a confermarci nella reciproca amicizia, nella genuina fede.
La
invita una Comunità parrocchiale che le esprime riconoscenza, gratitudine e
stima.
Auguri
don Arturo, ad multos annos.
Da tutta la comunità parrocchiale
di san Giuseppe al Villaggio degli Sposi
Il Parroco don Achille
D
|
omenica 27 maggio, alla Messa delle ore 11, don Arturo
Usubelli celebrerà con noi l'Eucarestia per ringraziare il Signore di
avergli donato la possibilità di essere testimone e annunciatore, per ben
cinquant'anni, delle meraviglie da lui compiute.
Per le persone che non
conoscono don Arturo cercherò di tracciarne un breve ritratto.
Ordinato sacerdote nel
1951, prestò per alcuni anni la sua opera
al Patronato san Vincenzo,
svolgendo un ruolo di educatore della gioventù in qualità di
vicedirettore delle scuole medie.
La
sua capacità di comunicare agli altri il messaggio evangelico con incisività è
sempre stata un suo grande carisma, per questo fu chiamato a svolgere, per
oltre trent'anni e in diverse scuole e istituti superiori della città, il ruolo
di insegnante di religione, oltre che quello di sacerdote animatore
parrocchiale.
Venne
al Villaggio degli Sposi nel 1959, cioè fin dalla sua fondazione, e vi rimase
15 anni: lavorò in campo giovanile formando gruppi di approfondimento sulle
tematiche di fede che, proprio negli anni del suo apostolato fra noi, si
andavano arricchendo dei preziosi documenti del Concilio Vaticano II.
Si
mise con entusiasmo al servizio degli altri e noi, allora giovani, ricordiamo
quella sua casa sempre aperta, quella semplicità con cui metteva a nostra
disposizione tutto quanto aveva (spazi, libri, riviste e "dispensa")
con l'unico obiettivo della nostra formazione umana, ma soprattutto spirituale.
La
sua spiccata personalità aveva sui giovani un grande fascino, le sue parole
sapevano essere, convincenti e decise, pronte a richiamarci alla solidarietà
verso gli ultimi, alla gratuità del servizio attivo a favore dei missionari,
alla necessità impellente di mettersi a disposizione degli altri.
Ricco
di idee e capacità seguì per anni il gruppo dei catechisti, arricchendoli con
una permanente scuola di approfondimento su temi religiosi, curando la loro
crescita anche attraverso la pubblicazione di opuscoli monografici, nati dallo
studio e dalla ricerca di gruppo, che sono ancora oggi, dopo quasi trent’anni,
di attualità.
La
sua concezione della liturgia, secondo i dettami del Concilio, era innovativa,
le sue celebrazioni non erano mai formali o ripetitive, ma ricche di momenti di
partecipazione attiva e vivace da parte dei laici (sua la stesura del primo
"libro di canti" della nostra parrocchia); le sue omelie non
lasciavano mai indifferenti, ma erano fonte di riflessione, dialogo e discussione
fra le persone.
Vi
era in lui la capacità di far nascere nei suoi giovani il desiderio di cultura,
di conoscenza dei problemi sociali, di approfondimento della Parola di Dio.
Seppe
concretamente sensibilizzare tutti all'aiuto materiale e spirituale verso i
missionari, annunciatori del Vangelo in terre lontane (suo in parte il merito
di aver aiutato Mons. Giuliano nella sua decisione di entrare nel PIME).
Don
Battista Mignani, ex parroco della nostra comunità così lo definì:
"Poliedrico, perspicace, attivissimo, a volte battagliero e provocatore,
gli si può forse rimproverare qualche esuberanza, ma non certo apatia o
disimpegno".
Lasciato il Villaggio
degli Sposi, trasferì la sua residenza ad Albino e poi scelse di fare il
parroco a Bondo Petello, fino al 1996. Dimissionario per motivi di salute è ora
impegnato nella Parrocchia di suo fratello don Mario a Sesto Fiorentino, dove
esercita il suo ministero principalmente nella pastorale e nella predicazione.
Scrive
su diverse riviste religiose e ha pubblicato i seguenti libri:
-
GUIDAMI NELLA TUA
VERITA' - Conversazioni su temi religiosi
-
LO SEGUIRONO LUNGO LA
VIA- Il Vangelo secondo Marco
-
VI AFFIDO ALLA PAROLA-
Gli Atti degli Apostoli
Siamo certi che continuerà,
con l'aiuto del Signore, ad esercitare il suo ministero con perseveranza e
amore e ci stringiamo attorno a lui per ringraziarlo di cuore per quanto ha
fatto per la nostra comunità.
Lucy, una dei “Ragazzi di don Arturo”
|
D |
on
Arturo, un amico, un prete, un educatore pieno di fascino che ha ricevuto da
Dio qualità e doni mai sotterrati, messi sempre a servizio di un Altro che lo
ha scelto "fin dal seno materno".
Voglio esprimere a don
Arturo, con queste povere parole, tutta la gratitudine di cui è capace il mio
cuore, per essere stata la persona fondamentale e provvidenziale nella
decisione vocazionale nella mia adolescenza. Quando il buio più profondo
dominava la mia vita e mi chiedevo cosa il Signore volesse da me, in maniera
definitiva, (si trattava della risposta più importante da dare al Mistero che
mi aveva voluto su questa terra!) lui con discrezione piena di rispetto mi ha
indicato il cammino ed io ho obbedito come un bambino che si fida. L'unica cosa
che gli avevo detto, e che mi era chiara, è che sentivo la chiamata al
sacerdozio ma non come diocesano. A questo punto il "Don" mi ha
portato al P.I.M.E. di Milano e a partire da quel momento non ho più avuto
dubbi: molte difficoltà sì, ma dubbi non più.
Questo
mi ha permesso di dire di sì a Dio anche davanti alla richiesta totalmente
fuori programma e piena di incognite di dire ancora un si al Papa che mi
nominava Vescovo di Parintins.
