50° anniversario dell’ordinazione sacerdotale di don Mario Usubelli

Le fotografieà Il concerto La Concelebrazione La Festa

PREMESSA,  

ma lo potete leggere anche dopo la Messa

Q

uesta edizione speciale del “Messaggio”, a tiratura limitata, lo si capisce fin dalle prime righe…  non ha come “direttore responsabile” don Mario, ma ne è il protagonista. Non è quindi “a cura di don Mario” che da curatore diventa “curato”, come del resto è… e, per una volta, sotto l’egida del Consiglio Pastorale, la redazione prende le redini.

Celebriamo e partecipiamo al suo 50° anniversario dell’ordinazione sacerdotale con alcuni piccoli segni, poche significative cose, quel tanto che basta per sottolineare comunque un bel traguardo che il Signore ci ha concesso:

 Essere suoi contemporanei.

Segni comunque al di sopra di quanto la sua umiltà vorrebbe.

Combattuto tra il fare e lo strafare, il “Consiglio Pastorale senza presidente  ha deciso quindi per questa edizione del Messaggio, il concerto di sabato sera 11 giugno 2005, la solenne concelebrazione di domenica 12, e il pomeriggio di testimonianze/spettacolo e “agape fraterna”, come ama dire il sor priore.

Qui di seguito, dopo un’autopresentazione di don Mario estrapolata da un articolo richiesto per l’occasione dal Rettore del Seminario di Bergamo, arbitrariamente intercettato dalla redazione, ci sono una serie di testimonianze e pensieri. Non mirano, per ora, all’inizio di un processo di beatificazione…

Dato che nulla è comunque mai definitivo, se vi viene in mente qualcosa da dire, fare baciare lettera e testamento, mandatecelo anche a posteriori per posta elettronica, o a mano.

Buona lettura

La redazione

Eucarestia e sacerdozio      

Sull’onda delle celebrazione eucaristiche or ora culminate con la festa liturgica del Corpo e Sangue di Cristo si profila l’includibilità di accostare questo eccelso mistero all’altro a cui è indissolubilmente unito: il sacerdozio. E per un provvidenziale disegno del calendario di Dio, la nostra comunità ha la fortuna di vedere oggi incarnato questo secondo mistero nella persona del suo benemerito parroco, don Mario Usubelli, da 23 anni alla guida di questa comunità, e che oggi celebra il 50° anniversario della sua ordinazione sacerdotale.

A dar motivo a questa circostanza dei misteri è innanzitutto l’interdipendenza che li caratterizza: non ci sarebbe Eucarestia senza sacerdozio, non ci sarebbe sacerdozio cristiano senza l’Eucarestia.

Ovvio il motivo: se tutti i sacramenti sono finalizzati all’Eucarestia (il vero vertice che li giustifica tutti e a cui tutti sono ordinati), tra il sacerdote che “produce” l’Eucarestia (si tratti dell’unico eterno Sacerdote Cristo, o dell’ultimo pretino testé consacrato) e l’Eucarestia stessa, non c’è solo un legame come tra causa ed effetto, ma c’è una sorta di simbiosi, per cui ognuno dei due poli è contestualmente causa ed effetto dell’altro. Per dirlo più appropriatamente ci vorrebbe l’arte di Dante che nella preghiera di san Bernardo a Maria, esprime il più arguto concetto di simbiosi in un paio di versi

Vergine madre figlia del tuo figlio…

tu se’ colei che l’umana natura

nobilitasti sì che ’l suo fattore

non disdegnò di farsi sua fattura.

Più banalmente potremmo dire: Cristo fa il sacerdote (mediante l’ordinazione), il sacerdote fa Cristo (mediante la consacrazione).

Ma non solo. La presenza fisica (se pur sacramentale, che non vuol dire solo simbolica) di Gesù nell’Ostia santa che si presta ad essere “mangiata” da esseri umani, quindi costituzionalmente fisici, oltre che spirituali, ci dice che l’Eucarestia è parte del nostro mondo, del mondo in cui Cristo invierà i suo discepoli e li renderà atti a essere memoriale vivo della sua azione di salvezza, prolungando nel tempo la sua parola, il suo esempio, il suo amore, la sua passione morte e risurrezione. Quindi in un certo senso, il sacerdote oggi non “fa” solo l’Eucarestia ma è l’Eucarestia e l’Eucarestia è il sacerdozio attualizzato giorno per giorno nel cuore di chi se ne nutre. Cito a conferma quanto viene detto dal Catechismo della Chiesa cattolica (nn 610 e 611) “La vigilia della sua passione, Gesù, quand’era ancora libero, ha fatto dell’ultima Cena con i suoi Apostoli il memoriale dell’offerta di sé al Padre per la salvezza degli uomini: «Questo è il mio Corpo che è dato per voi»” (Lc 22,19). “Questo è il mio sangue dell’alleanza, versato per molti in remissione dei peccati” (Mt 26,28). L’Eucarestia che egli istituisce in questo momento sarà il “memoriale del suo sacrificio”. Gesù nella sua offerta include gli apostoli e chiede loro di perpetuarla. Con ciò Gesù istituisce i suoi apostoli sacerdoti della Nuova Alleanza: “Per loro consacro me stesso, perché siano anch’essi consacrati nella verità” (Gv 17,19).

C’è una sola differenza non trascurabile, ma ovvia. Alla fine dei tempi l’Eucarestia cesserà, non ce ne sarà più bisogno. Lo vedremo faccia a Faccia senza lo schermo delle specie del pane e del vino. Il sacerdozio invece continuerà. Non perché ci sia ancora bisogno di chi “fa l’Eucarestia” (se ne è cessata l’esistenza!) e neppure perché qualcuno ha sempre guardato al servizio sacerdotale come a un’intermediazione tra il popolo e Dio (concetto fortemente vivo  nell’Antico Testamento, pensiamo ad Aronne), ma perché l’unzione sacerdotale è, come quella battesimale e crismale, una realtà indelebile, garantita da Cristo: “Tu sei sacerdote in eterno secondo l’ordine di Melchisedech. Non mi chiedete perché. Sono affari di Dio, cioè misteri. Quando dell’Eucarestia e di altre realtà sacramentali e liturgiche si dice che sono memoriali di Cristo si intende dire che essi non sono solo ricordo di ciò che è avvenuto tanto tempo fa, ma sono anche anticipazioni reali di ciò che avverrà magari solo alla fine dei tempi e che a noi è consentito celebrare come realtà concrete e attuali proprio perché Cristo è l’ieri, l’oggi e il sempre. Ma don Mario deve sapere che se si parla d’eucarestia e di sacerdozio, non valgono i criteri terreni. Noi di solito sappiamo la data di nascita, sapremo, ma solo nell’aldilà, quella della morte. Il sacerdote invece, non è che ne sappia di più, però sa la data della sua ordinazione e sa che non c’è data per il “cessato servizio”. Dovrà preoccuparsi che sia “onorato servizio”. Quello sì, ma sarà comunque un servizio che non conoscerà termine come quello che rende Lui che non conosce limiti né di tempo né d’amore, colmandoci di fede e di speranza, così da sentirci in un mondo nuovo, come dice Padre Turoldo in una sua lirica:

