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Appello in vista della

Marcia per la pace Perugia-Assisi

(16 maggio 2010)

C

’è troppa violenza in giro! Nel mondo, in TV, contro gli immigrati, gli “altri”, i diversi, contro le donne e contro i bambini, nelle nostre città, nei rapporti tra le persone, nel mondo del lavoro, nella politica, nell’informazione, nel rapporto che abbiamo con la natura, gli animali, l’ambiente che ci circonda: la violenza sembra non conoscere limiti e confini. C’è troppa violenza e c’è troppa indifferenza. Che è la forma più alta di violenza. In nome della nostra “pace”, troppo spesso siamo pronti a condonare la violenza sugli altri. E davanti al loro dolore chiudiamo cuore, occhi e orecchi. Il prezzo di tanto cinismo è altissimo. E lo paghiamo tutti, indistintamente. Una società chiusa e insensibile non ha futuro.

E’ tempo di reagire! Non possiamo permettere che violenze, egoismo, razzismo, mafie, censure, paure e guerre di ogni genere abbiano il sopravvento! Ci può essere una vita e un’Italia migliore! Ci può essere un mondo migliore! Domenica 16 maggio, partecipa anche tu alla Marcia per la pace Perugia-Assisi.

“Qualsiasi propaganda a favore della guerra deve esser vietata dalla legge. Qualsiasi appello all'odio nazionale, razziale o religioso che costituisca incitamento alla discriminazione, all'ostilità o alla violenza deve esser vietato dalla legge.” Articolo 20 del Patto Internazionale sui Diritti Civili e Politici (ratificato dall’Italia nel 1977)

Dobbiamo ri-mettere al centro della nostra vita quei valori condivisi, scolpiti nella nostra bella Costituzione e nel Diritto internazionale dei diritti umani, che soli possono aiutarci a superare positivamente questa profonda crisi e accrescere la qualità civile della nostra società. Abbiamo bisogno di un’altra cultura. Dobbiamo sostituire l’io con il noi, la disoccupazione con il lavoro, l'esclusione con l'accoglienza, lo sfruttamento con la giustizia sociale, l’egoismo con la responsabilità, l'individualismo con l’apertura agli altri, l’intolleranza con il dialogo, il razzismo con il rispetto dei diritti umani, il cinismo con la solidarietà, la competizione selvaggia con la cooperazione, il consumismo con nuovi stili di vita, la distruzione della natura con la sua protezione, l’illegalità con il rispetto delle regole democratiche, la violenza con la nonviolenza, i pregiudizi con la ricerca della verità, l’orrore con la bellezza, i “miei interessi” con il bene comune, la paura con la speranza. Dobbiamo riscoprire il significato autentico di questi valori, approfondirne la conoscenza, rigenerarli in un grande progetto educativo, permettergli di sprigionare tutta l’energia positiva che contengono. Dobbiamo esigere che ad ogni valore, oggi ribadito anche nella Carta dei Diritti fondamentali dell’Unione Europea, corrispondano atti politici concreti e coerenti a partire dalle nostre città fino all’Europa e all’Onu. Per quanto possa apparire difficile, cambiare è possibile! E, in ogni caso, è indispensabile.

Non possiamo disinteressarci del mondo che ci circonda. Più ce ne disinteressiamo, più ci isoliamo, più saremo colpiti dai suoi drammi e meno riusciremo a cogliere le opportunità che ci offre. Ci sono grandi problemi che non rispettano i confini nazionali e che si aggravano di giorno in giorno. Se continueremo ad essere miopi ed egoisti ci distruggeranno. Siamo ormai parte di una comunità globale. Lottare contro la povertà nel mondo, farla finita con le tante guerre, fermare il cambiamento climatico e proteggere l’ambiente, promuovere tutti i diritti umani per tutti, ridurre le disuguaglianze, garantire pari opportunità, costruire un’economia sociale di giustizia, costruire l’Europa dei cittadini, rafforzare e democratizzare l’Onu ci conviene! Più di quanto riusciamo ad immaginare. Per questo è urgente che chi gestisce le nostre istituzioni e i nostri soldi, dai Comuni all’Unione Europea, ponga questi programmi al centro del proprio impegno quotidiano. Per questo dobbiamo darci una politica nuova e una nuova agenda politica fondata sui diritti umani.

Stiamo vivendo cambiamenti difficili e profondi, destinati a durare nel tempo. Dobbiamo decidere in quale società vogliamo vivere. Non ci sono abbastanza soldati, né muri abbastanza alti per difenderci dalla sciagurata illusione di poterci salvare da soli. Se davvero desideriamo la pace, per noi e per i nostri figli, non possiamo negarla agli altri. Se davvero vogliamo la pace dobbiamo imparare a riconoscere e gustare la pluralità umana nella dimensione dell’uguaglianza e della giustizia, della legalità e del rispetto dei diritti umani e della terra madre. Ciascuno faccia i conti con le proprie responsabilità.

Il 16 maggio, vieni anche tu! Rinnoviamo il nostro impegno civile lungo la strada della pace e della nonviolenza. Una società migliore costruirà un mondo migliore.

Tavola della pace, Coordinamento Nazionale degli Enti Locali per la Pace e i Diritti Umani

 

UN MESE CON MARIA

Nel mese di maggio la Chiesa invita tutti i fedeli a ritrovarsi attorno alla figura di Maria, la Madre di ogni Grazia. Se è bene che il nostro riferimento a Lei sia vivo in ogni giorno dell’anno, in questo mese la nostra preghiera si deve fare più intensa e filiale. A lei siamo stati affidati da Gesù morente sulla croce: “Donna, ecco tuo figlio”. A maggior ragione vogliamo vivere questo abbraccio orante con Maria in una Chiesa, quella fiorentina, che tradizionalmente riconosce in Lei un sicuro porto di speranza e una madre dolcissima (passando da Santa Maria Novella, fino al Duomo di Santa Maria del Fiore per arrivare al Santuario della Santissima Annunziata…). La Toscana stessa si affida alla Protezione della Beata Vergine Maria Madre di ogni grazia, venerata presso il Santuario di Montenero, la cui festa cade esattamente alla metà di questo mese Mariano.

Vogliamo proporre anche quest’anno alcune celebrazioni che ci aiutino a vivere questa dimensione dell’affidamento a Maria. Celebreremo la Messa nelle due zone che tradizionalmente Casella di testo: CALENDARIO DELLE CELEBRAZIONI
 	Mercoledì 5 Maggio 	ore 21	Rosario meditato presso la piazza di via Ragionieri.
 	Venerdì 7 Maggio 	ore 21	S. Messa in Piazza della Costituzione.
 	Mercoledì 12 Maggio 	ore 21	Rosario meditato presso via della Gora 8.
 	Mercoledì 19 Maggio 	ore 21	Rosario meditato presso via Pier Paolo Pasolini 235.
 	Venerdì  21 Maggio	ore 21	S. Messa nei giardini di via Puccini.
 	Mercoledì 26 Maggio 	ore 21	Rosario meditato presso via Calatafimi 34-38.
 	Lunedì 31 Maggio 	ore 10	S. Messa e celebrazione del Sacramento dell’Unzione
degli infermi.
ore 21	Chiusura del Mese Mariano con Rosario e canti mariani
all’esterno del complesso Parrocchiale.

Tutti i giorni prima della S. Messa della sera, recita del Rosario
* In caso di pioggia le celebrazioni si terranno in Chiesa allo stesso orario.
hanno segnato la storia del nostro Quartiere con la presenza delle due Cappelle in via Busoni e in via Puccini. Ogni settimana ci troveremo a recitare il Rosario come Comunità in diverse zone di Quinto, affidando a Maria le nostre gioie e le nostre preoccupazioni. Attraverso la preghiera del Rosario, scrive Giovanni Paolo II°, “il popolo cristiano si mette alla scuola di Maria, per lasciarsi introdurre alla contemplazione della bellezza del volto di Cristo e all'esperienza della profondità del suo amore. Mediante il Rosario il credente attinge abbondanza di grazia, quasi ricevendola dalle mani stesse della Madre del Redentore”.

Concluderemo il Mese di Maggio con la Messa per tutti i nostri ammalati; celebreremo il Sacramento dell’Unzione degli infermi e li affideremo a Maria, Consolatrice di chi soffre e Salute degli infermi. La sera del 31 maggio ci ritroveremo presso l’effigie della Vergine che si trova nel giardino della Chiesa, e attraverso la Recita del Rosario e i canti a Maria chiederemo alla nostra Madre del Cielo di essere testimoni d’amore nel mondo, capaci di dire il nostro Sì alla volontà di Dio su di noi.

GIORNATA NAZIONALE DELL’8 X MILLE

GRAZIE a tutti voi, parroci, sacerdoti, collaboratori della parrocchia e fedeli tutti per il vostro aiuto a costruire insieme la Chiesa-comunione, rendendo l’8 x mille uno strumento sempre più utilizzato e vicino alle comunità.

La firma è una scelta che conferma l’affidabilità dell’opera della Chiesa. E apre il cuore di quelli che non fanno mancare il loro sostegno.

Con il vostro contributo anche quest’anno l’opera della Chiesa porterà frutto sui fronti dell’evangelizzazione, della vicinanza ai sacerdoti e degli interventi di carità.

Grazie fin d’ora per quello che farete.

 

 

 

Dal settimanale di attualità pastorale Settimana

A QUANTI SARANNO ELETTI NEL PARLAMENTO EUROPEO O NEGLI ENTI LOCALI.

Caro amico

ho pensato, alla vigilia di un’importante scadenza elettorale, di scriverti questa lettera aperta per richiamare alla memoria mia, ma anche tua, alcuni concetti ai quali attribuisco grande importanza ai fini della costruzione del bene comune.

Voglio subito iniziare con il ringraziarti per il servizio che hai intenzione di svolgere o che già stai svolgendo, perché considero preziosa l’opera di chi, come te, per servire i cittadini, si dedica o ha intenzione di dedicarsi al bene della cosa pubblica, assumendo il non lieve peso della relativa responsabilità. Ti assicuro che ti sosterrò con la preghiera e cercherò di fare del mio meglio per sostenerti anche con il mio leale impegno civico, disponibile al confronto e al dialogo, ma vigilante e pronto ad incalzarti e a denunciare silenzi, omissioni e tradimenti. Ti auguro di poter trovare nel duro lavoro che stai per intraprendere il sostegno dei cittadini, la solidarietà dei collaboratori, il rispetto degli avversari, l’apprezzamento della povera gente, la benedizione di Dio.

Mi ha sempre dato fastidio sentir dire che la politica, per definizione, sia una “cosa sporca”. Essa, in realtà, è il servizio più alto che si possa fare per la collettività: sono certo che anche tu ne sia consapevole e faccia ciò che è nelle tue possibilità per svolgerlo con competenza e senso del dovere. La politica non è cosa sporca, ma, come afferma la costituzione pastorale del concilio Vaticano II Gaudium et spes (n. 75), è «arte nobile e difficile», «degna di lode e di considerazione».

La politica è arte. Il che significa che chi la pratica deve essere un artista, una persona di fantasia disposta sempre meno alle costrizioni della logica di partito e sempre più all’invenzione creativa per tutelare e garantire, come recita l’art. 2 della Costituzione, «i diritti inviolabili dell’uomo, sia come singolo sia nelle formazioni sociali ove si svolge la sua personalità».

La politica è arte nobile. Nobile, perché legata al rigore di alte idealità. Nobile, perché alimentata da incoercibili esigenze di progresso, di pace, di libertà e di giustizia. Nobile, perché ha come fine il riconoscimento della dignità della persona umana, nella sua dimensione individuale e comunitaria. Nobile, perché ha la missione, come recita il secondo comma dell'art. 3 della Costituzione, di «rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del paese».

La politica è arte difficile. Difficile, perché le sue regole non sono assolute e imperiture: sicché, proprio per evitare i rischi dell’ideologia, vanno rimesse continuamente in discussione. Difficile, perché esige il saper vivere nella conflittualità dei partiti, contemperando il rispetto e la lotta, l’accoglimento e il rifiuto, la convergenza e la differenziazione. Difficile, perché richiede, nei credenti in modo particolare, la presa di coscienza dell’autonomia della politica da ogni ipoteca confessionale e il riconoscimento della sua laicità e della sua mondanità.

Mi piace pensare che all'art. 67 della Costituzione italiana vada attribuita una valenza di carattere generale: nelle istituzioni democratiche tu dovrai rappresentare non te stesso o i tuoi elettori, ma la nazione o la comunità intera. Mi auguro che tu voglia essere rappresentante di noi cittadini solo ed esclusivamente per consolidare il bene comune, elevandone i livelli di concretezza ed effettività. Anche dopo che ti avremo eletto, spero che continuerai a vivere con la gente e a comunicare con la gente: facci capire che stai effettivamente lavorando a nome e per conto di chi ti ha eletto, ma anche di chi non ti ha eletto.

La persona umana, con la sua inalienabile dignità, sia l’inconfondibile protagonista del tuo impegno politico. Lungi dall’essere l’oggetto o un elemento passivo della vita sociale, la persona umana ne sia e ne rimanga il soggetto, il fondamento e il fine. Come era solito dire un grande e santo vescovo, don Tonino Bello, mettiti in corpo l’occhio del povero. Guarda tutta le realtà dall’angolo prospettico dei poveri, perché di poveri ce ne sono tanti oggi. Possa tu sentire sulla tua carne la sofferenza dei poveri. Indignati ogni volta che vedi lo spreco delle risorse pubbliche che finisce sempre col penalizzare la povera gente. Schierati sempre dalla parte dei sofferenti, degli oppressi, degli umiliati, delle vittime di nuove e inquietanti forme di schiavitù: se riuscirai a far prevalere una politica a loro favore, tutti staremo meglio.

[…]

Ho iniziato, ricordandoti che la «politica è arte nobile e difficile... degna di onore e di considerazione» (GS n. 75).

Concludo, aggiungendo, con Giorgio La Pira, che essa è anche «l’attività religiosa più alta dopo quella dell’intima unione con Dio»

Andrea Lebra (NO)

Tempo ordinario

I

L tempo ordinario occupa la maggior parte dell’anno liturgico ed è caratterizzato dal ripresentare il mistero di Cristo facendo memoria degli aspetti quotidiani della vita del Signore. Durante le domeniche di questo periodo, con la proclamazione dei brani evangelici, si ripercorrono i passi di Gesù nella sua predicazione e nei segni salvifici.

Il tempo ordinario comprende due periodi:

ü         il primo va dal lunedì dopo la festa del Battesimo del Signore fino al martedì prima delle ceneri;

ü         il secondo dal lunedì dopo la solennità della Pentecoste ai primi vespri della prima domenica di avvento.

All’inizio di questo secondo periodo del tempo ordinario, dopo la domenica di Pentecoste, troviamo alcune solennità del Signore: la Santissima Trinità, il Santissimo Corpo e Sangue di Cristo e il Sacro Cuore di Gesù. Esse tendono alla celebrazione del mistero di Cristo sottolineandone un aspetto particolare.

Accanto poi a queste solennità ne troviamo altre, o altre feste, o altre memorie che introducono alla celebrazione del mistero di Cristo attraverso la mediazione dei vari santi. Essi sono tali nella misura nella quale hanno configurato la loro vita a quella del Signore.

Ecco perché ci rivolgiamo a loro, normalmente nel giorno della loro nascita al cielo, per chiedere la loro intercessione, la loro protezione e la loro preghiera, per imparare dai loro insegnamenti la via giusta da seguire per arrivare al Padre, e per avere degli esempi concreti da imitare nella nostra vita come veri e propri modelli.

Durante questo ampio periodo ci è data la possibilità di camminare nella strada del Signore attraversando i momenti  quotidiani della vita scandendolo con la celebrazione della Pasqua settimanale, scrutando e approfondendo il mistero pasquale di Cristo in ogni suo aspetto, per poter condurre e ricapitolare in Lui la nostra esistenza.

La solennità di Cristo Re dell’universo, che conclude le domeniche del tempo ordinario, vuole esprimere il vertice di questa tensione verso la quale è protesa tutta la storia dell’umanità e della creazione.

 

 “Come è possibile”?

 

È

 

 una domanda uscita dalle labbra di Maria di Nazareth. Ma lo stesso interrogativo ritorna oggi di fronte al disegno di Dio su ogni persona umana e alle radicali esigenze del Vangelo. La sproporzione è abissale. Come è possibile la purezza di cuore quando attorno c’è tanto cattivo odore e inquinamento. Come è possibile la fedeltà all’amore o l’amore per la fedeltà quando mille ammiccamenti invitano a fare i furbi? Come è possibile vivere in grazia di Dio, nella pace della coscienza, quando “certi” valori vengono ironicamente censurati e scherniti? Come è possibile “servire” per tutta la vita quando domina il mito della vita come potere?

Eppure, grazie a Dio, succede di frequente di incontrare giovani e famiglie con una sorprendente bellezza spirituale, una singolare pulizia morale, una incredibile fedeltà al Vangelo. Ma come è possibile? Il segreto c’è. Solo a Dio “tutto è possibile”. Certo una esistenza moralmente ordinata non fa notizia. Diventa contagiosa soltanto nello stile della discrezione. Ma il segreto è uno solo: la presenza di Dio nel cuore, l’azione educativa della Parola ascoltata e custodita; la frequentazione del sacramento del Perdono; la cura corroborante della preghiera. Sì, è possibile: guardando e contemplando la donna di Nazareth. Che ci è madre. Nel suo destino e nella sua avventura c’è un po’ della nostra.

 

Immacolata Concezione:

due parole “semplici” per dire una festa “difficile”

S

i può presentare così la festa dell’Immacolata Concezione: il privilegio con cui Dio l’ha introdotta nell’universo della redenzione fin dal primo istante del suo concepimento. Situazione propria di ciascuno è nascere “in Adamo”, legato a lui da una solidarietà di peccato; solo in un secondo tempo, attraverso la fede e il Battesimo l’uomo può entrare “in Cristo” e diventare così partecipe della sua santità.

La fede della chiesa crede che in Maria concepimento e radicamento nella grazia di Cristo coincidano; che non ci sia stato nessun momento nella vita di Maria sottratto alla sovranità della grazia; e che non ci sai stato, quindi, ambito alcuno dell’esperienza di Maria non santificato e quindi trasfigurato.

In questo senso Maria è, nella fede della chiesa, il segno, il frutto, la prova splendida dell’efficacia e della “potenza” della grazia di Dio: “Grandi cose ha fatto in me l’Onnipotente”.

 

E cosa significa conversione?

N

el gergo automobilistico Conversione significa la effettuazione di una curva a “U”. Effettivamente, per convertirsi il più delle volte è necessario avere il coraggio di lasciare le proprie mete e di… girarsi sui tacchi. Un vescovo, parlando di conversione, ha preferito usare una semplice quanto popolare espressione. Diceva: “Convertirsi vuol dire cambiare testa”.

La parola “conversione” raggiunge oggi la sua pienezza di significato, quando nel brano del Vangelo ascoltiamo il forte discorso di Giovanni Battista: “Fate frutti di conversione”.

Le parole del Precursore sono la perfetta anticipazione di quelle con cui Gesù inizierà la sua missione: “Convertitevi perché il regno dei cieli è vicino”.

Ma è soprattutto il contenuto del discorso di Giovanni, che porta la parola conversione alla sua pienezza umana e divina e alla sua profondità inesauribile. Giovanni infatti inizia invitando a convertirsi e conclude additando la necessaria direzione di questo cammino verso “colui che viene dopo di me è più potente di me”; e ancora “colui che battezzerà nello Spirito Santo e nel fuoco”.

Ebbene ora si può capire per davvero il significato della parola conversione: “incontrare Cristo”. Un atteggiamento di vita che deve essere risvegliato appunto dall’Avvento, il tempo nel quale dobbiamo preparare il Natale. E il Natale cos’è se non incontrare Gesù? Di fronte a questa legge di conversione sentiamo tutta la povertà di persone e di comunità per le quali Cristo deve essere ancora incontrato. Quante volte scambiamo una conoscenza superficiale ed affrettata per un incontro vero e personale. Ma altro è conoscere una persona, e anche Dio, e altro è incontrarla. Incontrarla è comunicare, è scoprire, è donarsi. Si può essere maestri di teologia e non aver incontrato il Signore. Può essere il limite, o l’errore, o il tradimento di una certa istruzione religiosa quando ci si accontenta di far conoscere una dottrina, ma ci si accorge che la vera conversione non è avvenuta: perché il Cristo, con il suo amore, nei suoi doni, nella sua passione per l’uomo non è stato incontrato. Non solo: l’incontro comporta una caratteristica imprescindibile e richiede una verifica severa: la comunione. Quella comunione che non può esaurirsi nel gesto di un momento, ma una costante nella vita: la legge intima dell’incontro è quella di essere inesauribile in chi si dona e insaziabile in chi la riceve: è la vita e la testimonianza dei santi a confermarlo. E allora viene da chiedersi: quanti e quali incontri di preghiera realizzano questa meravigliosa insaziabilità? Quante eucaristie, quanti momenti di preghiera testimoniano questa insaziabilità di accoglienza e di servizio?

È utile e confortante infine ribadire che questa “conversione-incontro” non deve essere interpretata solo come un gesto volontario e sufficiente da parte dell’uomo. È sempre necessaria invece l’iniziativa divina. L’iniziativa di chi si offre ad ognuno con il “Signore che viene” e con il determinante sostegno da parte dello Spirito Santo.

Ma è confortante che Giovanni, mentre invita alla conversione per incontrare il Signore, profetizza lo Spirito Santo quando dice di Gesù: “Egli vi battezzerà in Spirito Santo e fuoco”.

 

Un Regno di Speranza e di impegno

L

a solennità di Cristo, Re dell’universo ci offre l’opportunità di proporre il vero senso della speranza, fondata su Dio che in Cristo ci dona la salvezza.

Che cosa è il regno di Cristo? Per togliere ogni ambigua interpretazione della realtà del regno annunciato da Gesù diciamo, prima di tutto, ciò che non è questo regno:

Ä      Non è una realtà di questo mondo (“Il mio regno non è di questo mondo”, dice Gesù) anche se è una realtà che è presente in questo mondo;

Ä      Non è una realizzazione compiuta dagli uomini per un maggiore benessere terreno;

Ä      Non è una realtà identificabile in un territorio.