"Questo
e stato possibile perché don Arturo era un amico che "perdeva" molto
tempo con noi; era diventato il confidente oltre che confessore. Come vorrei
che i "miei" preti" (povero vescovino) fossero così.
Grazie
don Arturo, anche perché mi hai sempre trasmesso oltre alla gioia quella sana
ilarità che è tipica di un Dio che pur sapendo di "prenderne tante" e
venuto lo stesso tra noi e c'è rimasto fino ad oggi e rimarrà per sempre.
Da
chi ti stima e prega per te:
Dal bollettino per il XX° di fondazione
della parrocchia di san Giuseppe:
"Tra i curati che si
sono succeduti in Parrocchia in questi vent'anni, Don ARTURO USUBELLI è senza
dubbio quello di maggior spicco, sia perché c'è rimasto più di qualsiasi altro
sacerdote e sia per il peso della sua forte personalità.
Nato a Selvino nel 1928, è
stato consacrato sacerdote nel 1951.
E al Villaggio(*) lavorò
sodo, soprattutto nel campo giovanile, formando gruppi di studio e di azione.
Curò particolarmente le attività missionarie, liturgiche e catechistiche.
Poliedrico, perspicace, attivissimo, forse a volte battagliero e
provocatore, gli si può forse rimproverare qualche esuberanza ma non certo
apatia o disimpegno."
Don Battista Mignani
(*)"Villaggio degli Sposi" è il quartiere sorto negli anni 50
nella periferia sud di Bergamo. Per alcuni anni venne chiamato il
"Villaggio dei Giovani Sposi", in quanto la cooperativa san Giuseppe
aveva realizzato un primo lotto di costruzioni destinate ai ragazzi del
Patronato S. Vincenzo che desideravano formare una famiglia, concretizzando in
questo modo il desiderio di Don Bepo Vavassori.
Alcuni articoli di don Arturo pubblicati a suo tempo sul nostro
Notiziario.
Cosa ne pensa don Arturo a proposito
di…
LE
INDULGENZE, LORO VALORE E SIGNIFICATO
Partendo
dall'annuncio di Cristo nella sinagoga di Nazareth (Lc 4,16-30) che realizza
quanto aveva predetto il III Isaia, P. Aldo Genesio ci ha presentato Lunedì 29
u.s. la figura di Gesù come personificatore della Grande Indulgenza che Dio
manifesta nei confronti degli uomini, e ha interpretato il Giubileo come Anno
di Grazia, durante il quale tutti dovremmo riflettere sul fatto che l'intera
nostra vita è Grazia: ciò che siamo e ciò che abbiamo.
Ma
a sua volta la Grazia, che è sempre sovrabbondante, non è condizionata dall'agire
dell'uomo, giusto o peccatore che sia, ma dalla sua apertura alla
condiscendenza di Dio. E' la fede in questo amore che fa la differenza. Da una
lunga serie di episodi evangelici, si è ricavata l'attenzione amorosa di Gesù
verso gli uomini, dal punto di vista fisico e spirituale. In questo senso Dio
non è mai a riposo (cfr. il sabato) e neppure l'uomo lo può essere verso i suoi
fratelli bisognosi. L'importante è non chiudersi alla misericordia gratuita, ma
anzi, fare come Cristo con il lebbroso (Mc 1,40-45): caricare se stesso
dell'infermità altrui, toccandolo fino a rendersi "immondo", respinto
dalla città e condannato a vivere e morire fuori dalle mura, da dove però
"attirerà tutti a sé".
Posta
questa introduzione, da tener presente in questo e nei successivi incontri sul
Giubileo, ora, per volerci calare nello "specifico" dell'anno
giubilare, ho bisogno di porre due premesse fondamentali, onde svolgere il ben
più ridotto tema assegnatomi: "Le indulgenze, loro valore e
significato". Qui il discorso si restringe e per qualcuno potrebbe
anche ridursi alla banalità, ma è naturale che quando noi, comunità visibile
dei credenti, vogliamo in qualche nodo tradurre nella nostra realtà feriale i
grandi concetti che esprimono l'essenza di Dio e il suo rapporto di infinita
misericordia verso l'uomo, abbiamo bisogno di adattarli ai nostri limiti sia di
linguaggio che di segno, quello che del resto facciamo anche con i segni
sacramentali. Tutto questo non banalizza la realtà stessa (Gesù ha fatto
altrettanto), ma la adegua alla nostra capacità di comprensione, senza celarci
la sua grandezza. Toccherà poi a noi provocare la lode che Cristo rende al
Padre, quando dice: "Ti benedico, o Padre, Signore del cielo e della
terra, perché hai tenute nascoste questa cose ai sapienti e agli intelligenti e
le hai rivelate ai piccoli" (Mt 11,25). L'importante è non scordarsi che
essi vogliono, se pur inadeguatamente, tradurre il grandioso e inafferrabile
concetto dell'amore infinito di Dio verso l'uomo, della sua indulgenza senza
limiti, ma anche della sua chiamata a ciascuno di noi a porre il nostro
contributo personale di apertura, per creare il terreno disponibile
all'irruzione della sua Grazia.
La
prima di questa premesse è il Giubileo. Dobbiamo metterci in guardia tutti dal
rischio di fare del Giubileo una cosa diversa da ciò che la tradizione ebraica
e il suo compimento nel Nuovo Testamento ci impongono. Dobbiamo vigilare perché
la celebrazione dell'Anno Santo non resti prigioniera della
"macchina" organizzativa o ceda alla tentazione del trionfalismo. E'
un momento evangelico, non mondano. Ricordiamoci che anche in un momento come
questo è possibile servire due padroni... per evitare ciò, riferimento
fondamentale è la concezione biblica del Giubileo, celebrazione della santità
del tempo.
