Don Carlo Cappi

Questa pagina accoglie alcuni articoli selezionati dal notiziario di Don Carlo, parroco di san Bartolomeo a Galliano.

GIORNATA  MIGRANTI  2007   (14 gennaio)

A stranieri non nuocere con azioni funestene' a gente del paese:La giustiziat'appaghi il cuore.E lascia che i tremendi cittadini parlino:chi dira' male, chi bene.
Teognide da Megara  (500 a.C.)

«Ero forestiero e mi avete ospitato» è la legge di sempre, che cristiani e uomini di buona volontà devono anteporre a tutti gli altri problemi, anche a costo di essere svillaneggiati e combattuti da chi, per sterili interessi elettorali, chiede di gettare a mare carrette e immigrati. Da che mondo è mondo, i ricchi hanno sempre tentato di gettare a mare i poveri e gli straccioni, ma se li sono trovati e se li troveranno sempre tra i piedi: oggi come acerrimi nemici, domani come spietati giudici.
Messaggio “La Chiesa continuerà a fare dell'accoglienza la sua ragion d'essere” di Cosma Francesco Ruppi Arcivescovo Di Lecce.   L’Osservatore Romano   mercoledì 25 giugno 2003   pag.12

Per la fede, colui che nel linguaggio consuetudinario viene chiamato straniero, è un continuo e vivente richiamo alla grande realtà che tutti, nel mondo, siamo stranieri.Nella Chiesa non vi possono essere stranieri, proprio perché essa stessa è e si sente straniera  (2Cor.5,6   Fil.3,20   Ebr.13,14).   Questa comunanza di estraneità l’avvicina istintivamente a coloro che in qualsiasi luogo vengono chiamati stranieri in senso deteriore e restrittivo.L’essere Chiesa esclude senza possibilità di equivoci e senza reticenze ogni tipo di discriminazioni e barriere.     Ogni uomo è mio fratello.
Card. Sebastiano Baggio   Collana documenti CEI n.26  LDC Torino 1982

Nella Chiesa nessuno e' straniero, e la Chiesa non e' straniera a nessun uomo e in nessun luogo.   In quanto sacramento di unita', e quindi segno e forza aggregante di tutto il genere umano, la Chiesa e' il luogo in cui anche gli immigrati illegali sono riconosciuti e accolti come fratelli."Che ne hai fatto di tuo fratello ?"  (Gn. 4,9) .  
La risposta non va data entro i limiti imposti dalla legge, ma nello stile della solidarietà  L'uomo, specie se debole, indifeso, respinto ai margini della società, e' sacramento della presenza di Cristo
(Mt. 25, 40.45).
"Ero forestiero e mi avete ospitato "
(Mt. 25, 35). Oggi il migrante irregolare ci si presenta come quel "forestiero" nel quale Gesu' chiede di essere riconosciuto.  Accoglierlo ed essere solidali con lui e' dovere di ospitalita' e fedelta' alla propria identità di cristiani.
dal Messaggio del Papa, per la Giornata del Migrante e Rifugiato 1996

“Rendetevi disponibili verso i nostri fratelli più poveri, se vi è possibile offrite loro ospitalità in casa vostra: sarebbe un gesto bellissimo di accoglienza”
Card. Silvano Piovanelli ai giovani della Diocesi in S.Croce il 15/3/1990  -  Boll.Dioc.XXIII/3-4

 

 

10/12/2006

LODE  DELL’ IMPROVVISAZIONE

.... “ perché la sapienza di questo mondo è stoltezza davanti a Dio. Sta scritto infatti: Egli prende i sapienti per mezzo della loro astuzia.    1Cor. 3, 19

 

