Don
Arturo Usubelli


ORA
SO CHE IL SIGNORE SALVA
IL
SUO CONSACRATO (Sl 20)
Don
Arturo, dopo aver condiviso con la nostra comunità
lesperienza
faticosa degli ultimi mesi di vita segnati dalla malattia,
ci
ha lasciati per entrare nellabbraccio di Dio.
E
morto il giorno 26 giugno 2007, verso le 20.30.
Il
suo corpo riposa presso il cimitero di Bondo Petello (Albino
BG)
Don Arturo
USUBELLI
era nato a Selvino in
provincia di Bergamo, l11 ottobre 1928
Era il fratello del
parroco, don Mario.
Don Arturo, da quando
era andato in pensione, passava la maggior parte del suo tempo
presso di noi per dare una mano in parrocchia con la sua grande esperienza,
cultura, sapienza e saggezza.
Dal 1996 eravamo praticamente
la sua seconda residenza
Ha scritto libri e
tenuto corsi di catechesi, vivendo con intensità il suo
sacerdozio e lasciando a tutti noi il segno dellamore
paziente e grande di Dio.
Sacerdote diocesano
di Bergamo, dall'ordinazione sacerdotale,
donArturate:
Ø
Capitolo 19 del libro Guidami
nella tua verità
Ø Le indulgenze: loro valore e significato
Il 50° anniversario di sacerdozio di don Arturo
Alcuni articoli presenti sul Web:
Gli
articoli di don Arturo Usubelli pubblicati sul periodico
del Patronato san Vincenzo per
giovani operai
| R |
iportiamo
testo dellInno alla Croce di tre strofe composto da
don Arturo e musicati in due versioni a quattro voci e a
una sola per il popolo dal maestro don Pedemonti -.
Glorifichiam la Croce che è vanto dei credenti
obbrobrio delle genti, follia dei ben pensanti.
Su di essa il divin Figlio donò la sua salvezza,
e per la morte sua è giunta a noi la vita.
® O Croce a cui inchiodaron due mani
aperte a tutti
fissate nell'abbraccio di ognun del peccatori.
Lava pur noi nel sangue di Cristo Redentore,
che stenda su di tutti la sua misericordia.
Nellarido deserto un dì prefigurasti
il segno che ci salva dal morso del maligno.
Ancora nel tuo segno fai ritrovar la forza
d'esser seguaci suoi sino allestrem respiro. ®
Comunità in cammino cerchiamo la sua guida;
da cireneo celeste Lui ci sollevi il peso
di ognuna nostra croce e faccia noi capaci
di render più leggere le sofferenze altrui. ®
Parafrasando LInno
alla Croce
Perché
Glorifichiam la Croce?
Non certo per esaltare una delle forme più crudeli di torturare
o far morire delinquenti comuni o nemici di turno, ma perché la
croce, segno di ignominia e di condanna è diventata per noi
cristiani strumento di salvezza. Ci riferiamo a quella di Cristo
ovviamente, senza trascurare il fatto che da quella hanno preso
il nome anche tutte le nostre quotidiane sofferenze.
Che
è vanto dei credenti. Per poter fare questa
affermazione bisognerà attendere la Risurrezione di Gesù e la
discesa dello Spirito Santo. Solo così lo scandalo della croce
può apparire nella vera luce del disegno divino di salvezza.
Infatti,
dopo la guarigione dello storpio, Pietro non esitò a dichiarare
davanti al Sinedrio: È nel nome di Gesù Cristo il
Nazareno, che voi avete crocifisso e che Dio ha risuscitato dai
morti, che costui vi sta innanzi sano e salvo. Questo Gesù è la
pietra che, scartata da voi costruttori è divenuta testata
dangolo. In nessun altro cè salvezza; non vi è
infatti altro nome dato agli uomini sotto il cielo sul quale è
stabilito che possiamo essere salvati (At 4,10-12)
Obbrobrio
delle genti, follia dei ben pensanti.
San
Paolo scriverà (Cor 1,23) Noi predichiamo Cristo
crocifisso, scandalo per i Giudei e follia per i pagani.
Nessuno dei discepoli, nemmeno gli apostoli, avrebbero ammesso un
Messia crocifisso. Pietro che pur avendo confessato dinanzi al
Maestro: Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivente
(Mt 16,16) non aveva potuto tollerare nemmeno lannuncio
della sua passione e morte (Mt 16,22; 17,22-23).
Per
questo dopo lultima cena, Gesù aveva annunziato: Voi
tutti vi scandalizzerete in questa notte per causa mia (Mt26,31).
Su di essa il Divin
Figlio donò la sua salvezza: non è solo
unesigenza metrica quella che ci fa attribuire
al Figlio di Dio la salvezza di ciascuno e di tutti noi, ma è il
frutto di un autentico convincimento che ci deve tutti
persuadere. La salvezza non è nostra, non è il frutto dei
nostri meriti e delle nostre fatiche. È sempre e solo dono
Suo. La certezza di essere amati in modo del tutto
privilegiato è lunico ma essenziale sostegno della nostra
fede e speranza.
Che non sia un abuso
lestensione del termine Croce alle nostre
sofferenze è Cristo stesso ad affermarlo: Chi vuol
venire dietro a me, rinneghi se stesso prenda la sua Croce e mi
segua (Mt 16,24), dove per croce sintende tutto
il nostro soffrire cristiano.
Cosa
chiediamo alla Croce? Non che diventi un talismano, un amuleto,
come lo è per tanti, a titolo ornamentale e superstizioso.
Rispettiamo i pagani o i simil-pagani che ne fanno questo uso, ma
che interessa a noi è che la Croce ci abbracci uno per uno,
che lavi pur noi nel sangue del Cristo Redentore
e che realmente stenda su di tutti la sua
misericordia.
| L |
intera
secomda strofa fa esplicito riferimento a ciò che pensa e scrive
lapostolo Giovanni, per il quale la Croce è già in
partenza il segno di specificazione di Gesù. Come Mosé
innalzò il serpente nel deserto, così bisogna che sia innalzato
il Figlio delluomo, perché chiunque crede in Lui abbia la
vita eterna (Gv 3,14).
