A perenne ricordo di
Don Pasquale Ghilardi

"missionario" del "Paradiso" di Bergamo
nato a Dalmine, Bergamo, il 9 aprile1929
ci ha lasciati a Sesto Fiorentino il 9 marzo 1998

Non ti chiediamo, Signore, perché ce l'hai tolto,
ti ringraziamo per avercelo donato.

Dal notiziario di santa Croce a Quinto
(15 marzo 1998)

La sua morte, per quanto prevista a causa di una malattia già dall'inizio definita irreversibile, è arrivata per così dire all'improvviso la sera di lunedì 9 marzo, gettando nello sconforto tutta quella popolazione della nostra comunità che lo conosceva, lo stimava, lo amava e ne ha accompagnato, con sincera partecipazione, il progressivo aggravare del suo stato di salute.

Nato a Dalmine, vicino a Bergamo, il 9 aprile 1929 ed entrato a far parte della Comunità Missionana del "Paradiso", fu ordinato sacerdote da mons. Giuseppe Piazzi il 12 giugno 1954. Già dopo poche settimane fu nominato coadiutore a Piedimonte d'Alife (Caserta) dove restò sette anni, poi andò a Jesi (Ancona) per due anni. Nominato parroco nel '62 a Pantiere Castelbellino, sempre nella diocesi di Jesi, vi restò fino al '67, quando divenne cappellano degli emigranti a La Chaux de Fonds per il Vallone di St. Jmier, nella Svizzera francese. Nel '73 rientrò in Italia come coadiutore nella popolosa parrocchia di san Giustino a Roma, tenuta dai preti del Paradiso. Infine, nel 1980 fu trasferito nella nostra parrocchia.

Ovunque, anche a Quinto Alto, dove ha prestato servizio durante l'infermità di don Luigi, si è fatto benvolere e amare per la sua indole bonaria, il suo amore alla preghiera e allo studio, l'umile socievolezza, la squisita delicatezza del suo tratto, la spiccata sensibilità, la modestia e la semplicità, il generoso spirito di servizio, l'attenzione ai piccoli e agli ultimi.

C'è da dire che dalla nostra comunità ha ricevuto anche la meritata fortuna di essere stato apprezzato per queste qualità e di aver fruito di una assistenza amorosa fin dall'inizio della sua infermità, per merito soprattutto di un gruppo di persone che si sono avvicendate nello stargli vicine, nel venire incontro alle sue necessità, nel soccorrerlo infermieristicamente, nel considerarlo un proprio familiare a tutti gli effetti e, perché no? nel tributargli un massiccio attestato di riconoscenza in occasione della morte e dei partecipatissimi funerali: il primo in parrocchia presieduto dall'arcivescovo Card. Piovanelli il 12 marzo, concelebranti circa trenta sacerdoti, e il secondo il giorno successivo, a Dalmine, suo paese d'origine, presieduto dal Vescovo di Bergamo mons.Roberto Amadei. La sua salma è stata tumulata nel cimitero di Dalmine, accompagnatavi anche da un folto gruppo di nostri parrocchiani.

Ci ha lasciato un gran vuoto, ma anche un più luminoso esempio di vita sacerdotale, una grande testimonianza della paternità e della benevolenza divina verso tutti.

"Io credo, risorgerò, questo mio corpo vedrà il Salvatore".

 

Da "L'angelo in famiglia" (notiziario della parrocchia di san Giuseppe in Dalmine - aprile 1998)

Il 9 marzo scorso abbiamo appreso l'inaspettata notizia della morte di don Pasquale Ghilardi, nostro concittadino e parrocchiano.

I dalminesi degli anni trenta, quaranta e cinquanta lo ricordano molto bene per quel rapporto intenso che hanno vissuto insieme nel "Palasù" della Bagina, dove tutti si conoscevano, condividevano i ritmi della vita scandita dai turni di lavoro nella Dalmine e dalla libertà di organizzarsi il tempo libero tra parrocchia e vita di quartiere.

In quel clima ha vissuto la sua fanciullezza don Pasquale, il suo sviluppo fino alla maturità della sua ordinazione sacerdotale...

Don Pasquale ci consegna la sua vita: è stato un prete che ha amato veramente il Signore: don Pasquale era buono e pregava bene.

