Gli articoli
Appello in
vista della
Marcia per la pace Perugia-Assisi
(16 maggio 2010)
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C |
’è troppa
violenza in giro!
Nel mondo, in TV, contro gli immigrati, gli “altri”, i diversi, contro le donne
e contro i bambini, nelle nostre città, nei rapporti tra le persone, nel mondo
del lavoro, nella politica, nell’informazione, nel rapporto che abbiamo con la
natura, gli animali, l’ambiente che ci circonda: la violenza sembra non
conoscere limiti e confini. C’è troppa violenza e c’è troppa indifferenza. Che
è la forma più alta di violenza. In nome della nostra “pace”, troppo spesso
siamo pronti a condonare la violenza sugli altri. E davanti al loro dolore
chiudiamo cuore, occhi e orecchi. Il prezzo di tanto cinismo è altissimo. E lo
paghiamo tutti, indistintamente. Una società chiusa e insensibile non ha futuro.
E’ tempo di
reagire!
Non possiamo permettere che violenze, egoismo, razzismo, mafie, censure, paure e
guerre di ogni genere abbiano il sopravvento! Ci può essere una vita e
un’Italia migliore! Ci può essere un mondo migliore! Domenica 16 maggio, partecipa anche tu alla Marcia per la pace Perugia-Assisi.
“Qualsiasi propaganda a favore della guerra deve esser vietata dalla legge.
Qualsiasi appello all'odio nazionale, razziale o religioso che costituisca incitamento
alla discriminazione, all'ostilità o alla violenza deve esser vietato dalla
legge.” Articolo 20 del Patto Internazionale sui
Diritti Civili e Politici (ratificato dall’Italia nel 1977)
Dobbiamo
ri-mettere al centro della nostra vita quei valori condivisi, scolpiti nella
nostra bella Costituzione e nel Diritto internazionale dei diritti umani, che
soli possono aiutarci a superare positivamente questa profonda crisi e
accrescere la qualità civile della nostra società. Abbiamo bisogno di un’altra cultura. Dobbiamo
sostituire l’io con il noi, la disoccupazione con il lavoro, l'esclusione con
l'accoglienza, lo sfruttamento con la giustizia sociale, l’egoismo
con la responsabilità, l'individualismo con l’apertura agli altri,
l’intolleranza con il dialogo, il razzismo con il rispetto dei diritti umani,
il cinismo con la solidarietà, la competizione selvaggia con la cooperazione,
il consumismo con nuovi stili di vita, la distruzione della natura con la sua
protezione, l’illegalità con il rispetto delle regole democratiche, la violenza
con la nonviolenza, i pregiudizi con la ricerca della verità, l’orrore con la
bellezza, i “miei interessi” con il bene comune, la paura con la speranza.
Dobbiamo riscoprire il significato autentico di questi valori, approfondirne la
conoscenza, rigenerarli in un grande progetto educativo, permettergli di
sprigionare tutta l’energia positiva che contengono. Dobbiamo esigere che ad
ogni valore, oggi ribadito anche nella Carta dei Diritti fondamentali
dell’Unione Europea, corrispondano atti politici concreti e coerenti a partire
dalle nostre città fino all’Europa e all’Onu. Per quanto possa apparire difficile,
cambiare è possibile! E, in ogni caso, è indispensabile.
Non possiamo
disinteressarci del mondo che ci circonda. Più ce ne disinteressiamo, più ci isoliamo,
più saremo colpiti dai suoi drammi e meno riusciremo a cogliere le opportunità
che ci offre. Ci sono grandi problemi che non rispettano i confini nazionali e
che si aggravano di giorno in giorno. Se continueremo ad essere miopi ed
egoisti ci distruggeranno. Siamo ormai parte di una comunità globale. Lottare
contro la povertà nel mondo, farla finita con le tante guerre, fermare il
cambiamento climatico e proteggere l’ambiente, promuovere tutti i diritti umani
per tutti, ridurre le disuguaglianze, garantire pari opportunità, costruire
un’economia sociale di giustizia, costruire l’Europa dei cittadini, rafforzare
e democratizzare l’Onu ci conviene!
Più di quanto riusciamo ad immaginare. Per questo è urgente che chi gestisce le
nostre istituzioni e i nostri soldi, dai Comuni all’Unione Europea, ponga
questi programmi al centro del proprio impegno quotidiano. Per questo dobbiamo
darci una politica nuova e una nuova agenda politica fondata sui diritti umani.
Stiamo vivendo cambiamenti difficili e profondi,
destinati a durare nel tempo. Dobbiamo
decidere in quale società vogliamo vivere. Non ci sono abbastanza soldati,
né muri abbastanza alti per difenderci dalla sciagurata illusione di poterci
salvare da soli. Se davvero desideriamo la pace, per noi e per i nostri figli,
non possiamo negarla agli altri. Se davvero vogliamo la pace dobbiamo imparare
a riconoscere e gustare la pluralità umana nella dimensione dell’uguaglianza e
della giustizia, della legalità e del rispetto dei diritti umani e della terra
madre. Ciascuno faccia i conti con le proprie responsabilità.
Il 16 maggio,
vieni anche tu! Rinnoviamo il nostro impegno civile lungo la strada della pace
e della nonviolenza. Una società migliore costruirà un mondo migliore.
Tavola della
pace, Coordinamento Nazionale degli Enti Locali per la Pace e i Diritti Umani
UN MESE CON
MARIA
Nel mese di maggio la Chiesa invita
tutti i fedeli a ritrovarsi attorno alla figura di Maria, la Madre di ogni Grazia.
Se è bene che il nostro riferimento a Lei sia vivo in ogni giorno dell’anno, in
questo mese la nostra preghiera si deve fare più intensa e filiale. A lei siamo
stati affidati da Gesù morente sulla croce: “Donna, ecco tuo figlio”. A maggior
ragione vogliamo vivere questo abbraccio orante con Maria in una Chiesa, quella
fiorentina, che tradizionalmente riconosce in Lei un sicuro porto di speranza e
una madre dolcissima (passando da Santa Maria Novella, fino al Duomo di Santa
Maria del Fiore per arrivare al Santuario della Santissima Annunziata…). La
Toscana stessa si affida alla Protezione della Beata Vergine Maria Madre di
ogni grazia, venerata presso il Santuario di Montenero, la cui festa cade
esattamente alla metà di questo mese Mariano.
Vogliamo proporre anche quest’anno alcune celebrazioni che
ci aiutino a vivere questa dimensione dell’affidamento a Maria. Celebreremo la
Messa nelle due zone che tradizionalmente
hanno segnato la storia del nostro Quartiere con la presenza delle due
Cappelle in via Busoni e in via Puccini. Ogni settimana ci troveremo a recitare
il Rosario come Comunità in diverse zone di Quinto, affidando a Maria le nostre
gioie e le nostre preoccupazioni. Attraverso la preghiera del Rosario, scrive
Giovanni Paolo II°, “il popolo cristiano si mette alla scuola di Maria, per
lasciarsi introdurre alla contemplazione della bellezza del volto di Cristo e
all'esperienza della profondità del suo amore. Mediante il Rosario il credente
attinge abbondanza di grazia, quasi ricevendola dalle mani stesse della Madre
del Redentore”.
Concluderemo il Mese di Maggio con la Messa per tutti i nostri ammalati; celebreremo il Sacramento dell’Unzione degli infermi e li affideremo a Maria, Consolatrice di chi soffre e Salute degli infermi. La sera del 31 maggio ci ritroveremo presso l’effigie della Vergine che si trova nel giardino della Chiesa, e attraverso la Recita del Rosario e i canti a Maria chiederemo alla nostra Madre del Cielo di essere testimoni d’amore nel mondo, capaci di dire il nostro Sì alla volontà di Dio su di noi.
GIORNATA NAZIONALE DELL’8 X MILLE
GRAZIE a tutti voi, parroci, sacerdoti,
collaboratori della parrocchia e fedeli tutti per il vostro aiuto a costruire
insieme la Chiesa-comunione, rendendo l’8 x mille uno strumento sempre più
utilizzato e vicino alle comunità.
La firma è una scelta che conferma l’affidabilità dell’opera
della Chiesa. E apre il cuore di quelli che non fanno mancare il loro sostegno.
Con il vostro contributo anche quest’anno l’opera della
Chiesa porterà frutto sui fronti dell’evangelizzazione, della vicinanza ai
sacerdoti e degli interventi di carità.
Grazie fin d’ora per quello che farete.
Dal
settimanale di attualità pastorale “Settimana”
A QUANTI SARANNO ELETTI NEL
PARLAMENTO EUROPEO O NEGLI ENTI LOCALI.
Caro amico
ho pensato, alla vigilia di un’importante scadenza elettorale, di
scriverti questa lettera aperta per richiamare
alla memoria mia, ma anche tua, alcuni concetti ai quali attribuisco grande importanza ai fini della
costruzione del bene comune.
Voglio subito iniziare con il ringraziarti per il servizio che hai intenzione di svolgere o che già stai svolgendo, perché considero preziosa l’opera di chi, come te, per servire i cittadini, si dedica o ha intenzione di dedicarsi al bene
della cosa pubblica, assumendo il non lieve peso della relativa responsabilità. Ti assicuro che ti sosterrò con
la preghiera e cercherò di fare del mio meglio per sostenerti anche con il mio leale impegno civico, disponibile al confronto
e al dialogo, ma vigilante e pronto ad
incalzarti e a denunciare silenzi,
omissioni e tradimenti. Ti auguro di
poter trovare nel duro lavoro che stai per intraprendere il sostegno dei
cittadini, la solidarietà dei collaboratori,
il rispetto degli avversari,
l’apprezzamento della povera gente, la benedizione di Dio.
Mi ha sempre dato fastidio sentir dire che la politica, per definizione,
sia una “cosa sporca”. Essa, in realtà, è
il servizio più alto che si possa fare
per la collettività: sono certo che
anche tu ne sia consapevole e faccia
ciò che è nelle tue possibilità per svolgerlo con competenza e senso del
dovere. La politica non è cosa sporca, ma, come afferma la costituzione pastorale del concilio Vaticano II Gaudium et spes (n.
75), è «arte nobile e difficile», «degna di lode e di considerazione».
La politica è
arte. Il che significa che chi la pratica deve essere un artista, una persona di fantasia disposta
sempre meno alle costrizioni della logica di partito e sempre più all’invenzione creativa per tutelare e garantire,
come recita l’art. 2 della Costituzione, «i diritti inviolabili dell’uomo, sia
come singolo sia nelle formazioni sociali ove si svolge la sua personalità».
La politica è arte nobile. Nobile, perché legata al
rigore di alte idealità. Nobile, perché alimentata da incoercibili esigenze di progresso, di pace, di libertà e di giustizia. Nobile,
perché ha come fine il riconoscimento della
dignità della persona umana, nella sua dimensione individuale e
comunitaria. Nobile, perché ha la missione, come recita il secondo comma
dell'art. 3 della Costituzione, di
«rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di
fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e
l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica,
economica e sociale del paese».
La politica è arte difficile.
Difficile, perché le sue regole non sono
assolute e imperiture: sicché, proprio per evitare i rischi dell’ideologia, vanno rimesse continuamente in
discussione. Difficile, perché esige il saper
vivere nella conflittualità dei partiti, contemperando il rispetto e la
lotta, l’accoglimento e il rifiuto, la convergenza e la differenziazione.
Difficile, perché richiede, nei credenti in
modo particolare, la presa di
coscienza dell’autonomia della politica da ogni ipoteca confessionale e il riconoscimento della sua
laicità e della sua mondanità.
Mi piace pensare che all'art. 67 della Costituzione italiana vada attribuita una valenza di carattere generale: nelle istituzioni democratiche tu dovrai rappresentare non te stesso o i tuoi elettori,
ma la nazione o la comunità intera. Mi
auguro che tu voglia essere rappresentante
di noi cittadini solo ed esclusivamente per consolidare il bene comune,
elevandone i livelli di concretezza ed effettività. Anche dopo che ti avremo eletto, spero che continuerai a vivere con la gente e a comunicare con la gente: facci
capire che stai effettivamente
lavorando a nome e per conto di chi ti
ha eletto, ma anche di chi non ti ha eletto.
La persona umana, con la sua
inalienabile dignità, sia l’inconfondibile protagonista del tuo impegno
politico. Lungi dall’essere l’oggetto o un
elemento passivo della vita sociale, la persona umana ne sia e ne
rimanga il soggetto, il fondamento e il fine.
Come era solito dire un grande e santo vescovo, don Tonino Bello,
mettiti in corpo l’occhio del povero. Guarda
tutta le realtà dall’angolo prospettico dei poveri, perché di poveri ce ne sono tanti oggi. Possa tu sentire
sulla tua carne la sofferenza dei poveri.
Indignati ogni volta che vedi lo
spreco delle risorse pubbliche che
finisce sempre col penalizzare la povera gente. Schierati sempre dalla
parte dei sofferenti, degli oppressi, degli
umiliati, delle vittime di nuove e
inquietanti forme di schiavitù: se riuscirai a far prevalere una politica a loro favore, tutti
staremo meglio.
[…]
Ho iniziato, ricordandoti
che la «politica è arte nobile e difficile... degna di onore e di
considerazione» (GS n. 75).
Concludo,
aggiungendo, con Giorgio La Pira, che essa è anche «l’attività religiosa più
alta dopo quella dell’intima unione con Dio»
Andrea Lebra
(NO)
Tempo
ordinario
|
I |
L tempo ordinario occupa la maggior
parte dell’anno liturgico ed è caratterizzato dal ripresentare il mistero di
Cristo facendo memoria degli aspetti quotidiani della vita del Signore. Durante
le domeniche di questo periodo, con la proclamazione dei brani evangelici, si
ripercorrono i passi di Gesù nella sua predicazione e nei segni salvifici.
Il tempo ordinario comprende due
periodi:
ü
il
primo va dal lunedì dopo la festa del Battesimo del Signore fino al martedì
prima delle ceneri;
ü
il
secondo dal lunedì dopo la solennità della Pentecoste ai primi vespri della
prima domenica di avvento.
All’inizio di questo secondo periodo
del tempo ordinario, dopo la domenica di Pentecoste, troviamo alcune solennità
del Signore: la Santissima Trinità, il Santissimo Corpo e Sangue di Cristo e il
Sacro Cuore di Gesù. Esse tendono alla celebrazione del mistero di Cristo
sottolineandone un aspetto particolare.
Accanto poi a queste solennità ne
troviamo altre, o altre feste, o altre memorie che introducono alla
celebrazione del mistero di Cristo attraverso la mediazione dei vari santi.
Essi sono tali nella misura nella quale hanno configurato la loro vita a quella
del Signore.
Ecco perché ci rivolgiamo a loro,
normalmente nel giorno della loro nascita al cielo, per chiedere la loro
intercessione, la loro protezione e la loro preghiera, per imparare dai loro
insegnamenti la via giusta da seguire per arrivare al Padre, e per avere degli
esempi concreti da imitare nella nostra vita come veri e propri modelli.
Durante questo ampio periodo ci è
data la possibilità di camminare nella strada del Signore attraversando i
momenti quotidiani della vita
scandendolo con la celebrazione della Pasqua settimanale, scrutando e approfondendo
il mistero pasquale di Cristo in ogni suo aspetto, per poter condurre e
ricapitolare in Lui la nostra esistenza.
La solennità di Cristo Re
dell’universo, che conclude le domeniche del tempo ordinario, vuole esprimere
il vertice di questa tensione verso la quale è protesa tutta la storia
dell’umanità e della creazione.
“Come è possibile”?
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È |
una domanda uscita dalle labbra
di Maria di Nazareth. Ma lo stesso interrogativo ritorna oggi di fronte al
disegno di Dio su ogni persona umana e alle radicali esigenze del Vangelo. La
sproporzione è abissale. Come è possibile la purezza di cuore quando attorno
c’è tanto cattivo odore e inquinamento. Come è possibile la fedeltà all’amore o
l’amore per la fedeltà quando mille ammiccamenti invitano a fare i furbi? Come
è possibile vivere in grazia di Dio, nella pace della coscienza, quando “certi”
valori vengono ironicamente censurati e scherniti? Come è possibile “servire”
per tutta la vita quando domina il mito della vita come potere?
Eppure, grazie a Dio, succede di frequente di incontrare giovani e
famiglie con una sorprendente bellezza spirituale, una singolare pulizia
morale, una incredibile fedeltà al Vangelo. Ma come è possibile? Il segreto
c’è. Solo a Dio “tutto è possibile”. Certo una esistenza moralmente ordinata
non fa notizia. Diventa contagiosa soltanto nello stile della discrezione. Ma
il segreto è uno solo: la presenza di Dio nel cuore, l’azione educativa della
Parola ascoltata e custodita; la frequentazione del sacramento del Perdono; la
cura corroborante della preghiera. Sì, è possibile: guardando e contemplando la donna di Nazareth. Che ci è madre. Nel suo destino e nella sua
avventura c’è un po’ della nostra.
Immacolata Concezione:
due parole “semplici” per dire una festa “difficile”
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S |
i può presentare così la festa dell’Immacolata
Concezione: il privilegio con cui Dio l’ha introdotta nell’universo della
redenzione fin dal primo istante del suo concepimento. Situazione propria di
ciascuno è nascere “in Adamo”, legato a lui da una solidarietà di peccato; solo
in un secondo tempo, attraverso la fede e il Battesimo l’uomo può entrare “in
Cristo” e diventare così partecipe della sua santità.
La fede della chiesa crede che in Maria
concepimento e radicamento nella grazia di Cristo coincidano; che non ci sia
stato nessun momento nella vita di Maria sottratto alla sovranità della grazia;
e che non ci sai stato, quindi, ambito alcuno dell’esperienza di Maria non
santificato e quindi trasfigurato.
In questo senso Maria è, nella fede della
chiesa, il segno, il frutto, la prova splendida dell’efficacia e della
“potenza” della grazia di Dio: “Grandi
cose ha fatto in me l’Onnipotente”.
E cosa significa conversione?
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N |
el gergo automobilistico
Conversione significa la effettuazione di una curva a “U”. Effettivamente, per
convertirsi il più delle volte è necessario avere il coraggio di lasciare le
proprie mete e di… girarsi sui tacchi. Un vescovo, parlando di conversione, ha
preferito usare una semplice quanto popolare espressione. Diceva: “Convertirsi
vuol dire cambiare testa”.
La parola
“conversione” raggiunge oggi la sua pienezza di significato, quando nel brano
del Vangelo ascoltiamo il forte discorso di Giovanni Battista: “Fate frutti di conversione”.
Le parole del
Precursore sono la perfetta anticipazione di quelle con cui Gesù inizierà la
sua missione: “Convertitevi perché il regno dei cieli è vicino”.
Ma è soprattutto il
contenuto del discorso di Giovanni, che porta la parola conversione alla sua
pienezza umana e divina e alla sua profondità inesauribile. Giovanni infatti
inizia invitando a convertirsi e conclude additando la necessaria direzione di
questo cammino verso “colui che viene dopo di me è più potente di me”; e
ancora “colui che battezzerà nello Spirito Santo e nel fuoco”.
Ebbene ora si può
capire per davvero il significato della parola conversione: “incontrare
Cristo”. Un atteggiamento di vita che deve essere risvegliato appunto dall’Avvento,
il tempo nel quale dobbiamo preparare il Natale. E il Natale cos’è se non
incontrare Gesù? Di fronte a questa legge di conversione sentiamo tutta la
povertà di persone e di comunità per le quali Cristo deve essere ancora
incontrato. Quante volte scambiamo una conoscenza superficiale ed affrettata
per un incontro vero e personale. Ma altro è conoscere una persona, e anche
Dio, e altro è incontrarla. Incontrarla è comunicare, è scoprire, è donarsi. Si
può essere maestri di teologia e non aver incontrato il Signore. Può essere il
limite, o l’errore, o il tradimento di una certa istruzione religiosa quando ci
si accontenta di far conoscere una dottrina, ma ci si accorge che la vera
conversione non è avvenuta: perché il Cristo, con il suo amore, nei suoi doni,
nella sua passione per l’uomo non è stato incontrato. Non solo: l’incontro
comporta una caratteristica imprescindibile e richiede una verifica severa: la
comunione. Quella comunione che non può esaurirsi nel gesto di un momento, ma
una costante nella vita: la legge intima dell’incontro è quella di essere
inesauribile in chi si dona e insaziabile in chi la riceve: è la vita e la
testimonianza dei santi a confermarlo. E allora viene da chiedersi: quanti e
quali incontri di preghiera realizzano questa meravigliosa insaziabilità?
Quante eucaristie, quanti momenti di preghiera testimoniano questa
insaziabilità di accoglienza e di servizio?
È utile e confortante
infine ribadire che questa “conversione-incontro” non deve essere interpretata
solo come un gesto volontario e sufficiente da parte dell’uomo. È sempre
necessaria invece l’iniziativa divina. L’iniziativa di chi si offre ad ognuno
con il “Signore che viene” e con il determinante sostegno da parte dello
Spirito Santo.
Ma è confortante che
Giovanni, mentre invita alla conversione per incontrare il Signore, profetizza
lo Spirito Santo quando dice di Gesù: “Egli vi battezzerà in Spirito Santo e
fuoco”.
Un Regno di Speranza e di impegno
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L |
a solennità di Cristo,
Re dell’universo ci offre l’opportunità di proporre il vero senso della
speranza, fondata su Dio che in Cristo ci dona la salvezza.
Che cosa è il regno di
Cristo? Per togliere ogni ambigua interpretazione della
realtà del regno annunciato da Gesù diciamo, prima di tutto, ciò che non è
questo regno:
Ä
Non è una realtà di questo mondo (“Il
mio regno non è di questo mondo”, dice Gesù) anche se è una realtà che è
presente in questo mondo;
Ä
Non è una realizzazione compiuta dagli
uomini per un maggiore benessere terreno;
Ä
Non è una realtà identificabile in un
territorio.
Il regno predicato da
Gesù e attuato da Gesù è la potenza salvifica di Dio, che libera l’uomo
dal male del peccato e gli comunica il dono della partecipazione alla vita
stessa di Dio. Il regno è dono di Dio. Il regno è manifestazione dell’amore
infinito di Dio per l’uomo. Il regno, già iniziato qui in terra, avrà il suo
compimento alla fine dei tempi.