Già dal popolo d'Israele
dell'Antico Testamento si celebrava l'anno sabbatico ogni sette anni e l'anno
giubilare ogni cinquant'anni. Il primo era un'occasione per lasciar riposare la
terra e gli uomini, il secondo perché fosse un anno pasquale che
celebrava il Dio liberatore e traeva le conseguenze della sua strana signoria:
i debiti erano condonati, la Terra ritornava al servizio di tutti, gli schiavi
venivano liberati, si risistemava in qualche modo il mondo secondo le
intenzioni di Dio. Il testo biblico non prevedeva il pellegrinaggio nelle norme
sul Giubileo, e questo ci deve ricordare che il pellegrinaggio più autentico a
cui ci chiama la Parola è quello che ci porta dalla logica della schiavitù a
quella della solidarietà con i fratelli.
Ma tutto ciò non era ancora il
Giubileo Cristiano, perché ancora mancava la remissione dei peccati, la grande
novità dell' "anno di Grazia" annunciato da Gesù nella sinagoga di
Nazareth (Lc 4,16-21). E' una novità che cambia la concezione del tempo, la Salvezza
ci raggiunge nell' "oggi". Adesso. Nessun giorno è ormai più propizio
degli altri per accedervi. Perché allora parlare di Giubileo? In sé non sarebbe
necessario e infatti per 1.300 anni la Chiesa di Roma non lo ha celebrato e le
altre chiese cristiane separate o riformate ancora oggi non lo celebrano.
Tuttavia, come i Papi ci insegnano, è possibile, è utile viverlo come momento
per rinnovare la fede dei cattolici. Un anno in cui mettere al centro la
conversione, questa chiamata continua per il cristiano, ma soprattutto questa
decisione di cambiare vita presa a livello non solo personale, ma comunitario.
Cristo ne è la Porta Santa:
"Io sono la porta delle pecore" dice in Gv 10,7. E noi si apre la
Porta Santa perché "il mondo ha bisogno di Cristo e di niente di
meno!" (D. Bonhoeffer). Per i cristiani è Lui il centro della terra e
della storia umana: in Gesù di Nazareth Dio si manifesta come principio e fine
dell'uomo: l'Alfa e l'Omega. L'anno in cui è nato Cristo è stato il Giubileo
del mondo: anno di grazia e di letizia: anno della visita di Dio al mondo e
della lieta notizia data agli uomini: Dio ama il mondo e si fa uomo per rendere
l'uomo divino.
Ma il Giubileo è anche uno stimolo
per guardare avanti nel tempo. L'Anno Santo fa memoria della venuta di Gesù, ma
è anche un prepararsi al suo ritorno. Nel Giubileo ci poniamo in attesa del
giudizio finale. E' un giudizio che ciascuno deve invocare su di sé.
Consapevoli che possiamo solo abbandonarci alla misericordia di Dio, ma anche
convinti che alla fine avverrà il compimento della giustizia per tutti quelli
che sono stati calpestati.
Detto questo, che in fondo è ciò
che avete già ascoltato nelle precedenti conversazioni, pongo una seconda
premessa che dedico alla cosidetta "pena temporale", per arrivare alla
parte conclusiva che mi è stata assegnata: il discorso sulle indulgenze.
Si sa che le indulgenze, come la
"soddisfazione sacramentale" servono a cancellare la pena temporale,
di cui parleremo. Va precisato che Dio può sempre rimettere la colpa e la pena
eterna, ma non può mai rimettere la pena temporale senza il concorso dell'uomo.
L'uomo come tale, né angelo né animale, è dotato di libertà solo in quanto è
donato alla propria libertà. Poiché è veramente libero ma dotato di una libertà
limitata, cioè storica e in divenire, egli, quando confessa la propria colpa,
sperimenta subito un nuovo orientamento della volontà. Se non fosse così, egli
potrebbe cambiare per il fatto di "voler" cambiare.
Ma quanto diversa sia la realtà,
lo sperimentiamo quando da fumatori cerchiamo di smettere di fumare. Volere non
basta. La "volontà cattiva abituale" è più forte della volontà buona
istantanea. Così, anche la conversione a Dio istantanea non può ancora tutto
contro l'abitudine al peccato. Per questo il perdono della colpa non è ancora
il condono della pena. Quando la colpa è perdonata, solo allora comincia
propriamente quella pena che consiste nell'adeguare faticosamente muscoli,
nervi, respiro e battiti cardiaci, al disegno della volontà divina e umana. In
questo, Dio non può sostituirci. Noi, la comunità ecclesiale e il Signore Gesù
al suo centro, assicurando la "comunione nella penitenza" attraverso
la preghiera, esplicitiamo la nostra personale solitudine, cioè diamo questa
necessaria risposta al Dio di misericordia.
Ma ecco che anche oggi, con il
Giubileo imminente del Duemila, si è alle prese con gente occupata a dare
cattive informazioni sulle indulgenze. Chi sono? Ma basta aprire le pagine dei
quotidiani o ascoltare i telegiornali per saperlo. La prima informazione
sbagliata è quella di confondere l'indulgenza con il perdono delle colpe. Un
cristiano, invece, sa che per avere la remissione dei peccati deve passare
attraverso il sacramento della Penitenza. Ma il penitente sa che neanche così
può considerarsi totalmente e definitivamente purificato, perciò deve scontare
una penitenza o in vita o in Purgatorio, cioè, secondo un modo invalso di dire,
deve dare "soddisfazione".
Ora, la Chiesa ritiene che può
ridurre questa "soddisfazione", facendo salire a Dio le sue suppliche,
affinché ai peccatori siano applicati i meriti del Salvatore, della Vergine e
dei santi, che costituiscono il "tesoro" della Chiesa. Questo avviene
per mezzo di ciò che si chiama "la comunione dei santi", per cui la
santità di alcuni porta beneficio agli altri. In questo sta il concetto di
indulgenza: remissione della pena, non remissione dei peccati, che deve
avvenire prima.