Il regno predicato da Gesù e attuato da Gesù è la potenza salvifica di Dio, che libera l’uomo dal male del peccato e gli comunica il dono della partecipazione alla vita stessa di Dio. Il regno è dono di Dio. Il regno è manifestazione dell’amore infinito di Dio per l’uomo. Il regno, già iniziato qui in terra, avrà il suo compimento alla fine dei tempi.

La regalità di Cristo, infatti, si manifesterà in tutta la sua pienezza quando egli, vinta la morte per sempre, apparirà giudice e salvatore per consegnare il regno al Padre (cioè l’umanità redenta) e Dio sarà tutto in tutti (1Cor 15,28).

Nella visione che Cristo ci dà del suo regno si può comprendere come i privilegiati del Regno, cioè coloro che sono fatti oggetto della primaria attenzione della potenza liberatrice di Dio, siano i poveri, gli infelici, i peccatori, gli affamati, i perseguitati a causa del Vangelo, i costruttori di pace.

Cristo ha inaugurato in terra il regno dei cieli, ce ne ha rivelato il mistero e, con la sua obbedienza d’amore, ha operato la redenzione.

La Chiesa, ossia il regno di Cristo già presente nel mondo, per la potenza di Dio cresce nel mondo. Occorre però considerare, come insegna il Concilio Vaticano II, che «…l’attesa di una terra nuova non deve indebolire, bensì piuttosto stimolare la sollecitudine nel lavoro relativo alla terra presente, dove cresce quel corpo dell’umanità nuova che già riesce ad offrire una certa prefigurazione che adombra il mondo nuovo. Pertanto, benché si debba accuratamente distinguere il progresso terreno dallo sviluppo del Regno di Dio, tuttavia, nella misura in cui può contribuire a meglio ordinare l’umana società, tale progresso è di grande importanza per il regno di Dio.

Ed infatti, i beni, quali la dignità dell’uomo, la fraternità e la libertà, e cioè tutti i buoni frutti della natura e della nostra operosità, dopo che li avremo diffusi sulla terra nello Spirito del Signore e secondo il suo precetto, li ritroveremo poi di nuovo, ma purificati da ogni macchia, ma illuminati e trasfigurati, allorquando il Cristo rimetterà al Padre “il regno eterno ed universale: che è regno di verità e di vita, regno di santità e di grazia, regno di giustizia, di amore e di pace”. Qui sulla terra il Regno è già presente, in mistero; ma con la venuta del Signore, giungerà a perfezione.» (G et S n° 39)

 

La carta d’identità

di Cristo Re

U

na regalità davvero paradossale – vissuta attraverso la sofferenza e la croce – quella che la liturgia ci invita a celebrare in questa ultima domenica dell’anno liturgico.

Vengono in mente le semplici umanissime parole con cui il Papa Giovanni Paolo II seppe donare il suo alto magistero nel momento in cui fu costretto a rinunciare al suo programmato viaggio in Sicilia. “… Avrei dovuto essere in Sicilia, nel Santuario della Madonna, e invece mi trovo ancora una volta in quest’altro santuario che è l’ospedale, dove si versano ogni giorno lacrime di dolore e di speranza…; vi parlo da questa camera d’ospedale, e devo dire che era tanto necessaria questa sosta di dolore…; da questa camera d’ospedale mi è più facile, in certo modo, affidar tutto al Signore, mettere nelle sue mani ogni problema, ogni iniziativa pastorale, le angosce e le speranze dell’umanità…”

Perché la sofferenza? Interrogativo difficile che l’uomo pone a se stesso, agli altri uomini, a Dio.

Quante volte poniamo a Dio questa domanda; a lui creatore e signore del mondo; quante volte sul terreno di questa domanda si arriva a frustrazioni e conflitti sui rapporti con Dio, si arriva alla negazione stessa di Dio.

L’interrogativo sul “senso della sofferenza”! Un tale interrogativo – lo sentiamo bene – non possiamo che rivolgerlo a Dio, con commozione, con rabbia, con disperazione,con sconforto… E Dio accoglie la domanda e l’ascolta.

La “risposta” alle nostre domande di senso, Dio l’ha data – e continua a darla – nella croce di Gesù Cristo: in lui la sofferenza è “spiegata” e, insieme, “vinta” dall’amore.

In questa prospettiva la sofferenza umana diventa una “parabola” capace di dire e di donare il significato e il valore a tutta la esistenza e alla sofferenza che l’accompagna e l’attraversa.

Nel Cristo sofferente infatti, il Dio Amore si dà a noi nel vertice della sua “forza” cioè della sua singolare regalità e, insieme, nell’abisso della sua “debolezza”.

E non è proprio la più vera essenza dell’amore, quella di essere “forza” e “debolezza”?

Ecco la carta d’identità di Cristo Re!

 

“Esercizi Spirituali

nel Quotidiano”

I

n che consistano e a che cosa mirino lo dovremmo sostanzialmente già sapere. E tuttavia, per meglio comprenderne il valore e la finalità può essere utile ricordare una parabola dei Padri del deserto che amiamo qui riportare:

«Un uomo si recò da un monaco di clausura. Gli chiese: “Che cosa impari dalla tua vita di silenzio?”

Il monaco stava attingendo acqua da un pozzo e disse al suo visitatore: “Guarda giù nel pozzo! Che cosa vedi?

L’uomo guardò nel pozzo. “Non vedo niente”.

Dopo un po’ di tempo, in cui rimase perfettamente immobile, il monaco disse al visitatore: “Guarda ora! Che cosa vedi nel pozzo?”

L’uomo obbedì e rispose: “Ora vedo me stesso: mi specchio nell’acqua”.

Il monaco disse: “Vedi, quando io immergo il secchio l’acqua è agitata. Ora invece è tranquilla.”»

È questa l’esperienza del silenzio: “l’uomo vede se stesso!

Gli esercizi spirituali sono utili per riconoscere la nostra vera identità umana e cristiana alla luce della fede.

Ci è difficile aprirci a riconoscere con la mente e con il cuore il nostro limite creaturale e insieme la nostra dignità, la nostra “nobiltà” per essere figli di Dio, beneficati dalla sua grazia, dal suo amore, dal suo perdono. Scoprire e abbattere la nostra schiavitù ed esperimentare la libertà vera, quella vissuta da Paolo e dai santi, ci è difficile; rispondere con generosità, prontezza, e perseveranza è compito arduo se non impossibile, se non si attinge al nutrimento della Parola di Dio, ascoltata con particolare attenzione e… distensione.

Il tema proposto per la settimana che va dalla domenica 25 novembre – festa di Cristo Re, ultima dell’anno liturgico, a sabato 1 dicembre – inizio del nuovo anno – è “la fede in Cristo fonte di vita eterna” secondo il testo di Giovanni 20,31: “Perché crediamo che Gesù è il Cristo e perché, credendo, abbiamo la vita eterna

Il calendario - programma segue questo percorso:

 

Lunedì 26: ore 17:30 Santa Messa in suffragio dei fedeli defunti e per invocare il dono dello Spirito Santo sui fedeli.

 

Martedì 27: ore 17:30 Santa Messa. A seguire esposizione e adorazione eucaristica.

Ore 18:30 Meditazione guidata dal Prof. Giovanni Vezzosi sul testo del Deut. 26,1-11: “le radici della nostra fede”. A seguire riflessione personale e, dalle 19:30, adorazione eucaristica fino alle ore 20.

I ragazzi delle medie, dopo la catechesi, parteciperanno all’adorazione fino alle ore 20.

 

Mercoledì 28: ore 17:30 Santa Messa. A seguire esposizione e adorazione eucaristica.

Ore 18:30 Meditazione guidata dal Prof. Giovanni Vezzosi sul testo del salmo 99 (100): “Un popolo di credenti”. A seguire riflessione personale e, dalle 19:30, adorazione eucaristica fino alle ore 20.

I ragazzi delle elementari si ritrovano nel salone dalle 17:00 alle 18:00.

 

Giovedì 29: ore 17:30 Santa Messa. A seguire esposizione e adorazione eucaristica.

Ore 18:30 Meditazione guidata dalla Dott.sa Laura Giachetti sul testo di 1Tm 2,1-7; 3,14-16: “Gesù risposta alle promesse di Dio”. A seguire riflessione personale e, dalle 19:30, adorazione eucaristica fino alle ore 20.

Ore 18:30 Anche gli adolescenti partecipano alla meditazione proposta agli adulti.

 

Venerdì 30: Ore 10:00 ~ 16:00 Celebrazione comunitaria penitenziale con possibilità della confessione personale.

Ore 17:30 Santa Messa. A seguire esposizione e, dalle 19:30, adorazione eucaristica.

Ore 18:30 Meditazione guidata dal Sac. don Francisco Evaristo (sacerdote brasiliano) sul testo di 2Cor 4,13-18: “Una fede che si fa attesa”. A seguire riflessione personale e, dalle 19.30, adorazione eucaristica.

Ore 21:15 Celebrazione comunitaria penitenziale con possibilità della confessione personale.

 

Sabato 1 dicembre: Ore 20:00 Ritrovo sul piazzale della Chiesa per recarsi in Duomo e partecipare alla Veglia di Avvento (ore 21:00 – 22:15) presieduta dal Vescovo a conclusione degli Esercizi Spirituali.

 

La nuova edizione

del Lezionario

P

er la prima domenica di Avvento, domenica 2 dicembre, i Vescovi italiani consegnano alle nostre comunità cristiane la nuova edizione del Lezionario Domenicale Festivo in tre volumi, secondo il ciclo triennale. Il Lezionario, che è il libro nel quale sono raccolte le letture dalla Bibbia da proclamare nelle celebrazioni liturgiche, è stato presentato alla stampa dal vescovo Giuseppe Betori, segretario della Cei, che tra l’altro ha detto: “Non c’è niente di più opinabile di una traduzione e per questo chiediamo un po’ di benevolenza nell’accoglienza della traduzione”. Il nuovo Lezionario – ha spiegato – vorrebbe coniugare “una maggiore aderenza al tono e allo stile delle lingue orientali con una maggiore comprensibilità e comunicativa”

 

Vivere con serenità

G

iunti alla conclusione dell’anno liturgico, le letture di questa domenica ci invitano a riflettere sulla realtà e sulla direzione del nostro cammino personale e comunitario.

Il pensiero del futuro molto spesso ci tormenta con il peso delle sue angosce. Attualmente è diffuso un certo catastrofismo che ci prospetta la fine imminente del mondo e dell’umanità. Queste voci che profetizzano sventura non sempre riescono a stimolare un’assunzione di responsabilità personale e collettiva nei confronti delle varie problematiche e ad orientare meglio le scelte, favorendo, al contrario, lo scetticismo, il disimpegno e l’indifferenza.

La liturgia stessa riserva alle ultime domeniche dell’anno liturgico il compito di esplicitare con maggiore chiarezza quanto è stato proclamato lungo tutte le altre domeniche dell’anno. Perché amare? Come amare? Perché soffrire? Perché dover scegliere tra il bene e il male? Se abbiamo cercato di mettere in pratica l’insegnamento di Gesù, che cosa accadrà di noi? E se non lo abbiamo fatto o lo abbiamo fatto solo a metà? Ecco, arrivano le risposte già conosciute, confezionate e ripetute: dopo il passaggio della morte, seguirà il giudizio.

Verrà, quindi, emessa la sentenza. Ma tutto sommato tutto questo non ci deve terrorizzare, ci deve solo persuadere a vivere una vita “buona”.

Il brano delle lettera di Paolo (2Ts 3,7-12) e il Vangelo di oggi ci richiamano invece a una visione non edulcorata, ma, al tempo stesso, non disperata della vita e del mondo, anche se realistica.

Ogni cristiano, o meglio, ogni uomo o donna sa che nel suo percorso è impossibile non incontrare difficoltà, prove e persecuzioni; la differenza sostanziale consiste nel modo di affrontarle.

Paolo ci sprona, con il suo stesso esempio, a vivere operosamente, finalizzando il proprio lavoro non solo al proprio sostentamento, ma contribuendo anche a costruire il regno di giustizia e di amore annunciato ed incarnato in Gesù.

Perché credere nel ritorno glorioso di Cristo non ci esime dall’impegno personale di fare tutta la nostra parte, fino in fondo. Dio, nel mistero dei suoi disegni, ha scelto la strada della collaborazione con l’uomo per avverare la sua promessa di salvezza.

L’adesione sincera al Vangelo, tuttavia, ci espone alle conseguenze di una testimonianza che risulta spesso controcorrente rispetto alla mentalità comune.

Ancora oggi sono numerosi coloro che testimoniano fino allo spargimento del sangue la loro fedeltà ad altissimi ideali di giustizia, di amore, di pace, contrastando, con una resistenza attiva e non violenta, il male, la violenza, lo sfruttamento in tutte le sue forme, anche le più perverse, subdole e potenti.

Ma anche in situazioni meno estreme ci vuole molto coraggio per essere coerenti con ciò in cui crediamo.

Cercare di vivere da cristiani sempre, in ogni situazione e in ogni ambiente può comportare un prezzo notevole da pagare, consistente spesso nell’essere oggetto di ironia se non di emarginazione.

Però la paura, il timore e ogni preoccupazione si dissolvono se ci si lascia colmare dalla presenza e dalla tenerezza di Dio Padre, che ci rassicura, attraverso la sua Parola, con un’immagine significativa: i capelli del nostro capo sono contati e non ne perirà nemmeno uno. Siamo certi del suo amore, qualsiasi cosa accada!

 

Pensiero alla Morte”

(Meditazione di Paolo VI)

«[…] Ecco: mi piacerebbe, terminando, d’essere nella luce. […]

Quanto a me vorrei avere finalmente una nozione riassuntiva e sapiente sul mondo e sulla vita: penso che tale nozione dovrebbe esprimersi in riconoscenza: tutto era dono, tutto era grazia; e com’era bello il panorama attraverso il quale si è passati; troppo bello, tanto che ci si è lasciati attrarre e incantare, mentre doveva apparire segno e invito. Ma, in ogni modo, sembra che il congedo debba esprimersi in un grande e semplice atto di riconoscenza, anzi di gratitudine: questa vita mortale è, nonostante i suoi travagli, i suoi oscuri misteri, le sue sofferenze, la sua fatale caducità, un fatto bellissimo, un prodigio sempre originale e commovente, un avvenimento degno d’essere cantato in gaudio e in gloria: la vita, la vita dell’uomo! Né meno degno d’esaltazione e di felice stupore è il quadro che circonda la vita dell’uomo: questo mondo immenso, misterioso, magnifico, questo universo dalle mille forze, dalle mille leggi, dalle mille bellezze, dalle mille profondità. È un panorama incantevole. Pare prodigalità senza misura. Assale, a questo sguardo quasi retrospettivo, il rammarico di non averlo ammirato abbastanza questo quadro, di non aver osservato quanto meritavano le meraviglie della natura, le ricchezze sorprendenti del macrocosmo e del microcosmo. Perché non ho studiato abbastanza, esplorato, ammirato la stanza nella quale la vita si svolge? Quale imperdonabile distrazione, quale riprovevole superficialità! Tuttavia, almeno in extremis, si deve riconoscere che quel mondo, “qui per Ipsum factus est”, che è stato fatto per mezzo di Lui, è stupendo. Ti saluto e ti celebro all’ultimo istante, sì, con immensa ammirazione; e, come si diceva, con gratitudine: tutto è dono; dietro la vita, dietro la natura, l’universo, sta la Sapienza; e poi, lo dirò in questo commiato luminoso, (Tu ce lo hai rivelato, o Cristo Signore) sta l’Amore! […]»

 

In sintonia con lo spirito di queste giornate

Qualche spunto di

riflessione sul senso della morte cristiana

(suggeriti dal catechismo della Chiesa Cattolica)

-          Casella di testo: “Signore Dio, ti supplico: non separarmi, dopo la morte, da coloro che ho così teneramente amato sulla terra. Fa’, o Signore, ti supplico, che là dove sono io, gli altri si trovino con me, affinché lassù possa rallegrarmi della loro presenza, dato che ne fui privato sulla terra. Ti imploro, o Dio, affrettati ad accogliere i tuoi figli amati nel seno della vita. Al posto della loro vita terrena così breve, concedi loro di possedere la vita eterna. (omelia in morte del fratello di sant’Ambrogio: Satiro)Grazie a Cristo, la morte cristiana ha un significato positivo. “Per me il vivere è Cristo e il morire un guadagno” (Fil,1,21). “Certa è questa parola: se moriamo con lui, vivremo anche con lui” (2 Tm 2, 11). Qui sta la novità essenziale della morte cristiana: mediante il Battesimo, il cristiano è già sacramentalmente «morto con Cristo », per vivere di una vita nuova; e se noi moriamo nella grazia di Cristo, la morte fisica consuma questo «morire con Cristo» e compie così la nostra incorporazione a lui nel suo atto redentore. “Per me è meglio morire per Gesù Cristo, che essere re fino ai confini della terra. Io cerco colui che morì per noi; io voglio colui che per noi risuscitò. Il momento in cui sarò partorito è imminente... Lasciate che io raggiunga la pura luce; giunto là, sarò veramente un uomo”. (sant'Ignazio di Antiochia).

 

-          Nella morte, Dio chiama a sé l'uomo. Per questo il cristiano può provare nei riguardi della morte un desiderio simile a quello di san Paolo: «il desiderio di essere sciolto dal corpo per essere con Cristo» (Fil 1,23); e può trasformare la sua propria morte in un atto di obbedienza e di amore verso il Padre, sull'esempio di Cristo. “Il mio amore è crocifisso;... un'acqua viva mormora dentro di me e mi dice: «Vieni al Padre!»”. (sant'Ignazio di Antiochia). “Voglio vedere Dio, ma per vederlo bisogna morire”. (Santa Teresa di Gesù). “Non muoio, entro nella vita”. (santa Teresa di Gesù Bambino).

 

-          La visione cristiana della morte è espressa in modo impareggiabile nella liturgia della Chiesa: “Ai tuoi fedeli, Signore, la vita non è tolta, ma trasformata; e mentre si distrugge la dimora di questo esilio terreno, viene preparata una abitazione eterna nel cielo.” (Messale Romano, Prefazio dei defunti, I).

 

-          La morte è la fine del pellegrinaggio terreno dell'uomo, è la fine del tempo della grazia e della misericordia che Dio gli offre per realizzare la sua vita terrena secondo il disegno divino e per decidere il suo destino ultimo. Quando è «finito l'unico corso della nostra vita terrena» (L.G.48), noi non ritorneremo più a vivere altre vite terrene. «È stabilito per gli uomini che muoiano una sola volta» (Eb 9,27). Non c'è «reincarnazione» dopo la morte.

 

-          La Chiesa ci incoraggia a prepararci all'ora della nostra morte («Dalla morte improvvisa, liberaci, Signore»: Litanie dei santi), a chiedere alla Madre di Dio di intercedere per noi «nell'ora della nostra morte» (Ave Maria) e ad affidarci a san Giuseppe, patrono della buona morte: “In ogni azione, in ogni pensiero, dovresti comportarti come se tu dovessi morire oggi stesso; se avrai la coscienza retta, non avrai molta paura di morire. Sarebbe meglio star lontano dal peccato che fuggire la morte. Se oggi non sei preparato a morire, come lo sarai domani?

(Imitazione di Cristo).

Laudato si’, mi Signore, per sora nostra Morte corporale, da la quale nullu omo vivente po' skappare.

Guai a quelli ke morrano ne le peccata mortali; beati quelli ke trovarà ne le tue sanctissime voluntati, ka la morte secunda no’ l farrà male.

(san Francesco d’Assisi, Cantico delle creature).

 

Lutto

nella nostra comunità

N

on sembra possibile quello che invece è realmente successo nella mattinata di martedì scorso: la morte per incidente stradale del nostra carissimo e stimatissimo fratello Renato. L’evento ha lasciato esterrefatti e ammutoliti tutti coloro che lo avevano conosciuto e goduto del suo affetto, della sua dedizione, della sua discrezione e della sua austera ed amabile riservatezza, cominciando ovviamente dalla moglie Francesca e dai suoi due figli: Matteo e Claudia. Essi hanno potuto esperimentare quotidianamente la sua totale consacrazione alla loro vita, alla loro crescita e alla loro graduale maturazione. Ma le capacità e le risorse di Renato non sono state limitate all’ambito familiare, hanno potuto e dovuto irradiarsi ed esplodere in tutti gli ambiti in cui la sua vita è stata interessata e impegnata: l’esercizio della professione, il lavoro, il volontariato, l’uso saggio dei brevi spazi di tempo libero, e, soprattutto, nell’impegno comunitario parrocchiale: un lavoro svolto sempre all’insegna della riservatezza, valorizzando e potenziando le capacità che riscontrava nei fratelli, sostituendoli all’occorrenza, integrando il lavoro “incompiuto” o abbozzato dagli altri.

Grazie Renato: a te si devono tanti meriti, il principale dei quali è stato quello di non averli cercati, procurati, rincorsi a prezzo della tua dignità e aristocrazia interiore.

Forse anche per questo, per la tua maturità umana e cristiana raggiunta attraverso la via evangelica del silenzio, della discrezione, del sorriso sapiente, il Signore ti ha rapito da noi per trapiantarti in quello spazio dove anche i mass-media più sofisticati e veloci cedono il posto alla visione diretta di quel Dio nel quale hai creduto e per il cui disegno hai vissuto.

Grazie Renato, te lo ripetiamo con un pizzico di rabbia per il modo con cui ti sei congedato da noi: in punta di piedi, senza dare fastidio, come sei vissuto.

Ma non per questo ti serbiamo rancore: anche perché tu non lo hai mai serbato nella tua vita proprio per nessuno…

 

L

Vivere i Giorni Santi

a settimana santa, dalla domenica delle palme alla risurrezione di Gesù Cristo, in particolare il triduo santo, ha in se stessa, giorno dopo giorno, una grande densità di contenuti e una forte capacità comunicativa.