La regalità di Cristo,
infatti, si manifesterà in tutta la sua pienezza quando egli, vinta la morte
per sempre, apparirà giudice e salvatore per consegnare il regno al
Padre (cioè l’umanità redenta) e Dio sarà tutto in tutti (1Cor 15,28).
Nella visione che
Cristo ci dà del suo regno si può comprendere come i privilegiati del Regno, cioè
coloro che sono fatti oggetto della primaria attenzione della potenza
liberatrice di Dio, siano i poveri, gli infelici, i peccatori, gli affamati, i
perseguitati a causa del Vangelo, i costruttori di pace.
Cristo ha inaugurato
in terra il regno dei cieli, ce ne ha rivelato il mistero e, con la sua
obbedienza d’amore, ha operato la redenzione.
La Chiesa, ossia il
regno di Cristo già presente nel mondo, per la potenza di Dio cresce nel mondo.
Occorre però considerare, come insegna il Concilio Vaticano II, che «…l’attesa
di una terra nuova non deve indebolire, bensì piuttosto stimolare la
sollecitudine nel lavoro relativo alla terra presente, dove cresce quel corpo
dell’umanità nuova che già riesce ad offrire una certa prefigurazione che
adombra il mondo nuovo. Pertanto, benché si debba accuratamente distinguere il
progresso terreno dallo sviluppo del Regno di Dio, tuttavia, nella misura in
cui può contribuire a meglio ordinare l’umana società, tale progresso è di
grande importanza per il regno di Dio.
Ed infatti, i beni, quali la
dignità dell’uomo, la fraternità e la libertà, e cioè tutti i buoni frutti
della natura e della nostra operosità, dopo che li avremo diffusi sulla terra
nello Spirito del Signore e secondo il suo precetto, li ritroveremo poi di nuovo,
ma purificati da ogni macchia, ma illuminati e trasfigurati, allorquando il
Cristo rimetterà al Padre “il regno eterno ed universale: che è regno di verità
e di vita, regno di santità e di grazia, regno di giustizia, di amore e di
pace”. Qui sulla terra il Regno è già presente, in mistero; ma con la venuta
del Signore, giungerà a perfezione.» (G et S n° 39)
La carta d’identità
di Cristo Re
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U |
na regalità davvero
paradossale – vissuta attraverso la sofferenza e la croce – quella che la liturgia
ci invita a celebrare in questa ultima domenica dell’anno liturgico.
Vengono in mente le
semplici umanissime parole con cui il Papa Giovanni Paolo II seppe donare il
suo alto magistero nel momento in cui fu costretto a rinunciare al suo
programmato viaggio in Sicilia. “… Avrei dovuto essere in Sicilia, nel
Santuario della Madonna, e invece mi trovo ancora una volta in quest’altro
santuario che è l’ospedale, dove si versano ogni giorno lacrime di dolore e di
speranza…; vi parlo da questa camera d’ospedale, e devo dire che era tanto
necessaria questa sosta di dolore…; da questa camera d’ospedale mi è più
facile, in certo modo, affidar tutto al Signore, mettere nelle sue mani ogni
problema, ogni iniziativa pastorale, le angosce e le speranze dell’umanità…”
Perché la sofferenza?
Interrogativo difficile che l’uomo pone a se stesso, agli altri uomini, a Dio.
Quante volte poniamo a
Dio questa domanda; a lui creatore e signore del mondo; quante volte sul
terreno di questa domanda si arriva a frustrazioni e conflitti sui rapporti con
Dio, si arriva alla negazione stessa di Dio.
L’interrogativo sul
“senso della sofferenza”! Un tale interrogativo – lo sentiamo bene – non
possiamo che rivolgerlo a Dio, con commozione, con rabbia, con disperazione,con
sconforto… E Dio accoglie la domanda e l’ascolta.
La “risposta” alle
nostre domande di senso, Dio l’ha data – e continua a darla – nella croce di
Gesù Cristo: in lui la sofferenza è “spiegata” e, insieme, “vinta” dall’amore.
In questa prospettiva
la sofferenza umana diventa una “parabola” capace di dire e di donare il
significato e il valore a tutta la esistenza e alla sofferenza che l’accompagna
e l’attraversa.
Nel Cristo sofferente
infatti, il Dio Amore si dà a noi nel vertice della sua “forza” cioè della sua
singolare regalità e, insieme, nell’abisso della sua “debolezza”.
E non è proprio la più
vera essenza dell’amore, quella di essere “forza” e “debolezza”?
Ecco la carta
d’identità di Cristo Re!
“Esercizi Spirituali
nel Quotidiano”
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I |
n che consistano e a che cosa mirino lo dovremmo
sostanzialmente già sapere. E tuttavia, per meglio comprenderne il valore e la
finalità può essere utile ricordare una parabola dei Padri del deserto che
amiamo qui riportare:
«Un uomo si recò da un monaco di clausura. Gli chiese:
“Che cosa impari dalla tua vita di silenzio?”
Il monaco stava attingendo acqua da un pozzo e disse
al suo visitatore: “Guarda giù nel pozzo! Che cosa vedi?
L’uomo guardò nel pozzo. “Non vedo niente”.
Dopo un po’ di tempo, in cui rimase perfettamente
immobile, il monaco disse al visitatore: “Guarda ora! Che cosa vedi nel pozzo?”
L’uomo obbedì e rispose: “Ora vedo me stesso: mi
specchio nell’acqua”.
Il monaco disse: “Vedi, quando io immergo il secchio
l’acqua è agitata. Ora invece è tranquilla.”»
È questa l’esperienza del silenzio: “l’uomo vede se
stesso!”
Gli esercizi spirituali sono utili per riconoscere
la nostra vera identità umana e cristiana alla luce della fede.
Ci è difficile aprirci a riconoscere con la mente e
con il cuore il nostro limite creaturale e insieme la nostra dignità, la nostra
“nobiltà” per essere figli di Dio, beneficati dalla sua grazia, dal suo amore,
dal suo perdono. Scoprire e abbattere la nostra schiavitù ed esperimentare la libertà
vera, quella vissuta da Paolo e dai santi, ci è difficile; rispondere con
generosità, prontezza, e perseveranza è compito arduo se non impossibile, se
non si attinge al nutrimento della Parola di Dio, ascoltata con particolare
attenzione e… distensione.
Il tema proposto per la settimana che va dalla
domenica 25 novembre – festa di Cristo Re, ultima dell’anno liturgico, a sabato
1 dicembre – inizio del nuovo anno – è “la fede in Cristo fonte di vita
eterna” secondo il testo di Giovanni 20,31: “Perché crediamo che Gesù è
il Cristo e perché, credendo, abbiamo la vita eterna”
Il calendario - programma segue questo percorso:
Lunedì 26: ore 17:30 Santa Messa in
suffragio dei fedeli defunti e per invocare il dono dello Spirito Santo sui
fedeli.
Martedì 27: ore 17:30 Santa Messa. A
seguire esposizione e adorazione eucaristica.
Ore 18:30 Meditazione guidata dal Prof. Giovanni
Vezzosi sul testo del Deut. 26,1-11: “le radici della nostra fede”. A
seguire riflessione personale e, dalle 19:30, adorazione eucaristica fino alle
ore 20.
I ragazzi delle medie, dopo la catechesi,
parteciperanno all’adorazione fino alle ore 20.
Mercoledì 28: ore 17:30 Santa Messa. A
seguire esposizione e adorazione eucaristica.
Ore 18:30 Meditazione guidata dal Prof. Giovanni
Vezzosi sul testo del salmo 99 (100): “Un popolo di credenti”. A seguire
riflessione personale e, dalle 19:30, adorazione eucaristica fino alle ore 20.
I ragazzi delle elementari si ritrovano nel salone
dalle 17:00 alle 18:00.
Giovedì 29: ore 17:30 Santa Messa. A
seguire esposizione e adorazione eucaristica.
Ore 18:30 Meditazione guidata dalla Dott.sa
Laura Giachetti sul testo di 1Tm 2,1-7; 3,14-16: “Gesù risposta alle
promesse di Dio”. A seguire riflessione personale e, dalle 19:30,
adorazione eucaristica fino alle ore 20.
Ore 18:30 Anche gli adolescenti partecipano alla
meditazione proposta agli adulti.
Venerdì 30: Ore 10:00 ~ 16:00
Celebrazione comunitaria penitenziale con possibilità della confessione
personale.
Ore 17:30 Santa Messa. A seguire esposizione e, dalle
19:30, adorazione eucaristica.
Ore 18:30 Meditazione guidata dal Sac. don Francisco
Evaristo (sacerdote brasiliano) sul testo di 2Cor 4,13-18: “Una fede che si
fa attesa”. A seguire riflessione personale e, dalle 19.30, adorazione
eucaristica.
Ore 21:15 Celebrazione comunitaria penitenziale con
possibilità della confessione personale.
Sabato 1 dicembre: Ore 20:00 Ritrovo sul
piazzale della Chiesa per recarsi in Duomo e partecipare alla Veglia di Avvento (ore 21:00 – 22:15) presieduta
dal Vescovo a conclusione degli Esercizi Spirituali.
La nuova edizione
del Lezionario
|
P |
er la prima domenica
di Avvento, domenica 2 dicembre, i Vescovi italiani consegnano alle nostre
comunità cristiane la nuova edizione del Lezionario Domenicale Festivo in tre
volumi, secondo il ciclo triennale. Il Lezionario, che è il libro nel quale
sono raccolte le letture dalla Bibbia da proclamare nelle celebrazioni
liturgiche, è stato presentato alla stampa dal vescovo Giuseppe Betori,
segretario della Cei, che tra l’altro ha detto: “Non c’è niente di più
opinabile di una traduzione e per questo chiediamo un po’ di benevolenza
nell’accoglienza della traduzione”. Il nuovo Lezionario – ha spiegato – vorrebbe
coniugare “una maggiore aderenza al tono e allo stile delle lingue orientali
con una maggiore comprensibilità e comunicativa”
Vivere con serenità
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G |
iunti alla conclusione
dell’anno liturgico, le letture di questa domenica ci invitano a riflettere
sulla realtà e sulla direzione del nostro cammino personale e comunitario.
Il pensiero del futuro
molto spesso ci tormenta con il peso delle sue angosce. Attualmente è diffuso
un certo catastrofismo che ci prospetta la fine imminente del mondo e
dell’umanità. Queste voci che profetizzano sventura non sempre riescono a
stimolare un’assunzione di responsabilità personale e collettiva nei confronti
delle varie problematiche e ad orientare meglio le scelte, favorendo, al
contrario, lo scetticismo, il disimpegno e l’indifferenza.
La liturgia stessa
riserva alle ultime domeniche dell’anno liturgico il compito di esplicitare con
maggiore chiarezza quanto è stato proclamato lungo tutte le altre domeniche
dell’anno. Perché amare? Come amare? Perché soffrire? Perché dover scegliere
tra il bene e il male? Se abbiamo cercato di mettere in pratica l’insegnamento
di Gesù, che cosa accadrà di noi? E se non lo abbiamo fatto o lo abbiamo fatto
solo a metà? Ecco, arrivano le risposte già conosciute, confezionate e
ripetute: dopo il passaggio della morte, seguirà il giudizio.
Verrà, quindi, emessa
la sentenza. Ma tutto sommato tutto questo non ci deve terrorizzare, ci deve
solo persuadere a vivere una vita “buona”.
Il brano delle lettera
di Paolo (2Ts 3,7-12) e il Vangelo di oggi ci richiamano invece a una visione
non edulcorata, ma, al tempo stesso, non disperata della vita e del mondo,
anche se realistica.
Ogni cristiano, o
meglio, ogni uomo o donna sa che nel suo percorso è impossibile non incontrare
difficoltà, prove e persecuzioni; la differenza sostanziale consiste nel modo
di affrontarle.
Paolo ci sprona, con
il suo stesso esempio, a vivere operosamente, finalizzando il proprio lavoro
non solo al proprio sostentamento, ma contribuendo anche a costruire il regno
di giustizia e di amore annunciato ed incarnato in Gesù.
Perché credere nel
ritorno glorioso di Cristo non ci esime dall’impegno personale di fare tutta la
nostra parte, fino in fondo. Dio, nel mistero dei suoi disegni, ha scelto la
strada della collaborazione con l’uomo per avverare la sua promessa di
salvezza.
L’adesione sincera al
Vangelo, tuttavia, ci espone alle conseguenze di una testimonianza che risulta
spesso controcorrente rispetto alla mentalità comune.
Ancora oggi sono
numerosi coloro che testimoniano fino allo spargimento del sangue la loro
fedeltà ad altissimi ideali di giustizia, di amore, di pace, contrastando, con
una resistenza attiva e non violenta, il male, la violenza, lo sfruttamento in
tutte le sue forme, anche le più perverse, subdole e potenti.
Ma anche in situazioni
meno estreme ci vuole molto coraggio per essere coerenti con ciò in cui
crediamo.
Cercare di vivere da
cristiani sempre, in ogni situazione e in ogni ambiente può comportare un
prezzo notevole da pagare, consistente spesso nell’essere oggetto di ironia se
non di emarginazione.
Però la paura, il
timore e ogni preoccupazione si dissolvono se ci si lascia colmare dalla
presenza e dalla tenerezza di Dio Padre, che ci rassicura, attraverso la sua Parola,
con un’immagine significativa: i capelli del nostro capo sono contati e non ne
perirà nemmeno uno. Siamo certi del suo amore, qualsiasi cosa accada!
Pensiero alla Morte”
(Meditazione di Paolo VI)
«[…] Ecco: mi piacerebbe, terminando, d’essere nella luce. […]
Quanto a
me vorrei avere finalmente una nozione riassuntiva e sapiente sul mondo e sulla
vita: penso che tale nozione dovrebbe esprimersi in riconoscenza: tutto era
dono, tutto era grazia; e com’era bello il panorama attraverso il quale si è passati;
troppo bello, tanto che ci si è lasciati attrarre e incantare, mentre doveva
apparire segno e invito. Ma, in ogni modo, sembra che il congedo debba
esprimersi in un grande e semplice atto di riconoscenza, anzi di gratitudine:
questa vita mortale è, nonostante i suoi travagli, i suoi oscuri misteri, le
sue sofferenze, la sua fatale caducità, un fatto bellissimo, un prodigio sempre
originale e commovente, un avvenimento degno d’essere cantato in gaudio e in
gloria: la vita, la vita dell’uomo! Né meno degno d’esaltazione e di felice
stupore è il quadro che circonda la vita dell’uomo: questo mondo immenso,
misterioso, magnifico, questo universo dalle mille forze, dalle mille leggi,
dalle mille bellezze, dalle mille profondità. È un panorama incantevole. Pare
prodigalità senza misura. Assale, a questo sguardo quasi retrospettivo, il
rammarico di non averlo ammirato abbastanza questo quadro, di non aver
osservato quanto meritavano le meraviglie della natura, le ricchezze
sorprendenti del macrocosmo e del microcosmo. Perché non ho studiato
abbastanza, esplorato, ammirato la stanza nella quale la vita si svolge? Quale
imperdonabile distrazione, quale riprovevole superficialità! Tuttavia, almeno
in extremis, si deve riconoscere che quel mondo, “qui per Ipsum factus est”,
che è stato fatto per mezzo di Lui, è stupendo. Ti saluto e ti celebro
all’ultimo istante, sì, con immensa ammirazione; e, come si diceva, con
gratitudine: tutto è dono; dietro la vita, dietro la natura, l’universo, sta la
Sapienza; e poi, lo dirò in questo commiato luminoso, (Tu ce lo hai rivelato, o
Cristo Signore) sta l’Amore! […]»
In sintonia con lo spirito di
queste giornate
Qualche spunto di
riflessione sul senso della morte cristiana
(suggeriti dal catechismo della Chiesa Cattolica)
-
Grazie a Cristo, la morte cristiana ha un significato positivo. “Per
me il vivere è Cristo e il morire un guadagno” (Fil,1,21). “Certa è questa parola: se moriamo
con lui, vivremo anche con lui” (2 Tm 2, 11). Qui sta la novità essenziale della
morte cristiana: mediante il Battesimo, il cristiano è già sacramentalmente
«morto con Cristo », per vivere di una vita nuova; e se noi moriamo nella
grazia di Cristo, la morte fisica consuma questo «morire con Cristo» e compie
così la nostra incorporazione a lui nel suo atto redentore. “Per me è
meglio morire per Gesù Cristo, che essere re fino ai confini della terra. Io
cerco colui che morì per noi; io voglio colui che per noi risuscitò. Il momento
in cui sarò partorito è imminente... Lasciate che io raggiunga la pura luce;
giunto là, sarò veramente un uomo”. (sant'Ignazio di Antiochia).
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Nella
morte, Dio chiama a sé l'uomo. Per questo il cristiano può provare nei riguardi
della morte un desiderio simile a quello di san Paolo: «il desiderio di essere
sciolto dal corpo per essere con Cristo» (Fil 1,23); e può trasformare la sua propria
morte in un atto di obbedienza e di amore verso il Padre, sull'esempio di
Cristo. “Il mio
amore è crocifisso;... un'acqua viva mormora dentro di me e mi dice: «Vieni al
Padre!»”. (sant'Ignazio di Antiochia). “Voglio
vedere Dio, ma per vederlo bisogna morire”. (Santa Teresa di Gesù). “Non
muoio, entro nella vita”. (santa Teresa di Gesù Bambino).
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La
visione cristiana della morte è espressa in modo impareggiabile nella liturgia
della Chiesa: “Ai tuoi fedeli, Signore, la vita non è tolta, ma
trasformata; e mentre si distrugge la dimora di questo esilio terreno, viene
preparata una abitazione eterna nel cielo.” (Messale
Romano, Prefazio dei defunti, I).
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La
morte è la fine del pellegrinaggio terreno dell'uomo, è la fine del tempo della
grazia e della misericordia che Dio gli offre per realizzare la sua vita
terrena secondo il disegno divino e per decidere il suo destino ultimo. Quando
è «finito l'unico corso della nostra vita terrena» (L.G.48), noi non ritorneremo più a vivere
altre vite terrene. «È stabilito per gli uomini che muoiano una sola volta» (Eb 9,27). Non c'è «reincarnazione» dopo la
morte.
-
La
Chiesa ci incoraggia a prepararci all'ora della nostra morte («Dalla morte
improvvisa, liberaci, Signore»: Litanie dei santi), a chiedere alla Madre
di Dio di intercedere per noi «nell'ora della nostra morte» (Ave Maria)
e ad affidarci a san Giuseppe, patrono della buona morte: “In ogni
azione, in ogni pensiero, dovresti comportarti come se tu dovessi morire oggi
stesso; se avrai la coscienza retta, non avrai molta paura di morire. Sarebbe
meglio star lontano dal peccato che fuggire la morte. Se oggi non sei preparato
a morire, come lo sarai domani?
(Imitazione di Cristo).
Laudato si’, mi Signore, per sora
nostra Morte corporale, da la quale nullu omo vivente po' skappare.
Guai a quelli ke morrano ne le
peccata mortali; beati quelli ke trovarà ne le tue sanctissime voluntati, ka la
morte secunda no’ l farrà male.
(san Francesco d’Assisi, Cantico
delle creature).
Lutto
nella nostra comunità
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N |
on sembra possibile
quello che invece è realmente successo nella mattinata di martedì scorso: la morte
per incidente stradale del nostra carissimo e stimatissimo fratello Renato.
L’evento ha lasciato esterrefatti e ammutoliti tutti coloro che lo avevano
conosciuto e goduto del suo affetto, della sua dedizione, della sua discrezione
e della sua austera ed amabile riservatezza, cominciando ovviamente dalla
moglie Francesca e dai suoi due figli: Matteo e Claudia. Essi hanno potuto
esperimentare quotidianamente la sua totale consacrazione alla loro vita, alla
loro crescita e alla loro graduale maturazione. Ma le capacità e le risorse di
Renato non sono state limitate all’ambito familiare, hanno potuto e dovuto
irradiarsi ed esplodere in tutti gli ambiti in cui la sua vita è stata
interessata e impegnata: l’esercizio della professione, il lavoro, il volontariato,
l’uso saggio dei brevi spazi di tempo libero, e, soprattutto, nell’impegno
comunitario parrocchiale: un lavoro svolto sempre all’insegna della
riservatezza, valorizzando e potenziando le capacità che riscontrava nei
fratelli, sostituendoli all’occorrenza, integrando il lavoro “incompiuto” o
abbozzato dagli altri.
Grazie Renato: a te si
devono tanti meriti, il principale dei quali è stato quello di non averli
cercati, procurati, rincorsi a prezzo della tua dignità e aristocrazia
interiore.
Forse anche per questo,
per la tua maturità umana e cristiana raggiunta attraverso la via evangelica
del silenzio, della discrezione, del sorriso sapiente, il Signore ti ha rapito
da noi per trapiantarti in quello spazio dove anche i mass-media più
sofisticati e veloci cedono il posto alla visione diretta di quel Dio nel quale
hai creduto e per il cui disegno hai vissuto.
Grazie Renato, te lo
ripetiamo con un pizzico di rabbia per il modo con cui ti sei congedato da noi:
in punta di piedi, senza dare fastidio, come sei vissuto.
Ma non per questo ti
serbiamo rancore: anche perché tu non lo hai mai serbato nella tua vita proprio
per nessuno…
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L |
Vivere i
Giorni Santi
a settimana santa, dalla domenica delle palme alla
risurrezione di Gesù Cristo, in particolare il triduo santo, ha in se stessa,
giorno dopo giorno, una grande densità di contenuti e una forte capacità
comunicativa.
In queste giornate dobbiamo però vigilare perché il folclore
che si manifesta attraverso riti religiosi, evocazioni e sacre
rappresentazioni, devozioni varie, compresa la “via crucis”…, restino solo un
aiuto a capire il mistero pasquale celebrato liturgicamente: non lo possono
soppiantare fino al punto di sostituire la liturgia.
L’ultima cena segna
l’avvio della nuova alleanza di cui Gesù è “sacerdote, vittima e altare”; ma dà
pure l’avvio a tutte le forme di “diaconie” della chiesa con la lavanda dei
piedi di Gesù agli apostoli e con il preciso invito a farsi “servi” senza
limiti. Come Gesù fino alla sua totale oblazione sul Calvario.
Tocca a Luca, quest’anno, offrirci il racconto della
passione del Signore. Il viaggio verso Gerusalemme è il filo conduttore della
vita pubblica di Gesù e, insieme, è la prefigurazione trasparente della vita di
ogni cristiano, suo discepolo. È significativa al riguardo quella parola di
Luca con cui lui accompagna l’invito di Gesù a seguirlo portando la croce “ogni
giorno” (9,23).