Cieli di sangue abbiamo veduto,

fiumi di lacrime ..scorrer sul mondo

la stirpe umana è sempre perduta,

solo nel Cristo esiste salvezza.

Ognuno, solo, in mezzo al deserto,

cercava ognuno giustizia e non c'era,

e libertà invocava e non c'era,

pur nella casa ognuno era solo!

Venne a rifare ogni cosa da capo,

uomo e fratello dal cuore di Dio:

solo per esser ultimo a tutti

come un agnello condotto a morte.

La madre sola capiva il suo male:

suo male era l'amore per l'uomo,

suo male era l'amore del Padre:

che non ci amiamo, è questo il suo male!

«Di questo tempio non resti una pietra,

io ne farò un altro nuovo, immortale!».

Fu quello il giorno atteso dal mondo,

quando da morte esplose la vita.

D'allora egli cammina sul mare,

a porte chiuse egli viene al convito,

come la voce al roveto egli dice:

«Io sono il vostro futuro per sempre».

Vera dimora di Dio è il cielo,

la creazione intera sua tenda:

suo tabernacolo il corpo dell'uomo,

suo corpo è tutto il genere umano.

Giunta è Così la pienezza del tempo,

del sangue suo si indora la terra:

in un santuario non fatto da uomo

Egli è entrato una volta per sempre...

Non come noi, i nati nel male,

noi mendicanti ogni giorno di grazia:

mai altro sangue ci rende più mondi

né questo mare ci giova di pianto.

E dunque quanti diciamo di credere

di nessun corpo versiamo più sangue:

non più un uomo si uccida nel mondo

non altra vittima in tutta la terra.

Lavàti invece con acqua purissima

per questa via vivente entriamo

cantando il cantico nuovo alla pace,

al sacerdote che è unico, il Cristo.

Sia lode a Cristo venuto a morire,

perché da morte noi fossimo liberi:

per il suo Spirito liberi e nuovi

in comunione di vita col Padre.

don Arturo Usubelli, fratello suo malgrado

Caro Don Mario...

Come avremmo potuto non esser qui, con te, oggi?

Far festa con semplicità insieme per ringraziare il Padre di questi tuoi 50 anni vissuti con coraggio, instancabile apertura e disponibilità al servizio del Suo Regno, è una Gioia che, come tanti altri momenti vissuti e altri ancora da vivere, cementa la nostra comunità!

La maggior parte dei miei ricordi si intrecciano con i volti e i luoghi della nostra parrocchia, con le parole e gli avvenimenti di tante persone con cui qua sono cresciuta, con i sorrisi e i pianti della nostra comunità!

Hai tentato di educarmi, fin da piccola, ad essere disponibile e attenta alla voce di Dio e, soprattutto con il tuo esempio, mi hai insegnato che ciò che il Padre vuole dai suoi figli è una cosa sola: Amare tutte le persone che ogni giorno ci permette di incontrare, conoscere, incrociare!

Le storie degli uomini si intrecciano quotidianamente se lasciamo liberi i nostri passi di andare verso gli altri, i nostri cuori aperti per accogliere, le nostre braccia disponibili a costruire insieme!

Grazie Don Mario per la forza, la costanza, il coraggio e l’Amore con cui hai contribuito a costruire questa nostra comunità e … per la pazienza e la disponibilità con cui da ventisette anni mi stai vicino!

                                Alessandra M.

 

Un semplice ma allo stesso tempo un grande grazie, alla tua disponibilità ad ascoltarci e a darci la forza di cercare quell’Amore vero che Dio ogni giorno instancabilmente ci dona attraverso la vita di tutti i giorni. La tua testimonianza è per noi un esempio di vita vissuta allo scopo di far capire alle persone come vivere nel Regno di Dio, un Regno che tutti vedono così lontano, così utopico, così irraggiungibile da ritenerlo quasi una fiaba; tu invece ogni giorno consumi la tua vita per dire a tutti che il Suo Regno è già in noi. La tua vita è, e sarà sempre per noi, esempio di gratuità e di disponibilità verso il prossimo.

ìEmiliano e Sara

 

Nel 1992 mio figlio Giorgio si è ammalato di una grave depressione che ne ha modificato il comportamento.

Questo mi ha impedito di partecipare a tutte le attività della parrocchia perché lui non voleva uscire di casa e io non potevo lasciarlo solo.

Un giorno è venuta a trovarmi una persona del gruppo della Caritas. Era stata inviata da don Mario per informarsi su cosa fosse successo e in che modo avrebbe potuto aiutarmi.

Da quel momento tutto il gruppo della Caritas mi è stato vicino.

Venivano ogni settimana, due persone per volta, passavano alcune ore con Giorgio, gli facevano compagnia, lo facevano giocare, cercavano, a volte senza riuscirci, di portarlo fuori.

Un giorno Giorgio è stato preso da un grave malore e si è trovato in pericolo di vita.

Abbiamo passato in ospedale un pomeriggio e una notte di passione.

La mattina dopo era domenica e la prognosi era ancora riservata.

Alle sette ho telefonato ad una di queste amiche della Caritas e le ho detto di dire a don Mario di pregare per Giorgio durante le messe.

Quella domenica, in tutte le messe, tutta la comunità ha pregato per Giorgio su invito di don Mario.

In tutti questi anni, intorno a Giorgio si è creato un gruppo di amici meravigliosi che sono un vero e proprio “Dono di Dio”

È proprio vero.

