50° anniversario dell’ordinazione
sacerdotale di don Mario Usubelli
Le
fotografieà Il concerto La Concelebrazione La Festa
PREMESSA,
ma lo potete leggere anche dopo
|
Q |
uesta edizione
speciale del “Messaggio”, a tiratura
limitata, lo si capisce
fin dalle prime righe… non ha come
“direttore responsabile” don Mario, ma ne è il protagonista. Non è quindi “a cura di don Mario” che da curatore diventa “curato”, come
del resto è… e, per una volta, sotto l’egida del Consiglio Pastorale, la
redazione prende le redini.
Celebriamo e partecipiamo al suo 50° anniversario
dell’ordinazione sacerdotale con alcuni piccoli segni, poche significative
cose, quel tanto che basta per sottolineare comunque un bel traguardo che il Signore
ci ha concesso:
Essere suoi contemporanei.
Segni comunque al di sopra di quanto la sua umiltà vorrebbe.
Combattuto tra il fare e lo strafare, il “Consiglio Pastorale senza presidente” ha
deciso quindi per questa edizione del Messaggio, il concerto di sabato sera 11
giugno 2005, la solenne concelebrazione di domenica 12, e il pomeriggio di
testimonianze/spettacolo e “agape fraterna”, come ama dire il sor priore.
Qui di seguito, dopo un’autopresentazione di don Mario estrapolata da
un articolo richiesto per l’occasione dal Rettore del Seminario di Bergamo,
arbitrariamente intercettato dalla redazione, ci sono una serie di
testimonianze e pensieri. Non mirano, per ora, all’inizio di un processo di
beatificazione…
Dato che nulla è comunque mai definitivo, se vi viene in
mente qualcosa da dire, fare
baciare lettera e testamento, mandatecelo anche a posteriori per posta elettronica, o a mano.
Buona lettura
La redazione
Eucarestia e sacerdozio
Sull’onda delle
celebrazione eucaristiche or ora culminate con la festa liturgica del Corpo e
Sangue di Cristo si profila l’includibilità di accostare questo eccelso mistero
all’altro a cui è indissolubilmente unito: il sacerdozio. E per un provvidenziale
disegno del calendario di Dio, la nostra comunità ha la fortuna di vedere oggi
incarnato questo secondo mistero nella persona del suo benemerito parroco, don
Mario Usubelli, da 23 anni alla guida di questa comunità, e che oggi celebra il
50° anniversario della sua ordinazione sacerdotale.
A dar motivo a questa circostanza
dei misteri è innanzitutto l’interdipendenza che li caratterizza: non ci
sarebbe Eucarestia senza sacerdozio, non ci sarebbe sacerdozio cristiano senza
l’Eucarestia.
Ovvio il
motivo: se tutti i sacramenti sono finalizzati all’Eucarestia (il vero vertice
che li giustifica tutti e a cui tutti sono ordinati), tra il sacerdote che
“produce” l’Eucarestia (si tratti dell’unico eterno Sacerdote Cristo, o
dell’ultimo pretino testé consacrato) e l’Eucarestia stessa, non c’è solo un
legame come tra causa ed effetto, ma c’è una sorta di simbiosi, per cui ognuno
dei due poli è contestualmente causa ed effetto dell’altro. Per dirlo più
appropriatamente ci vorrebbe l’arte di Dante che nella preghiera di san
Bernardo a Maria, esprime il più arguto concetto di simbiosi in un paio di
versi
Vergine madre figlia del tuo figlio…
tu
se’ colei che l’umana natura
nobilitasti sì che
’l suo fattore
non disdegnò di
farsi sua fattura.
Più banalmente potremmo dire: Cristo
fa il sacerdote (mediante l’ordinazione), il sacerdote fa Cristo (mediante la
consacrazione).
Ma non solo. La presenza fisica (se
pur sacramentale, che non vuol dire solo simbolica) di Gesù nell’Ostia santa
che si presta ad essere “mangiata” da esseri umani, quindi costituzionalmente
fisici, oltre che spirituali, ci dice che l’Eucarestia è parte del nostro
mondo, del mondo in cui Cristo invierà i suo discepoli e li renderà atti a
essere memoriale vivo della sua azione di salvezza, prolungando nel tempo la
sua parola, il suo esempio, il suo amore, la sua passione morte e risurrezione.
Quindi in un certo senso, il sacerdote oggi non “fa” solo l’Eucarestia ma
è l’Eucarestia e l’Eucarestia è il sacerdozio attualizzato giorno per giorno
nel cuore di chi se ne nutre. Cito a conferma quanto viene detto dal Catechismo
della Chiesa cattolica (nn 610 e 611) “La vigilia della sua passione, Gesù, quand’era ancora libero, ha fatto
dell’ultima Cena con i suoi Apostoli il memoriale dell’offerta di sé al Padre
per la salvezza degli uomini: «Questo è il mio Corpo che è dato per voi»” (Lc 22,19). “Questo è il mio
sangue dell’alleanza, versato per molti in remissione dei peccati” (Mt 26,28). L’Eucarestia che egli
istituisce in questo momento sarà il “memoriale del suo sacrificio”. Gesù nella
sua offerta include gli apostoli e chiede loro di perpetuarla. Con ciò Gesù
istituisce i suoi apostoli sacerdoti della Nuova Alleanza: “Per loro consacro
me stesso, perché siano anch’essi consacrati nella verità” (Gv 17,19).