Gesù
è come il nuovo serpente di bronzo che, innalzato in mezzo ad
unumanità peccatrice, porta a tutti la salvezza. E ancora Quando
avrete innalzato il Figlio delluomo, allora saprete che Io
Sono e che Io non faccio nulla da me stesso, ma dico ciò che mi
ha insegnato il Padre (Gv 8,28).
A
noi il dovere di guardare verso Colui che è stato
trafitto e innalzato (Gv 19-37).
E
non solo guardare, ma imitare il Maestro che disse Chi
vuol venire dietro a me, prenda la sua croce e mi segua
(Mt16,24).
Nel
segno della croce eleviamo a Cristo la richiesta di ritrovare le
forze di essere seguaci suoi adesso e nellora della nostra
morte.
Se
questo vale per i singoli credenti, a maggior ragione sentiamo
che deve valere per la nostra comunità, per tutte le comunità
che, da Cristo guidate, si dichiarano in cammino, e lo sono
realmente, seppur faticosamente, verso la meta celeste.
Diciamo
che il compenso che in qualche modo ci aspettiamo non è
lesenzione dallo sforzo, ma la certezza dellaiuto che
Lui ci farà pervenire, perché a Lui si addice pienamente il
titolo di Cireneo Celeste.
Il
Cireneo, questo anonimo contadino di Cirene, è passato alla
storia proprio perché nel Vangelo un certo Simone della regione
cirenaica" aiutò Gesù a portare la croce. E Cirenei
sono generalmente chiamati quelli che come lui aiutano il
prossimo ad accettare la propria sofferenza e fatica.
A
Cristo noi chiediamo di aiutarci a sopportare il peso di ogni
nostra croce, ma soprattutto di diventare noi capaci di alleviare
le sofferenze di tanti nostri fratelli.
Cosa
ne pensa don Arturo a proposito di
LE INDULGENZE, LORO
VALORE E SIGNIFICATO
Partendo dall'annuncio di Cristo nella sinagoga di Nazareth (Lc
4,16-30) che realizza quanto aveva predetto il III Isaia, P. Aldo
Genesio ci ha presentato Lunedì 29 u.s. la figura di Gesù come
personificatore della Grande Indulgenza che Dio manifesta nei
confronti degli uomini, e ha interpretato il Giubileo come Anno
di Grazia, durante il quale tutti dovremmo riflettere sul fatto
che l'intera nostra vita è Grazia: ciò che siamo e ciò che
abbiamo.
Ma a sua volta la Grazia, che è sempre sovrabbondante, non è
condizionata dall'agire dell'uomo, giusto o peccatore che sia, ma
dalla sua apertura alla condiscendenza di Dio. E' la fede in
questo amore che fa la differenza. Da una lunga serie di episodi
evangelici, si è ricavata l'attenzione amorosa di Gesù verso
gli uomini, dal punto di vista fisico e spirituale. In questo
senso Dio non è mai a riposo (cfr. il sabato) e neppure l'uomo
lo può essere verso i suoi fratelli bisognosi. L'importante è
non chiudersi alla misericordia gratuita, ma anzi, fare come
Cristo con il lebbroso (Mc 1,40-45): caricare se stesso
dell'infermità altrui, toccandolo fino a rendersi
"immondo", respinto dalla città e condannato a vivere
e morire fuori dalle mura, da dove però "attirerà tutti a
sé".
Posta questa introduzione, da tener presente in questo e nei
successivi incontri sul Giubileo, ora, per volerci calare nello
"specifico" dell'anno giubilare, ho bisogno di porre
due premesse fondamentali, onde svolgere il ben più ridotto tema
assegnatomi: "Le indulgenze, loro valore e
significato". Qui il discorso si restringe e per
qualcuno potrebbe anche ridursi alla banalità, ma è naturale
che quando noi, comunità visibile dei credenti, vogliamo in
qualche nodo tradurre nella nostra realtà feriale i grandi
concetti che esprimono l'essenza di Dio e il suo rapporto di
infinita misericordia verso l'uomo, abbiamo bisogno di adattarli
ai nostri limiti sia di linguaggio che di segno, quello che del
resto facciamo anche con i segni sacramentali. Tutto questo non
banalizza la realtà stessa (Gesù ha fatto altrettanto), ma la
adegua alla nostra capacità di comprensione, senza celarci la
sua grandezza. Toccherà poi a noi provocare la lode che Cristo
rende al Padre, quando dice: "Ti benedico, o Padre, Signore
del cielo e della terra, perché hai tenute nascoste questa cose
ai sapienti e agli intelligenti e le hai rivelate ai
piccoli" (Mt 11,25). L'importante è non scordarsi che essi
vogliono, se pur inadeguatamente, tradurre il grandioso e
inafferrabile concetto dell'amore infinito di Dio verso l'uomo,
della sua indulgenza senza limiti, ma anche della sua chiamata a
ciascuno di noi a porre il nostro contributo personale di
apertura, per creare il terreno disponibile all'irruzione della
sua Grazia.
La prima di questa premesse è il Giubileo. Dobbiamo metterci in
guardia tutti dal rischio di fare del Giubileo una cosa diversa
da ciò che la tradizione ebraica e il suo compimento nel Nuovo
Testamento ci impongono. Dobbiamo vigilare perché la
celebrazione dell'Anno Santo non resti prigioniera della
"macchina" organizzativa o ceda alla tentazione del
trionfalismo. E' un momento evangelico, non mondano. Ricordiamoci
che anche in un momento come questo è possibile servire due
padroni... per evitare ciò, riferimento fondamentale è la
concezione biblica del Giubileo, celebrazione della santità del
tempo.
Già dal
popolo d'Israele dell'Antico Testamento si celebrava l'anno
sabbatico ogni sette anni e l'anno giubilare ogni cinquant'anni.