La seconda informazione sbagliata
è quella che è stata sbandierata in questi giorni da giornali e tv: tu puoi
acquistare l'indulgenza facendoti il segno della croce in ufficio o sul posto
di lavoro. Altri esempi: se uno, fumatore accanito o gran bevitore di birra,
senza dover fare un viaggio a Roma, non tocca una sigaretta, almeno per un
giorno, o non beve un bicchiere, alla fine anch'egli acquista l'indulgenza del
Giubileo. Insomma, tutto sarebbe anche meglio dei tempi di Lutero, dovendoci
rimettere soltanto un pacchetto di sigarette e non un'offerta in danaro per
basiliche da costruire o crociate da finanziare.
Ora queste cose possono sì
sostituire il pellegrinaggio a Roma o alla Cattedrale, ma rimangono sempre le
altre condizioni necessarie: cioè la confessione, la comunione, il vero
pentimento interiore, la preghiera a Dio misericordioso e la rinnovazione della
professione di fede. Insomma, per il Giubileo occorrono, si, le cose esteriori,
ma quello che vale soprattutto è ciò che in quell'Anno Santo, nasce dentro
l'animo. E' la convinzione che il perdono di Dio "ricco di misericordia e
di compassione", scende sull'uomo pentito che lo invoca.
Quest'anno inoltre, contrariamente
al passato, il Giubileo non sarà acquistabile una sola volta o pochissime volte
durante un estenuante pellegrinaggio a Roma, ma i fedeli potranno conseguirlo
anche ogni giorno in ogni luogo, sia per loro stessi, sia a suffragio dei
defunti.
Ce n'è abbastanza dunque per
misurare il cammino percorso da quando nel 1.517 Martin Lutero affisse alla
porta della chiesa di Wittemberg le sue famose 95 tesi. E infatti la nuova
edizione dell'Enchiridion si rifà in gran parte alla riforma con cui
Paolo VI nel 1.967 ne fissò i presupposti teologici. Primo fra tutti il fatto
che "la natura del peccato comporta una pena da scontare". E che
"esiste un tesoro della Chiesa, costituito dai meriti di Cristo, della
Beata Vergine e dei santi, che può essere messo a disposizione dei fedeli per
mezzo della Chiesa", proprio per aiutarli a scontare quelle pene e a
rafforzarsi nella vita cristiana.
In questa maniera, inoltre, la
vera dottrina delle indulgenze riemerge dalle nebbie in cui l'avevano spinta
nei secoli scorsi soprattutto due cause: il rifiuto di concederle da parte
delle chiese riformate e la cosidetta "invenzione medievale del
Purgatorio".
Siamo arrivati dunque al punto in
cui va precisato il concetto di INDULGENZE conseguenza di quello della pena
temporale. Precisiamo innanzitutto quest'ultima. Essa non è da confondere né
col peccato (mortale o veniale), né con le sue conseguenze (purgatorio -
inferno). L'uno e le altre si possono cancellare: il primo con la Confessione e
il pentimento, le seconde si possono evitare ottenendo il perdono del primo. Ma
quante volte bisognerà ancora ripetere che la pena temporale dei nostri peccati
non è l'inferno o la dannazione (pena eterna), né il purgatorio, ma la
debolezza insita in noi a riprendere il cammino e quindi bisognosa di
preghiere, di opere di carità o di autocontrollo, così da reintegrare la nostra
volontà e il nostro carattere in un cammino di crescita spirituale?
L'Enchiridion
delle indulgenze che è stato presentato alcune settimane fa alla stampa,
conteneva questa dottrina in modo preciso, ma la stragrande maggioranza dei
giornalisti sono corsi a leggere le esemplificazioni finali che sono un elenco
minuto di azioni e di preghiere che staccato dalle premesse di questo discorso,
si traducono maliziosamente in semibarzellette. Separando questo elenco dal
contesto, si cade nel banale e nel convenzionale ironico che però offende una
realtà che è ben più spessa e ben più determinante di come suonano agli
incompetenti le singole esemplificazioni. Insomma, si deve considerare la
disciplina nella sua articolazione, che è il distacco dal peccato,
l'umiliazione di confessarsi peccatori, l'assoluzione che è del tutto gratuita
ad opera della grazia di Dio, e, infine, l'indulgenza come pratica che rafforza
il cammino intrapreso e manifesta una gratitudine per un perdono ottenuto.
Ma allora cos'è in definitiva
questa pena temporale? Non è una contraddizione in termini, visto che essa, se
non cancellata, si ripercuoterebbe in una dimensione eterna cioè
extratemporale? Il Vangelo parla solo di Salvezza e di non salvezza
(Perdizione): non ci sono vie di mezzo. Ha ragione Lutero nel negare
l'efficacia delle indulgenze come conseguenza della negazione del Purgatorio.
Mi limito ad alcune esemplificazioni:
al di là dei "peccati formali" più o meno gravi che il sacramento
perdona, tendono a resistere in noi atteggiamenti che non raggiungono l'entità
del peccato, ma ci avvicinano ad esso, allontanandoci da Dio.
Vogliamo individuarne alcuni?
