Don Arturo Usubelli

 



“ORA SO CHE IL SIGNORE SALVA

IL SUO CONSACRATO” (Sl 20)

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Don Arturo, dopo aver condiviso con la nostra comunità

l’esperienza faticosa degli ultimi mesi di vita segnati dalla malattia,

ci ha lasciati per entrare nell’abbraccio di Dio.

E’ morto il giorno 26 giugno 2007, verso le 20.30.

Il suo corpo riposa presso il cimitero di Bondo Petello (Albino – BG)

 


Don Arturo USUBELLI

era nato a Selvino in provincia di Bergamo, l’11 ottobre 1928

Era il fratello del parroco, don Mario.

Don Arturo, da quando era andato in pensione, passava la maggior parte del suo tempo presso di noi per dare una mano in parrocchia con la sua grande esperienza, cultura, sapienza e saggezza.

Dal 1996 eravamo praticamente la sua seconda residenza…

Ha scritto libri e tenuto corsi di catechesi, vivendo con intensità il suo sacerdozio e lasciando a tutti noi il segno dell’amore paziente e grande di Dio.

Sacerdote diocesano di Bergamo, dall'ordinazione sacerdotale, 1951, ha lavorato nel campo educativo della gioventù al Patronato San Vincenzo, nelle parrocchie di San Giuseppe in Bergamo e di San Giuliano in Albino. Contemporaneamente ha insegnato religione per trent'anni nelle scuole statali di vario grado e indirizzo. Dal 1982 al 1996 è stato parroco di Bondo di Albino.

 

 

donArturate:

Ø        Libro di Giobbe

Ø        La Genesi

Ø        L’apocalisse 

Ø        Vangelo di Giovanni

Ø        Capitolo 19 del libro Guidami nella tua verità

Ø        Alcune sue poesie

Ø        La catechesi per adulti

Ø        Agli adulti cresimandi

Ø        La catechesi per adulti

Ø        Agli adulti cresimandi

Ø        Le indulgenze: loro valore e significato

 

 

Il 50° anniversario di sacerdozio di don Arturo

 

Alcuni articoli presenti sul Web:

Brandelli di commento al grande evento Pasquale Messaggio di Pasqua 2004
Il vangelo sbaragliò la notte Messaggio di Natale 2003
Non ci ha lasciati orfani Messaggio di Pasqua 2003
Accoglienza della verità Messaggio di Natale 2002
Quindici Messaggio di Settembre 2002
Passare Messaggio di Settembre 2002
Ho sete Messaggio di Pasqua 2002
La catechesi per adulti Messaggio di Pasqua 2002
Scegliere la condivisione Messaggio di Natale 2001
La caritas è solidarietà Messaggio di Settembre 2001
La catechesi sull’apocalisse Messaggio di Pasqua 2001
Catechesi agli adulti cresimandi Messaggio di Natale 2000
La decima Beatitudine Messaggio di Pasqua 2000
Pierino e Gesù Bambino
Trinità e Missione
Cristo primo ed unico missionario
La Missione è nella natura stessa della Chiesa e dei cristiani
Come annunciare Cristo oggi
Messaggio di Natale 1998
Come vedo la Missione Messaggio di Pasqua 98
Si è spento il Nobel "Lo avete fatto a me" Messaggio di Natale 97
La Pasqua è anche nostra Messaggio di Pasqua 97
Natale nostro
Camminando con la Chiesa universale
Le beatitudini del Natale
Messaggio di Natale 96
Gli altri che si aspettano Messaggio di Settembre 96
Carità senza carità Messaggio di Natale 95

Gli articoli di don Arturo Usubelli pubblicati sul periodico

del Patronato san Vincenzo per giovani operai

R

iportiamo  testo dell’Inno alla Croce – di tre strofe composto da don Arturo e musicati in due versioni – a quattro voci e a una sola per il popolo – dal maestro don Pedemonti -.

Glorifichiam la Croce che è vanto dei credenti

obbrobrio delle genti, follia dei ben pensanti.

Su di essa il divin Figlio donò la sua salvezza,

e per la morte sua è giunta a noi la vita.

 

® O Croce a cui inchiodaron due mani aperte a tutti

fissate nell'abbraccio di ognun del peccatori.

Lava pur noi nel sangue di Cristo Redentore,

che stenda su di tutti la sua misericordia.

 

Nell’arido deserto un dì prefigurasti

il segno che ci salva dal morso del maligno.

Ancora nel tuo segno fai ritrovar la forza

d'esser seguaci suoi sino all’estrem respiro. ®

 

Comunità in cammino cerchiamo la sua guida;

da cireneo celeste Lui ci sollevi il peso

di ognuna nostra croce e faccia noi capaci

di render più leggere le sofferenze altrui. ®

Parafrasando  L’Inno alla Croce

Perché Glorifichiam la Croce? Non certo per esaltare una delle forme più crudeli di torturare o far morire delinquenti comuni o nemici di turno, ma perché la croce, segno di ignominia e di condanna è diventata per noi cristiani strumento di salvezza. Ci riferiamo a quella di Cristo ovviamente, senza trascurare il fatto che da quella hanno preso il nome anche tutte le nostre quotidiane sofferenze.

Che è vanto dei credenti. Per poter fare questa affermazione bisognerà attendere la Risurrezione di Gesù e la discesa dello Spirito Santo. Solo così lo scandalo della croce può apparire nella vera luce del disegno divino di salvezza.

Infatti, dopo la guarigione dello storpio, Pietro non esitò a dichiarare davanti al Sinedrio: “È nel nome di Gesù Cristo il Nazareno, che voi avete crocifisso e che Dio ha risuscitato dai morti, che costui vi sta innanzi sano e salvo. Questo Gesù è la pietra che, scartata da voi costruttori è divenuta testata d’angolo. In nessun altro c’è salvezza; non vi è infatti altro nome dato agli uomini sotto il cielo sul quale è stabilito che possiamo essere salvati (At 4,10-12)

“Obbrobrio delle genti, follia dei ben pensanti.”

