LEGGIAMO INSIEME
LA BIBBIA : La Genesi
INTRODUZIONE GENERALE
Oggi tutta la catechesi parte da
una particolare attenzione all’uomo e ai suoi problemi.
L’uomo è essenzialmente un
animale cosciente di sé, intelligente (capace di comprendere e di pensare), libero
(capace di volere) e quindi responsabile, sociale (inserito in un tessuto di
relazioni) e quindi capace di comunicare e di amare. Questo si dice,
definendolo persona. È sotto tutti questi aspetti che l’uomo va conosciuto,
considerato, apprezzato, amato, aiutato a realizzarsi, che vuol dire: salvato.
Salvezza vuol dire aiutare l’uomo a vivere da uomo. Le sue facoltà e le sue
esigenze come animale sono evidenti: vita, salute, cibo, riposo, abitazione,
vestito, comodità, ecc., e per brevità noi le chiamiamo: materiali. Tutte le
altre facoltà ed esigenze (sul piano psicologico, intellettuale, affettivo,
sociale, religioso, ecc.) per semplicità noi le definiamo: spirituali, non
tanto per attribuirle alla presenza in lui di una componente spirituale, ma solo
per differenziarle dalle facoltà ed esigenze comuni a tutti gli animali.
Il male è presente nella vita
dell’uomo a tutti i livelli di queste facoltà, ed esso si manifesta come
minaccia incombente per impedire all’uomo la sua piena realizzazione. Dal male
fisico a quello morale. Salvare l’uomo è combattere queste realtà negative e
rispondere a tutte le sue legittime esigenze, così da realizzare la sua
profonda aspirazione alla felicità. Questo è stato l’impegno di tutti gli
uomini di retta ragione e di buona volontà, e la storia è piena di questi
tentativi umani di aiutare l’uomo a vivere da uomo.
La constatazione
attuale è pessimistica: l’uomo è in stato pietoso, anche se si registrano notevoli
passi compiuti dal cosiddetto “progresso”. Alle penose situazioni di sempre, si
aggiungono oggi le Grandi Paure: la psicosi della guerra, il pericolo di una
distruzione atomica, il terrorismo, la catastrofe ecologica, la crisi
energetica, le deformazioni genetiche, la diffusione del cancro, la diffusione
della droga, dell’AIDS, la perdita dei valori morali, la delinquenza, la
violenza, l’enorme sperequazione economica, il ritorno a forme dittatoriali,
l’angoscia esistenziale: in un orizzonte secolarizzato e senza fede, non
trovano risposta i grandi interrogativi umani sul senso del vivere. Perché
siamo arrivati a questi punti?
Vuol dire che gli
sforzi umani per “salvare” l’uomo non hanno approdato a un gran che. Le
ragioni? O perché condotti in maniera settoriale, riduttiva, esclusivista
(riguardanti o il solo fattore economico o solo il fatto politico, o solo
l’elemento religioso; o perché imposti con la violenza, sbagliando nell’uso dei
mezzi (la salvezza a nessun livello può essere imposta); o perché ipocriti e
apparenti, compiuti più per l’affermazione di sé o del proprio gruppo che non
per gli altri e per l’intera società.
Rimane comunque il
problema: perché dopo tanti secoli e millenni, l’uomo non è ancora “salvato”, è
lontano dalla felicità a cui aspira, non trova modo di orizzontarsi, di
accomunare gli sforzi per realizzare un mondo migliore, per scoprire la gioia
di vivere, e per vincere e superare dal di dentro la realtà della sofferenza e
della stessa morte? C’è salvezza per l’uomo?
Hanno finora risposto
a loro modo e in maniera insoddisfacente: la scienza, la tecnica, la psicologia
la sociologia, le varie filosofie, le varie religioni. Errori e limiti nelle
risposte, o difetti e limiti di attuazione? Da venti secoli il Cristianesimo si
presenta al mondo come apportatore di salvezza per l’uomo. Così come è stato e
lo vediamo attuato, non lo è; ma lo è almeno nel suo contenuto, lo può se è
vissuto e realizzato? Qual è il suo messaggio? Dove lo troviamo? Nella vita
della maggioranza dei cristiani, no; nella istituzione “chiesa” con la sua
parte umana, peccatrice, no. Ma c’è? Vale la pena di cercarlo. Il Cristianesimo
afferma: Cristo ci ha portato la salvezza.
La BIBBIA (Antico e
Nuovo Testamento) è la fonte da cui il Cristianesimo trae questa certezza.
Dobbiamo studiare la Bibbia come un libro di salvezza. Essa non è teoria
filosofica, un libro astratto, pieno di belle affermazioni e promesse: essa
prevalentemente è una storia, anzi un modo nuovo di leggere tutta la storia
umana, e di leggerla come “storia della salvezza”. Impariamo così a “leggere la
storia con gli occhi di Dio”
Di
Bibbia si parla sempre al singolare. Ma non va dimenticato che essa è una
raccolta di scritti datati in periodi diversi, stesi da autori diversi, in
luoghi diversi, a volte in lingue diverse e soprattutto in generi letterari
diversi. Il genere letterario è un po’ come l’abito di cui la verità si
riveste; esso varia secondo le circostanze, le mode, i fini, ecc. Chi vuol
leggere oggi la Bibbia deve tener calcolo di tutto questo, e tentar di
raggiungere, aldilà di ogni rivestimento e condizionamento umano, il messaggio
sotteso, che per il credente è “Parola di Dio”.
Che si evidenzia
subito, è che la preoccupazione di chi scrive è sempre quella di riferirsi alla
condizione umana, collocata in situazioni storiche più o meno precisate, alla
luce di un rapporto costantemente vissuto con Dio, punto di riferimento di una
fede che lo vede protagonista con l’uomo della salvezza. Ecco quindi la prima
novità della Bibbia: la salvezza non la costruisce l’uomo da solo. La Bibbia
suppone Dio, suppone la Fede. È quindi un libro religioso. Ma non è un “libro
di chiesa” in senso comune, un libro di pietà, un libro di devozione. Così come
non è una cronaca in senso stretto, non è una leggenda, non è un mito, anche
se, come vedremo, a volte usa il linguaggio del mito. È un’esperienza di
salvezza attesa e vissuta gradualmente da un popolo che si ritiene depositario
della promessa di salvezza divina. Nel suo complesso essa pretende
attendibilità anche dal punto di vista storico, ma si deve tener conto della
diversità dei criteri di fare storia.
Dalla
Bibbia, considerata globalmente (Antico e Nuovo Testamento) derivano le
seguenti linee, che sono poi le direttrici fondamentali di una adeguata
catechesi cristiana:
-
Tutta la storia umana (passata, presente,
futura) è la storia di un amore infinito: quello di Dio per l’uomo. Dio crea
l’universo per l’uomo e crea l’uomo “a sua immagine”: cosciente, libero, intelligente.
All’uomo Dio affida il dominio sulla creazione.
-
L’uomo è il Tu al quale Dio si rivolge per
farlo “soggetto cosciente” del suo amore: tutta la storia della salvezza è
piena di questo continuo dialogo-alleanza di Dio con l’uomo.
-
Dio chiama l’uomo a vivere in comunione con lui
e con i fratelli: questo è il Paradiso, il Regno, la Salvezza: tutta la storia
della salvezza è questo misterioso tentativo di Dio e l’altrettanto misterioso
rifiuto dell’uomo, fino alla salvezza totale dell’uomo per intervento di Dio.