Ha amato Ie sue comunità: quelle di cui faceva parte e quelle che ha servito nel suo ministero pastorale. Ha amato i preti perché anche lui si sentiva chiamato, ministro di Cristo, a vivere in fraternità con loro.

Ha amato con predilezione la Comunità dei preti missionari del Paradiso, perché scelse di condividere con loro un servizio alle zone più povere e bisognose di pastori, perché con questi amici ha vissuto la passione della Chiesa che ha sempre bisogno di ricominciare da capo la sua opera evangelizzatrice negli ambienti e nelle generazioni, ha espresso il meglio di sé portando un senso di equilibrio, di condivisione delle responsabilità e di fedeltà al carisma del servizio umile alle chiese sorelle.

Si è dato senza risparmiarsi alle parrocchie che i superiori gli hanno dato da servire. Tra i confratelli che condividevano l'impegno del servizio pastorale, ha sempre portato serenità, ottimismo, I'attenzione concreta ai bisogni reali delle persone, in un clima di amicizia e col calore della preghiera.

Tra la gente ha alimentato cordialità e disponibilità per rapporti sicuri, improntati a fiducia. Questo figlio di Dalmine ha sempre avuto nel cuore e nella nostalgia il legame profondo con le persone del suo paese e della sua comunità.

Qui ha avuto la sua famiglia: ha amato con affetto tenero i suoi genitori, il fratello e le sorelle.

Con loro si è sempre ritenuto debitore di tutto: della vita, dell'amore, della fede, della gioia e della passione per l'impegno sociale e per i problemi del lavoro. È stato ricambiato, perché qui, ha sempre avuto il riferimento sicuro della casa dei suoi, per i momenti delle vacanze, per i ritorni che le vicende della vita ci chiedono.

È inutile dire delle sue larghe amicizie che gli davano respiro e che gli allargavano il cuore. Quando tornava a Dalmine, anche in tante cose radicalmente cambiate, bastava un volto, un abbraccio da amico per farlo sentire sempre a casa sua.

Aveva portato con sé la ricchezza delle esperienze pastorali di quegli anni nell'ambiente operaio, le testimonianze significative di cattolici seri e concreti nell'ambiente del lavoro, la stima profonda per il suo parroco, il compianto don Sandro Bolis, che l'ha avviato sulla strada del sacerdozio, ma gli ha dato anche la passione di sentirsi in missione per vivere su di sé le sfide che la fede deve affrontare a viso aperto per poter annunciare Cristo a tutti.

Don Pasquale ha voluto dimostrare un ultimo atto di fiducia nella sua Dalmine: si è lasciato prendere dalla nostalgia di riposare nella terra amica che ha accolto i suoi. Ha ricercato l'estrema risposta dell'amicizia: quella di non essere dimenticato nella morte, perché gli amici hanno sempre una preghiera che riscalda di speranza il bisogno di continuare a condividere la vita che è stata la sua passione di cristiano: quella con Cristo Salvatore.

Don Antonio Z.


 

testimonianze-testimonianze-testimonianze

 

Scrive il Superiore del "Paradiso" e Vicario generale della Diocesi bergamasca

Ricordare Don Pasquale è per me come riandare agli anni della mia adolescenza e giovinezza in Seminario e del ministero sacerdotale vissuto per alcuni anni con lui, ma per lo più attraverso ricordi, racconti, visite cariche di profonda e semplice amicizia... direi di sincera fratellanza.

Un'amicizia ritenuta quasi sacra perché gustosa nel tratto e nel rapporto, arrendevole ai desideri degli altri, ricca di motivazioni umane e spirituali, pronta a dimenticare anche le eventuali critiche e osservazioni che gli si rivolgevano.

Non sapeva incrinare l'affezione.

È chiaro che dopo 50 anni di conoscenza reciproca fossero noti anche i difetti, le debolezze mie o di altri: mai che l'abbia visto o sentito raccontare o sottolineare con cattiveria tanto meno denigrare la condotta altrui, chiunque fosse. Dovendo a volte riconoscere lati poco positivi, era evidente in lui il desiderio di correzione fraterna che sapeva compiere con pudica carità. Alieno com'era da irriguardosi giudizi, in molti casi sapeva rendere eloquente anche un silenzio rispettoso.