Si può vivere senza tanta voglia
di pregare, farlo senza convinzione, pregare con la propensione a lasciarsi
distrarre, esagerare nel conversare, nel perdere il tempo, nel non favorire
condizioni di preghiera come il raccoglimento e il silenzio; si può mantenere
una certa... ruggine con Dio per i più svariati motivi, senza giungere alla
bestemmia: uno sconcerto per le ingiustizie che tollera e le vittime che non
soccorre, un netto rifiuto della sofferenza nostra e altrui, una... seccatura
perché tutto ciò che piace è proibito e tutto ciò che è concesso non appàga;
una difficoltà a capire perché dopo aver lavorato tanto, si ottiene così poco e
altri che nulla fanno sono così fortunati; quella gelosia o invidiuzza che
produce un certo malcontento nel veder premiati più gli operai dell'ultima ora
che non i primi, o, al limite, confratelli o fratelli nella stessa fede che non
s'affaticano più di tanto e riscuotono successo; quelle antipatie e allergie
all'incontro con certe persone che si preferisce evitare, al contrario di
quelle per cui si nutre una particolare simpatia, sperare che a farsi compagne
siano più queste che quelle, senza nessuna intenzione cattiva evidentemente;
quella impulsività indomata che non ne lascia cadere a terra nessuna, quella
incapacità a dimenticare offese cosidette perdonate, quelle compiacenze non
troppo caste nel ricordare situazioni ormai superate, quel linguaggio ambiguo
di serietà che ancor non scade nella volgarità, ma che a volte è intriso di
offese subdole o tentativi di voler apparire, modestia a parte, per quel che di
più si ha o ci si sente; quello zelo di troppo nell'esplicitare i nostri meriti
e talenti a danno forse o tacendo di quelli altrui, quella carità interessata
che è retta sì, ma è mossa talvolta anche da qualche secondo fine;
quell'istinto vendicativo che non arriverebbe mai ad augurar del male ad
alcuno, ma, a volte, se capita, a sussurrare interiormente: "gli sta
bene", soprattutto se è un criminale; quel lamentarsi per sé e non avere
sufficiente attenzione al disagio altrui, quella incapacità, se non formale, di
godere con chi gode e soffrire con chi soffre; il favorire "sempre"
figli e nipoti e mai dare la precedenza a persone più bisognose, lontane dalle
nostre amicizie e dalla nostra cultura o pratica di vita, se non addirittura
avversarie; il diffidare sistematicamente di chi chiede un aiuto economico,
ragionando sempre più con la testa che non con il cuore, il pregare
insistentemente per i "nostri" malati e per i "nostri"
morti e non per quelli degli altri, anzi il non degnarli di attenzione neppure
negli ospedali.
Sono semplici esempi tratti dalla
realtà quotidiana e che noi giustamente non riteniamo di solito peccati e non
confessiamo, ma che, assommati, raggiungono una quota elevata di pena temporale
che esige una "soddisfazione" acquisibile, innanzitutto con la
penitenza sacramentale, non solo, ma anche con tante altre forme di penitenza,
atti di carità, sofferenze accettate di buon grado, preghiere, e, con quei
mezzi suggeriti ad hoc dalla Chiesa, quali le indulgenze, tra cui spicca
per importanza il Giubileo.
Nell'elencazione imprecisa e
sommaria che ne ho fatto, a qualcuno può sembrare siano inclusi veri e propri
peccati, gravi o veniali; ma non è questa la mia intenzione e non vorrei si
facessero confusioni. La pena temporale è ciò che resta, perdonato il peccato,
di traccia del medesimo, di legame implicito, di zona d'ombra, di cicatrice,
che facilmente, se non "soddisfatta" diventa tendenza alla
recidività.
Inoltre vorrei richiamarvi il
concetto già espresso nelle lettera recapitata a tutte le famiglie della
Parrocchia proprio in vista del Giubileo. Non vi sono peccati che rimangano
strettamente personali: il peccato riguarda tutto il corpo di Cristo che è la
Chiesa. La rottura con Dio viene guarita dall'assoluzione sacramentale.
Rimangono le conseguenze del peccato: scorie e dipendenze che fatalmente ti
condizionano. Quanto è lungo il cammino per purificare l'anima e renderla
libera, disponibile a Dio! Ecco allora che la Chiesa stessa interviene. In questo
cammino di purificazione è lei stessa che cammina con te e ti conforta. E' lei
che mette a disposizione il suo tesoro (la somma di bene che tutte le persone
hanno fatto, non solo i meriti infiniti di Cristo, la sua Passione e morte, ma
anche quelli della Vergine Maria, di tutti i Santi e tutto il bene che c'è nel
mondo.)
L'indulgenza è un aiuto
straordinario, un dono perché io possa riprendere il cammino. Si, può apparire
anche troppo semplice il modo stabilito per ottenerla, questo dire poche
preghiere alla tomba di San Pietro o in altro luogo designato. Ma questo è solo
il segno e i segni sono sempre piccoli... Anche la formula della
Messa è piccola rispetto al mistero grande che si compie; anche la formula del
matrimonio è piccola rispetto al Sacramento che si celebra. Piuttosto
importante è lo spirito con cui ci si avvicina: è il cammino penitenziale che
noi ci impegniamo a compiere. Quindi non un giochetto più o meno furbastro, ma
un impegno serio e profondo di conversione, il ripudio totale di ogni attaccamento
al peccato anche veniale. L'indulgenza è sempre proporzionata a questo
atteggiamento interiore di conversione. Un atto d'amore pieno, cosiddetto
perfetto, una disponibilità assoluta e leale ti garantisce un'indulgenza che la
Chiesa chiama plenaria. E infine, per ripeterci, dalla dottrina
cristiana sull'indulgenza si deve soprattutto imparare che anche l'espiazione
del peccato ci lega insieme: noi e i Santi, noi e nostri morti. Un solo
cammino. Un solo impegno le ritrovare Dio e la sua Grazia. Il Giubileo è
riscoperta di quella misteriosa solidarietà nel bene e nel male, ed è occasione
di carità spirituale esercitata verso tutti, i vivi e i morti. Ma è soprattutto
tempo di conversione. Non solo dal peccato alla grazia, ma dallo scadere nella
mediocrità al tendere verso la santità.
Esiste adunque il Purgatorio, come
mezzo di cancellazione dei peccati veniali e insieme anche della pena
temporale, ma proprio per questo in molti lo ritengono nell'ambito del tempo, e
lo si vive nella sofferenza terrena, nella pratica religiosa - confessione
compresa - nell'esercizio della carità e soprattutto del perdono, nella pratica
delle virtù, nel suffragio che raggiungo o mi raggiunge attraverso la comunione
dei santi, nel misterioso passaggio da questa all'altra vita, l'agonia, nel cui
spazio si può inserire qualunque atto di purificazione da parte di Dio. La
Chiesa afferma il Purgatorio ma non ne specifica né la natura, né il momento,
né la durata. Come lo si può evitare? La Confessione resta il mezzo privilegiato,
ma ancor di più l'Eucarestia, come segno della perfetta intimità con Dio, però
anche tutte le opere sopra accennate, il suffragio, anche quello previsto (per
Dio non c'è passato e futuro, ma tutto è presente, è l' "oggi"
di Dio) e soprattutto la ricerca accurata e umile di tutto ciò che ci tiene
lontano dall'atto o meglio dall'abito di amore perfetto, cioè da quella che
comunemente diciamo causa del Purgatorio stesso.