La nascita di Gesù a Betlemme è uno splendido catalogo di imprevisti, di mancanza di organizzazione, di improvvisazione.   Ma ci pensate: già accettare un bimbo arrivato in modo così strano, al di fuori delle oneste tradizioni e delle sane regole vigenti fin dai tempi di Mosè... !   E poi, con Maria in quelle condizioni, mettersi in un simile viaggio: un centinaio di chilometri su un asino! E senza neanche prenotare l’albergo... !   Senza uno straccio di telefonino per chiedere aiuto in caso di emergenza, senza un navigatore satellitare per orientarsi nel cammino...  E se fosse successo qualcosa ?   non so: l’asino che si azzoppa, un agguato dei briganti, una tempesta improvvisa, uno scorpione o un serpente dal morso mortale ?   Veramente questi due giovani sposi (non fate caso alla barbabianca di Giuseppe: gli è stata attribuita da una tradizione che aveva verso Giuseppe più diffidenza che stima) veramente dunque questi due giovani sposi hanno fatto le cose un pò alla leggera...  Avrebbero dovuto organizzarsi meglio, bisogna essere previdenti, perbacco ! 

 

C’è da ridere, anzi irridere, sopra i nostri Natali super organizzati, dove tutto è previsto almeno un mese prima: addobbi, regali, canti in chiesa e cenoni a casa e via organizzando.  Quando una briciola di imprevisto, l’arrosto bruciato, il riscaldamento guasto, un regalo diverso dallo sperato, e minuzie simile bastano a stressarci alla grande.

 

Il Natale ci parla della Provvidenza di Dio che si prende gioco delle nostre previsioni. 

Bisogna scegliere:  accettare il progetto di Dio o i nostri ?  Spesso infatti sono incompatibili l’uno degli altri. 

    Noi cerchiamo la sicurezza nei nostri programmi e ci sembra imprudente metterci completamente nelle mani di Dio.  Il Signore invece ci invita a seguirlo, facendo sì progetti e programmi, ma senza esagerarne l’importanza e lasciando a Lui l’ultima parola. 

     Per noi è essenziale pensare al domani, che cosa mangeremo, come faremo, prevedere,  prevenire, organizzare, controllare, difenderci, in nome di una sicurezza e di una tranquillità che più le cerchi e più si allontanano.   Il Signore invece ci invita a stare con Lui a costo di trascurare tante cose che agli stressati di questo mondo sembrano essenziali   e a non darci pensiero neanche per la nostra vita (Luca 12,22).

 

L’improvvisazione di Dio è molto antica: risale a prima della creazione, quando , prima ancora di fare il cielo e la terra, ci ha pensati, scelti, voluti, progettati (Efesini 1) senza nessun altro motivo che il suo amore veramente fantastico e pieno di affettuosa fantasia.

L’improvvisazione di Dio è la vera sicurezza per ogni uomo; i nostri programmi sono spesso puerili, talvolta dannosi e, in ogni caso, per niente sicuri.

 

Come sarebbe bello un Natale “disorganizzato” all’insegna dell’improvvisazione e dell’abbandono alla Provvidenza di Dio !   Come quello di 2006 anni fa.

 

 

19/11/2006

La preghiera è luce per l'anima

La preghiera, o dialogo con Dio, è un bene grandissimo. È, infatti, una comunione intima con Dio.

Come gli occhi del corpo vedendo la luce ne sono rischiarati, così anche l’anima che è tesa verso Dio viene illuminata dalla luce straordinaria della preghiera.

 Deve essere, però, una preghiera non fatta per abitudine, ma che proceda dal cuore. Non deve essere chiusa in determinati tempi od ore, ma fiorire continuamente, notte e giorno.

Non bisogna infatti innalzare il nostro animo a Dio solamente quando ci dedichiamo completamente alla preghiera. Occorre che, anche quando siamo occupati in altre faccende, sia nella cura verso i poveri, sia nelle altre attività, impreziosite magari dalla generosità verso il prossimo, abbiamo il desiderio e il ricordo di Dio, perché, insaporito dall'amore divino, come da sale, tutto diventi cibo gustosissimo al Signore dell'universo. Possiamo godere di questo piacevole modo di vivere in ogni momento, anzi per tutta la vita, se a questo tipo di preghiera dedichiamo il più possibile del nostro tempo.