San Paolo scriverà (Cor 1,23) “Noi predichiamo Cristo crocifisso, scandalo per i Giudei e follia per i pagani”. Nessuno dei discepoli, nemmeno gli apostoli, avrebbero ammesso un Messia crocifisso. Pietro che pur avendo confessato dinanzi al Maestro: “Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivente” (Mt 16,16) non aveva potuto tollerare nemmeno l’annuncio della sua passione e morte (Mt 16,22; 17,22-23).

Per questo dopo l’ultima cena, Gesù aveva annunziato: “Voi tutti vi scandalizzerete in questa notte per causa mia” (Mt26,31).

 “Su di essa il Divin Figlio donò la sua salvezza”: non è solo un’esigenza “metrica” quella che ci fa attribuire al Figlio di Dio la salvezza di ciascuno e di tutti noi, ma è il frutto di un autentico convincimento che ci deve tutti persuadere. La salvezza non è nostra, non è il frutto dei nostri meriti e delle nostre fatiche. È sempre e solo dono “Suo”. La certezza di essere amati in modo del tutto privilegiato è l’unico ma essenziale sostegno della nostra fede e speranza.

Che non sia un abuso l’estensione del termine “Croce” alle nostre sofferenze è Cristo stesso ad affermarlo: “Chi vuol venire dietro a me, rinneghi se stesso prenda la sua Croce e mi segua” (Mt 16,24), dove per croce s’intende tutto il nostro soffrire cristiano.

Cosa chiediamo alla Croce? Non che diventi un talismano, un amuleto, come lo è per tanti, a titolo ornamentale e superstizioso. Rispettiamo i pagani o i simil-pagani che ne fanno questo uso, ma che interessa a noi è che la Croce ci abbracci uno per uno, che “lavi pur noi nel sangue del Cristo Redentore” e che realmente “stenda su di tutti la sua misericordia”.

L

’intera secomda strofa fa esplicito riferimento a ciò che pensa e scrive l’apostolo Giovanni, per il quale la Croce è già in partenza il segno di specificazione di Gesù. “Come Mosé innalzò il serpente nel deserto, così bisogna che sia innalzato il Figlio dell’uomo, perché chiunque crede in Lui abbia la vita eterna”  (Gv 3,14).

Gesù è come il nuovo serpente di bronzo che, innalzato in mezzo ad un’umanità peccatrice, porta a tutti la salvezza. E ancora “Quando avrete innalzato il Figlio dell’uomo, allora saprete che Io Sono e che Io non faccio nulla da me stesso, ma dico ciò che mi ha insegnato il Padre” (Gv 8,28).

A noi il dovere di “guardare verso Colui che è stato trafitto e innalzato” (Gv 19-37).

E non solo guardare, ma imitare il Maestro che disse “Chi vuol venire dietro a me, prenda la sua croce e mi segua” (Mt16,24).

Nel segno della croce eleviamo a Cristo la richiesta di ritrovare le forze di essere seguaci suoi adesso e nell’ora della nostra morte.

Se questo vale per i singoli credenti, a maggior ragione sentiamo che deve valere per la nostra comunità, per tutte le comunità che, da Cristo guidate, si dichiarano in cammino, e lo sono realmente, seppur faticosamente, verso la meta celeste.

Diciamo che il compenso che in qualche modo ci aspettiamo non è l’esenzione dallo sforzo, ma la certezza dell’aiuto che Lui ci farà pervenire, perché a Lui si addice pienamente il titolo di “Cireneo Celeste”.

Il Cireneo, questo anonimo contadino di Cirene, è passato alla storia proprio perché nel Vangelo un certo Simone della regione “cirenaica" aiutò Gesù a portare la croce. E Cirenei sono generalmente chiamati quelli che come lui aiutano il prossimo ad accettare la propria sofferenza e fatica.

A Cristo noi chiediamo di aiutarci a sopportare il peso di ogni nostra croce, ma soprattutto di diventare noi capaci di alleviare le sofferenze di tanti nostri fratelli.

 

Cosa ne pensa don Arturo a proposito di…

LE INDULGENZE, LORO VALORE E SIGNIFICATO

         Partendo dall'annuncio di Cristo nella sinagoga di Nazareth (Lc 4,16-30) che realizza quanto aveva predetto il III Isaia, P. Aldo Genesio ci ha presentato Lunedì 29 u.s. la figura di Gesù come personificatore della Grande Indulgenza che Dio manifesta nei confronti degli uomini, e ha interpretato il Giubileo come Anno di Grazia, durante il quale tutti dovremmo riflettere sul fatto che l'intera nostra vita è Grazia: ciò che siamo e ciò che abbiamo.

         Ma a sua volta la Grazia, che è sempre sovrabbondante, non è condizionata dall'agire dell'uomo, giusto o peccatore che sia, ma dalla sua apertura alla condiscendenza di Dio. E' la fede in questo amore che fa la differenza. Da una lunga serie di episodi evangelici, si è ricavata l'attenzione amorosa di Gesù verso gli uomini, dal punto di vista fisico e spirituale. In questo senso Dio non è mai a riposo (cfr. il sabato) e neppure l'uomo lo può essere verso i suoi fratelli bisognosi. L'importante è non chiudersi alla misericordia gratuita, ma anzi, fare come Cristo con il lebbroso (Mc 1,40-45): caricare se stesso dell'infermità altrui, toccandolo fino a rendersi "immondo", respinto dalla città e condannato a vivere e morire fuori dalle mura, da dove però "attirerà tutti a sé".