Quanto più grande è la nostra debolezza tanto più forte è l’intervento di Dio, che anche se non ci toglie la sofferenza, ci da’ la forza di sopportarla.

Grazie don Mario ! …

Grazie amici ! …

Grazie infinite, Signore Gesù !.

Maria S.

Anche se non siamo presenti il nostro pensiero è a Lei e a tutta la comunità di Quinto per ringraziare il Signore che ti ha dato la possibilità di conoscerla da 25 anni e di apprezzare la Sua sensibilità e attenzione per i bisognosi e gli ammalati.
Il Signore dedichi a Lei la sua attenzione ancora per molti anni.
Auguri

Graziella e Sergio B.  

Un Matrimonio

Nel fare i nostri più cari auguri, voglio raccontare un momento davvero speciale nel quale don Mario ha rivestito un ruolo chiave e del quale è quindi parte integrante.

Torniamo indietro di un bel po', quasi tredici anni!, fino all’agosto del 1992. 

Io e Maarten, mio marito, avevamo deciso di sposarci in Calabria, nel paese natale dei miei genitori, nella chiesa dove loro stessi si erano sposati e dove si era sposato anche mio fratello. La scelta del luogo dove celebrare il nostro matrimonio era legata alla presenza di don Mario: solo se avesse accettato ci saremmo sposati in Calabria.

La risposta non si fece attendere: disse subito di sì, con slancio. Per noi tutti fu una grande gioia, oltre che un grande onore. Don Mario fu nostro graditissimo ospite per pochi giorni e celebrò il matrimonio nella piccola chiesetta di Careri, ai piedi dell’Aspromonte. Furono giorni molto intensi, di gran daffare, specialmente per i miei genitori, intenti a preparare il matrimonio, ma anche di riflessione e scambio di idee, con mio padre che accompagnava don Mario in giro per il paese, fiero di fargli conoscere i luoghi della sua giovinezza, e don Mario che faceva di tutto per avvicinarsi alle persone, a volte diffidenti ma nello stesso tempo curiose e interessate al “prete forestiero”.

Questo è il ricordo che ci lega a don Mario e che ce lo rende vicino e familiare.

Auguri, don Mario, auguri davvero, di tutto cuore!

Elisabetta e famiglia Z.

Grazie perché...

 

Mezzo secolo è passato da quando

don Mario sacerdote è stato consacrato.

Tanta  acqua nel fiume passò,

non un goccio in sù ritornò.

 

Ma non conta il tempo che vola

né il capello che cade e scolora.

Quel che vale e non teme burrasca

è nel cuor radicato, e non casca.

 

È l'Amore, con l'A bella grossa

che alla fine in tutto ha riscossa

ed è allora che il tempo si ferma

e mill'anni so' un punto di penna.

 

Qui si parla dell'Amore vero,

quello grande che muove la terra

e anche in mezzo a tanti problemi

rende il vivere come una "serra".

 

Ma... torniamo per qualche momento

un po' indietro, nel bel...  Novecento

verso..., sì, verso gli anni  settanta

quando a Quinto don Mario si stanzia.

 

E perché da lontano qui venne

rinunciando alle voci ed ai cori

che giù a Roma eran proprio tesori?

Siamo un borgo si' scarso di onori!

 

Il perché lo scopriamo pur ora...

 

Lui doveva pensare alla Chiesa

che ora s'erge nel nostro quartiere

e perfino i più bravi architetti

oggi ancora la voglion  vedere.

 

E in questa chiesa santa,

se bene ci ripenso,

don Mario ha benedetto

famiglie d'ogni censo.

 

Qui dentro si riuniscono

persone d'ogni terra

e nascono amicizie

che vincono ogni guerra.

 

Sentendolo parlare

con fede del Signore

Nel cuore ci fu fiamma,

a volte fu tremore,

 

fu palpito e sospiro,

si risvegliò  l'ingegno.

"Non solo sentimento,

mi raccomando, impegno"

 

continua egli a ripetere

senza stancarsi mai.

"La vera Chiesa"

- dice -

"non è solo mattone;

 

dovete stare attenti,

non fate confusione,

ma son le pietre vive

e quelle siamo noi..."

 

Abbiam da lui capito

che con il vero Amore

uniti tutti insieme

nel nome del Signore

 

potremo invero alfine

vincere anche la morte.

Per questo il nostro grazie

gli giunga chiaro e forte.

 

Giovanni e Gloria F.

 

Ancòra àncora…

Per me è stato veramente più che un padre e sono lieta di farvi conoscere in quale occasione particolare egli abbia cambiato in meglio la mia vita, di quanto sia stata importante la presenza di don Mario nella nostra comunità.

Stavo attraversando un lungo e brutto periodo, circondata dal dolore e dalla sofferenza; avevo i miei suoceri contemporaneamente malati terminali e di conseguenza anche il rapporto con mio marito si fece difficile. Tutto intorno a me sembrava crollare. Fra l’altro in quegli anni non praticavo molto né la Chiesa né la preghiera.

Un giorno questo parroco venne a casa mia, parlò con me e mi fece capire tante cose; cominciai a piangere perché provai una forte emozione, paragonabile a quella che può provare un naufrago che ormai si crede perduto ed ecco che invece una mano si tende verso di lui e lo salva. Quella mano si tese anche verso di me e fu come se voce mi dicesse: “aggrappati a me, stai tranquilla, non avere paura io ti salverò”.

Fu allora, e per quello che io devo tanto a don Mario, perché in quel momento avevo ritrovato Dio e da quel momento la mia vita è veramente cambiata e molto più serena. Ricordo che in quel momento don Mario mi conferì il Sacramento dell’Eucaristia e da allora ho sempre cercato di non smarrirmi mai più, chiedendo sempre la forza e l’aiuto al nostro Dio.

Per questo, e tante altre cose, auguro a don Mario e a tutti voi di proseguire così e per questo dico: “don Mario, con tanto affetto, GRAZIE! Grazie dal più profondo del cuore.”                                  

Sonia

E retorica sia…

Trovo impossibile non cadere in termini di retorica nel parlare di don Mario.

E allora in che modo esprimersi verso quest’uomo che per me è stato il padre che mi è mancato, la guida che mi ha seguito nel mio peregrinare, la persona che ha asciugato le mie lacrime e mi ha spronato ad avere coraggio e a riporre la mia fiducia in Dio. Nel mio lavoro di insegnante, moglie, madre, e per suo volere anche catechista, mi è stato costantemente vicino.