C’è una sola differenza non trascurabile, ma ovvia. Alla
fine dei tempi l’Eucarestia cesserà, non ce ne sarà più bisogno. Lo vedremo
faccia a Faccia senza lo schermo delle specie del pane e del vino. Il
sacerdozio invece continuerà. Non perché ci sia ancora bisogno di chi “fa
l’Eucarestia” (se ne è cessata l’esistenza!) e neppure perché qualcuno ha
sempre guardato al servizio sacerdotale come a un’intermediazione tra il popolo
e Dio (concetto fortemente vivo
nell’Antico Testamento, pensiamo ad Aronne), ma perché l’unzione
sacerdotale è, come quella battesimale e crismale, una realtà indelebile, garantita da Cristo: “Tu sei sacerdote in eterno secondo l’ordine di
Melchisedech. Non mi chiedete perché. Sono affari di Dio, cioè misteri. Quando
dell’Eucarestia e di altre realtà sacramentali e liturgiche si dice che sono
memoriali di Cristo si intende dire che essi non sono solo ricordo di ciò che è
avvenuto tanto tempo fa, ma sono anche anticipazioni reali di ciò che avverrà
magari solo alla fine dei tempi e che a noi è consentito celebrare come realtà
concrete e attuali proprio perché Cristo è l’ieri, l’oggi e il sempre. Ma don
Mario deve sapere che se si parla d’eucarestia e di sacerdozio, non valgono i criteri
terreni. Noi di solito sappiamo la data di nascita, sapremo, ma solo
nell’aldilà, quella della morte. Il sacerdote invece, non è che ne sappia di
più, però sa la data della sua ordinazione e sa che non c’è data per il
“cessato servizio”. Dovrà preoccuparsi che sia “onorato servizio”. Quello sì,
ma sarà comunque un servizio che non conoscerà termine come quello che rende
Lui che non conosce limiti né di tempo né d’amore, colmandoci di fede e di
speranza, così da sentirci in un mondo nuovo, come dice Padre Turoldo
in una sua lirica:
Cieli di sangue abbiamo veduto,
fiumi di lacrime
..scorrer sul mondo
la stirpe umana è sempre perduta,
solo nel Cristo esiste salvezza.
Ognuno, solo, in mezzo al deserto,
cercava ognuno giustizia e non c'era,
e libertà invocava e non c'era,
pur nella casa ognuno era solo!
Venne a rifare ogni cosa da capo,
uomo e fratello dal cuore di Dio:
solo per esser ultimo a tutti
come un agnello condotto a morte.
La madre sola capiva il suo male:
suo male era l'amore per l'uomo,
suo male era l'amore del Padre:
che non ci amiamo, è questo il suo male!
«Di questo tempio non resti una
pietra,
io ne farò un altro nuovo,
immortale!».
Fu quello il giorno atteso dal mondo,
quando da morte esplose la vita.
D'allora egli cammina sul mare,
a porte chiuse egli viene al convito,
come la voce al roveto egli dice:
«Io sono il vostro futuro per sempre».
Vera dimora di Dio è il cielo,
la creazione intera sua tenda:
suo tabernacolo il corpo dell'uomo,
suo corpo è tutto il genere umano.
Giunta è Così la pienezza del tempo,
del sangue suo si indora la terra:
in un santuario non fatto da uomo
Egli è entrato una volta per sempre...
Non come noi, i nati nel male,
noi mendicanti ogni giorno di grazia:
mai altro sangue ci rende più mondi
né questo mare ci giova di pianto.
E dunque quanti diciamo di credere
di nessun corpo versiamo più sangue:
non più un uomo si uccida nel mondo
non altra vittima in tutta la terra.
Lavàti invece con acqua purissima
per questa via vivente entriamo
cantando il cantico nuovo alla pace,
al sacerdote che è unico, il Cristo.
Sia lode a Cristo venuto a morire,
perché da morte noi fossimo liberi:
per il suo Spirito liberi e nuovi
in comunione di vita col Padre.
don Arturo Usubelli, fratello suo
malgrado
Caro Don Mario...
Come avremmo potuto non esser qui, con te, oggi?
Far festa con semplicità insieme per ringraziare il Padre di questi tuoi
50 anni vissuti con coraggio, instancabile apertura e disponibilità al servizio
del Suo Regno, è una Gioia che, come tanti altri momenti vissuti e altri ancora
da vivere, cementa la nostra comunità!
La maggior parte dei miei ricordi si intrecciano con i volti e i luoghi
della nostra parrocchia, con le parole e gli avvenimenti di tante persone con
cui qua sono cresciuta, con i sorrisi e i pianti della nostra comunità!
Hai tentato di educarmi, fin da piccola, ad essere disponibile e attenta
alla voce di Dio e, soprattutto con il tuo esempio, mi hai insegnato che ciò
che il Padre vuole dai suoi figli è una cosa sola: Amare tutte le persone che
ogni giorno ci permette di incontrare, conoscere, incrociare!
Le storie degli uomini si intrecciano quotidianamente se lasciamo liberi
i nostri passi di andare verso gli altri, i nostri cuori aperti per accogliere,
le nostre braccia disponibili a costruire insieme!
Grazie Don Mario per la forza, la costanza, il coraggio e l’Amore con
cui hai contribuito a costruire questa nostra comunità e … per la pazienza e la
disponibilità con cui da ventisette anni mi stai vicino!
Alessandra M.
Un semplice ma allo stesso
tempo un grande grazie, alla tua disponibilità ad ascoltarci e a darci la forza
di cercare quell’Amore vero che Dio ogni giorno instancabilmente ci dona
attraverso la vita di tutti i giorni. La tua testimonianza è per noi un esempio
di vita vissuta allo scopo di far capire alle persone come vivere nel Regno di
Dio, un Regno che tutti vedono così lontano, così utopico, così irraggiungibile
da ritenerlo quasi una fiaba; tu invece ogni giorno consumi la tua vita per
dire a tutti che il Suo Regno è già in noi. La tua vita è, e sarà sempre per
noi, esempio di gratuità e di disponibilità verso il prossimo.
ìEmiliano e Sara
Nel
1992 mio figlio Giorgio si è ammalato di una grave depressione che ne ha
modificato il comportamento.
Questo mi ha impedito di partecipare a tutte le attività
della parrocchia perché lui non voleva uscire di casa e io non potevo lasciarlo
solo.