Gli ultimi giorni di Gesù a Gerusalemme si aprono con
l’ingresso trionfale, ma anche con il pianto sulla città santa e con la
purificazione del tempio dai mercanti, che lo avevano ridotto ad una spelonca
di ladroni affaristi. La vita cristiana non è esteriorità trionfalistica, ma
adesione totale al Vangelo. Il racconto della passione, nella domenica delle
palme, non è per commuoverci sentimentalmente, ma per misurare il nostro grado
di adesione alla “proposta” di Gesù Cristo. Anche se abbiamo peccato: Pietro è
perdonato dopo il rinnegamento; il cireneo accetta di portare la croce dietro a
Gesù; uno dei malfattori si converte sulla croce; Gesù stesso muore perdonando
e pregando per i suoi nemici.
I rami di ulivo portati a casa, in famiglia, richiamano
l’impegno ad ospitare il Signore e a vivere insieme i messaggi delle altre
tappe del mistero pasquale di Cristo.
La speciale grazia sacramentale del giovedì santo invocata
nella “Messa nella cena del Signore” è nelle parole della colletta: «Fa’ che dalla
partecipazione a così grande mistero attingiamo pienezza di carità e di vita».
La “lavanda dei piedi” sottolinea le parole di Gesù: «Se
dunque io, il Signore e il Maestro, ho lavato i vostri piedi, anche voi dovete
lavarvi i piedi gli uni gli altri».
Solo se attuando questo comandamento del Signore possiamo cantare nella verità
il canto tipico della giornata: “Dov’è carità e amore, qui c’è Dio”.
La celebrazione della
passione del Signore nel
venerdì santo mira a far comprendere il vero risultato della crocefissione più
che a fornirci una dettagliata analisi e valutazione delle sofferenze subite. Ci
sono gesti e parole nella celebrazione che illuminano non solo il momento
liturgico, ma tutta la vita: il bacio del crocifisso, l’adorazione della croce,
la preghiera universale e le espressioni: «Per le sue piaghe noi siamo stati
guariti»; «Guarderanno colui che hanno trafitto»; «Quando sarò
innalzato da terra, attirerò tutti a me»; «Accostiamoci dunque con piena
fiducia al trono della grazia ad essere aiutati al momento opportuno». Nel
cuore di chi rimane indifferente risuoni almeno il lamento: «Popolo mio, che
male ti ho fatto? In che ti ho provocato? Dammi risposta.»
Infine il silenzio
del sabato santo. Non la corsa affannosa per i doni e il pranzo di
Pasqua, ma il tempo della riflessione per confermare la conversione e i
propositi. Tra poco, nella veglia pasquale, risorgeremo con Cristo a vita
nuova. Rinnoveremo le “promesse battesimali”.
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A |
Sabato 24 marzo si celebra la Giornata di
preghiera e digiuno per i missionari
martiri
nche quest’anno sta davanti
a noi una folla di testimoni, di ogni lingua, razza, popolo e nazione che ha
versato il sangue per Cristo, facendo così di tutta la loro vita un dono e un
segno di speranza per il mondo di oggi. Secondo l’Agenzia Fides, nell’anno 2006
sono stati uccisi 24 tra sacerdoti, religiosi, religiose e laici – tra cui tre
italiani: don Andrea Santoro, don Bruno Baldacci e Suor Leonella Sgorbati.
Di fronte a un mondo
che ha sempre più paura del futuro, di fronte a uomini e donne che non sono più
capaci di sollevare lo sguardo e
guardare in alto e di sognare, i missionari uccisi ci invitano ad essere ancora
più forti nella fede, a credere che una nuova umanità è possibile, a sperare in
un futuro migliore. Una vita spesa per amare ha la possibilità di trasformare
le coscienze, cambiare la mentalità e la vita.
La loro è stata una
scelta, una decisione di vivere fino in fondo una vita evangelica, sullo stile
di Gesù. Per noi cristiani il martirio non è mai un segno di fondamentalismo
religioso: il martire muore per dare la vita agli altri, per salvare gli altri
e non per toglierla… e nemmeno per essere ricordato o per dare alla sua vita
una morte esaltante!
Martire è l’uomo della
fede quotidiana e della pratica dell’amore. Il martire cristiano muore in nome
di colui per il quale già in partenza aveva offerto la sua vita, aveva deciso
di vivere per lui! È la testimonianza portata a pienezza.
La testimonianza dei
missionari uccisi aiuta a superare tutte le forme di intolleranza e diventa per
la Chiesa e per il mondo il segno del dialogo e della comprensione tra le
culture e le religioni. Scrive G. Fazzini nel libro “Lo scandalo del martirio”:
«Fare memoria dei nuovi martiri… non può ridursi a mera rivendicazione, pur
necessaria e legittima, del sacrosanto diritto alla libertà religiosa. Né deve
avere come preoccupazione immediata la richiesta, pur legittima, di reciprocità
tra le fedi. Tanto meno può sfociare nella rabbiosa reazione di chi auspica una
nuova crociata o una nuova guerra.»
Sono morti che parlano
di una fraternità che non conosce frontiere. Ne è prova il fatto che alla loro
morte spesso la gente del luogo li ha riconosciuti come parte viva del popolo.
Basterebbe ricordare i molti musulmani che si sono recati all’ospedale per
donare il sangue per Suor Leonella…
Giuseppe, “umile e
prezioso”
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L |
a festa di san Giuseppe
rischia di essere dimenticata.
Egli è l’uomo giusto che porta a compimento il
cammino di speranza iniziato dai giusti dell’Antico Testamento. Egli è il
giusto che vive di fede, e la sua presenza umile e discreta accanto a Maria e a
Gesù mostra tutta la profondità di questa sua fede. Egli è presente come sposo
promesso di Maria all’Annunciazione; vive la prova del dubbio che, con la luce
della grazia, diventerà pace, abbandono e fiducia. Percorre con Maria la
faticosa via che porta da Nazareth a Betlemme. Contempla in adorazione con la
sua Vergine sposa il Figlio di Dio nato in una grotta; si fa esule in Egitto
per salvare il Bambino, e infine aiuta il bambino Gesù a crescere in sapienza,
età e grazia presso Dio e presso gli uomini.
Davvero “umile e
preziosa” questa figura che tra la moltitudine dei santi ha un ruolo semplice
e… insostituibile…
Preghiamo con il
Vangelo
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S |
ignore, nel cammino
quaresimale verso il Regno, oggi mi proponi il messaggio della parabola del
fico che non ha prodotto frutti, e mi inviti alla conversione: “Se non vi
convertirete perirete tutti allo stesso modo” (Lc 13,5).
Anche noi siamo come un
albero dalle belle foglie, ma incapaci di produrre frutti. Dobbiamo convertirci
alla tua azione, o Signore. La fede è la sola via che rende possibile a Cristo
di entrare ed agire nella mia vita. Quando egli entra nella nostra vita, tutto
cambia.
Con la fede mi rivolgo
a Cristo, radicando la mia esistenza nella sua. Cristo ripete per noi la
supplica della parabola, perché il Padre ci conceda ancora un po’ di tempo,
affinché su questo albero che è l’umanità, possa fiorire una risposta d’amore.
Fa, o Signore, che sappia
accogliere questo tempo per lasciarmi salvare da te e per portare molto frutto.
Il mistero della Trasfigurazione
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L |
a II domenica di
quaresima è sempre caratterizzata dal Vangelo della trasfigurazione del
Signore. Perché? Non si tratta di celebrare la festa della trasfigurazione del
Signore, ma di comprendere il significato che Gesù stesso ha voluto dare a
questo evento in un preciso momento per la formazione degli apostoli. Se nella
I domenica la liturgia ha ricordato le tentazioni di Gesù per insegnare che la
vita cristiana, fondata sul battesimo, è lotta continua contro l’insidia del
male, oggi ci viene proposta la pagina del vangelo della trasfigurazione per
farci vedere il traguardo che ci attende al concludersi del faticoso
combattimento: la partecipazione alla gloria del Cristo con la trasfigurazione
del nostro misero corpo mortale (II lettura).
Lo scandalo della croce
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L |
a rivelazione
anticipata ai tre apostoli della gloria della risurrezione, avviene nel momento
critico in cui i dodici sono scandalizzati dall’annuncio della passione, fatto
da Cristo. Gli apostoli non riescono a comprendere la prospettiva di un Messia
sconfitto. Gesù, allora, li educa a comprendere che il mistero della salvezza e
il raggiungimento della gloria si compie con un amore fedele fino alla morte:
morendo, Gesù distruggerà la morte e, risorgendo, comunicherà la vita. La
trasfigurazione è visione anticipata della vittoria pasquale sulla morte. È la
vittoria dell’amore che si dona, in piena fedeltà, a Dio e ai fratelli.
Il significato della
croce
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L |
a croce, nel piano di
Dio, non è voluta in quanto croce, ma come conseguenza di assoluta fedeltà a
Dio e di solidarietà col mondo peccatore da salvare. Cristo è fedele al Padre
fino alla morte, per questo il Padre lo glorificherà con la risurrezione. Chi
vuole seguire Cristo e vivere l’alleanza col Dio fedele, deve rinnegare il
mondo chiuso dell’orgoglio e dell’egoismo per aprirsi all’amore che sa fare
della propria vita dono a Dio e ai fratelli. Questa è la via della salvezza
esemplificata da Cristo e indicata dal Padre: “Ecco il Figlio mio, l’eletto,
ascoltatelo”.
I nemici della croce di
Cristo
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L |
a cultura che si va
oggi diffondendo nella nostra società è diametralmente opposta allo spirito del
Vangelo. È la cultura dell’uomo autosufficiente e idolatra. Questa cultura
costituisce la più radicale persecuzione al Vangelo. È il controvangelo perché
assopisce fino a distruggerla la coscienza della fedeltà ai valori veri,
vissuti a costo di ogni sacrificio. Si crea la mentalità dello “star comodo” in
contrasto con lo spirito cristiano del donarsi. Nascono così “i nemici della
croce di Cristo, che hanno per Dio il loro ventre” (II lettura). I valori
autentici non si vivono, infatti, senza sacrificio.
La parola di Dio,
allora, in questa seconda tappa del cammino quaresimale, mentre ci porta a
contemplare il volto di Cristo trasfigurato dalla gloria, ci impegna a vivere
l’alleanza in fedeltà assoluta con Cristo al Padre nell’amore dei fratelli,
accettando lo scandalo della croce.
Riceviamo da don Luigi
Gennaio 2007 – Baracca –
Cuba
Caro don Mario e don Arturo,
como estan? Come state? In particolare tu, don Arturo, hai ricominciato a
camminare un poco o continui a fingere di aver bisogno della sedia a rotelle? Spero
che ti stia rimettendo in forma. Mio fratello Pierangelo m’ha detto che la
favella è stata la prima funzione ad essere recuperata. Non avevo dubbi.
E tu, don Mario, come stai?
Non è complicato immaginare la risposta. Bene, sempre bene. Come è andato l’intervento
ai diverticoli (non so se il termine sia corretto)?
Spero tutto bene.
Per quel che mi riguarda io
sto dall’altra parte del mondo in un mondo a parte.
Non posso certo esprimere un
giudizio dopo poche settimane ma qualche piccola sensazione l’ho registrata. Il
culto per il mito di Fidel: che sia morto oppure viva a questo punto è un
dettaglio di secondaria importanza.
Una religiosità composita.
Chiese-comunità battiste e metodiste non si contano. Per non parlare della
presenza dei Pentecostali.
Penso che mi attenda una
pastorale di taglio ecumenico. I cattolici sono una minoranza: attorno al 5%.
Ma nonostante tutto il 70% dei cubani si dichiara credente (così dice il nostro
nuovo vescovo). Ma dei numeri non so che farmene. Contano le persone che mi son
sembrate decisamente accoglienti.
Qui la gente è povera ma non
misera. Hanno quel che necessita per vivere. Non pare siano infelici. Più che
altro a me sembrano demotivati dalla presenza iperpaternalistica dello stato.
Comunque io sto bene, non ci
capisco ancora molto ma sto bene.
La nascita dei nipoti ha
rallegrato la mia partenza. Cesare!!! Il rifiorire di questo nome in seno alla
nostra famiglia è un ulteriore segno che mio padre, vostro fratello, non ha mai
smesso di amare e guidare la sua famiglia.
Un abbraccio. Tanta salute.
Salutatemi la Gina.
Salutatemi anche la vostra “badante”… don Giacomo
Gigi
La Quaresima ovvero l’invito e l’impegno a ricentrare la vita su
Dio
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È |
’ iniziata la Quaresima,
tempo di preparazione alla Pasqua, ma già ricco della grazia pasquale. Questo
tempo liturgico è nato nella chiesa per due necessità vitali: la preparazione
immediata dei catecumeni al battesimo da celebrare nella veglia pasquale; la preparazione
dei penitenti, dopo il battesimo, al momento della riconciliazione sacramentale
nel mattino del giovedì santo. Tutti, quindi, neofiti e riconciliati avrebbero
poi partecipato al banchetto eucaristico pasquale della grande veglia.
Il cammino quaresimale, guidato dalla parola di
Dio, deve condurre anche la nostra, insieme a tutte le comunità cristiane, in
atteggiamento penitenziale, a celebrare autenticamente la Pasqua nei tre
giorni, culminanti nella veglia pasquale.
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I |
n questa prima domenica emergono due temi nella liturgia: la professione di fede nel Cristo morto e risorto e la tentazione.
Cosa significa professare la fede nel Cristo
morto e risorto? A rispondere a questa domanda ci aiuta il brano di Paolo della
seconda lettura: “Se confesserai con la tua bocca che Gesù è il Signore e
crederai con tutto il cuore che Dio lo ha risuscitato dai morti, sarai salvo”.
Professare questa fede con tutto il cuore, cioè con tutto se stesso, significa
riconoscere che nell’evento della morte di Gesù si rivela Dio-amore. In quella
morte si rivela non la potenza di Dio che vince in modo umano, scendendo dalla
croce miracolosamente e salvando se stesso come era stato sfidato dagli scribi,
farisei e sommi sacerdoti, ma la potenza vittoriosa dell’amore che si dona al
Padre in piena fedeltà e obbedienza. Per questo il Padre glorifica il Figlio,
risuscitandolo dai morti perché con la sua umanità glorificata sia il Signore
che dona la vita. Credere con tutto il cuore a questo amore significa riceverlo
come dono da Cristo ed entrare nella salvezza.
È di fondamentale importanza rinnovare e
approfondire all’inizio della quaresima questo atto di fede perché soltanto in
questa prospettiva si vive la vera dinamica battesimale e penitenziale che è
propria della vita cristiana e della quaresima in particolare.
La tentazione. Contro questa fede che nella morte di
Cristo riconosce l’amore che si dona e che salva, si presenta la tentazione.
Questa tentazione non è facile da cogliere perché è profonda e sottile, va alla
radice dell’atteggiamento del credente.
A Gesù la tentazione si è rivolta per farlo
evadere dalla sua missione di salvatore attraverso la via dell’umile servizio
per amore, per persuaderlo ad assecondare la via del successo, della gloria,
per distoglierlo dalla condivisione della condizione umana fino alla morte.
Gesù dice no a tutte queste tentazioni che si
riassumono nella tentazione radicale della disobbedienza e della autonomia.
La tentazione di Gesù è perennemente la
tentazione dell’uomo e anche della chiesa.
La Quaresima ritorna ogni anno per richiamarci
al fondamentale impegno di incentrare più radicalmente la nostra vita su Dio e
per riconoscere che la salvezza è un dono che viene da Dio e, nel suo amore
rivelatosi in Cristo crocifisso e risorto, risiede la fonte della salvezza.
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L |
a parola Quaresima non evoca niente di
piacevole: fa venire in mente qualcosa di lungo, di sgradevole, di noioso…
Forse, ma solo ai più anziani, richiama un tempo – ma erano ben altri e lontani
tempi – nel quale si soleva fare digiuno e astinenza, perché i ritmi di vita,
si dice, lo permettevano.
Dunque immagini tristi o realtà sorpassate
appaiono legate alla quaresima.
Eppure anche quest’anno la chiesa ce la
ripropone. E non è per un testardo attaccamento a vecchie tradizioni che la
chiesa lo fa: è che essa non può farne a meno; essa sa bene che il suo compito
nel mondo non è altro che la vivente riproposizione del Cristo morto e risorto
e che aiutare gli uomini a camminargli incontro fa parte della sua missione.
Non solo: la chiesa pensa di fare un servizio non soltanto ai credenti ma a
tutti gli uomini proponendo un tempo forte dentro il quale ascoltare un po’ di
più, ricercare di più, incontrare di più se stessi, onestamente e umilmente
aprirsi alla proposta di un Dio che per cercare l’uomo si fa uomo, si fa
disponibile fino alla morte di croce e risorgendo diventa speranza e certezza
per l’uomo.
Il cristiano chiama questo itinerario
quaresimale, fatto d’un “morire” e d’un “risorgere” con Cristo, cammino di
conversione.
“Convertirsi” è una scelta che comporta un
cambiamento radicale del modo di pensare e di vivere.
Per capire bene il senso concreto della
“conversione” è utile rifarsi al concetto di alleanza che attraversa tutta la
Bibbia. Dio chiama gli uomini a entrare in cammino con lui; a vivere con lui un
rapporto interpersonale (= alleanza). Ma si tratta di uomini peccatori; la
risposta alla chiamata di Dio esigerà quindi da essi un continuo impegno di
“conversione”.
Il brano del Vangelo, che mercoledì delle
ceneri la liturgia ci ha proposto e che il Cardinale Piovanelli ha commentato
in maniera sapiente e concreta richiamandoci ai valori della carità verso il
“prossimo”, della preghiera personale, familiare e comunitaria, e del digiuno
inteso come cammino di liberazione dagli idoli e di libertà interiore,
“traduce” in maniera efficace il binomio “alleanza”-“conversione” con quel
richiamo insistente a quel Padre che “vede nel segreto”.
La Quaresima: un itinerario che comporta nello
stesso tempo la gioia dell’incontro e la pressante esigenza della ricerca.
La “civiltà degli
innamorati”
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G |
esù oggi ci invita ad assumere un atteggiamento
da veri innamorati. Innamorati di chi ci ha messo accanto (coniuge, figli, parenti,
amici, colleghi…) nella vita. Ma anche innamorati di chi egli ama, cioè di ogni
uomo. “Amate i vostri nemici… sarete figli dell’Altissimo”.
E chi è innamorato va ben oltre la cosiddetta
“regola d’oro” che razionalmente ci suggerisce di fare agli altri ciò che
vogliamo che gli altri facciano a noi. Infatti, Gesù non si limita a dire “ciò
che volete gli uomini facciano a voi, anche voi fatelo a loro”, ma ci
suggerisce di assumere come modello l’amore del Padre. Un Padre che tanto ama
il mondo da dare tutto, anche il Figlio, pur di conquistare il cuore dell’amata
umanità.
Vivere da innamorati è essere gioiosi, pieni di
speranza, è vivere liberi da ogni legame con le cose, laboriosi per costruire
un futuro per chi amiamo, è essere concreti e capaci di riconoscere i limiti
reciproci, è essere in grado di superare i conflitti e di accettare la
diversità…
Questo vivere da innamorati dovrebbe spingerci
a cambiare anche le logiche della società e delle comunità in cui viviamo.
Quando riusciremo a vedere l’alba di questa nuova “civiltà degli innamorati”?
Quaresima: tempo “Spirituale”
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N |
el libro del Siracide è scritto che “un uomo si
conosce veramente alla fine” (11,28). È la meta a rivelare la validità del percorso
effettuato; è la conclusione a illuminare tutto ciò che precede; è il fine a
spiegare i passaggi intermedi.
La prospettiva della quaresima è quella stessa
di tutta la vita cristiana cioè la piena conformazione a Gesù. E Gesù non è
venuto solo per liberarci dai lacci del peccato e dalla morte, ma anche per
farci entrare nell’intimità della sua vita divina e per innalzarci fino alla
comunione d’amore con il Padre. Per Gesù la “vita spirituale” significa essere
nel mondo senza essere del mondo.
Il primo gradino del cammino verso la pasqua è
diventare liberi dai condizionamenti del mondo e fissare il cuore sull’unica
cosa necessaria: in Dio, amato senza riserve, viene ricuperato il resto. La
conversione non è indifferenza, o apatia, o presa di distanza, ma è trovare in
Dio il significato di ogni realtà. Il vero discepolo vede, ascolta e comprende,
sintonizzandosi con gli occhi, con le orecchie e con il cuore a Dio.
È l’amore che, ricevuto da Dio, fa dire con san
Paolo: “non sono più io che vivo, ma è Cristo che vive in me” (Gal
2,20). L’unione col Padre in Cristo per mezzo dello Spirito genera nuove
relazioni, toglie paure e avidità, introduce nella condivisione e genera gioia
e gratitudine. Non si tratta più di essere logorati dall’“inseguire” i risultati,
col pericolo di cadere nella depressione e nella frustrazione, ma di
partecipare alla vita della Trinità.
Il cristianesimo non comincia con quello che
l’uomo deve fare per salvarsi, ma con quello che Dio ha fatto per salvarlo.
Nell’esperienza cristiana è Dio che tende la sua mano all’uomo peccatore: il
dono precede l’impegno. Nell’Exultat pasquale si inneggia al Redentore a
partire dalla colpa di Adamo, ritenuta “felice”, anzi “necessaria”. Dio
permette il peccato perché si eviti il peccato.
Prima di Gesù, “convertirsi” significava sempre
“tornare indietro” mediante una rinnovata osservanza della legge. Con Gesù,
“convertirsi” equivale ad “andare avanti”, entrando nella nuova alleanza.
Convertirsi a Dio consiste nel credere in Cristo: “Convertiti e credi al
Vangelo” ripete a ciascuno la chiesa il giorno in cui impone le ceneri sul
capo dei fedeli che iniziano il percorso quaresimale.