In queste giornate dobbiamo però vigilare perché il folclore che si manifesta attraverso riti religiosi, evocazioni e sacre rappresentazioni, devozioni varie, compresa la “via crucis”…, restino solo un aiuto a capire il mistero pasquale celebrato liturgicamente: non lo possono soppiantare fino al punto di sostituire la liturgia.

L’ultima cena segna l’avvio della nuova alleanza di cui Gesù è “sacerdote, vittima e altare”; ma dà pure l’avvio a tutte le forme di “diaconie” della chiesa con la lavanda dei piedi di Gesù agli apostoli e con il preciso invito a farsi “servi” senza limiti. Come Gesù fino alla sua totale oblazione sul Calvario.

Tocca a Luca, quest’anno, offrirci il racconto della passione del Signore. Il viaggio verso Gerusalemme è il filo conduttore della vita pubblica di Gesù e, insieme, è la prefigurazione trasparente della vita di ogni cristiano, suo discepolo. È significativa al riguardo quella parola di Luca con cui lui accompagna l’invito di Gesù a seguirlo portando la croce “ogni giorno” (9,23).

Gli ultimi giorni di Gesù a Gerusalemme si aprono con l’ingresso trionfale, ma anche con il pianto sulla città santa e con la purificazione del tempio dai mercanti, che lo avevano ridotto ad una spelonca di ladroni affaristi. La vita cristiana non è esteriorità trionfalistica, ma adesione totale al Vangelo. Il racconto della passione, nella domenica delle palme, non è per commuoverci sentimentalmente, ma per misurare il nostro grado di adesione alla “proposta” di Gesù Cristo. Anche se abbiamo peccato: Pietro è perdonato dopo il rinnegamento; il cireneo accetta di portare la croce dietro a Gesù; uno dei malfattori si converte sulla croce; Gesù stesso muore perdonando e pregando per i suoi nemici.

I rami di ulivo portati a casa, in famiglia, richiamano l’impegno ad ospitare il Signore e a vivere insieme i messaggi delle altre tappe del mistero pasquale di Cristo.

La speciale grazia sacramentale del giovedì santo invocata nella “Messa nella cena del Signore” è nelle parole della colletta: «Fa’ che dalla partecipazione a così grande mistero attingiamo pienezza di carità e di vita». La “lavanda dei piedi” sottolinea le parole di Gesù: «Se dunque io, il Signore e il Maestro, ho lavato i vostri piedi, anche voi dovete lavarvi i piedi gli uni gli altri». Solo se attuando questo comandamento del Signore possiamo cantare nella verità il canto tipico della giornata: “Dov’è carità e amore, qui c’è Dio”.

La celebrazione della passione del Signore nel venerdì santo mira a far comprendere il vero risultato della crocefissione più che a fornirci una dettagliata analisi e valutazione delle sofferenze subite. Ci sono gesti e parole nella celebrazione che illuminano non solo il momento liturgico, ma tutta la vita: il bacio del crocifisso, l’adorazione della croce, la preghiera universale e le espressioni: «Per le sue piaghe noi siamo stati guariti»; «Guarderanno colui che hanno trafitto»; «Quando sarò innalzato da terra, attirerò tutti a me»; «Accostiamoci dunque con piena fiducia al trono della grazia ad essere aiutati al momento opportuno». Nel cuore di chi rimane indifferente risuoni almeno il lamento: «Popolo mio, che male ti ho fatto? In che ti ho provocato? Dammi risposta.»

Infine il silenzio del sabato santo. Non la corsa affannosa per i doni e il pranzo di Pasqua, ma il tempo della riflessione per confermare la conversione e i propositi. Tra poco, nella veglia pasquale, risorgeremo con Cristo a vita nuova. Rinnoveremo le “promesse battesimali”.

 

 

 

 

 

 

A

Sabato 24 marzo si celebra la Giornata di preghiera e digiuno per  i missionari martiri

nche quest’anno sta davanti a noi una folla di testimoni, di ogni lingua, razza, popolo e nazione che ha versato il sangue per Cristo, facendo così di tutta la loro vita un dono e un segno di speranza per il mondo di oggi. Secondo l’Agenzia Fides, nell’anno 2006 sono stati uccisi 24 tra sacerdoti, religiosi, religiose e laici – tra cui tre italiani: don Andrea Santoro, don Bruno Baldacci e Suor Leonella Sgorbati.

Di fronte a un mondo che ha sempre più paura del futuro, di fronte a uomini e donne che non sono più capaci di sollevare lo sguardo  e guardare in alto e di sognare, i missionari uccisi ci invitano ad essere ancora più forti nella fede, a credere che una nuova umanità è possibile, a sperare in un futuro migliore. Una vita spesa per amare ha la possibilità di trasformare le coscienze, cambiare la mentalità e la vita.

La loro è stata una scelta, una decisione di vivere fino in fondo una vita evangelica, sullo stile di Gesù. Per noi cristiani il martirio non è mai un segno di fondamentalismo religioso: il martire muore per dare la vita agli altri, per salvare gli altri e non per toglierla… e nemmeno per essere ricordato o per dare alla sua vita una morte esaltante!

Martire è l’uomo della fede quotidiana e della pratica dell’amore. Il martire cristiano muore in nome di colui per il quale già in partenza aveva offerto la sua vita, aveva deciso di vivere per lui! È la testimonianza portata a pienezza.

La testimonianza dei missionari uccisi aiuta a superare tutte le forme di intolleranza e diventa per la Chiesa e per il mondo il segno del dialogo e della comprensione tra le culture e le religioni. Scrive G. Fazzini nel libro “Lo scandalo del martirio”: «Fare memoria dei nuovi martiri… non può ridursi a mera rivendicazione, pur necessaria e legittima, del sacrosanto diritto alla libertà religiosa. Né deve avere come preoccupazione immediata la richiesta, pur legittima, di reciprocità tra le fedi. Tanto meno può sfociare nella rabbiosa reazione di chi auspica una nuova crociata o una nuova guerra.»

Sono morti che parlano di una fraternità che non conosce frontiere. Ne è prova il fatto che alla loro morte spesso la gente del luogo li ha riconosciuti come parte viva del popolo. Basterebbe ricordare i molti musulmani che si sono recati all’ospedale per donare il sangue per Suor Leonella…

Giuseppe, “umile e prezioso”

L

a festa di san Giuseppe rischia di essere dimenticata.

Egli è l’uomo giusto che porta a compimento il cammino di speranza iniziato dai giusti dell’Antico Testamento. Egli è il giusto che vive di fede, e la sua presenza umile e discreta accanto a Maria e a Gesù mostra tutta la profondità di questa sua fede. Egli è presente come sposo promesso di Maria all’Annunciazione; vive la prova del dubbio che, con la luce della grazia, diventerà pace, abbandono e fiducia. Percorre con Maria la faticosa via che porta da Nazareth a Betlemme. Contempla in adorazione con la sua Vergine sposa il Figlio di Dio nato in una grotta; si fa esule in Egitto per salvare il Bambino, e infine aiuta il bambino Gesù a crescere in sapienza, età e grazia presso Dio e presso gli uomini.

Davvero “umile e preziosa” questa figura che tra la moltitudine dei santi ha un ruolo semplice e… insostituibile…

 

 

Preghiamo con il Vangelo

S

ignore, nel cammino quaresimale verso il Regno, oggi mi proponi il messaggio della parabola del fico che non ha prodotto frutti, e mi inviti alla conversione: “Se non vi convertirete perirete tutti allo stesso modo” (Lc 13,5).

Anche noi siamo come un albero dalle belle foglie, ma incapaci di produrre frutti. Dobbiamo convertirci alla tua azione, o Signore. La fede è la sola via che rende possibile a Cristo di entrare ed agire nella mia vita. Quando egli entra nella nostra vita, tutto cambia.

Con la fede mi rivolgo a Cristo, radicando la mia esistenza nella sua. Cristo ripete per noi la supplica della parabola, perché il Padre ci conceda ancora un po’ di tempo, affinché su questo albero che è l’umanità, possa fiorire una risposta d’amore.

Fa, o Signore, che sappia accogliere questo tempo per lasciarmi salvare da te e per portare molto frutto.

 

Il mistero della Trasfigurazione

L

a II domenica di quaresima è sempre caratterizzata dal Vangelo della trasfigurazione del Signore. Perché? Non si tratta di celebrare la festa della trasfigurazione del Signore, ma di comprendere il significato che Gesù stesso ha voluto dare a questo evento in un preciso momento per la formazione degli apostoli. Se nella I domenica la liturgia ha ricordato le tentazioni di Gesù per insegnare che la vita cristiana, fondata sul battesimo, è lotta continua contro l’insidia del male, oggi ci viene proposta la pagina del vangelo della trasfigurazione per farci vedere il traguardo che ci attende al concludersi del faticoso combattimento: la partecipazione alla gloria del Cristo con la trasfigurazione del nostro misero corpo mortale (II lettura).

Lo scandalo della croce

L

a rivelazione anticipata ai tre apostoli della gloria della risurrezione, avviene nel momento critico in cui i dodici sono scandalizzati dall’annuncio della passione, fatto da Cristo. Gli apostoli non riescono a comprendere la prospettiva di un Messia sconfitto. Gesù, allora, li educa a comprendere che il mistero della salvezza e il raggiungimento della gloria si compie con un amore fedele fino alla morte: morendo, Gesù distruggerà la morte e, risorgendo, comunicherà la vita. La trasfigurazione è visione anticipata della vittoria pasquale sulla morte. È la vittoria dell’amore che si dona, in piena fedeltà, a Dio e ai fratelli.

Il significato della croce

L

a croce, nel piano di Dio, non è voluta in quanto croce, ma come conseguenza di assoluta fedeltà a Dio e di solidarietà col mondo peccatore da salvare. Cristo è fedele al Padre fino alla morte, per questo il Padre lo glorificherà con la risurrezione. Chi vuole seguire Cristo e vivere l’alleanza col Dio fedele, deve rinnegare il mondo chiuso dell’orgoglio e dell’egoismo per aprirsi all’amore che sa fare della propria vita dono a Dio e ai fratelli. Questa è la via della salvezza esemplificata da Cristo e indicata dal Padre: “Ecco il Figlio mio, l’eletto, ascoltatelo”.

I nemici della croce di Cristo

L

a cultura che si va oggi diffondendo nella nostra società è diametralmente opposta allo spirito del Vangelo. È la cultura dell’uomo autosufficiente e idolatra. Questa cultura costituisce la più radicale persecuzione al Vangelo. È il controvangelo perché assopisce fino a distruggerla la coscienza della fedeltà ai valori veri, vissuti a costo di ogni sacrificio. Si crea la mentalità dello “star comodo” in contrasto con lo spirito cristiano del donarsi. Nascono così “i nemici della croce di Cristo, che hanno per Dio il loro ventre” (II lettura). I valori autentici non si vivono, infatti, senza sacrificio.

La parola di Dio, allora, in questa seconda tappa del cammino quaresimale, mentre ci porta a contemplare il volto di Cristo trasfigurato dalla gloria, ci impegna a vivere l’alleanza in fedeltà assoluta con Cristo al Padre nell’amore dei fratelli, accettando lo scandalo della croce.

Riceviamo da don Luigi

Gennaio 2007 – Baracca – Cuba

Caro don Mario e don Arturo, como estan? Come state? In particolare tu, don Arturo, hai ricominciato a camminare un poco o continui a fingere di aver bisogno della sedia a rotelle? Spero che ti stia rimettendo in forma. Mio fratello Pierangelo m’ha detto che la favella è stata la prima funzione ad essere recuperata. Non avevo dubbi.

E tu, don Mario, come stai? Non è complicato immaginare la risposta. Bene, sempre bene. Come è andato l’intervento ai diverticoli (non so se il termine sia corretto)?

Spero tutto bene.

Per quel che mi riguarda io sto dall’altra parte del mondo in un mondo a parte.

Non posso certo esprimere un giudizio dopo poche settimane ma qualche piccola sensazione l’ho registrata. Il culto per il mito di Fidel: che sia morto oppure viva a questo punto è un dettaglio di secondaria importanza.

Una religiosità composita. Chiese-comunità battiste e metodiste non si contano. Per non parlare della presenza dei Pentecostali.

Penso che mi attenda una pastorale di taglio ecumenico. I cattolici sono una minoranza: attorno al 5%. Ma nonostante tutto il 70% dei cubani si dichiara credente (così dice il nostro nuovo vescovo). Ma dei numeri non so che farmene. Contano le persone che mi son sembrate decisamente accoglienti.

Qui la gente è povera ma non misera. Hanno quel che necessita per vivere. Non pare siano infelici. Più che altro a me sembrano demotivati dalla presenza iperpaternalistica dello stato.

Comunque io sto bene, non ci capisco ancora molto ma sto bene.

La nascita dei nipoti ha rallegrato la mia partenza. Cesare!!! Il rifiorire di questo nome in seno alla nostra famiglia è un ulteriore segno che mio padre, vostro fratello, non ha mai smesso di amare e guidare la sua famiglia.

Un abbraccio. Tanta salute.

Salutatemi la Gina. Salutatemi anche la vostra “badante”… don Giacomo

Gigi

La Quaresima ovvero l’invito e l’impegno a ricentrare la vita su Dio

È

iniziata la Quaresima, tempo di preparazione alla Pasqua, ma già ricco della grazia pasquale. Questo tempo liturgico è nato nella chiesa per due necessità vitali: la preparazione immediata dei catecumeni al battesimo da celebrare nella veglia pasquale; la preparazione dei penitenti, dopo il battesimo, al momento della riconciliazione sacramentale nel mattino del giovedì santo. Tutti, quindi, neofiti e riconciliati avrebbero poi partecipato al banchetto eucaristico pasquale della grande veglia.

Il cammino quaresimale, guidato dalla parola di Dio, deve condurre anche la nostra, insieme a tutte le comunità cristiane, in atteggiamento penitenziale, a celebrare autenticamente la Pasqua nei tre giorni, culminanti nella veglia pasquale.

I

n questa prima domenica emergono due  temi nella liturgia: la professione di fede nel Cristo morto e risorto e la tentazione.

Cosa significa professare la fede nel Cristo morto e risorto? A rispondere a questa domanda ci aiuta il brano di Paolo della seconda lettura: “Se confesserai con la tua bocca che Gesù è il Signore e crederai con tutto il cuore che Dio lo ha risuscitato dai morti, sarai salvo”. Professare questa fede con tutto il cuore, cioè con tutto se stesso, significa riconoscere che nell’evento della morte di Gesù si rivela Dio-amore. In quella morte si rivela non la potenza di Dio che vince in modo umano, scendendo dalla croce miracolosamente e salvando se stesso come era stato sfidato dagli scribi, farisei e sommi sacerdoti, ma la potenza vittoriosa dell’amore che si dona al Padre in piena fedeltà e obbedienza. Per questo il Padre glorifica il Figlio, risuscitandolo dai morti perché con la sua umanità glorificata sia il Signore che dona la vita. Credere con tutto il cuore a questo amore significa riceverlo come dono da Cristo ed entrare nella salvezza.

È di fondamentale importanza rinnovare e approfondire all’inizio della quaresima questo atto di fede perché soltanto in questa prospettiva si vive la vera dinamica battesimale e penitenziale che è propria della vita cristiana e della quaresima in particolare.

La tentazione. Contro questa fede che nella morte di Cristo riconosce l’amore che si dona e che salva, si presenta la tentazione. Questa tentazione non è facile da cogliere perché è profonda e sottile, va alla radice dell’atteggiamento del credente.

A Gesù la tentazione si è rivolta per farlo evadere dalla sua missione di salvatore attraverso la via dell’umile servizio per amore, per persuaderlo ad assecondare la via del successo, della gloria, per distoglierlo dalla condivisione della condizione umana fino alla morte.

Gesù dice no a tutte queste tentazioni che si riassumono nella tentazione radicale della disobbedienza e della autonomia.

La tentazione di Gesù è perennemente la tentazione dell’uomo e anche della chiesa.

La Quaresima ritorna ogni anno per richiamarci al fondamentale impegno di incentrare più radicalmente la nostra vita su Dio e per riconoscere che la salvezza è un dono che viene da Dio e, nel suo amore rivelatosi in Cristo crocifisso e risorto, risiede la fonte della salvezza.

L

a parola Quaresima non evoca niente di piacevole: fa venire in mente qualcosa di lungo, di sgradevole, di noioso… Forse, ma solo ai più anziani, richiama un tempo – ma erano ben altri e lontani tempi – nel quale si soleva fare digiuno e astinenza, perché i ritmi di vita, si dice, lo permettevano.

Dunque immagini tristi o realtà sorpassate appaiono legate alla quaresima.

Eppure anche quest’anno la chiesa ce la ripropone. E non è per un testardo attaccamento a vecchie tradizioni che la chiesa lo fa: è che essa non può farne a meno; essa sa bene che il suo compito nel mondo non è altro che la vivente riproposizione del Cristo morto e risorto e che aiutare gli uomini a camminargli incontro fa parte della sua missione. Non solo: la chiesa pensa di fare un servizio non soltanto ai credenti ma a tutti gli uomini proponendo un tempo forte dentro il quale ascoltare un po’ di più, ricercare di più, incontrare di più se stessi, onestamente e umilmente aprirsi alla proposta di un Dio che per cercare l’uomo si fa uomo, si fa disponibile fino alla morte di croce e risorgendo diventa speranza e certezza per l’uomo.

Il cristiano chiama questo itinerario quaresimale, fatto d’un “morire” e d’un “risorgere” con Cristo, cammino di conversione.

“Convertirsi” è una scelta che comporta un cambiamento radicale del modo di pensare e di vivere.

Per capire bene il senso concreto della “conversione” è utile rifarsi al concetto di alleanza che attraversa tutta la Bibbia. Dio chiama gli uomini a entrare in cammino con lui; a vivere con lui un rapporto interpersonale (= alleanza). Ma si tratta di uomini peccatori; la risposta alla chiamata di Dio esigerà quindi da essi un continuo impegno di “conversione”.

Il brano del Vangelo, che mercoledì delle ceneri la liturgia ci ha proposto e che il Cardinale Piovanelli ha commentato in maniera sapiente e concreta richiamandoci ai valori della carità verso il “prossimo”, della preghiera personale, familiare e comunitaria, e del digiuno inteso come cammino di liberazione dagli idoli e di libertà interiore, “traduce” in maniera efficace il binomio “alleanza”-“conversione” con quel richiamo insistente a quel Padre che “vede nel segreto”.

La Quaresima: un itinerario che comporta nello stesso tempo la gioia dell’incontro e la pressante esigenza della ricerca.

 

La “civiltà degli innamorati”

G

esù oggi ci invita ad assumere un atteggiamento da veri innamorati. Innamorati di chi ci ha messo accanto (coniuge, figli, parenti, amici, colleghi…) nella vita. Ma anche innamorati di chi egli ama, cioè di ogni uomo. “Amate i vostri nemici… sarete figli dell’Altissimo”.

E chi è innamorato va ben oltre la cosiddetta “regola d’oro” che razionalmente ci suggerisce di fare agli altri ciò che vogliamo che gli altri facciano a noi. Infatti, Gesù non si limita a dire “ciò che volete gli uomini facciano a voi, anche voi fatelo a loro”, ma ci suggerisce di assumere come modello l’amore del Padre. Un Padre che tanto ama il mondo da dare tutto, anche il Figlio, pur di conquistare il cuore dell’amata umanità.

Vivere da innamorati è essere gioiosi, pieni di speranza, è vivere liberi da ogni legame con le cose, laboriosi per costruire un futuro per chi amiamo, è essere concreti e capaci di riconoscere i limiti reciproci, è essere in grado di superare i conflitti e di accettare la diversità…

Questo vivere da innamorati dovrebbe spingerci a cambiare anche le logiche della società e delle comunità in cui viviamo. Quando riusciremo a vedere l’alba di questa nuova “civiltà degli innamorati”?

Quaresima: tempo “Spirituale”

N

el libro del Siracide è scritto che “un uomo si conosce veramente alla fine” (11,28). È la meta a rivelare la validità del percorso effettuato; è la conclusione a illuminare tutto ciò che precede; è il fine a spiegare i passaggi intermedi.

La prospettiva della quaresima è quella stessa di tutta la vita cristiana cioè la piena conformazione a Gesù. E Gesù non è venuto solo per liberarci dai lacci del peccato e dalla morte, ma anche per farci entrare nell’intimità della sua vita divina e per innalzarci fino alla comunione d’amore con il Padre. Per Gesù la “vita spirituale” significa essere nel mondo senza essere del mondo.

Il primo gradino del cammino verso la pasqua è diventare liberi dai condizionamenti del mondo e fissare il cuore sull’unica cosa necessaria: in Dio, amato senza riserve, viene ricuperato il resto. La conversione non è indifferenza, o apatia, o presa di distanza, ma è trovare in Dio il significato di ogni realtà. Il vero discepolo vede, ascolta e comprende, sintonizzandosi con gli occhi, con le orecchie e con il cuore a Dio.

È l’amore che, ricevuto da Dio, fa dire con san Paolo: “non sono più io che vivo, ma è Cristo che vive in me” (Gal 2,20). L’unione col Padre in Cristo per mezzo dello Spirito genera nuove relazioni, toglie paure e avidità, introduce nella condivisione e genera gioia e gratitudine. Non si tratta più di essere logorati dall’“inseguire” i risultati, col pericolo di cadere nella depressione e nella frustrazione, ma di partecipare alla vita della Trinità.

Il cristianesimo non comincia con quello che l’uomo deve fare per salvarsi, ma con quello che Dio ha fatto per salvarlo. Nell’esperienza cristiana è Dio che tende la sua mano all’uomo peccatore: il dono precede l’impegno. Nell’Exultat pasquale si inneggia al Redentore a partire dalla colpa di Adamo, ritenuta “felice”, anzi “necessaria”. Dio permette il peccato perché si eviti il peccato.