 

La preghiera è luce dell’anima, vera conoscenza di Dio, mediatrice tra Dio e l'uomo. L'anima, elevata per mezzo suo in alto fino al cielo, abbraccia il Signore e, come il bambino che piangendo grida alla madre, l’anima cerca ardentemente il latte divino, implora che i propri desideri vengano esauditi e riceve doni superiori ad ogni realtà visibile.

La preghiera è messaggera dinanzi a Dio, e nel medesimo tempo rende felice l’anima perché appaga le sue aspirazioni. Parlo, però, della preghiera autentica e non delle sole parole.

Essa è un desiderare Dio, un amore indescrivibile che non proviene dagli uomini, ma è prodotto dalla grazia divina. Di essa l'Apostolo dice: “Non sappiamo pregare come si conviene, ma lo Spirito stesso intercede per noi con gemiti inesprimibili” (cf Rm 8,26b). Se il Signore dà a qualcuno tale modo di pregare, è una ricchezza da valorizzare, è un cibo celeste che sazia l'anima; chi l’ha gustato si accende di desiderio celeste per il Signore, come di un fuoco ardentissimo che infiamma la sua anima.

 

Abbellisci la tua casa di modestia e umiltà mediante la pratica della preghiera. Rendi splendida la tua abitazione con la luce della giustizia; orna le sue pareti con le opere buone come di un rivestimento di oro puro e al posto dei muri e delle pietre preziose colloca la fede e la soprannaturale grandezza d’animo, ponendo sopra ogni cosa, in alto sull’architrave, la preghiera a decoro di tutto il complesso.

Così prepari per il Signore una degna dimora, così lo accogli in splendida reggia ed Egli ti concederà di trasformare la tua anima in tempio vivo della sua presenza.

 

 

S.Giovanni Crisostomo, Omelia VI sulla preghiera: PG 64, 462-466

 

 

29/10/2006

“L’ ETERNO  RIPOSO”    una preghiera per i vivi

A dire il vero tutte le preghiere sono per i vivi: 

“Dio non è il Dio dei morti, ma dei vivi” disse il Signore Gesù ai sapientoni che non credevano alla risurrezione (Marco 12,27), ma ancora oggi ci sono battezzati che ci credono poco e pensano che dopo la vita terrena ci sia al massimo una specie di coma eterno che tutt’al più si può sperare sia tranquillo, e la popolare preghiera dell “eterno riposo” sembra autorizzare questa convinzione.

 

In realtà il “riposo” di cui parla la Bibbia, e anche questa bella preghiera, non indica il riposo del sonno, ma il riposo vispo e pieno di vitalità del tempo della festa.

La Bibbia usa immagini molto vivaci per darci un’idea della vita che ci aspetta: un grande e festoso banchetto dove si mangia e si beve allegramente tutti insieme,  una specie di grande festa per la mietitura in cui si canta e si balla (siamo in ambiente contadino, oggi si parlerebbe di ferie), una grande festa in piazza a cui Dio stesso partecipa, una strabiliante festa di nozze che dura giorno e notte, e così via.     Tutte immagini che danno l’idea di una grande festa in cui regna l’amicizia e l’allegria.

“eterno riposo”  vuol dire quindi “eterna festa”.   E solo i vivi, ovviamente, possono festeggiare.

 

Quello che ci aspetta dunque, una volta partoriti da questa vita terrena, è una festa che di cui per ora possiamo avere solo una vaga idea e a cui siamo invitati a prepararci.

(non sorprenda l’uso del verbo “partorire”: la conclusione della vita terrena è salutata dai cristiani come “dies natalis”, il giorno della nascita definitiva alla vita !)

“L’eterno riposo...” quindi non è la mesta invocazione di una non-vita senza attività ed esperienze, di pura passività, ma è una preghiera allegra e vigorosa per tutti, sia per chi ha concluso il cammino terreno, sia per chi ancora sta camminando, per una vita infinitamente festosa e soddisfacente, dove ciascuno è pienamente realizzato e tutte le cose belle della vita terrena sono ricordate, senza rimpianto e senza nostalgia, con la gratitudine e la gioia di chi ne capisce finalmente il significato e il valore.  Un pò come un adulto cresciuto bene  ricorda e apprezza senza nostalgie e rimpianti le cose belle dell’infanzia che sono state i primi gradini per giungere alle soddisfazioni della maturità.