Per tutto questo “grazie don Mario” , uomo grande nel Signore, che ha saputo rapportarsi con la gente in modo familiare ed umano, come un padre che ama i suoi figli.

 

Cristina F.

Un piccolo pensiero, più personale che istituzionale.

Parte dal racconto -spero don Mario non me ne voglia- di un episodio a cui ho assistito per motivi professionali.

Lo avevo accompagnato in una visita medica piuttosto urgente al pronto soccorso di Careggi, al termine della quale il medico dopo diagnosi, prognosi e terapia gli stava dando le sue raccomandazioni che erano più o meno le seguenti: “cerchi di stare a riposo, eviti gli stress, i suoi parrocchiani capiranno se gli dedica un po’ meno energie”. Don Mario, che fino a quel punto aveva annuito diligentemente a tale raccomandazione, replicò secco:  “il parroco o lo si fa o non lo si fa".

Un piccolo episodio ma che credo basti di per se per essere riconoscenti a don Mario, di una dedizione, di un amore,di un impegno che in questi anni non ha avuto mezze misure. Una dedizione totale che in questi anni è stata incarnata.

Una dedizione totale che è visibilmente raffigurata dalla nostra bella chiesa, orgogliosamente realizzata con la comunità parrocchiale.

Dedizione totale a cui ha cercato di educare tutta la comunità che con lui ha condiviso questi anni. Un impegno senza mezze misure che, e qui la mia riflessione si fa veramente istituzionale, in questi anni ha spaventato, ma mai escluso nessuno, che ha fatto dell'apertura al quartiere una sua ragion d'essere.

Un piccolo pensiero che credo possa essere sufficiente per dire grazie a Don Mario e per augurargli che l'amore di cui ci ha amati, tutti e ciascuno, continui ad essere fiamma ardente nel profondo della sua anima, anima tutta presa dall'amore per Dio.            

 Andrea G.

 

Un ringraziamento a Don Mario

Con queste poche righe vogliamo cogliere questa occasione di festa per ringraziare Don Mario che ci ha sempre dimostrato la sua cordialità , bontà ed accoglienza . Soprattutto in occasione della celebrazione del nostro matrimonio e " badate il primo matrimonio "ad essere celebrato in codesta chiesa ben 17 anni fa' , con il giardino ancora spoglio ed il parcheggio con terra e sassi , ma con tanto calore ed amore mettendo se stesso e la parrocchia a nostra completa disposizione ,compreso la scelta dei paramenti da indossare e tutto quanto necessario per la funzione.

Tutto cio' ha reso quel giorno che per ogni coppia è una tappa fondamentale della vita , ancora piu' speciale ed unica.

Pur non vedendosi molto spesso Don Mario è stato , è e sarà sempre nei

nostri cuori.

Un caloroso augurio e abbraccio da

Antonio e Olga P.

 Chi l’ha visto ?”

Riferendomi alla trasmissione, penso che, tante persone che vi hanno partecipato, hanno poi beneficiato nel ritrovare alcuni dei loro cari.

Anch’io mi ero “persa” e mi sono fatta “cercare” e mi ha trovato una comunità meravigliosa e un parroco veramente eccezionale. E’ la grande opportunità che il Signore mi ha voluto donare! E’ stato così un cammino parallelo, mi sono sentita accompagnare, educare, consigliare, consolare con tanta pazienza e amore e soprattutto mi ha fatto capire quanto Dio ci ama.

E così, passando in collaborazione dal Sinodo alla Catechesi, al gruppo Caritas, e Consiglio Pastorale e quant’altro, ho avuto la sensazione di lavorare nella vigna del Signore. Ho vissuto e vivo l’esperienza che Gesù nel Vangelo dice “Pace a voi ! Come il Padre ha mandato me anche io mando voi” , “ricevete lo Spirito Santo”. Gesù non ci ha lasciati soli, prego e ringrazio continuamente il Signore, portando con me tanta gioia e continuando ad abitare in questo pezzetto di terra a Santa Croce a Quinto, dove per guida c’è il parroco don Mario Usubelli che festeggia il 50° anno di sacerdozio. Io l’ho visto. Signore benedici don Mario.                                  

Franca B.

C’eri e ci sei

Quando ero piccolino c’eri tu,

con una carezza e una benedizione.

Quando facevo i primi passi

e correvo per la chiesa,

c’eri tu che mi guardavi serio.

Quando facevo confusione c’eri tu

che mi sgridavi.

Quando piangevo, c’eri tu

che mi consolavi.

Quando soffrivo

Tu soffrivi con me.

Quando sorridevo

Tu sorridevi con me.

Quando non cantavo,

tu cantavi per me.

Quando facevo festa

tu facevi festa con me.

Grazie don Mario di esserci.

Grazie don Mario

Di essere quello che sei.

 

Poesia scritta in occasione del 25° da un gruppo di ragazzi di catechismo

 

 Parrocchiano acquisito…

Sono a Quinto da poco più di sei anni. Abitavo a Firenze dove sono nato e vissuto. Prima di traslocare, mentre alla “casa nuova” effettuavo lavori di ristrutturazione, più volte mi sono fermato in quella che sarebbe diventata la mia nuova chiesa per qualche preghiera. Ho subito apprezzato la bellezza del complesso parrocchiale e in particolare il fascino dell’ampia e ben tenuta aula liturgica. Però all’inizio per un po’ ho continuato nella mia vecchia abitudine di “cittadino” che la domenica va alla Messa in Duomo. Tutti conoscono lo splendore della nostra Cattedrale, per di più una liturgia solenne cantata in latino quella della Messa Capitolare delle 10,30: un’abitudine piena di suggestione e di attrattiva che mi appagava molto. Dopo del tempo, per la distanza, la difficoltà di parcheggiare, la tarda ora del rientro che obbligava mia moglie a vere volate per preparare il pranzo, abbiamo iniziato, prima saltuariamente, poi con continuità a seguire la Messa in parrocchia, come ogni buon parrocchiano dovrebbe fare. All’inizio non nascondo che tutto ciò che di “maestoso” a cui eravamo abituati non c’era, e un po’ ci mancava. Sembrava quasi che si venisse meno al nostro privilegio di essere “cittadini” e che ci si trovasse quasi esiliati in campagna. Poi, pian piano, insieme all’appannarsi di un atteggiamento un po’ snob, abbiamo maturato tante cose nuove, la prima di tutte che il Signore non si riceve in misura maggiore in una chiesa più importante, poi che le liturgie erano ben curate e che i sacerdoti, forse un po’ dimessi, senza tutti quei paramenti, erano veramente bravi: le loro omelie erano altrettanto belle e cariche di contenuti preziosi di fede genuina. Per farla breve la nostra nuova parrocchia ci ha pienamente conquistati: abbiamo trovato in don Mario, in don Arturo e in don Lorenzo prima, e don Giacomo poi, guide spirituali sempre presenti, affabili, disponibili, pieni di fede e di umanità. Così il rapporto è divenuto bello ed è nata accanto e insieme a una familiarità una vera amicizia e fraternità di cui siamo molto grati a tutti e in modo particolare alla nostra guida: don Mario.