L'Inferno
c'è ed è nella fase eterna, costituisce un rischio per ciascuno, la sua esistenza
è segno di rispetto della libertà umana da parte di Dio, ma spero che non ci
vada nessuno, perché la misericordia di Dio è più grande di ogni peccato,
compresa l'impenitenza finale. E quel Dio che mi comanda di perdonare anche a
chi non si pente del male fattomi, è probabile, ma non scontato, che non
condanni alcuno all'eternità della pena; la quale, è forse ora di smetterla di
definirla con le metafore del fuoco e della fornace ardente, del pianto e dello
stridor di denti, usate pure da Gesù, ma sempre metafore, come quella del
Paradiso descritto come un banchetto eterno. "l'inferno è essenzialmente
il non essere col Dio che è amore" dice Julien Green, o come dice G.F.
Ravasi, è "un essere lontano da Dio, sorgente d'amore e dai fratelli e
dalle sorelle; è come vivere in un perpetuo inverno, in una specie di Siberia
dell'anima."
Per
il passato molti cristiani hanno coltivato opinioni spesso stravaganti sulle
indulgenze. E' giusto che le sfatiamo, ed a farlo non siamo noi, è il magistero
ordinario della Chiesa.
Il
Catechismo della Chiesa Cattolica dice testualmente, citando tra l'altro la
Costituzione Apostolica di Paolo VI, che "l'indulgenza è la remissione
dinanzi a Dio della pena temporale per i peccati, già rimessi quanto alla
colpa, remissione che il fedele, debitamente disposto e a determinate
condizioni, acquista per intervento della Chiesa, la quale, come ministra della
redenzione, autoritativamente dispensa ed applica il tesoro delle soddisfazioni
di Cristo e dei santi. L' indulgenza è parziale o plenaria secondo che libera
in parte o in tutto dalla pena temporale dovuta per i peccati".
Le
indulgenze possono essere applicate ai vivi o ai defunti. Esse sono ottenute
mediante la Chiesa, che, in virtù del potere del legare e di sciogliere
accordatole da Gesù Cristo, interviene a favore di un cristiano e gli dischiude
il tesoro dei meriti di Cristo e dei santi, perché ottenga dal Padre delle
misericordie la remissione delle pene temporali dovute per i suoi peccati. Così
la Chiesa non vuole soltanto venire in aiuto a questo cristiano, ma anche
spingerlo a compiere opere di pietà, di penitenza e di carità.
E
poiché i fedeli defunti sono anch'essi membri della medesima comunione dei
santi, noi possiamo aiutarli, come loro possono aiutare noi, ottenendo per
loro delle indulgenze, in modo tale che anche "ante praevisa merita"
(cioè anche in previsione dei futuri suffragi), siano sgravati dalle pene
temporali dovute per i loro peccati. Questo non demolisce la certezza del
Purgatorio, ma ne relativizza le nostre idee in materia e tutto colloca nel
mistero di Dio.
Seppelliamo
definitivamente le barzellette sui giorni delle indulgenze, da qualcuno ancora
intesi come riduzione dei giorni da trascorrere in purgatorio, benché da sempre
si sia cercato, a torto o a ragione, di insegnare che l'indulgenza parziale (ad
es. di 300 giorni) non significa questo, ma indicherebbe una riduzione di pena
pari a quella che con altrettanti giorni di penitenza si sarebbe potuto
scontare. E usciamo definitivamente da una sorta di contabilità sulla
dimensione ultraterrena che non spetta a nessuno in questo mondo, rimettendo il
tutto nelle sapienti e misericordiose mani di Dio.
Val
la pena di ricordare che il primo Giubileo con annessa indulgenza fu celebrato
nel 1300, e lo stesso Dante Alighieri, a dargli un valore che poi rimase
appiccicato alla Comedia definita Divina, collocò il suo viaggio
poetico tra Inferno, Purgatorio, Paradiso nella Settimana Santa del Giubileo
del 1300. Ne risultò, oltre l'irraggiungibile altezza poetica, un viaggio di
purificazione, di penitenza, di elevazione spirituale. Dal peccato alla grazia,
dalla perdizione alla salvezza.
Fino
al 1300, a memoria ecclesiastica, non esisteva la tradizione del Giubileo. Esso
nasce "a furor di popolo", cioè come richiesta da una massa di
pellegrini, onde ottenere indulgenze che sporadicamente in passato i Papi
avevano concesso per la visita alle basiliche romane. Pressato da un'affluenza
enorme, specie alla Basilica di S. Pietro che resta aperta giorno e notte, il
Papa Bonifacio VIII il 22 febbraio promulga il primo Giubileo cristiano con una
efficacia retroattiva, cioè dichiara aperto l'Anno Santo a partire dal giorno
di Natale dell'anno precedente e lo chiuderà col Natale del 1300.
Seguirà
un periodo turbolento, segnato dal conflitto tra il Papa Bonifacio VIII e il re
Filippo il Bello. Il Papa sarà fatto prigioniero, morirà nel 1303, e il suo
successore Clemente V davanti ai disordini che sconvolgevano Roma si trasferirà
ad Avignone. E lì si succederanno i Papi fino al 1377, quando se ne deciderà il
rientro a Roma, soprattutto per merito di S. Caterina da Siena. Nel frattempo
si apre il secondo grande Giubileo nel 1350. Da Natale a Pasqua, Roma accolse
1.200.000 pellegrini, una cifra enorme per quei tempi. Tra di loro un poeta già
celebre, Francesco Petrarca, il quale in una lettera scritta a Giovanni
Boccaccio diciassette anni dopo, parla del suo rinnovamento spirituale vissuto
nell'Anno Santo.