Prima di Gesù, “convertirsi” significava sempre “tornare indietro” mediante una rinnovata osservanza della legge. Con Gesù, “convertirsi” equivale ad “andare avanti”, entrando nella nuova alleanza. Convertirsi a Dio consiste nel credere in Cristo: “Convertiti e credi al Vangelo” ripete a ciascuno la chiesa il giorno in cui impone le ceneri sul capo dei fedeli che iniziano il percorso quaresimale.

Per questo il Papa a Verona ha ribadito che, “all’inizio dell’essere cristiano, non c’è una decisione etica o una grande idea, ma l’incontro con la persona di Gesù Cristo, che dà alla vita un nuovo orizzonte e con ciò la direzione giusta”.

A proposito… di digiuno

I

l digiuno e l’astinenza prescritti dalla Chiesa hanno valore di segno: segno che, partendo dal cuore, è destinato ad attraversare tutta la vita. La vita, infatti, già nella prospettiva umana, comporta misura, limitazione, sobrietà, moderazione . Sono atteggiamenti richiesti dalla”legge” naturale e che vengono esaltati nella vita cristiana perché aiutano a purificare il cuore e la mente da attaccamenti disordinati e affinano l’udito interiore all’ascolto della parola di Dio.

La Chiesa con le norme “disciplinari” vuole educare i fedeli a scoprire e a vivere questi valori.

·    Il digiuno e l’astinenza dalle carni sono prescritti il mercoledì delle ceneri e il venerdì santo;

·    L’astinenza dalle carni si estende a tutti (e a i soli) venerdì di Quaresima (in tutti gli altri può essere sostituita con un’altra opera di penitenza).

Si precisa che l’obbligo di digiuno riguarda le persone dai 18 ai 59 anni compiuti, quello dell’astinenza dai 14 anni.

 

La Quaresima

V

engono segnalate ai fedeli le celebrazioni e le iniziative di particolare rilievo proposte per la Quaresima, per questo tempo, già di suo, tanto importante e significativo e che quest’anno, coincidente con il ventesimo anniversario della nostra chiesa, presenta un ulteriore stimolo ad approfondire il mistero della morte e risurrezione di Gesù di cui il Crocifisso è segno muto ed eloquente e la nuova artistica immagine, che verrà collocata a settembre nell’aula liturgica un ancora più efficace richiamo.

Nel nostro cammino quaresimale saremo guidati dal Cardinale Silvano Piovanelli che ci ha accompagnati nella lunga attesa della edificazione della chiesa, nella fase della sua realizzazione e… dopo, e dal Sac. Don Elio Agostini, Parroco dell’Isolotto. Il Cardinale ci immetterà nel cammino quaresimale presiedendo la celebrazione eucaristica di mercoledì delle ceneri – ore 21 – e ci introdurrà nella settimana santa con la Messa e la meditazione di lunedì 2 e martedì 3 aprile – alle ore 18. il Sac. don Elio ci proporrà settimanalmente una meditazione sul testo biblico della lettera ai Filippesi nei venerdì di marzo (2-9-16-23-30) sempre alle ore 18.

Si suggerisce anche che l’adorazione eucaristica, già “istituzionalizzata” al giovedì, venga ulteriormente incrementata nei vari giovedì di quaresima come momento privilegiato di preghiera personale e comunitaria.

Infine, insieme alla solidarietà e alla carità che costituisce la “costante” della vita cristiana e della Quaresima in particolare e che troverà il suo momento forte nella V domenica di Quaresima – 25 marzo – con gli obiettivi indicati dalla Caritas Diocesana, si vuole anche ribadire che una occasione appropriata per dare vigore penitenziale alla Quaresima di quest’anno, è anche quella di contribuire, nelle forme più svariate, a sostenere l’onere finanziario richiesto per l’acquisto del nuovo crocifisso. Un richiamo già fatto in diverse occasioni, compresa quella della visita alle famiglie per la Benedizione Pasquale, ma che si rivela ancora… opportuno.

 

XV Giornata Mondiale del malato

I

n occasione della celebrazione della XV Giornata Mondiale del malato istituita da Giovanni Paolo II e fissata per l’11 febbraio di ogni anno, memoria liturgica della Beata Maria Vergine di Lourdes, ci piace riportare alcuni brani del messaggio da lui inviato in occasione della celebrazione della 1ª giornata, dal titolo già tanto significativo: “L’amore verso i sofferenti: segno e misura della civiltà e del progresso di un popolo”.

«[…] insieme con Maria, Madre di Cristo, che stava sotto la croce, ci fermiamo accanto a tutte le croci dell'uomo di oggi. E Lourdes, santuario mariano tra i più cari al popolo cristiano, è luogo e insieme simbolo di speranza e di grazia nel segno dell'accettazione e dell'offerta della sofferenza salvifica.

[…] la “Giornata mondiale del malato” sia momento forte di preghiera, di condivisione, di offerta della sofferenza per il bene della chiesa e di richiamo per tutti a riconoscere nel volto del fratello infermo il santo volto di Cristo, che soffrendo, morendo e risorgendo ha operato la salvezza dell'umanità.

[…] La Giornata, peraltro, intende chiamare in causa ogni uomo di buona volontà. Le domande di fondo poste dalla realtà della sofferenza, infatti, e l'appello a recare sollievo sia dal punto di vista fisico che spirituale a chi è malato non riguardano soltanto i credenti, ma interpellano l'umanità intera, segnata dai limiti della condizione mortale.

[…] Sono davanti agli occhi di tutti le tristissime immagini di singoli individui e di interi popoli che, dilaniati da guerre e conflitti, soccombono sotto il peso di calamità facilmente evitabili. Come distogliere lo sguardo dai volti imploranti di tanti esseri umani, soprattutto bambini, ridotti a larve di se stessi per le traversie di ogni genere in cui, loro malgrado, sono coinvolti a causa dell'egoismo e della violenza? E come dimenticare tutti coloro che nei luoghi di ricovero e di cura ospedali, cliniche, lebbrosari, centri per disabili, case per anziani o nelle proprie abitazioni conoscono il calvario di patimenti spesso ignorati, non sempre idoneamente alleviati, e talora persino aggravati per la carenza di un adeguato sostegno?

La malattia, che nell'esperienza quotidiana è percepita come una frustrazione della naturale forza vitale, diventa per i credenti un appello a «leggere» la nuova difficile situazione nell’ottica che è propria della fede. Al di fuori di essa, del resto, come scoprire nel momento della prova l'apporto costruttivo del dolore? Come dare significato e valore all'angoscia, all'inquietudine, ai mali fisici e psichici che accompagnano la nostra condizione mortale? Quale giustificazione trovare per il declino della vecchiaia e per il traguardo finale della morte che, malgrado ogni progresso scientifico e tecnologico, continuano a sussistere inesorabilmente?

Sì, soltanto in Cristo, Verbo incarnato, redentore dell'uomo e vincitore della morte, è possibile trovare la risposta appagante a tali fondamentali interrogativi.

Alla luce della morte e risurrezione di Cristo la malattia non appare più come evento esclusivamente negativo: essa è vista piuttosto come una «visita di Dio», come un'occasione «per sprigionare amore, per far nascere opere di amore verso il prossimo, per trasformare tutta la civiltà umana nella civiltà dell'amore» (Lettera apost. Salvifici doloris, 30).

La storia della chiesa e della spiritualità cristiana offre di ciò amplissima testimonianza. Lungo i secoli sono state scritte pagine splendide di eroismo nella sofferenza accettata e offerta in unione con Cristo. E pagine non meno stupende sono state tracciate mediante l'umile servizio verso i poveri e i malati, nelle cui carni martoriate è stata riconosciuta la presenza di Cristo povero e crocifisso.

[…] Nella memoria della beata Maria vergine di Lourdes, il cui santuario ai piedi dei Pirenei è diventato come un tempio dell'umana sofferenza, ci accostiamo – come Ella fece sul Calvario ove sorgeva la croce del Figlio alle croci del dolore e della solitudine di tanti fratelli e sorelle per recare loro conforto, per condividerne la sofferenza e presentarla al Signore della vita, in comunione spirituale con tutta la chiesa.

La Vergine, «Salute degli infermi» e «Madre dei viventi», sia il nostro sostegno e la nostra speranza e, mediante la celebrazione della Giornata del malato, accresca la nostra sensibilità e dedizione verso chi è nella prova, insieme con la fiduciosa attesa del giorno luminoso della nostra salvezza, quando sarà asciugata ogni lacrima per sempre (cf. 1s 25,8). Di quel giorno ci sia concesso di godere sin d'ora le primizie in quella gioia sovrabbondante, pur in mezzo a tutte le tribolazioni (cf. 2Cor 7,4), che, promessa da Cristo, nessuno ci può togliere (cf. Gv

MESSAGGIO PER LA

GIORNATA DELLE SCUOLE CATTOLICHE 2007

C

ome sempre l'ultima domenica di gennaio la Diocesi invita tutte le comunità parrocchiali e non, a celebrare la giornata diocesana di preghiera per la scuola cattolica.

Non si tratta di una pubblicità o di una propaganda, si tratta di prendere coscienza davanti a Dio di quanto egli ha fatto nella lunga storia della Chiesa attraverso le congregazioni religiose, maschili e femminili, e le parrocchie, sacerdoti e laici, a favore dei giovani nel campo delicato e decisivo dell'educazione. La scuola cattolica è nata dal cuore e dalla carità dei santi, dal desiderio di trasmettere ai giovani, attraverso il normale percorso degli studi, il significato vero dell'esistenza, la bellezza e il valore della vita, il primato della persona umana, gli ideali intramontabili e irrinunciabili di giustizia, di solidarietà, di fraternità e di pace.

Tutto questo in un clima sereno e gioioso di famiglia.

S. Giovanni Bosco ci ha insegnato una pedagogia nuova che conserva ancora oggi il suo indiscutibile valore: “L'educazione è cosa del cuore”.

Le scuole cattoliche si sforzano di offrire questo tipo di educazione.

In una famosa lettera ai suoi confratelli, il Santo raccomanda loro di essere “veri padri” dei loro allievi, di “riguardarli come figli”, di “mettersi al loro servizio come Gesù.”

Questa è l'originalità, il punto di vista nuovo, diverso, da cui parte l'educazione cristianamente ispirata. In altre parole in queste scuole c'è un punto di sintesi da cui tutto parte e tutto arriva, tutto converge; questo punto di sintesi è l'incontro, il riferimento esplicito e continuo al Signore Gesù, Salvatore nostro, il grande, insuperabile Maestro.

In un tempo come questo in cui molti, e giustamente, lamentano un'offerta formativa frammentata e frammentaria, queste scuole possono rappresentare un'opportunità preziosa e originale proprio per questa capacità di sintesi culturale e pedagogica che esse offrono.

X Ennio Card. Antonelli

 

Guarire sordità e mutismo in campo ecumenico

S

iamo nel cuore della “Settimana per l’unità dei cristiani”. Il tema della settimana è tratto di un versetto del Vangelo di Marco: “Ha fatto udire i sordi e parlare i muti” con il racconto della guarigione del sordomuto (7,31-37). A prima vista non manca di sorprenderci. Che cosa può dirci questo passo per aiutarci a camminare verso la piena comunione fra i cristiani?

Forse che questa scelta è stata fatta soprattutto per invitarci a riflettere sulle sofferenze della nostra umanità, alla quale Cristo e i cristiani sono chiamati a dare una risposta?

Il passo di Marco ci presenta certamente l’atteggiamento compassionevole del Signore nei confronti della sofferenza umana. Il tema della sofferenza della nostre umanità cui Cristo è venuto a portare una risposta non può quindi essere escluso nelle riflessioni di questa settimana.

Tuttavia, al di là della riflessione che esso suggerisce intorno alla misericordia di Gesù che porta alla guarigione dell’ammalato, esiste la possibilità di una seconda lettura, che pone l’insegnamento di questo passo del Vangelo in rapporto con la nostra condizione di cristiani divisa, ma in cammino verso l’unità. Il sordomuto portato a Gesù rappresenta, infatti, le nostre chiese cristiane, per tanti secoli murate nel loro isolamento, incapaci di parlarsi e incapaci di ascoltarsi, ma che, attraverso l’intervento liberatore di Gesù, hanno aperto le loro orecchie all’ascolto degli altri e hanno cominciato a dialogare e a relazionarsi le une con le altre.

Con la nascita del movimento ecumenico – soprattutto nel mondo anglicano e protestante, e poi con il Concilio Vaticano II, la grande Pentecoste del secolo XX – la grazia del Signore sembra aver voluto avviare a guarigione la sua chiesa. Le chiese cristiane hanno cominciato ad aprire le loro orecchie alla voce del Signore, che parlava anche attraverso le altre chiese, e hanno iniziato un cammino di rinnovamento che ha mutato radicalmente i loro rapporti, un cammino anche di riavvicinamento che non è ancora giunto alla sua conclusione, ma che ha già portato molti frutti.

Giornata delle Migrazioni

 

I

n margine alla Giornata delle Migrazioni, celebrata appena domenica scorsa ci piace riportare alcune riflessioni proposte dal Cardinale di Milano.

«"Famiglia migrante, ascolta la Parola di Dio" è stato il tema voluto dal Card. Dionigi Tettamanzi, Arcivescovo di Milano, che ha raccolto nel Duomo della città migliaia di fedeli per una solenne celebrazione eucaristica dedicata alle comunità cattoliche straniere presenti nella diocesi "come testimoni della molteplicità e varietà delle genti che fanno parte dell'immensa famiglia umana". Ha detto il porporato: "Voi potete guardare e rivolgendosi alle famiglie migranti - alla Santa Famiglia con occhi speciali: voi la vedete riflessa, e quasi presente, nella vostra esperienza di migrazione". Il pensiero dell'Arcivescovo milanese è andato, quindi, alle "sofferenze" che riguardano la famiglia che è "costretta a spezzarsi" a causa dell'emigrazione, "a fare l'esperienza della divisione, della separazione, della lontananza. Vorrei entrare nel vostro cuore e cogliere il dolore che vi prende e il grido, silenzioso sì ma forte e lacerante, che soprattutto in certe situazioni, vi fa dire: perché non posso stare con la mia famiglia?" Da qui la richiesta alle istituzioni e alle autorità responsabili di "favorire i ricongiungimenti familiari, ponendo così rimedio al primo male della famiglia migrante: la divisione, la separazione, la lontananza. Giuseppe, Maria e il bambino fuggono in Egitto, è vero. Però almeno restano uniti! La migrazione oggi invece, nelle sue più abituali forme di espressione, divide e separa le famiglie. Siamo chiamati, ciascuno per la propria parte, a vincere l'indifferenza e l'insensibilità e ad aiutare le famiglie migranti perché si possano riunire. L'immigrazione diventerà così più positiva per tutti"."Sono tanti e non facili - ha aggiunto Tettamanzi - gli impegni delle famiglie migranti: la casa, il lavoro, i sussidi familiari, l'educazione dei figli, la scuola, la salute, ecc. Ma ci troviamo a Milano, in una città cioè ricca di risorse, tradizionalmente aperta e generosa, ben organizzata. E così anche a questi problemi la città deve rispondere: Milano ce la può fare! É importante però che anche voi sappiate meritare la fiducia dei milanesi che vi accolgono". Secondo il porporato anche le altre sfide come quelle che potranno provenire dall’allargamento dell'Unione Europea "devono vedere una città capace di risposte concrete, di risposte date nel segno molteplice e armonico della legalità, della sicurezza, dell'accoglienza, del rispetto dei diritti fondamentali della persona, in un clima di autentica socialità". "Sì - ha affermato l'Arcivescovo - Milano ce la può fare! Ad alcune condizioni però: di cancellare varie forme di egoismo, di far crescere il dialogo ragionato e pacato, di sviluppare un'azione concertata tra istituzioni e forze sociali e volontariato, di giungere ad una politica di vero e proprio servizio, che, superando gli interventi di emergenza, sviluppi un'opera sapiente di integrazione, ricca di lungimiranza e capace di paziente fiducia. In una parola, ci è chiesto un respiro più moderno, più universalistico, più lungimirante, più collaborativo. Sarà così più facile fare dei nuovi venuti, non dei semplici destinatari dei nostri interventi, ma dei protagonisti coinvolti attivamente e con la responsabilità dei loro diritti e doveri nella costruzione comune di una convivenza giusta, libera e solidale".

Tra le sfide il Cardo Tettamazi indica alle famiglie migranti quella della fede cristiana che "va mantenuta salda" e resa "più convinta e forte nel confronto con le altre religioni, con le nuove idee che circolano nel nuovo 'vecchio' mondo dove siete arrivati". L'invito è quello di "trasmetterla integra e gioiosa ai vostri figli dentro il calore di una famiglia autenticamente cristiana. Costruite, carissimi genitori, un focolare accogliente nel quale i vostri figli - ha detto - possano, grazie alla vostra testimonianza, sentire la presenza di Dio e del suo amore che rende felici anche nelle difficoltà". "Nulla - ha concluso il Cardo Tettamanzi - vi sembri sprecato di ciò che dedicate alla vostra famiglia. Se per le difficoltà vi sentite scoraggiati, tentati e tristi, e non poche volte con le lacrime agli occhi e l'angoscia nel cuore, non lasciatevi vincere dalle difficoltà, non rimanete chiusi in voi stessi, ma correte da chi vi può aiutare e ricaricare di fiducia e di coraggio, cioè dal Signore. É il momento della preghiera, dell’andare in chiesa, del mettersi in ginocchio davanti a Gesù presente nell'Eucaristia, dell'invocazione del Senor de los Milagros, del Santo Nino delle Filippine, dell'Immagine di Maria, la vergine Sposa e Madre. Anzitutto a lei, a Maria, offrite le vostre lacrime: diverranno cemento che rinsalda sempre di più i legami delle vostre famiglie.

Avete un compito importante in questo nostro continente europeo: se la cultura dominante in Europa minaccia di sfigurare il volto autentico della famiglia, la vostra vita deve dire, nella concretezza dei sentimenti e dei gesti quotidiani, che è davvero bello il matrimonio così come è uscito dal cuore di Dio per la gioia del cuore dell'uomo e della donna".

 

Armonia di carismi

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l testo della lettera ai Corinzi riportato dalla liturgia di oggi è prezioso per cogliere il senso dell’unità e della pluralità che debbono completarsi nella vita della chiesa. Sono diversi i carismi, i ministeri, le operazioni che arricchiscono la vita della chiesa, ma una sola è l’origine: lo Spirito, Cristo, il Padre.

Il dinamismo della chiesa è mortificato sia dalla dispersione che allontana ciò che Cristo ha raccolto col sacrificio della sua vita, sia dall’uniformità che appiattisce ciò che lo Spirito ha creato con stupenda fantasia. Non è l’uniformità monotona che riflette le bellezza di Dio, ma l’armonia che accorda voci diverse.

Tutto questo diventa possibile se ciascuno ricorda che ci “è data una manifestazione particolare dello Spirito per l’utilità comune”. I carismi non sono dunque per l’esaltazione dell’individualismo e nemmeno per una autorealizzazione narcisistica, ma per la comunione dell’amore nella complementarietà.

Giornata Mondiale delle Migrazioni “La Famiglia, parabola di comunione nella verità”

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lle riflessioni riportate nel Notiziario di domenica scorsa sulla Giornata Mondiale delle Migrazioni, che si celebra proprio oggi, ci piace aggiungere questo semplice pensiero che trae lo spunto dal brano evangelico di questa domenica: le nozze di Cana.

Alle riflessioni riportate nel Notiziario di domenica scorsa sulla Giornata Mondiale delle Migrazioni, che si celebra proprio oggi, ci piace aggiungere questo semplice pensiero che trae lo spunto dal brano evangelico di questa domenica: le nozze di Cana.

Le nozze di Cana annunciano la sostituzione dell’antica alleanza, fondata sulla legge mosaica, rappresentata simbolicamente dalla giara della purificazione ormai vuota, con la nuova alleanza, fondata sulla gioia del vino buono, sulla gratuità dell’amore che Gesù porta a pienezza al giungere della sua “ora”.

Una delle tentazioni dell’uomo di oggi è quella di guardare alla giara vuota di una realtà ormai passata e di sforzarsi a riempirla d’acqua, ma senza la speranza che questa diventi vino, anzi di ogni trasformazione e di ogni novità si ha timore. Eppure il mondo corre veloce e con esso l’umanità e la sua storia. Il fenomeno della mobilità umana è un fatto di sempre, il pacifico (non sempre) migrare dei popoli e persone ha favorito lo scambio, ha permesso una crescita culturale, ha dato all’umanità occasione di progresso.

Il fenomeno migratorio di questo tempo viene letto, invece, come novità epocale da contestare, come soffocamento della propria identità culturale se non addirittura della fede. E pensare invece che ogni diversità è un dono all’altro come ricchezza nuova da farne tesoro. Occorre lasciarsi aiutare dallo Spirito Santo e dalla convinzione che ogni diversità è parte di uno stesso dono “per l’utilità comune” perché uno solo è Dio che “opera tutto in tutti”. Uno solo è il Regno a cui siamo chiamati; ogni diversità concorre alla sua realizzazione e alla sua visibilità, oggi.

Settimana di preghiera per l’unità dei cristiani

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al 18 al 25 gennaio (preceduta il mercoledì 17 dalla Giornata del dialogo ebraico-cristiano) si celebra la Settimana di Preghiera per l’unità dei cristiani.

Sono varie le iniziative proposte comunitariamente dalla Chiesa Cattolica, dalle Chiese Evangeliche, Ortodosse e Comunione Anglicana di Firenze. Ad esse rimandiamo. Sono dettagliatamente indicate sul manifesto esposto in bacheca con la precisazione del luogo e dell’orario in cui vengono svolte.

Ci permettiamo di invitare i fedeli volonterosi a intervenire ad almeno alcuni di questi appuntamenti, tutti condotti da persone competenti e qualificate.

In ambito parrocchiale ci limitiamo a raccomandare ai fedeli la partecipazione alla Messa quotidiana (ore 8:30 e 17:30) e a dare particolare impulso a due momenti di adorazione eucaristica dei giovedì 18 e 25 (ore 18 - 19).