Un giorno è venuta a trovarmi una persona del gruppo della
Caritas. Era stata inviata da don Mario per informarsi su cosa fosse successo e
in che modo avrebbe potuto aiutarmi.
Da quel momento tutto il gruppo della Caritas mi è stato
vicino.
Venivano ogni settimana, due persone per volta, passavano
alcune ore con Giorgio, gli facevano compagnia, lo facevano giocare, cercavano,
a volte senza riuscirci, di portarlo fuori.
Un giorno Giorgio è stato preso da un grave malore e si è
trovato in pericolo di vita.
Abbiamo passato in ospedale un pomeriggio e una notte di
passione.
La mattina dopo era domenica e la prognosi era ancora
riservata.
Alle sette ho telefonato ad una di queste amiche della
Caritas e le ho detto di dire a don Mario di pregare per Giorgio durante le
messe.
Quella domenica, in tutte le messe, tutta la comunità ha
pregato per Giorgio su invito di don Mario.
In tutti questi anni, intorno a Giorgio si è creato un
gruppo di amici meravigliosi che sono un vero e proprio “Dono di Dio”
È proprio vero.
Quanto più
grande è la nostra debolezza tanto più forte è l’intervento di Dio, che anche
se non ci toglie la sofferenza, ci da’ la forza di sopportarla.
Grazie don
Mario ! …
Grazie
amici ! …
Grazie
infinite, Signore Gesù !.
Maria S.
Anche se non
siamo presenti il nostro pensiero è a Lei e a tutta la comunità di Quinto per ringraziare
il Signore che ti ha dato la possibilità di conoscerla da 25 anni e di
apprezzare
Il Signore dedichi a Lei la sua attenzione ancora per molti anni.
Auguri
Graziella e Sergio
B.
Un Matrimonio
Nel fare i nostri più
cari auguri, voglio raccontare un momento davvero speciale nel quale don Mario
ha rivestito un ruolo chiave e del quale è quindi parte integrante.
Torniamo indietro di un bel po',
quasi tredici anni!, fino all’agosto del 1992.
Io e Maarten, mio marito, avevamo
deciso di sposarci in Calabria, nel paese natale dei miei genitori, nella
chiesa dove loro stessi si erano sposati e dove si era sposato anche mio
fratello. La scelta del luogo dove celebrare il nostro matrimonio era legata
alla presenza di don Mario: solo se avesse accettato ci saremmo sposati in
Calabria.
La risposta non si fece attendere:
disse subito di sì, con slancio. Per noi tutti fu una grande gioia, oltre che
un grande onore. Don Mario fu nostro graditissimo ospite per pochi giorni e
celebrò il matrimonio nella piccola chiesetta di Careri, ai piedi
dell’Aspromonte. Furono giorni molto intensi, di gran daffare, specialmente per
i miei genitori, intenti a preparare il matrimonio, ma anche di riflessione e scambio
di idee, con mio padre che accompagnava don Mario in giro per il paese, fiero
di fargli conoscere i luoghi della sua giovinezza, e don Mario che faceva di
tutto per avvicinarsi alle persone, a volte diffidenti ma nello stesso tempo
curiose e interessate al “prete forestiero”.
Questo è il
ricordo che ci lega a don Mario e che ce lo rende vicino e familiare.
Auguri, don
Mario, auguri davvero, di tutto cuore!
Elisabetta
e famiglia Z.
Grazie perché...
Mezzo secolo è passato da quando
don Mario sacerdote è stato
consacrato.
Tanta acqua nel fiume passò,
non un goccio in sù ritornò.
Ma non conta il tempo che vola
né il capello che cade e scolora.
Quel che vale e non teme burrasca
è nel cuor radicato, e non casca.
È l'Amore, con l'A bella grossa
che alla fine in tutto ha riscossa
ed è allora che il tempo si ferma
e mill'anni so' un punto di penna.
Qui si parla dell'Amore vero,
quello grande che muove la terra
e anche in mezzo a tanti problemi
rende il vivere come una
"serra".
Ma... torniamo per qualche momento
un po' indietro, nel bel... Novecento
verso..., sì, verso gli anni settanta
quando a Quinto don Mario si
stanzia.
E perché da lontano qui venne
rinunciando alle voci ed ai cori
che giù a Roma eran proprio tesori?
Siamo un borgo si' scarso di onori!
Il perché lo scopriamo pur ora...
Lui doveva pensare alla Chiesa
che ora s'erge nel nostro quartiere
e perfino i più bravi architetti
oggi ancora la voglion vedere.
E in questa chiesa santa,
se bene ci ripenso,
don Mario ha benedetto
famiglie d'ogni censo.
Qui dentro si riuniscono
persone d'ogni terra
e nascono amicizie
che vincono ogni guerra.
Sentendolo parlare
con fede del Signore
Nel cuore ci fu fiamma,
a volte fu tremore,
fu palpito e sospiro,
si risvegliò l'ingegno.
"Non solo sentimento,
mi raccomando, impegno"
continua egli a ripetere
senza stancarsi mai.
"La vera Chiesa"
- dice -
"non è solo mattone;
dovete stare attenti,
non fate confusione,
ma son le pietre vive
e quelle siamo noi..."
Abbiam da lui capito
che con il vero Amore
uniti tutti insieme
nel nome del Signore
potremo invero alfine
vincere anche la morte.
Per questo il nostro grazie
gli giunga chiaro e forte.
Giovanni e Gloria F.
Ancòra àncora…
Per me è stato veramente
più che un padre e sono lieta di farvi conoscere in quale occasione particolare
egli abbia cambiato in meglio la mia vita, di quanto sia stata importante la
presenza di don Mario nella nostra comunità.