 

Se le cose stanno così, e stanno così, allora è evidente che questa è una preghiera da rivolgere continuamente al Signore per noi e per i nostri figli e per tutte le persone care, che ci venga dato il grande dono di esserci anche noi nella grande festa eterna.   Senza fretta, s’intende: dopotutto non ci troviamo male su questa terra che conosciamo e il passaggio al Cielo che ancora non conosciamo, se non per sentito dire, ci intimidisce un pochino.    Ma chi ce lo ha detto è il Signore: ci possiamo fidare.

 

P.S. Ho scritto questa pagina ricordando d.Tommaso Pizzilli, Parroco di Scarperia: un cristiano che ha capito ed è giunto al termine del cammino terreno non solo con serenità, ma con letizia.

 

15/10/2006

Basta un piccolo bicchiere d’acqua in diversi litri di buon olio lubrificante per rovinare irrimediabilmente un motore. Così Messer lo Diavolo usa mescolare qualche trucco maligno alla buona dottrina cristiana per sciupare la vita di chi non è abbastanza accorto.  

La fede e la preghiera sono cose ottime e doverose, ma se sono inquinate non valgono più nulla, anzi fanno male.    

La riflessione del monaco Thomas Merton, […],  può aiutare a essere evangelicamente astuti e vigilanti.                ......stàtevi  accòrti !......

8/10/2006

SUPERSTIZIONE  E  ASTUZIA

Ci sono persone che cadono ancora oggi nella trappola di maghi, indovini e falsi profeti vari. Costoro fanno sperare a chi è schiacciato dalla sofferenza fisica o psichica (malattie, depressioni, disgrazie varie) di trovare sollievo togliendo malefizi ed espiando antiche colpe mediante formule, polverine, acque “benedette” e cose del genere, e purtroppo talvolta anche preghiere, ridotte a formule magiche, o addirittura Sante Messe, fatte celebrare come portafortuna e scacciaguai. 

    In tutto questo, che è anche un grosso affare economico per gli “acchiappacitrulli” che lo esercitano, una parte importante ce l’hanno “il Diavolo” e “il Dio Punitore”: due personaggi simmetrici, il primo (il Diavolo) vicino e da allontanare e l’altro (il Dio) lontano e da portarsi vicino.     La fede cristiana qui non c’entra proprio niente, anche se ne vengono usate le parole e i simboli. 

   Il trucco con cui si abbindolano le persone è abbastanza semplice: spacciare per buona la teologia morale del diavolo , che è invece, ovviamente, una pessima teologia.

La riflessione del monaco Thomas Merton, qui di seguito, può aiutare a essere evangelicamente astuti e vigilanti.     (e anche a risparmiare un bel pò di euri, visto che di solito in queste trappole  oltre la fede ci si rimettono anche tanti soldini !)

 

13 La teologia morale del diavolo

      Il diavolo ha un intero sistema teologico e filosofico per cui spiegherà, a chiunque voglia ascoltare, che tutte le cose create sono male, che gli uomini sono male, che Dio ha creato il male, che Egli vuole direttamente che gli uomini soffrano il male e gioisce delle sofferenze degli uomini, e che, in definitiva, tutto l'universo è pieno di miseria perché Dio così ha voluto e disposto.     ............

     Quindi la vita « devota » di coloro che sono « fedeli » a questo genere di teologia consiste soprattutto nell'ossessione del male. E, come se non vi fossero già abbastanza guai nel mondo, costoro moltiplicano le proibizioni, inventano nuovi precetti, legano ogni cosa con spine, di modo che uno non può sfuggire al male ed al castigo; perché lo vorrebbero vedere sanguinare da mattina a sera, anche se, nonostante tutto questo sangue, non v'è remissione del peccato!     La Croce quindi non è più simbolo di misericordia (perché la misericordia non trova posto in una simile teologia); ma è segno che la Legge e la Giustizia hanno trionfato in pieno, come se Cristo avesse detto: « Io sono venuto non per distruggere la Legge, ma per essere da essa distrutto ».   