Carlo G.

Penitenza...

Tutte le pecorelle in coro

ti dicon “grazie”

o buon pastore Mario…

dal fare austero e lapidario,

primario e mai accessorio

solo apparentemente serio…

trasudi in realtà il sarcasmo

dell’ironia degli anni

passati qui con noi.

O Mario sacerdote

porti con te la dote

dei talenti a te dati,

cinquantenaria prece

vissuta cinque lustri

in Santa Croce.

Attore e spettatore,

con pragmatismo acerrimo,

dietro le quinte in Quinto

la parte a te impartita

riporta nella sporta

le pagine a Lui care

che interpreti ai fedeli.

Agl’occhi dell’Argante,

indomito regista

che da lassù ci guarda,

pari senz’altro degno

di rimaner ancora

in questo bel teatro

a promulgarci note

che intoni a non finire.

Per molto tempo ancor

certo non calerà il sipario,

che funge da sudario,

su questo tuo calvario

Lui non ti vuole altrove,

manco ci pensa:

sia solo nostra

la giusta penitenza.     

 

                                                          Renato A.

Uomo di fede, uomo di Dio

Aspirazione di ogni cristiano è essere uomo di Dio, vivere da uomo di Dio, respirare del suo respiro, palpitare del suo sentire: a ciò appunto provvedono fede, speranza e carità, le tre virtù teologali, che da Dio stesso promanano e a Dio stesso tendono.

E’ di fede l’uomo che ha fiducia, si fida di Dio, se ne fida sempre, anche quando fosse in mezzo a una tempesta: lui sa – è intelligente – che la catastrofe è ad un passo, la vede, la sperimenta ma non dispera perché è radicato in un “altrove” che trascende la realtà mutevole. Ma è possibile essere uomo di fede anche in senso “immanente”: quando,cioè, si crede nell’uomo e nella sua progettualità storica, nella possibilità che egli ha di riscattarsi e crescere, di tornare a fiorire di odorose primavere dopo inverni grigi, di riscattarsi ora, domani, nell’ultimo istante; non lo si condanna mai, lo si esorta, lo si sollecita. All’uomo di fede, la scena della storia appare certo tragica ma, nel viluppo di molte contraddizioni, lui solo coglie i soffi dello Spirito e li raccoglie a comporre un quadro paradossalmente positivo. Sicché la speranza, nelle mani dell’uomo di Dio, non è insipiente bonomia ne’ generico ottimismo ne’ ebete stordimento: la speranza diventa impegno instancabile ed incessante nella edificazione della storia oggi per e a fianco dell’uomo di oggi, di ogni uomo, chiunque sia. La speranza, nell’amore dell’uomo di Dio, pur adoperandosi con ogni suo mezzo per redimere il presente, sa che la redenzione tutta si compie non nell’immanente ma “nei cieli e terre nuove” che sono dono di Dio; tuttavia, pur sapendo di essere un servo inutile, non tralascia niente di ciò che è in suo potere. Non pretende nemmeno di vedere il germoglio del seme che ha gettato: in Dio esso fiorirà, quando e come non è affar suo.

E’ affar suo, invece, mentre si adopera a vivere in Dio, far sì che Dio traspaia dai suoi gesti e dalle sue parole a edificazione del bene comune: la carità è perciò la principale delle sue occupazioni, è la virtù che informa il suo vivere e riempie la sua giornata terrena. L’amore è la sua sola ossessione, sia esso accoglienza, rimprovero, aiuto concreto, tempo ed energie comunque spese per gli altri. E’ un amore maschile perché è privo di leziosaggini, e femminile insieme, perché è squisito e rassicurante.

Per me don Mario, lei è uomo di Dio, cioè uomo di fede, speranza e carità.

Donatella P.

 

 

E venne un uomo   di don Arturo Usubelli

Presentazione

Essendo fratello del festeggiato, volevo esimermi, per ragioni di consanguineità dal fare dei pronunciamenti su di lui. Poi ho cambiato parere. E ora vi presento il mio scherzo da prete che ha come titolo: “E venne un uomo”. Titolo che lo accosta a Giovanni XXIII che in Piazza S. Pietro, una volta, si sentì dire da una donna: “Mamma mia quanto è grasso”. Al che lui rispose con la sua solita verve: ”Ma lei lo sa che il Conclave non è un concorso di bellezza?”. E si fece amare senza essere bello.

 

La creazione

In principio Dio creò il cielo e la terra. Quando creò me stava ancora finendo il cielo e mio padre che dalla gioia per il primo maschio toccava già il cielo col dito, ne staccò un pezzo, purtroppo piccolo e formò mio fratello che restò sempre il fratello più piccolo e io rimasi sempre il maggiore. Ma quel piccolo e impertinente faceva sempre dei capricci originali, e tutti i più grandi di lui, in famiglia, dovevano cedere. Non era ancora una zucca dura come poi sarebbe diventato, ma si vedeva che aspirava già a portare lo zucchetto, se non bianco come quello del Papa, almeno color pelle, come il suo caschetto,  per non far vedere quella piazza pulita che ora la sua testa è diventata. Se fosse a Siena ci si potrebbe far svolgere il Palio

 

La vocazione

Ma poi arrivò la vocazione mia, cosa un po' strana per i miei scherzi ai superiori, per i quali cominciai ad essere fumo negli occhi, ma ancor più strana per lui che dopo quattro anni pensò di imitarmi, con gran perplessità di mia madre che proprio prete non lo vedeva, ostinato com'era; ma ci fu una santa zia che intercedette e cominciò a chiamarlo: Angelo. Poi piano piano ci ammansimmo tutti e due, io a forza di botte, lui con la diplomazia del quatto quatto, capace di farsi i comodi suoi e di farli apparire chiamate di Dio. Per la verità alla partenza da casa non pianse molto, partiva col fratello, il sottoscritto, con cui aveva litigato un'ora prima, ma gli scesero due lacrimoni quando io, il più anziano, gli citai i pensieri di Lucia Mondella - Promessi Sposi.