Il tema della settimana fa riferimento al brano evangelico di Marco 7,31-37: la guarigione del sordomuto simbolo della potenza misericordiosa di Dio, che sa vincere anche la resistenza più dura del cuore umano.

domenica 7 Giornata del Seminario

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iene riportata la lettera che i Superiori del Seminario hanno inviato ai Parroci in occasione della Giornata del Seminario.

“Carissimo confratello,

      domenica 7 gennaio 2007 si celebra la Giornata del Seminario. E’ per noi occasione graditissima per esprimerti la nostra profonda gratitudine: è infatti per le tue preghiere e per quelle della tua comunità, in particolare dei malati, che sono nate questo anno 13 nuove vocazioni per Firenze.

Dei nuovi entrati più della metà hanno meno di 23 anni e 9 di loro vengono dalle nostre parrocchie. Segno eloquente della vitalità delle nostre Comunità che, pur fra tante difficoltà, rimangono “santuari” meravigliosi dello Spirito Santo.

Così il Seminario accoglie oggi 51 uomini, di cui 5 diaconi, 31 seminaristi della nostra diocesi e i seminaristi di S. Miniato, Volterra, Pistoia e Kottayam (India).

Il Signore voglia aumentare ancora (e molto!) il numero dei suoi chiamati, per l’essere e la santificazione della sua Chiesa. Perciò ti chiediamo di continuare a pregare e a far pregare perché il padrone della messe mandi operai per la sua messe.

Grazie! Il Signore benedica il tuo prezioso ministero e ti doni ogni bene.”

Domenica 14 gennaio Giornata delle Migrazioni

UNA VALIGIA CHE FA RIFLETTERE E SPERARE

 

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na valigia, con tanti adesivi addosso e dritta in piedi in assetto di partenza, pare un po' moderna con quell'accenno alle due rotelle alla base, ma è sempre valigia e richiama quella di cartone dei nostri vecchi emigrati; e poi quelle cinque sagome umane disegnatevi sopra, di varia dimensione, chiara allusione a una famiglia, in questo caso alla "famiglia migrante". Questo è appunto il tema generale della prossima Giornata delle Migrazioni che cade il 14 gennaio 2007. Si specifica nel poster che la famiglia migrante in questa Giornata viene presentata come "parabola di comunione nella diversità". È quanto dire che se voglio avere davanti a me un'immagine plastica e convincente di che cosa sia la comunione nella diversità, mi pongo di fronte alla famiglia che in migrazione è chiamata ad essere, anche se purtroppo e non per colpa sua sempre non lo è, felice armonizzazione di unità e molteplicità, di irripetibile identità e pacifico rapporto con l'altro, appunto col diverso. E questo guardando alla famiglia sotto tre prospettive diverse.

In primo luogo, uno sguardo attorno a noi, alla nostra città, ormai così variopinta anche nel colore della pelle: tocchiamo ogni giorno con mano che lo straniero, quando vive solo, spesso è visto con diffidenza e sospetto, come un possibile avversario che sta in agguato, una figura ingombrante, facile alla devianza e restio all'integrazione, insomma un osso fuori posto; una valutazione gratuita e ingenerosa, ma purtroppo è così. Quando invece è inserito in una famiglia, le cose cambiano, si respira un'aria rassicurante, si moltiplicano i contatti con l'esterno, emergono gli interessi comuni; rimane la diversità ma non è scostante, piace, avvicina, porta alla comunione; lo straniero è percepito e si sente lui stesso cittadino fra i cittadini.

Uno sguardo ora più ampio, su un orizzonte planetario, ma mettendo a fuoco quanto da anni succede nel vicino Oriente: la diversità porta al rifiuto viscerale dell'altro, non ha diritto di esistere e lo si grida ad alta voce e 'col rumore delle armi; musulmani contro ebrei, sunniti contro sciiti, fondamentalisti contro moderati, e sul fronte nemico si vede tutto il mondo occidentale. È proprio fatalità questa dichiarazione di guerra tra i diversi? Noi Paesi occidentali potremmo darne una solenne smentita, in base non solo a principi ideali, ma pure ai fatti concreti, alla mescolanza armoniosa di tante culture, religioni, tradizioni diverse, ma non opposte, non in contesa. Non tutto il mondo occidentale è così, e nemmeno l'Italia; ma sono ampie queste aree di pacifica convivenza: sono la dimostrazione incontestabile che la comunione spinta fino alla convivialità delle differenze è traguardo raggiungibile. Ne sono la prova del nove gli alunni italiani e stranieri che si mescolano in classe, in palestra, nel gioco; un felice "melting pot" che coinvolge i giovani e le loro famiglie.

Un terzo sguardo, dentro alla nostra comunità ecclesiale che proclamiamo una, santa e cattolica: i cosiddetti stranieri che nella Chiesa non si sentono stranieri, si riconoscono fratelli nell'unica santa Madre Chiesa, una "famiglia di famiglie". Ma è proprio così nelle nostre parrocchie, è veramente un'esperienza vissuta e testimoniata anche da quelli che vivono ai margini della Chiesa? La Giornata delle Migrazioni ci pone anche questo serio interrogativo e ci fa rimboccare le maniche perché questa diversità nella comunione, anche nella comunione eucaristica, diventi una gioiosa realtà rispondente alla preghiera di Gesù: "Che siano tutti una cosa sola".

(dalla rivista “Servizio Migrantes”) 

 

 

Domani è Natale

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ale proprio la pena di essere uomini, se Dio non si è accontentato di essere se stesso, ma ha voluto anche essere uno di noi.

Con efficacia il Vescovo K. Hemmerl sottolinea: “Dio chiese all’uomo: come va? E per constatarlo concretamente discese personalmente dal cielo là dove l’uomo è. Vide disse: “Io resto qui divento come tu sei, divento uomo. Vengo con te sino alla morte, e, attraverso la morte, sino alla vita. Così sarai salvo!”

L’unica cosa necessaria per noi è fermarci un po’ con noi stessi per chiederci se realmente è vera la notizia-messaggio annunziata dagli angeli e proclamata dalla Chiesa per 2000 anni e se a questa notizia prestiamo fede.

L’invito è a fermarci un po’ prima di rispondere, a non lasciarci prendere dalle cose “urgenti” e fare un po’ di silenzio.

L’invito è anche a rileggere con calma i primi due capitoli del Vangelo di Luca, perché le nostre risposte alle domande di cui sopra, siano davvero risposte pensate, Casella di testo: Gli AMICI DELLA LIRICA 
nella Sala della Comunità don Lucio Gaspari, organizzano per
Domenica 7 gennaio alle ore 20:00
 “OPERA CON CENA”
Una cena di beneficenza il cui ricavato andrà al fondo per l’acquisto del crocifisso marmoreo di Pio Fedi, opera segno del nostro XX anniversario che celebreremo a Settembre 2007.
La cena, -preparata e servita a tavola da volontari-, sarà alternata nelle varie portate da cantanti lirici professionisti che eseguiranno dal vivo arie di opere accompagnate al pianoforte.
Per questa serata di beneficenza il contributo previsto è di 25€ a persona.
È indispensabile la prenotazione: 
potrete rivolgervi a Gloria Frosali 055453048 o Rita Giocondi 055455068 o a don Giacomo 0557965069
risposte personali, risposte coinvolgenti, non banali o ripetizioni di luoghi comuni.

Il Natale di quest’anno possa condurre tutti ad accogliere il Messia non come un personaggio accanto a tanti altri, ma come Persona divina che sazia e supera tutti i nostri desideri, speranze, e vince ogni falsa paura…

Il cammino di Maria

“S

i mise in viaggio verso la montagna”. Il brano del Vangelo inizia così, con un cammino, per di più in salita, da parte di Maria, per andare a trovare un’altra donna, più anziana, Elisabetta, anch’essa incinta di sei mesi.

E questa volta non è stato alcun angelo a suggerirle di partire per questo incontro: a differenza di Abramo e Mosè, Maria prende questa decisione per conto proprio e la mette in atto perché avverte questa necessità come conseguenza logica dell’incontro con Dio; questa è missionarietà.

Inoltre, Maria non vede l’ora di arrivare, perché raggiunge il luogo “in fretta”. È l’incontro, infatti, il centro del brano. E, per di più, è tra due donne: l’unico incontro tra due donne descritto nel Vangelo, ma talmente significativo e profondo da essere raffigurato da tanti artisti pittori.

È l’incontro tra due donne consapevoli del mistero della presenza di Dio in loro, in modo particolare e diverso ciascuna dall’altra, difficile da comunicare se non con chi sta vivendo la medesima esperienza.

Maria è il modello della missionarietà: prende l’iniziativa per prima, arriva da Elisabetta e la saluta prima ancora che la padrona di casa possa accennare qualcosa. Alla domanda di Elisabetta che cosa l’abbia condotta a lei, ecco che Maria capisce definitivamente e più chiaramente il motivo del viaggio e della fretta di ultimarlo: il bisogno reciproco di accoglienza ed essere accolti, di amare ed essere amati, di comprendere ed essere compresi e, infine, di esaltare e lodare insieme le grandi opere del Signore.

È la ragione d’essere della vita di Maria e di Elisabetta, è la ragione di vita cristiana e del suo vero dinamismo missionario.

2° Polittico su Maria

Ritagliando qualche aspetto  del suo mistero

 

4    L’obbedienza

Il terribile dovere dell’amore, il “martirio incruento” di Maria è il caso serio da cui nasce la Chiesa (Hans Urs von Balthasar in “Cordula, ovverosia il caso serio”). È la fecondità della “mater dolorosa”. Il grido di morte non è che la radicale conseguenza dell’assenso di Nazareth, che ha dato mano libera a Dio per tutte le realtà che trascendono le possibilità umane. Quell’assenso era già mortale perché includeva l’estremo: il morire del Figlio e il conseguente sacrificio della madre. Questo sì è la fonte e l’origine di ogni vera obbedienza e, di conseguenza, di ogni vera preghiera. La preghiera ha la sua misura in questo sì. Poiché il sì è rivolto a Dio, è una parola di preghiera. Un seme, se lo prendete in mano, a prima vista non vi dice tutte le possibilità che contiene; però se lo deporrete nella terra buona, e poi via via lo coltivate, quel seme spunterà ed esprimerà tutte le sue grandi potenzialità: pianta, fiori, frutti. E così il sì di Maria.

Ogni preghiera di Maria al Figlio e di questi al Padre viene compiuta nel rispettivo essere d’accordo con la volontà del Padre. Nessuna preghiera può porre condizioni; essa inizia sul serio quando, sia pur timidamente, si decide ad essere senza condizioni.

Se nell’Antico Testamento, prima di Maria, il contendere e il contrattare con Dio, la disputa e la resistenza, erano ancora marginalmente permesse (ricordate quando Abramo intercede per Sodoma? (Gn 18, 23-33). È solo un piccolo dei tanti esempi perché il Verbo non era ancora disceso fino alla croce e l’uomo per la sua sofferenza sembrava essere in un certo senso superiore nei confronti di Dio. dopo la croce ciò non è più possibile, perché l’accordo senza limiti di Maria con l’obbedienza senza limiti del Figlio al Padre è diventato il cuore della Chiesa.

In cerca della gioia

C

he cosa dobbiamo fare? È la domanda delle folle che si affidano a Giovanni Battista per ricevere il Battesimo. Erano sicuramente molti coloro che si avvicinavano a lui presso il Giordano.

Nonostante gli incredibli cambiamenti avvenuti dai tempi del Battista ad oggi, le fondamentali questioni dell’umanità non sono così profondamente diverse oggi da quelle di 2000 anni fa. Il profondo senso di inquietudine e di insoddisfazione che sta nel cuore di molte persone oggi, nella società multiculturale, tecnologica e complessa in cui viviamo, è lo stesso che si trovava nel cuore della società semplice e limitata d’Israele, al tempo di Gesù.

Spesso l’uomo vive, lavora, ama, crea legami e compie anche molte cose buone, senza trovare in quello che fa ogni giorno la gioia e la serenità a cui sente di essere chiamato.

Giovanni, uomo che viveva in modo austero e sereno, poteva dare il senso di essere colui che sa dove riposa il nostro cuore. Ecco che a lui in molti si presentano disposti ad ascoltarlo e chiedono: “Che cosa dobbiamo fare?”. Le risposte arrivano, precise e semplici: condividete, praticate la giustizia. Ma non basta: soprattutto, siate capaci di riconoscere il vero portatore di gioia, che non sono io, ma il Signore Gesù.

L’evangelista non prosegue dicendoci quanti di coloro che ricevono il Battesimo nel fiume hanno realmente messo in pratica le parole di Giovanni; di certo, qualcuno dei suoi discepoli è andato anche da Gesù, ponendo al Signore la domanda con la stessa immediatezza con cui la rivolgevano al Battista: “Sei tu colui che deve venire o dobbiamo aspettarne un altro?”.

Forse sarebbe stata una domanda più precisa se fosse stata rivolta in questo modo: “Sei tu che ci porterai la felicità?”. Nella prima e nella seconda lettura di oggi Gesù è realmente il riposo del nostro cuore. Rallegratevi nel Signore, sempre… Non angustiatevi per nulla” ci dice l’apostolo. Veramente a noi non sembra di angustiarci per nulla: le motivazioni delle nostre ansie sono talvolta futili. Ma davanti alle malattie gravi di qualche nostro familiare, davanti alla perdita del lavoro, alle insicurezze dei nostri figli, come non angustiarci?

Proviamo a sovrapporre la seconda lettura e il vangelo di oggi. Alla domanda: “Che cosa dobbiamo fare?” mettiamo prima come risposta “Rallegratevi sempre”. Poi continuiamo con le domande: “Come fare per essere sempre nella gioia?”; “Vivete nella condivisione e nella giustizia”. “Ma quando arrivano i problemi più grandi della vita normale?”; “In ogni necessità esponete a Dio le vostre richieste, con preghiere, suppliche e ringraziamenti”. “E saranno risolti tutti i nostri problemi, sparirà ogni dolore?”; “La pace di Dio che sorpassa ogni intelligenza custodirà i vostri cuori”.

Che parole allettanti! Ritorniamo alla prima domanda “Che cosa dobbiamo fare?” “Quale il cammino per arrivare a questo?”. Certo, la vita spirituale chiede anche impegno e diligenza, ma soprattutto è la nostra vita con gli altri che deve cambiare per arrivare alla gioia.

Non accumulare, non chiedere più di quello che è giusto, sia in denaro che in attenzione, in affetto, in ringraziamenti.

E quello che è giusto sia misurato con la giustizia di Dio, non con il nostro metro spesso a doppia lettura: largo quando si tratta di ricevere, e stretto, quando si tratta di dare.

A domanda chiara, risposta chiara: condivisione, giustizia, affidamento al Signore danno gioia e pace. Non ci allontaneranno problemi, ansia, impegno o difficoltà. Camminare andando incontro al Signore che viene, con questa prospettiva può darci il riposo del cuore che ognuno cerca.

2° Polittico su Maria

Ritagliando qualche aspetto del suo mistero

 

3    Dalla contemplazione alla spada.

I

l libro del Deuteronomio – vero breviario della spiritualità dell’Antico Testamento – esorta di continuo il popolo a ritornare con la mente sui fatti del passato. L’oggetto cui deve applicarsi la memoria di Israele, quindi, sono tutti i fatti che costituiscono l’Alleanza di Dio con il suo popolo. È una sorta di memoria “totalizzante”, poiché abbraccia l’intero arco della salvezza operato da Dio. Niente deve cadere nell’oblìo “Ricorda i giorni del tempo antico, medita gli anni lontani… i tempi passati… dal giorno in cui Dio creò l’uomo sulla terra.” (Dt 4,32,32,7 ecc). anche nei Salmi sono indicati con determinazione minuta gli episodi singoli da ricordare: dalla creazione ad Abramo, da Abramo al Sinai, dal Sinai all’esilio babilonese. Sono queste le “grandi cose” compiute dal Signore per la redenzione del suo popolo.

Israele, dunque, diviene il popolo della “memoria”, dell’“ascolto”. Lì sta la sua sapienza (Dt 4,6). Anche sotto questo riguardo, Maria si rivela “figlia” di Sion, figlia cioè del popolo da cui discende. L’evangelista Luca, in effetti, testimonia che ella “conservava tutte queste cose… nel suo cuore” (Lc 2,19.51B). il che vuol dire che la Vergine rimane pensosa nella contemplazione dei fatti e delle parole di Gesù. La storia del Figlio – che va dal grembo materno fino al grembo - tomba della risurrezione – è ora anche la sua storia. Perciò gli eventi che riguardano Gesù, le parole che egli pronuncia, sono l’oggetto della sua memoria persistente e penetrante. Essa riflette e assimila; “ruminava” tutto ciò che aveva visto e sentito del Figlio. Per tali sentieri, anche lei cresceva in età, grazia e sapienza; imparava anzi a divenire “figlia della Sapienza”.

Di giorno in giorno pure la Vergine dovrà confrontarsi con la Parola del Figlio, misticamente significata dalla “spada” “E anche a te una spada trafiggerà l’anima” (Lc 2,35), niente ci autorizza a credere che Maria conoscesse tutto in anticipo; anzi, a volte non capisce ciò che il Figlio dice. Questo accadde, ad esempio, quando ritrovò Gesù al Tempio, dopo averlo cercato per tre giorni con angoscia indicibile: «“Figlio – disse – perché ci hai fatto così? Ecco tuo padre e io, angosciati, ti cercavamo”. Ed egli rispose: “Perché mi cercate? Non sapete che io devo occuparmi delle cose del Padre mio?”. Ma essi non compresero le sue parole» (Lc 2,48-50). Tuttavia, pur non avendo capito, Maria (e Giuseppe) conserva nel cuore l’enigma di quelle parole. Pur nell’oscurità, Maria si affida docilmente alle parole di Gesù. da madre si converte in discepola del Figlio.

Per Israele la Parola di Dio era causa di caduta e risurrezione, anche per Maria è motivo di gioia e di dolore. Gioia nel vedere i frutti copiosi che il seme della Parola di Cristo produce in lei stessa e negli altri che la ascoltano; afflizione quando vedrà il Figlio ripudiato, crocifisso. Obbedire alla volontà del Padre, rimanere fedele alla parola del Figlio soprattutto in quel momento di tenebre: ecco il momento sommo in cui questa Parola trafisse le fibre di Maria.

Non è lecito restringere la profezia di Simeone alla sola compassione della Vergine accanto alla croce. Essa, piuttosto, abbraccia tutto l’arco della sua missione di madre del Salvatore, e particolarmente il dramma del Calvario. Non diceva forse Gesù: “Se qualcuno vuole venire dietro di me, rinunci a se stesso, prenda la sua croce ogni giorno e mi segua (Lc 9,23)?”

 

Seconda Domenica di Avvento

U

na voce che ci chiama, ci interpella; che non ci considera un “numero”; che ci parla delle cose “essenziali”; una voce che, mentre siamo nell’attesa, ci propone un programma e un indirizzo di marcia; ci indica con chiarezza la meta…; proprio questa esperienza ci invita a fare la parola di Dio nella seconda domenica di avvento. La voce è quella di Giovanni il Battista, e noi siamo invitati a lasciarci coinvolgere e a rispondere.

Se le letture della prima domenica invitavano all’attesa nella speranza vigile, quelle di questa domenica fanno risuonare la voce che nel deserto chiama e invita a “preparare” le strade.

Il testo evangelico risuona della parola del Battista: “Convertitevi perché il regno dei cieli è vicino”. La voce del Battista ci aiuta a dare concretezza all’atteggiamento della vigilanza e della speranza. I semi gettati nel campo hanno prodotto foglie verdi: vigilare e sperare vuol dire “convertirsi”. La venuta del Signore esige adeguata preparazione che consiste nella conversione.

Accolta come dono, va vissuta come compito teso ad attuare in ogni rapporto la giustizia, la mitezza e la pace, che l’incarnazione del Verbo ha fatto germogliare sulla terra.

Il Dio grande nell’amore, attraverso la voce del Battista, chiama a “raddrizzare nei nostri cuori i sentieri, a spianare le alture delle superbie…”.

Solo così è possibile camminare verso il giorno in cui il Signore manifesterà pienamente la gloria del suo nome.

La voce scabra ed esigente che chiama, spiega e rivela anche che l’attesa vigilante, vissuta come conversione, sfocia nella gioia d’incontrare qualcuno: è il Dio grande e misericordioso che chiama gli umili alla luce gloriosa del suo regno.

A lui osiamo chiedere che raddrizzi nei nostri cuori i suoi sentieri, che spiani le alture delle superbie; da lui invochiamo quella fede ardente che è necessaria per celebrare in verità la venuta del Cristo Figlio di Dio e nostro fratello.

Questa civiltà dei rumori

I

l racconto della predicazione di Giovanni Battista fatto dall’evangelista Luca sottolinea tre temi: quello della risonanza interiore della parola di Dio, quello della quotidianità della conversione, quello dell’universalità della salvezza.

“La parola di Dio scese su Giovanni Battista, figlio di Zaccaria, nel deserto”: qui deserto non è sinonimo di aridità, ma è sinonimo di silenzio, di raccoglimento nella meditazione; noi viviamo nella civiltà dei rumori, della molteplicità dei messaggi, del caos distraente; perché la parola di Dio, la verità torni a lievitare dentro di noi, bisogna che ciascuno di noi conquisti la capacità della preghiera/meditazione.

“Egli percorse tutta la regione del Giordano, predicando un Battesimo di conversione per il perdono dei peccati”: la preghiera, il riconoscimento della nostra debolezza e la fede nel dono della salvezza procuratoci da Dio, è appunto il nostro quotidiano “battesimo di conversione”; questa conversione ci garantisce il perdono delle nostre colpe e ci aiuta a perdonare le colpe degli altri, ci fa godere la carità di Dio e ci educa a vivere in carità con il prossimo.

“Ogni uomo vedrà la salvezza di Dio”: Cristo è venuto a salvare tutta l’umanità, noi, fratelli di Cristo, quando ci comportiamo da egoisti, perdiamo la nostra identità di cristiani: Dio ci fa continuamente dono della grazia della conversione e noi dobbiamo farci carico quotidianamente di annunciare e testimoniare il grande bene della fraternità.