    Perché questo, secondo il diavolo, è l'unico modo in cui la Legge può essere veramente e pienamente «compiuta».      Non l'amore, ma il castigo è il compimento della Legge.   La Legge deve divorare ogni cosa, anche Dio.   Questa è la teologia del castigo, dell'odio, della vendetta.     Colui che vuole vivere secondo un simile dogma, deve rallegrarsi del castigo. Egli può, difatti, evitare il castigo per sé, sgattaiolando fra la Legge e il Legislatore. Ma deve stare bene attento a che gli altri non sfuggano alla sofferenza, deve riempirsi la testa del loro castigo presente e futuro.    ...............

     Coloro che ascoltano queste cose, e le assorbono, e ne gioiscono, ritengono che la vita spirituale sia una specie di ipnosi del male. I concetti di peccato, sofferenza, dannazione, punizione, giustizia di Dio, retribuzione, fine del mondo e così via, fanno loro schioccare le labbra con indicibile piacere. E ciò perché essi traggono un profondo, inconscio conforto dal pensiero che molti cadranno nell'inferno che essi invece eviteranno. E come possono sapere che lo eviteranno? Non possono dare una ragione precisa, possono dire solo di provare un certo senso di sollievo al pensiero che tutti quei castighi sono preparati per la quasi totalità degli uomini, ma non per loro.

Tale sentimento di soddisfazione è ciò che essi definiscono « fede », e costituisce per loro una specie di assicurazione di « salvezza ».               .....................       

La teologia del diavolo non è, a dir vero, teologia ma magia.

    La « fede » per questa teologia non è credere in un Dio che si rivela come misericordia.

È una «forza» psicologica soggettiva, che investe la realtà con una certa violenza allo scopo di mutarla secondo il proprio capriccio. La fede per questa teologia è una specie di brama ultra efficace; una supremazia che deriva da una forza di volontà particolare, misteriosamente dinamica, prodotta da «convinzioni profonde».    In virtù di questa meravigliosa energia è possibile esercitare un'azione persuasiva nei confronti di Dio stesso e piegare la Sua volontà alla propria.

    Mediante questa nuova, sbalorditiva e dinamica tensione spirituale di « fede » (che qualsiasi ciarlatano è capace di suscitare in voi, purché lo paghiate abbastanza) voi potrete servirvi di Dio stesso come mezzo per raggiungere i vostri fini.   Diventiamo degli stregoni evoluti e Dio diventa nostro servo. Nonostante Egli sia di diritto il Dio terribile, Egli rispetta la nostra stregoneria, lasciandosi addomesticare da questa.   Egli apprezzerà il nostro dinamismo e ricompenserà con il successo ogni nostra iniziativa.

    Saremo universalmente ammirati perché abbiamo la « fede ». Saremo ricchi, perché abbiamo la « fede ». Tutti i nemici del nostro Paese verranno a deporre le armi ai nostri piedi, perché abbiamo la « fede ». Gli affari prospereranno in tutto il mondo e potremo arricchirci alle spese di tutto e di tutti in virtù della vita magica che conduciamo. Abbiamo la « fede ».

 

Ma vi è anche un imbroglio più sottile in tutto questo.   Sentiamo dire che la fede può tutto. Allora chiudiamo gli occhi e ci sforziamo per produrre un po' di questa « tensione spirituale».    Crediamo, crediamo!

Non accade nulla.

Chiudiamo nuovamente gli occhi per produrre un po' più di questa « tensione »: al diavolo piace che noi la produciamo e ci aiuta a produrne in abbondanza.  Stiamo proprio per buttar fuori questa tensione spirituale.    Ma non accade nulla.   