         Posta questa introduzione, da tener presente in questo e nei successivi incontri sul Giubileo, ora, per volerci calare nello "specifico" dell'anno giubilare, ho bisogno di porre due premesse fondamentali, onde svolgere il ben più ridotto tema assegnatomi: "Le indulgenze, loro valore e significato". Qui il discorso si restringe e per qualcuno potrebbe anche ridursi alla banalità, ma è naturale che quando noi, comunità visibile dei credenti, vogliamo in qualche nodo tradurre nella nostra realtà feriale i grandi concetti che esprimono l'essenza di Dio e il suo rapporto di infinita misericordia verso l'uomo, abbiamo bisogno di adattarli ai nostri limiti sia di linguaggio che di segno, quello che del resto facciamo anche con i segni sacramentali. Tutto questo non banalizza la realtà stessa (Gesù ha fatto altrettanto), ma la adegua alla nostra capacità di comprensione, senza celarci la sua grandezza. Toccherà poi a noi provocare la lode che Cristo rende al Padre, quando dice: "Ti benedico, o Padre, Signore del cielo e della terra, perché hai tenute nascoste questa cose ai sapienti e agli intelligenti e le hai rivelate ai piccoli" (Mt 11,25). L'importante è non scordarsi che essi vogliono, se pur inadeguatamente, tradurre il grandioso e inafferrabile concetto dell'amore infinito di Dio verso l'uomo, della sua indulgenza senza limiti, ma anche della sua chiamata a ciascuno di noi a porre il nostro contributo personale di apertura, per creare il terreno disponibile all'irruzione della sua Grazia.

         La prima di questa premesse è il Giubileo. Dobbiamo metterci in guardia tutti dal rischio di fare del Giubileo una cosa diversa da ciò che la tradizione ebraica e il suo compimento nel Nuovo Testamento ci impongono. Dobbiamo vigilare perché la celebrazione dell'Anno Santo non resti prigioniera della "macchina" organizzativa o ceda alla tentazione del trionfalismo. E' un momento evangelico, non mondano. Ricordiamoci che anche in un momento come questo è possibile servire due padroni... per evitare ciò, riferimento fondamentale è la concezione biblica del Giubileo, celebrazione della santità del tempo.

Già dal popolo d'Israele dell'Antico Testamento si celebrava l'anno sabbatico ogni sette anni e l'anno giubilare ogni cinquant'anni. Il primo era un'occasione per lasciar riposare la terra e gli uomini, il secondo perché fosse un anno pasquale che celebrava il Dio liberatore e traeva le conseguenze della sua strana signoria: i debiti erano condonati, la Terra ritornava al servizio di tutti, gli schiavi venivano liberati, si risistemava in qualche modo il mondo secondo le intenzioni di Dio. Il testo biblico non prevedeva il pellegrinaggio nelle norme sul Giubileo, e questo ci deve ricordare che il pellegrinaggio più autentico a cui ci chiama la Parola è quello che ci porta dalla logica della schiavitù a quella della solidarietà con i fratelli.

Ma tutto ciò non era ancora il Giubileo Cristiano, perché ancora mancava la remissione dei peccati, la grande novità dell' "anno di Grazia" annunciato da Gesù nella sinagoga di Nazareth (Lc 4,16-21). E' una novità che cambia la concezione del tempo, la Salvezza ci raggiunge nell' "oggi". Adesso. Nessun giorno è ormai più propizio degli altri per accedervi. Perché allora parlare di Giubileo? In sé non sarebbe necessario e infatti per 1.300 anni la Chiesa di Roma non lo ha celebrato e le altre chiese cristiane separate o riformate ancora oggi non lo celebrano. Tuttavia, come i Papi ci insegnano, è possibile, è utile viverlo come momento per rinnovare la fede dei cattolici. Un anno in cui mettere al centro la conversione, questa chiamata continua per il cristiano, ma soprattutto questa decisione di cambiare vita presa a livello non solo personale, ma comunitario.

Cristo ne è la Porta Santa: "Io sono la porta delle pecore" dice in Gv 10,7. E noi si apre la Porta Santa perché "il mondo ha bisogno di Cristo e di niente di meno!" (D. Bonhoeffer). Per i cristiani è Lui il centro della terra e della storia umana: in Gesù di Nazareth Dio si manifesta come principio e fine dell'uomo: l'Alfa e l'Omega. L'anno in cui è nato Cristo è stato il Giubileo del mondo: anno di grazia e di letizia: anno della visita di Dio al mondo e della lieta notizia data agli uomini: Dio ama il mondo e si fa uomo per rendere l'uomo divino.

Ma il Giubileo è anche uno stimolo per guardare avanti nel tempo. L'Anno Santo fa memoria della venuta di Gesù, ma è anche un prepararsi al suo ritorno. Nel Giubileo ci poniamo in attesa del giudizio finale. E' un giudizio che ciascuno deve invocare su di sé. Consapevoli che possiamo solo abbandonarci alla misericordia di Dio, ma anche convinti che alla fine avverrà il compimento della giustizia per tutti quelli che sono stati calpestati.

Detto questo, che in fondo è ciò che avete già ascoltato nelle precedenti conversazioni, pongo una seconda premessa che dedico alla cosidetta "pena temporale", per arrivare alla parte conclusiva che mi è stata assegnata: il discorso sulle indulgenze.

Si sa che le indulgenze, come la "soddisfazione sacramentale" servono a cancellare la pena temporale, di cui parleremo. Va precisato che Dio può sempre rimettere la colpa e la pena eterna, ma non può mai rimettere la pena temporale senza il concorso dell'uomo. L'uomo come tale, né angelo né animale, è dotato di libertà solo in quanto è donato alla propria libertà. Poiché è veramente libero ma dotato di una libertà limitata, cioè storica e in divenire, egli, quando confessa la propria colpa, sperimenta subito un nuovo orientamento della volontà. Se non fosse così, egli potrebbe cambiare per il fatto di "voler" cambiare.

Ma quanto diversa sia la realtà, lo sperimentiamo quando da fumatori cerchiamo di smettere di fumare. Volere non basta. La "volontà cattiva abituale" è più forte della volontà buona istantanea. Così, anche la conversione a Dio istantanea non può ancora tutto contro l'abitudine al peccato. Per questo il perdono della colpa non è ancora il condono della pena. Quando la colpa è perdonata, solo allora comincia propriamente quella pena che consiste nell'adeguare faticosamente muscoli, nervi, respiro e battiti cardiaci, al disegno della volontà divina e umana. In questo, Dio non può sostituirci. Noi, la comunità ecclesiale e il Signore Gesù al suo centro, assicurando la "comunione nella penitenza" attraverso la preghiera, esplicitiamo la nostra personale solitudine, cioè diamo questa necessaria risposta al Dio di misericordia.