Per questo il Papa a Verona ha ribadito che, “all’inizio
dell’essere cristiano, non c’è una decisione etica o una grande idea, ma
l’incontro con la persona di Gesù Cristo, che dà alla vita un nuovo orizzonte e
con ciò la direzione giusta”.
|
I |
l digiuno e l’astinenza prescritti dalla Chiesa hanno
valore di segno: segno che, partendo dal cuore, è destinato ad attraversare tutta la vita. La
vita, infatti, già nella prospettiva umana, comporta misura, limitazione,
sobrietà, moderazione . Sono atteggiamenti richiesti dalla”legge” naturale e
che vengono esaltati nella vita cristiana perché aiutano a purificare il cuore
e la mente da attaccamenti disordinati e affinano l’udito interiore all’ascolto
della parola di Dio.
La Chiesa con le norme “disciplinari” vuole educare i
fedeli a scoprire e a vivere questi valori.
· Il digiuno e l’astinenza dalle
carni sono prescritti il mercoledì delle ceneri e il venerdì santo;
· L’astinenza dalle carni si estende
a tutti (e a i soli) venerdì di Quaresima (in tutti gli altri può essere
sostituita con un’altra opera di penitenza).
Si precisa che l’obbligo di digiuno riguarda le persone
dai 18 ai 59 anni compiuti, quello dell’astinenza dai 14 anni.
La
Quaresima
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V |
engono segnalate ai fedeli le celebrazioni e le iniziative di
particolare rilievo proposte per la Quaresima, per questo tempo, già di suo,
tanto importante e significativo e che quest’anno, coincidente con il ventesimo
anniversario della nostra chiesa, presenta un ulteriore stimolo ad approfondire
il mistero della morte e risurrezione di Gesù di cui il Crocifisso è segno muto
ed eloquente e la nuova artistica immagine, che verrà collocata a settembre
nell’aula liturgica un ancora più efficace richiamo.
Nel nostro cammino quaresimale saremo guidati dal Cardinale
Silvano Piovanelli che ci ha accompagnati nella lunga attesa della edificazione
della chiesa, nella fase della sua realizzazione e… dopo, e dal Sac. Don Elio
Agostini, Parroco dell’Isolotto. Il Cardinale ci immetterà nel cammino
quaresimale presiedendo la celebrazione eucaristica di mercoledì delle ceneri –
ore 21 – e ci introdurrà nella settimana santa con la Messa e la meditazione di
lunedì 2 e martedì 3 aprile – alle ore 18. il Sac. don Elio ci proporrà
settimanalmente una meditazione sul testo biblico della lettera ai Filippesi
nei venerdì di marzo (2-9-16-23-30) sempre alle ore 18.
Si suggerisce anche che l’adorazione eucaristica, già
“istituzionalizzata” al giovedì, venga ulteriormente incrementata nei vari
giovedì di quaresima come momento privilegiato di preghiera personale e
comunitaria.
Infine, insieme alla solidarietà e alla carità che costituisce la
“costante” della vita cristiana e della Quaresima in particolare e che troverà
il suo momento forte nella V domenica di Quaresima – 25 marzo – con gli
obiettivi indicati dalla Caritas Diocesana, si vuole anche ribadire che una
occasione appropriata per dare vigore penitenziale alla Quaresima di
quest’anno, è anche quella di contribuire, nelle forme più svariate, a
sostenere l’onere finanziario richiesto per l’acquisto del nuovo crocifisso. Un
richiamo già fatto in diverse occasioni, compresa quella della visita alle
famiglie per la Benedizione Pasquale, ma che si rivela ancora… opportuno.
XV Giornata Mondiale del malato
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I |
n occasione della
celebrazione della XV Giornata Mondiale del malato istituita da Giovanni Paolo
II e fissata per l’11 febbraio di ogni anno, memoria liturgica della Beata
Maria Vergine di Lourdes, ci piace riportare alcuni brani del messaggio da lui
inviato in occasione della celebrazione della 1ª giornata, dal titolo già tanto
significativo: “L’amore verso i sofferenti: segno e misura della civiltà
e del progresso di un popolo”.
«[…] insieme con Maria, Madre di Cristo, che stava
sotto la croce, ci fermiamo accanto a tutte le croci dell'uomo di oggi. E
Lourdes, santuario mariano tra i più cari al popolo cristiano, è luogo e
insieme simbolo di speranza e di grazia nel segno dell'accettazione e
dell'offerta della sofferenza salvifica.
[…] la “Giornata mondiale del malato” sia momento
forte di preghiera, di condivisione, di offerta della sofferenza per il bene
della chiesa e di richiamo per tutti a riconoscere nel volto del fratello
infermo il santo volto di Cristo, che soffrendo, morendo e risorgendo ha
operato la salvezza dell'umanità.
[…] La Giornata, peraltro, intende chiamare in causa
ogni uomo di buona volontà. Le domande di fondo poste dalla realtà della
sofferenza, infatti, e l'appello a recare sollievo sia dal punto di vista
fisico che spirituale a chi è malato non riguardano soltanto i credenti, ma
interpellano l'umanità intera, segnata dai limiti della condizione mortale.
[…] Sono davanti agli occhi di tutti le tristissime
immagini di singoli individui e di interi popoli che, dilaniati da guerre e conflitti,
soccombono sotto
il peso di calamità facilmente evitabili. Come distogliere lo sguardo dai volti
imploranti di tanti esseri umani, soprattutto bambini, ridotti a larve di se
stessi per le traversie di ogni genere in cui, loro malgrado, sono coinvolti a
causa dell'egoismo e della violenza? E come dimenticare tutti coloro che nei luoghi di
ricovero e di cura – ospedali, cliniche,
lebbrosari, centri per disabili, case per anziani o nelle proprie abitazioni – conoscono
il calvario di patimenti spesso ignorati, non sempre idoneamente alleviati, e
talora persino aggravati per la carenza di un adeguato sostegno?
La malattia, che nell'esperienza quotidiana è
percepita come una frustrazione della naturale forza vitale, diventa per i
credenti un appello a «leggere» la nuova difficile situazione nell’ottica che
è propria della fede. Al di fuori di essa, del resto, come scoprire nel
momento della prova l'apporto costruttivo del dolore? Come dare significato e
valore all'angoscia, all'inquietudine, ai mali fisici e psichici che
accompagnano la nostra condizione mortale? Quale giustificazione trovare per il
declino della vecchiaia e per il traguardo finale della morte che, malgrado
ogni progresso scientifico e tecnologico, continuano a sussistere
inesorabilmente?
Sì, soltanto in Cristo, Verbo
incarnato, redentore dell'uomo e vincitore della morte, è possibile trovare la
risposta appagante a tali fondamentali interrogativi.
Alla luce della morte e risurrezione di Cristo la
malattia non appare più come evento esclusivamente negativo: essa è vista
piuttosto come una «visita di Dio», come un'occasione «per sprigionare amore, per
far nascere opere di amore verso il prossimo, per trasformare tutta la civiltà
umana nella civiltà dell'amore» (Lettera apost. Salvifici doloris, 30).
La storia della chiesa e della spiritualità
cristiana offre di ciò amplissima testimonianza. Lungo i secoli sono
state scritte pagine splendide di eroismo nella sofferenza accettata e offerta
in unione con Cristo. E pagine non meno stupende sono state tracciate mediante
l'umile servizio verso i poveri e i malati, nelle cui carni martoriate è stata
riconosciuta la presenza di Cristo povero e crocifisso.
[…] Nella memoria della beata Maria vergine di
Lourdes, il cui santuario ai piedi dei Pirenei è diventato come un tempio
dell'umana sofferenza, ci accostiamo – come Ella fece sul Calvario ove sorgeva la croce del Figlio – alle croci del dolore e della solitudine di tanti fratelli e sorelle per
recare loro conforto, per condividerne la sofferenza e presentarla al Signore della
vita, in comunione spirituale con tutta la chiesa.
La
Vergine, «Salute degli infermi» e «Madre dei viventi», sia il nostro sostegno e
la nostra speranza e, mediante la celebrazione della Giornata del malato,
accresca la nostra sensibilità e dedizione verso chi è nella prova, insieme con
la fiduciosa attesa del giorno luminoso della nostra salvezza, quando sarà
asciugata ogni lacrima per sempre (cf. 1s 25,8). Di quel giorno ci sia concesso
di godere sin d'ora le primizie in quella gioia sovrabbondante, pur in mezzo a
tutte le tribolazioni (cf. 2Cor 7,4), che, promessa da Cristo, nessuno ci può
togliere (cf. Gv
MESSAGGIO PER LA
GIORNATA DELLE SCUOLE CATTOLICHE 2007
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C |
ome sempre l'ultima domenica di
gennaio la Diocesi invita tutte le comunità parrocchiali e non, a celebrare la
giornata diocesana di preghiera per la scuola cattolica.
Non si tratta di una pubblicità o
di una propaganda, si tratta di prendere coscienza davanti a Dio di quanto egli
ha fatto nella lunga storia della Chiesa attraverso le congregazioni religiose,
maschili e femminili, e le parrocchie, sacerdoti e laici, a favore dei giovani
nel campo delicato e decisivo dell'educazione. La scuola cattolica è nata dal
cuore e dalla carità dei santi, dal desiderio di trasmettere ai giovani,
attraverso il normale percorso degli studi, il significato vero dell'esistenza,
la bellezza e il valore della vita, il primato della persona umana, gli ideali
intramontabili e irrinunciabili di giustizia, di solidarietà, di fraternità e
di pace.
Tutto questo in un clima sereno e
gioioso di famiglia.
S. Giovanni Bosco ci ha insegnato
una pedagogia nuova che conserva ancora oggi il suo indiscutibile valore:
“L'educazione è cosa del cuore”.
Le scuole cattoliche si sforzano di
offrire questo tipo di educazione.
In una famosa lettera ai suoi
confratelli, il Santo raccomanda loro di essere “veri padri” dei loro allievi,
di “riguardarli come figli”, di “mettersi al loro servizio come Gesù.”
Questa è l'originalità, il punto di
vista nuovo, diverso, da cui parte l'educazione cristianamente ispirata. In
altre parole in queste scuole c'è un punto di sintesi da cui tutto parte e
tutto arriva, tutto converge; questo punto di sintesi è l'incontro, il
riferimento esplicito e continuo al Signore Gesù, Salvatore nostro, il grande,
insuperabile Maestro.
In un tempo come questo in cui
molti, e giustamente, lamentano un'offerta formativa frammentata e
frammentaria, queste scuole possono rappresentare un'opportunità preziosa e
originale proprio per questa capacità di sintesi culturale e pedagogica che
esse offrono.
X
Ennio Card. Antonelli
Guarire sordità e mutismo in campo ecumenico
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S |
iamo
nel cuore della “Settimana per l’unità dei cristiani”. Il tema della settimana
è tratto di un versetto del Vangelo di Marco: “Ha fatto udire i sordi e
parlare i muti” con il racconto della guarigione del sordomuto (7,31-37). A
prima vista non manca di sorprenderci. Che cosa può dirci questo passo per
aiutarci a camminare verso la piena comunione fra i cristiani?
Forse
che questa scelta è stata fatta soprattutto per invitarci a riflettere sulle
sofferenze della nostra umanità, alla quale Cristo e i cristiani sono chiamati
a dare una risposta?
Il
passo di Marco ci presenta certamente l’atteggiamento compassionevole del
Signore nei confronti della sofferenza umana. Il tema della sofferenza della nostre
umanità cui Cristo è venuto a portare una risposta non può quindi essere
escluso nelle riflessioni di questa settimana.
Tuttavia,
al di là della riflessione che esso suggerisce intorno alla misericordia di
Gesù che porta alla guarigione dell’ammalato, esiste la possibilità di una
seconda lettura, che pone l’insegnamento di questo passo del Vangelo in
rapporto con la nostra condizione di cristiani divisa, ma in cammino verso
l’unità. Il sordomuto portato a Gesù rappresenta, infatti, le nostre chiese cristiane,
per tanti secoli murate nel loro isolamento, incapaci di parlarsi e incapaci di
ascoltarsi, ma che, attraverso l’intervento liberatore di Gesù, hanno aperto le
loro orecchie all’ascolto degli altri e hanno cominciato a dialogare e a
relazionarsi le une con le altre.
Con
la nascita del movimento ecumenico – soprattutto nel mondo anglicano e
protestante, e poi con il Concilio Vaticano II, la grande Pentecoste del secolo
XX – la grazia del Signore sembra aver voluto avviare a guarigione la sua
chiesa. Le chiese cristiane hanno cominciato ad aprire le loro orecchie alla
voce del Signore, che parlava anche attraverso le altre chiese, e hanno
iniziato un cammino di rinnovamento che ha mutato radicalmente i loro rapporti,
un cammino anche di riavvicinamento che non è ancora giunto alla sua
conclusione, ma che ha già portato molti frutti.
Giornata delle Migrazioni
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I |
n margine alla Giornata delle Migrazioni, celebrata
appena domenica scorsa ci piace riportare alcune riflessioni proposte dal
Cardinale di Milano.
«"Famiglia
migrante, ascolta la Parola di Dio" è stato il tema voluto dal Card.
Dionigi Tettamanzi, Arcivescovo di Milano, che ha raccolto nel Duomo della
città migliaia di fedeli per una solenne celebrazione eucaristica dedicata alle
comunità cattoliche straniere presenti nella diocesi "come testimoni della
molteplicità e varietà delle genti che fanno parte dell'immensa famiglia
umana". Ha detto il porporato: "Voi potete guardare e rivolgendosi
alle famiglie migranti - alla Santa Famiglia con occhi speciali: voi la vedete
riflessa, e quasi presente, nella vostra esperienza di migrazione". Il
pensiero dell'Arcivescovo milanese è andato, quindi, alle
"sofferenze" che riguardano la famiglia che è "costretta a
spezzarsi" a causa dell'emigrazione, "a fare l'esperienza della
divisione, della separazione, della lontananza. Vorrei entrare nel vostro cuore
e cogliere il dolore che vi prende e il grido, silenzioso sì ma forte e
lacerante, che soprattutto in certe situazioni, vi fa dire: perché non posso
stare con la mia famiglia?" Da qui la richiesta alle istituzioni e alle
autorità responsabili di "favorire i ricongiungimenti familiari, ponendo
così rimedio al primo male della famiglia migrante: la divisione, la
separazione, la lontananza. Giuseppe, Maria e il bambino fuggono in Egitto, è
vero. Però almeno restano uniti! La migrazione oggi invece, nelle sue più
abituali forme di espressione, divide e separa le famiglie. Siamo chiamati,
ciascuno per la propria parte, a vincere l'indifferenza e l'insensibilità e ad aiutare
le famiglie migranti perché si possano riunire. L'immigrazione diventerà così
più positiva per tutti"."Sono tanti e non facili - ha aggiunto
Tettamanzi - gli impegni delle famiglie migranti: la casa, il lavoro, i sussidi
familiari, l'educazione dei figli, la scuola, la salute, ecc. Ma ci troviamo a
Milano, in una città cioè ricca di risorse, tradizionalmente aperta e generosa,
ben organizzata. E così anche a questi problemi la città deve rispondere:
Milano ce la può fare! É importante però che anche voi sappiate meritare la
fiducia dei milanesi che vi accolgono". Secondo il porporato anche le
altre sfide come quelle che potranno provenire dall’allargamento dell'Unione
Europea "devono vedere una città capace di risposte concrete, di risposte
date nel segno molteplice e armonico della legalità, della sicurezza,
dell'accoglienza, del rispetto dei diritti fondamentali della persona, in un
clima di autentica socialità". "Sì - ha affermato l'Arcivescovo -
Milano ce la può fare! Ad alcune condizioni però: di cancellare varie forme di
egoismo, di far crescere il dialogo ragionato e pacato, di sviluppare un'azione
concertata tra istituzioni e forze sociali e volontariato, di giungere ad una
politica di vero e proprio servizio, che, superando gli interventi di emergenza,
sviluppi un'opera sapiente di integrazione, ricca di lungimiranza e capace di
paziente fiducia. In una parola, ci è chiesto un respiro più moderno, più
universalistico, più lungimirante, più collaborativo. Sarà così più facile fare
dei nuovi venuti, non dei semplici destinatari dei nostri interventi, ma dei
protagonisti coinvolti attivamente e con la responsabilità dei loro diritti e
doveri nella costruzione comune di una convivenza giusta, libera e
solidale".
Tra
le sfide il Cardo Tettamazi indica alle famiglie migranti quella della fede
cristiana che "va mantenuta salda" e resa "più convinta e forte
nel confronto con le altre religioni, con le nuove idee che circolano nel nuovo
'vecchio' mondo dove siete arrivati". L'invito è quello di "trasmetterla
integra e gioiosa ai vostri figli dentro il calore di una famiglia
autenticamente cristiana. Costruite, carissimi genitori, un focolare
accogliente nel quale i vostri figli - ha detto - possano, grazie alla vostra
testimonianza, sentire la presenza di Dio e del suo amore che rende felici
anche nelle difficoltà". "Nulla - ha concluso il Cardo Tettamanzi -
vi sembri sprecato di ciò che dedicate alla vostra famiglia. Se per le
difficoltà vi sentite scoraggiati, tentati e tristi, e non poche volte con le
lacrime agli occhi e l'angoscia nel cuore, non lasciatevi vincere dalle
difficoltà, non rimanete chiusi in voi stessi, ma correte da chi vi può aiutare
e ricaricare di fiducia e di coraggio, cioè dal Signore. É il momento della
preghiera, dell’andare in chiesa, del mettersi in ginocchio davanti a Gesù
presente nell'Eucaristia, dell'invocazione del Senor de los Milagros, del Santo
Nino delle Filippine, dell'Immagine di Maria, la vergine Sposa e Madre.
Anzitutto a lei, a Maria, offrite le vostre lacrime: diverranno cemento che
rinsalda sempre di più i legami delle vostre famiglie.
Avete
un compito importante in questo nostro continente europeo: se la cultura
dominante in Europa minaccia di sfigurare il volto autentico della famiglia, la
vostra vita deve dire, nella concretezza dei sentimenti e dei gesti quotidiani,
che è davvero bello il matrimonio così come è uscito dal cuore di Dio per la
gioia del cuore dell'uomo e della donna".
Armonia di
carismi
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I |
l testo
della lettera ai Corinzi riportato dalla liturgia di oggi è prezioso per
cogliere il senso dell’unità e della pluralità che debbono completarsi nella
vita della chiesa. Sono diversi i carismi, i ministeri, le operazioni che
arricchiscono la vita della chiesa, ma una sola è l’origine: lo Spirito,
Cristo, il Padre.
Il
dinamismo della chiesa è mortificato sia dalla dispersione che allontana ciò
che Cristo ha raccolto col sacrificio della sua vita, sia dall’uniformità che
appiattisce ciò che lo Spirito ha creato con stupenda fantasia. Non è
l’uniformità monotona che riflette le bellezza di Dio, ma l’armonia che accorda
voci diverse.
Tutto
questo diventa possibile se ciascuno ricorda che ci “è data una manifestazione
particolare dello Spirito per l’utilità comune”. I carismi non sono dunque per
l’esaltazione dell’individualismo e nemmeno per una autorealizzazione
narcisistica, ma per la comunione dell’amore nella complementarietà.
Giornata Mondiale delle Migrazioni “La
Famiglia, parabola di comunione nella verità”
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A |
lle riflessioni riportate nel Notiziario
di domenica scorsa sulla Giornata Mondiale delle Migrazioni, che si celebra
proprio oggi, ci piace aggiungere questo semplice pensiero che trae lo spunto
dal brano evangelico di questa domenica: le nozze di Cana.
Alle riflessioni riportate nel Notiziario
di domenica scorsa sulla Giornata Mondiale delle Migrazioni, che si celebra
proprio oggi, ci piace aggiungere questo semplice pensiero che trae lo spunto
dal brano evangelico di questa domenica: le nozze di Cana.
Le nozze di Cana annunciano la sostituzione
dell’antica alleanza, fondata sulla legge mosaica, rappresentata simbolicamente
dalla giara della purificazione ormai vuota, con la nuova alleanza, fondata
sulla gioia del vino buono, sulla gratuità dell’amore che Gesù porta a pienezza
al giungere della sua “ora”.
Una
delle tentazioni dell’uomo di oggi è quella di guardare alla giara vuota di una
realtà ormai passata e di sforzarsi a riempirla d’acqua, ma senza la speranza
che questa diventi vino, anzi di ogni trasformazione e di ogni novità si ha
timore. Eppure il mondo corre veloce e con esso l’umanità e la sua storia. Il
fenomeno della mobilità umana è un fatto di sempre, il pacifico (non sempre)
migrare dei popoli e persone ha favorito lo scambio, ha permesso una crescita
culturale, ha dato all’umanità occasione di progresso.
Il
fenomeno migratorio di questo tempo viene letto, invece, come novità epocale da
contestare, come soffocamento della propria identità culturale se non
addirittura della fede. E pensare invece che ogni diversità è un dono all’altro
come ricchezza nuova da farne tesoro. Occorre lasciarsi aiutare dallo Spirito
Santo e dalla convinzione che ogni diversità è parte di uno stesso dono “per
l’utilità comune” perché uno solo è Dio che “opera tutto in tutti”. Uno solo è
il Regno a cui siamo chiamati; ogni diversità concorre alla sua realizzazione e
alla sua visibilità, oggi.
Settimana
di preghiera per l’unità dei cristiani
|
D |
al 18 al
25 gennaio (preceduta il mercoledì 17 dalla Giornata del dialogo
ebraico-cristiano) si celebra la Settimana di Preghiera per l’unità dei
cristiani.
Sono
varie le iniziative proposte comunitariamente dalla Chiesa Cattolica, dalle
Chiese Evangeliche, Ortodosse e Comunione Anglicana di Firenze. Ad esse
rimandiamo. Sono dettagliatamente indicate sul manifesto esposto in bacheca con
la precisazione del luogo e dell’orario in cui vengono svolte.
Ci
permettiamo di invitare i fedeli volonterosi a intervenire ad almeno alcuni di
questi appuntamenti, tutti condotti da persone competenti e qualificate.
In
ambito parrocchiale ci limitiamo a raccomandare ai fedeli la partecipazione
alla Messa quotidiana (ore 8:30 e 17:30) e a dare particolare impulso a due
momenti di adorazione eucaristica dei giovedì 18 e 25 (ore 18 - 19).
Il tema
della settimana fa riferimento al brano evangelico di Marco 7,31-37: la
guarigione del sordomuto simbolo della potenza misericordiosa di Dio, che sa
vincere anche la resistenza più dura del cuore umano.
domenica 7 Giornata del Seminario
|
V |
iene riportata
la lettera che i Superiori del Seminario hanno inviato ai Parroci in occasione
della Giornata del Seminario.