    E cosi andiamo avanti, andiamo avanti, finché ci disgustiamo. Ci stanchiamo di produrre questa «tensione».    Ci stanchiamo di questa « fede » che non muta nulla della realtà; che non ci toglie le nostre preoccupazioni, non appiana i nostri contrasti, ci lascia vittime dell'incertezza, non rimuove dalle nostre spalle il fardello delle nostre  responsabilità.

Quella magia non è poi tanto efficace. Non ci convince del tutto che Dio è soddisfatto di noi, e nemmeno che noi siamo soddisfatti di noi stessi (benché, quanto a questo, bisogna dire che la « fede » di alcuni fa miracoli).

 

Essendo rimasti disgustati della « fede », e quindi di Dio, siamo ora pronti a seguire il Movimento Totalitario di Massa che ci accoglierà al volo, per renderci felici con la guerra, la persecuzione delle « razze inferiori » o delle classi che ci sono nemiche o, in generale, di chi è diverso da noi.

 

Il diavolo si procura molti discepoli, predicando contro il peccato.    Li convince della grande malvagità del peccato, provoca in essi una crisi di «colpevolezza» che li persuade che Dio è «soddisfatto»; e poi fa sì che essi per il resto della loro vita meditino sulla terribile peccaminosità e l'evidente riprovazione degli altri uomini.

La teologia morale del diavolo parte dal principio: « II piacere è peccato. ».   Poi lo rovescia e ne deduce che: « Ogni peccato è piacere. ».    Quindi egli fa notare che il piacere è praticamente inevitabile, che noi abbiamo una naturale tendenza a fare le cose che ci piacciono, e ne deduce che tutte le nostre tendenze naturali sono cattive e che la nostra natura è cattiva in se stessa.   E ci porta alla conclusione che nessuno può sfuggire al peccato, perché il piacere è inevitabile.

Dopo di ciò, per essere sicuro che nessuno tenterà di sfuggire o di evitare il peccato, aggiunge che ciò che è inevitabile non può essere un peccato. Allora l'intero concetto di peccato viene gettato dalla finestra come trascurabile, e la gente decide che non rimane altro che vivere per il piacere e in questo modo i piaceri che sono naturalmente buoni diventano cattivi a causa di questo sovvertimento e la vita viene sprecata nell'infelicità e nel peccato.

Avviene qualche volta che coloro i quali predicano con maggior  accanimento  intorno al male e alla punizione del male, tanto da far pensare di non aver in mente altro che il peccato, sono in realtà inconsci odiatori del prossimo. Pensano che il mondo non li apprezzi, e questo è il loro modo di saldare la partita.

 

Il diavolo non ha paura di predicare la volontà di Dio, purché la possa predicare a suo modo.   L'argomento suona press'a poco cosi: «Dio vuole che tu faccia ciò che è giusto. Ma tu hai un'inclinazione interiore che ti fa distinguere, per mezzo di un caldo e piacevole senso di soddisfazione, quel che è giusto.   Quindi, se altri cerca di intromettersi e di farti fare qualcosa che non produce questo confortevole senso di soddisfazione interiore, cita la Scrittura, rispondi che devi obbedire a Dio piuttosto che agli uomini, poi tira diritto, fa' la tua volontà, fa' ciò che ti da questo dolce e piacevole ardore. »

 

Un'altra caratteristica della teologia morale del diavolo è la distinzione esagerata che fa tra questo e quello, tra bene e male, tra giusto e ingiusto. Queste distinzioni diventano divisioni irriducibili. Non presuppongono che forse tutti più o meno abbiamo un poco di colpa, che dovremmo accollarci i torti degli altri per mezzo del perdono, della sopportazione, della comprensione paziente e dell'amore, aiutandoci così, a vicenda, a trovare la verità.  Al contrario, nella teologia del diavolo la cosa importante è  avere sempre assolutamente ragione e  dimostrare che tutti gli altri hanno torto. Questo non porta certo alla pace e all'unione tra gli uomini, perché significa che ognuno vuole aver ragione ad ogni costo o star dalla parte di chi ha ragione.    E, per dimostrare di aver ragione, i «fedeli» devono punire ed eliminare tutti quelli che sono nel torto. Quelli che sono nel torto, a loro volta sono convinti di aver ragione... e cosi via...