Ma ecco che anche oggi, con il Giubileo imminente del Duemila, si è alle prese con gente occupata a dare cattive informazioni sulle indulgenze. Chi sono? Ma basta aprire le pagine dei quotidiani o ascoltare i telegiornali per saperlo. La prima informazione sbagliata è quella di confondere l'indulgenza con il perdono delle colpe. Un cristiano, invece, sa che per avere la remissione dei peccati deve passare attraverso il sacramento della Penitenza. Ma il penitente sa che neanche così può considerarsi totalmente e definitivamente purificato, perciò deve scontare una penitenza o in vita o in Purgatorio, cioè, secondo un modo invalso di dire, deve dare "soddisfazione".

Ora, la Chiesa ritiene che può ridurre questa "soddisfazione", facendo salire a Dio le sue suppliche, affinché ai peccatori siano applicati i meriti del Salvatore, della Vergine e dei santi, che costituiscono il "tesoro" della Chiesa. Questo avviene per mezzo di ciò che si chiama "la comunione dei santi", per cui la santità di alcuni porta beneficio agli altri. In questo sta il concetto di indulgenza: remissione della pena, non remissione dei peccati, che deve avvenire prima.

La seconda informazione sbagliata è quella che è stata sbandierata in questi giorni da giornali e tv: tu puoi acquistare l'indulgenza facendoti il segno della croce in ufficio o sul posto di lavoro. Altri esempi: se uno, fumatore accanito o gran bevitore di birra, senza dover fare un viaggio a Roma, non tocca una sigaretta, almeno per un giorno, o non beve un bicchiere, alla fine anch'egli acquista l'indulgenza del Giubileo. Insomma, tutto sarebbe anche meglio dei tempi di Lutero, dovendoci rimettere soltanto un pacchetto di sigarette e non un'offerta in danaro per basiliche da costruire o crociate da finanziare.

Ora queste cose possono sì sostituire il pellegrinaggio a Roma o alla Cattedrale, ma rimangono sempre le altre condizioni necessarie: cioè la confessione, la comunione, il vero pentimento interiore, la preghiera a Dio misericordioso e la rinnovazione della professione di fede. Insomma, per il Giubileo occorrono, si, le cose esteriori, ma quello che vale soprattutto è ciò che in quell'Anno Santo, nasce dentro l'animo. E' la convinzione che il perdono di Dio "ricco di misericordia e di compassione", scende sull'uomo pentito che lo invoca.

Quest'anno inoltre, contrariamente al passato, il Giubileo non sarà acquistabile una sola volta o pochissime volte durante un estenuante pellegrinaggio a Roma, ma i fedeli potranno conseguirlo anche ogni giorno in ogni luogo, sia per loro stessi, sia a suffragio dei defunti.

Ce n'è abbastanza dunque per misurare il cammino percorso da quando nel 1.517 Martin Lutero affisse alla porta della chiesa di Wittemberg le sue famose 95 tesi. E infatti la nuova edizione dell'Enchiridion si rifà in gran parte alla riforma con cui Paolo VI nel 1.967 ne fissò i presupposti teologici. Primo fra tutti il fatto che "la natura del peccato comporta una pena da scontare". E che "esiste un tesoro della Chiesa, costituito dai meriti di Cristo, della Beata Vergine e dei santi, che può essere messo a disposizione dei fedeli per mezzo della Chiesa", proprio per aiutarli a scontare quelle pene e a rafforzarsi nella vita cristiana.

In questa maniera, inoltre, la vera dottrina delle indulgenze riemerge dalle nebbie in cui l'avevano spinta nei secoli scorsi soprattutto due cause: il rifiuto di concederle da parte delle chiese riformate e la cosidetta "invenzione medievale del Purgatorio".

 

Siamo arrivati dunque al punto in cui va precisato il concetto di INDULGENZE conseguenza di quello della pena temporale. Precisiamo innanzitutto quest'ultima. Essa non è da confondere né col peccato (mortale o veniale), né con le sue conseguenze (purgatorio - inferno). L'uno e le altre si possono cancellare: il primo con la Confessione e il pentimento, le seconde si possono evitare ottenendo il perdono del primo. Ma quante volte bisognerà ancora ripetere che la pena temporale dei nostri peccati non è l'inferno o la dannazione (pena eterna), né il purgatorio, ma la debolezza insita in noi a riprendere il cammino e quindi bisognosa di preghiere, di opere di carità o di autocontrollo, così da reintegrare la nostra volontà e il nostro carattere in un cammino di crescita spirituale?

         L'Enchiridion delle indulgenze che è stato presentato alcune settimane fa alla stampa, conteneva questa dottrina in modo preciso, ma la stragrande maggioranza dei giornalisti sono corsi a leggere le esemplificazioni finali che sono un elenco minuto di azioni e di preghiere che staccato dalle premesse di questo discorso, si traducono maliziosamente in semibarzellette. Separando questo elenco dal contesto, si cade nel banale e nel convenzionale ironico che però offende una realtà che è ben più spessa e ben più determinante di come suonano agli incompetenti le singole esemplificazioni. Insomma, si deve considerare la disciplina nella sua articolazione, che è il distacco dal peccato, l'umiliazione di confessarsi peccatori, l'assoluzione che è del tutto gratuita ad opera della grazia di Dio, e, infine, l'indulgenza come pratica che rafforza il cammino intrapreso e manifesta una gratitudine per un perdono ottenuto.

Ma allora cos'è in definitiva questa pena temporale? Non è una contraddizione in termini, visto che essa, se non cancellata, si ripercuoterebbe in una dimensione eterna cioè extratemporale? Il Vangelo parla solo di Salvezza e di non salvezza (Perdizione): non ci sono vie di mezzo. Ha ragione Lutero nel negare l'efficacia delle indulgenze come conseguenza della negazione del Purgatorio.

Mi limito ad alcune esemplificazioni: al di là dei "peccati formali" più o meno gravi che il sacramento perdona, tendono a resistere in noi atteggiamenti che non raggiungono l'entità del peccato, ma ci avvicinano ad esso, allontanandoci da Dio.

Vogliamo individuarne alcuni?