-
Il peccato è il rifiuto della comunione con Dio
e con i fratelli. Da questo rifiuto derivano – in modo misterioso, ma
tremendamente reale – tutti i mali che affliggono l’uomo: violenze, guerre,
prepotenze, miserie, fame, malattie,sottosviluppo, razzismo, emarginazione,
dolore, morte.
-
Cristo diventa “Dio-con-noi” per ricostruire la
comunione, per riportare la famiglia umana all’unità, per fare di tutti gli
uomini il popolo di Dio, fino alla riconsegna di tutti e di tutto nelle mani
del Padre. Cristo dà l’avvio decisivo alla liberazione dell’uomo dal male e dal
peccato.
-
L’uomo è salvato “globalmente”, fino alla
salvezza totale nel regno del Padre. Nella Bibbia non c’è separatismo. L’uomo è
un tutt’uno, indivisibile. Non c’è la divisione platonica di anima e corpo,
perciò la salvezza interessa la totalità dell’uomo. Si deve quindi parlare di
salvezza integrale.
-
La religione vera è l’amore senza fine al Padre
e ai fratelli. L’uomo va amato nelle concrete situazioni di vita; l’uomo deve
amare secondo le capacità della propria vita evolutiva.
-
La Chiesa, l’Eucarestia, i sacramenti, sono
realtà che entrano nella vita perché ciascuno possa vivere nell’amore; ma sono
anche il segno di una realtà misteriosa che cresce sotto l’azione dello
Spirito. La Chiesa la realizziamo dove noi facciamo comunità; l’Eucarestia ha
valore non tanto come rito, quanto come mistero che prefigura la comunione
perfetta con Dio e con i fratelli; come gesto primordiale e significativo di
tutta una vita dove chiamiamo Padre Dio, dove partecipiamo tutti alla stessa
mensa senza distinzione alcuna, dove Cristo si rende presente per aiutarci con
la potenza di Dio – che richiede sempre la nostra collaborazione – a vincere in
noi l’egoismo, il male.
-
La vita del cristiano è improntata a gioia,
fiducia, speranza, per la certezza che, in Cristo, Dio è con noi: Egli è
risorto e con lui risorto finiscono tutte le paure dell’uomo: la paura della
propria incapacità, della solitudine, del male , della morte.
Perché uno studio
sull’Antico Testamento? Per noi cristiani l’Antico Testamento è parola ispirata
da Dio, non però quella definitiva e completa che si è fatta voce e carne in
Cristo, bensì quella che viene prima dell’Ultima: quella rivoltaci in vista di
essa. Questo studio deve tendere non solo a conoscere la “storia”, ma a
portarci, attraverso di essa e dei suoi contenuti, a Cristo, attualmente operante
nella Chiesa. Il Nuovo Testamento realizza in modo pieno e definitivo l’opera
della salvezza iniziata con Abramo. Partendo da una situazione generale di
lontananza dell’umanità da lui, Dio si è formato in essa un popolo al quale
poter manifestare il mistero che si sarebbe realizzato in Cristo, con lo scopo
che esso venisse poi partecipato a tutti gli uomini: la loro chiamata a essere
figli di Dio. Ma la Bibbia illustra anche a suo modo i fatti che precedono
l’elezione di Abramo e che ne sono la premessa imprescindibile, perché aiutano
a capire il senso degli avvenimenti seguiti.
La Chiesa non ha mai
rinunciato all’Antico Testamento e lo ritiene indispensabile, perché i cristiani
non possono fare a meno di percorrere il cammino che Israele dovette
percorrere. Chi vuol capire e incontrare Cristo, non potrà non imbattersi
nell’Antico Testamento, così come chi vuol capire e gustare questo, dovrà
sempre rifarsi alla persona di Gesù e alla Chiesa.
Il modo migliore per
utilizzare l’antico Testamento è narrarlo; ma non come una serie di avventure,
ma come il dramma (ambientato a dovere nel suo contesto storico, ambientale,
culturale) che ciascuno è chiamato a rivivere per giungere a una decisione
interiore di accettazione o di rifiuto della salvezza portata da Cristo.
Tutta la storia
umana, così come viene vista dalla Bibbia, è la storia di Dio che cerca l’uomo.
Nonostante il continuo fallimento dell’uomo, Dio non abbandona la speranza di
trovare uomini retti. Adamo, Caino, la generazione del diluvio, quella della
torre di Babele; sono storie di fallimenti e di rivolte. Eppure Dio non
abbandonò l’uomo sperando contro ogni speranza di vedere un mondo retto. Noè
venne salvato nella speranza che le generazioni della sua casa non corrompessero
le loro vie, e venne stabilito un patto con lui e con i suoi discendenti dopo
di lui. Ma fu Noè stesso che piantò la vigna e poi si ubriacò. Fu Noè stesso
che mise fratello contro fratello, benedicendo Sem e Iafet, e condannando
Canaan ad essere schiavo dei suoi fratelli.
L’arroganza di coloro
che costruirono la torre di Babele aprì la strada a maggiori tensioni e
confusioni. Ma il Signore non abbandonò l’uomo, e nella sua ricerca decise di
scegliere Abramo, affinché in lui possano “essere
benedette tutte le famiglie della terra” (Gen 12,3).
La fede di Israele
non è il frutto di una ricerca di Dio. Israele non scoprì Dio. Israele fu scoperto
da Dio. La Bibbia documenta il fatto che Dio si avvicina all’uomo. “Trovai Israele come uva nel deserto,
riguardai i vostri padri, come fichi primaticci al loro inizio” (Os 9,10). “Egli lo trovò in terra deserta, in una
landa di ululati solitari, lo circondò, lo allevò, lo custodì come pupilla del
suo occhio” (Dt 32,10). Questa è la concezione biblica del rapporto di Dio
con l’uomo: Dio chiama e l’uomo risponde. Dio ha nostalgia per l’opera delle
sue mani (cf. Gb 14,15; cf. 7,21). Quel rapporto viene travisato quando la
chiamata c’è, ma l’uomo non risponde.
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I primi undici capitoli
del libro della Genesi rappresentano uno di quei testi che da un lato sono ben
noti, dall’altro, invece, sono molto spesso travisati. Gen 1–11 è un testo
davvero fondamentale, nel quale si ritrovano temi come il senso della vita
dell’uomo, della creazione e del rapporto con il mondo, della coppia e della
famiglia, del lavoro, della violenza e del peccato, del potere e, soprattutto,
nel quale emerge la figura di un Dio ricco di amore che fin dalle origini entra
in dialogo con l’umanità.
La distanza cronologica
tra noi e questi testi, non dimentichiamolo, è superiore ai 2500 anni. Inoltre,
Gen 1–11 è stato scritto in ebraico, lingua che esprime una cultura molto
lontana dalla nostra mentalità occidentale, e tuttavia è molto più vicina di
quanto si pensasse nel primo medioevo (i famosi 4000 anni che pretendevano
essere la distanza tra Adamo e Gesù).
Non dimentichiamo
inoltre che Dio parla attraverso il linguaggio degli uomini e il nostro linguaggio
richiede sempre una interpretazione. Il lavoro al quale ci accingiamo
costituisce in realtà una avventura appassionante; apriremo infatti testi che
stanno alla base della fede ebraica e cristiana e che contengono le descrizione
del progetto di Dio sul mondo e sull’umanità, testi che contengono per i
credenti la Parola di Dio espressa in parole umane.