Secondo le parole di san Paolo la cooperazione all’opera di Dio richiede carità, conoscenza, discernimento, giustizia.

Carità significa, ad esempio, rifiutare l’individualismo e l’edonismo consumistico; conoscenza significa libertà dagli idoli personali e sociali; discernimento significa libertà di giudizio e coraggio della speranza contro lo scetticismo, la sfiducia; e giustizia significa anzitutto impegno quotidiano per la pacificazione familiare e sociale.

2° Polittico su Maria Ritagliando qualche aspetto del suo mistero

2          La sua povertà

L

’Annunciazione rimane la scena emblematica di Maria, come creatura “povera e spirituale”. Illuminata dalla rivelazione dell’angelo, essa apprende che (Lc 1,68.38.99) sul quadrante della storia della salvezza è scoccata l’ora in cui Dio visita il suo popolo. Ereditando degnamente la fede dei suoi padri, la Vergine accoglie la proposta che viene da Dio il quale opera in Lei “grandi cose”. Perciò sceglie il cantico dell’esultanza, il Magnificat, degno coronamento delle tante lodi con le quali il popolo di Dio nell’Antico Testamento ringraziava e celebrava il suo Signore per i benefici ricevuti.

Non sfugga la correlazione tra Maria e Israele in questo canto. Stendendo lo sguardo sulla “povertà” della sua serva, Dio esalta i “poveri” di tutto Israele, suo servo (Lc 1,48.52.54). sulla bocca di Maria confluiscono le voci dei patriarchi, dei profeti, di tutti i santi dell’Antico Testamento. Costoro preferirono confidare in Dio, loro Salvatore, e declinarono le offerte seducenti di chi appariva forte, ma forte non era, perché lontano da Signore.

Dopo il “sì” dell’Annunciazione, la Vergine molto dovrà comprendere sul “come” Gesù divenga Messia – Salvatore. Difatti sarà colta da “meraviglia” per le cose che si dicono di lui (Lc 2,33. 1,29.); a volte non ne comprende le parole (Lc 2,50).

Intanto il suo grembo è come zolla che ha racchiuso il seme. La “povertà” d’ora in avanti sarà per Lei una crescita incessante nella dedizione alla persona e all’opera del Figlio, a servizio dell’umanità. E il tutto nel chiaroscuro della fede.

Verrà poi il meriggio della Pasqua - Pentecoste. Allora il Magnificat si arricchirà di risonanze inedite. In seno alla chiesa nascente, già segnata dalla croce e dalla forza liberatrice del Cristo glorificato, Maria prega (At 1,14), è attenta e contemplativa sul messaggio pasquale dei primi annunciatori che evangelizzano la comunità (At 2,42 e 6,4; Lc 2,18-19). Al pari dei suoi fratelli e sorelle di fede, la madre di Gesù sperimenta in maniera nuova la strategia di Dio, che depone i potenti dai troni ed esalta i poveri. La sua voce raccoglie l’esultanza dei credenti, reietti del mondo, ma ricchi del loro Signore.

 

Alzare lo sguardo al cielo

L

a prima domenica di Avvento veniva chiamata “Ad te levavi” dalle prime parole dell’antifona d’ingresso ancor oggi conservate (“A te, Signore, ho levato l’anima mia, Dio mio, in te confido”). La tradizione vuole che il papa Gregorio Magno, guidato dallo Spirito, lo abbia musicato nella suggestiva melodia detta, appunto, “gregoriana”.

Questa preghiera semplice, piena di fiducia in Dio, è posta sulle nostre labbra quasi come una chiave della spiritualità di questo tempo. È necessario alzare i nostri occhi; elevare la nostra anima, il nostro pensiero, la nostra preoccupazione; puntare lo sguardo oltre gli orizzonti abituali. In antico, questa prima tappa era detta anche Domenica “Aspiciens a longe”, “guardando da lontano”; e, in effetti, da questa prima domenica, si comincia a guardare al giorno della venuta del Signore. “Alzo gli occhi verso i monti: da dove mi verrà l’aiuto?” si interrogava il salmista (Sal 121,1). La risposta viene dalla stessa Parola di Dio: “Il mio aiuto viene dal Signore”. È necessario guardare in alto perché solo dal Signore viene la salvezza. “Alzate al cielo i vostri occhi”, grida Isaia (51,6) e il salmo 69 canta: “i miei occhi si consumano nell’attesa del mio Dio”.

Si potrebbe dire che la spiritualità dell’Avvento è proprio consumarsi gli occhi per attendere il Signore che viene.

Nell’antica tradizione della Chiesa si parlava di una triplice venuta, di un triplice Avvento. Un autore antico diceva che ci sono tre Venute del Signore: la prima nella carne, la seconda nell’anima, la terza con il giudizio. La prima ebbe luogo nel cuore della notte… Noi ora ci troviamo nella seconda Venuta: purché, tuttavia, siamo tale che egli possa venire a noi; poiché egli ha detto che “se lo amiamo, verrà a noi e stabilirà in noi la sua dimora”. In certo modo dipende da noi se il Signore viene o no, dipende dal nostro desiderio di salvezza, dalla nostra disponibilità ad accoglierlo nel nostro cuore. Invano Gesù sarebbe nato venti secoli fa, se non rinascesse nel cuore di ognuno di noi. In questo tempo, pieno di angosce e di speranza, dobbiamo fare di tutto perché quel piccolo bambino non nasca ancora una volta fuori della città.

Pertanto sono davvero salutari le ultime parole di Gesù riportate dal Vangelo di questa domenica: Vegliate e pregate in ogni momento, perché abbiate la forza di sfuggire a tutto ciò che deve accadere, e di comparire davanti al Figlio dell’uomo”

8 Dicembre L’Immacolata

Q

uesta festa mariana contiene almeno due importanti significati.

Il primo: l’umanità sembra caratterizzarsi per una ostinata volontà di peccato, e la storia degli uomini sembra un continuo rifiuto di Dio; tuttavia l’amore di Dio – ancora più ostinato del peccato degli uomini – è riuscito a costruire in seno all’umanità peccatrice un punto luminoso, completamente sottratto al peccato, che ha permesso al Figlio di Dio di approdare sulla nostra terra. È bello considerare la Vergine Immacolata come il capolavoro dell’amore gratuito di Dio e, insieme, come il frutto migliore che l’umanità ha saputo esprimere.

E il secondo: Maria, preservata dal peccato e salvata fin da primo istante del suo concepimento, è una lezione di grazia, è la dimostrazione più convincente che la salvezza è un puro dono dell’iniziativa divina. In questo senso, la Vergine Immacolata è uno specchio nel quale cogliere una legge del comportamento di Dio che ci riguarda tutti: la salvezza è grazia, è dono gratuito: qui sta la nostra speranza.

Come già annunciato sul notiziario della settimana scorsa, di domenica in domenica in questo avvento intendiamo pubblicare li secondo Polittico su Maria preparato da don Arturo.

2° Polittico su Maria

Ritagliando qualche aspetto del suo mistero

1

La sua umiltà                     

Gesù da bambino venne smarrito dai suoi genitori che poi lo ritrovarono nel tempio. Egli allora ritornò a casa e “discese” (traduzione letterale) a Nazareth (Lc 1,51).

È la traduzione letterale “discese” che deve attirare la nostra attenzione. Nella versione ufficiale non figura neanche, ma la realtà fisica è questa. Gesù sarebbe potuto rimanere a Gerusalemme (a Sion = la città sul monte), diventare popolare e facilitare così il proprio ministero messianico. Ma anche qui risplende l’umiltà di Gesù Maria e Giuseppe. l’umiltà di Maria e di tutti noi non consiste ne dire: “Non sono degna”. Si esprime piuttosto con queste semplici parole: “Avvenga di me secondo la tua parola” (Lc 1,38) perché la vera umiltà non è un sottovalutarsi e un continuo dichiararsi indegno di quello che Dio fa in noi, ma è l’abbandono semplice e sincero alla sua volontà. Gesù Maria e Giuseppe preferiscono “discendere” a Nazareth e riprendere una vita di lavoro e di silenzio. Tutta la loro vita è stata una discesa verso ciò che sembrava essere più basso. E la vita dell’umile serva era anch’essa una discesa.

 

Il suo “sì”                

Maria è così fortemente coinvolta in ciò che avviene in lei, che attraverso il suo modesto “sì” essa prende il posto di tutto il genere umano “Chi fa la volontà di Dio, costui mi è fratello, sorella e madre” (Mc 35). Questo è molto di più che un modo di dire immaginifico. Il Figlio di Dio vuole prendere forma umana da tutti e in tutti coloro che gli somigliano come fratelli e sorelle nella misura in cui, come lui stesso riconosce si consacrano a fare la volontà del Padre. “Se Cristo nascesse mille volte a Betlemme e non da te, rimarresti perduto eternamente”. (Angelus Silerius)

Ancora: il suo “sì” non solo incarna in sé tutta la fede dell’Antico Patto, ma anche ciò che nella storia di Israele è stato vissuto come una speranza e un’aspettativa gaudiosa e dolorosa, come “doglie messianiche” Israele ha dovuto gridare abbastanza, e anche a Maria non furono risparmiate le angosce che deve provare una terra, quando deve generare un cielo… In questo è la ricapitolazione di Israele fino alle soglie della nascita, che alla fine dovette essere indolore (dogma di fede), perché il trapasso dalla antica alla nuova e compiuta Alleanza non è opera del vecchio patto, ma miracolo della grazia del nuovo.

Gesù vero Re

C

on questa trentaquattresima domenica si chiude l’anno liturgico. Tra sette giorni la Chiesa ci inviterà a iniziare un nuovo ciclo di preghiera e di memorie sante. Non si tratta semplicemente di un nuovo ciclo temporale che si aggiunge ad altri calendari (quello scolastico, quello scolare o altro).

Il tempo liturgico è certamente diverso dal tempo ordinario. È un tempo, infatti, nel quale non siamo noi a decidere le scadenze, i ritmi e le mete; siamo piuttosto guidati. Durante questo tempo della Chiesa, infatti, mentre ognuno di noi vive la propria vita ed è preoccupato delle proprie cose, viene come sottratto, quasi sganciato, dalla normalità e dalle abitudini, per essere inseriti in un altro ritmo: quello del Signore.

Le scadenze del Vangelo irrompono nel “nostro tempo” e lo trasformano. Ognuno è invitato a rivivere tutta la vita di Gesù. Da Natale a Pasqua, da Pasqua a Pentecoste, noi siamo chiamati a confrontarci con Gesù che nasce, che predica e guarisce sulle strade e nelle piazze degli uomini, che soffre, che muore, che risorge e siede alla destra di Dio.

E non si tratta solo di commemorare un assente, ricordando momenti salienti della sua vita. È una questione molto più profonda: la memoria liturgica rende presente l’evento che si commemora.

In tal modo ogni domenica veniamo spinti alla imitazione di Cristo, a seguirlo passo dopo passo nell’ascolto delle Scritture. E se gli “anni liturgici” continuano a ripetersi, è perché non termina mai la nostra condizione di discepoli. Di anno in anno abbiamo bisogno di ascoltare e di seguire, di essere presi per mano dalla parola di Dio e condotti verso il Signore.

L’ultima domenica dell’anno liturgico celebra la festa di Cristo Re dell’universo, ossia la sua signoria sul mondo, sulle cose, sugli uomini, sulla storia. È una domenica che viene, per così dire, a coronare tutta la vicenda di Gesù.

Il brano evangelico della regalità di Gesù è tratto dal Vangelo di Giovanni: Gesù condannato, davanti a Pilato. A prima vista tutto sembra davvero paradossale.

Gesù è re; ma è un re umiliato, calpestato, sconfitto. Pilato, con fare piuttosto scettico, glielo chiede: “Tu sei il re dei Giudei?” L’aspetto arrendevole e modesto di Gesù, era ben lontano da quello di un sobillatore che poteva mettersi a capo di una banda armata. Eppure Gesù non nega l’affermazione fatta da Pilato. Anzi va ancora più a fondo: “Il mio regno non è di questo mondo”.

Davvero il suo regno “non è di quaggiù”. Gesù in quattro righe, lo ripete ben due volte. La sua regalità non trae origine da questo mondo, viene dall’alto. È a dire che il suo potere non trae origine e sostegno da questo mondo (fosse pure da un consenso altamente democratico), come accade per ogni potere che noi conosciamo.

Il suo potere poggia su un altro mondo; quello di Dio. Ma questo non significa che tale potere non si eserciti in questo nostro mondo; anzi. Se è così, Pilato ha capito molto bene e, logicamente, conclude: “Dunque tu sei re?” quasi a dire che l’accusa è dunque giusta.

Gesù in effetti concorda con lui e afferma che è venuto proprio per questo tra gli uomini: “per rendere testimonianza alla verità”. E aggiunge immediatamente: “Chiunque è dalla verità ascolta la mia voce”.

La verità è che Dio, pieno di misericordia, è venuto a salvarci; la verità è che Gesù è il volto concreto di questa verità; è il testimone della “passione” di Dio per gli uomini.

Pilato ora non capisce nulla né della regalità, né della verità perché non ha capito di avere davanti a sé il volto compassionevole di Dio. Gesù regna da pretorio. Il suo potere è la forza debole della misericordia, della compassione, della mitezza. Così governa i cuori degli uomini.

Lo aveva detto ai discepoli tre anni prima, sul monte delle beatitudini: “Beati i miti perché erediteranno la terra” (Mt 5,5). La vera grandezza, la vera regalità, il vero potere è nel lasciarsi conquistare dalla “verità” di Dio: il suo sconfinato amore, sino a dare la vita.

Tempo di Avvento

I

l tempo di Avvento, dal latino “adventus” che indica venuta, arrivo, con sfumature di presenza, “ha una doppia caratteristica: è tempo di preparazione alla solennità del Natale, in cui si ricorda la prima venuta del Figlio di Dio fra gli uomini, e contemporaneamente è il tempo in cui, attraverso tale ricordo, lo spirito viene guidato all’attesa della seconda venuta del Cristo alla fine dei tempi”

Questi due aspetti, il fare memoria della nascita di Gesù a Betlemme e l’attesa fiduciosa del suo ritorno glorioso, rendono per eccellenza l’Avvento il tempo di attesa del compimento della salvezza: ciò che ha avuto inizio con l’incarnazione nel tempo del Verbo divino vedrà il suo compiersi definitivo con il ritorno del Cristo nello splendore della sua gloria.

Nella liturgia, che ci fa vivere i momenti della storia della salvezza non come tempi cronologici rigorosamente successivi, ma come tappe di un unico e unitario disegno salvifico, possiamo celebrare il “già e non ancora” della nostra salvezza.

Il tempo di Avvento è:

-          attesa del compimento della nostra salvezza: siamo protesi verso il futuro perché sorretti dalla certezza che il Signore è già venuto, continua e continuerà a venire finché il mondo e l’uomo non saranno fatti nuovi dalla verità di Dio, attraverso la salvezza di Cristo, nell’azione dello Spirito Santo;

-          tempo mariano per eccellenza: Maria, affidandosi alla Parola, si pone in attesa del compimento in Lei di questa Parola; diviene prototipo e figura esemplare dell’attesa di Israele e della Chiesa. Metteremo in evidenza questi aspetti  anche attraverso il 2° Polittico su Maria che pubblicheremo di domenica in domenica su questo Notiziario. Al 3° Polittico faremo spazio in Quaresima.

Abbiamo l’occasione in questo periodo di riscoprire la nostra vocazione battesimale che ci ha costituito come figli di Dio nel Figlio di Dio.

Nell’attesa vigilante della sua duplice venuta, occorre rinvigorire la nostra fede per rafforzare in pienezza la grazia e gli impegni assunti col Battesimo e rinnovati con la Confermazione, nutriti continuamente dal Pane di Vita Eterna che sostiene il nostro cammino quotidiano.

 

di Gianfranco Ravasi

La PAROLA le parole     Figlio dell’uomo

C

hiamato dagli studiosi “discorso escatologico”, cioè “delle realtà ultime” del mondo e della storia, le parole di Gesù del c. 13 di Marco - di cui oggi la liturgia ci propone un brano - vogliono presentare non tanto la fine del mondo «quanto poi a quel giorno o a quell’ora, nessuno li conosce tranne il Padre» quanto piuttosto il fine, cioè il senso, l’approdo ultimo di tutta la realtà e della storia umana. Al centro del testo che oggi leggiamo incombe la figura del “Figlio dell'uomo”, presentato secondo una citazione del libro di Daniele, opera apocalittica del Il sec. a.c.

Gesù è spesso chiamato nei vangeli con questo titolo, che era stato caro nel VI sec. a.c. al profeta Ezechiele che lo usava per indicare sé stesso: “figlio dell'uomo” significa, di per sé, semplicemente “uomo”. Tuttavia nel citato libro di Daniele una figura misteriosa descritta come «simile a un figlio d’uomo» viene presentata davanti a Dio «che gli diede potere, gloria e regno; tutti i popoli, nazioni e lingue lo servivano; il suo potere è un potere eterno che non tramonta mai e il suo regno è tale che non sarà mai distrutto" (7,73-74). Probabilmente Daniele intendeva concentrare in questo personaggio “i santi dell’Altissimo”, cioè gli ebrei fedeli e perseguitati dal potere siro-greco del suo tempo, facendoli diventare il popolo messianico, investito di autorità da parte di Dio.

Tuttavia la tradizione giudaica successiva aveva attribuito a tale termine un significato personale messianico: la figura del Messia risultava dotata di qualità altissime, superiori a quelle che comportava il titolo “Figlio di Davide”, divenendo quasi partecipe della sfera di Dio. E per questo che Gesù l’assume per sé, sollevando scandalo nei suoi uditori, soprattutto in occasione del suo processo (Matteo 26,64).

Una vigilanza operosa

È

 la domenica adatta per far fare un po’ di chiarezza tra i cristiani che, ammaliati dai millenarismi delle sette, dai calendari delle stesse su scadenza mai attuata circa la fine del mondo, talora anche da supposte apparizioni e visioni, vivono ossessionati dalla più o meno imminente fine del mondo. Certo la fine ci sarà: è verità rivelata da Dio nel Vecchio e nel Nuovo Testamento. Non esistono determinazioni ulteriori. Ci basta o ci dovrebbe bastare il «credo» con la sua sobria affermazione«Credo la vita eterna. Amen». La morte però non è la sorte definitiva bensì un passaggio alla condizione nuova. L’abbiamo appena ricordato riflettendo sulla parola di Dio per la festa di tutti i santi e per la commemorazione dei defunti.

Il catechismo della chiesa cattolica insegna come pensare e parlare della “speranza dei cieli nuovi e della terra nuova” (cfr. nn. 1042-1050). Basti questa espressione: “Alla fine dei tempi, il regno di Dio giungerà alla sua pienezza”.

E cita il Vaticano II: “Allora… la chiesa avrà il suo compimento… nella gloria del cielo, quando verrà il tempo della restaurazione di tutte le cose e quando col genere umano anche tutto il mondo, il quale è intimamente unito all’uomo e per mezzo di lui arriva al suo fine, sarà perfettamente ricapitolato in Cristo” (Lumen gentium n. 48).

E ancora una precisa affermazione del Vaticano II: “Ignoriamo il tempo in cui avranno fine la terra e l’umanità e non sappiamo il modo in cui sarà trasformato l’universo” (Gaudium et spes n. 39).

È quanto dice Gesù nel Vangelo di oggi del quale qui, più che trattenerci su una esegesi “letterale”, cogliamo alcuni messaggi consequenziali.

L’atteggiamento di fronte alle verità “finali” è richiamato con le parole di Gesù incluse tra gli “alleluia” pre-evangelici:

” Vegliate e state pronti, perché non sapete

in quale giorno

il Signore verrà” (Mt 24,42-44).

La vita personale e comunitaria, ecclesiale e civile, va “sorvegliata”: sarà sottoposta a giudizio divino.

E il parametro di questo giudizio ci è stato rivelato: “amore per Dio e per il prossimo” con tutte le sue applicazioni e implicazioni.

Prima di scrutare “i segni” della fine del mondo, chiediamoci per quali finalità noi operiamo qui e ora. Invece di scrutare il cielo per vedere se il sole, la luna, le stelle si vanno spegnendo, se la terra è ormai logora di sopportare l’umanità, interroghiamoci se non si sta spegnendo in noi, nella banalizzazione quotidiana, la voglia di spendere generosamente le nostre giornate.

Invece di buttare denaro in maghi e indovini, destiniamolo alla carità operosa e facciamo in modo di poter dire al termine del giorno in coscienza davanti a Dio: “è stata una buona giornata.”

proposito per il dopo-Verona    Imparare a esserci

 “D

a questa assemblea sale un’umile preghiera, che implica però anche un sincero proposito, affinché il primato di Dio sia il più possibile visibile e palpabile nell’esistenza concreta e quotidiana delle nostre persone e delle nostre comunità” (dal Messaggio finale del Convegno ecclesiale nazionale di Verona). Da queste parole scaturisce l’invito a portare a casa da Verona un proposito. Uno, uno solo. Ma definito con precisione. Questo proposito non è l’affannosa fortificazione delle mura difensive, quanto piuttosto l’impegno per “allargare gli spazi della nostra razionalità”, un’opera cui le chiese in Italia “devono dedicarsi con fiducia e creatività”, Non si tratta oggi di difendersi né di contrattaccare, ma di “essere uomini toccati da Dio”, come dice il cardinale Ruini citando papa Ratzinger e poi Giovanni Paolo II; si tratta di essere cristiani che avvertono il fascino e la concretezza di quella “misura alta della vita cristiana che è la santità”, Qui sta il vero “fondamentale del nostro essere cristiani”. La misura della testimonianza non è il piccolo cabotaggio dell’arrabattarsi mettendo d’accordo coscienza e cultura del tempo, ma il vigore del “Crocifisso Risorto speranza del mondo”, capace di trasformare l’uomo dal profondo. Capace di renderlo santo, persino: testimone ovunque dell’amore di Dio, uomo all’altezza di sfide che diversamente avrebbe ritenuto fuori portata. “Io, ma non più io”, secondo l’espressione di Benedetto XVI nel suo discorso al Convegno, forse la più bella ascoltata nei giorni di Verona.