Stavo attraversando un lungo e
brutto periodo, circondata dal dolore e dalla sofferenza; avevo i miei suoceri
contemporaneamente malati terminali e di conseguenza anche il rapporto con mio
marito si fece difficile. Tutto intorno a me sembrava crollare. Fra l’altro in
quegli anni non praticavo molto né
Un giorno questo parroco venne a
casa mia, parlò con me e mi fece capire tante cose; cominciai a piangere perché
provai una forte emozione, paragonabile a quella che può provare un naufrago
che ormai si crede perduto ed ecco che invece una mano si tende verso di lui e
lo salva. Quella mano si tese anche verso di me e fu come se voce mi dicesse:
“aggrappati a me, stai tranquilla, non avere paura io ti salverò”.
Fu allora, e per quello che io devo
tanto a don Mario, perché in quel momento avevo ritrovato Dio e da quel momento
la mia vita è veramente cambiata e molto più serena. Ricordo che in quel
momento don Mario mi conferì il Sacramento dell’Eucaristia e da allora ho
sempre cercato di non smarrirmi mai più, chiedendo sempre la forza e l’aiuto al
nostro Dio.
Per questo, e tante altre cose,
auguro a don Mario e a tutti voi di proseguire così e per questo dico: “don
Mario, con tanto affetto, GRAZIE! Grazie dal più profondo del cuore.”
Sonia
E retorica sia…
Trovo impossibile non cadere
in termini di retorica nel parlare di don Mario.
E allora in che modo esprimersi
verso quest’uomo che per me è stato il padre che mi è mancato, la guida che mi
ha seguito nel mio peregrinare, la persona che ha asciugato le mie lacrime e mi
ha spronato ad avere coraggio e a riporre la mia fiducia in Dio. Nel mio lavoro
di insegnante, moglie, madre, e per suo volere anche catechista, mi è stato
costantemente vicino.
Per tutto questo “grazie don Mario”
, uomo grande nel Signore, che ha saputo rapportarsi con la gente in modo
familiare ed umano, come un padre che ama i suoi figli.
Cristina F.

Un piccolo pensiero, più
personale che istituzionale.
Parte dal racconto -spero don Mario non me ne voglia- di un episodio
a cui ho assistito per motivi professionali.
Lo avevo
accompagnato in una visita medica piuttosto urgente al pronto soccorso di
Careggi, al termine della quale il medico dopo diagnosi, prognosi e terapia gli
stava dando le sue raccomandazioni che erano più o meno le seguenti: “cerchi di
stare a riposo, eviti gli stress, i suoi parrocchiani capiranno se gli dedica
un po’ meno energie”. Don Mario, che fino a quel punto aveva annuito
diligentemente a tale raccomandazione, replicò secco: “il parroco o lo si fa o non lo si fa".
Un piccolo
episodio ma che credo basti di per se per essere riconoscenti a don Mario, di
una dedizione, di un amore,di un impegno che in questi anni non ha avuto mezze
misure. Una dedizione totale che in questi anni è stata incarnata.
Una
dedizione totale che è visibilmente raffigurata dalla nostra bella chiesa,
orgogliosamente realizzata con la comunità parrocchiale.
Dedizione totale a cui ha cercato di
educare tutta la comunità che con lui ha condiviso questi anni. Un impegno senza
mezze misure che, e qui la mia riflessione si fa veramente istituzionale, in
questi anni ha spaventato, ma mai escluso nessuno, che ha fatto dell'apertura
al quartiere una sua ragion d'essere.
Un piccolo pensiero che credo possa
essere sufficiente per dire grazie a Don Mario e per augurargli che l'amore di
cui ci ha amati, tutti e ciascuno, continui ad essere fiamma ardente nel
profondo della sua anima, anima tutta presa dall'amore per Dio.
Andrea G.
Un
ringraziamento a Don Mario
Con queste poche righe vogliamo
cogliere questa occasione di festa per ringraziare Don Mario che ci ha sempre
dimostrato
Tutto cio' ha reso quel giorno che per ogni coppia è una tappa fondamentale della vita , ancora piu' speciale ed unica.
Pur non vedendosi molto spesso Don Mario è stato , è e sarà sempre nei
nostri cuori.
Un caloroso augurio e abbraccio da
Antonio e Olga P.
“Chi l’ha visto ?”
Riferendomi
alla trasmissione, penso che, tante persone che vi hanno partecipato, hanno poi
beneficiato nel ritrovare alcuni dei loro cari.
Anch’io mi ero “persa” e mi sono
fatta “cercare” e mi ha trovato una comunità meravigliosa e un parroco
veramente eccezionale. E’ la grande opportunità che il Signore mi ha voluto
donare! E’ stato così un cammino parallelo, mi sono sentita accompagnare,
educare, consigliare, consolare con tanta pazienza e amore e soprattutto mi ha
fatto capire quanto Dio ci ama.
E così, passando in collaborazione
dal Sinodo alla Catechesi, al gruppo Caritas, e Consiglio Pastorale e
quant’altro, ho avuto la sensazione di lavorare nella vigna del Signore. Ho
vissuto e vivo l’esperienza che Gesù nel Vangelo dice “Pace a voi ! Come il
Padre ha mandato me anche io mando voi” , “ricevete lo Spirito Santo”. Gesù non
ci ha lasciati soli, prego e ringrazio continuamente il Signore, portando con
me tanta gioia e continuando ad abitare in questo pezzetto di terra a Santa
Croce a Quinto, dove per guida c’è il parroco don Mario Usubelli che festeggia
il 50° anno di sacerdozio. Io l’ho visto. Signore benedici don Mario.
Franca
B.
C’eri e ci sei
Quando ero piccolino c’eri tu,
con una carezza
e una benedizione.
Quando facevo i primi
passi
e correvo per la
chiesa,
c’eri tu che mi
guardavi serio.
Quando facevo
confusione c’eri tu
che mi sgridavi.
Quando piangevo, c’eri
tu
che mi consolavi.
Quando soffrivo
Tu soffrivi con me.
Quando sorridevo
Tu sorridevi con me.
Quando non cantavo,
tu cantavi per me.
Quando facevo festa
tu facevi festa con
me.