Il racconto di Gen 1–11
è stato troppo spesso letto in un modo molto unilaterale: Dio avrebbe creato un
mondo buono e giusto, ma l’uomo lo ha rovinato con il suo peccato (il “peccato
originale”) e da qui sono entrati nel mondo tutti i mali possibili. In realtà,
alla presenza del peccato, e quindi del castigo, fa da contrappeso, in maniera
molto forte, la presenza della salvezza, di un Dio cioè che non solo crea il
mondo, ma anche salva l’uomo e gli viene incontro, nonostante il suo peccato.
Per molto tempo si è
pensato che l’intero Pentateuco (cioè i libri della Genesi, dell’Esodo, del
Levitico, dei Numeri e del Deuteronomio, chiamati dagli ebrei la Tôrah, la Legge) l’avesse composto Mosè
in persona. A partire dal XVII secolo, tale idea fu progressivamente
accantonata e oggi è accolta solo dai gruppi fondamentalisti come i Testimoni
di Geova. Oggi noi sappiamo che questi cinque libri della Bibbia hanno avuto
una storia molto lunga, che non è qui il caso neppure di provare a ricostruire;
esistono per questo scopo strumenti più adeguati.
Gen 1–11 è un testo
nato dalla probabile fusione di due diverse tradizioni, una più antica (epoca
di Giosia) e una più recente (esilio babilonese); tale fusione è avvenuta a
Gerusalemme, intorno al IV sec. a C.
Gen 1–11 costituisce
tuttavia, nella sua forma attuale, un tutto coerente, dove le due tradizioni si
intrecciano come in uno spartito a due voci.
L’importanza del
contesto storico non deve essere mai sottovalutata; la Bibbia, infatti, non è
un libro calato dal cielo, ma nasce all’interno di una storia ben precisa. Nel
nostro caso, la stesura finale del testo, fatta poco dopo il ritorno
dall’esilio, intende rispondere a domande di grande importanza che il popolo
d’Israele allora si poneva: che cosa possiamo fare, di fronte a una tale
sconfitta nazionale, di fronte all’apparente vittoria degli dèi di Babilonia?
Come dobbiamo combatterli o possiamo andar d’accordo con loro? In che modo
possiamo ricostruire la nostra società, che sembra ormai frantumata? In che
modo possiamo recuperare i nostri valori più importanti, il Tempio, il culto,
il sabato, la fede in un’alleanza che Dio ha stabilito con i nostri padri?
L’esilio è forse l’ultima parola?
Gen 1–11 contiene la
risposta a tutte queste domande, come scopriremo passo per passo; è prima di
tutto un messaggio di speranza diretto agli esuli appena rientrati da
Babilonia, o in procinto di tornare in patria. Il Dio d’Israele è allo stesso
tempo il creatore del mondo e il salvatore dell’uomo; non ha bisogno di altri
dèi per agire.
La riflessione sul
tempo delle origini diviene per Israele il segno che la vita può continuare, anche
durante l’esilio, e che la speranza non è affatto perduta. Tutto questo è di
grande importanza anche per noi, che, proprio con questo taglio di speranza,
possiamo continuare a leggere questa pagine solo in apparenza così antiche.
A partire dal Concilio
di Trento i fedeli cattolici non hanno più avuto un reale accesso alla Scrittura;
è un dato di fatto di cui soltanto dopo il Vaticano II la Chiesa ha preso
coscienza. Per quanto riguarda Gen 1–11 dobbiamo aggiungere il problema di una
interpretazione dei testi che non ammetteva discussioni. Ancora negli anni tra
il 1906 e il 1909, sotto il pontificato di Pio X, la Pontificia Commissione
Biblica vietava di insegnare che il Pentateuco non era stato scritto da Mosè
(cosa che era ormai chiara da più di due secoli!) e che a testi come Gen 1–11
doveva essere riconosciuto un sostanziale valore storico. Ci troviamo negli
anni della cosiddetta, dolorosa, “questione biblica”, sorta in seno alla Chiesa
cattolica in seguito alla crisi modernista.
Non è troppo lontano il
tempo nel quale i fedeli cattolici (e non solo loro) pensavano alla scenetta
dell’Eden come un fatto realmente accaduto, così come è descritto in Gen 3,
compreso il serpente aggrovigliato intorno all’albero… e la mela, della quale
nella Genesi non vi è traccia alcuna! Accade ancora di sentirsi domandare, in
qualche incontro biblico, se Adamo ed Eva siano realmente esistiti oppure no e
di continuare a leggere articoli di persone che vanno alla ricerca della
perduta Arca di Noè e, ogni tanto, pretendono di averne trovata almeno una.
D’altra parte, la
questione è seria e non può certo essere liquidata con una battuta: se questi
racconti non sono veri, vuol dire allora che sono tutta una favola? E dunque,
perché continuare a leggerli?
Per molto tempo, queste
domande non hanno avuto risposta, se non da parte di studiosi per lo più di
area non cattolica, i cui lavori comunque non venivano certo letti dalla gran
parte del popolo cristiano. Ognuno ripensi a come questi racconti di Gen 1-11
gli sono stati presentati nel catechismo!
La situazione, nella
Chiesa cattolica, iniziò a mutare radicalmente grazie al magistero di Pio XII:
in primo luogo grazie all’enciclica da lui pubblicata nel 1943 (Divino Afflante Spiritu) con la quale il
papa garantiva agli studiosi cattolici la piena libertà degli studi biblici e
ne riaffermava la centralità e l’importanza.
Inoltre, la lettura di
questi capitoli subì una svolta decisiva grazie alla lettera pubblicata nel
1948 dalla Pontificia Commissione Biblica, in risposta a quesiti posti dal
vescovo di Parigi, il card. Suhard. In questa lettera, si affermava come sia
legittimo ammettere per Gen 1-11 autori diversi da Mosè e, soprattutto si
sosteneva come in questi capitoli la storia (che pure in essi è contenuta) ci
viene presentata con un linguaggio popolare e figurato. Si tratta di un punto
di partenza importante: Gen 1-11 ha un valore storico, ma non nel senso che noi
diamo a questo termine; si tratta di una storia narrata con linguaggio
popolare, fatto di immagini.
Come vedremo tra poco,
queste affermazioni vanno precisate, ma è grazie e simili interventi,
soprattutto grazie al celebre testo del Vaticano II, la Dei Verbum, che noi oggi possiamo leggere e interpretare questi
primi capitoli della Genesi secondo le normali regole interpretative che stanno
dietro a ogni lettura della Bibbia.
Oggi noi sappiamo che,
come ci insegna Dei Verbum 11, la
verità contenuta nella Scrittura non è primariamente una verità di ordine storico, ma è quella verità che Dio ci
ha rivelato a causa della nostra salvezza.
In Gen 1-11, pertanto, non cerchiamo l’esattezza storica dei fatti impossibili
da ricostruire , ma il senso che queste narrazioni hanno in relazione al
progetto di salvezza di Dio sull’uomo e sul mondo.