A
conclusione di tutta questa chiacchierata sul Giubileo e sull'Indulgenza, vorrei
che da parte di nessuno si smarrisse il concetto che al centro di tutto va
collocato Gesù, e nessuno colloca al centro del suo interesse qualcuno o
qualcosa di cui non è innamorato. E l'innamoramento per noi che siamo per
definizione cercatori di bellezza, non può avvenire se non nella conoscenza e
nella sequela di Gesù, il Figlio di Colui del quale il Libro della Sapienza
scrive: "Dalla bellezza delle creature si conosce l'autore" (Sap
13,5). Il discorso sull'aspetto fisico di Gesù, bello e dignitoso pur nel suo
abito modesto, capace di affascinare le donne e gli uomini del suo tempo, non è
marginale alla vigilia del Giubileo.
Anzi,
ne costituisce il centro. Conoscere Gesù, nella sua interezza di uomo-Dio,
muovendo dal Vangelo, che lo presenta nella sua concretezza di persona
umano-divina, nella immediatezza del suo vivere e nel continuo rimando alla sua
infinità, è il fine ultimo del Giubileo. In esso e per esso si rischia di fare
tante cose, ma di dimenticare il festeggiato. Presi dall'euforia di preparativi,
festeggiamenti, abbellimenti di chiese e di edifici pubblici,
dall'organizzazione di viaggi, visite, dalla pubblicazione di mille guide,
tutti impegni necessari, ma non primari, possiamo dedicarci a tutto,
all'infuori dell'essenziale, il motivo unico del Giubileo. Che è solo
un'occasione privilegiata per incontrare, o re-incontrare, Gesù. I credenti con
la fede che lo fa riconoscere come "il più bello tra i figli
dell'uomo" (Sal 45,3), i non credenti con l'interesse che comunque Cristo
suscita in chiunque con cuore sincero e senza pregiudizi, e con una sensibilità
aperta alla bellezza, si chiedono chi sia l'"abisso di luce" davanti
al quale "bisogna chiudere gli occhi per non precipitarvi" (Kafka).
Ma
questo atteggiamento richiede amore, e "il vuoto indispensabile per
l'amore" (E.De Luca). Vuoto di immagini, di frastuono, di disperazione,
per l'immersione in una bellezza che porta all'ammirazione e alla preghiera. Il
vero Giubileo, che è giubilo del cuore in festa, nasce dall'adorazione dell'amore.
E'
per questo che all'inizio dell'anno giubilare abbiamo collocato anche
un'iniziativa non strettamente religiosa ma comunque valorizzatrice della
bellezza più o meno artistica, nella serata di Sabato 8 gennaio, dal titolo:
"Non saranno famosi", convinti come siamo che ognuno di noi, fratello
e seguace, anzi, vorrei dire innamorato della vera bellezza che è Cristo, anche
se non si sente particolarmente dotato dal punto di vista della creatività
artistica, possiede un germe di vita che può far sbocciare anche solo un fiore,
piccolo, ma pur sempre delicato e meritevole di attenzione, a omaggio del più
bello tra i figli dell'uomo, e a sollievo e salvezza di tutti quelli meno belli
di Lui, come noi.
I protagonisti della Storia della
Salvezza
È fuori di dubbio che il Padre ha un ruolo essenziale nella storia della Salvezza, ma non si può dire principale a scapito del ruolo del Figlio e dello Spirito. Insieme hanno creato l'universo e l'uomo, insieme lo salvano. Il Padre ha mandato il Figlio nel mondo, il Figlio si è incarnato e sacrificato, lo Spirito Santo garantisce la sua presenza nella Chiesa e nel mondo sino alla fine dei secoli.
Dopo aver celebrato nella liturgia i misteri di Cristo, il Figlio fattosi uomo (dal Natale alla Morte, dalla Risurrezione all'Ascensione che è oggi), ci apprestiamo a celebrare la discesa dello Spirito Santo nella Pentecoste (domenica prossima), e a festeggiare l'intera SS.ma Trinità domenica 18 per raccoglierci di fronte al mistero Eucaristico (il Corpo e il Sangue del Signore) la domenica 25.
In omaggio allo Spirito Santo di cui si parla sempre meno rispetto alle altre Persone divine, è bene ricordare che esso già "aleggiava" sulle acque primordiali della Genesi (Gen 1,2), era presente col suo misterioso "alito di vita" nella creazione dell'uomo (Gen 2,7), scenderà sugli anziani d'Israele nel deserto (Nm 11,17-29), sui Giudici che guidano il popolo alla conquista della Terra Promessa (Gdc 3,10), sui re, e soprattutto sul più illustre di loro, Davide (1 Sam 16). Ma spesso i re furono deludenti, e la parola di Dio dovette riparare presso i profeti (Samuele, Isaia, Geremia, ecc.) che parlano in nome del Signore sotto l'impulso di una forza irresistibile. Questi profeti sono mal visti, ma Dio non li abbandona: lo Spirito li fortifica.
Siamo nel secolo VI avanti Cristo, Gerusalemme è stata conquistata da un re
straniero dal nome roboante: Nabucodonosor. Il tempio è stato distrutto, non si
possono più offrire sacrifici, la maggioranza della popolazione è stata
deportata in Babilonia. Dio mette allora sulla bocca di Ezechiele parole di
speranza, dopo quelle di condanna per la dissolutezza spirituale: Dio rinnoverà
l'alleanza. "Vi darò un cuore nuovo, metterò dentro di voi uno Spirito
nuovo... Porrò il mio Spirito dentro di voi... Voi sarete il mio popolo e io
sarò il vostro Dio (Ez 36,26-28)".
Ma durante gli ultimi secoli prima della nascita di Gesù, i profeti tacquero e lo Spirito di Dio divenne soprattutto l'oggetto di un'attesa. Il Nuovo Testamento infatti vede nell'invio dello Spirito Santo il compimento della promessa divina. San Luca e san Paolo ne parlano come "Spirito della Promessa" o "Promesso dal Padre". La prima volta in cui Pietro prende la parola come "principe degli apostoli" il giorno della Pentecoste, annuncia che la promessa dello Spirito si è realizzata: lo Spirito Santo è stato dato.