Si può vivere senza tanta voglia di pregare, farlo senza convinzione, pregare con la propensione a lasciarsi distrarre, esagerare nel conversare, nel perdere il tempo, nel non favorire condizioni di preghiera come il raccoglimento e il silenzio; si può mantenere una certa... ruggine con Dio per i più svariati motivi, senza giungere alla bestemmia: uno sconcerto per le ingiustizie che tollera e le vittime che non soccorre, un netto rifiuto della sofferenza nostra e altrui, una... seccatura perché tutto ciò che piace è proibito e tutto ciò che è concesso non appàga; una difficoltà a capire perché dopo aver lavorato tanto, si ottiene così poco e altri che nulla fanno sono così fortunati; quella gelosia o invidiuzza che produce un certo malcontento nel veder premiati più gli operai dell'ultima ora che non i primi, o, al limite, confratelli o fratelli nella stessa fede che non s'affaticano più di tanto e riscuotono successo; quelle antipatie e allergie all'incontro con certe persone che si preferisce evitare, al contrario di quelle per cui si nutre una particolare simpatia, sperare che a farsi compagne siano più queste che quelle, senza nessuna intenzione cattiva evidentemente; quella impulsività indomata che non ne lascia cadere a terra nessuna, quella incapacità a dimenticare offese cosidette perdonate, quelle compiacenze non troppo caste nel ricordare situazioni ormai superate, quel linguaggio ambiguo di serietà che ancor non scade nella volgarità, ma che a volte è intriso di offese subdole o tentativi di voler apparire, modestia a parte, per quel che di più si ha o ci si sente; quello zelo di troppo nell'esplicitare i nostri meriti e talenti a danno forse o tacendo di quelli altrui, quella carità interessata che è retta sì, ma è mossa talvolta anche da qualche secondo fine; quell'istinto vendicativo che non arriverebbe mai ad augurar del male ad alcuno, ma, a volte, se capita, a sussurrare interiormente: "gli sta bene", soprattutto se è un criminale; quel lamentarsi per sé e non avere sufficiente attenzione al disagio altrui, quella incapacità, se non formale, di godere con chi gode e soffrire con chi soffre; il favorire "sempre" figli e nipoti e mai dare la precedenza a persone più bisognose, lontane dalle nostre amicizie e dalla nostra cultura o pratica di vita, se non addirittura avversarie; il diffidare sistematicamente di chi chiede un aiuto economico, ragionando sempre più con la testa che non con il cuore, il pregare insistentemente per i "nostri" malati e per i "nostri" morti e non per quelli degli altri, anzi il non degnarli di attenzione neppure negli ospedali.

Sono semplici esempi tratti dalla realtà quotidiana e che noi giustamente non riteniamo di solito peccati e non confessiamo, ma che, assommati, raggiungono una quota elevata di pena temporale che esige una "soddisfazione" acquisibile, innanzitutto con la penitenza sacramentale, non solo, ma anche con tante altre forme di penitenza, atti di carità, sofferenze accettate di buon grado, preghiere, e, con quei mezzi suggeriti ad hoc dalla Chiesa, quali le indulgenze, tra cui spicca per importanza il Giubileo.

Nell'elencazione imprecisa e sommaria che ne ho fatto, a qualcuno può sembrare siano inclusi veri e propri peccati, gravi o veniali; ma non è questa la mia intenzione e non vorrei si facessero confusioni. La pena temporale è ciò che resta, perdonato il peccato, di traccia del medesimo, di legame implicito, di zona d'ombra, di cicatrice, che facilmente, se non "soddisfatta" diventa tendenza alla recidività.

Inoltre vorrei richiamarvi il concetto già espresso nelle lettera recapitata a tutte le famiglie della Parrocchia proprio in vista del Giubileo. Non vi sono peccati che rimangano strettamente personali: il peccato riguarda tutto il corpo di Cristo che è la Chiesa. La rottura con Dio viene guarita dall'assoluzione sacramentale. Rimangono le conseguenze del peccato: scorie e dipendenze che fatalmente ti condizionano. Quanto è lungo il cammino per purificare l'anima e renderla libera, disponibile a Dio! Ecco allora che la Chiesa stessa interviene. In questo cammino di purificazione è lei stessa che cammina con te e ti conforta. E' lei che mette a disposizione il suo tesoro (la somma di bene che tutte le persone hanno fatto, non solo i meriti infiniti di Cristo, la sua Passione e morte, ma anche quelli della Vergine Maria, di tutti i Santi e tutto il bene che c'è nel mondo.)

L'indulgenza è un aiuto straordinario, un dono perché io possa riprendere il cammino. Si, può apparire anche troppo semplice il modo stabilito per ottenerla, questo dire poche preghiere alla tomba di San Pietro o in altro luogo designato. Ma questo è solo il segno e i segni sono sempre piccoli... Anche la formula della Messa è piccola rispetto al mistero grande che si compie; anche la formula del matrimonio è piccola rispetto al Sacramento che si celebra. Piuttosto importante è lo spirito con cui ci si avvicina: è il cammino penitenziale che noi ci impegniamo a compiere. Quindi non un giochetto più o meno furbastro, ma un impegno serio e profondo di conversione, il ripudio totale di ogni attaccamento al peccato anche veniale. L'indulgenza è sempre proporzionata a questo atteggiamento interiore di conversione. Un atto d'amore pieno, cosiddetto perfetto, una disponibilità assoluta e leale ti garantisce un'indulgenza che la Chiesa chiama plenaria. E infine, per ripeterci, dalla dottrina cristiana sull'indulgenza si deve soprattutto imparare che anche l'espiazione del peccato ci lega insieme: noi e i Santi, noi e nostri morti. Un solo cammino. Un solo impegno le ritrovare Dio e la sua Grazia. Il Giubileo è riscoperta di quella misteriosa solidarietà nel bene e nel male, ed è occasione di carità spirituale esercitata verso tutti, i vivi e i morti. Ma è soprattutto tempo di conversione. Non solo dal peccato alla grazia, ma dallo scadere nella mediocrità al tendere verso la santità.