Gen 1-11 utilizza il
linguaggio del mito. Ciò non vuol dire che sia un mito, ma solo che usa il
linguaggio del mito. E occorre stare attenti, ancora, a non pensare al mito
come a qualcosa che somiglia alle nostre favole. I miti, infatti sono cose più
serie di quanto comunemente si creda: attraverso il mito, un popolo è capace di
esprimere, con racconti e con immagini, le verità sul mondo e sugli uomini che
costituiscono i valori sui quali quel popolo è capace di costruire la propria
storia. In altre parole, il mito racconta ciò su cui, in occidente, la
filosofia ragiona. Non si tratta di due tipi di verità, ma di due strade diverse
per arrivare a comprendere la verità.
Il mondo del vicino
oriente antico, tra il III e il I millennio a.C., conosce una varietà di
racconti e testi di carattere mitico legati alle origini del mondo e dell’uomo;
i popoli dell’Egitto e della Mesopotamia, infatti, cercano di rispondere,
attraverso questi racconti, alle domande perenni dell’uomo: chi siamo? Da dove
veniamo? Dove andiamo? Quale senso ha la nostra vita?
Il mito è
un’interpretazione narrativa dell’enigma dell’esistenza. Gli autori dei
racconti genesiaci sono uomini del loro tempo; conoscono questi racconti e i
simboli ad essi collegati e, nel momento in cui anch’essi vogliono rispondere a
questo tipo di domande, utilizzano quel tipo di linguaggio simbolico e
narrativo che era alla propria portata; il linguaggio del mito, appunto; agli
autori della Genesi non interessa tanto, infatti, la verità storico-letterale
dei racconti che essi ci offrono, ma il senso
che questi racconti hanno per chi li ascolta.
«Il
termine “mito” non designa un contenuto fabuloso, ma semplicemente un modo
arcaico di esprimere un contenuto più profondo. Senza alcuna difficoltà, sotto
lo strato dell’antica narrazione, scopriamo quel contenuto, veramente mirabile
per quanto riguarda le qualità e la condensazione delle verità che vi sono
racchiuse» (Giovanni
Paolo II).
Alla luce di quanto
abbiamo detto, in Gen 1-11 non ci troviamo di fronte a “narrazioni vere”,
quanto piuttosto a “narrazioni che dicono il vero”. Lo scopo dei racconti
genesiaci è rispondere alle grandi domande su Dio, sull’uomo e sul mondo, le
stesse che si ponevano i miti del tempo. Lo scopo di questi racconti non è
insegnare che cosa è realmente successo alle origini del mondo, ma piuttosto è
quello di far riflettere sul senso di quanto è accaduto, al di là di quanto potrebbe essere realmente
accaduto e che, in ogni caso, ormai ci sfugge.
In conclusione: è necessario saper porre al testo le domande
giuste! Non dobbiamo chiederci, leggendo Gen 1-11, “che cosa è successo?”, ma
piuttosto: “quale è il senso, per me, di quello che è successo?”.
I veri protagonisti del
racconto non sono Adamo ed Eva, Caino ed Abele, Noè e i suoi figli: siamo
invece noi, chiamati a scoprire, in questi personaggi, le radici della nostra
storia e del progetto di Dio su di noi, come già ha fatto il popolo d’Israele,
autore di questi racconti. Ogni lettore viene così coinvolto nella narrazione,
all’interno della quale scopre in realtà se stesso e la propria storia.
Alla luce di queste
osservazioni, siamo chiamati a leggere Gen 1-11 come una narrazione fatta in
vista della nostra salvezza, il cui valore non sta tanto nell’esattezza storica
dei singoli episodi (come già abbiamo osservato parlando del mito) né nel
valore dottrinale di singole frasi, ma nel racconto stesso. Adamo, Eva, Caino,
Abele, Noè e i suoi figli, gli uomini di Babele, sono le nostre radici, ma
rappresentano, allo stesso tempo, ciascuno di noi, la nostra storia che in noi
continua a ripetersi.
Gen 1-11: preistoria o profezia?
Da quello che sinora
abbiamo detto, è chiaro come Gen 1-11 sia una narrazione che è sì rivolta al
passato, ma il cui interesse è spiegare il presente. E il futuro? Troppo spesso
noi cristiani leggiamo queste prime pagine della Bibbia come una sorta di “preistoria” dell’umanità, che comunque,
se anche può spiegare il presente, non sembra dirci molto per quanto riguarda
il futuro.
Il racconto della creazione non è la narrazione nostalgica di un
paradiso ormai perduto, è in realtà la descrizione del progetto di Dio sul
mondo e sull’uomo, che alla fine si realizzerà.
Queste affermazioni divengono ancora più chiare alla luce del
Nuovo Testamento: nell’ultimo capitolo dell’Apocalisse si descrive la nuova
Gerusalemme che scende dal cielo; nel mezzo a questa città, che simboleggia il
regno di Dio instaurato alla fine dei tempi, sta l’albero della vita, lo stesso
albero presente in Gen 2-3 e dal quale l’uomo era stato allontanato.
In questo modo, la fine
si ricongiunge con il principio: non c’è frattura tra la creazione e la salvezza,
ma già il racconto della creazione contiene in germe la profezia della salvezza
che è poi il fine stesso per il quale il mondo è stato creato.
Per quanto riguarda il
tema della creazione, la continuità è più che evidente: “Nel Nuovo Testamento
la convinzione che tutto ciò che esiste è opera di Dio proviene direttamente
dall’Antico Testamento e sembra così forte che non ha bisogno di dimostrazione
e il vocabolario di creazione è poco evidente nei Vangeli”. Gesù ha verso la
creazione l’atteggiamento di stupore e di lode che aveva ogni ebreo fedele del
tempo; si serve delle realtà create con semplicità e gioia e non si abbandona
mai a giudizi negativi sulla creazione, pur mettendo in luce la realtà del
peccato.
Allo stesso tempo, il
Nuovo Testamento opera uno spostamento importante di significato: il Vangelo di
Giovanni, aprendosi con la frase “in
principio era la Parola” richiama immediatamente il testo di Gen 1,1, ma
compie un passo avanti. Alle origini del mondo, al principio della creazione
c’è Cristo, la Parola di Dio. In questo modo, il progetto di salvezza di Dio
descritto da Giovanni in Gv 3,16 (“Dio ha
amato tanto il mondo da dare il suo Figlio unigenito perché chi crede in lui
non muoia, ma abbia la vita eterna”) è un progetto che risale all’atto
stesso della creazione.
Così, nella lettera ai
Colossesi leggiamo, ancora a proposito di Cristo, che “tutto è stato creato per mezzo di lui e in vista di lui; egli è prima
di tutte le cose e tutte sussistono in lui”. All’origine del progetto di salvezza
di Dio c’è dunque ancora Cristo.
La prospettiva che il Nuovo Testamento ci apre sui racconti della
creazione è perciò particolarmente importante: nei racconti della creazione il
Nuovo Testamento scopre il fondamento del disegno di salvezza di Dio che sarà
poi rivelato in Cristo. In questo modo,
non solo viene esclusa ogni possibile lettura negativa della creazione, tutta
centrata sul peccato dell’uomo, ma anzi emerge con forza l’idea che la creazione è già il primo atto di salvezza
compiuto da Dio e che Cristo, “primo
e ultimo; principio e fine, Alfa e Omega” è il fine stesso del creato e
della storia umana. Non solo: il Nuovo Testamento ci mostra come di fronte al
dilagare del peccato il progetto di Dio è quello di una nuova creazione, che
non abolisca la presente, ma la porta a compimento; “se uno è in Cristo è una creatura nuova”.