Ho incontrato, sia durante la sua ultima malattia, sia dopo la morte, molti fedeli che l'han conosciuto a Roma nella parrocchia di S. Giustino, in Svizzera tra gli emigranti e nella parrocchia di Santa Croce a Quinto.

Tornava sulle loro labbra un aggettivo che sicuramente ha denominato e illuminato brillantemente senza sconti la sua esistenza anche se usato quasi sempre al "positivo": "BUONO" come uomo e come sacerdote, nel tratto e nella parola, tra gli amici e con gli indifferenti, coi familiari e con gli estranei. Dopo morte si sarebbe tentati di usare il superlativo "ottimo", ma non si confarrebbe al suo carattere, al suo temperamento, alla sua personalità umana, culturale, spirituale, intellettuale.

"Vieni servo buono e fedele..." Questa lode evangelica gli si addice in modo pieno anche se non nascondeva alcune imperfezioni che qualcuno chiama limiti umani o diversivi.

Non credo gli impedissero di dormire tranquillamente o di celebrare serenamente la Messa quotidiana.

Una qualità preziosa che in lui tutti abbiamo notato, ma non di facile realizzazione: gioia di stare dove lo metteva l'obbedienza. Era virtù, mancanza di ambizioni, desiderio frenato di realizzarsi, accettazione piena dei suoi limiti di salute, paura di forti responsabilità?

Non saprei rispondere a questi interrogativi, né ho avuto esaurienti risposte da quanti lo conoscevano e lo amavano.

Sia a lui che a noi forse faceva comodo accettarlo così: prete che sa stare al suo posto e sa dare tutto quello che può dare, senza strafare, strabiliare, contestare e rimuginare.

Giustamente è stato detto e scritto di lui: "Don Pasquale era ben visto dalla popolazione per la sua serietà, per l'invidiabile serenità d'animo, per il suo carattere conciliante e buono, per la sua gioia di essere prete.

Ha lavorato con i confratelli bergamaschi per creare nella parrocchia una famiglia affiatata".

Mi piace riprendere quest'ultima frase per fissare in questa luce anche il periodo da lui vissuto in Svizzera con me e con don Sandro Dordi - ucciso in Perù nel '91 - alla Chaux de Fonds, cantone di Neuchâtel, come missionario degli emigranti italiani. Tre compagni di seminario, tre suore, due religiose laiche e alcune maestre d'asilo: una vera comunità bergamasca.

La preoccupazione dell'assistenza spirituale ai suoi fedeli che vivevano in un raggio di circa 14 km., non gli impediva di vivere in comunità che, pur costandogli sacrificio, animava col suo humor e con la sua bontà.

Ogni iniziativa che favoriva lo stare insieme per pregare, per conversare, per condividere gioie e sofferenze era da lui accettata e vissuta con pienezza.

Fu certamente un'esperienza ricca di contatti umani che permisero non solo di conoscere persone, culture e tradizioni di molti paesi d'ltalia, ma anche di lasciare nell'animo dei migranti, lontani dalla loro casa e dai loro famigliari, il ricordo di un prete, come Don Pasquale, capace di amare e di farsi amare.

Mons.Lino Belotti

 

Preghiera recitata da don Mario ai funerali a Quinto

Dalla nostra ordinazione sacerdotale avvenuta a un solo anno di distanza, ci siamo trovati uniti per sei anni in due parrocchie confinanti del meridione come missionari della comunità del "Paradiso" di Bergamo; abbiamo lavorato insieme per altri sette anni nella parrocchia di san Giustino a Roma; qui ci siamo ricongiunti in questi ultimi diciotto anni integrandoci a vicenda nel nostro servizio sacerdotale a questa comunità.

La mia preghiera è di gratitudine a Dio e di suffragio per lui, ma è soprattutto un'invocazione per questa nostra comunità che lui ha tanto amato fino a considerarla vera sua famiglia, e che si accinge a vivere la Missione Cittadina per la quale confidiamo nell'aiuto di Dio, nell'impegno personale di tutti e nella speciale protezione del nostro fratello don Pasquale, che con il suo sguardo benigno e benedicente, saprà aprire e spalancare i nostri cuori al dono della fede in Cristo nostro Salvatore.