Grazie don Mario di
esserci.
Grazie don Mario
Di essere quello che
sei.
Poesia scritta in occasione del 25° da un gruppo di ragazzi
di catechismo
Parrocchiano acquisito…
Sono a Quinto da poco
più di sei anni. Abitavo a Firenze dove sono nato e vissuto. Prima di
traslocare, mentre alla “casa nuova” effettuavo lavori di ristrutturazione, più
volte mi sono fermato in quella che sarebbe diventata la mia nuova chiesa per
qualche preghiera. Ho subito apprezzato la bellezza del complesso parrocchiale
e in particolare il fascino dell’ampia e ben tenuta aula liturgica. Però
all’inizio per un po’ ho continuato nella mia vecchia abitudine di “cittadino”
che la domenica va alla Messa in Duomo. Tutti conoscono lo splendore della
nostra Cattedrale, per di più una liturgia solenne cantata in latino quella
della Messa Capitolare delle 10,30: un’abitudine piena di suggestione e di
attrattiva che mi appagava molto. Dopo del tempo, per la distanza, la
difficoltà di parcheggiare, la tarda ora del rientro che obbligava mia moglie a
vere volate per preparare il pranzo, abbiamo iniziato, prima saltuariamente,
poi con continuità a seguire
Carlo G.
Penitenza...
Tutte le pecorelle in coro
ti
dicon “grazie”
o buon
pastore Mario…
dal fare
austero e lapidario,
primario e
mai accessorio
solo
apparentemente serio…
trasudi in
realtà il sarcasmo
dell’ironia
degli anni
passati qui
con noi.
O Mario
sacerdote
porti con te
la dote
dei talenti
a te dati,
cinquantenaria
prece
vissuta
cinque lustri
in Santa
Croce.
Attore e
spettatore,
con
pragmatismo acerrimo,
dietro le
quinte in Quinto
la parte a
te impartita
riporta
nella sporta
le pagine a
Lui care
che
interpreti ai fedeli.
Agl’occhi
dell’Argante,
indomito
regista
che da lassù
ci guarda,
pari
senz’altro degno
di rimaner
ancora
in questo
bel teatro
a
promulgarci note
che intoni a
non finire.
Per molto
tempo ancor
certo non
calerà il sipario,
che funge da
sudario,
su questo
tuo calvario
Lui non ti
vuole altrove,
manco ci
pensa:
sia solo nostra
la giusta
penitenza.
Renato A.
Uomo di
fede, uomo di Dio
Aspirazione di ogni
cristiano è essere uomo di Dio, vivere da uomo di Dio, respirare del suo
respiro, palpitare del suo sentire: a ciò appunto provvedono fede, speranza e carità, le tre virtù teologali, che da Dio
stesso promanano e a Dio stesso tendono.
E’ di fede
l’uomo che ha fiducia, si fida di Dio, se ne fida sempre, anche quando fosse in
mezzo a una tempesta: lui sa – è intelligente – che la catastrofe è ad un
passo, la vede, la sperimenta ma non dispera perché è radicato in un “altrove”
che trascende la realtà mutevole. Ma è possibile essere uomo di fede anche in
senso “immanente”: quando,cioè, si crede nell’uomo e
nella sua progettualità storica, nella possibilità
che egli ha di riscattarsi e crescere, di tornare a fiorire di odorose
primavere dopo inverni grigi, di riscattarsi ora, domani, nell’ultimo istante; non lo
si condanna mai, lo si esorta, lo si sollecita. All’uomo di fede, la scena
della storia appare certo tragica ma, nel viluppo di
molte contraddizioni, lui solo coglie i soffi dello Spirito e li raccoglie a
comporre un quadro paradossalmente positivo. Sicché la speranza, nelle mani
dell’uomo di Dio, non è insipiente bonomia ne’ generico
ottimismo ne’ ebete stordimento: la speranza diventa impegno instancabile ed
incessante nella edificazione della storia oggi per e a fianco dell’uomo di
oggi, di ogni uomo, chiunque sia. La speranza, nell’amore dell’uomo di Dio, pur adoperandosi con ogni suo mezzo per redimere il
presente, sa che la redenzione tutta si compie non nell’immanente ma “nei cieli
e terre nuove” che sono dono di Dio; tuttavia, pur sapendo di essere un servo
inutile, non tralascia niente di ciò che è in suo potere. Non pretende nemmeno
di vedere il germoglio del seme che ha gettato: in Dio esso fiorirà, quando e
come non è affar suo.
E’ affar suo, invece, mentre si adopera a vivere in Dio, far
sì che Dio traspaia dai suoi gesti e dalle sue parole
a edificazione del bene comune: la carità è perciò la principale delle sue
occupazioni, è la virtù che informa il suo vivere e riempie la sua giornata
terrena. L’amore è la sua sola ossessione, sia esso accoglienza, rimprovero,
aiuto concreto, tempo ed energie comunque spese per
gli altri. E’ un amore maschile perché è privo di leziosaggini, e femminile
insieme, perché è squisito e rassicurante.
Per me don Mario, lei è uomo di Dio,
cioè uomo di fede, speranza e carità.
Donatella P.
E venne un uomo di don Arturo Usubelli
Presentazione
Essendo fratello del festeggiato, volevo
esimermi, per ragioni di consanguineità dal fare dei pronunciamenti su di lui.
Poi ho cambiato parere. E ora vi presento il mio scherzo da prete che ha come
titolo: “E venne un uomo”. Titolo che lo accosta a Giovanni XXIII che in Piazza
S. Pietro, una volta, si sentì dire da una donna: “Mamma mia quanto è grasso”.
Al che lui rispose con la sua solita verve: ”Ma lei lo sa che il Conclave non è
un concorso di bellezza?”. E si fece amare senza essere bello.
La creazione
In principio Dio creò il cielo e la terra.