Il primo era un'occasione per lasciar riposare la terra e gli
uomini, il secondo perché fosse un anno pasquale che
celebrava il Dio liberatore e traeva le conseguenze della sua
strana signoria: i debiti erano condonati, la Terra ritornava al
servizio di tutti, gli schiavi venivano liberati, si risistemava
in qualche modo il mondo secondo le intenzioni di Dio. Il testo
biblico non prevedeva il pellegrinaggio nelle norme sul Giubileo,
e questo ci deve ricordare che il pellegrinaggio più autentico a
cui ci chiama la Parola è quello che ci porta dalla logica della
schiavitù a quella della solidarietà con i fratelli.
Ma tutto
ciò non era ancora il Giubileo Cristiano, perché ancora mancava
la remissione dei peccati, la grande novità dell' "anno di
Grazia" annunciato da Gesù nella sinagoga di Nazareth (Lc
4,16-21). E' una novità che cambia la concezione del tempo, la
Salvezza ci raggiunge nell' "oggi". Adesso. Nessun
giorno è ormai più propizio degli altri per accedervi. Perché
allora parlare di Giubileo? In sé non sarebbe necessario e
infatti per 1.300 anni la Chiesa di Roma non lo ha celebrato e le
altre chiese cristiane separate o riformate ancora oggi non lo
celebrano. Tuttavia, come i Papi ci insegnano, è possibile, è
utile viverlo come momento per rinnovare la fede dei cattolici.
Un anno in cui mettere al centro la conversione, questa chiamata
continua per il cristiano, ma soprattutto questa decisione di
cambiare vita presa a livello non solo personale, ma comunitario.
Cristo ne
è la Porta Santa: "Io sono la porta delle pecore" dice
in Gv 10,7. E noi si apre la Porta Santa perché "il mondo
ha bisogno di Cristo e di niente di meno!" (D. Bonhoeffer).
Per i cristiani è Lui il centro della terra e della storia
umana: in Gesù di Nazareth Dio si manifesta come principio e
fine dell'uomo: l'Alfa e l'Omega. L'anno in cui è nato Cristo è
stato il Giubileo del mondo: anno di grazia e di letizia: anno
della visita di Dio al mondo e della lieta notizia data agli
uomini: Dio ama il mondo e si fa uomo per rendere l'uomo divino.
Ma il
Giubileo è anche uno stimolo per guardare avanti nel tempo.
L'Anno Santo fa memoria della venuta di Gesù, ma è anche un
prepararsi al suo ritorno. Nel Giubileo ci poniamo in attesa del
giudizio finale. E' un giudizio che ciascuno deve invocare su di
sé. Consapevoli che possiamo solo abbandonarci alla misericordia
di Dio, ma anche convinti che alla fine avverrà il compimento
della giustizia per tutti quelli che sono stati calpestati.
Detto
questo, che in fondo è ciò che avete già ascoltato nelle
precedenti conversazioni, pongo una seconda premessa che dedico
alla cosidetta "pena temporale", per arrivare alla
parte conclusiva che mi è stata assegnata: il discorso sulle
indulgenze.
Si sa che
le indulgenze, come la "soddisfazione sacramentale"
servono a cancellare la pena temporale, di cui parleremo. Va
precisato che Dio può sempre rimettere la colpa e la pena
eterna, ma non può mai rimettere la pena temporale senza il
concorso dell'uomo. L'uomo come tale, né angelo né animale, è
dotato di libertà solo in quanto è donato alla propria
libertà. Poiché è veramente libero ma dotato di una libertà
limitata, cioè storica e in divenire, egli, quando confessa la
propria colpa, sperimenta subito un nuovo orientamento della
volontà. Se non fosse così, egli potrebbe cambiare per il fatto
di "voler" cambiare.
Ma quanto
diversa sia la realtà, lo sperimentiamo quando da fumatori
cerchiamo di smettere di fumare. Volere non basta. La
"volontà cattiva abituale" è più forte della
volontà buona istantanea. Così, anche la conversione a Dio
istantanea non può ancora tutto contro l'abitudine al peccato.
Per questo il perdono della colpa non è ancora il condono della
pena. Quando la colpa è perdonata, solo allora comincia
propriamente quella pena che consiste nell'adeguare faticosamente
muscoli, nervi, respiro e battiti cardiaci, al disegno della
volontà divina e umana. In questo, Dio non può sostituirci.
Noi, la comunità ecclesiale e il Signore Gesù al suo centro,
assicurando la "comunione nella penitenza" attraverso
la preghiera, esplicitiamo la nostra personale solitudine, cioè
diamo questa necessaria risposta al Dio di misericordia.
Ma ecco
che anche oggi, con il Giubileo imminente del Duemila, si è alle
prese con gente occupata a dare cattive informazioni sulle
indulgenze. Chi sono? Ma basta aprire le pagine dei quotidiani o
ascoltare i telegiornali per saperlo. La prima informazione
sbagliata è quella di confondere l'indulgenza con il perdono
delle colpe. Un cristiano, invece, sa che per avere la remissione
dei peccati deve passare attraverso il sacramento della
Penitenza. Ma il penitente sa che neanche così può considerarsi
totalmente e definitivamente purificato, perciò deve scontare
una penitenza o in vita o in Purgatorio, cioè, secondo un modo
invalso di dire, deve dare "soddisfazione".
Ora, la
Chiesa ritiene che può ridurre questa "soddisfazione",
facendo salire a Dio le sue suppliche, affinché ai peccatori
siano applicati i meriti del Salvatore, della Vergine e dei
santi, che costituiscono il "tesoro" della Chiesa.
Questo avviene per mezzo di ciò che si chiama "la comunione
dei santi", per cui la santità di alcuni porta beneficio
agli altri. In questo sta il concetto di indulgenza: remissione
della pena, non remissione dei peccati, che deve avvenire prima.
La seconda
informazione sbagliata è quella che è stata sbandierata in
questi giorni da giornali e tv: tu puoi acquistare l'indulgenza
facendoti il segno della croce in ufficio o sul posto di lavoro.