“Carissimo
confratello,
domenica 7 gennaio 2007 si celebra la
Giornata del Seminario. E’ per noi occasione graditissima per esprimerti la
nostra profonda gratitudine: è infatti per le tue preghiere e per quelle della
tua comunità, in particolare dei malati, che sono nate questo anno 13 nuove
vocazioni per Firenze.
Dei nuovi
entrati più della metà hanno meno di 23 anni e 9 di loro vengono dalle nostre
parrocchie. Segno eloquente della vitalità delle nostre Comunità che, pur fra
tante difficoltà, rimangono “santuari” meravigliosi dello Spirito Santo.
Così il
Seminario accoglie oggi 51 uomini, di cui 5 diaconi, 31 seminaristi della
nostra diocesi e i seminaristi di S. Miniato, Volterra, Pistoia e Kottayam
(India).
Il Signore
voglia aumentare ancora (e molto!) il numero dei suoi chiamati, per l’essere e
la santificazione della sua Chiesa. Perciò ti chiediamo di continuare a pregare
e a far pregare perché il padrone della messe mandi operai per la sua messe.
Grazie! Il
Signore benedica il tuo prezioso ministero e ti doni ogni bene.”
Domenica 14 gennaio Giornata delle
Migrazioni
UNA
VALIGIA CHE FA RIFLETTERE E SPERARE
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U |
na valigia, con tanti adesivi addosso e dritta in piedi in assetto di
partenza, pare un po' moderna con quell'accenno alle due rotelle alla base, ma
è sempre valigia e richiama quella di cartone dei nostri vecchi emigrati; e poi
quelle cinque sagome umane disegnatevi sopra, di varia dimensione, chiara
allusione a una famiglia, in questo caso alla "famiglia migrante".
Questo è appunto il tema generale della prossima Giornata delle Migrazioni che
cade il 14 gennaio 2007. Si specifica nel poster che la famiglia migrante in
questa Giornata viene presentata come "parabola di comunione nella
diversità". È quanto dire che se voglio avere davanti a me un'immagine
plastica e convincente di che cosa sia la comunione nella diversità, mi pongo
di fronte alla famiglia che in migrazione è chiamata ad essere, anche se
purtroppo e non per colpa sua sempre non lo è, felice armonizzazione di unità e
molteplicità, di irripetibile identità e pacifico rapporto con l'altro, appunto
col diverso. E questo guardando alla famiglia sotto tre prospettive diverse.
In primo luogo, uno sguardo attorno a noi, alla nostra città, ormai
così variopinta anche nel colore della pelle: tocchiamo ogni giorno con mano
che lo straniero, quando vive solo, spesso è visto con diffidenza e sospetto,
come un possibile avversario che sta in agguato, una figura ingombrante, facile
alla devianza e restio all'integrazione, insomma un osso fuori posto; una
valutazione gratuita e ingenerosa, ma purtroppo è così. Quando invece è
inserito in una famiglia, le cose cambiano, si respira un'aria rassicurante, si
moltiplicano i contatti con l'esterno, emergono gli interessi comuni; rimane la
diversità ma non è scostante, piace, avvicina, porta alla comunione; lo
straniero è percepito e si sente lui stesso cittadino fra i cittadini.
Uno sguardo ora più ampio, su un orizzonte planetario, ma mettendo a
fuoco quanto da anni succede nel vicino Oriente: la diversità porta al rifiuto
viscerale dell'altro, non ha diritto di
esistere e lo si grida ad alta voce e 'col rumore delle armi; musulmani contro ebrei, sunniti contro sciiti,
fondamentalisti contro moderati, e sul fronte nemico si vede tutto il mondo
occidentale. È proprio fatalità questa dichiarazione di guerra tra i diversi?
Noi Paesi occidentali potremmo darne una solenne smentita, in base non solo a
principi ideali, ma pure ai fatti concreti, alla mescolanza armoniosa di tante
culture, religioni, tradizioni diverse, ma non opposte, non in contesa. Non
tutto il mondo occidentale è così, e nemmeno l'Italia; ma sono ampie queste
aree di pacifica convivenza: sono la dimostrazione incontestabile che la
comunione spinta fino alla convivialità delle differenze è traguardo
raggiungibile. Ne sono la prova del nove gli alunni italiani e stranieri che si
mescolano in classe, in palestra, nel gioco; un felice "melting pot"
che coinvolge i giovani e le loro famiglie.
Un terzo sguardo, dentro alla
nostra comunità ecclesiale che proclamiamo una, santa e cattolica: i cosiddetti
stranieri che nella Chiesa non si sentono stranieri, si riconoscono fratelli
nell'unica santa Madre Chiesa, una "famiglia di famiglie". Ma è
proprio così nelle nostre parrocchie, è veramente un'esperienza vissuta e
testimoniata anche da quelli che vivono ai margini della Chiesa? La Giornata
delle Migrazioni ci pone anche questo serio interrogativo e ci fa rimboccare le
maniche perché questa diversità nella comunione, anche nella comunione
eucaristica, diventi una gioiosa realtà rispondente alla preghiera di Gesù: "Che
siano tutti una cosa sola".
(dalla rivista “Servizio Migrantes”)
Domani
è Natale
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V |
ale
proprio la pena di essere uomini, se Dio non si è accontentato di essere se
stesso, ma ha voluto anche essere uno di noi.
Con
efficacia il Vescovo K. Hemmerl sottolinea: “Dio chiese all’uomo: come va? E per
constatarlo concretamente discese personalmente dal cielo là dove l’uomo è.
Vide disse: “Io resto qui divento come tu sei, divento uomo. Vengo con te sino
alla morte, e, attraverso la morte, sino alla vita. Così sarai salvo!”
L’unica
cosa necessaria per noi è fermarci un po’ con noi stessi per chiederci se
realmente è vera la notizia-messaggio annunziata dagli angeli e proclamata
dalla Chiesa per 2000 anni e se a questa notizia prestiamo fede.
L’invito è
a fermarci un po’ prima di rispondere, a non lasciarci prendere dalle cose
“urgenti” e fare un po’ di silenzio.
L’invito è
anche a rileggere con calma i primi due capitoli del Vangelo di Luca, perché le
nostre risposte alle domande di cui sopra, siano davvero risposte pensate,
risposte personali, risposte coinvolgenti, non banali
o ripetizioni di luoghi comuni.
Il Natale
di quest’anno possa condurre tutti ad accogliere il Messia non come un
personaggio accanto a tanti altri, ma come Persona divina che sazia e supera
tutti i nostri desideri, speranze, e vince ogni falsa paura…
Il cammino di Maria
|
“S |
i mise in
viaggio verso la montagna”. Il brano del Vangelo inizia così, con un cammino,
per di più in salita, da parte di Maria, per andare a trovare un’altra donna,
più anziana, Elisabetta, anch’essa incinta di sei mesi.
E questa
volta non è stato alcun angelo a suggerirle di partire per questo incontro: a
differenza di Abramo e Mosè, Maria prende questa decisione per conto proprio e
la mette in atto perché avverte questa necessità come conseguenza logica
dell’incontro con Dio; questa è missionarietà.
Inoltre,
Maria non vede l’ora di arrivare, perché raggiunge il luogo “in fretta”.
È l’incontro, infatti, il centro del brano. E, per di più, è tra due donne:
l’unico incontro tra due donne descritto nel Vangelo, ma talmente significativo
e profondo da essere raffigurato da tanti artisti pittori.
È
l’incontro tra due donne consapevoli del mistero della presenza di Dio in loro,
in modo particolare e diverso ciascuna dall’altra, difficile da comunicare se
non con chi sta vivendo la medesima esperienza.
Maria è il
modello della missionarietà: prende l’iniziativa per prima, arriva da
Elisabetta e la saluta prima ancora che la padrona di casa possa accennare
qualcosa. Alla domanda di Elisabetta che cosa l’abbia condotta a lei, ecco che
Maria capisce definitivamente e più chiaramente il motivo del viaggio e della
fretta di ultimarlo: il bisogno reciproco di accoglienza ed essere accolti, di
amare ed essere amati, di comprendere ed essere compresi e, infine, di esaltare
e lodare insieme le grandi opere del Signore.
È la
ragione d’essere della vita di Maria e di Elisabetta, è la ragione di vita
cristiana e del suo vero dinamismo missionario.
2° Polittico su Maria
Ritagliando
qualche aspetto del suo mistero
4 L’obbedienza
Il terribile
dovere dell’amore, il “martirio incruento” di Maria è il caso serio da cui nasce la Chiesa (Hans Urs von Balthasar in “Cordula, ovverosia il caso
serio”). È la fecondità della “mater dolorosa”. Il grido di morte non è che la radicale conseguenza dell’assenso
di Nazareth, che ha dato mano libera a Dio per tutte le realtà che trascendono
le possibilità umane. Quell’assenso era già mortale perché includeva l’estremo:
il morire del Figlio e il conseguente sacrificio della madre. Questo sì è la
fonte e l’origine di ogni vera obbedienza e, di conseguenza, di ogni vera
preghiera. La preghiera ha la sua misura in questo sì. Poiché il sì è rivolto a
Dio, è una parola di preghiera. Un seme, se lo prendete in mano, a prima vista
non vi dice tutte le possibilità che contiene; però se lo deporrete nella terra
buona, e poi via via lo coltivate, quel seme spunterà ed esprimerà tutte le sue
grandi potenzialità: pianta, fiori, frutti. E così il sì di Maria.
Ogni preghiera di Maria al Figlio
e di questi al Padre viene compiuta nel rispettivo essere d’accordo con la
volontà del Padre. Nessuna preghiera può porre condizioni; essa inizia sul
serio quando, sia pur timidamente, si decide ad essere senza condizioni.
Se nell’Antico Testamento, prima di
Maria, il contendere e il contrattare con Dio, la disputa e la resistenza,
erano ancora marginalmente permesse (ricordate quando Abramo intercede per
Sodoma? (Gn 18, 23-33). È solo un piccolo dei tanti esempi perché il Verbo non
era ancora disceso fino alla croce e l’uomo per la sua sofferenza sembrava
essere in un certo senso superiore nei confronti di Dio. dopo la croce ciò non è più possibile,
perché l’accordo senza limiti di Maria con l’obbedienza senza limiti del Figlio
al Padre è diventato il cuore della Chiesa.
In
cerca della gioia
|
C |
he cosa
dobbiamo fare? È la domanda delle folle che si affidano a Giovanni
Battista per ricevere il Battesimo. Erano sicuramente molti coloro che si
avvicinavano a lui presso il Giordano.
Nonostante
gli incredibli cambiamenti avvenuti dai tempi del Battista ad oggi, le
fondamentali questioni dell’umanità non sono così profondamente diverse oggi da
quelle di 2000 anni fa. Il profondo senso di inquietudine e di insoddisfazione
che sta nel cuore di molte persone oggi, nella società multiculturale,
tecnologica e complessa in cui viviamo, è lo stesso che si trovava nel cuore
della società semplice e limitata d’Israele, al tempo di Gesù.
Spesso l’uomo vive, lavora, ama, crea legami e compie anche
molte cose buone, senza trovare in quello che fa ogni giorno la gioia e la
serenità a cui sente di essere chiamato.
Giovanni,
uomo che viveva in modo austero e sereno, poteva dare il senso di essere colui
che sa dove riposa il nostro cuore. Ecco che a lui in molti si presentano
disposti ad ascoltarlo e chiedono: “Che cosa dobbiamo fare?”. Le
risposte arrivano, precise e semplici: condividete, praticate la giustizia. Ma
non basta: soprattutto, siate capaci di riconoscere il vero portatore di gioia,
che non sono io, ma il Signore Gesù.
L’evangelista
non prosegue dicendoci quanti di coloro che ricevono il Battesimo nel fiume
hanno realmente messo in pratica le parole di Giovanni; di certo, qualcuno dei
suoi discepoli è andato anche da Gesù, ponendo al Signore la domanda con la
stessa immediatezza con cui la rivolgevano al Battista: “Sei tu colui che deve
venire o dobbiamo aspettarne un altro?”.
Forse
sarebbe stata una domanda più precisa se fosse stata rivolta in questo modo:
“Sei tu che ci porterai la felicità?”. Nella prima e nella seconda lettura di
oggi Gesù è realmente il riposo del nostro
cuore. “Rallegratevi nel Signore, sempre… Non
angustiatevi per nulla” ci dice l’apostolo. Veramente a noi non
sembra di angustiarci per nulla: le motivazioni delle nostre ansie sono talvolta
futili. Ma davanti alle malattie gravi di qualche nostro familiare, davanti
alla perdita del lavoro, alle insicurezze dei nostri figli, come non
angustiarci?
Proviamo
a sovrapporre la seconda lettura e il vangelo di oggi. Alla domanda: “Che
cosa dobbiamo fare?” mettiamo prima come risposta “Rallegratevi sempre”. Poi continuiamo con le domande: “Come fare
per essere sempre nella gioia?”; “Vivete
nella condivisione e nella giustizia”. “Ma quando arrivano i problemi più
grandi della vita normale?”; “In ogni
necessità esponete a Dio le vostre richieste, con preghiere, suppliche e
ringraziamenti”. “E saranno risolti tutti i nostri problemi, sparirà ogni
dolore?”; “La pace di Dio che sorpassa
ogni intelligenza custodirà i vostri cuori”.
Che parole
allettanti! Ritorniamo alla prima domanda “Che cosa dobbiamo fare?” “Quale il
cammino per arrivare a questo?”. Certo, la vita spirituale chiede anche impegno
e diligenza, ma soprattutto è la nostra vita con gli altri che deve cambiare
per arrivare alla gioia.
Non
accumulare, non chiedere più di quello che è giusto, sia in denaro che in
attenzione, in affetto, in ringraziamenti.
E quello
che è giusto sia misurato con la giustizia di Dio, non con il nostro metro
spesso a doppia lettura: largo quando si tratta di ricevere, e stretto, quando
si tratta di dare.
A domanda
chiara, risposta chiara: condivisione, giustizia, affidamento al Signore danno
gioia e pace. Non ci allontaneranno problemi, ansia, impegno o difficoltà.
Camminare andando incontro al Signore che viene, con questa prospettiva può
darci il riposo del cuore che ognuno cerca.
2° Polittico su Maria
Ritagliando
qualche aspetto del suo mistero
3 Dalla contemplazione alla spada.
|
I |
l libro del Deuteronomio – vero breviario della
spiritualità dell’Antico Testamento – esorta di continuo il popolo a ritornare
con la mente sui fatti del passato. L’oggetto cui deve applicarsi la memoria di
Israele, quindi, sono tutti i fatti che costituiscono l’Alleanza di Dio con il
suo popolo. È una sorta di memoria “totalizzante”, poiché abbraccia l’intero
arco della salvezza operato da Dio. Niente deve cadere nell’oblìo “Ricorda i
giorni del tempo antico, medita gli anni lontani… i tempi passati… dal giorno
in cui Dio creò l’uomo sulla terra.” (Dt 4,32,32,7 ecc). anche nei Salmi sono
indicati con determinazione minuta gli episodi singoli da ricordare: dalla
creazione ad Abramo, da Abramo al Sinai, dal Sinai all’esilio babilonese. Sono
queste le “grandi cose” compiute dal Signore per la redenzione del suo popolo.
Israele, dunque, diviene il
popolo della “memoria”, dell’“ascolto”. Lì sta la sua sapienza (Dt 4,6). Anche
sotto questo riguardo, Maria si rivela “figlia” di Sion, figlia cioè del popolo
da cui discende. L’evangelista Luca, in effetti, testimonia che ella
“conservava tutte queste cose… nel suo cuore” (Lc 2,19.51B). il che vuol dire
che la Vergine rimane pensosa nella contemplazione dei fatti e delle parole di
Gesù. La storia del Figlio – che va dal grembo materno fino al grembo - tomba
della risurrezione – è ora anche la sua storia. Perciò gli eventi che
riguardano Gesù, le parole che egli pronuncia, sono l’oggetto della sua memoria
persistente e penetrante. Essa riflette e assimila; “ruminava” tutto ciò che
aveva visto e sentito del Figlio. Per tali sentieri, anche lei cresceva in età,
grazia e sapienza; imparava anzi a divenire “figlia della Sapienza”.
Di giorno in giorno pure la
Vergine dovrà confrontarsi con la Parola del Figlio, misticamente significata
dalla “spada” “E anche a te una spada trafiggerà l’anima” (Lc 2,35), niente ci
autorizza a credere che Maria conoscesse tutto in anticipo; anzi, a volte non
capisce ciò che il Figlio dice. Questo accadde, ad esempio, quando ritrovò Gesù
al Tempio, dopo averlo cercato per tre giorni con angoscia indicibile: «“Figlio
– disse – perché ci hai fatto così? Ecco tuo padre e io, angosciati, ti
cercavamo”. Ed egli rispose: “Perché mi cercate? Non sapete che io devo
occuparmi delle cose del Padre mio?”. Ma essi non compresero le sue parole» (Lc
2,48-50). Tuttavia, pur non avendo capito, Maria (e Giuseppe) conserva nel
cuore l’enigma di quelle parole. Pur nell’oscurità, Maria si affida docilmente
alle parole di Gesù. da madre si converte in discepola del Figlio.
Per Israele la Parola di Dio
era causa di caduta e risurrezione, anche per Maria è motivo di gioia e di
dolore. Gioia nel vedere i frutti copiosi che il seme della Parola di Cristo
produce in lei stessa e negli altri che la ascoltano; afflizione quando vedrà
il Figlio ripudiato, crocifisso. Obbedire alla volontà del Padre, rimanere
fedele alla parola del Figlio soprattutto in quel momento di tenebre: ecco il
momento sommo in cui questa Parola trafisse le fibre di Maria.
Non è lecito restringere la
profezia di Simeone alla sola compassione della Vergine accanto alla croce.
Essa, piuttosto, abbraccia tutto l’arco della sua missione di madre del
Salvatore, e particolarmente il dramma del Calvario. Non diceva forse Gesù: “Se
qualcuno vuole venire dietro di me, rinunci a se stesso, prenda la sua croce
ogni giorno e mi segua (Lc 9,23)?”
Seconda
Domenica di Avvento
|
U |
na voce
che ci chiama, ci interpella; che non ci considera un “numero”; che ci parla
delle cose “essenziali”; una voce che, mentre siamo nell’attesa, ci propone un
programma e un indirizzo di marcia; ci indica con chiarezza la meta…; proprio
questa esperienza ci invita a fare la parola di Dio nella seconda domenica di
avvento. La voce è quella di Giovanni il Battista, e noi siamo invitati a lasciarci
coinvolgere e a rispondere.
Se le
letture della prima domenica invitavano all’attesa nella speranza vigile,
quelle di questa domenica fanno risuonare la voce che nel deserto chiama e
invita a “preparare” le strade.
Il testo evangelico risuona della parola del Battista: “Convertitevi
perché il regno dei cieli è vicino”. La voce del Battista ci aiuta a dare
concretezza all’atteggiamento della vigilanza e della speranza. I semi gettati
nel campo hanno prodotto foglie verdi: vigilare e sperare vuol dire “convertirsi”.
La venuta del Signore esige adeguata preparazione che consiste nella
conversione.
Accolta
come dono, va vissuta come compito teso ad attuare in ogni rapporto la
giustizia, la mitezza e la pace, che l’incarnazione del Verbo ha fatto
germogliare sulla terra.
Il Dio
grande nell’amore, attraverso la voce del Battista, chiama a “raddrizzare nei
nostri cuori i sentieri, a spianare le alture delle superbie…”.
Solo così
è possibile camminare verso il giorno in cui il Signore manifesterà pienamente
la gloria del suo nome.
La voce
scabra ed esigente che chiama, spiega e rivela anche che l’attesa vigilante,
vissuta come conversione, sfocia nella gioia d’incontrare qualcuno: è il Dio
grande e misericordioso che chiama gli umili alla luce gloriosa del suo regno.
A lui
osiamo chiedere che raddrizzi nei nostri cuori i suoi sentieri, che spiani le
alture delle superbie; da lui invochiamo quella fede ardente che è necessaria
per celebrare in verità la venuta del Cristo Figlio di Dio e nostro fratello.
Questa civiltà dei rumori
|
I |
l racconto della predicazione di Giovanni Battista fatto dall’evangelista
Luca sottolinea tre temi: quello della risonanza interiore della parola di Dio,
quello della quotidianità della conversione, quello dell’universalità della
salvezza.
“La parola di Dio scese su Giovanni Battista, figlio di Zaccaria, nel
deserto”: qui deserto non è
sinonimo di aridità, ma è sinonimo di silenzio, di raccoglimento nella
meditazione; noi viviamo nella civiltà dei rumori, della molteplicità dei messaggi,
del caos distraente; perché la parola di Dio, la verità torni a lievitare
dentro di noi, bisogna che ciascuno di noi conquisti la capacità della
preghiera/meditazione.
“Egli percorse tutta la regione del Giordano, predicando un Battesimo di
conversione per il perdono dei peccati”: la preghiera, il riconoscimento della nostra debolezza e la fede nel
dono della salvezza procuratoci da Dio, è appunto il nostro quotidiano
“battesimo di conversione”; questa conversione ci garantisce il perdono delle
nostre colpe e ci aiuta a perdonare le colpe degli altri, ci fa godere la
carità di Dio e ci educa a vivere in carità con il prossimo.
“Ogni uomo vedrà la
salvezza di Dio”: Cristo è
venuto a salvare tutta l’umanità, noi, fratelli di Cristo, quando ci comportiamo
da egoisti, perdiamo la nostra identità di cristiani: Dio ci fa continuamente
dono della grazia della conversione e noi dobbiamo farci carico quotidianamente
di annunciare e testimoniare il grande bene della fraternità.
Secondo le parole di
san Paolo la cooperazione all’opera di Dio richiede carità, conoscenza, discernimento, giustizia.
Carità significa, ad esempio, rifiutare l’individualismo e
l’edonismo consumistico; conoscenza significa libertà dagli idoli personali e sociali; discernimento significa libertà di giudizio e coraggio della
speranza contro lo scetticismo, la sfiducia; e giustizia significa anzitutto impegno quotidiano per la pacificazione familiare e
sociale.