Il Digiuno
"Lo sposo è venuto
e finché egli é fisicamente presente nel mondo, è giusto non digiunare.
Comunque Gesù ha già preavvisato i suoi discepoli rispondendo a quelli di
Giovanni: "Ma verranno i giorni in cui sarà loro tolto lo sposo e allora
digiuneranno" (2,20). E' ovvio che per digiuno non si intende qui solo
quello volontario e tanto meno solo quello dal cibo, dalle bevande e da tante
altre possibilità di piacere che la vita offre. Anche, ma soprattutto il
digiuno che è fatto di persecuzioni di vario genere cui i discepoli andranno
incontro in quanto portatori del Vangelo in un mondo che li respingerà e
tenterà di rintuzzarne l'efficacia propulsiva tormentandone e uccidendone gli annunciatori.
Il cristiano, ogni
cristiano, deve sapere che la scelta di seguire Cristo lo rende potenzialmente
un martire. Noi conosciamo i martiri della fede, i martiri della castità, i
martiri della carità e definiamo il martirio, cioè la morte in difesa di questi
valori, come atto supremo e perfetto di amor di Dio. Ma l'orizzonte deve
necessariamente allargarsi anche a chi muore per un ideale che coincide con i
valori del Vangelo, come l'onestà, la lealtà, la sete di pace e di giustizia,
la rinuncia alla vendetta, insomma a tutti coloro che già Cristo ha proclamato
beati (es. Mt 5,3-12) indipendentemente dalla loro appartenenza religiosa e
anche dal fatto di essere uccisi per questo. Si può dedicare la vita a questi
ideali e, a volte, può essere più difficile del martirio cruento. Si può
languire nella sofferenza per mesi e anni o per tutta una vita, accettandola
per amore di Dio e dei fratelli e si entra nella rosa dei martiri, pur non
proclamati tali dalla Chiesa. Ma anche sul digiuno volontario occorre
insistere, perché se compreso nel suo valore, costituisce un arricchimento
della persona umana e una crescita della statura cristiana: quello dal cibo,
come quello dall'abuso della lingua, della tv, del piacere sessuale, ecc. ma
soprattutto dalla ricchezza, dalla fame di successo e di potere. Sono tanti i
vantaggi che se ne traggono: dal dominio di sé a una sana ecologia interiore,
dal carattere penitenziale che vogliamo attribuirvi a quello caritativo di
condivisione della reale condizione di tanti poveri del mondo,
dall'anticonformismo nei confronti di una società consumista all'affermazione
che a tutto possiamo rinunciare fuorché a Dio. Altro che disprezzare il
digiuno. Si dice che è fuori moda. Non lo è nemmeno per chi vuole una linea
snella per la propria corporatura, ma non è il nostro discorso. "
Da: "Lo seguirono lungo la via" di A.Usubelli E.D.B.
"Vorrei
scommettere sull'imbarazzo dei catechisti di fronte al commento esegetico non
privo di riflessi teologici e pastorali circa questo Dio che perdona
incondizionatamente, cioè senza esigere pentimento e proposito di riparare al
male commesso. Posso paragonarlo all'imbarazzo e allo scandalo provato dagli
scribi di fronte alla frase di Cristo: "Ti sono perdonati i tuoi
peccati". A noi rimane il problema: ci può essere remissione dei
peccati senza che il peccatore si penta? E d'altra parte non ci è stato
ordinato da Dio di perdonare, anzi di amare i nostri nemici indipendentemente
dal fatto che essi ci chiedano scusa del male arrecatoci? E come potrebbe Dio
comandarci di fare ciò che lui non farebbe, se da noi esigesse come condizione
indispensabile la richiesta di perdono, il pentimento, il proposito, il
ringraziamento per il perdono ricevuto, la domanda di aiuto per non peccare
più, cose che noi abbiamo appreso e imparato da sempre per tutti coloro che
hanno consapevolezza di essere in debito con Dio?
Non è facile rispondere
anche per chi ha capito cosa significa il perdono di Dio e tanto meno per chi -
come scriveva s. Giovanni della Croce - è abituato a confessarsi, ma per il
quale la confessione "piuttosto che un'accusa è andare in cerca della
scusa". Occorre a mio avviso partire da una premessa: Dio è giustizia, ma
la giustizia in Dio non è come quella dell'uomo, è misericordia e perdono. E'
una giustizia che giustifica, cioè che rende giusti.
Noi siamo
istintivamente giustizialisti, soprattutto con gli altri, vorremmo con i nostri
castighi e sanzioni, ristabilire l'equilibrio rotto per il male che si compie.
Illusione. Il male non può essere coperto e tanto meno riparato: va sradicato.
E questo non è in nostro potere, è un potere riservato a Dio che non solo
perdona, ma dimentica il male commesso dagli uomini. E lo fa perché è amore.
L'amore perdona sempre e dimentica. Si dice: una mamma perdona sempre. Dio è
una mamma che non aspetta le scuse del figlio. Il tuo pentimento e ciò che lo
accompagna non servono a meritarti il perdono di Dio, servono a dimostrare la
tua fede nella sua misericordia infinita. Se tu non ti penti, non invochi questa
misericordia, non proponi di corrispondervi per quanto ti è possibile, vuol
dire che non credi all'amore di Dio.
Questi sentimenti o
atteggiamenti non sono causa del perdono di Dio, ne sono il segno. E' la fede
in questo perdono che li produce ed è questa fede che ti salva. Se in te
mancano, vuol dire che non hai fede, ed è questo che ti deve preoccupare,
perché solo "Chi crederà e sarà battezzato sarà salvo, ma chi non
crederà sarà condannato"(Mc 16,16). Ma se ci credi, non hai difficoltà
neanche ad ammettere che Dio si serve pure degli uomini, non sempre i migliori,
per regalarti il suo perdono."
Da: "Lo seguirono lungo la via" di A.USUBELLI E.D.B.