Altri esempi: se uno, fumatore accanito o gran bevitore di birra,
senza dover fare un viaggio a Roma, non tocca una sigaretta,
almeno per un giorno, o non beve un bicchiere, alla fine
anch'egli acquista l'indulgenza del Giubileo. Insomma, tutto
sarebbe anche meglio dei tempi di Lutero, dovendoci rimettere
soltanto un pacchetto di sigarette e non un'offerta in danaro per
basiliche da costruire o crociate da finanziare.
Ora queste
cose possono sì sostituire il pellegrinaggio a Roma o alla
Cattedrale, ma rimangono sempre le altre condizioni necessarie:
cioè la confessione, la comunione, il vero pentimento interiore,
la preghiera a Dio misericordioso e la rinnovazione della
professione di fede. Insomma, per il Giubileo occorrono, si, le
cose esteriori, ma quello che vale soprattutto è ciò che in
quell'Anno Santo, nasce dentro l'animo. E' la convinzione che il
perdono di Dio "ricco di misericordia e di
compassione", scende sull'uomo pentito che lo invoca.
Quest'anno
inoltre, contrariamente al passato, il Giubileo non sarà
acquistabile una sola volta o pochissime volte durante un
estenuante pellegrinaggio a Roma, ma i fedeli potranno
conseguirlo anche ogni giorno in ogni luogo, sia per loro stessi,
sia a suffragio dei defunti.
Ce n'è
abbastanza dunque per misurare il cammino percorso da quando nel
1.517 Martin Lutero affisse alla porta della chiesa di Wittemberg
le sue famose 95 tesi. E infatti la nuova edizione dell'Enchiridion
si rifà in gran parte alla riforma con cui Paolo VI nel 1.967 ne
fissò i presupposti teologici. Primo fra tutti il fatto che
"la natura del peccato comporta una pena da scontare".
E che "esiste un tesoro della Chiesa, costituito dai meriti
di Cristo, della Beata Vergine e dei santi, che può essere messo
a disposizione dei fedeli per mezzo della Chiesa", proprio
per aiutarli a scontare quelle pene e a rafforzarsi nella vita
cristiana.
In questa
maniera, inoltre, la vera dottrina delle indulgenze riemerge
dalle nebbie in cui l'avevano spinta nei secoli scorsi
soprattutto due cause: il rifiuto di concederle da parte delle
chiese riformate e la cosidetta "invenzione medievale del
Purgatorio".
Siamo
arrivati dunque al punto in cui va precisato il concetto di
INDULGENZE conseguenza di quello della pena temporale. Precisiamo
innanzitutto quest'ultima. Essa non è da confondere né col
peccato (mortale o veniale), né con le sue conseguenze
(purgatorio - inferno). L'uno e le altre si possono cancellare:
il primo con la Confessione e il pentimento, le seconde si
possono evitare ottenendo il perdono del primo. Ma quante volte
bisognerà ancora ripetere che la pena temporale dei nostri
peccati non è l'inferno o la dannazione (pena eterna), né il
purgatorio, ma la debolezza insita in noi a riprendere il cammino
e quindi bisognosa di preghiere, di opere di carità o di
autocontrollo, così da reintegrare la nostra volontà e il
nostro carattere in un cammino di crescita spirituale?
L'Enchiridion delle indulgenze che è stato presentato alcune
settimane fa alla stampa, conteneva questa dottrina in modo
preciso, ma la stragrande maggioranza dei giornalisti sono corsi
a leggere le esemplificazioni finali che sono un elenco minuto di
azioni e di preghiere che staccato dalle premesse di questo
discorso, si traducono maliziosamente in semibarzellette.
Separando questo elenco dal contesto, si cade nel banale e nel
convenzionale ironico che però offende una realtà che è ben
più spessa e ben più determinante di come suonano agli
incompetenti le singole esemplificazioni. Insomma, si deve
considerare la disciplina nella sua articolazione, che è il
distacco dal peccato, l'umiliazione di confessarsi peccatori,
l'assoluzione che è del tutto gratuita ad opera della grazia di
Dio, e, infine, l'indulgenza come pratica che rafforza il cammino
intrapreso e manifesta una gratitudine per un perdono ottenuto.
Ma allora
cos'è in definitiva questa pena temporale? Non è una
contraddizione in termini, visto che essa, se non cancellata, si
ripercuoterebbe in una dimensione eterna cioè extratemporale? Il
Vangelo parla solo di Salvezza e di non salvezza (Perdizione):
non ci sono vie di mezzo. Ha ragione Lutero nel negare
l'efficacia delle indulgenze come conseguenza della negazione del
Purgatorio.
Mi limito
ad alcune esemplificazioni: al di là dei "peccati
formali" più o meno gravi che il sacramento perdona,
tendono a resistere in noi atteggiamenti che non raggiungono
l'entità del peccato, ma ci avvicinano ad esso, allontanandoci
da Dio.
Vogliamo
individuarne alcuni?