Esiste adunque il Purgatorio, come mezzo di cancellazione dei peccati veniali e insieme anche della pena temporale, ma proprio per questo in molti lo ritengono nell'ambito del tempo, e lo si vive nella sofferenza terrena, nella pratica religiosa - confessione compresa - nell'esercizio della carità e soprattutto del perdono, nella pratica delle virtù, nel suffragio che raggiungo o mi raggiunge attraverso la comunione dei santi, nel misterioso passaggio da questa all'altra vita, l'agonia, nel cui spazio si può inserire qualunque atto di purificazione da parte di Dio. La Chiesa afferma il Purgatorio ma non ne specifica né la natura, né il momento, né la durata. Come lo si può evitare? La Confessione resta il mezzo privilegiato, ma ancor di più l'Eucarestia, come segno della perfetta intimità con Dio, però anche tutte le opere sopra accennate, il suffragio, anche quello previsto (per Dio non c'è passato e futuro, ma tutto è presente, è l' "oggi" di Dio) e soprattutto la ricerca accurata e umile di tutto ciò che ci tiene lontano dall'atto o meglio dall'abito di amore perfetto, cioè da quella che comunemente diciamo causa del Purgatorio stesso.

         L'Inferno c'è ed è nella fase eterna, costituisce un rischio per ciascuno, la sua esistenza è segno di rispetto della libertà umana da parte di Dio, ma spero che non ci vada nessuno, perché la misericordia di Dio è più grande di ogni peccato, compresa l'impenitenza finale. E quel Dio che mi comanda di perdonare anche a chi non si pente del male fattomi, è probabile, ma non scontato, che non condanni alcuno all'eternità della pena; la quale, è forse ora di smetterla di definirla con le metafore del fuoco e della fornace ardente, del pianto e dello stridor di denti, usate pure da Gesù, ma sempre metafore, come quella del Paradiso descritto come un banchetto eterno. "l'inferno è essenzialmente il non essere col Dio che è amore" dice Julien Green, o come dice G.F. Ravasi, è "un essere lontano da Dio, sorgente d'amore e dai fratelli e dalle sorelle; è come vivere in un perpetuo inverno, in una specie di Siberia dell'anima."

         Per il passato molti cristiani hanno coltivato opinioni spesso stravaganti sulle indulgenze. E' giusto che le sfatiamo, ed a farlo non siamo noi, è il magistero ordinario della Chiesa.

         Il Catechismo della Chiesa Cattolica dice testualmente, citando tra l'altro la Costituzione Apostolica di Paolo VI, che "l'indulgenza è la remissione dinanzi a Dio della pena temporale per i peccati, già rimessi quanto alla colpa, remissione che il fedele, debitamente disposto e a determinate condizioni, acquista per intervento della Chiesa, la quale, come ministra della redenzione, autoritativamente dispensa ed applica il tesoro delle soddisfazioni di Cristo e dei santi. L' indulgenza è parziale o plenaria secondo che libera in parte o in tutto dalla pena temporale dovuta per i peccati".

         Le indulgenze possono essere applicate ai vivi o ai defunti. Esse sono ottenute mediante la Chiesa, che, in virtù del potere del legare e di sciogliere accordatole da Gesù Cristo, interviene a favore di un cristiano e gli dischiude il tesoro dei meriti di Cristo e dei santi, perché ottenga dal Padre delle misericordie la remissione delle pene temporali dovute per i suoi peccati. Così la Chiesa non vuole soltanto venire in aiuto a questo cristiano, ma anche spingerlo a compiere opere di pietà, di penitenza e di carità.

         E poiché i fedeli defunti sono anch'essi membri della medesima comunione dei santi, noi possiamo aiutarli, come loro possono aiutare noi, ottenendo per loro delle indulgenze, in modo tale che anche "ante praevisa merita" (cioè anche in previsione dei futuri suffragi), siano sgravati dalle pene temporali dovute per i loro peccati. Questo non demolisce la certezza del Purgatorio, ma ne relativizza le nostre idee in materia e tutto colloca nel mistero di Dio.

         Seppelliamo definitivamente le barzellette sui giorni delle indulgenze, da qualcuno ancora intesi come riduzione dei giorni da trascorrere in purgatorio, benché da sempre si sia cercato, a torto o a ragione, di insegnare che l'indulgenza parziale (ad es. di 300 giorni) non significa questo, ma indicherebbe una riduzione di pena pari a quella che con altrettanti giorni di penitenza si sarebbe potuto scontare. E usciamo definitivamente da una sorta di contabilità sulla dimensione ultraterrena che non spetta a nessuno in questo mondo, rimettendo il tutto nelle sapienti e misericordiose mani di Dio.

         Val la pena di ricordare che il primo Giubileo con annessa indulgenza fu celebrato nel 1300, e lo stesso Dante Alighieri, a dargli un valore che poi rimase appiccicato alla Comedia definita Divina, collocò il suo viaggio poetico tra Inferno, Purgatorio, Paradiso nella Settimana Santa del Giubileo del 1300. Ne risultò, oltre l'irraggiungibile altezza poetica, un viaggio di purificazione, di penitenza, di elevazione spirituale. Dal peccato alla grazia, dalla perdizione alla salvezza.

         Fino al 1300, a memoria ecclesiastica, non esisteva la tradizione del Giubileo. Esso nasce "a furor di popolo", cioè come richiesta da una massa di pellegrini, onde ottenere indulgenze che sporadicamente in passato i Papi avevano concesso per la visita alle basiliche romane. Pressato da un'affluenza enorme, specie alla Basilica di S. Pietro che resta aperta giorno e notte, il Papa Bonifacio VIII il 22 febbraio promulga il primo Giubileo cristiano con una efficacia retroattiva, cioè dichiara aperto l'Anno Santo a partire dal giorno di Natale dell'anno precedente e lo chiuderà col Natale del 1300.