Quando creò me stava ancora finendo il cielo e mio padre che dalla gioia per il
primo maschio toccava già il cielo col dito, ne staccò un pezzo, purtroppo
piccolo e formò mio fratello che restò sempre il fratello più piccolo e io
rimasi sempre il maggiore. Ma quel piccolo e impertinente faceva sempre dei
capricci originali, e tutti i più grandi di lui, in famiglia, dovevano cedere.
Non era ancora una zucca dura come poi sarebbe diventato, ma si vedeva che
aspirava già a portare lo zucchetto, se non bianco come quello del Papa, almeno
color pelle, come il suo caschetto, per
non far vedere quella piazza pulita che ora la sua testa è diventata. Se fosse
a Siena ci si potrebbe far svolgere il Palio
La vocazione
Ma poi arrivò la vocazione mia, cosa un po'
strana per i miei scherzi ai superiori, per i quali cominciai ad essere fumo
negli occhi, ma ancor più strana per lui che dopo quattro anni pensò di
imitarmi, con gran perplessità di mia madre che proprio prete non lo vedeva,
ostinato com'era; ma ci fu una santa zia che intercedette e cominciò a
chiamarlo: Angelo. Poi piano piano ci ammansimmo tutti e due, io a forza di
botte, lui con la diplomazia del quatto quatto, capace di farsi i comodi suoi e
di farli apparire chiamate di Dio. Per la verità alla partenza da casa non
pianse molto, partiva col fratello, il sottoscritto, con cui aveva litigato
un'ora prima, ma gli scesero due lacrimoni quando io, il più anziano, gli citai
i pensieri di Lucia Mondella - Promessi Sposi.
La partenza da casa
Addio monti sorgenti dall' acque ed elevati al
cielo, cime ineguali, note a chi è cresciuto tra voi e impresse nella sua mente,
dalla Cornagera al Podona, dal Purito all'Arera, dal Poieto al monte Misma.
Quanto è triste il passo di chi cresciuto tra voi se ne allontana. Addio casa
natia dove sedendo si era imparato a distinguere dal passo ogni persona che si
avvicinava, dove il cesso era in comune e per entrarci bisognava fare la fila
come alla ASL; addio chiesa, dove l'animo tornò tante volte sereno ed altre col
sedere sbatacchiato perché non si era studiato il catechismo. Addio. 


Gli anni di studio
E così, non so se per imitarmi o sorpassarmi,
dopo quattro anni dal mio ingresso in seminario, ci entrò anche lui. Ma ci
incontrammo solo nelle superiori, perché quando io ero nel liceo, lui faticava
ancora nel ginnasio. Faticava per modo di dire, più che altro ricopiava gli stessi
compiti, temi, traduzioni, esercizi di matematica che io avevo svolto quattro
anni prima. Allora i testi non si cambiavano tutti gli anni, ma a ogni morte di
professore e in quegli anni non ne moriva nessuno. A chi si complimentava con
nostra madre perché aveva due figli avviati al sacerdozio, lei, per nulla
insuperbita, scherzava dicendo che le disgrazie non vengono mai sole. E di
fatto si è visto che anche Papa Benedetto XVI ha un fratello maggiore prete,
per questo ora è già in via di miglioramento, come tutti i neopapi, tranne Papa
Giovanni, che era già buono prima, perché era di Bergamo. Mio fratello prete,
per un po’ soffrì di insonnia, ma poi, sollecitato dal mio esempio se ne fece
perfetto imitatore e così, tra noi due, si fece un sodalizio. Essendo ambedue
Usubelli, in caso di necessità, l’uno sostituiva l’altro, finché trovammo un
santo chierico che ci sostituiva tutti e due; ma rimanemmo famosi lo stesso e
il chierico fu fatto santo subito perché tappava benissimo i nostri buchi.
Tant’è che quando arriviamo a Bergamo c’è sempre qualcuno che ci riconosce e
dice: “Ah, tu sei fratello di Don Mario”. “No, io sono fratello di Don Arturo”.
E ciascuno si appropria dei meriti dell’altro e lascia all’altro i demeriti e
le colpe.
Al Paradiso
Quando io entrai in teologia, lui stanco di
seguire le mie orme, mi tirò un colpo mancino, e, per uno scambio di binari, da
lui furbescamente organizzato, io mi ritrovai nel vecchio e fatiscente
seminario con tutti i superiori che mi guardavano male per i miei precedenti, e
lui si ritrovò, manco a dirlo, nel Paradiso, istituto destinato alle missioni
interne all’Italia, mentre io condannato a restare in Padania, come candidato
cappellano di Umberto Bossi che non avrebbe mai raggiunto l’età della ragione,
sono rimasto lì fino
all’età della pensione.
Prima tappa: Il meridione
Molto presto a lui arrivò un telegramma che gli
imponeva di partire per il meridione. Io ero preoccupato sapendo che da
giovanissimo non aveva mai usato né la bicicletta né la moto (le nostre strade
di un tempo erano dei sentieri) e quando faticosamente conseguì la patente per
la macchina (una cinquecento-trappola), tutti, dalle Alpi alle Piramidi, dal
Mazzanarre al Reno, da Piedimone ad Alife, da San Potito a Caserta, tutti,
ripeto, si chiusero in casa, le abitazioni furono blindate, transennate le
strade, stracciato il sogno berlusconiano del ponte sullo stretto,
carri-attrezzi mobilitati, spazio aereo chiuso. Ma lui, con cipiglio grintoso
decise di partire per Quarto e arrivare a Marsala come Garibaldi. Sbagliò
strada perché invece di Quarto arrivò a Quinto e invece di trovare Marsala si
ubriacò di Vin Santo. Ma questi sono dettagli insignificanti. Però la
mobilitazione ci fu, si riuscì a scongiurare i pericoli, ma la sua 500 piena di
ammaccature, finalmente, con grande sollievo di tutti, si incendiò. Corsero i
Biancalani,
ma la colpa era
dell’impianto elettrico. Allora chiamarono i Vestrini, l’ingegnere delle luci
spente. Niente da fare, comunque le persone erano salve. L’unica vittima fu una
coccinella che stava sul cruscotto e si lasciò bruciare affrontando il martirio
per salvare il malcapitato alla guida della vettura.