Il proposito da portare a casa da Verona è quello di vivere gli affetti e la famiglia come segno dell’amore di Dio; il lavoro e la festa come momenti di fatica, di gioia e di un’esistenza compiuta; la presenza e la solidarietà che si china sul povero e sull’ammalato come espressione di fraternità; il rapporto tra le generazioni come dialogo volto a liberare le energie profonde che ciascuno custodisce dentro di sé, orientandole alla verità e al bene; l'essere cittadini credenti come esercizio di responsabilità, a servizio della giustizia e dell’amore, per un cammino di vera pace. Si tratta di rinnovare il proposito di non tirarci indietro davanti alle grandi sfide dell’oggi: promozione della vita, della dignità di ogni persona e del valore della famiglia; attenzione ai volti e alle storie di povertà e al senso di smarrimento e fragilità che avvertiamo attorno e dentro di noi; dialogo tra le religioni e le culture; ricerca umile e coraggiosa della santità come misura alta della vita cristiana ordinaria; comunione e corresponsabilità nella comunità cristiana; necessità per le nostre chiese di dirigersi decisamente verso modelli essenziali ed evangelicamente trasparenti…”

dall'Editoriale di “Italia Caritas” (nov.2006)

 

L’ipocrisia sociale

S

iamo tenuti ad essere coerenti con il Vangelo in ogni aspetto della vita. Il contrario della coerenza e della fedeltà è l’“ipocrisia”.

“Ipocrita” (termine greco) ha il suo equivalente in “teatrante” (uno che recita una parte che non è la sua vita vera); ne ha ancora un altro, anche peggiore: “ciarlatano” (da “ciarla” = notizia non vera) è “colui che sfrutta la buona fede e la credulità altrui a proprio vantaggio”. Gesù ha sempre condannato quel tipo di persona e il costume sociale che ne deriva. Ha condannato, e insieme ha suggerito uno stile opposto.

L’ipocrisia in evidenza nel Vangelo odierno si potrebbe chiamare “ipocrisia sociale” o in altri termini “la religione strumentalizzata”. Gesù è molto esplicito al riguardo: interviene contro gli sfruttatori del prossimo che pure sottolineano la loro religiosità formale (“avere i primi seggi nelle sinagoghe”; “ostentare lunghe preghiere”). Dice senza mezzi termini: “riceveranno una condanna più grave”. Individua una delle loro colpe (oltre che nella falsa religiosità) nella pratica abituale della ingiustizia sociale. Cita un caso specifico: “Divorano le case delle vedove”. Oggi, diremmo, praticano l’usura fino a spingere alla disperazione e al suicidio, tragico epilogo a cui non pochi sono approdati.

La pagina del Vangelo consente di riprendere il discorso sull’usura, pratica sociale assai diffusa e nei confronti della quale il magistero della chiesa, il Catechismo della Chiesa cattolica (nel commento al settimo comandamento “non rubare”, cfr 2407 ss.), e molti vescovi italiani, hanno espresso ferma condanna.

Gesù, e alla sua scuola, il magistero della chiesa e l’esempio dei santi della carità (ne abbiamo uno proprio oggi: è san Martino di Tours, patrono di Sesto, con il celeberrimo episodio della spartizione del mantello con un povero), mostrano come, positivamente, si possa vivere la civiltà della solidarietà e della carità.

In che modo?

1.       Non attingere soltanto al superfluo. È l’attitudine generale, specie dei ricchi. Disse Giovanni Paolo II: “I cristiani verso i poveri non attingono soltanto alla loro abbondanza, ma alla loro sostanza”. Ricordiamo una parola di Gesù detta in generale circa l’amore del prossimo: “Non basta agire come agiscono ‘i pagani’ (Paolo direbbe come l’uomo naturale o razionale); occorre agire secondo l’ispirazione del Padre. Amare tutti: anche i nemici. Anche coloro che sembrano minacciare la… nostra tranquillità. Pensiamo  agli immigrati, ai “terzo e quartomondiali”, ai profughi. Lo richiama l’episodio della vedova con Elia (prima lettura).

2.       “Impariamo a donare sull’esempio di colui che ha donato se stesso”. È il dono invocato nella colletta. Vi si fonda tutta la dottrina sociale della chiesa: Sollecitudo rei socialis e Centesimus annus. Non si tratta di solo “buon cuore”, ma di impegno permanente, “politico”, come oggi si dice. La solidarietà deve uscire dai rapporti interpersonali e diventare il criterio orientativo della vita dei singoli, delle famiglie e dei popoli.

Giornata Nazionale del Ringraziamento

I

l messaggio che i nostri vescovi hanno inviato per l’occasione dedica le sue riflessioni al mondo dell’agricoltura: “la terra: dono per l’umanità” così è il titolo. Se da una parte i cristiani sono invitati a vedere nei prodotti della terra “il dono inesauribile della provvidenza divina”, non possono, dall’altra, non accorgersi dei gemiti e delle sofferenze (Rm 8, 21-22) inflitte alla creazione da un insensato sfruttamento delle sue risorse.

“In natura, come in economia, i conti devono tornare in pari: ci si può indebitare solo a patto di restituire. Nell’utilizzare le risorse della terra questa regola elementare è stata trascurata: preleviamo più acqua, più minerali, più alberi, più pesce di quanto gli ecosistemi possano produrre. Cioè, ci stiamo mangiando il capitale, divoriamo l’ambiente con una velocità tale da spazzare via per sempre molta della bellezza che ci circonda”. Così scrive un giornalista su un quotidiano.

La Chiesa da tempo ha messo nella sua agenda la voce “salvaguardia del creato” chiedendo ai governi e agli organismi internazionali “appropriate scelte politiche e economiche di respiro planetario”.

Lo sviluppo dissennato non è infatti frutto del caso o della necessità, ma dipende da meccanismi economici pensati e decisi.

Il catechismo della chiesa cattolica è perentorio quando ricorda che l’uomo non può esercitare sul creato “un dominio arbitrario e distruttivo” e quando richiama agli uomini e alle donne “la loro responsabilità nei confronti del mondo che Dio ha loro affidato (n. 373). Più avanti torna a ricordare che Dio “ha affidato la terra e le sue risorse alla gestione comune dell’umanità, affinché se ne prendesse cura, la dominasse con il suo lavoro e ne godesse i frutti” (n. 2402).

Come si vede, un’unica preoccupazione dalle molte voci e dai molti richiami: che gli uomini non rovinino irreparabilmente la terra, che è “dono di Dio per la famiglia umana”.

Amare Dio nell’uomo

P

uò sembrare strano, ma si deve ammettere che l’aspetto più caratteristico della fede cristiana spesso non è colto e tanto meno messo a fuoco.

Tutti, in qualche modo, sanno che il precetto dell’amore caratterizza il cristianesimo. Pochi sanno che questo amore viene da Dio, è partecipazione dell’amore stesso di Dio, deve essere rivolto prima di tutto a Dio, ma la prova del nove dell’autenticità dell’amore verso Dio consiste nell’amare Dio nell’uomo.

È talmente importante questo dato della fede, tanto da costituire l’oggetto unico del giudizio finale per entrare definitivamente nel Regno (cfr. Mt cap 25).

Gesù non è originale nel citare dal Deuteronomio il comandamento dell’amore di Dio e dell’amore del prossimo. Ogni buon ebreo conosceva bene questi due precetti. L’originalità di Gesù sta nel fatto di aver unificato i due in un solo precetto e di affermare “che non c’è altro comandamento più importante di questo”. L’uomo – come ha ripetutamente ricordato il magistero di Giovanni Paolo II – è la prima via della chiesa, via segnata da Cristo stesso.

Purtroppo la storia della spiritualità cristiana, avendo troppo unilateralmente insistito sull’amore per Dio separato dall’uomo, ha contribuito talora a porre meno attenzione all’uomo.Dicendo questo non si vuole fare dell’uomo un idolo, ma fare dell’uomo il sacramento della presenza di Dio. È Dio che va amato nell’uomo e inseparabilmente dall’uomo. Dio va sempre amato con tutto il cuore cioè con tutte le proprietà essenziali dell’esistenza umana: forze emozionali e intellettive. Dio va amato ancora con tutta l’anima, cioè con l’intera esistenza, con tutto il desiderio vitale, con tutte le possibilità della vita fino al martirio, se necessario. Dio va amato con tutta la forza, ossia con tutta la capacità dell’esistenza umana, anche nel senso di tutti i mezzi a disposizione dell’uomo, quindi anche con ciò che l’uomo possiede.

Dio, infine, va amato con tutta la mente, a sottolineare la ragionevolezza dell’amore di Dio, l’uso positivo della forza razionale del cuore anche in modo critico.

Non sei lontano dal regno di Dio. Gesù con una meravigliosa pedagogia ottiene l’assenso dello scriba che l’ha interpellato sul nucleo fondamentale del vivere evangelico: vivere l’amore per Dio e per l’uomo vale più di ogni altro culto. Quest’uomo non è lontano dal regno di Dio. Non è arrivato, ma è vicino.

Occorre orientarsi e compiere il passo  decisivo per entrare nel vero culto a Dio, una vita vissuta nell’amore.

Sul Convegno di Verona

«L

a nostra speranza è una persona: il Signore Gesù, crocifisso e risorto. In lui la vita è trasfigurata: per ciascuno di noi, per la storia umana e per la creazione tutta. Su di lui si fonda l'attesa di quel mondo nuovo ed eterno, nel quale saranno vinti il dolore, la violenza e la morte, e il creato risplenderà nella sua straordinaria bellezza. Noi desideriamo vivere già oggi secondo questa promessa e mostrare il disegno di un'umanità rinnovata, in cui tutto appaia trasformato. In questa luce, vogliamo vivere gli affetti e la famiglia come segno dell'amore di Dio; il lavoro e la festa come momenti di un'esistenza compiuta; la solidarietà che si china sul povero e sull'ammalato come espressione di fraternità; il rapporto tra le generazioni come dialogo volto a liberare le energie profonde che ciascuno custodisce dentro di sé, orientandole alla verità e al bene; la cittadinanza come esercizio di responsabilità, a servizio della giustizia e dell'amore, per un cammino di vera pace».

Questo è uno dei passaggi del messaggio che i partecipanti al IV convegno ecclesiale della chiesa italiana (Verona, 16-20 ottobre) hanno consegnato alle chiese particolari alla conclusione dei lavori.

Sembra che il filo conduttore di Verona e le indicazioni per il dopo siano chiare. «Che la Chiesa in Italia – ha detto il Papa - possa ripartire da questo Convegno sospinta dalla parola del Signore risorto che ripete a tutti e a ciascuno: siate nel mondo di oggi testimoni della mia passione e della mia risurrezione. In un mondo che cambia, il Vangelo non muta». Ovvero, per dirla con Tettamanzi, non muta la «carta costituzionale» dei cristiani.

Ai laici, che sono stati protagonisti (evocati e di persona) del Convegno, Ruini ha detto che spetta a loro «una forma di testimonianza missionaria» che «appare decisiva per il futuro del cristianesimo e in particolare per mantenere viva la caratteristica popolare del cattolicesimo italiano, senza ridurla a un cristianesimo minimo». Gli spazi d'intervento sono aperti e ampi, anche in campo sociale e politico, per «potenziare la riserva di energie morali di cui l'Italia ha bisogno».

Unica Santità in molte forme

A

 celebrazioni concluse dei santi e dei morti, può essere utile richiamare o ribadire le nozioni fondamentali sulla chiamata di tutti all’unica santità nei vari stati della vita e nell’esercizio dei vari compiti, perché il rischio di avere una concezione più o meno esatta della santità è sempre presente.

Universale chiamata alla santità

Dio chiama tutti alla santità perché ci vuole tutti partecipi della sua vita divina. Ogni uomo è chiamato ad essere realmente figlio di Dio (I Gv. 3,1). Questa è la volontà di Dio. La santità, perciò, non è conquista dell’uomo, ma dono di Dio. Vivere questo dono è opera dell’uomo sorretto dall’aiuto divino. Purtroppo non tutti e non sempre viviamo ed esprimiamo questo dono ricevuto nel Battesimo con impegno e fedeltà generosi. Abbiamo, di conseguenza, i santi mancati.

Molteplici modalità dell’unica santità

La santità, in quanto partecipazione alla vita divina, è unica. Ma come ogni uomo ha una sua originalità irripetibile, così ogni uomo santificato dalla grazia ha un suo volto e una sua ricchezza di doni. Ognuno deve vivere la grazia battesimale secondo i doni ricevuti nella propria condizione di vita: i chiamati al ministero sacerdotale, gli sposi e i genitori, i laici chiamati a donarsi più completamente alle opere apostoliche; i religiosi con la pratica comunitaria dei consigli evangelici. Il firmamento della santità brilla di miriadi di stelle una diversa dall’altra nelle quali si manifesta l’unica santità di Dio.

Via e mezzi della santità

La via essenziale e maestra della santità è l’amore con cui amiamo Dio e i fratelli.

Poiché Cristo Gesù ha manifestato la sua carità, offrendo per noi la vita, il segno dell’autentica santità vissuta è l’amore che si dona fino al martirio se necessario, perché “nessuno ha un amore più grande di colui che da’ la vita per Cristo e per i fratelli” (I Gv. 3,18). Il martire, perciò, che ha versato il sangue per Cristo, è sempre stato considerato il santo per eccellenza. La santità quindi, ha un’essenziale connotazione pasquale.

La santità inoltre è manifestata nella pratica dei consigli evangelici della verginità, della povertà e dell’obbedienza. Il messaggio delle “Beatitudini” risuona come un grande invito a seguire Cristo vergine, povero e obbediente.

La pratica dei consigli evangelici non è un prerogativa esclusiva dei religiosi –anche se questi li vivono in comunità come segno per tutta la chiesa–  ma deve  ispirare la vita di ogni cristiano, anche se semplice fedele laico. Il concilio ha ricordato che senza lo spirito delle beatitudini non si rinnova il mondo e con questo spirito i fedeli laici devono essere l’anima del mondo: “Ogni laico deve essere davanti al mondo il testimone della risurrezione e della vita del Signore Gesù e il segno del Dio vivo. Tutti insieme e ognuno per la sua parte, devono alimentare il mondo con i frutti spirituali” (Gal. 5,22) e in esso diffondere lo spirito, da cui sono animati i poveri, i miti e i pacifici, che il Signore nel Vangelo proclama beati (Mt 5.3-9). In una parola: “ciò che l’anima è nel corpo, questo siano nel mondo i cristiani” (LG38).

 

Porte aperte al Signore

S

embra quasi impossibile, ma tutto ciò in cui noi poniamo quotidianamente la nostra fiducia è destinato a cadere. La nostra società tecnologica può essere messa in ginocchio da un black-out elettrico o sconvolta nelle sue sicurezze da un manipolo di terroristi. Un “virus” può mandare in “tilt” i sistemi informatici di elaborazione dei dati così come un’infezione può bloccare gli scambi internazionali.

Ma anche noi siamo destinati a passare la scena di questo mondo. Abbiamo rimosso l’idea del limite alla nostra esistenza al punto che basta pagare e si può avere tutto.

Ma non tutto è governabile, controllabile o acquisibile. Ci sono cose e situazioni che sono regalate, date gratuitamente. Una di queste è la vita e la possibilità di vivere per sempre. E con la vita anche la morte fa parte dei doni che riceviamo.

Sembra paradossale, ma la morte ci apre a una dimensione nuova. Con la morte usciremo da questo mondo per essere, speriamo, al cospetto di Dio per sempre: «dopo che questa mia pelle sarà distrutta… vedrò Dio» (Gb 19,26). Quel Dio che già oggi contempliamo nel volto dei poveri e dei sofferenti, che adoriamo nel pane eucaristico, che vediamo nell’amore di tanti sposi e genitori, che sperimentiamo nella carità dei fratelli, sarà davanti e «i miei occhi lo contempleranno» (Gb 1,27).

“Laudato si’, o mi’ Signore, per sora nostra morte corporale de la quale nullo omo vivente pò skappare.” scriveva san Francesco nel suo Cantico delle Creature.

Il limite della morte è uno dei confini che l’uomo tecnologico non vuole accettare. Sembra impossibile che una società impostata sulla crescita delle risorse e delle conoscenze possa trovare un ostacolo alla propria onnipotenza. E se l’angelo Gabriele diceva a Maria che «nulla è impossibile a Dio» (Lc 1,37), l’uomo vorrebbe sostituirsi al Creatore con la propria tecnologia.

Ricordare chi è già passato all’altra sponda è perciò nutrire la «speranza che non delude» (Rom 5,5). È ricordare che non siamo rimasti soli quaggiù, ma che c’è una moltitudine di amici che seguono dalla “stanza accanto”. Ed è anche fare il punto del cammino dell’umanità. È fare memoria che quello che siamo oggi nel benessere, nella felicità e nella gioia, nella cultura e civiltà, ma anche nelle difficoltà e nelle sofferenze che tuttora ci affliggono, è frutto di chi ha lottato in questa vita prima di noi.

Siamo invitati a non riporre la nostra sicurezza nei “giocattoli” del momento – leggi la sicurezza della tecnologia o del denaro – ma a guardare oltre la porta.

«Ecco io sto alla porta e busso» (Ap 3,20) dice il Signore. Aprire la porta è accettare tutti i doni che abbondantemente e gratuitamente ci fa. Tra i doni di cui siamo riconoscenti oggi ricordiamo quello di avere vissuto assieme a molti amici e fratelli che adesso sono al suo cospetto.

Convegno della Caritas Diocesana

Q

ualche spunto colto nella relazione e negli interventi ascoltati al Convegno della Caritas Diocesana  al Teatro Aurora di Scandicci , sabato 21 ottobre .

·    Sgorga spontaneo il nostro “grazie” a Dio che ci fa fratelli nel suo spirito; dalla consapevolezza di questa fraternità scaturisce l’esigenza dell’amore e della carità che si traducono in segni concreti di solidarietà e condivisione.

·    La fraternità nello spirito è insieme dono e compito. E’ un dono meraviglioso che richiede una risposta generosa, una risposta che diventa una spinta irrefrenabile di un amore concreto e generoso verso soprattutto gli ultimi di questo tempo e di questa nostra società.

·    “Il Figlio dell’uomo è venuto per servire. Servo fedele, che ha dato la sua vita per tutti gli uomini. Attraverso la carità e solidarietà diventiamo collaboratori dell’opera di Dio che precede sempre l’iniziativa umana.

·    Dio agisce nel cuore dell’uomo aldilà di ogni visibilità, Dio agisce liberamente, con criteri solo a Lui noti. Tutto è dono suo e non conquista dell’uomo o frutto dei suoi meriti.

·    Siamo però “servi inutili” non nel senso che la nostra risposta è facoltativa ma che la sua efficacia è sempre frutto della grazia. 

·    La carità del cristiano diventa sempre più pura, più trasparente, più gratuita e insieme concreta. Il modello a cui ispirarsi è racchiuso nella figura del buon samaritano esempio di concretezza e di vera “religiosità”, contro lo spiritualismo disincarnato di tanti cristiani.

Anna R.

Un Nuovo Crocifisso per la nostra Chiesa

N

el corso della seduta del Consiglio parrocchiale di ottobre, è entrato nel rettilineo finale (per usare una metafora sportiva), il progetto di collocare un nuovo crocifisso nell’aula liturgica del nostro complesso parrocchiale.

L’idea di arricchire, da un punto di vista architettonico, l’aula liturgica ha cominciato a circolare da diverso tempo e si è sviluppata attraverso la consulenza ricevuta da esperti di arte (e soprattutto di arte sacra) e con il coinvolgimento attivo dei vertici della nostra diocesi. A un certo punto di questo cammino, nella primavera scorsa, proprio dalla Curia fiorentina è arrivata la segnalazione della disponibilità di un’opera in marmo dello scultore Pio Fedi, messa in vendita dagli eredi.

Da quel momento si è cominciato a discutere se quel crocifisso marmoreo, dalle notevoli dimensioni, fosse una soluzione ottimale per la realizzazione del nostro progetto. Se ne è discusso nelle sedute dei Consigli parrocchiali, nonché in un’assemblea appositamente convocata e nella quale sono state mostrate foto dell’opera e presentate simulazioni di una sua collocazione al centro del presbiterio, dietro l’altare. Se ne è parlato anche alla presenza del Vescovo ausiliare mons. Maniago, prima della pausa estiva, per continuare ancora con l’inizio del nuovo anno pastorale.

In queste occasioni sono state manifestate opinioni decisamente favorevoli, accanto a posizioni caratterizzate da qualche perplessità di varia natura e non sono mancate prese di posizione marcatamente critiche.  Si è comunque trattato di un dibattito sempre elevato, sentito e appassionato, che ha arricchito i partecipanti e fatto crescere sempre uno spirito comunitario di autentica condivisione.

Il Consiglio parrocchiale ha sicuramente svolto, in questo animato frangente, il suo compito di organo consultivo a disposizione del parroco per assumere ponderatamente decisioni che a lui competono per statuto. Non si è giunti quindi ad una decisione al termine di una conta numerica tra favorevoli e contrari, perché non era questa la procedura da seguire. La decisione di procedere all’acquisto della scultura di Pio Fedi è stata quindi, come da statuto, assunta dal parroco sulla base di tutte le opinioni espresse.

Le motivazioni favorevoli sono da individuare nella disponibilità di un’opera di sicuro valore artistico, per l’acquisto della quale è assicurato un contributo economico non indifferente, offerto da un importante istituto bancario fiorentino. A quanto detto sopra, si aggiunge la vicinanza di un traguardo (la solita metafora sportiva!), quale è quello dei venti anni dalla inaugurazione della chiesa, parso a molti una ricorrenza da sottolineare con un gesto significativo.

Collocare una croce nella nostra chiesa non deve però essere solo un atto esteriore. Siamo consapevoli che il gesto avrà un vero significato se sarà accompagnato da una profonda riflessione su quello che la croce significa per noi: una riscoperta per dare nuovo slancio alla nostra vita di cristiani della parrocchia di Santa Croce a Quinto.