 

La partenza da casa

Addio monti sorgenti dall' acque ed elevati al cielo, cime ineguali, note a chi è cresciuto tra voi e impresse nella sua mente, dalla Cornagera al Podona, dal Purito all'Arera, dal Poieto al monte Misma. Quanto è triste il passo di chi cresciuto tra voi se ne allontana. Addio casa natia dove sedendo si era imparato a distinguere dal passo ogni persona che si avvicinava, dove il cesso era in comune e per entrarci bisognava fare la fila come alla ASL; addio chiesa, dove l'animo tornò tante volte sereno ed altre col sedere sbatacchiato perché non si era studiato il catechismo. Addio.

Gli anni di studio

E così, non so se per imitarmi o sorpassarmi, dopo quattro anni dal mio ingresso in seminario, ci entrò anche lui. Ma ci incontrammo solo nelle superiori, perché quando io ero nel liceo, lui faticava ancora nel ginnasio. Faticava per modo di dire, più che altro ricopiava gli stessi compiti, temi, traduzioni, esercizi di matematica che io avevo svolto quattro anni prima. Allora i testi non si cambiavano tutti gli anni, ma a ogni morte di professore e in quegli anni non ne moriva nessuno. A chi si complimentava con nostra madre perché aveva due figli avviati al sacerdozio, lei, per nulla insuperbita, scherzava dicendo che le disgrazie non vengono mai sole. E di fatto si è visto che anche Papa Benedetto XVI ha un fratello maggiore prete, per questo ora è già in via di miglioramento, come tutti i neopapi, tranne Papa Giovanni, che era già buono prima, perché era di Bergamo. Mio fratello prete, per un po’ soffrì di insonnia, ma poi, sollecitato dal mio esempio se ne fece perfetto imitatore e così, tra noi due, si fece un sodalizio. Essendo ambedue Usubelli, in caso di necessità, l’uno sostituiva l’altro, finché trovammo un santo chierico che ci sostituiva tutti e due; ma rimanemmo famosi lo stesso e il chierico fu fatto santo subito perché tappava benissimo i nostri buchi. Tant’è che quando arriviamo a Bergamo c’è sempre qualcuno che ci riconosce e dice: “Ah, tu sei fratello di Don Mario”. “No, io sono fratello di Don Arturo”. E ciascuno si appropria dei meriti dell’altro e lascia all’altro i demeriti e le colpe.

 

Al Paradiso

Quando io entrai in teologia, lui stanco di seguire le mie orme, mi tirò un colpo mancino, e, per uno scambio di binari, da lui furbescamente organizzato, io mi ritrovai nel vecchio e fatiscente seminario con tutti i superiori che mi guardavano male per i miei precedenti, e lui si ritrovò, manco a dirlo, nel Paradiso, istituto destinato alle missioni interne all’Italia, mentre io condannato a restare in Padania, come candidato cappellano di Umberto Bossi che non avrebbe mai raggiunto l’età della ragione, sono rimasto lì fino all’età della pensione.       

 

Prima tappa: Il meridione

Molto presto a lui arrivò un telegramma che gli imponeva di partire per il meridione. Io ero preoccupato sapendo che da giovanissimo non aveva mai usato né la bicicletta né la moto (le nostre strade di un tempo erano dei sentieri) e quando faticosamente conseguì la patente per la macchina (una cinquecento-trappola), tutti, dalle Alpi alle Piramidi, dal Mazzanarre al Reno, da Piedimone ad Alife, da San Potito a Caserta, tutti, ripeto, si chiusero in casa, le abitazioni furono blindate, transennate le strade, stracciato il sogno berlusconiano del ponte sullo stretto, carri-attrezzi mobilitati, spazio aereo chiuso. Ma lui, con cipiglio grintoso decise di partire per Quarto e arrivare a Marsala come Garibaldi. Sbagliò strada perché invece di Quarto arrivò a Quinto e invece di trovare Marsala si ubriacò di Vin Santo. Ma questi sono dettagli insignificanti. Però la mobilitazione ci fu, si riuscì a scongiurare i pericoli, ma la sua 500 piena di ammaccature, finalmente, con grande sollievo di tutti, si incendiò. Corsero i Biancalani, ma la colpa era dell’impianto elettrico. Allora chiamarono i Vestrini, l’ingegnere delle luci spente. Niente da fare, comunque le persone erano salve. L’unica vittima fu una coccinella che stava sul cruscotto e si lasciò bruciare affrontando il martirio per salvare il malcapitato alla guida della vettura.

Ma qui siamo già troppo avanti. Per arrivare nel meridione ci furono tanti altri incidenti, si sfasciarono diverse macchine; una dopo l’altra gliele rimisero insieme e non fece mai danni mortali, almeno a sé, e neppure agli altri. Quelli che fece se li fece tutti addosso per colpa sua: niente assicurazione, solo fortuna e Spirito Santo in preallarme continuo.

 

E si fece meridionale

Era partito da Lu Paisiello tanto a lui caro e tanto bello, che si chiamava AMA, e a lui piaceva, perché S. Agostino aveva detto: “Ama e fa' quello che vuoi”. Di fatto lui per un po’ amò e per il resto fece quel che voleva. Una volta raggiunta la terra dei Borboni vi rimase e intontì di musica le case, le strade e la chiesa e cominciò a gozzovigliar di pastasciutta e di ragù, tutta roba nostrana napoletana, dove la pizza regnava sovrana. Con l’amico don Pasquale sedette in qualità di commensale alla tavola dei nobili, tutti "don”, tutti dottori, dal calzolaio al becchino, dal sindaco al messo comunale. In mezzo a loro lui sembrava il cavaliere di un pony, ma pur sempre cavaliere.