Ci troviamo davanti
alla pagina più famosa del libro della Genesi, anzi, una delle pagine più celebri
di tutta la Bibbia. Questo testo è normalmente attribuito all’opera dei
sacerdoti ebrei al tempo dell’esilio babilonese. Gli ebrei, esiliati a
Babilonia, cominciano a porsi molte e urgenti domande: il nostro Dio è ancora
capace di salvarci? Forse gli dèi di Babilonia sono più potenti del Signore Dio
d’Israele? Abbiamo ancora qualche speranza? E, più radicalmente: chi siamo noi?
Da dove veniamo? Chi ha creato il mondo sul quale ci troviamo a vivere?
A Babilonia gli ebrei
erano venuti a contatto con le tradizioni religiose di quel popolo e i sacerdoti
ebrei sentono di dover rispondere a questa visione del mondo e creano così,
riprendendo antiche tradizioni del popolo, il racconto che oggi è Gen 1,1-2,4a,
nel quale il Dio d’Israele agisce da solo, in cui l’uomo viene creato come
essere libero e non come schiavo degli dèi. Per fare questo utilizzano il linguaggio
e le immagini dei racconti mitici babilonesi, che stanno invece criticando.
Il testo si presenta
con una struttura molto significativa
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Elementi Primordiali (1,1-2). |
Giorno/ Opera |
PRODUZIONE |
Giorno/ Opera |
ORNAMENTO |
|
TENEBRE |
I/1 (cielo) |
Luce (3-5). Dio disse. |
IV/5 (cielo) |
Sole, luna, stelle (14-19). Dio disse. |
|
ACQUE dell’abisso |
II/2 (cielo) |
Firmamento (7-8). Dio disse. |
V/6 (terra) |
Uccelli, pesci (20-23) Benedire, Dio disse. |
|
TERRA informe e deserta |
III/3 (terra) III/4 (terra) VII |
Terra, acqua (9-10) Dio disse. Piante (11-13). Dio disse. Sabato (2,1-4°); benedire |
VI/7 (terra) VI/8 (terra) - |
Animali (24-25). Dio disse. Uomo (26/31) Benedire, Dio disse (3x) - |
Il primo racconto della
creazione è preceduto da un prologo (vv. 1-2) nel quale si descrivono gli
elementi primordiali: le tenebre, le acque del grande abisso, la terra informe
e deserta. Non c’è tanto l’idea di una creazione fatta dal nulla (apparirà
nella Bibbia solo in 2Mac 7,28, alla fine del II sec. a.C.), ma l’idea che alle
origini del mondo c’è una situazione di caos che Dio mette in ordine. Poi Dio
produce la luce, che pone un limite alle tenebre, poi il firmamento, che separa
le acque del cielo da quelle della terra, poi divide la terra dalle acque e la
popola di piante. A queste opere di “produzione”, Dio aggiunge opere di
“ornamento”: gli astri, per la luce, gli uccelli e i pesci, per il cielo e per
il mare, gli animali e l’uomo per la terra. Il racconto della creazione
comprende otto opere, cioè due volte quattro; e il quattro, nella Bibbia (si pensi ai quattro punti cardinali) indica
totalità e completezza; la creazione è perciò un tutto armonico e completo. Ma
i giorni della creazione sono sette, o meglio, sei più uno. Sette non è soltanto il numero della perfezione; è infatti il numero dei
giorni della fase lunare, che sta alla base del calendario ebraico. Inserita
nel ritmo del sette, la creazione è perciò inserita nel ritmo del tempo, non in
modo astratto dalla storia, ma profondamente calato in essa. Per ben dieci volte appare la frase “e Dio disse”; sette volte per le prime
sette opere e tre volte per l’uomo. Sono le prime “dieci parole” di Dio che
richiamano il Decalogo, le dieci parole che Dio pronuncerà sul Sinai. Prima di
parlare direttamente a Israele, tramite Mosè, Dio ha già parlato attraverso la
creazione e la sua parola si è rivelata efficace: Dio parla, e tutto esiste.
Per tre volte, poi appare il verbo “benedire”,
in relazione ai primi esseri viventi, all’uomo e al sabato. La creazione,
dunque, nasce sotto il segno della benedizione di Dio, cioè della vita.
Per otto volte, nel
raccontare la creazione dei singoli elementi del mondo, il racconto utilizza le
stesse formule, delle quali è utile cogliere il significato:
I.
Introduzione: “E Dio disse”.
II.
Comando divino (ad esempio: “sia la luce”); ogni essere esiste
perché Dio lo chiama all’esistenza.
III.
Esecuzione del comando (ad esempio: “e la luce fu”). La parola di Dio è
sempre efficace.
IV.
Descrizione dell’opera compiuta, fatta spesso
attraverso l’uso del verbo “separare”.
Ogni realtà è distinta da un’altra e occupa nel mondo il proprio posto.
V.
Dio dà il nome a ogni sua opera (“E Dio chiamò…”) e, in tre casi la
benedice.
VI.
Lode divina: “E Dio vide che era cosa buona/bella”. Il racconto della creazione
si conclude per cinque volte (la lode manca infatti nel III e nel VII giorno)
con la lode divina per le stesse opere. La parola ebraica tob può significare, allo stesso tempo, sia “buono” sia “bello”.
VII.
Conclusione: “e fu sera, e fu mattina…”; la
creazione è inserita nel ritmo del tempo e della storia.
Più in particolare
possiamo rilevare che il v. 1 è un vero e proprio titolo. “In principio”: il testo non si interroga su ciò che esisteva alle
origini del mondo; si limita ad affermare che, all’inizio sia del tempo sia del
mondo, c’è Dio. “Dio creò”: il verbo
ebraico che qui è tradotto con “creare” ha una caratteristica importante; nella
Bibbia ebraica questo verbo viene sempre utilizzato con Dio come soggetto. “Il cielo e la terra”: cioè l’intero
universo. Sul grande abisso primordiale “vola” il soffio divino, il suo
spirito; qui non si tratta ancora dello Spirito Santo inteso come la persona
della quale ci parlerà il Nuovo Testamento, ma della forza divina che si prende
cura del mondo. Se Dio toglie il suo spirito, il mondo può ripiombare nel caos
dal quale è uscito (sal 104,29-30).
I vv. 26-31 presentano la creazione dell’uomo; sono poche righe
che costituiscono senza dubbio il vertice del racconto. La domanda di fondo che
sta dietro a questo testo è molto semplice: chi siamo noi? E a che cosa siamo
destinati? Anche la creazione dell’umanità dipende dalla parola di Dio: “facciamo l’uomo” – dice il testo. Il
verbo plurale, “facciamo”, non è
adombramento della Trinità, ma è forma maiestatica e deliberativa. “Uomo” è, nella lingua ebraica, il vocabolo ádam, che in questo caso indica non
tanto l’uomo maschio (come sarà a partire da Gen 4,1 dove ádam verrà usato anche come nome proprio, Adamo), ma indica
piuttosto l’essere umano, l’umanità. Questa umanità, dice il v. 27, viene
creata “maschio” e “femmina”: l’uomo non è perciò un essere astratto, ma esiste
concretamente come maschio e femmina. Si noti, nel testo del v. 27, il
passaggio dal singolare al plurale: “a
immagine di Dio lo creò, maschio e femmina li creò”.