Ma qui siamo già troppo avanti. Per arrivare
nel meridione ci furono tanti altri incidenti, si sfasciarono diverse macchine;
una dopo l’altra gliele rimisero insieme e non fece mai danni mortali, almeno a
sé, e neppure agli altri. Quelli che fece se li fece tutti addosso per colpa
sua: niente assicurazione, solo fortuna e Spirito Santo in preallarme continuo.
E si fece meridionale
Era partito da Lu Paisiello tanto a lui caro e tanto bello, che si chiamava AMA, e
a lui piaceva, perché S. Agostino aveva detto: “Ama e fa' quello che vuoi”. Di
fatto lui per un po’ amò e per il resto fece quel che voleva. Una volta raggiunta
la terra dei Borboni vi rimase e intontì di musica le case, le strade e la
chiesa e cominciò a gozzovigliar di pastasciutta e di ragù, tutta roba nostrana
napoletana, dove la pizza regnava sovrana. Con l’amico don Pasquale sedette in
qualità di commensale alla tavola dei nobili, tutti "don”, tutti dottori,
dal calzolaio al becchino, dal sindaco al messo comunale. In mezzo a loro lui
sembrava il cavaliere di un pony, ma pur sempre cavaliere.
Il Concilio
Ma poi, avvicinandosi il Concilio fu convocato a
Roma come esperto in pastasciutta e lì dalla parrocchia S. Giustino, prima come
viceparroco, poi come parroco e poi come musicista stimolatore della sua
giovanissima pupilla, Stefania Bono, artista di eccezione. Lui portava
vettovaglie ai padri conciliari e sarebbe diventato cardinale se la salute
l'avesse accompagnato. Fece perciò un po' di convalescenza. Fu in questo
periodo che intraprese anche il trapianto dei capelli. I risultati sono qui da
vedere, o meglio, non si vedono perché lui invece di farsi trapiantare i
capelli si è fatto trapiantare il cappello, baschetto, o quel che sia, cosa che
non abbandona mai, neanche quando va a letto. Poi si specializzò nel far
l'interprete, ma di lingue conosceva appena la sua e quella di sua madre. No,
ma non l'interprete poliglotta, ma quello che raduna un gruppo, gli dice di far
questo; poi, siccome non lo fa mai come lui vorrebbe, alla fine decide che
deciderà lui, così saranno tutti contenti delle decisioni prese all'unanimità.
E' così che piano piano, interpretando il parere di tutti, lo riassume e lo fa
coincidere col suo, perché "siano una cosa sola". Lo dice il Vangelo!
Questa morbida prevaricazione clericale è presente nel DNA di quasi tutti i
preti. L'avevo anch'io quando ero parroco. 
In Toscana
Poi si convinse che era meglio andare in
Toscana e lì, nuovo, sconosciuto, visse quasi solo per un po’. Don Renato gli
forniva gli avanzi del mercato
ortofrutticolo. Il monsignore che da lui alloggiò per una notte non poté cenare
perché il tozzo di pane duro non era masticabile e la carota cruda non era
mangiabile. Tutto il resto è storia recente e conosciuta dai maggiori di 30
anni: le due cappelle; il progetto della nuova chiesa; la posa della prima
pietra tra pioggia, fango e fusti di granoturco; l’inaugurazione con il
Cardinale Piovanelli, la comunità che cresce, il pastore che invecchia, il
quartiere che si ingrossa, i viceparroci che si susseguono e don Giacomo che
ingrassa con le frequenti cene fuori porta e la chitarra che fa concorrenza
alla corale, purtroppo affetta da senilità precoce, nonostante gli sforzi del
direttore d’orchestra. Nel frattempo, purtroppo, muore Don Pasquale da cui ha
ricevuto tanto affetto e tanta discrezione da farne il nonno di tutti. Ma io
gli sarò grato specialmente perché per lui si concretizzò l'idea del
montacarichi, usato prevalentemente da me che l'ho ribattezzato montapreti. Di
me non dico niente: ci sono perché non ho ancora trovato la pietra filosofale
che mi dovrebbe rendere invisibile. Sono un extraterritoriale senza fissa
dimora, però con la garanzia di una pietra per poggiare il capo quando non
piove, contrario naturalmente don Giacomo. Quello odia tanto i preti anziani
che se potesse ci manderebbe addosso lo tsunami; tutto perché, vista la fine di
Papa Giovanni Paolo II, vorrebbe farci santi subito. Ma santo subito diventerà
lui, se proprio vuole, Don Mario non ne parla,
Le corali
C'è da dire che lo spettacolo di fine maggio ha
in parte, solo in parte, riscattato le deludenti prestazioni del passato, parlo
della Corale classica, ma c'è anche da dire che subito dopo i giovani l'hanno
surclassata riscuotendo maggiori appalusi, non si sa se per ragioni artistiche
o estetiche.
Il santo subito arriverà alla scomparsa di Don
Mario che mi sembra il più adatto a entrare nel Regno dei Cieli, anche se i
cori degli Angeli avranno qualcosa da rimproverargli, visti i cori che ha
organizzato qui: dalle “oche del Campidoglio” ai “gufi notturni”, dalle “pecore
belanti” ai “lupi che abbaiano alla luna”, dalle “romanze riadattate del
Frosali” ai “tuoni del Guarducci”.