In conclusione, il Consiglio parrocchiale si impegna a svolgere opera di informazione, di sensibilizzazione e di coinvolgimento su tutto il cammino che ci porterà a realizzare il progetto, perché il compimento di esso sia qualcosa che appartenga veramente a tutta la comunità e ne segni il percorso futuro.   

Enrico B.

Gruppo Missionario

Si riapre l’anno per il Gruppo Missionario con tante iniziative e tanta voglia di MISSIONARIETÀ!! E qual è il modo migliore per ripartire se non celebrando la Veglia Missionaria, qui, nella nostra parrocchia? È stato entusiasmante conoscere l'esperienza dei missionari,  qualcuno rientrava ed altri partivano. Ma la cosa più bella è stato guardare i loro occhi mentre raccontavano: erano occhi di vita, di carità, di amore; ed erano così inebrianti che non riuscivi a staccare i tuoi dai loro.

E poi domenica di nuovo festa per Loro, per quelle persone che hanno scelto di dedicare la propria vita agli altri. Ma si sa, non importa andare tanto lontano per essere, ma soprattutto, per "sentirsi dentro" un po' missionari… allora, non ci resta che dire: GRAZIE SIGNORE per aver ampliato l’ORGANICO del gruppo e per averci fatto sentire la "necessità" di APPARTENERGLI.

Gruppo Missionario

 

Adoratori e missionari per una Chiesa viva

A

lla vigilia del Convegno Ecclesiale di Verona – 16/20 ottobre – e in prossimità della Giornata Mondiale Missionaria, ci piace fare nostra la riflessione che il Vescovo di Treviso propone ai suoi fedeli.

“Per essere una Chiesa che sa trasmette la propria fede è necessario che diventiamo una Chiesa di adoratori e missionari”…

“Non dobbiamo cullarci nelle illusioni !

-spiega – La crisi di fede e, di conseguenza, la crisi morale c’è ed è grave. Si tratta di un male che è penetrato in profondità, inquina a volte le nostre iniziative formative e pastorali che non formano più credenti maturi e comunità autenticamente evangeliche… In questa società ci stiamo abituando a vivere con il criterio del compromesso tra il Vangelo e l’idolatria del consumismo, del benessere, del piacere fine a se stesso… Ma bisogna coltivare la fiducia e la speranza… Gesù ama a tal punto la Chiesa da non rassegnarsi mai alla sua rovina. Accetta di stare, come un mendicante, fuori dalla porta, di bussare a far sentire, dall’esterno, la sua voce senza stancarsi… La Chiesa è chiamata dal Signore risorto a risvegliarsi dal torpore. Convertirsi significa cambiare radicalmente orientamento di cammino”.

Il Vescovo propone pure un’altra preziosa suggestione: “Gesù invia gli apostoli in missione mentre essi sono in ginocchio e in adorazione attorno a Lui. Perché la loro missione fosse efficace, dovevano essere contemporaneamente adoratori e missionari. La Chiesa resta sempre fedele al suo Signore se rimane una comunità di adoratori e missionari. Quando ha bisogno di convertirsi e di ritrovare la sua identità sbiadita nei compromessi deve tornare a questa legge di vita fondamentale”.

Convegno Ecclesiale di Verona

L

a settimana scorsa abbiamo riportato il profilo della volontaria laica proposta dalla regione ecclesiale dell’Emilia-Romagna al Convegno di Verona, come testimone di dedizione totale ai bambini poliomielitici, sordi, ciechi, epilettici e poi ai malati di tubercolosi: Annalena Tonelli, uccisa la sera del 5 ottobre 2003 al termine del suo giro quotidiano fra i malati dell’ospedale.

Oggi, nella immediata vigilia dell’appuntamento di Verona non possiamo tacere del personaggio esemplare proposto dalla nostra regione, Giorgio La Pira, definito:

un contemplativo nel mondo,

un laico nella società politica,

un profeta nella storia.

«Dicono che sono un santo per dire che sono grullo, ma io non sono grullo. Dicono che sono un poeta, ma non sanno che sono ragioniere, che so tenere la partita doppia. E comunque non sanno che i poeti possiedono l’intuizione». Anche questo era Giorgio La Pira: schietto e semplice; capace di bollare l’ateismo come «arteriosclerosi morale e intellettuale»; coraggioso a tal punto da rivendicare al Cremlino: «Voi avete la bomba atomica, io ho la bomba della preghiera». Un La Pira grande comunicatore, «comunicatore profetico», figura ideale per incarnare il testimone toscano del 5° ambito, quello della cittadinanza, al Convegno ecclesiale nazionale.

La Pira, nato a Pozzallo (Ragusa) nel 1904, era arrivato a Firenze nel 1924 come studente di Diritto Romano, di cui successivamente sarebbe diventato professore. In quel primo periodo fiorentino nacque l’esperienza della Messa di San Procolo rivolta ai poveri della città. Nel 1946 fu eletto all’Assemblea Costituente dove diede un contributo decisivo alla stesura della nostra Costituzione. Rieletto deputato, entrò nel governo come Ministro del lavoro con Fanfani. Nel 1951 divenne sindaco di Firenze, carica che ricoprì, salvo brevi interruzioni, fino al 1965. Difese con energia i più deboli della città, i senza casa, i diritti dei lavoratori. Promosse «Convegni per la pace e la civiltà cristiana» e i «Colloqui mediterranei» per la riconciliazione tra le religioni della «famiglia di Abramo».

Nel 1959, primo uomo politico occidentale a superare la «cortina di ferro», si recò in Russia creando un ponte di preghiera, unità e pace tra oriente ed occidente. Fu un grande difensore della vita, strenuo sostenitore del no all’aborto. E fu legato alle suore di clausura, informandole e coinvolgendole nelle sue molteplici iniziative attraverso la preghiera. Visse gli ultimi anni della sua vita fra i giovani, continuando a lavorare per la pace e l’unità dei popoli a tutti i livelli. Morì a Firenze il 5 novembre 1977.

Il 9 gennaio 1986, nella Basilica domenicana di San Marco, nel cui convento aveva a lungo vissuto, è iniziata la fase diocesana del processo di beatificazione, che si è chiusa lunedì 4 aprile 2005.

«Giorgio La Pira- disse nell’occasione il cardinale Ennio Antonelli - è stato un mistico inserito nella vita sociale, politica, culturale. Aveva previsto che il Novecento sarebbe stato un secolo di santità laica: è stato profeta per tanti laici che sono stati beatificati o santificati da Giovanni Paolo Il. è stato profeta, ci auguriamo, anche per se stesso». «Il nostro lavoro - aggiunse l'arcivescovo di Firenze - è stato preparatorio, di raccolta di materiale: il giudizio adesso spetta alla Congregazione delle cause dei santi e al Papa. Adesso è il momento della devozione: per la beatificazione infatti serve la conferma diretta di Dio attraverso un evento miracoloso, per questo occorre che la gente si rivolga all’intercessione di Giorgio La

Una causa lunga, con centinaia di testimoni. «Per un testimone sono stati necessari 21 giorni», rivelò il presidente del tribunale diocesano istituito per questa causa, monsignor Attilio Piccini: «La personalità di Giorgio La Pira – aggiunse- emerge dagli Atti ben delineata nella sua completezza e oggettività. Siamo lieti di aver reso questo servizio alla Chiesa fiorentina completando la trilogia di eminenti personalità che lo Spirito Santo ha donato alla nostra città: un vescovo, il cardinale Elia Dalla Costa, un sacerdote, monsignor Giulio Facibeni, e un laico, Giorgio La Pira».

[da Avvenire]

 

D

al messaggio che la presidenza della Cei ha inviato alla Chiesa italiana alla vigilia del Convegno ecclesiale di Verona (16-20 ottobre).

 “Ci interroghiamo per una verifica della vita della nostra comunità, per individuare atteggiamenti e scelte di speranza e per rilanciare l’impegno e la passione per un’esistenza cristiana matura”.

“Chiediamo anche a quanti non saranno presenti fisicamente di seguire i lavori del Convegno con attenzione e partecipazione ecclesiale e di accompagnarli con la preghiera; lo chiediamo in particolare alle comunità di vita contemplativa. Tutti insieme invochiamo dal Signore, mediatrice Maria madre della speranza, la capacità di illuminare con il Vangelo ogni domanda e ogni attesa che nutrirà le giornate di Verona.

Quando i discepoli di Gesù «si trovavano insieme nello stesso luogo» (At 2,1) il dono dello Spirito fu comunicato loro in abbondanza. Così possa accadere anche a Verona e da lì irradiarsi per ogni città e paese della nostra Italia.”

Oggi rendiamo grazie a Dio per il Vangelo del matrimonio

Ä   L’entusiasmo dell’uomo nei confronti della donna: “Questa volta essa è carne della mia carne, e osso dalle mie ossa”, si tramuta in rendimento di grazie a Padre per la straordinarietà di questo disegno, condensato nella realtà matrimoniale. È il grido di vittoria, perché finalmente l’uomo ha riconosciuto un aiuto che gli è simile ed è posto di fronte a lui nella grandezza della sua personalità. La differenziazione sessuale trova così, nello stupendo “mistero” di Cristo e della chiesa la sua giustificazione ultima.

 

Ä   L’esultanza dell’uomo delle origini, che trova il superamento della sua solitudine nell’unione con la donna, riceve un ulteriore appoggio in Cristo, allorché ribadisce il progetto iniziale di fronte alle manomissioni intervenute nella storia. Viene identificata la causa di tale distorsione nella grave malattia della “durezza del cuore”, che dai tempi di Mosè è intervenuta a minare la spontaneità iniziale. Il rendimento di grazie di questa domenica, allora, scaturisce dalla freschezza dell’amore coniugale, purificato da qualsiasi incrostazione e divisione, per il quale si è pronti persino ad abbandonare il padre e la madre.

 

Ä   L’originalità matrimoniale diventa emblematica anche per vivere la sponsalità della chiesa. Questa è commisurata anzitutto all’amore fedele di Cristo, che si fa concreto in ogni celebrazione eucaristica, allorché il credente, accostandosi alla mensa, viene proclamato “beato” proprio perché invitato a partecipare al banchetto nuziale dell’Agnello. La propria indegnità, che pure viene confessata, è superata da questa fedeltà.

Convegno Ecclesiale di Verona

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 Verona, in sintonia col convegno ecclesiale “Una Chiesa testimone di Gesù Risorto”, avranno un posto di rilievo i sedici “testimoni del Novecento”, uno per ciascuna regione ecclesiastica: per molti dei quali sono in corso le cause di beatificazione. Il pedagogista piemontese e fondatore dell’Uciim Gesualdo Nosengo; l’industriale - lombardo Marcello Candia; i fratelli veneti Flavio e Gedeone Carrà, morti in campo di concentramento; l’atea convertita e mistica ligure Itala Mele; la missionaria laica emiliano-romagnola Annalena Tonelli uccisa in Africa; il sindaco santo di Firenze Giorgio La Pira; lo scienziato nucleare marchigiano Enrico Medi; il medico umbro e padre di famiglia Vittorio Tancanelli, morto nel 1998; la giovane romana Lorena D’Alessandro “testimone della sofferenza”; il docente universitario, giurista e giudice della Corte Costituzionale, l’abruzzese Giuseppe Capograssi; il vicequestore campano Giovanni Palatucci, che salvò gli ebrei a Fiume e pagò con la vita; l’educatore e padre di famiglia pugliese Giovanni Modugno; la giovanissima Maria Marchetta della Basilicata, che offrì quattordici anni di sofferenza per l’unità dei cristiani; la catechista calabra Concetta Lombardo uccisa da uno spasimante respinto; il giovane magistrato siciliano Rosario Levatino, assassinato dalla mafia nel 1990; la beata sarda Antonia Mesina, uccisa a colpi di pietra da un giovane che tentava di violentarla.

Tra tutti questi testimoni di particolare splendore e luminosità ci piace segnalare, oggi, alla vigilia del Convegno, la volontaria laica Annalena Tonelli proposta dalla regione ecclesiale dell’Emilia-Romagna.

Nasce a Forlì il2 aprile 1943. Dopo la laurea in giurisprudenza, nel 1969 parte per il Kenya, insegnante di inglese a Chinga, una scuola superiore della diocesi di Nyeri, gestita dai Missionari della Consolata. L'anno dopo è a Wajir, nel nord-est: insegna nella locale scuola superiore governativa per tre anni ed è poi nominata preside a Mandera. Nel 1975 costituisce una comunità di servizio e di preghiera secondo la spiritualità di Charles de Foucauld. La comunità si dedica principalmente a bambini poliomielitici, sordi, ciechi, epilettici. Così scopre presto la sua precisa vocazione: i malati di tubercolosi. E sarà amore per la vita. Nel 1976 il governo le affida l'incarico di dirigere un progetto pilota dell'Oms (Organizzazione mondiale della sanità) per la cura della Tbc: il suo protocollo di cura sarà riconosciuto dall'Oms come l'unico applicabile ed efficace nel Terzo mondo. Nel 1984 viene espulsa come persona indesiderata, per aver scongiurato una operazione militare che avrebbe dovuto sterminare una intera tribù di 55 mila uomini. Torna in Italia e nel 1987 è in Somalia a Belet Weyne, responsabile del controllo della Tbc nella regione dell'Hiran. A causa della guerra, nell’agosto del 1990 si trasferisce a Mogadiscio, stretta nella morsa del conflitto civile. Organizza programmi alimentari, si dedica ai malati e ai malati psichici abbandonati. Dal 1992 al 1995 si stabilisce a Merca, sulla costa, dove attiva una sorta di ospedale per Tbc, un Centro nutrizionale e scuole per malati. Le intimidazioni e i ricatti a cui non vuole sottomettersi, la costringono a lasciare alla Caritas italiana la gestione delle sue opere. Graziella Fumagalli che la sostituisce sarà uccisa qualche mese dopo. Nel 1996 è a Borama, nel nord-ovest della Somalia, dove dà di nuovo vita all'ospedale antitubercolare, scuole di alfabetizzazione per i malati, scuole per sordi, organizza con successo un'équipe per la sensibilizzazione e la lotta contro le mutilazione genitali femminili. Nel giugno del 2003 a Ginevra riceve il premio Nansen dall'Alto commissariato delle Nazioni Unite. La sera del 5 ottobre 2003, al termine del suo giro quotidiano fra i malati dell'ospedale, viene colpita a morte. Nel dicembre 2001, a un convegno internazionale sul volontariato in Vaticano, aveva presentato la sua testimonianza di vita.

«Nulla ha senso al di fuori dell'amore» aveva affermato in quella circostanza.. «La mia vita ha conosciuto tanti e poi tanti pericoli, ho rischiato la morte tante e poi tante volte. Sono stata per anni nel mezzo della guerra. Ho sperimentato nella carne dei miei, di quelli che amavo e dunque nella mia carne, la cattiveria dell'uomo, la sua perversità, la sua crudeltà, la sua iniquità. E ne sono uscita con una convinzione incrollabile, che ciò che conta è solo amare. Se anche Dio non ci fosse, solo l'amore ha un senso, solo l'amore libera l'uomo da tutto ciò che lo rende schiavo, in particolare solo l'amore fa respirare, crescere, fiorire, solo l'amore fa sì che noi non abbiamo più paura di nulla, che noi porgiamo la guancia ancora non ferita allo scherno e alla battitura di chi ci colpisce perché non sa quello che fa, che noi rischiamo la vita per i nostri amici, che tutto crediamo, tutto sopportiamo, tutto speriamo».     

 [da “Avvenire”]

 

Mese di ottobre: Mese Missionario…

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ttobre missionario: apparentemente una contraddizione. Come se negli altri mesi dell’anno potessimo dimenticare il comando di Gesù di annunciare il Vangelo ad ogni creatura, d’essere testimoni di Lui fino agli estremi confini della terra.

Contraddizione solo apparente certo, perché la Chiesa in ottobre ci propone semplicemente e con forza di ricordare a tutte le membra del Corpo di Cristo il segreto del loro benessere: cooperare con impegno e creatività affinché Dio sia tutto in tutti.

Impegno di preghiera, impegno di sacrificio, di solidarietà, impegno di testimonianza e di promozione delle vocazioni. Non solo per “gli addetti ai lavori”, cioè i missionari che partono verso gli altri a causa di Cristo e del Vangelo, ma per tutti coloro che sono stati battezzati e confermati e nei quali, per l’Eucaristia, scorre lo stesso sangue del Dio fatto uomo. Vale per tutti. Non possiamo starcene tranquilli nel nostro nido se, a duemila anni dall’evento Incarnazione, una gran parte dell’umanità non conosce ancora Cristo e le società di antica fede cristiana stanno perdendo il riferimento a Dio.

La coscienza ci brucia se pensiamo che,  malgrado il numero dei cristiani mai come oggi così elevato nel mondo, si compiono ancora tante ingiustizie, si promulgano leggi inique, si uccide e si lasciano morire tanti innocenti di fame, di disperazione, di ignoranza…

“Se il sale perde il suo sapore con che cosa lo si salerà?”

In ognuno di noi il Signore ha posto una scintilla del suo amore e desidera che incendi il mondo intero. Spesso la spegniamo in noi con la mania di false sicurezze che poi ci “ubriacano”: possedere, accumulare, dominare… E diventiamo dei tristi cristiani.

Gesù, la sua Parola, il suo Regno sono il tesoro deposto tra le nostre mani, ciò che esiste di più desiderabile, perché è la chiave della gioia e della pace.

La fede nel Dio d’amore, la possibilità di dare un senso pieno alla vita è quanto di più prezioso possiamo condividere con quelli che ci vivono accanto.

Spendere l’esistenza nel dono di se stessi senza ricercare narcisisticamente la “nostra realizzazione”, ma piuttosto il bene altrui, è capitalizzare vita eterna e contribuire alla creazione di cieli e terra nuovi.

È questo che ci fa star bene (anche quando siamo malati), in famiglia, al lavoro, a scuola, nello svago, in patria e in ogni angolo della terra.

Chiediamo il dono dello Spirito Santo perché c’infonda la sua sapienza, ci faccia riconoscere il nostro bisogno di conversione e ci renda strumenti di trasformazione del mondo.                       [da una rivista missionaria]

… e Mese del Rosario

“Il Rosario della Vergine Maria, sviluppatosi gradualmente nel secondo millennio al soffio dello Spirito di Dio, è preghiera amata da numerosi Santi e incoraggiata dal Magistero[...] Il Rosario, infatti pur caratterizzato dalla sua fisionomia mariana, è preghiera dal cuore cristologico. Nella sobrietà dei suoi elementi, concentra in sé la profondità dell’intero messaggio evangelico, di cui è quasi un compendio[...] Con esso il popolo cristiano si mette alla scuola di Maria, per lasciarsi introdurre alla contemplazione del volto di Cristo e all’esperienza della profondità del suo amore[...] Recitare il Rosario, infatti, non è altro che contemplare con Maria il volto di Cristo[...]

A dare maggiore attualità al rilancio del Rosario si aggiungono alcune circostanze storiche, prima, fra esse, l’urgenza di invocare da Dio il dono della pace[...]”

[dalla Lettera Apostolica di S.S. Giovanni Paolo II

ROSARIUM VIRGINIS MARIAE]

Per chi non sa cosa si è perso…

Il 19° di Santa Croce a Quinto

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omenica alle 11:30, don Mario e don Giacomo hanno fatto gli onori di chiesa per la concelebrazione eucaristica presieduta da don Luigi, nipote del priore, con la gentile partecipazione del nostro ex, don Lorenzo, santa Messa che ha suggellato il clou del programma del nostro 19°.

Molto bello il commento al Vangelo di don Luigi che ha dato non pochi spunti di riflessione. Il “nipote” ha colto l’occasione per venire a salutarci, dal momento che il suo desiderio di missionario a Cuba è stato accolto e avallato dalla cupola bergamasca.

Anche don Lorenzo lascerà la sua attuale “parrocchia vista mare” per tornare in quel di Bergamo per un nuovo incarico.

L’hanno tirata un po’ per le lunghe, ma tanto dovevano fare ora di pranzo, e non avrebbero dovuto prepararlo loro.

Le iniziative extraliturgiche per la ricorrenza dell’anniversario della dedicazione alla Santa Croce della nostra chiesa sono state quest’anno tutte all’insegna della musica.

Il coro della Cappella Musicale Fiorentina ci ha strabiliati sabato sera con una serie di bellissimi brani di importanti compositori. Per l’occasione, su programmata iniziativa del bravissimo M° Bruno Sorelli, alcuni di loro si sono cimentati da solisti con brani tratti da opere liriche, dando saggio di professionalità ed entusiasmo. La signora Akasaka, con una dolcissima interpretazione, ci ha fatto ascoltare dei brani orientali. Nonostante non si capisse che cosa dicesse, ci ha trasmesso tanta serenità e gioia.

Anche il pianoforte di don Mario, sotto le mani esperte del M° Alessandro Manetti, si è comportato molto bene. Nota di cronaca è che il pianista, nel nostro parcheggio, si era appena chiuso il pollice destro nella portiera della sua Golf. Nonostante il dito dolorante, suonava tante di quelle note che nessuno si sarà certamente accorto della mancanza di qualche semibiscroma.

Senza nulla togliere agli altri gruppi corali, è opinione comune che un coro di questo livello in chiesa non c’era mai stato.

Il pomeriggio della domenica ci ha visti rapiti da una rappresentazione della canzone partenopea interpretata da Bruno Esposito e Anna Boccini. La sequenza dei brani napoletani è stata commentata e raccontata da Bruno, dipingendo lo scenario e il contesto storico in cui le varie canzoni sono state composte. L’iniziativa è stata molto gradita dal pubblico che ha potuto meglio apprezzare lo spessore delle composizioni.

Dolce e melodiosa la voce di Anna, calda e fumosa quella di Bruno, entrambi sono risultati ottimi interpreti. 

Notevole e divertente il coro di tutti coloro che riconoscevano e partecipavano ai canti.

A metà pomeriggio, una task-force di cinque ragazze, estratto del coro delle giovani diretto da Concetta, ci ha deliziato con cinque spiritual polifonici eseguiti a cappella,