Questo essere umano è
creato “a nostra immagine e a nostra
somiglianza”. Essere immagine e somiglianza di Dio significa aver ricevuto
la vita da lui. L’uomo è capace di avere rapporto diretto con il suo Creatore;
è pertanto capace di amare Dio e di entrare in relazione con lui. L’uomo riceve
da Dio la responsabilità di governare il mondo secondo la volontà del Creatore;
è cioè immagine e somiglianza di Dio nel senso che è una sorta di
rappresentante divino del mondo, il segno della presenza di Dio nel creato. La
tradizione ebraica ha insistito molto sul fatto che l’uomo deve comportarsi nel
mondo come Dio si comporta. L’uomo non è chiamato a sfruttare il mondo, ma a
lavorarvi secondo il progetto di Dio (il verbo “dominare” del v. 26 e il verbo “soggiogare”
del v. 28 sono presi dal vocabolario che normalmente nella Bibbia ebraica
riguarda i re).
La prima parola che Dio rivolge all’uomo non è tanto un comando,
quanto piuttosto una benedizione (“Dio li
benedisse e disse loro”; “Siate fecondi e moltiplicatevi”). Il compito
della coppia è accogliere e vivere con responsabilità questo dono e dare la
vita. All’uomo appena creato Dio offre come cibo erbe del campo. Non si tratta
di un invito a una dieta vegetariana: nel progetto della creazione è assente
anche quel minimo di violenza necessaria per mantenersi in vita, l’uccisione
degli animali. Il racconto della creazione dell’umanità termina con una
variazione al ritornello che già conosciamo: “e Dio vide che era una cosa molto buona/bella” La creazione
dell’uomo è così il vertice stesso dell’azione divina; l’uomo è davvero un
prodigio divino; il testo di Gen 1 ci impedisce di avere dell’uomo, immagine e
somiglianza di Dio, una visione pessimista.
L’opera di Dio si fonda sulla: parola. “Dio disse” è un’attività antropomorfica, ma non plastica; parlare,
è il modo più bello di presentare il suo agire: parlare è volere: in Dio volere
è fare; ma parlare è anche chiamare per nome le cose, chiamarle dal nulla
all’esistenza. Nella mentalità antica il nome è molto importante: senza il nome
non si ha un posto, quasi non si esiste.
La luce è indicata come prima realtà creata. La luce è tutto:
l’israelita teme la notte e ammira come un miracolo il ritorno del mattino, il
ri-sorgere del sole.
L’universo è descritto secondo la concezione geocentrica, secondo
la quale la terra che è il centro di tutto è un disco piatto, poggiato sulle “colonne della terra”. Sotto ci sono gli
inferi. L’acqua sta sotto (sorgenti), a fianco (mari), e sopra (nuvole, le
quali si sostengono in forza delle “colonne
del cielo”). Separare queste acque significa consentire la vita, la
salvezza.
Nel cielo sono sistemati i “luminari”,
non chiamati sole e luna per timore di rifarsi ai costumi idolatrici.
Tre volte si dice “creò
l’uomo”, a sottolineare l’intervento diretto di Dio, indirizzato al singolo,
non alla “serie”, come degli animali e piante.
È evidente inoltre il parallelismo (a scopo
artistico e mnemonico):
|
opera di separazione |
opera di decorazione |
|
1° giorno: creazione della luce; separazione delle tenebre dalla
luce. |
4° giorno: suddivisione della luce in sole, luna e stelle. |
|
2° giorno: separazione delle acque superiori dalle inferiori. |
5° giorno: creazione degli animali acquatici e dei volatili. |
|
3° giorno: separazione del mare dalla terra e creazione delle
piante. |
6° giorno: terra popolata con gli animali e con l’uomo. |
Il messaggio o kerigma di questo racconto qual è?
1.
C’è un unico Dio, e questo Dio (che è quello
dei nostri padri e dell’alleanza) è eterno (“In
principio…”) (contro il politeismo e le concezioni babilonesi delle lotte
tra gli dèi).
2.
Tutto ciò che esiste è stato creato da lui,
quindi da lui dipende. Gli sono soggetti gli astri (contro l’astrologia
babilonese che agli astri attribuiva il destino dell’uomo), gli animali (contro
la zoolatria egiziana), l’uomo (contro ogni tentativo di antropolatria,
adorazione dei re, ecc.).
3.
Tutto ciò che è creato è buono, perché prodotto
da Dio che è buono. Dio è solo autore di bene.
4.
Tutta la creazione è ordinata all’uomo,
finalizzata al suo ben-essere (uni-versum).
5.
Il lavoro s’addice a Dio, come la
contemplazione e il riposo. E ciò è modello per l’uomo.
Il
secondo racconto della creazione, meno ordinato ma più vivace e
più forte rispetto al precedente, è senza dubbio più antico, di tradizione
popolare e perciò necessariamente più antropomorfico. Vi si sviluppa un’altra
prospettiva: quella dell’uomo al centro, con il mondo messo tutto intorno a
lui; vi si parla solo del suo habitat immediato:un giardino, gli animali, la
donna. Ci sono già tutti gli elementi della vicenda successiva, compreso l’albero
della vita e quello della scienza del bene e del male.
Si indugia nella
descrizione del giardino (luogo o stato?) accennando a quattro fiumi (due conosciuti: Tigri ed
Eufrate, e due misteriosi: Pison e Gihon) tutti derivanti da un unico grande
fiume. Alla rappresentazione di questa sovrabbondanza di acque salutari, indice
di ubertosità e di prosperità, non può non aver contribuito la psicologia del
beduino che trova nell’oasi il suo paradiso.
È appena sfiorata e
quasi trascurata la modellazione dell’uomo dal fango (homo da humus) ed è più
che altro l’esatta inversione del processo di deterioramento dell’uomo, che lo
fa ritornare alla terra. Quello che è invece bene evidenziato è il dono fatto
da Dio all’uomo: la vita (soffiatagli direttamente) e la sua condizione di
felicità, rivelata dalle circostanze ambientali, dalle piante e animali messi a
sua disposizione, dalla compagna di vita affiancatagli, la donna, dal diretto
contatto con Dio che gli parla (più tardi si dirà che “passeggia nel giardino”), dal concetto di lavoro espresso come
attività in armonia col cosmo (“Lo pose
nel giardino di Eden perché lo coltivasse e lo custodisse”). Il paradiso è
ciò che l’uomo ne fa.
Il messaggio che ne
scaturisce, è che:
1.
L’uomo non può essere capito che dal versante
di Dio. Per ciò che riguarda la sua composizione fisica è in tutto simile agli
altri esseri, è materia biologica e ne segue le leggi.
2.
Da Dio riceve il suo “essere uomo”, non solo
nella vita, ma la sua essenza, la persona.
3.
Di Dio è dipendente ed amico. Il paradiso
terrestre non va cercato su una certa carta geografica; è nel cuore dell’uomo:
è questo comunicare con Dio in un mondo che Dio ha creato per lui, cui ha dato
il compito di abbellirlo col lavoro e goderlo in compagnia di esseri come lui.
4.
Perché se di tutti gli altri esseri è
superiore, li riconosce suoi, chiamandoli per nome, non può tuttavia con essi
creare comunione, ha bisogno di altri “se stessi”, compagni di vita, tra cui:
la donna.