 

Il Concilio

Ma poi, avvicinandosi il Concilio fu convocato a Roma come esperto in pastasciutta e lì dalla parrocchia S. Giustino, prima come viceparroco, poi come parroco e poi come musicista stimolatore della sua giovanissima pupilla, Stefania Bono, artista di eccezione. Lui portava vettovaglie ai padri conciliari e sarebbe diventato cardinale se la salute l'avesse accompagnato. Fece perciò un po' di convalescenza. Fu in questo periodo che intraprese anche il trapianto dei capelli. I risultati sono qui da vedere, o meglio, non si vedono perché lui invece di farsi trapiantare i capelli si è fatto trapiantare il cappello, baschetto, o quel che sia, cosa che non abbandona mai, neanche quando va a letto. Poi si specializzò nel far l'interprete, ma di lingue conosceva appena la sua e quella di sua madre. No, ma non l'interprete poliglotta, ma quello che raduna un gruppo, gli dice di far questo; poi, siccome non lo fa mai come lui vorrebbe, alla fine decide che deciderà lui, così saranno tutti contenti delle decisioni prese all'unanimità. E' così che piano piano, interpretando il parere di tutti, lo riassume e lo fa coincidere col suo, perché "siano una cosa sola". Lo dice il Vangelo! Questa morbida prevaricazione clericale è presente nel DNA di quasi tutti i preti. L'avevo anch'io quando ero parroco.

 

In Toscana

Poi si convinse che era meglio andare in Toscana e lì, nuovo, sconosciuto, visse quasi solo per un po’. Don Renato gli forniva gli avanzi  del mercato ortofrutticolo. Il monsignore che da lui alloggiò per una notte non poté cenare perché il tozzo di pane duro non era masticabile e la carota cruda non era mangiabile. Tutto il resto è storia recente e conosciuta dai maggiori di 30 anni: le due cappelle; il progetto della nuova chiesa; la posa della prima pietra tra pioggia, fango e fusti di granoturco; l’inaugurazione con il Cardinale Piovanelli, la comunità che cresce, il pastore che invecchia, il quartiere che si ingrossa, i viceparroci che si susseguono e don Giacomo che ingrassa con le frequenti cene fuori porta e la chitarra che fa concorrenza alla corale, purtroppo affetta da senilità precoce, nonostante gli sforzi del direttore d’orchestra. Nel frattempo, purtroppo, muore Don Pasquale da cui ha ricevuto tanto affetto e tanta discrezione da farne il nonno di tutti. Ma io gli sarò grato specialmente perché per lui si concretizzò l'idea del montacarichi, usato prevalentemente da me che l'ho ribattezzato montapreti. Di me non dico niente: ci sono perché non ho ancora trovato la pietra filosofale che mi dovrebbe rendere invisibile. Sono un extraterritoriale senza fissa dimora, però con la garanzia di una pietra per poggiare il capo quando non piove, contrario naturalmente don Giacomo. Quello odia tanto i preti anziani che se potesse ci manderebbe addosso lo tsunami; tutto perché, vista la fine di Papa Giovanni Paolo II, vorrebbe farci santi subito. Ma santo subito diventerà lui, se proprio vuole, Don Mario non ne parla, la Gina non ci sta, l’Elisabetta l’ho già prenotata come mia badante. Io lascio a lui la precedenza, tanto lui di mattino non c’è perché dorme, di sera neppure perché deve strimpellare con la chitarra insieme a Claudia, Sandra, Barbara, Vanessa, Maria Novella, Benedetta e tante altre, per non parlare dei maschi, mentre a mezzogiorno ha ben altro a cui pensare quando è davanti alla tavola. E qui siamo già entrati in un terreno ispido, quello delle corali.

 

Le corali

C'è da dire che lo spettacolo di fine maggio ha in parte, solo in parte, riscattato le deludenti prestazioni del passato, parlo della Corale classica, ma c'è anche da dire che subito dopo i giovani l'hanno surclassata riscuotendo maggiori appalusi, non si sa se per ragioni artistiche o estetiche. La Zina ci ha rimesso 10 fazzoletti per asciugarsi il sudore, poi alla fine è scoppiata in lacrime per consumare anche gli altri 10. Concetta e Alessandra sono diventate pezzi insostituibili, ma anche Letizia, molto meglio di suo padre che ha rovinato anche l'inno dei carabinieri. In genere le figlie, anche Francesca, sono molto meglio dei genitori.

Il santo subito arriverà alla scomparsa di Don Mario che mi sembra il più adatto a entrare nel Regno dei Cieli, anche se i cori degli Angeli avranno qualcosa da rimproverargli, visti i cori che ha organizzato qui: dalle “oche del Campidoglio” ai “gufi notturni”, dalle “pecore belanti” ai “lupi che abbaiano alla luna”, dalle “romanze riadattate del Frosali” ai “tuoni del Guarducci”.

 

I collaboratori

Nell'arco di tempo dei suoi molti anni trascorsi a Quinto Basso, c'è da dire che tanti hanno collaborato in varia misura al suo impegno parrocchiale. Dai membri della corale che ho già citato, agli ortolani che almeno qualche frutto lo danno, più o meno maturo, ma poi ci sono i liturgisti che, in soli quattro gatti ti preparano cerimonie stupende magari tra fischi e fiaschi, mentre per fiori e tovaglie c'è sempre Maria Catalano, candidata alla laurea honoris causa per gusto e precisione. Poi c’è il Consiglio Pastorale che più pastorale non si può, visto che è sempre il pastore che guida il gregge, e le pecore, non c’è che dire, sono sempre carine, specialmente nel presepio, quando è Antonio che le sistema; ma poi le donne delle pulizie che, come le oche, sembrano tante anche quando sono poche, fatta eccezione di Adolfo e moglie che giorno e notte strofinano i pavimenti; poi c’è Carlo addetto ai conti su cui veglia Cappelli, e si vede come è pasciuto; ma poi tanti e tanti che non ho tempo di nominare, ma tutti disponibili e generosi, come Renato nel fare gli errori sul notiziario che qualche volta scambia il Vangelo della Domenica, ma tanto, la gente non se ne accorge. Ho sottaciuto di proposito la categoria dei buongustai che non ti perdonano un'occasione mancata per imbandire qualsiasi tipo di vettovaglia. E tutti questi e tanti altri affollano i rinfreschi e lasciano anche generose offerte creando uno stuolo di santi bevitori pronti a tutto, pur di consumare. E tutto questo è socializzazione in una parrocchia dove non ci sono Epuloni e neanche i figli di Berlusconi. I maligni dicono che tutti i salmi finiscono in Gloria, ma lei ti dice che vorrebbe cambiare nome per non sentirsi nominare in tutti i salmi, le Messe e i rosari e anche perché non ha neppure un onomastico. Poi c'è il grande gruppo dei catechisti e animatori. Qualche volta questi ultimi mi scappa di chiamarli animalisti, ma sono quasi tutti bravi, specie a far giocare i più piccoli