2° Polittico su Maria Ritagliando qualche aspetto del suo mistero
2 La sua povertà
|
L |
’Annunciazione rimane la scena
emblematica di Maria, come creatura “povera e spirituale”. Illuminata dalla
rivelazione dell’angelo, essa apprende che (Lc 1,68.38.99) sul quadrante della storia della salvezza è scoccata
l’ora in cui Dio visita il suo popolo. Ereditando degnamente la fede dei suoi
padri, la Vergine accoglie la proposta che viene da Dio il quale opera in Lei
“grandi cose”. Perciò sceglie il cantico dell’esultanza, il Magnificat, degno
coronamento delle tante lodi con le quali il popolo di Dio nell’Antico
Testamento ringraziava e celebrava il suo Signore per i benefici ricevuti.
Non sfugga la correlazione tra Maria e
Israele in questo canto. Stendendo lo sguardo sulla “povertà” della sua serva,
Dio esalta i “poveri” di tutto Israele, suo servo (Lc 1,48.52.54). sulla bocca
di Maria confluiscono le voci dei patriarchi, dei profeti, di tutti i santi
dell’Antico Testamento. Costoro preferirono confidare in Dio, loro Salvatore, e
declinarono le offerte seducenti di chi appariva forte, ma forte non era,
perché lontano da Signore.
Dopo il “sì” dell’Annunciazione, la
Vergine molto dovrà comprendere sul “come” Gesù divenga Messia – Salvatore.
Difatti sarà colta da “meraviglia” per le cose che si dicono di lui (Lc 2,33.
1,29.); a volte non ne comprende le parole (Lc 2,50).
Intanto il suo grembo è come zolla che
ha racchiuso il seme. La “povertà” d’ora in avanti sarà per Lei una crescita
incessante nella dedizione alla persona e all’opera del Figlio, a servizio dell’umanità.
E il tutto nel chiaroscuro della fede.
Verrà poi il meriggio della Pasqua -
Pentecoste. Allora il Magnificat si arricchirà di risonanze inedite. In seno
alla chiesa nascente, già segnata dalla croce e dalla forza liberatrice del Cristo
glorificato, Maria prega (At 1,14), è attenta e contemplativa sul messaggio
pasquale dei primi annunciatori che evangelizzano la comunità (At 2,42 e 6,4;
Lc 2,18-19). Al pari dei suoi fratelli e sorelle di fede, la madre di Gesù
sperimenta in maniera nuova la strategia di Dio, che depone i potenti dai troni
ed esalta i poveri. La sua voce raccoglie l’esultanza dei credenti, reietti del
mondo, ma ricchi del loro Signore.
Alzare
lo sguardo al cielo
|
L |
a prima
domenica di Avvento veniva chiamata “Ad te levavi” dalle prime parole
dell’antifona d’ingresso ancor oggi conservate (“A te, Signore, ho levato
l’anima mia, Dio mio, in te confido”). La tradizione vuole che il papa Gregorio
Magno, guidato dallo Spirito, lo abbia musicato nella suggestiva melodia detta,
appunto, “gregoriana”.
Questa
preghiera semplice, piena di fiducia in Dio, è posta sulle nostre labbra quasi
come una chiave della spiritualità di questo tempo. È necessario alzare i
nostri occhi; elevare la nostra anima, il nostro pensiero, la nostra
preoccupazione; puntare lo sguardo oltre gli orizzonti abituali. In antico,
questa prima tappa era detta anche Domenica “Aspiciens a longe”,
“guardando da lontano”; e, in effetti, da questa prima domenica, si comincia a
guardare al giorno della venuta del Signore. “Alzo gli occhi verso i monti:
da dove mi verrà l’aiuto?” si interrogava il salmista (Sal 121,1). La
risposta viene dalla stessa Parola di Dio: “Il mio aiuto viene dal Signore”.
È necessario guardare in alto perché solo dal Signore viene la salvezza. “Alzate
al cielo i vostri occhi”, grida Isaia (51,6) e il salmo 69 canta: “i
miei occhi si consumano nell’attesa del mio Dio”.
Si
potrebbe dire che la spiritualità dell’Avvento è proprio consumarsi gli occhi
per attendere il Signore che viene.
Nell’antica
tradizione della Chiesa si parlava di una triplice venuta, di un triplice
Avvento. Un autore antico diceva che ci sono tre Venute del Signore: la prima
nella carne, la seconda nell’anima, la terza con il giudizio. La prima ebbe
luogo nel cuore della notte… Noi ora ci troviamo nella seconda Venuta: purché,
tuttavia, siamo tale che egli possa venire a noi; poiché egli ha detto che “se
lo amiamo, verrà a noi e stabilirà in noi la sua dimora”. In certo modo dipende
da noi se il Signore viene o no, dipende dal nostro desiderio di salvezza,
dalla nostra disponibilità ad accoglierlo nel nostro cuore. Invano Gesù sarebbe
nato venti secoli fa, se non rinascesse nel cuore di ognuno di noi. In questo
tempo, pieno di angosce e di speranza, dobbiamo fare di tutto perché quel
piccolo bambino non nasca ancora una volta fuori della città.
Pertanto
sono davvero salutari le ultime parole di Gesù riportate dal Vangelo di questa
domenica: “Vegliate e pregate in ogni momento,
perché abbiate la forza di sfuggire a tutto ciò che deve accadere, e di
comparire davanti al Figlio dell’uomo”
8 Dicembre L’Immacolata
|
Q |
uesta festa mariana
contiene almeno due importanti significati.
Il primo: l’umanità sembra caratterizzarsi
per una ostinata volontà di peccato, e la storia degli uomini sembra un
continuo rifiuto di Dio; tuttavia l’amore di Dio – ancora più ostinato del peccato degli uomini – è
riuscito a costruire in seno all’umanità peccatrice un punto luminoso,
completamente sottratto al peccato, che ha permesso al Figlio di Dio di
approdare sulla nostra terra. È bello considerare la Vergine Immacolata come il
capolavoro dell’amore gratuito di Dio e, insieme, come il frutto migliore che
l’umanità ha saputo esprimere.
E il secondo: Maria, preservata dal peccato e salvata fin da primo istante del suo
concepimento, è una lezione di grazia, è la dimostrazione più convincente che
la salvezza è un puro dono dell’iniziativa divina. In questo senso, la Vergine
Immacolata è uno specchio nel quale cogliere una legge del comportamento di Dio
che ci riguarda tutti: la salvezza è grazia, è dono gratuito: qui sta la nostra
speranza.
Come già annunciato
sul notiziario della settimana scorsa, di domenica in domenica in questo avvento
intendiamo pubblicare li secondo Polittico su Maria preparato da don Arturo.
2° Polittico su Maria
Ritagliando qualche aspetto del
suo mistero
1
La sua umiltà
Gesù da bambino
venne smarrito dai suoi genitori che poi lo ritrovarono nel tempio. Egli allora
ritornò a casa e “discese” (traduzione letterale) a Nazareth (Lc 1,51).
È la
traduzione letterale “discese” che deve attirare la nostra attenzione. Nella
versione ufficiale non figura neanche, ma la realtà fisica è questa. Gesù
sarebbe potuto rimanere a Gerusalemme (a Sion = la città sul monte), diventare
popolare e facilitare così il proprio ministero messianico. Ma anche qui
risplende l’umiltà di Gesù Maria e Giuseppe. l’umiltà di Maria e di tutti noi
non consiste ne dire: “Non sono degna”. Si esprime piuttosto con queste
semplici parole: “Avvenga di me secondo la tua parola” (Lc 1,38) perché la
vera umiltà non è un sottovalutarsi e un continuo dichiararsi indegno di quello
che Dio fa in noi, ma è l’abbandono semplice e sincero alla sua volontà. Gesù Maria e Giuseppe
preferiscono “discendere” a Nazareth e riprendere una vita di lavoro e di
silenzio. Tutta la loro vita è stata una discesa verso ciò che sembrava essere
più basso. E la vita dell’umile serva era anch’essa una discesa.
Il suo “sì”
Maria è così fortemente coinvolta in ciò che
avviene in lei, che attraverso il suo modesto “sì” essa prende il posto di
tutto il genere umano “Chi
fa la volontà di Dio, costui mi è fratello, sorella e madre” (Mc 35). Questo è molto di più
che un modo di dire immaginifico. Il Figlio di Dio vuole prendere forma umana
da tutti e in tutti coloro che gli somigliano come fratelli e sorelle nella
misura in cui, come lui stesso riconosce si consacrano a fare la volontà del
Padre. “Se
Cristo nascesse mille volte a Betlemme e non da te, rimarresti perduto
eternamente”. (Angelus Silerius)
Ancora: il suo “sì” non solo incarna in sé
tutta la fede dell’Antico Patto, ma anche ciò che nella storia di Israele è
stato vissuto come una speranza e un’aspettativa gaudiosa e dolorosa, come “doglie messianiche” Israele ha dovuto
gridare abbastanza, e anche a Maria non furono risparmiate le angosce che deve
provare una terra, quando deve generare un cielo… In questo è la
ricapitolazione di Israele fino alle soglie della nascita, che alla fine
dovette essere indolore (dogma di fede), perché il trapasso dalla antica alla
nuova e compiuta Alleanza non è opera del vecchio patto, ma miracolo della
grazia del nuovo.
Gesù vero Re
|
C |
on questa trentaquattresima domenica si chiude l’anno
liturgico. Tra sette giorni la Chiesa ci inviterà a iniziare un nuovo ciclo di
preghiera e di memorie sante. Non si tratta semplicemente di un nuovo ciclo
temporale che si aggiunge ad altri calendari (quello scolastico, quello scolare
o altro).
Il tempo liturgico è certamente diverso dal tempo
ordinario. È un tempo, infatti, nel quale non siamo noi a decidere le scadenze,
i ritmi e le mete; siamo piuttosto guidati. Durante questo tempo della Chiesa,
infatti, mentre ognuno di noi vive la propria vita ed è preoccupato delle
proprie cose, viene come sottratto, quasi sganciato, dalla normalità e dalle
abitudini, per essere inseriti in un altro ritmo: quello del Signore.
Le scadenze del Vangelo irrompono nel “nostro tempo” e
lo trasformano. Ognuno è invitato a rivivere tutta la vita di Gesù. Da Natale a
Pasqua, da Pasqua a Pentecoste, noi siamo chiamati a confrontarci con Gesù che
nasce, che predica e guarisce sulle strade e nelle piazze degli uomini, che
soffre, che muore, che risorge e siede alla destra di Dio.
E non si tratta solo di commemorare un assente,
ricordando momenti salienti della sua vita. È una questione molto più profonda:
la memoria liturgica rende presente l’evento che si commemora.
In tal modo ogni domenica veniamo spinti alla
imitazione di Cristo, a seguirlo passo dopo passo nell’ascolto delle Scritture.
E se gli “anni liturgici” continuano a ripetersi, è perché non termina mai la
nostra condizione di discepoli. Di anno in anno abbiamo bisogno di ascoltare e
di seguire, di essere presi per mano dalla parola di Dio e condotti verso il
Signore.
L’ultima domenica dell’anno liturgico celebra la festa
di Cristo Re dell’universo, ossia la sua signoria sul mondo, sulle cose, sugli
uomini, sulla storia. È una domenica che viene, per così dire, a coronare tutta
la vicenda di Gesù.
Il brano evangelico della regalità di Gesù è tratto
dal Vangelo di Giovanni: Gesù condannato, davanti a Pilato. A prima vista tutto
sembra davvero paradossale.
Gesù è re; ma è un re umiliato, calpestato, sconfitto.
Pilato, con fare piuttosto scettico, glielo chiede: “Tu sei il re dei
Giudei?” L’aspetto arrendevole e modesto di Gesù, era ben lontano da quello
di un sobillatore che poteva mettersi a capo di una banda armata. Eppure Gesù
non nega l’affermazione fatta da Pilato. Anzi va ancora più a fondo: “Il mio
regno non è di questo mondo”.
Davvero il suo regno “non è di quaggiù”. Gesù in
quattro righe, lo ripete ben due volte. La sua regalità non trae origine da
questo mondo, viene dall’alto. È a dire che il suo potere non trae origine e
sostegno da questo mondo (fosse pure da un consenso altamente democratico),
come accade per ogni potere che noi conosciamo.
Il suo potere poggia su un altro mondo; quello di Dio.
Ma questo non significa che tale potere non si eserciti in questo nostro mondo;
anzi. Se è così, Pilato ha capito molto bene e, logicamente, conclude: “Dunque
tu sei re?” quasi a dire che l’accusa è dunque giusta.
Gesù in effetti concorda con lui e afferma che è
venuto proprio per questo tra gli uomini: “per rendere testimonianza alla
verità”. E aggiunge immediatamente: “Chiunque è dalla verità ascolta la
mia voce”.
La verità è che Dio, pieno di misericordia, è venuto a
salvarci; la verità è che Gesù è il volto concreto di questa verità; è il
testimone della “passione” di Dio per gli uomini.
Pilato ora non capisce nulla né della regalità, né
della verità perché non ha capito di avere davanti a sé il volto
compassionevole di Dio. Gesù regna da pretorio. Il suo potere è la forza debole
della misericordia, della compassione, della mitezza. Così governa i cuori
degli uomini.
Lo aveva detto ai discepoli tre anni prima, sul monte
delle beatitudini: “Beati i miti perché erediteranno la terra” (Mt 5,5).
La vera grandezza, la vera regalità, il vero potere è nel lasciarsi conquistare
dalla “verità” di Dio: il suo sconfinato amore, sino a dare la vita.
Tempo di Avvento
|
I |
l tempo di
Avvento, dal latino “adventus” che indica venuta, arrivo, con sfumature di
presenza, “ha una doppia caratteristica: è
tempo di preparazione alla solennità del Natale, in cui si ricorda la prima
venuta del Figlio di Dio fra gli uomini, e contemporaneamente è il tempo in
cui, attraverso tale ricordo, lo spirito viene guidato all’attesa della seconda
venuta del Cristo alla fine dei tempi”
Questi due
aspetti, il fare memoria della nascita di Gesù a Betlemme e l’attesa fiduciosa
del suo ritorno glorioso, rendono per eccellenza l’Avvento il tempo di attesa
del compimento della salvezza: ciò che ha avuto inizio con l’incarnazione nel
tempo del Verbo divino vedrà il suo compiersi definitivo con il ritorno del
Cristo nello splendore della sua gloria.
Nella
liturgia, che ci fa vivere i momenti della storia della salvezza non come tempi
cronologici rigorosamente successivi, ma come tappe di un unico e unitario
disegno salvifico, possiamo celebrare il “già e non ancora” della nostra
salvezza.
Il tempo di Avvento è:
-
attesa del
compimento della nostra salvezza: siamo protesi verso il futuro
perché sorretti dalla certezza che il Signore è già venuto, continua e
continuerà a venire finché il mondo e l’uomo non saranno fatti nuovi dalla
verità di Dio, attraverso la salvezza di Cristo, nell’azione dello Spirito
Santo;
-
tempo
mariano per eccellenza: Maria, affidandosi alla Parola, si pone in
attesa del compimento in Lei di questa Parola; diviene prototipo e figura
esemplare dell’attesa di Israele e della Chiesa. Metteremo in evidenza questi
aspetti anche attraverso il 2° Polittico
su Maria che pubblicheremo di domenica in domenica su questo Notiziario. Al 3°
Polittico faremo spazio in Quaresima.
Abbiamo
l’occasione in questo periodo di riscoprire la nostra vocazione battesimale che
ci ha costituito come figli di Dio nel Figlio di Dio.
Nell’attesa
vigilante della sua duplice venuta, occorre rinvigorire la nostra fede per
rafforzare in pienezza la grazia e gli impegni assunti col Battesimo e
rinnovati con la Confermazione, nutriti continuamente dal Pane di Vita Eterna
che sostiene il nostro cammino quotidiano.
di Gianfranco Ravasi
La PAROLA
le parole Figlio dell’uomo
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C |
hiamato
dagli studiosi “discorso escatologico”, cioè “delle realtà ultime” del mondo e
della storia, le parole di Gesù del c. 13 di Marco - di cui
oggi la liturgia ci propone un brano - vogliono presentare non tanto la
fine del mondo «quanto poi a quel giorno o a quell’ora, nessuno li
conosce tranne il Padre» quanto piuttosto il fine, cioè il senso,
l’approdo ultimo di tutta la realtà e della storia umana. Al centro del
testo che oggi leggiamo incombe la figura del “Figlio dell'uomo”, presentato
secondo una citazione del libro di Daniele, opera apocalittica del Il sec. a.c.
Gesù è spesso
chiamato nei vangeli con questo titolo, che era stato caro nel VI sec. a.c. al
profeta Ezechiele che lo usava per indicare sé stesso: “figlio dell'uomo”
significa, di per sé, semplicemente “uomo”. Tuttavia nel citato libro di
Daniele una figura misteriosa descritta come «simile a un figlio d’uomo» viene
presentata davanti a Dio «che gli diede potere, gloria e regno; tutti i
popoli, nazioni e lingue lo servivano; il suo potere è un potere
eterno che non tramonta mai e il suo regno è tale che non sarà
mai distrutto" (7,73-74). Probabilmente Daniele intendeva
concentrare in questo personaggio “i santi dell’Altissimo”, cioè gli ebrei
fedeli e perseguitati dal potere siro-greco del suo tempo, facendoli
diventare il popolo messianico, investito di autorità da parte di Dio.
Tuttavia la
tradizione giudaica successiva aveva attribuito a tale termine un significato
personale messianico: la figura del Messia risultava dotata di qualità
altissime, superiori a quelle che comportava il titolo “Figlio di Davide”,
divenendo quasi partecipe della sfera di Dio. E per questo che Gesù l’assume
per sé, sollevando scandalo nei suoi uditori, soprattutto in occasione del suo
processo (Matteo 26,64).
Una vigilanza operosa
|
È |
la domenica adatta per
far fare un po’ di chiarezza tra i cristiani che, ammaliati dai millenarismi
delle sette, dai calendari delle stesse su scadenza mai attuata circa la fine
del mondo, talora anche da supposte apparizioni e visioni, vivono ossessionati
dalla più o meno imminente fine del mondo. Certo la fine ci sarà: è verità
rivelata da Dio nel Vecchio e nel Nuovo Testamento. Non esistono determinazioni
ulteriori. Ci basta o ci dovrebbe bastare il «credo» con la sua sobria
affermazione«Credo la vita eterna. Amen». La morte però non è la sorte
definitiva bensì un passaggio alla condizione nuova. L’abbiamo appena ricordato
riflettendo sulla parola di Dio per la festa di tutti i santi e per la commemorazione
dei defunti.
Il
catechismo della chiesa cattolica insegna come pensare e parlare della
“speranza dei cieli nuovi e della terra nuova” (cfr. nn.
1042-1050). Basti questa espressione: “Alla fine dei
tempi, il regno di Dio giungerà alla sua pienezza”.
E
cita il Vaticano II: “Allora… la chiesa avrà il suo compimento… nella gloria
del cielo, quando verrà il tempo della restaurazione di tutte le cose e quando
col genere umano anche tutto il mondo, il quale è intimamente unito all’uomo e per
mezzo di lui arriva al suo fine, sarà perfettamente ricapitolato in Cristo” (Lumen gentium n. 48).
E
ancora una precisa affermazione del Vaticano II: “Ignoriamo il tempo in cui
avranno fine la terra e l’umanità e non sappiamo il modo in cui sarà trasformato
l’universo” (Gaudium et spes n. 39).
È
quanto dice Gesù nel Vangelo di oggi del quale qui, più che trattenerci su una
esegesi “letterale”, cogliamo alcuni messaggi consequenziali.
L’atteggiamento
di fronte alle verità “finali” è richiamato con le parole di Gesù incluse tra
gli “alleluia” pre-evangelici:
” Vegliate e state
pronti, perché non sapete
in quale giorno
il Signore verrà”
(Mt
24,42-44).
La
vita personale e comunitaria, ecclesiale e civile, va “sorvegliata”: sarà sottoposta
a giudizio divino.
E
il parametro di questo giudizio ci è stato rivelato: “amore per Dio e per il
prossimo” con tutte le sue applicazioni e implicazioni.
Prima
di scrutare “i segni” della fine del mondo, chiediamoci per quali finalità noi
operiamo qui e ora. Invece di scrutare il cielo per vedere se il sole, la luna,
le stelle si vanno spegnendo, se la terra è ormai logora di sopportare
l’umanità, interroghiamoci se non si sta spegnendo in noi, nella banalizzazione
quotidiana, la voglia di spendere generosamente le nostre giornate.
Invece
di buttare denaro in maghi e indovini, destiniamolo alla carità operosa e
facciamo in modo di poter dire al termine del giorno in coscienza davanti a
Dio: “è stata una buona giornata.”
proposito
per
il dopo-Verona Imparare a esserci
|
“D |
a questa
assemblea sale un’umile preghiera, che implica però anche un sincero
proposito, affinché il primato di Dio sia il più possibile visibile e
palpabile nell’esistenza concreta e quotidiana delle nostre persone e delle
nostre comunità” (dal Messaggio finale del Convegno ecclesiale nazionale di
Verona). Da queste parole scaturisce l’invito a portare a casa da Verona un
proposito. Uno, uno solo. Ma definito con precisione. Questo proposito non è
l’affannosa fortificazione delle mura difensive, quanto piuttosto
l’impegno per “allargare gli spazi della nostra razionalità”, un’opera cui le
chiese in Italia “devono dedicarsi con fiducia e creatività”, Non si tratta
oggi di difendersi né di contrattaccare, ma di “essere uomini toccati da Dio”, come dice il cardinale Ruini citando papa Ratzinger e
poi Giovanni Paolo II; si tratta di essere cristiani che avvertono il fascino e
la concretezza di quella “misura alta della vita cristiana che è la santità”,
Qui sta il vero “fondamentale del nostro essere cristiani”. La misura della
testimonianza non è il piccolo cabotaggio dell’arrabattarsi mettendo d’accordo
coscienza e cultura del tempo, ma il vigore del “Crocifisso Risorto speranza del
mondo”, capace di trasformare l’uomo dal profondo. Capace di renderlo santo,
persino: testimone ovunque dell’amore di Dio, uomo all’altezza di sfide che
diversamente avrebbe ritenuto fuori portata. “Io, ma non più io”, secondo
l’espressione di Benedetto XVI nel suo discorso al Convegno, forse la più bella
ascoltata nei giorni di Verona.