Si può
vivere senza tanta voglia di pregare, farlo senza convinzione,
pregare con la propensione a lasciarsi distrarre, esagerare nel
conversare, nel perdere il tempo, nel non favorire condizioni di
preghiera come il raccoglimento e il silenzio; si può mantenere
una certa... ruggine con Dio per i più svariati motivi, senza
giungere alla bestemmia: uno sconcerto per le ingiustizie che
tollera e le vittime che non soccorre, un netto rifiuto della
sofferenza nostra e altrui, una... seccatura perché tutto ciò
che piace è proibito e tutto ciò che è concesso non appàga;
una difficoltà a capire perché dopo aver lavorato tanto, si
ottiene così poco e altri che nulla fanno sono così fortunati;
quella gelosia o invidiuzza che produce un certo malcontento nel
veder premiati più gli operai dell'ultima ora che non i primi,
o, al limite, confratelli o fratelli nella stessa fede che non
s'affaticano più di tanto e riscuotono successo; quelle
antipatie e allergie all'incontro con certe persone che si
preferisce evitare, al contrario di quelle per cui si nutre una
particolare simpatia, sperare che a farsi compagne siano più
queste che quelle, senza nessuna intenzione cattiva
evidentemente; quella impulsività indomata che non ne lascia
cadere a terra nessuna, quella incapacità a dimenticare offese
cosidette perdonate, quelle compiacenze non troppo caste nel
ricordare situazioni ormai superate, quel linguaggio ambiguo di
serietà che ancor non scade nella volgarità, ma che a volte è
intriso di offese subdole o tentativi di voler apparire, modestia
a parte, per quel che di più si ha o ci si sente; quello zelo di
troppo nell'esplicitare i nostri meriti e talenti a danno forse o
tacendo di quelli altrui, quella carità interessata che è retta
sì, ma è mossa talvolta anche da qualche secondo fine;
quell'istinto vendicativo che non arriverebbe mai ad augurar del
male ad alcuno, ma, a volte, se capita, a sussurrare
interiormente: "gli sta bene", soprattutto se è un
criminale; quel lamentarsi per sé e non avere sufficiente
attenzione al disagio altrui, quella incapacità, se non formale,
di godere con chi gode e soffrire con chi soffre; il favorire
"sempre" figli e nipoti e mai dare la precedenza a
persone più bisognose, lontane dalle nostre amicizie e dalla
nostra cultura o pratica di vita, se non addirittura avversarie;
il diffidare sistematicamente di chi chiede un aiuto economico,
ragionando sempre più con la testa che non con il cuore, il
pregare insistentemente per i "nostri" malati e per i
"nostri" morti e non per quelli degli altri, anzi il
non degnarli di attenzione neppure negli ospedali.
Sono
semplici esempi tratti dalla realtà quotidiana e che noi
giustamente non riteniamo di solito peccati e non confessiamo, ma
che, assommati, raggiungono una quota elevata di pena temporale
che esige una "soddisfazione" acquisibile, innanzitutto
con la penitenza sacramentale, non solo, ma anche con tante altre
forme di penitenza, atti di carità, sofferenze accettate di buon
grado, preghiere, e, con quei mezzi suggeriti ad hoc dalla
Chiesa, quali le indulgenze, tra cui spicca per importanza il
Giubileo.
Nell'elencazione
imprecisa e sommaria che ne ho fatto, a qualcuno può sembrare
siano inclusi veri e propri peccati, gravi o veniali; ma non è
questa la mia intenzione e non vorrei si facessero confusioni. La
pena temporale è ciò che resta, perdonato il peccato, di
traccia del medesimo, di legame implicito, di zona d'ombra, di
cicatrice, che facilmente, se non "soddisfatta" diventa
tendenza alla recidività.
Inoltre
vorrei richiamarvi il concetto già espresso nelle lettera
recapitata a tutte le famiglie della Parrocchia proprio in vista
del Giubileo. Non vi sono peccati che rimangano strettamente
personali: il peccato riguarda tutto il corpo di Cristo che è la
Chiesa. La rottura con Dio viene guarita dall'assoluzione
sacramentale. Rimangono le conseguenze del peccato: scorie e
dipendenze che fatalmente ti condizionano. Quanto è lungo il
cammino per purificare l'anima e renderla libera, disponibile a
Dio! Ecco allora che la Chiesa stessa interviene. In questo
cammino di purificazione è lei stessa che cammina con te e ti
conforta. E' lei che mette a disposizione il suo tesoro (la somma
di bene che tutte le persone hanno fatto, non solo i meriti
infiniti di Cristo, la sua Passione e morte, ma anche quelli
della Vergine Maria, di tutti i Santi e tutto il bene che c'è
nel mondo.)
L'indulgenza
è un aiuto straordinario, un dono perché io possa riprendere il
cammino. Si, può apparire anche troppo semplice il modo
stabilito per ottenerla, questo dire poche preghiere alla tomba
di San Pietro o in altro luogo designato. Ma questo è solo il segno
e i segni sono sempre piccoli... Anche la formula della
Messa è piccola rispetto al mistero grande che si compie; anche
la formula del matrimonio è piccola rispetto al Sacramento che
si celebra. Piuttosto importante è lo spirito con cui ci si
avvicina: è il cammino penitenziale che noi ci impegniamo a
compiere. Quindi non un giochetto più o meno furbastro, ma un
impegno serio e profondo di conversione, il ripudio totale di
ogni attaccamento al peccato anche veniale. L'indulgenza è
sempre proporzionata a questo atteggiamento interiore di
conversione. Un atto d'amore pieno, cosiddetto perfetto, una
disponibilità assoluta e leale ti garantisce un'indulgenza che
la Chiesa chiama plenaria. E infine, per ripeterci, dalla
dottrina cristiana sull'indulgenza si deve soprattutto imparare
che anche l'espiazione del peccato ci lega insieme: noi e i
Santi, noi e nostri morti. Un solo cammino. Un solo impegno le
ritrovare Dio e la sua Grazia. Il Giubileo è riscoperta di
quella misteriosa solidarietà nel bene e nel male, ed è
occasione di carità spirituale esercitata verso tutti, i vivi e
i morti. Ma è soprattutto tempo di conversione. Non solo dal
peccato alla grazia, ma dallo scadere nella mediocrità al
tendere verso la santità.
Esiste
adunque il Purgatorio, come mezzo di cancellazione dei peccati
veniali e insieme anche della pena temporale, ma proprio per
questo in molti lo ritengono nell'ambito del tempo, e lo si vive
nella sofferenza terrena, nella pratica religiosa - confessione
compresa - nell'esercizio della carità e soprattutto del
perdono, nella pratica delle virtù, nel suffragio che raggiungo
o mi raggiunge attraverso la comunione dei santi, nel misterioso
passaggio da questa all'altra vita, l'agonia, nel cui spazio si
può inserire qualunque atto di purificazione da parte di Dio. La
Chiesa afferma il Purgatorio ma non ne specifica né la natura,
né il momento, né la durata. Come lo si può evitare? La
Confessione resta il mezzo privilegiato, ma ancor di più
l'Eucarestia, come segno della perfetta intimità con Dio, però
anche tutte le opere sopra accennate, il suffragio, anche quello
previsto (per Dio non c'è passato e futuro, ma tutto è
presente, è l' "oggi" di Dio) e soprattutto la
ricerca accurata e umile di tutto ciò che ci tiene lontano
dall'atto o meglio dall'abito di amore perfetto, cioè da quella
che comunemente diciamo causa del Purgatorio stesso.