 

Come un fratello

Don Pasquale è stato con noi nella parrocchia di san Giustino sette anni. Un prete semplice e discreto, un caro amico, per me come un fratello a cui potevi confidare tutte le tue preoccupazioni. La sua morte mi ha commossa, perciò sono andata al suo funerale. Ha lavorato nel silenzio per il Signore e per i fratelli senza rumore, ma il Signore che vede nel silenzio lo ha ricompensato, perché a celebrare il suo funerale erano in tanti: i suoi confratelli, ben ventisei, insieme al Cardinale di Firenze ed al vescovo don Armando e poi tanta, tanta, tantissima gente commossa e riconoscente, pregava e piangeva per la sua perdita terrena e diceva: "Chi ci ascolterà ora fino in fondo come faceva lui ?" Però siamo convinti che lui ora da lassù pregherà per loro il nostro Signore e Padre di tutti. lo sono stata tanto contenta di assistere a questa dimostrazione di fede e di affetto e non finirò di ringraziare Iddio che ancora una volta ha voluto dimostrarmi la sua bontà.

Cecilia su: "Insieme" della parrocchia di san Giustino - Roma

Come un nonno

Don Pasquale è sempre stato il mio "nonno preferito". Così ho voluto ricordarlo nel giorno del mio matrimonio: la sua tenerezza e il suo sorriso mi sono sempre rimasti dentro. Sì, perché per il suo calore che dimostrava verso tutti, specialmente verso i più piccoli, ho sempre pensato che mi sarebbe piaciuto davvero averlo come nonno, tanto che una volta, scherzando, glielo dissi. Ma lui è sempre stato così, la comunità è sempre stata la sua famiglia e come tale la trattava... Credo che anche gli altri che lo hanno conosciuto lo ricordino così... con la sua presenza dolce e discreta, adesso invisibile agli occhi, ma sempre certa nel nostro cuore.

Stefania F. di Quinto

 

Cosa gli mancava

Tutti hanno sin qui evidenziato le tappe di vita e le buone qualità di don Pasquale. Io che l'ho pure conosciuto dal seminario, l'ho poi incontrato più volte, ci ho convissuto nell'ultimo anno e mezzo di vita, posso permettermi di parlare delle qualità che non aveva, senza la pretesa di elencarle tutte.

Non era capace di litigare con alcuno, di reagire alle punzecchiature benevoli che qualcuno, me compreso, gli indirizzava, non riusciva ad aggrapparsi a qualche scusa per scagionarsi da piccoli sbagli involontari, non sapeva arrabbiarsi e tantomeno conservare risentimenti per torti o indelicatezze che talvolta subiva pur avvertendole con grande sensibilità. Non ha mai saputo cosa fossero la maldicenza, i commenti dietro le spalle; non sapeva reagire alle arroganze, fare bugie, coltivare gelosie o invidiuzze che esistono spesso anche tra amici, gli mancava la capacità di dire di no, non sapeva lamentarsi della lunga e progressiva malattia, non s'è mai ritenuto esonerato dai suoi doveri sacerdotali, fin quando ebbe la forza di compierli: ore e ore su quel breviario che doveva costargli una fatica immensa a recitarlo nei giorni più scabrosi...

Io gli insegnavo a fare alcune delle cose di cui sopra, ma lui non ha mai voluto imparare. Cattivo il maestro, incorreggibile l'allievo.

Ne è venuto fuori un "papa giovanni" dimensione "apertura concilio":

"Date una carezza ai vostri bambini e dite loro che è la carezza di... don Pasquale".

don Arturo U.

 

Dal testamento spirituale di don Pasquale

14 agosto 1995

"Alla vigilia della festa di Maria Assunta in cielo in anima e corpo, Madre di Dio e Madre nostra, non posso non ricordare con affetto grande i miei genitori, mamma Maria e papà Luigi, che spero di rivedere nella gloria del cielo a cui sempre più penso.

La beatitudine eterna è nell'amore grande di Dio Padre, di Gesù Cristo, donato per noi, dello Spirito Santo Amore e insieme di Maria, Madre di Dio e Madre nostra e di tutti i santi.

Ti ringrazio perché un po' di questo amore me lo hai fatto avvertire nel dono dei miei genitori e poi ancora nei miei...

Quanto è bello vivere in pace e aspettare di tradurre tutto questo nel "per sempre" con Te, Dio d'amore!

Grazie sempre".


 Il ricordo di don Mario nel Messaggio di Pasqua '98