Creazione della donna. Nulla di simile in nessuna letteratura antica
-
“Sonno profondo”: non anestesia, ma
misterioso avvenimento di cui nessuno è spettatore; insondabile mistero di
derivazione nella parità.
-
“Costola” (“séla”): cassa toracica, fianco, più raramente:
vita; recondito significato simbolico, derivato da. antica anatomia popolare?
(che spiegava con la non esistenza di costole nella parte inferiore dell’uomo.
Intuizione profetica? (sonno di Adamo = morte di Cristo; nascita di Eva dal
fianco di Adamo = nascita della Chiesa dal fianco di Cristo). Interpretazione di S. Agostino.
Tradizione talmudica? (Dio non l’ha creata dalla testa dell’uomo perché lo
comandasse, né dai suoi piedi perché ne fosse schiava, ma dal fianco di lui
perché rimanesse vicina al suo cuore”). “Lo
condusse dall’uomo”. Non è l’uomo a incontrare la donna, né la donna a
conquistare l’uomo. È invece Dio a far incontrare i due sessi. La sessualità è
opera del Signore. L’essere coppia è una vera vocazione all’amore. Nella frase
dell’uomo c’è poi il riconoscimento della pari dignità della donna “osso delle mie ossa e carne della mia
carne”.
Messaggio:
1.
Contro il disprezzo del corpo e del sesso,
contro l’idolatria del corpo e del sesso, sta l’affermazione biblica
dell’intervento divino. La donna è creata, come l’uomo direttamente e singolarmente
da Dio.
2.
La donna è fatta derivare dall’uomo, non nel
senso che ne dipenda, ma che ne fa parte, con uguale dignità che in lui hanno
tutte le sue membra.
3.
L’uomo è come mancante di qualche cosa. Per
questo l’unione coniugale è come il ritorno dei due esseri all’unità. Uomo e
donna sono complementari.
4.
I due diventano una sola carne. Si ricompone
così l’unità che non dovrà più essere spezzata. Citando questo passo Gesù dirà
“Non sono più due, ma una sola carne”, e “L’uomo non separi ciò che Dio ha
unito”.
5.
Questo legame è superiore ad ogni altro
(“L’uomo lascerà il padre e la madre”), perché è libero e pienamente umano,
quindi superiore a quello naturale genetico. E sempre dovrà essere tale.
6.
La nudità che non comporta vergogna è
l’affermazione del valore innocente e positivo del corpo maschile e femminile e
della sessualità, quando è attrattiva fra i due sessi, volontà di donazione reciproca
non contaminata dall’egoismo.
Tutto il racconto della
creazione, che trova il suo vertice nella creazione dell’umanità, si conclude in
realtà in modo inatteso: il riposo di Dio nel settimo giorno.
§
Il settimo giorno è prima di tutto il giorno in
cui la creazione è compiuta, in cui Dio “portò
a termine il lavoro che aveva fatto”. In questo modo la Genesi intende
affermare che il riposo non è in funzione del lavoro, ma piuttosto il
contrario: il lavoro è in funzione del riposo. Il settimo giorno è così il
giorno della libertà dalla schiavitù del “fare”; Dio non è schiavo della sua
creazione. Il settimo giorno, in cui egli si riposa, è così una contestazione
radicale di ogni mentalità umana basata sul lavoro e sul profitto.
§
Il settimo giorno è “benedetto”, cioè è ricco di vita, ed è “santificato”, cioè appartiene a Dio. Il settimo giorno è così un
momento paradossale; il tempo in cui non si lavora è quello che produce di più.
Nel settimo giorno l’uomo non si riposa per lavorare poi meglio; si riposa
invece per entrare in rapporto con Dio. Il settimo giorno, infatti, è il giorno
che appartiene a Dio.
§
Si osservi che, a conclusione del racconto della
creazione, manca la formula conclusiva che ci saremmo aspettati: “E fu sera e fu mattina, settimo giorno”.
Il settimo giorno, infatti, non ha una fine; è proiettato verso il futuro.
Riposarsi con Dio il settimo giorno significa comprendere che il senso della
creazione sta proprio qui, nel vivere con Dio, come ha ben compreso l’autore
della lettera agli Ebrei. Entrare nel settimo giorno significa entrare nel
tempo di Dio.
Il cap. 3 è un testo tra i più noti e più travisati della
tradizione cristiana. Chi non ha sentito parlare della “mela” mangiata da Eva e
del peccato che avrebbe dato origine a tutti i guai possibili e immaginabili
che hanno colpito l’umanità? Occorre fare molta attenzione; una lettura attenta
ci aiuterà a scoprire, magari con nostra sorpresa, come il testo non parla né
di mele, né di sesso, né di colpe che si ripercuotono sui figli. Non dobbiamo
dimenticare che i capitoli 2 e 3 della Genesi formano un tutto ben compatto.
Non è legittimo leggere il racconto del peccato dimenticandoci che prima ci è
stato narrato il progetto positivo di Dio sull’uomo e sulla coppia (Gen 2, ma
anche Gen 1!). Per troppo tempo la tradizione cristiana, insistendo sul tema
del “peccato originale” ha trascurato il fatto che il testo genesiaco insiste
sul progetto di Dio, descritto in Gen 2, che nessun peccato dell’uomo è capace
di frantumare. Rimane però la domanda che l’uomo si è sempre posto: perché il male?
Secondo popoli rimasti allo stato primitivo, perché isolati in qualche plaga remota della terra, i
primi uomini erano immortali e vivevano in comunione con Dio; cedettero però
alle suggestioni di un essere maligno e si ribellarono a Dio: ne venne di
conseguenza il loro dolore e la morte.
Secondo i cinesi
all’inizio l’uomo viveva su di un monte paradisiaco, irrigato da acque sorgive,
lussureggiante di alberi prodigiosi, tra i quali anche l’albero che dona va
l’immortalità; ma l’uomo ne venne scacciato per aver bramato una scienza
indebita.
Secondo gli indiani
all’inizio l’uomo viveva in comunione con gli dèi, immune dal dolore; però il
primo uomo, sollecitato dalla sua sposa, pretese di diventare pari agli dèi;
con questo peccato mise fine alla sua felicità. Sempre secondo gli indiani, la
donna aveva avuto da combattere contro un demonio maligno, presentatosi a lei
sotto la maschera di un serpente.
Secondo i persiani il
primo uomo, collocato in un paradiso misterioso, aveva vissuto un certo tempo
nella familiarità con Dio. in quel giardino c’era un albero atto a comunicare
sia l’immortalità che una scienza sovrumana. Un demonio, sotto la maschera del
serpente, fece decadere l’uomo da tanta felicità e lo rese oggetto di tutte le
miserie attuali. Il peccato del primo uomo fu di menzogna.
Anche presso gli egiziani
si trova la narrazione del peccato originale, e la menzione di un demone
serpente, Apofi, nemico degli dèi.
Tutto questo sta bene precisato per ribadire che il racconto
biblico non è unico e originale, fa parte di un patrimonio popolare assai
diffuso, non è frutto di elaborazione teologica, ma è accettato dall’autore
biblico in quanto gli serve per soddisfare uno dei grandi quesiti umani: il
problema del male. Come è penetrato il male nella creazione? Ne è forse Dio la
causa? Oppure c’è qualcuno al di sopra di Dio o in concorrenza con lui che ne
può rovinare la magnifica opera creativa?