 

La strage degli innocenti

Certo che, da bravi animalisti avrebbero dovuto salvare gli uccelli di Roma. E qui, per spiegare e concludere devo dire che al suo arrivo in cielo, San Pietro rammenterà a Don Mario la famosa starge degli innocenti. Difatti gli dirà: “Guarda che io da un po’ di tempo in qua ho smesso di proteggere gli uomini. Mi danno più soddisfazione i cani, come quello del Giannini, il grande Ettore, e quello di Laffi, tutto devoto e sempre a Messa; tant’è che quando gli chiesi quale parte della Messa gli era piaciuta di più mi disse con la coda: Quando il prete ha detto: la Messa è finita, andate in pace”. Adesso mi sono iscritto all’Ente di Protezione degli Animali, ribadirà S. Pietro, e se tu hai la memoria buona come ce l’ho io, dovresti ricordare la strage degli uccellini che portasti da Roma a Bergamo quando sei venuto via. Volevi fare una mostra ornitologica permanente a Firenze, e in rispettive gabbie caricasti tutte queste creature piccole e innocenti, una più bella dell’altra, nel bagagliaio della tua macchina, che essendo luglio divenne subito un forno, senza aria condizionata. E quando sei arrivato a casa mia a Bergamo, tutti i bipedi piumati caddero fuori dalle gabbie aperte, così bellini, così quietini: nessun cinguettio, nessuno svolazzo; erano tutti morti col becco spalancato. Una vera strage degli innocenti. Ma tu fruirai di tutte le preghiere che le nonnine han fatto per te quando accendevano i lumini alla Madonna, e alla fine, lo so come fa Dio, ti perdonerà tutto per la sua misericordia e ti dirà alla fine :”Passa anche tu che sei pelato e brutto, è passato anche tuo fratello che era peggio". E sarai santo quasi subito.

 Scherzi da prete

don Arturo

 

C’è sempre qualcosa da dire sui preti:

*      Se il prete una volta parla dieci minuti più a lungo – è un parolaio;

*      Se durante una predica parla forte – allora urla;

*      Se non predica forte – non si capisce niente;

*      Se possiede un'auto personale – è capitalista, è mondano;

*      Se non ha un'auto personale – non è capace di adattarsi ai tempi;

*      Se visita i suoi fedeli fuori parrocchia – allora gironzola dappertutto;

*      Se frequenta le famiglie – non è mai in casa;

*      Se rimane in casa – non visita mai le famiglie;

*      Se parla di offerte e chiede qualcosa – non pensa ad altro che a far soldi;

*      Se non organizza feste, gite, incontri – nella parrocchia non c'è vita;

*      Se jn confessionale si concede tempo – è interminabile;

*      Se fa in fretta – non è capace di ascoltare;

*      Se comincia la Messa puntualmente – il suo orologio è avanti;

*      Se ha un piccolo ritardo – fa perdere tempo a un monte di gente;

*      Se abbellisce la chiesa – getta via i soldi inutilmente;

*      Se non lo fa – lascia andare tutto alla malora;

*      Se parla da solo con una donna – c’è sotto qualcosa;

*      Se parla da solo con un uomo – eh!... ;

*      Se, prega in chiesa – non è un uomo d'azione;

*      Se si vede poco in chiesa – non è un uomo di Dio;

*      Se si interessa agli altri – è impiccione;

*      Se non si interessa – è un egoista;

*      Se parla di giustizia sociale – fa della politica;

*      Se cerca di essere prudente – è di destra;

*      Se ha un po' di coraggio – è di sinistra;

*      Se è giovane – non ha esperienza;

*      Se è vecchio - non si adatta ai tempi;

*      Se muore – non c'è nessuno che lo sostituisce !!!

 

Si cerca per la Chiesa un uomo

capace di rinascere

nello Spirito ogni giorno.

 

Si cerca per la Chiesa un uomo

senza paura del domani,

senza paura dell'oggi,

senza complessi del passato.

 

Si cerca per la Chiesa un uomo

che non abbia paura di cambiare,

che non cambi per cambiare,

che non parli per parlare.

 

Si cerca per la Chiesa un uomo

capace di vivere insieme agli altri,

di lavorare insieme,

di piangere insieme,

di ridere insieme,

di amare insieme,

di sognare insieme.

Si cerca per la Chiesa un uomo

capace di perdere

senza sentirsi distrutto,

di mettersi in dubbio

senza perdere la fede,

di portare la pace dove c'è inquietudine

e inquietudine dove c'è pace.

 

Si cerca per la Chiesa un uomo

che sappia usure la mani

per benedire

e indicare la strada da seguire.

 

Si cerca per la Chiesa un uomo

senza molti mezzi,

ma con molto da fare,

un uomo che nella crisi

non cerchi altro lavoro,

ma come meglio lavorare.

 

Si cerca per la Chiesa un uomo

che trovi la sua libertà

nel vivere e nel servire

e non nel fare quello che vuole.

 

Si cerca per la Chiesa un uomo

che abbia nostalgia di Dio,

che abbia nostalgia della Chiesa,

nostalgia della gente,

nostalgia della povertà di Gesù,

nostalgia dell'obbedienza di Gesù.

 

Si cerca per la Chiesa un uomo

che non confonda la preghiera

con le parole dette d'abitudine,

la spiritualità col sentimentalismo,

la chiamata con l'interesse,

il servizio con la sistemazione.

 

Si cerca per la Chiesa un uomo

capace di morire per lei

ma ancor più

capace di vivere per la Chiesa,

un uomo capace di diventare,

ministro di Cristo.

profeta di Cristo,

un uomo che parli con la sua vita.

 

Si cerca per la Chiesa un uomo.

don Primo Mazzolari