 

da "Semi di Contemplazione" di Thomas Merton (1915-1968), Garzanti (1965 - 1991).

 

 

1-10-2006

Preghiera  Semplice

Signore, fa di me

uno strumento della Tua Pace:

Dove è odio, fa ch'io porti l'Amore,

Dove è offesa, ch'io porti il Perdono,

Dove è discordia, ch'io porti l'Unione,

Dove è dubbio, ch'io porti la Fede,

Dove è errore, ch'io porti la Verità,

Dove è disperazione, ch'io porti la Speranza,

Dove è tristezza, ch'io porti la Gioia,

Dove sono le tenebre, ch'io porti la Luce.

Maestro, fa che io non cerchi tanto

Ad esser consolato, quanto a consolare;

Ad essere compreso, quanto a comprendere;

Ad essere amato, quanto ad amare.

Poiché, così è:

Dando, che si riceve;

Perdonando, che si è perdonati;

Morendo, che si risuscita a Vita Eterna.

 

una curiosità:   questa preghiera è attribuita solitamente a S.Francesco.  Invece secondo alcuni (Wikipedia e altri) sarebbe stata trovata in Normandia nel 1915, scritta sul retro di un’immaginetta di S.Francesco da uno sconosciuto. Non sono in grado di confermare questa versione.   Comunque è una preghiera molto bella, che tutti possiamo continuare a fare nostra, e riflette in pieno lo spirito francescano.

 

 

10/9/2006

11 settembre  2001   e 1947

La luna è più pallida di un’attrice, e ti piange, New York;

cercando di vederti attraverso i ponti a brandelli,

e si china per udire il timbro falso

della tua voce troppo raffinata

i cui canti non s’odono più!

... Come sono state distrutte, come sono crollate,

quelle grandi e possenti torri di ghiaccio e d’acciaio,

fuse da quale terrore e da quale miracolo?

Quali fuochi, quali luci hanno smembrato,

nella collera bianca della loro accusa,

quelle torri d’argento e d’acciaio?

... Oh, là dove i tuoi figli, la sera dell’ultima tua domenica,

sparavano gli uni sugli altri all’ombra del Paramount,

le ceneri delle torri distrutte si mescolano ancora alle volute del fumo,

velando le tue esequie nella loro bruma;

e scrivono il tuo epitaffio di braci:

Questa fu una città

che si vestiva di biglietti di banca

... Era senza cuore come un taxi;

aveva occhi altezzosi  talvolta blu come il gin,

e li inchiodava, ogni giorno della sua vita

sul cuore dei suoi sei milioni di poveri.

Ora è morta nel terrore d’una improvvisa contemplazione,

annegata nelle acque del proprio pozzo avvelenato”

 

....E siamo pieni di paura, e più muti degli astri riversi

che vanno zoppiconi nelle acque fangose,

più muti della madre luna che, bianca come morte,

vola e fugge per i deserti del Jersey..

 

 

Da “Immagini per un’apocalisse”, in Poesie, a cura di Romeo Lucchese, Garzanti, Milano 1962

 

Questa poesia è stata composta da Thomas Merton, monaco trappista americano, nel 1947, anno in cui aveva emesso i voti solenni nel monastero di Gethsemani (USA).   T.Merton non era un "veggente" dotato di "capacità extrasensoriali", ma semplicemente uno  che aveva imparato a contemplare la realtà come Dio la osserva; un uomo che ascoltando ciò che Dio dice agli uomini guardava la storia umana andando oltre le apparenze e le propagande.  Un cristiano, insomma, che non aveva paura di trovare risposta  a quella domanda che per molti è solo un'esclamazione: "Dove andremo a finire ?"

 

La poesia di T.Merton è stata citata da Enzo Bianchi, priore della comunità monastica di Bose, in un articolo su "La Stampa" del 6 marzo 2002.    Reperibile in   http://www-1.monasterodibose.it