L'Inferno c'è ed è nella fase eterna, costituisce un rischio
per ciascuno, la sua esistenza è segno di rispetto della
libertà umana da parte di Dio, ma spero che non ci vada nessuno,
perché la misericordia di Dio è più grande di ogni peccato,
compresa l'impenitenza finale. E quel Dio che mi comanda di
perdonare anche a chi non si pente del male fattomi, è
probabile, ma non scontato, che non condanni alcuno
all'eternità della pena; la quale, è forse ora di smetterla di
definirla con le metafore del fuoco e della fornace ardente, del
pianto e dello stridor di denti, usate pure da Gesù, ma sempre
metafore, come quella del Paradiso descritto come un banchetto
eterno. "l'inferno è essenzialmente il non essere col Dio
che è amore" dice Julien Green, o come dice G.F. Ravasi, è
"un essere lontano da Dio, sorgente d'amore e dai fratelli e
dalle sorelle; è come vivere in un perpetuo inverno, in una
specie di Siberia dell'anima."
Per il passato molti cristiani hanno coltivato opinioni spesso
stravaganti sulle indulgenze. E' giusto che le sfatiamo, ed a
farlo non siamo noi, è il magistero ordinario della Chiesa.
Il Catechismo della Chiesa Cattolica dice testualmente, citando
tra l'altro la Costituzione Apostolica di Paolo VI, che
"l'indulgenza è la remissione dinanzi a Dio della pena
temporale per i peccati, già rimessi quanto alla colpa,
remissione che il fedele, debitamente disposto e a determinate
condizioni, acquista per intervento della Chiesa, la quale, come
ministra della redenzione, autoritativamente dispensa ed applica
il tesoro delle soddisfazioni di Cristo e dei santi. L'
indulgenza è parziale o plenaria secondo che libera in parte o
in tutto dalla pena temporale dovuta per i peccati".
Le indulgenze possono essere applicate ai vivi o ai defunti. Esse
sono ottenute mediante la Chiesa, che, in virtù del potere del legare
e di sciogliere accordatole da Gesù Cristo, interviene a
favore di un cristiano e gli dischiude il tesoro dei meriti di
Cristo e dei santi, perché ottenga dal Padre delle misericordie
la remissione delle pene temporali dovute per i suoi peccati.
Così la Chiesa non vuole soltanto venire in aiuto a questo
cristiano, ma anche spingerlo a compiere opere di pietà, di
penitenza e di carità.
E poiché i fedeli defunti sono anch'essi membri della medesima comunione
dei santi, noi possiamo aiutarli, come loro possono aiutare
noi, ottenendo per loro delle indulgenze, in modo tale che anche
"ante praevisa merita" (cioè anche in
previsione dei futuri suffragi), siano sgravati dalle pene
temporali dovute per i loro peccati. Questo non demolisce la
certezza del Purgatorio, ma ne relativizza le nostre idee in
materia e tutto colloca nel mistero di Dio.
Seppelliamo definitivamente le barzellette sui giorni delle
indulgenze, da qualcuno ancora intesi come riduzione dei giorni
da trascorrere in purgatorio, benché da sempre si sia cercato, a
torto o a ragione, di insegnare che l'indulgenza parziale (ad es.
di 300 giorni) non significa questo, ma indicherebbe una
riduzione di pena pari a quella che con altrettanti giorni di
penitenza si sarebbe potuto scontare. E usciamo definitivamente
da una sorta di contabilità sulla dimensione ultraterrena che
non spetta a nessuno in questo mondo, rimettendo il tutto nelle
sapienti e misericordiose mani di Dio.
Val la pena di ricordare che il primo Giubileo con annessa
indulgenza fu celebrato nel 1300, e lo stesso Dante Alighieri, a
dargli un valore che poi rimase appiccicato alla Comedia
definita Divina, collocò il suo viaggio poetico tra
Inferno, Purgatorio, Paradiso nella Settimana Santa del Giubileo
del 1300. Ne risultò, oltre l'irraggiungibile altezza poetica,
un viaggio di purificazione, di penitenza, di elevazione
spirituale. Dal peccato alla grazia, dalla perdizione alla
salvezza.
Fino al 1300, a memoria ecclesiastica, non esisteva la tradizione
del Giubileo. Esso nasce "a furor di popolo", cioè
come richiesta da una massa di pellegrini, onde ottenere
indulgenze che sporadicamente in passato i Papi avevano concesso
per la visita alle basiliche romane. Pressato da un'affluenza
enorme, specie alla Basilica di S. Pietro che resta aperta giorno
e notte, il Papa Bonifacio VIII il 22 febbraio promulga il primo
Giubileo cristiano con una efficacia retroattiva, cioè dichiara
aperto l'Anno Santo a partire dal giorno di Natale dell'anno
precedente e lo chiuderà col Natale del 1300.
Seguirà un periodo turbolento, segnato dal conflitto tra il Papa
Bonifacio VIII e il re Filippo il Bello. Il Papa sarà fatto
prigioniero, morirà nel 1303, e il suo successore Clemente V
davanti ai disordini che sconvolgevano Roma si trasferirà ad
Avignone. E lì si succederanno i Papi fino al 1377, quando se ne
deciderà il rientro a Roma, soprattutto per merito di S.
Caterina da Siena. Nel frattempo si apre il secondo grande
Giubileo nel 1350. Da Natale a Pasqua, Roma accolse 1.200.000
pellegrini, una cifra enorme per quei tempi. Tra di loro un poeta
già celebre, Francesco Petrarca, il quale in una lettera scritta
a Giovanni Boccaccio diciassette anni dopo, parla del suo
rinnovamento spirituale vissuto nell'Anno Santo.