Il
proposito da portare a casa da Verona è quello di vivere gli affetti e
la famiglia come segno dell’amore di Dio; il lavoro e la festa
come momenti di fatica, di gioia e di un’esistenza compiuta; la presenza e la solidarietà
che si china sul povero e sull’ammalato come espressione di fraternità; il rapporto
tra le generazioni come dialogo volto a liberare le energie profonde che
ciascuno custodisce dentro di sé, orientandole alla verità e al bene; l'essere
cittadini credenti come esercizio di responsabilità, a servizio della
giustizia e dell’amore, per un cammino di vera pace. Si tratta di rinnovare il
proposito di non tirarci indietro davanti alle grandi sfide dell’oggi:
promozione della vita, della dignità di ogni persona e del valore della
famiglia; attenzione ai volti e alle storie di povertà e al senso di smarrimento e
fragilità che avvertiamo attorno e dentro di noi; dialogo tra le
religioni e le culture; ricerca umile e coraggiosa della santità come misura
alta della vita cristiana ordinaria; comunione e corresponsabilità nella
comunità cristiana; necessità per le nostre chiese di dirigersi decisamente
verso modelli essenziali ed evangelicamente trasparenti…”
dall'Editoriale
di “Italia Caritas” (nov.2006)
L’ipocrisia sociale
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S |
iamo tenuti ad essere
coerenti con il Vangelo in ogni aspetto della vita. Il contrario della coerenza
e della fedeltà è l’“ipocrisia”.
“Ipocrita” (termine greco)
ha il suo equivalente in “teatrante” (uno che recita una parte che non è la sua
vita vera); ne ha ancora un altro, anche peggiore: “ciarlatano” (da “ciarla” =
notizia non vera) è “colui che sfrutta la buona fede e la credulità altrui a
proprio vantaggio”. Gesù ha sempre condannato quel tipo di persona e il costume
sociale che ne deriva. Ha condannato, e insieme ha suggerito uno stile opposto.
L’ipocrisia in evidenza
nel Vangelo odierno si potrebbe chiamare “ipocrisia sociale” o in altri termini
“la religione strumentalizzata”. Gesù è molto esplicito al riguardo: interviene
contro gli sfruttatori del prossimo che pure sottolineano la loro religiosità
formale (“avere i primi seggi nelle
sinagoghe”; “ostentare lunghe preghiere”). Dice senza mezzi termini: “riceveranno una condanna più grave”.
Individua una delle loro colpe (oltre che nella falsa religiosità) nella
pratica abituale della ingiustizia sociale. Cita un caso specifico: “Divorano
le case delle vedove”. Oggi, diremmo, praticano l’usura fino a spingere alla
disperazione e al suicidio, tragico epilogo a cui non pochi sono approdati.
La pagina del Vangelo
consente di riprendere il discorso sull’usura, pratica sociale assai diffusa e
nei confronti della quale il magistero della chiesa, il Catechismo della
Chiesa cattolica (nel commento al settimo comandamento “non rubare”, cfr
2407 ss.), e molti vescovi italiani, hanno espresso ferma condanna.
Gesù, e alla sua scuola,
il magistero della chiesa e l’esempio dei santi della carità (ne abbiamo uno
proprio oggi: è san Martino di Tours, patrono di Sesto, con il celeberrimo
episodio della spartizione del mantello con un povero), mostrano come,
positivamente, si possa vivere la civiltà della solidarietà e della carità.
In che modo?
1.
Non attingere soltanto al superfluo. È l’attitudine generale,
specie dei ricchi. Disse Giovanni Paolo II: “I cristiani verso i poveri non
attingono soltanto alla loro abbondanza, ma alla loro sostanza”. Ricordiamo una
parola di Gesù detta in generale circa l’amore del prossimo: “Non basta agire
come agiscono ‘i pagani’ (Paolo direbbe come l’uomo naturale o razionale);
occorre agire secondo l’ispirazione del Padre. Amare tutti: anche i nemici.
Anche coloro che sembrano minacciare la… nostra tranquillità. Pensiamo agli immigrati, ai “terzo e quartomondiali”,
ai profughi. Lo richiama l’episodio della vedova con Elia (prima lettura).
2.
“Impariamo a donare sull’esempio di colui che ha donato se
stesso”. È il dono invocato nella colletta. Vi si fonda tutta la dottrina
sociale della chiesa: Sollecitudo rei socialis e Centesimus annus.
Non si tratta di solo “buon cuore”, ma di impegno permanente, “politico”, come
oggi si dice. La solidarietà deve uscire dai rapporti interpersonali e
diventare il criterio orientativo della vita dei singoli, delle famiglie e dei
popoli.
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I |
l messaggio che i nostri
vescovi hanno inviato per l’occasione dedica le sue riflessioni al mondo
dell’agricoltura: “la terra: dono per l’umanità” così è il titolo. Se da una
parte i cristiani sono invitati a vedere nei prodotti della terra “il dono
inesauribile della provvidenza divina”, non possono, dall’altra, non accorgersi
dei gemiti e delle sofferenze (Rm 8, 21-22) inflitte alla creazione da un
insensato sfruttamento delle sue risorse.
“In natura, come in
economia, i conti devono tornare in pari: ci si può indebitare solo a patto di
restituire. Nell’utilizzare le risorse della terra questa regola elementare è
stata trascurata: preleviamo più acqua, più minerali, più alberi, più pesce di quanto
gli ecosistemi possano produrre. Cioè, ci stiamo mangiando il capitale,
divoriamo l’ambiente con una velocità tale da spazzare via per sempre molta
della bellezza che ci circonda”. Così scrive un giornalista su un quotidiano.
La Chiesa da tempo ha
messo nella sua agenda la voce “salvaguardia del creato” chiedendo ai governi e
agli organismi internazionali “appropriate scelte politiche e economiche di
respiro planetario”.
Lo sviluppo dissennato
non è infatti frutto del caso o della necessità, ma dipende da meccanismi
economici pensati e decisi.
Il catechismo della
chiesa cattolica è perentorio quando ricorda che l’uomo non può esercitare sul
creato “un dominio arbitrario e distruttivo” e quando richiama agli uomini e
alle donne “la loro responsabilità nei confronti del mondo che Dio ha loro
affidato (n. 373). Più avanti torna a ricordare che Dio “ha affidato la terra e
le sue risorse alla gestione comune dell’umanità, affinché se ne prendesse
cura, la dominasse con il suo lavoro e ne godesse i frutti” (n. 2402).
Come
si vede, un’unica preoccupazione dalle molte voci e dai molti richiami: che gli
uomini non rovinino irreparabilmente la terra, che è “dono di Dio per la
famiglia umana”.
Amare Dio nell’uomo
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P |
uò sembrare strano,
ma si deve ammettere che l’aspetto più caratteristico della fede cristiana
spesso non è colto e tanto meno messo a fuoco.
Tutti, in qualche
modo, sanno che il precetto dell’amore caratterizza il cristianesimo. Pochi
sanno che questo amore viene da Dio, è partecipazione dell’amore stesso di Dio,
deve essere rivolto prima di tutto a Dio, ma la prova del nove dell’autenticità
dell’amore verso Dio consiste nell’amare Dio nell’uomo.
È talmente
importante questo dato della fede, tanto da costituire l’oggetto unico del
giudizio finale per entrare definitivamente nel Regno (cfr. Mt cap 25).
Gesù non è
originale nel citare dal Deuteronomio il comandamento dell’amore di Dio e
dell’amore del prossimo. Ogni buon ebreo conosceva bene questi due precetti.
L’originalità di Gesù sta nel fatto di aver unificato i due in un solo precetto
e di affermare “che non c’è altro comandamento più importante di questo”.
L’uomo – come ha ripetutamente ricordato il magistero di Giovanni Paolo II – è
la prima via della chiesa, via segnata da Cristo stesso.
Purtroppo la
storia della spiritualità cristiana, avendo troppo unilateralmente insistito
sull’amore per Dio separato dall’uomo, ha contribuito talora a porre meno
attenzione all’uomo.Dicendo questo non si vuole fare dell’uomo un idolo, ma
fare dell’uomo il sacramento della presenza di Dio. È Dio che va amato
nell’uomo e inseparabilmente dall’uomo. Dio va sempre amato con tutto il cuore
cioè con tutte le proprietà essenziali dell’esistenza umana: forze emozionali e
intellettive. Dio va amato ancora con tutta l’anima, cioè con l’intera
esistenza, con tutto il desiderio vitale, con tutte le possibilità della vita
fino al martirio, se necessario. Dio va amato con tutta la forza, ossia con
tutta la capacità dell’esistenza umana, anche nel senso di tutti i mezzi a
disposizione dell’uomo, quindi anche con ciò che l’uomo possiede.
Dio, infine, va
amato con tutta la mente, a sottolineare la ragionevolezza dell’amore di Dio,
l’uso positivo della forza razionale del cuore anche in modo critico.
Non sei lontano
dal regno di Dio. Gesù con una meravigliosa pedagogia ottiene l’assenso dello
scriba che l’ha interpellato sul nucleo fondamentale del vivere evangelico:
vivere l’amore per Dio e per l’uomo vale più di ogni altro culto. Quest’uomo
non è lontano dal regno di Dio. Non è arrivato, ma è vicino.
Occorre
orientarsi e compiere il passo decisivo
per entrare nel vero culto a Dio, una vita vissuta nell’amore.
Sul Convegno di Verona
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«L |
a nostra
speranza è una persona: il Signore Gesù, crocifisso e risorto. In lui la
vita è trasfigurata: per ciascuno di noi, per la storia umana e per la
creazione tutta. Su di lui si fonda l'attesa di quel mondo nuovo ed eterno, nel
quale saranno vinti il dolore, la violenza e la morte, e il creato risplenderà
nella sua straordinaria bellezza. Noi desideriamo vivere già oggi secondo
questa promessa e mostrare il disegno di un'umanità rinnovata, in cui tutto
appaia trasformato. In questa luce, vogliamo vivere gli affetti e la famiglia
come segno dell'amore di Dio; il lavoro e la festa come momenti di un'esistenza
compiuta; la solidarietà che si china sul povero e sull'ammalato come
espressione di fraternità; il rapporto tra le generazioni come dialogo volto a
liberare le energie profonde che ciascuno custodisce dentro di sé, orientandole
alla verità e al bene; la cittadinanza come esercizio di responsabilità, a
servizio della giustizia e dell'amore, per un cammino di vera pace».
Questo è
uno dei passaggi del messaggio che i partecipanti al IV convegno ecclesiale
della chiesa italiana (Verona, 16-20 ottobre) hanno consegnato alle chiese
particolari alla conclusione dei lavori.
Sembra che
il filo conduttore di Verona e le indicazioni per il dopo siano
chiare. «Che la Chiesa in Italia – ha detto il Papa - possa
ripartire da questo Convegno sospinta dalla parola del Signore risorto
che ripete a tutti e a ciascuno: siate nel mondo di oggi testimoni della mia
passione e della mia risurrezione. In un mondo che cambia, il Vangelo non
muta». Ovvero, per dirla con Tettamanzi, non muta la «carta costituzionale» dei
cristiani.
Ai laici,
che sono stati protagonisti (evocati e di persona) del Convegno, Ruini ha detto
che spetta a loro «una forma di testimonianza missionaria» che «appare decisiva
per il futuro del cristianesimo e in particolare per mantenere viva la
caratteristica popolare del cattolicesimo italiano, senza ridurla a un
cristianesimo minimo». Gli spazi d'intervento sono aperti e ampi, anche in
campo sociale e politico, per «potenziare la riserva di energie morali di cui
l'Italia ha bisogno».
Unica Santità in molte
forme
|
A |
celebrazioni concluse dei santi e dei morti,
può essere utile richiamare o ribadire le nozioni fondamentali sulla chiamata
di tutti all’unica santità nei vari stati della vita e nell’esercizio dei vari
compiti, perché il rischio di avere una concezione più o meno esatta della
santità è sempre presente.
Universale chiamata alla
santità
Dio chiama tutti alla
santità perché ci vuole tutti partecipi della sua vita divina. Ogni uomo è chiamato
ad essere realmente figlio di Dio (I Gv. 3,1). Questa è la volontà di Dio. La
santità, perciò, non è conquista dell’uomo, ma dono di Dio. Vivere questo dono
è opera dell’uomo sorretto dall’aiuto divino. Purtroppo non tutti e non sempre
viviamo ed esprimiamo questo dono ricevuto nel Battesimo con impegno e fedeltà
generosi. Abbiamo, di conseguenza, i santi mancati.
Molteplici modalità
dell’unica santità
La santità, in quanto
partecipazione alla vita divina, è unica. Ma come ogni uomo ha una sua originalità
irripetibile, così ogni uomo santificato dalla grazia ha un suo volto e una sua
ricchezza di doni. Ognuno deve vivere la grazia battesimale secondo i doni
ricevuti nella propria condizione di vita: i chiamati al ministero sacerdotale,
gli sposi e i genitori, i laici chiamati a donarsi più completamente alle opere
apostoliche; i religiosi con la pratica comunitaria dei consigli evangelici. Il
firmamento della santità brilla di miriadi di stelle una diversa dall’altra
nelle quali si manifesta l’unica santità di Dio.
Via e mezzi della santità
La via essenziale e maestra
della santità è l’amore con cui amiamo Dio e i fratelli.
Poiché Cristo Gesù ha
manifestato la sua carità, offrendo per noi la vita, il segno dell’autentica
santità vissuta è l’amore che si dona fino al martirio se necessario, perché
“nessuno ha un amore più grande di colui che da’ la vita per Cristo e per i
fratelli” (I Gv. 3,18). Il martire, perciò, che ha versato il sangue per
Cristo, è sempre stato considerato il santo per eccellenza. La santità quindi,
ha un’essenziale connotazione pasquale.
La santità inoltre è
manifestata nella pratica dei consigli evangelici della verginità, della
povertà e dell’obbedienza. Il messaggio delle “Beatitudini” risuona come un
grande invito a seguire Cristo vergine, povero e obbediente.
La pratica dei consigli
evangelici non è un prerogativa esclusiva dei religiosi –anche se questi li
vivono in comunità come segno per tutta la chiesa– ma deve
ispirare la vita di ogni cristiano, anche se semplice fedele laico. Il
concilio ha ricordato che senza lo spirito delle beatitudini non si rinnova il
mondo e con questo spirito i fedeli laici devono essere l’anima del mondo:
“Ogni laico deve essere davanti al mondo il testimone della risurrezione e
della vita del Signore Gesù e il segno del Dio vivo. Tutti insieme e ognuno per
la sua parte, devono alimentare il mondo con i frutti spirituali” (Gal. 5,22) e
in esso diffondere lo spirito, da cui sono animati i poveri, i miti e i
pacifici, che il Signore nel Vangelo proclama beati (Mt 5.3-9). In una parola:
“ciò che l’anima è nel corpo, questo siano nel mondo i cristiani” (LG38).
Porte aperte al Signore
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S |
embra quasi impossibile,
ma tutto ciò in cui noi poniamo quotidianamente la nostra fiducia è destinato a
cadere. La nostra società tecnologica può essere messa in ginocchio da un
black-out elettrico o sconvolta nelle sue sicurezze da un manipolo di
terroristi. Un “virus” può mandare in “tilt” i sistemi informatici di
elaborazione dei dati così come un’infezione può bloccare gli scambi
internazionali.
Ma anche noi siamo
destinati a passare la scena di questo mondo. Abbiamo rimosso l’idea del limite
alla nostra esistenza al punto che basta pagare e si può avere tutto.
Ma non tutto è
governabile, controllabile o acquisibile. Ci sono cose e situazioni che sono
regalate, date gratuitamente. Una di queste è la vita e la possibilità di
vivere per sempre. E con la vita anche la morte fa parte dei doni che
riceviamo.
Sembra paradossale, ma la
morte ci apre a una dimensione nuova. Con la morte usciremo da questo mondo per
essere, speriamo, al cospetto di Dio per sempre: «dopo che questa mia pelle sarà distrutta… vedrò Dio» (Gb 19,26). Quel Dio che già oggi
contempliamo nel volto dei poveri e dei sofferenti, che adoriamo nel pane
eucaristico, che vediamo nell’amore di tanti sposi e genitori, che
sperimentiamo nella carità dei fratelli, sarà davanti e «i miei occhi lo contempleranno» (Gb 1,27).
“Laudato
si’, o mi’ Signore, per sora nostra morte corporale de la quale nullo omo
vivente pò skappare.” scriveva san Francesco nel suo Cantico delle Creature.
Il limite della morte è
uno dei confini che l’uomo tecnologico non vuole accettare. Sembra impossibile
che una società impostata sulla crescita delle risorse e delle conoscenze possa
trovare un ostacolo alla propria onnipotenza. E se l’angelo Gabriele diceva a
Maria che «nulla è impossibile a Dio» (Lc 1,37), l’uomo vorrebbe sostituirsi al Creatore con la propria tecnologia.
Ricordare chi è già
passato all’altra sponda è perciò nutrire la «speranza che non delude» (Rom 5,5). È ricordare che non siamo rimasti soli quaggiù, ma che c’è una
moltitudine di amici che seguono dalla “stanza accanto”. Ed è anche fare il
punto del cammino dell’umanità. È fare memoria che quello che siamo oggi nel
benessere, nella felicità e nella gioia, nella cultura e civiltà, ma anche
nelle difficoltà e nelle sofferenze che tuttora ci affliggono, è frutto di chi
ha lottato in questa vita prima di noi.
Siamo invitati a non
riporre la nostra sicurezza nei “giocattoli” del momento – leggi la sicurezza
della tecnologia o del denaro – ma a guardare oltre la porta.
«Ecco io sto alla porta e busso» (Ap 3,20) dice il Signore. Aprire
la porta è accettare tutti i doni che abbondantemente e gratuitamente ci fa.
Tra i doni di cui siamo riconoscenti oggi ricordiamo quello di avere vissuto
assieme a molti amici e fratelli che adesso sono al suo cospetto.
Convegno della Caritas Diocesana
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Q |
ualche spunto colto nella relazione e negli interventi
ascoltati al Convegno della Caritas Diocesana al Teatro Aurora di Scandicci , sabato
21 ottobre .
· Sgorga spontaneo il nostro “grazie”
a Dio che ci fa fratelli nel suo spirito; dalla consapevolezza di questa
fraternità scaturisce l’esigenza dell’amore e della carità che si traducono in
segni concreti di solidarietà e condivisione.
· La fraternità nello spirito è insieme
dono e compito. E’ un dono meraviglioso che richiede una risposta generosa, una
risposta che diventa una spinta irrefrenabile di un amore concreto e generoso
verso soprattutto gli ultimi di questo tempo e di questa nostra società.
· “Il Figlio dell’uomo è venuto per
servire. Servo fedele, che ha dato la sua vita per tutti gli uomini. Attraverso
la carità e solidarietà diventiamo collaboratori dell’opera di Dio che precede
sempre l’iniziativa umana.
· Dio agisce nel cuore dell’uomo aldilà
di ogni visibilità, Dio agisce liberamente, con criteri solo a Lui noti. Tutto
è dono suo e non conquista dell’uomo o frutto dei suoi meriti.
· Siamo però “servi inutili” non nel senso che la nostra risposta è facoltativa
ma che la sua efficacia è sempre frutto della grazia.
· La carità del cristiano diventa
sempre più pura, più trasparente, più gratuita e insieme concreta. Il modello a
cui ispirarsi è racchiuso nella figura del buon samaritano esempio di
concretezza e di vera “religiosità”, contro lo spiritualismo disincarnato di
tanti cristiani.
Anna R.
Un Nuovo Crocifisso per la nostra Chiesa
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N |
el corso della seduta del Consiglio parrocchiale di ottobre,
è entrato nel rettilineo finale (per usare una metafora sportiva), il progetto
di collocare un nuovo crocifisso nell’aula liturgica del nostro complesso
parrocchiale.
L’idea di arricchire, da un punto di vista architettonico,
l’aula liturgica ha cominciato a circolare da diverso tempo e si è sviluppata
attraverso la consulenza ricevuta da esperti di arte (e soprattutto di arte
sacra) e con il coinvolgimento attivo dei vertici della nostra diocesi. A un
certo punto di questo cammino, nella primavera scorsa, proprio dalla Curia fiorentina
è arrivata la segnalazione della disponibilità di un’opera in marmo dello
scultore Pio Fedi, messa in vendita dagli eredi.
Da quel momento si è cominciato a discutere se quel
crocifisso marmoreo, dalle notevoli dimensioni, fosse una soluzione ottimale
per la realizzazione del nostro progetto. Se ne è discusso nelle sedute dei
Consigli parrocchiali, nonché in un’assemblea appositamente convocata e nella
quale sono state mostrate foto dell’opera e presentate simulazioni di una sua
collocazione al centro del presbiterio, dietro l’altare. Se ne è parlato anche
alla presenza del Vescovo ausiliare mons. Maniago, prima della pausa estiva,
per continuare ancora con l’inizio del nuovo anno pastorale.
In queste occasioni sono state manifestate opinioni
decisamente favorevoli, accanto a posizioni caratterizzate da qualche
perplessità di varia natura e non sono mancate prese di posizione marcatamente
critiche. Si è comunque trattato di un
dibattito sempre elevato, sentito e appassionato, che ha arricchito i partecipanti
e fatto crescere sempre uno spirito comunitario di autentica condivisione.
Il Consiglio parrocchiale ha sicuramente svolto, in questo
animato frangente, il suo compito di organo consultivo a disposizione del
parroco per assumere ponderatamente decisioni che a lui competono per statuto.
Non si è giunti quindi ad una decisione al termine di una conta numerica tra
favorevoli e contrari, perché non era questa la procedura da seguire. La
decisione di procedere all’acquisto della scultura di Pio Fedi è stata quindi,
come da statuto, assunta dal parroco sulla base di tutte le opinioni espresse.
Le motivazioni favorevoli sono da individuare nella
disponibilità di un’opera di sicuro valore artistico, per l’acquisto della
quale è assicurato un contributo economico non indifferente, offerto da un
importante istituto bancario fiorentino. A quanto detto sopra, si aggiunge la
vicinanza di un traguardo (la solita metafora sportiva!), quale è quello dei
venti anni dalla inaugurazione della chiesa, parso a molti una ricorrenza da
sottolineare con un gesto significativo.
Collocare una croce nella nostra chiesa non deve però essere
solo un atto esteriore. Siamo consapevoli che il gesto avrà un vero significato
se sarà accompagnato da una profonda riflessione su quello che la croce
significa per noi: una riscoperta per dare nuovo slancio alla nostra vita di
cristiani della parrocchia di Santa Croce a Quinto.