         Seguirà un periodo turbolento, segnato dal conflitto tra il Papa Bonifacio VIII e il re Filippo il Bello. Il Papa sarà fatto prigioniero, morirà nel 1303, e il suo successore Clemente V davanti ai disordini che sconvolgevano Roma si trasferirà ad Avignone. E lì si succederanno i Papi fino al 1377, quando se ne deciderà il rientro a Roma, soprattutto per merito di S. Caterina da Siena. Nel frattempo si apre il secondo grande Giubileo nel 1350. Da Natale a Pasqua, Roma accolse 1.200.000 pellegrini, una cifra enorme per quei tempi. Tra di loro un poeta già celebre, Francesco Petrarca, il quale in una lettera scritta a Giovanni Boccaccio diciassette anni dopo, parla del suo rinnovamento spirituale vissuto nell'Anno Santo.

         A conclusione di tutta questa chiacchierata sul Giubileo e sull'Indulgenza, vorrei che da parte di nessuno si smarrisse il concetto che al centro di tutto va collocato Gesù, e nessuno colloca al centro del suo interesse qualcuno o qualcosa di cui non è innamorato. E l'innamoramento per noi che siamo per definizione cercatori di bellezza, non può avvenire se non nella conoscenza e nella sequela di Gesù, il Figlio di Colui del quale il Libro della Sapienza scrive: "Dalla bellezza delle creature si conosce l'autore" (Sap 13,5). Il discorso sull'aspetto fisico di Gesù, bello e dignitoso pur nel suo abito modesto, capace di affascinare le donne e gli uomini del suo tempo, non è marginale alla vigilia del Giubileo.

         Anzi, ne costituisce il centro. Conoscere Gesù, nella sua interezza di uomo-Dio, muovendo dal Vangelo, che lo presenta nella sua concretezza di persona umano-divina, nella immediatezza del suo vivere e nel continuo rimando alla sua infinità, è il fine ultimo del Giubileo. In esso e per esso si rischia di fare tante cose, ma di dimenticare il festeggiato. Presi dall'euforia di preparativi, festeggiamenti, abbellimenti di chiese e di edifici pubblici, dall'organizzazione di viaggi, visite, dalla pubblicazione di mille guide, tutti impegni necessari, ma non primari, possiamo dedicarci a tutto, all'infuori dell'essenziale, il motivo unico del Giubileo. Che è solo un'occasione privilegiata per incontrare, o re-incontrare, Gesù. I credenti con la fede che lo fa riconoscere come "il più bello tra i figli dell'uomo" (Sal 45,3), i non credenti con l'interesse che comunque Cristo suscita in chiunque con cuore sincero e senza pregiudizi, e con una sensibilità aperta alla bellezza, si chiedono chi sia l'"abisso di luce" davanti al quale "bisogna chiudere gli occhi per non precipitarvi" (Kafka).

         Ma questo atteggiamento richiede amore, e "il vuoto indispensabile per l'amore" (E.De Luca). Vuoto di immagini, di frastuono, di disperazione, per l'immersione in una bellezza che porta all'ammirazione e alla preghiera. Il vero Giubileo, che è giubilo del cuore in festa, nasce dall'adorazione dell'amore.

         E' per questo che all'inizio dell'anno giubilare abbiamo collocato anche un'iniziativa non strettamente religiosa ma comunque valorizzatrice della bellezza più o meno artistica, nella serata di Sabato 8 gennaio, dal titolo: "Non saranno famosi", convinti come siamo che ognuno di noi, fratello e seguace, anzi, vorrei dire innamorato della vera bellezza che è Cristo, anche se non si sente particolarmente dotato dal punto di vista della creatività artistica, possiede un germe di vita che può far sbocciare anche solo un fiore, piccolo, ma pur sempre delicato e meritevole di attenzione, a omaggio del più bello tra i figli dell'uomo, e a sollievo e salvezza di tutti quelli meno belli di Lui, come noi.

 I protagonisti della Storia della Salvezza

È fuori di dubbio che il Padre ha un ruolo essenziale nella storia della Salvezza, ma non si può dire principale a scapito del ruolo del Figlio e dello Spirito. Insieme hanno creato l'universo e l'uomo, insieme lo salvano. Il Padre ha mandato il Figlio nel mondo, il Figlio si è incarnato e sacrificato, lo Spirito Santo garantisce la sua presenza nella Chiesa e nel mondo sino alla fine dei secoli.

Dopo aver celebrato nella liturgia i misteri di Cristo, il Figlio fattosi uomo (dal Natale alla Morte, dalla Risurrezione all'Ascensione che è oggi), ci apprestiamo a celebrare la discesa dello Spirito Santo nella Pentecoste (domenica prossima), e a festeggiare l'intera SS.ma Trinità domenica 18 per raccoglierci di fronte al mistero Eucaristico (il Corpo e il Sangue del Signore) la domenica 25.

In omaggio allo Spirito Santo di cui si parla sempre meno rispetto alle altre Persone divine, è bene ricordare che esso già "aleggiava" sulle acque primordiali della Genesi (Gen 1,2), era presente col suo misterioso "alito di vita" nella creazione dell'uomo (Gen 2,7), scenderà sugli anziani d'Israele nel deserto (Nm 11,17-29), sui Giudici che guidano il popolo alla conquista della Terra Promessa (Gdc 3,10), sui re, e soprattutto sul più illustre di loro, Davide (1 Sam 16). Ma spesso i re furono deludenti, e la parola di Dio dovette riparare presso i profeti (Samuele, Isaia, Geremia, ecc.) che parlano in nome del Signore sotto l'impulso di una forza irresistibile. Questi profeti sono mal visti, ma Dio non li abbandona: lo Spirito li fortifica.

Siamo nel secolo VI avanti Cristo, Gerusalemme è stata conquistata da un re straniero dal nome roboante: Nabucodonosor. Il tempio è stato distrutto, non si possono più offrire sacrifici, la maggioranza della popolazione è stata deportata in Babilonia. Dio mette allora sulla bocca di Ezechiele parole di speranza, dopo quelle di condanna per la dissolutezza spirituale: Dio rinnoverà l'alleanza. "Vi darò un cuore nuovo, metterò dentro di voi uno Spirito nuovo... Porrò il mio Spirito dentro di voi... Voi sarete il mio popolo e io sarò il vostro Dio (Ez 36,26-28)".