A conclusione di tutta questa chiacchierata sul Giubileo e
sull'Indulgenza, vorrei che da parte di nessuno si smarrisse il
concetto che al centro di tutto va collocato Gesù, e nessuno
colloca al centro del suo interesse qualcuno o qualcosa di cui
non è innamorato. E l'innamoramento per noi che siamo per
definizione cercatori di bellezza, non può avvenire se non nella
conoscenza e nella sequela di Gesù, il Figlio di Colui del quale
il Libro della Sapienza scrive: "Dalla bellezza delle
creature si conosce l'autore" (Sap 13,5). Il discorso
sull'aspetto fisico di Gesù, bello e dignitoso pur nel suo abito
modesto, capace di affascinare le donne e gli uomini del suo
tempo, non è marginale alla vigilia del Giubileo.
Anzi, ne costituisce il centro. Conoscere Gesù, nella sua
interezza di uomo-Dio, muovendo dal Vangelo, che lo presenta
nella sua concretezza di persona umano-divina, nella immediatezza
del suo vivere e nel continuo rimando alla sua infinità, è il
fine ultimo del Giubileo. In esso e per esso si rischia di fare
tante cose, ma di dimenticare il festeggiato. Presi dall'euforia
di preparativi, festeggiamenti, abbellimenti di chiese e di
edifici pubblici, dall'organizzazione di viaggi, visite, dalla
pubblicazione di mille guide, tutti impegni necessari, ma non
primari, possiamo dedicarci a tutto, all'infuori dell'essenziale,
il motivo unico del Giubileo. Che è solo un'occasione
privilegiata per incontrare, o re-incontrare, Gesù. I credenti
con la fede che lo fa riconoscere come "il più bello tra i
figli dell'uomo" (Sal 45,3), i non credenti con l'interesse
che comunque Cristo suscita in chiunque con cuore sincero e senza
pregiudizi, e con una sensibilità aperta alla bellezza, si
chiedono chi sia l'"abisso di luce" davanti al quale
"bisogna chiudere gli occhi per non precipitarvi"
(Kafka).
Ma questo atteggiamento richiede amore, e "il vuoto
indispensabile per l'amore" (E.De Luca). Vuoto di immagini,
di frastuono, di disperazione, per l'immersione in una bellezza
che porta all'ammirazione e alla preghiera. Il vero Giubileo, che
è giubilo del cuore in festa, nasce dall'adorazione dell'amore.
E' per questo che all'inizio dell'anno giubilare abbiamo
collocato anche un'iniziativa non strettamente religiosa ma
comunque valorizzatrice della bellezza più o meno artistica,
nella serata di Sabato 8 gennaio, dal titolo: "Non saranno
famosi", convinti come siamo che ognuno di noi, fratello e
seguace, anzi, vorrei dire innamorato della vera bellezza che è
Cristo, anche se non si sente particolarmente dotato dal punto di
vista della creatività artistica, possiede un germe di vita che
può far sbocciare anche solo un fiore, piccolo, ma pur sempre
delicato e meritevole di attenzione, a omaggio del più bello tra
i figli dell'uomo, e a sollievo e salvezza di tutti quelli meno
belli di Lui, come noi.
I
protagonisti della Storia della Salvezza
È fuori di dubbio che il Padre ha un ruolo essenziale nella storia della Salvezza, ma non si può dire principale a scapito del ruolo del Figlio e dello Spirito. Insieme hanno creato l'universo e l'uomo, insieme lo salvano. Il Padre ha mandato il Figlio nel mondo, il Figlio si è incarnato e sacrificato, lo Spirito Santo garantisce la sua presenza nella Chiesa e nel mondo sino alla fine dei secoli.
Dopo aver celebrato nella liturgia i misteri di Cristo, il Figlio fattosi uomo (dal Natale alla Morte, dalla Risurrezione all'Ascensione che è oggi), ci apprestiamo a celebrare la discesa dello Spirito Santo nella Pentecoste (domenica prossima), e a festeggiare l'intera SS.ma Trinità domenica 18 per raccoglierci di fronte al mistero Eucaristico (il Corpo e il Sangue del Signore) la domenica 25.
In omaggio allo Spirito Santo di cui si parla sempre meno rispetto alle altre Persone divine, è bene ricordare che esso già "aleggiava" sulle acque primordiali della Genesi (Gen 1,2), era presente col suo misterioso "alito di vita" nella creazione dell'uomo (Gen 2,7), scenderà sugli anziani d'Israele nel deserto (Nm 11,17-29), sui Giudici che guidano il popolo alla conquista della Terra Promessa (Gdc 3,10), sui re, e soprattutto sul più illustre di loro, Davide (1 Sam 16). Ma spesso i re furono deludenti, e la parola di Dio dovette riparare presso i profeti (Samuele, Isaia, Geremia, ecc.) che parlano in nome del Signore sotto l'impulso di una forza irresistibile. Questi profeti sono mal visti, ma Dio non li abbandona: lo Spirito li fortifica.
Siamo nel
secolo VI avanti Cristo, Gerusalemme è stata conquistata da un
re straniero dal nome roboante: Nabucodonosor. Il tempio è stato
distrutto, non si possono più offrire sacrifici, la maggioranza
della popolazione è stata deportata in Babilonia. Dio mette
allora sulla bocca di Ezechiele parole di speranza, dopo quelle
di condanna per la dissolutezza spirituale: Dio rinnoverà
l'alleanza. "Vi darò un cuore nuovo, metterò dentro di
voi uno Spirito nuovo... Porrò il mio Spirito dentro di voi...
Voi sarete il mio popolo e io sarò il vostro Dio (Ez
36,26-28)".
Ma durante gli ultimi secoli prima della nascita di Gesù, i profeti tacquero e lo Spirito di Dio divenne soprattutto l'oggetto di un'attesa. Il Nuovo Testamento infatti vede nell'invio dello Spirito Santo il compimento della promessa divina. San Luca e san Paolo ne parlano come "Spirito della Promessa" o "Promesso dal Padre". La prima volta in cui Pietro prende la parola come "principe degli apostoli" il giorno della Pentecoste, annuncia che la promessa dello Spirito si è realizzata: lo Spirito Santo è stato dato.