In conclusione, il Consiglio
parrocchiale si impegna a svolgere opera di informazione, di sensibilizzazione
e di coinvolgimento su tutto il cammino che ci porterà a realizzare il
progetto, perché il compimento di esso sia qualcosa che appartenga veramente a
tutta la comunità e ne segni il percorso futuro.
Enrico B.
Gruppo
Missionario
Si riapre l’anno per il Gruppo Missionario con tante iniziative e tanta voglia di MISSIONARIETÀ!! E qual è il modo
migliore per ripartire se non celebrando la Veglia Missionaria, qui, nella nostra parrocchia? È stato
entusiasmante conoscere l'esperienza dei missionari, qualcuno rientrava ed altri partivano. Ma la
cosa più bella è stato guardare i loro occhi mentre raccontavano: erano occhi
di vita, di carità, di amore; ed erano così inebrianti che non riuscivi a
staccare i tuoi dai loro.
E poi domenica di nuovo
festa per Loro, per quelle persone che hanno scelto di dedicare la propria vita
agli altri. Ma si sa, non importa andare tanto lontano per essere, ma
soprattutto, per "sentirsi dentro" un po' missionari… allora, non ci
resta che dire: GRAZIE SIGNORE per
aver ampliato l’ORGANICO del gruppo e per averci fatto sentire la
"necessità" di APPARTENERGLI.
Gruppo Missionario
Adoratori e missionari
per una Chiesa viva
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A |
lla
vigilia del Convegno Ecclesiale di Verona – 16/20 ottobre – e in prossimità della
Giornata Mondiale Missionaria, ci piace fare nostra la riflessione che il
Vescovo di Treviso propone ai suoi fedeli.
“Per
essere una Chiesa che sa trasmette la propria fede è necessario che diventiamo
una Chiesa di adoratori e missionari”…
“Non
dobbiamo cullarci nelle illusioni !
-spiega
– La crisi di fede e, di conseguenza, la crisi morale c’è ed è grave. Si
tratta di un male che è penetrato in profondità, inquina a volte le nostre
iniziative formative e pastorali che non formano più credenti maturi e comunità
autenticamente evangeliche… In questa società ci stiamo abituando a vivere con
il criterio del compromesso tra il Vangelo e l’idolatria del consumismo, del
benessere, del piacere fine a se stesso… Ma bisogna coltivare la fiducia e la
speranza… Gesù ama a tal punto la Chiesa da non rassegnarsi mai alla sua
rovina. Accetta di stare, come un mendicante, fuori dalla porta, di bussare a
far sentire, dall’esterno, la sua voce senza stancarsi… La Chiesa è chiamata
dal Signore risorto a risvegliarsi dal torpore. Convertirsi significa cambiare
radicalmente orientamento di cammino”.
Il
Vescovo propone pure un’altra preziosa suggestione: “Gesù invia gli apostoli
in missione mentre essi sono in ginocchio e in adorazione attorno a Lui. Perché
la loro missione fosse efficace, dovevano essere contemporaneamente adoratori e
missionari. La Chiesa resta sempre fedele al suo Signore se rimane una comunità
di adoratori e missionari. Quando ha bisogno di convertirsi e di ritrovare la
sua identità sbiadita nei compromessi deve tornare a questa legge di vita
fondamentale”.
Convegno Ecclesiale di Verona
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L |
a
settimana scorsa abbiamo riportato il profilo della volontaria laica proposta
dalla regione ecclesiale dell’Emilia-Romagna al Convegno di Verona, come testimone
di dedizione totale ai bambini poliomielitici, sordi, ciechi, epilettici e poi
ai malati di tubercolosi: Annalena Tonelli, uccisa la sera del 5 ottobre
2003 al termine del suo giro quotidiano fra i malati dell’ospedale.
Oggi,
nella immediata vigilia dell’appuntamento di Verona non possiamo tacere del
personaggio esemplare proposto dalla nostra regione, Giorgio La Pira, definito:
un contemplativo nel mondo,
un laico
nella società politica,
un profeta
nella storia.
«Dicono che sono un santo
per dire che sono grullo, ma io non sono grullo. Dicono che sono un poeta, ma non
sanno che sono ragioniere, che so tenere la partita doppia. E comunque non
sanno che i poeti possiedono l’intuizione». Anche questo era Giorgio La Pira:
schietto e semplice; capace di bollare l’ateismo come «arteriosclerosi morale e
intellettuale»; coraggioso a tal punto da rivendicare al Cremlino: «Voi avete
la bomba atomica, io ho la bomba della preghiera». Un La Pira grande
comunicatore, «comunicatore profetico», figura ideale per incarnare il
testimone toscano del 5° ambito, quello della cittadinanza, al Convegno
ecclesiale nazionale.
La Pira, nato a Pozzallo
(Ragusa) nel 1904, era arrivato a Firenze nel 1924 come studente di Diritto
Romano, di cui successivamente sarebbe diventato professore. In quel primo
periodo fiorentino nacque l’esperienza della Messa di San Procolo rivolta ai
poveri della città. Nel 1946 fu eletto all’Assemblea Costituente dove diede un
contributo decisivo alla stesura della nostra Costituzione. Rieletto deputato,
entrò nel governo come Ministro del lavoro con Fanfani. Nel 1951 divenne
sindaco di Firenze, carica che ricoprì, salvo brevi interruzioni, fino al 1965.
Difese con energia i più deboli della città, i senza casa, i diritti dei lavoratori.
Promosse «Convegni per la pace e la civiltà cristiana» e i «Colloqui
mediterranei» per la riconciliazione tra le religioni della «famiglia di
Abramo».
Nel 1959, primo uomo
politico occidentale a superare la «cortina di ferro», si recò in Russia creando
un ponte di preghiera, unità e pace tra oriente ed occidente. Fu un grande difensore della vita,
strenuo sostenitore del no all’aborto. E fu legato alle suore di clausura,
informandole e coinvolgendole nelle sue molteplici iniziative attraverso la
preghiera. Visse gli ultimi anni della sua vita fra i giovani, continuando a
lavorare per la pace e l’unità dei popoli a tutti i livelli. Morì a Firenze il
5 novembre 1977.
Il 9 gennaio 1986, nella
Basilica domenicana di San Marco, nel cui convento aveva a lungo vissuto, è
iniziata la fase diocesana del processo di beatificazione, che si è chiusa
lunedì 4 aprile 2005.
«Giorgio La Pira- disse
nell’occasione il cardinale Ennio Antonelli - è stato un mistico inserito
nella vita sociale, politica, culturale. Aveva previsto che il Novecento
sarebbe stato un secolo di santità laica: è stato profeta per tanti laici che
sono stati beatificati o santificati da Giovanni Paolo Il. è stato profeta, ci auguriamo,
anche per se stesso». «Il nostro lavoro - aggiunse l'arcivescovo di Firenze - è
stato preparatorio, di raccolta di materiale: il giudizio adesso spetta alla
Congregazione delle cause dei santi e al Papa. Adesso è il momento della
devozione: per la beatificazione infatti serve la conferma diretta di Dio
attraverso un evento miracoloso, per questo occorre che la gente si rivolga
all’intercessione di Giorgio La
Una
causa lunga, con centinaia di testimoni. «Per un testimone sono stati necessari
21 giorni», rivelò il presidente del tribunale diocesano istituito per questa
causa, monsignor Attilio Piccini: «La personalità di Giorgio La Pira –
aggiunse- emerge dagli Atti ben delineata nella sua completezza e oggettività.
Siamo lieti di aver reso questo servizio alla Chiesa fiorentina completando la
trilogia di eminenti personalità che lo Spirito Santo ha donato alla nostra
città: un vescovo, il cardinale Elia Dalla Costa, un sacerdote, monsignor
Giulio Facibeni, e un laico, Giorgio La Pira».
[da
Avvenire]
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D |
al messaggio che la presidenza della Cei ha inviato alla Chiesa italiana
alla vigilia del Convegno ecclesiale di Verona (16-20 ottobre).
“Ci interroghiamo per una verifica della vita della nostra comunità, per
individuare atteggiamenti e scelte di speranza e per rilanciare l’impegno e la
passione per un’esistenza cristiana matura”.
“Chiediamo
anche a quanti non saranno presenti fisicamente di seguire i lavori del
Convegno con attenzione e partecipazione ecclesiale e di accompagnarli con la
preghiera; lo chiediamo in particolare alle comunità di vita contemplativa.
Tutti insieme invochiamo dal Signore, mediatrice Maria madre della speranza, la
capacità di illuminare con il Vangelo ogni domanda e ogni attesa che nutrirà le
giornate di Verona.
Quando i discepoli di Gesù «si trovavano insieme nello
stesso luogo» (At 2,1) il dono dello Spirito fu comunicato loro in
abbondanza. Così possa accadere anche a Verona e da lì irradiarsi per ogni
città e paese della nostra Italia.”
Oggi rendiamo grazie a
Dio per il Vangelo del matrimonio
Ä
L’entusiasmo dell’uomo nei confronti della
donna: “Questa volta essa è carne della mia carne, e osso dalle mie ossa”, si
tramuta in rendimento di grazie a Padre per la straordinarietà di questo
disegno, condensato nella realtà matrimoniale. È il grido di vittoria, perché
finalmente l’uomo ha riconosciuto un aiuto che gli è simile ed è posto
di fronte a lui nella grandezza della sua personalità. La differenziazione
sessuale trova così, nello stupendo “mistero” di Cristo e della chiesa la sua
giustificazione ultima.
Ä
L’esultanza dell’uomo delle origini, che
trova il superamento della sua solitudine nell’unione con la donna, riceve un
ulteriore appoggio in Cristo, allorché ribadisce il progetto iniziale di fronte
alle manomissioni intervenute nella storia. Viene identificata la causa di tale
distorsione nella grave malattia della “durezza del cuore”, che dai tempi di
Mosè è intervenuta a minare la spontaneità iniziale. Il rendimento di grazie di
questa domenica, allora, scaturisce dalla freschezza dell’amore coniugale, purificato
da qualsiasi incrostazione e divisione, per il quale si è pronti persino ad
abbandonare il padre e la madre.
Ä
L’originalità matrimoniale diventa
emblematica anche per vivere la sponsalità della chiesa. Questa è
commisurata anzitutto all’amore fedele di Cristo, che si fa concreto in ogni
celebrazione eucaristica, allorché il credente, accostandosi alla mensa, viene
proclamato “beato” proprio perché invitato a partecipare al banchetto nuziale
dell’Agnello. La propria indegnità, che pure viene confessata, è superata da
questa fedeltà.
Convegno Ecclesiale di
Verona
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A |
Verona, in sintonia col convegno ecclesiale “Una
Chiesa testimone di Gesù Risorto”, avranno un posto di rilievo i sedici
“testimoni del Novecento”, uno per ciascuna regione ecclesiastica: per
molti dei quali sono in corso le cause di beatificazione. Il pedagogista
piemontese e fondatore dell’Uciim Gesualdo Nosengo; l’industriale - lombardo
Marcello Candia; i fratelli veneti Flavio e Gedeone Carrà, morti in campo di
concentramento; l’atea convertita e mistica ligure Itala Mele; la missionaria
laica emiliano-romagnola Annalena Tonelli uccisa in Africa; il sindaco santo
di Firenze Giorgio La Pira; lo scienziato nucleare marchigiano Enrico Medi;
il medico umbro e padre di famiglia Vittorio Tancanelli, morto nel 1998; la
giovane romana Lorena D’Alessandro “testimone della sofferenza”; il docente
universitario, giurista e giudice della Corte Costituzionale, l’abruzzese
Giuseppe Capograssi; il vicequestore campano Giovanni Palatucci, che salvò gli
ebrei a Fiume e pagò con la vita; l’educatore e padre di famiglia pugliese
Giovanni Modugno; la giovanissima Maria Marchetta della Basilicata, che offrì
quattordici anni di sofferenza per l’unità dei cristiani; la catechista calabra
Concetta Lombardo uccisa da uno spasimante respinto; il giovane magistrato
siciliano Rosario Levatino, assassinato dalla mafia nel 1990; la beata sarda
Antonia Mesina, uccisa a colpi di pietra da un giovane che tentava di
violentarla.
Tra tutti
questi testimoni di particolare splendore e luminosità ci piace segnalare,
oggi, alla vigilia del Convegno, la volontaria laica Annalena Tonelli
proposta dalla regione ecclesiale dell’Emilia-Romagna.
Nasce a
Forlì il2 aprile 1943. Dopo la laurea in giurisprudenza, nel 1969 parte per il
Kenya, insegnante di inglese a Chinga, una scuola superiore della diocesi di
Nyeri, gestita dai Missionari della Consolata. L'anno dopo è a Wajir, nel
nord-est: insegna nella locale scuola superiore governativa per tre anni ed è poi
nominata preside a Mandera. Nel 1975 costituisce una comunità di servizio e di
preghiera secondo la spiritualità di Charles de Foucauld. La comunità si dedica
principalmente a bambini poliomielitici, sordi, ciechi, epilettici. Così scopre
presto la sua precisa vocazione: i malati di tubercolosi. E sarà amore per la
vita. Nel 1976 il governo le affida l'incarico di dirigere un progetto pilota
dell'Oms (Organizzazione mondiale della sanità) per la cura della Tbc: il suo
protocollo di cura sarà riconosciuto dall'Oms come l'unico applicabile ed
efficace nel Terzo mondo. Nel 1984 viene espulsa come persona indesiderata, per
aver scongiurato una operazione militare che avrebbe dovuto sterminare una
intera tribù di 55 mila uomini. Torna in Italia e nel 1987 è in Somalia a
Belet Weyne, responsabile del controllo della Tbc nella regione
dell'Hiran. A causa della guerra, nell’agosto del 1990 si trasferisce a
Mogadiscio, stretta nella morsa del conflitto civile. Organizza programmi
alimentari, si dedica ai malati e ai malati psichici abbandonati. Dal 1992 al
1995 si stabilisce a Merca, sulla costa, dove attiva una sorta di ospedale per
Tbc, un Centro nutrizionale e scuole per malati. Le intimidazioni e i ricatti a
cui non vuole sottomettersi, la costringono a lasciare alla Caritas italiana la
gestione delle sue opere. Graziella Fumagalli che la sostituisce sarà uccisa
qualche mese dopo. Nel 1996 è a Borama, nel nord-ovest della Somalia, dove dà
di nuovo vita all'ospedale antitubercolare, scuole di alfabetizzazione per i
malati, scuole per sordi, organizza con successo un'équipe per la
sensibilizzazione e la lotta contro le mutilazione genitali femminili. Nel
giugno del
«Nulla ha senso al di fuori
dell'amore» aveva affermato in quella circostanza.. «La mia vita ha conosciuto
tanti e poi tanti pericoli, ho rischiato la morte tante e poi tante volte. Sono
stata per anni nel mezzo della guerra. Ho sperimentato nella carne dei miei, di
quelli che amavo e dunque nella mia carne, la cattiveria dell'uomo, la sua
perversità, la sua crudeltà, la sua iniquità. E ne sono uscita con una
convinzione incrollabile, che ciò che conta è solo amare. Se anche Dio non ci
fosse, solo l'amore ha un senso, solo l'amore libera l'uomo da tutto ciò che lo
rende schiavo, in particolare solo l'amore fa respirare, crescere, fiorire,
solo l'amore fa sì che noi non abbiamo più paura di nulla, che noi porgiamo la
guancia ancora non ferita allo scherno e alla battitura di chi ci colpisce
perché non sa quello che fa, che noi rischiamo la vita per i nostri amici, che
tutto crediamo, tutto sopportiamo, tutto speriamo».
[da “Avvenire”]
Mese di ottobre: Mese Missionario…
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O |
ttobre
missionario: apparentemente una contraddizione. Come se negli altri mesi dell’anno
potessimo dimenticare il comando di Gesù di annunciare il Vangelo ad ogni
creatura, d’essere testimoni di Lui fino agli estremi confini della terra.
Contraddizione
solo apparente certo, perché la Chiesa in ottobre ci propone semplicemente e
con forza di ricordare a tutte le membra del Corpo di Cristo il segreto del
loro benessere: cooperare con impegno e creatività affinché Dio sia tutto in
tutti.
Impegno di
preghiera, impegno di sacrificio, di solidarietà, impegno di testimonianza e di
promozione delle vocazioni. Non solo per “gli addetti ai lavori”, cioè i
missionari che partono verso gli altri a causa di Cristo e del Vangelo, ma per
tutti coloro che sono stati battezzati e confermati e nei quali, per
l’Eucaristia, scorre lo stesso sangue del Dio fatto uomo. Vale per tutti. Non
possiamo starcene tranquilli nel nostro nido se, a duemila anni dall’evento
Incarnazione, una gran parte dell’umanità non conosce ancora Cristo e le
società di antica fede cristiana stanno perdendo il riferimento a Dio.
La coscienza
ci brucia se pensiamo che, malgrado
il numero dei cristiani mai come oggi così elevato nel mondo, si compiono ancora
tante ingiustizie, si promulgano leggi inique, si uccide e si lasciano morire
tanti innocenti di fame, di disperazione, di ignoranza…
“Se il
sale perde il suo sapore con che cosa lo si salerà?”
In ognuno
di noi il Signore ha posto una scintilla del suo amore e desidera che incendi
il mondo intero. Spesso la spegniamo in noi con la mania di false sicurezze che
poi ci “ubriacano”: possedere, accumulare, dominare… E diventiamo dei tristi
cristiani.
Gesù, la
sua Parola, il suo Regno sono il tesoro deposto tra le nostre mani, ciò che
esiste di più desiderabile, perché è la chiave della gioia e della pace.
La fede
nel Dio d’amore, la possibilità di dare un senso pieno alla vita è quanto di
più prezioso possiamo condividere con quelli che ci vivono accanto.
Spendere
l’esistenza nel dono di se stessi senza ricercare narcisisticamente la “nostra
realizzazione”, ma piuttosto il bene altrui, è capitalizzare vita eterna e contribuire
alla creazione di cieli e terra nuovi.
È questo
che ci fa star bene (anche quando siamo malati), in famiglia, al lavoro, a
scuola, nello svago, in patria e in ogni angolo della terra.
Chiediamo
il dono dello Spirito Santo perché c’infonda la sua sapienza, ci faccia
riconoscere il nostro bisogno di conversione e ci renda strumenti di
trasformazione del mondo.
[da una rivista missionaria]
… e Mese del Rosario
“Il Rosario
della Vergine Maria, sviluppatosi gradualmente nel secondo millennio al soffio
dello Spirito di Dio, è preghiera amata da numerosi Santi e incoraggiata dal
Magistero[...] Il Rosario, infatti pur caratterizzato dalla sua
fisionomia mariana, è preghiera dal cuore cristologico. Nella sobrietà dei suoi
elementi, concentra in sé la profondità dell’intero messaggio evangelico, di
cui è quasi un compendio[...] Con esso il popolo cristiano si
mette alla scuola di Maria, per lasciarsi introdurre alla contemplazione del
volto di Cristo e all’esperienza della profondità del suo amore[...] Recitare
il Rosario, infatti, non è altro che contemplare con Maria il volto di Cristo[...]
A dare
maggiore attualità al rilancio del Rosario si aggiungono alcune circostanze storiche,
prima, fra esse, l’urgenza di invocare da Dio il dono della pace[...]”
[dalla
Lettera Apostolica di S.S. Giovanni Paolo II
ROSARIUM
VIRGINIS MARIAE]
Per chi non sa cosa si è perso…
Il 19° di Santa Croce
a Quinto
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D |
omenica alle 11:30, don Mario e don
Giacomo hanno fatto gli onori di chiesa
per la concelebrazione eucaristica presieduta da don Luigi, nipote del priore,
con la gentile partecipazione del
nostro ex, don Lorenzo, santa Messa che ha suggellato il clou del programma del
nostro 19°.
Molto bello il commento al
Vangelo di don Luigi che ha dato non pochi spunti di riflessione. Il “nipote”
ha colto l’occasione per venire a salutarci, dal momento che il suo desiderio
di missionario a Cuba è stato accolto e avallato dalla cupola bergamasca.
Anche don Lorenzo lascerà la sua
attuale “parrocchia vista mare” per tornare in quel di Bergamo per un nuovo
incarico.
L’hanno tirata un po’ per le lunghe, ma tanto dovevano fare
ora di pranzo, e non avrebbero dovuto prepararlo loro.
Le iniziative extraliturgiche per
la ricorrenza dell’anniversario della dedicazione alla Santa Croce della nostra
chiesa sono state quest’anno tutte all’insegna della musica.
Il coro della Cappella Musicale
Fiorentina ci ha strabiliati sabato sera con una serie di bellissimi brani di
importanti compositori. Per l’occasione, su programmata iniziativa del
bravissimo M° Bruno Sorelli, alcuni di loro si sono cimentati da solisti con
brani tratti da opere liriche, dando saggio di professionalità ed entusiasmo.
La signora Akasaka, con una dolcissima interpretazione, ci ha fatto ascoltare
dei brani orientali. Nonostante non si capisse che cosa dicesse, ci ha
trasmesso tanta serenità e gioia.
Anche il pianoforte di don Mario,
sotto le mani esperte del M° Alessandro Manetti, si è comportato molto bene.
Nota di cronaca è che il pianista, nel nostro parcheggio, si era appena chiuso
il pollice destro nella portiera della sua Golf. Nonostante il dito dolorante,
suonava tante di quelle note che nessuno si sarà certamente accorto della
mancanza di qualche semibiscroma.
Senza nulla togliere agli altri
gruppi corali, è opinione comune che un coro di questo livello in chiesa non
c’era mai stato.
Il pomeriggio della domenica ci
ha visti rapiti da una rappresentazione della canzone partenopea interpretata
da Bruno Esposito e Anna Boccini. La sequenza dei brani napoletani è stata
commentata e raccontata da Bruno, dipingendo lo scenario e il contesto storico
in cui le varie canzoni sono state composte. L’iniziativa è stata molto gradita
dal pubblico che ha potuto meglio apprezzare lo spessore delle composizioni.
Dolce e melodiosa la voce di
Anna, calda e fumosa quella di Bruno,
entrambi sono risultati ottimi interpreti.
Notevole e divertente il coro di
tutti coloro che riconoscevano e partecipavano ai canti.
A metà pomeriggio, una task-force di cinque ragazze, estratto del coro delle giovani diretto da Concetta, ci ha deliziato con cinque spiritual polifonici eseguiti a cappella,