I collaboratori
Nell'arco di tempo dei suoi molti anni
trascorsi a Quinto Basso, c'è da dire che tanti hanno collaborato in varia
misura al suo impegno parrocchiale. Dai membri della corale che ho già citato,
agli ortolani che almeno qualche frutto lo danno, più o meno maturo, ma poi ci
sono i liturgisti che, in soli quattro gatti ti preparano cerimonie stupende
magari tra fischi e fiaschi, mentre per fiori e tovaglie c'è sempre Maria
Catalano, candidata alla laurea honoris causa per gusto e precisione. Poi c’è
il Consiglio Pastorale che più pastorale non si può, visto che è sempre il
pastore che guida il gregge, e le pecore, non c’è che dire, sono sempre carine,
specialmente nel presepio, quando è Antonio che le sistema; ma poi le donne
delle pulizie che, come le oche, sembrano tante anche quando sono poche, fatta
eccezione di Adolfo e moglie che giorno e notte strofinano i pavimenti; poi c’è
Carlo addetto ai conti su cui veglia Cappelli, e si vede come è pasciuto; ma
poi tanti e tanti che non ho tempo di nominare, ma tutti disponibili e
generosi, come Renato nel fare gli errori sul notiziario che qualche volta
scambia il Vangelo della Domenica, ma tanto, la gente non se ne accorge. Ho
sottaciuto di proposito la categoria dei buongustai che non ti perdonano
un'occasione mancata per imbandire qualsiasi tipo di vettovaglia. E tutti
questi e tanti altri affollano i rinfreschi e lasciano anche generose offerte
creando uno stuolo di santi bevitori pronti a tutto, pur di consumare. E tutto
questo è socializzazione in una parrocchia dove non ci sono Epuloni e neanche i
figli di Berlusconi. I maligni dicono che tutti i salmi finiscono in Gloria, ma
lei ti dice che vorrebbe cambiare nome per non sentirsi nominare in tutti i
salmi, le Messe e i rosari e anche perché non ha neppure un onomastico. Poi c'è
il grande gruppo dei catechisti e animatori. Qualche volta questi ultimi mi
scappa di chiamarli animalisti, ma sono quasi tutti bravi, specie a far giocare
i più piccoli
La strage degli innocenti
Certo che, da bravi animalisti avrebbero dovuto
salvare gli uccelli di Roma. E qui, per spiegare e concludere devo dire che al suo
arrivo in cielo, San Pietro rammenterà a Don Mario la famosa starge degli
innocenti. Difatti gli dirà: “Guarda che io da un po’ di tempo in qua ho smesso
di proteggere gli uomini. Mi danno più soddisfazione i cani, come quello del
Giannini, il grande Ettore, e quello di Laffi, tutto devoto e sempre a Messa;
tant’è che quando gli chiesi quale parte della Messa gli era piaciuta di più mi
disse con la coda: Quando il prete ha detto:
Scherzi da prete
don
Arturo
C’è sempre qualcosa da dire sui preti:
Se
il prete una volta parla dieci minuti più a lungo – è un parolaio;
Se
durante una predica parla forte – allora urla;
Se
non predica forte – non si capisce niente;
Se
possiede un'auto personale – è capitalista, è mondano;
Se
non ha un'auto personale – non è capace di adattarsi ai tempi;
Se
visita i suoi fedeli fuori parrocchia – allora gironzola dappertutto;
Se
frequenta le famiglie – non è mai in casa;
Se
rimane in casa – non visita mai le famiglie;
Se
parla di offerte e chiede qualcosa – non pensa ad altro che a far soldi;
Se
non organizza feste, gite, incontri – nella parrocchia non c'è vita;
Se
jn confessionale si concede tempo – è interminabile;
Se
fa in fretta – non è capace di ascoltare;
Se
comincia
Se
ha un piccolo ritardo – fa perdere tempo a un monte di gente;
Se
abbellisce la chiesa – getta via i soldi inutilmente;
Se
non lo fa – lascia andare tutto alla malora;
Se
parla da solo con una donna – c’è sotto qualcosa;
Se
parla da solo con un uomo – eh!... ;
Se,
prega in chiesa – non è un uomo d'azione;
Se
si vede poco in chiesa – non è un uomo di Dio;
Se
si interessa agli altri – è impiccione;
Se
non si interessa – è un egoista;
Se
parla di giustizia sociale – fa della politica;
Se
cerca di essere prudente – è di destra;
Se
ha un po' di coraggio – è di sinistra;
Se
è giovane – non ha esperienza;
Se
è vecchio - non si adatta ai tempi;
Se
muore – non c'è nessuno che lo sostituisce !!!
Si cerca per
capace di rinascere
nello Spirito ogni giorno.
Si cerca per
senza paura del domani,
senza paura dell'oggi,
senza complessi del passato.
Si cerca per
che non abbia paura di cambiare,
che non cambi per cambiare,
che non parli per parlare.
Si cerca per
capace di vivere insieme agli altri,
di lavorare insieme,
di piangere insieme,
di ridere insieme,
di amare insieme,
di sognare insieme.
Si cerca per
capace di perdere
senza sentirsi distrutto,
di mettersi in dubbio
senza perdere la fede,
di portare la pace dove c'è inquietudine
e inquietudine dove c'è pace.
Si cerca per
che sappia usure la mani
per benedire
e indicare la strada da seguire.
Si cerca per
senza molti mezzi,
ma con molto da fare,
un uomo che nella crisi
non cerchi altro lavoro,
ma come meglio lavorare.
Si cerca per
che trovi la sua libertà
nel vivere e nel servire
e non nel fare quello che vuole.
Si cerca per
che abbia nostalgia di Dio,
che abbia nostalgia della Chiesa,
nostalgia della gente,
nostalgia della povertà di Gesù,
nostalgia dell'obbedienza di Gesù.
Si cerca per
che non confonda la preghiera
con le parole dette d'abitudine,
la spiritualità col sentimentalismo,
la chiamata con l'interesse,
il servizio con la sistemazione.
Si cerca per
capace di morire per lei
ma ancor più
capace di vivere per
un uomo capace di diventare,
ministro di Cristo.
profeta di Cristo,
un uomo che parli con la sua vita.
Si cerca per
don Primo Mazzolari