Il Digiuno
"Lo
sposo è venuto e finché egli é fisicamente presente nel mondo,
è giusto non digiunare. Comunque Gesù ha già preavvisato i
suoi discepoli rispondendo a quelli di Giovanni: "Ma
verranno i giorni in cui sarà loro tolto lo sposo e allora
digiuneranno" (2,20). E' ovvio che per digiuno non si
intende qui solo quello volontario e tanto meno solo quello dal
cibo, dalle bevande e da tante altre possibilità di piacere che
la vita offre. Anche, ma soprattutto il digiuno che è fatto di
persecuzioni di vario genere cui i discepoli andranno incontro in
quanto portatori del Vangelo in un mondo che li respingerà e
tenterà di rintuzzarne l'efficacia propulsiva tormentandone e
uccidendone gli annunciatori.
Il
cristiano, ogni cristiano, deve sapere che la scelta di seguire
Cristo lo rende potenzialmente un martire. Noi conosciamo i
martiri della fede, i martiri della castità, i martiri della
carità e definiamo il martirio, cioè la morte in difesa di
questi valori, come atto supremo e perfetto di amor di Dio. Ma
l'orizzonte deve necessariamente allargarsi anche a chi muore per
un ideale che coincide con i valori del Vangelo, come l'onestà,
la lealtà, la sete di pace e di giustizia, la rinuncia alla
vendetta, insomma a tutti coloro che già Cristo ha proclamato
beati (es. Mt 5,3-12) indipendentemente dalla loro appartenenza
religiosa e anche dal fatto di essere uccisi per questo. Si può
dedicare la vita a questi ideali e, a volte, può essere più
difficile del martirio cruento. Si può languire nella sofferenza
per mesi e anni o per tutta una vita, accettandola per amore di
Dio e dei fratelli e si entra nella rosa dei martiri, pur non
proclamati tali dalla Chiesa. Ma anche sul digiuno volontario
occorre insistere, perché se compreso nel suo valore,
costituisce un arricchimento della persona umana e una crescita
della statura cristiana: quello dal cibo, come quello dall'abuso
della lingua, della tv, del piacere sessuale, ecc. ma soprattutto
dalla ricchezza, dalla fame di successo e di potere. Sono tanti i
vantaggi che se ne traggono: dal dominio di sé a una sana
ecologia interiore, dal carattere penitenziale che vogliamo
attribuirvi a quello caritativo di condivisione della reale
condizione di tanti poveri del mondo, dall'anticonformismo nei
confronti di una società consumista all'affermazione che a tutto
possiamo rinunciare fuorché a Dio. Altro che disprezzare il
digiuno. Si dice che è fuori moda. Non lo è nemmeno per chi
vuole una linea snella per la propria corporatura, ma non è il
nostro discorso. "
Da: "Lo seguirono lungo la
via" di A.Usubelli E.D.B.
Il Perdono di Dio
"Vorrei
scommettere sull'imbarazzo dei catechisti di fronte al commento
esegetico non privo di riflessi teologici e pastorali circa
questo Dio che perdona incondizionatamente, cioè senza esigere
pentimento e proposito di riparare al male commesso. Posso
paragonarlo all'imbarazzo e allo scandalo provato dagli scribi di
fronte alla frase di Cristo: "Ti sono perdonati i tuoi
peccati". A noi rimane il problema: ci può essere
remissione dei peccati senza che il peccatore si penta? E d'altra
parte non ci è stato ordinato da Dio di perdonare, anzi di amare
i nostri nemici indipendentemente dal fatto che essi ci chiedano
scusa del male arrecatoci? E come potrebbe Dio comandarci di fare
ciò che lui non farebbe, se da noi esigesse come condizione
indispensabile la richiesta di perdono, il pentimento, il
proposito, il ringraziamento per il perdono ricevuto, la domanda
di aiuto per non peccare più, cose che noi abbiamo appreso e
imparato da sempre per tutti coloro che hanno consapevolezza di
essere in debito con Dio?
Non è
facile rispondere anche per chi ha capito cosa significa il
perdono di Dio e tanto meno per chi - come scriveva s. Giovanni
della Croce - è abituato a confessarsi, ma per il quale la
confessione "piuttosto che un'accusa è andare in cerca
della scusa". Occorre a mio avviso partire da una premessa:
Dio è giustizia, ma la giustizia in Dio non è come quella
dell'uomo, è misericordia e perdono. E' una giustizia che
giustifica, cioè che rende giusti.
Noi siamo
istintivamente giustizialisti, soprattutto con gli altri,
vorremmo con i nostri castighi e sanzioni, ristabilire
l'equilibrio rotto per il male che si compie. Illusione. Il male
non può essere coperto e tanto meno riparato: va sradicato. E
questo non è in nostro potere, è un potere riservato a Dio che
non solo perdona, ma dimentica il male commesso dagli uomini. E
lo fa perché è amore. L'amore perdona sempre e dimentica. Si
dice: una mamma perdona sempre. Dio è una mamma che non aspetta
le scuse del figlio. Il tuo pentimento e ciò che lo accompagna
non servono a meritarti il perdono di Dio, servono a dimostrare
la tua fede nella sua misericordia infinita. Se tu non ti penti,
non invochi questa misericordia, non proponi di corrispondervi
per quanto ti è possibile, vuol dire che non credi all'amore di
Dio.
Questi
sentimenti o atteggiamenti non sono causa del perdono di Dio, ne
sono il segno. E' la fede in questo perdono che li produce ed è
questa fede che ti salva. Se in te mancano, vuol dire che non hai
fede, ed è questo che ti deve preoccupare, perché solo "Chi
crederà e sarà battezzato sarà salvo, ma chi non crederà
sarà condannato"(Mc 16,16). Ma se ci credi, non hai
difficoltà neanche ad ammettere che Dio si serve pure degli
uomini, non sempre i migliori, per regalarti il suo
perdono."
Da: "Lo seguirono lungo la
via" di A.USUBELLI E.D.B.