Ma durante gli ultimi secoli prima della nascita di Gesù, i profeti tacquero e lo Spirito di Dio divenne soprattutto l'oggetto di un'attesa. Il Nuovo Testamento infatti vede nell'invio dello Spirito Santo il compimento della promessa divina. San Luca e san Paolo ne parlano come "Spirito della Promessa" o "Promesso dal Padre". La prima volta in cui Pietro prende la parola come "principe degli apostoli" il giorno della Pentecoste, annuncia che la promessa dello Spirito si è realizzata: lo Spirito Santo è stato dato.

Il Digiuno

"Lo sposo è venuto e finché egli é fisicamente presente nel mondo, è giusto non digiunare. Comunque Gesù ha già preavvisato i suoi discepoli rispondendo a quelli di Giovanni: "Ma verranno i giorni in cui sarà loro tolto lo sposo e allora digiuneranno" (2,20). E' ovvio che per digiuno non si intende qui solo quello volontario e tanto meno solo quello dal cibo, dalle bevande e da tante altre possibilità di piacere che la vita offre. Anche, ma soprattutto il digiuno che è fatto di persecuzioni di vario genere cui i discepoli andranno incontro in quanto portatori del Vangelo in un mondo che li respingerà e tenterà di rintuzzarne l'efficacia propulsiva tormentandone e uccidendone gli annunciatori.

Il cristiano, ogni cristiano, deve sapere che la scelta di seguire Cristo lo rende potenzialmente un martire. Noi conosciamo i martiri della fede, i martiri della castità, i martiri della carità e definiamo il martirio, cioè la morte in difesa di questi valori, come atto supremo e perfetto di amor di Dio. Ma l'orizzonte deve necessariamente allargarsi anche a chi muore per un ideale che coincide con i valori del Vangelo, come l'onestà, la lealtà, la sete di pace e di giustizia, la rinuncia alla vendetta, insomma a tutti coloro che già Cristo ha proclamato beati (es. Mt 5,3-12) indipendentemente dalla loro appartenenza religiosa e anche dal fatto di essere uccisi per questo. Si può dedicare la vita a questi ideali e, a volte, può essere più difficile del martirio cruento. Si può languire nella sofferenza per mesi e anni o per tutta una vita, accettandola per amore di Dio e dei fratelli e si entra nella rosa dei martiri, pur non proclamati tali dalla Chiesa. Ma anche sul digiuno volontario occorre insistere, perché se compreso nel suo valore, costituisce un arricchimento della persona umana e una crescita della statura cristiana: quello dal cibo, come quello dall'abuso della lingua, della tv, del piacere sessuale, ecc. ma soprattutto dalla ricchezza, dalla fame di successo e di potere. Sono tanti i vantaggi che se ne traggono: dal dominio di sé a una sana ecologia interiore, dal carattere penitenziale che vogliamo attribuirvi a quello caritativo di condivisione della reale condizione di tanti poveri del mondo, dall'anticonformismo nei confronti di una società consumista all'affermazione che a tutto possiamo rinunciare fuorché a Dio. Altro che disprezzare il digiuno. Si dice che è fuori moda. Non lo è nemmeno per chi vuole una linea snella per la propria corporatura, ma non è il nostro discorso. "

Da: "Lo seguirono lungo la via" di A.Usubelli E.D.B.

 

Il Perdono di Dio

"Vorrei scommettere sull'imbarazzo dei catechisti di fronte al commento esegetico non privo di riflessi teologici e pastorali circa questo Dio che perdona incondizionatamente, cioè senza esigere pentimento e proposito di riparare al male commesso. Posso paragonarlo all'imbarazzo e allo scandalo provato dagli scribi di fronte alla frase di Cristo: "Ti sono perdonati i tuoi peccati". A noi rimane il problema: ci può essere remissione dei peccati senza che il peccatore si penta? E d'altra parte non ci è stato ordinato da Dio di perdonare, anzi di amare i nostri nemici indipendentemente dal fatto che essi ci chiedano scusa del male arrecatoci? E come potrebbe Dio comandarci di fare ciò che lui non farebbe, se da noi esigesse come condizione indispensabile la richiesta di perdono, il pentimento, il proposito, il ringraziamento per il perdono ricevuto, la domanda di aiuto per non peccare più, cose che noi abbiamo appreso e imparato da sempre per tutti coloro che hanno consapevolezza di essere in debito con Dio?

Non è facile rispondere anche per chi ha capito cosa significa il perdono di Dio e tanto meno per chi - come scriveva s. Giovanni della Croce - è abituato a confessarsi, ma per il quale la confessione "piuttosto che un'accusa è andare in cerca della scusa". Occorre a mio avviso partire da una premessa: Dio è giustizia, ma la giustizia in Dio non è come quella dell'uomo, è misericordia e perdono. E' una giustizia che giustifica, cioè che rende giusti.

Noi siamo istintivamente giustizialisti, soprattutto con gli altri, vorremmo con i nostri castighi e sanzioni, ristabilire l'equilibrio rotto per il male che si compie. Illusione. Il male non può essere coperto e tanto meno riparato: va sradicato. E questo non è in nostro potere, è un potere riservato a Dio che non solo perdona, ma dimentica il male commesso dagli uomini. E lo fa perché è amore. L'amore perdona sempre e dimentica. Si dice: una mamma perdona sempre. Dio è una mamma che non aspetta le scuse del figlio. Il tuo pentimento e ciò che lo accompagna non servono a meritarti il perdono di Dio, servono a dimostrare la tua fede nella sua misericordia infinita. Se tu non ti penti, non invochi questa misericordia, non proponi di corrispondervi per quanto ti è possibile, vuol dire che non credi all'amore di Dio.

Questi sentimenti o atteggiamenti non sono causa del perdono di Dio, ne sono il segno. E' la fede in questo perdono che li produce ed è questa fede che ti salva. Se in te mancano, vuol dire che non hai fede, ed è questo che ti deve preoccupare, perché solo "Chi crederà e sarà battezzato sarà salvo, ma chi non crederà sarà condannato"(Mc 16,16). Ma se ci credi, non hai difficoltà neanche ad ammettere che Dio si serve pure degli uomini, non sempre i migliori, per regalarti il suo perdono."

Da: "Lo seguirono lungo la via" di A.USUBELLI E.D.B.