Al vero e grande “male” che per l’autore biblico è il peccato non
possono che essere collegati tutti gli altri mali. Ma attenti: il problema di
fondo è l’esistenza del male morale, non di questi. In ciò differisce il
racconto biblico dagli altri: non nella sua origine (che è popolare), non nei
suoi particolari narrativi (che si rassomigliano), ma nel senso in cui viene
assunto dall’autore, che non è preoccupato di spiegare la condizione fisica
dell’uomo (dolore, fatica, morte), ma la sua condizione morale di distacco da
Dio e di discordia con i suoi simili.
Il testo del capitolo 3 si apre presentandoci la figura del
serpente, descritto come “la più astuta
delle bestie selvatiche create dal Signore Dio”. Ma chi è questo serpente? Il diavolo,
risponderanno in molti, abituati come siamo a vedere le statue della Madonna
con il serpente sotto i piedi. In realtà, l’identificazione tra il serpente di
Gen 3 e il diavolo è tardiva e si trova soltanto nel libro della Sapienza (Sap
2,24) scritto alla fine del I sec. a.C., e nel capitolo 12 dell’Apocalisse, nel
Nuovo Testamento. Nel testo genesiaco non c’è alcun cenno diretto al fatto che
il serpente sia il diavolo. L’uso del serpente era presente in alcuni racconti
dell’epoca, in particolare in un celebre mito del tempo. L’eroe che ne è il
protagonista, Ghilgamesh, si reca nel giardino degli dèi in cerca dell’albero
della vita, ma un serpente gli impedisce di cogliere il frutto dell’albero,
perché la vita è riservata agli dèi, mentre per gli uomini è decretata solo la
morte. Il serpente è un animale misterioso e pericoloso, appare come una
potenza ostile all’uomo. Nel racconto della Genesi, invece, l’uomo può mangiare
dell’albero della vita; il serpente non è alleato agli dèi, ma è chiaramente nemico
di Dio e spinge l’uomo verso il secondo albero, quello della conoscenza del
bene e del male. Il serpente è connesso nel mondo del tempo con la magìa e con
la religiosità dei cananei; può rappresentare perciò la tentazione
dell’idolatria. Infine, introducendo la figura del serpente, il narratore ci
vuol suggerire che l’origine del male non è da vedersi in una fatalità o in un
capriccio divino, ma nasce dal peccato degli uomini; allo stesso tempo c’è un
mistero del male che è più grande degli uomini stessi e ne supera la
comprensione; ecco l’ambiguità della figura del serpente ed ecco il motivo per
cui la successiva tradizione ebraica e cristiana vi vedrà la figura del
diavolo.
Il serpente si dimostra davvero astuto e, parlando alla donna, fa
nascere in lei il sospetto che Dio sia un bugiardo, che vuol togliere all’uomo
la sua libertà; ottiene questo risultato combinando mezze verità con abili
modifiche al discorso divino. Intanto, scompare il nome di Dio, “Signore”; poi il serpente vuol far
credere alla donna che dietro una apparente concessione (ciò che Dio ha detto
all’uomo in Gen 2,16-17) è nascosto un reale divieto: Dio, in realtà, non vuole
che gli uomini mangino i frutti degli alberi del suo giardino. Il serpente è un
astuto maestro del sospetto: Dio odia la sua creatura e fa soltanto finta di
lasciarla libera. In realtà è geloso del fatto che l’uomo possa diventare
simile a lui! La donna, da parte sua, cade in trappola, proprio nel momento in
cui si illude di poter difendere Dio: anche lei non lo chiama più per nome (“Signore”) e si permette di modificarne
le parole. Infatti sappiamo che non è vero che Dio abbia posto un divieto
sull’albero che sta “in mezzo al
giardino”; alla luce di Gen 2,8-9 quest’albero “in mezzo al giardino” è in realtà l’albero della vita e di
quest’albero l’uomo può mangiare! La donna sta confondendo i due alberi e pone “in mezzo al giardino” l’albero della
conoscenza del bene e del male; inoltre , Dio non ha detto che quest’albero non
può essere “toccato”, ma soltanto che
non è possibile mangiarne i frutti. La donna è in realtà caduta nella trappola
del serpente e inizia a vedere Dio come un ostacolo alla propria libertà. Di
fronte alla risposta della donna, il serpente torna alla carica: Dio mente, “voi non morirete affatto”. Nelle parole
del serpente appaiono i desideri più grandi che l’uomo si è sempre illuso di
realizzare: la vita per sempre (“non
morirete affatto”), il mettersi al posto di Dio (“sarete come Dio”) e il sapere tutto (“i vostri occhi si apriranno”), decidendo da soli la propria
felicità (“conoscerete il bene e il male”).
Qui sta la vera radice di ogni peccato dell’uomo: il desiderio di realizzare se
stesso al di fuori di un rapporto con Dio, sentito come limite alla propria
libertà. Non si tratta tanto di disubbidienza, quanto del rifiuto di una
libertà che trova in Dio il proprio significato. E per di più, alla luce di Gen
1,26, il testo è persino ironico: l’uomo, infatti, è già come Dio, è creato a
sua immagine e a sua somiglianza. Il serpente è riuscito nel suo intento e la
donna mangia così il frutto proibito, offrendolo poi all’uomo.
Il v. 7 ci descrive la prima conseguenza del peccato, che è
certamente una sorpresa: la scoperta della propria nudità. Eppure l’uomo e la
donna erano già nudi (Gen 2,24), ciò di cui essi si accorgono è che adesso,
dopo aver distrutto il rapporto con Dio, l’altro ci mette paura e non si è più
in grado di accettarlo così com’è, nella sua povertà e nella sua umanità. La
stessa sessualità assume un volto negativo e l’uomo cerca di nascondersi usando
la propria abilità tecnica: cucirsi delle foglie di fico. Il serpente aveva
ragione; gli occhi dei due si sono aperti, ma la scoperta è terribile: l’altro
è diventato un nemico dal quale nascondersi.
Gen 3,8-25 ci presenta prima il dialogo tra Dio e l’uomo volto
alla presa di coscienza da parte dell’uomo di quanto avvenuto e poi le
conseguenze del peccato commesso dall’uomo e dalla donna: dopo la colpa,
l’essere umano è una creatura ferita nella sua relazione con Dio, con l’altro,
con il mondo.
Il v. 8 ci presenta il Signore come una presenza familiare, che
cammina nel giardino alla brezza del giorno, ma il giardino non è più un luogo
di incontro, ma è adesso un luogo che incute paura. Di fronte alla fuga
dell’uomo, Dio non lancia accuse, ma cerca di porre l’essere umano di fronte
alle proprie responsabilità: “dove sei?”,
cioè “dove sei arrivato? Che cosa
vorresti fare, adesso?”. Dio offre all’uomo la possibilità di riconoscersi
colpevole, ma l’uomo riesce a confessare soltanto la propria paura. Dio
continua a venire incontro all’uomo: “che
hai fatto?”; ma l’uomo non raccoglie questo ulteriore invito e risponde
contrattaccando: è stata “la donna che Tu
mi hai posto accanto”! In altre parole: io non ne ho colpa e, in fondo, è
tutta colpa tua. Qui sta la vera gravità del peccato dell’uomo: il rifiuto di
riconoscersi colpevole, di assumersi le proprie responsabilità. La stessa cosa
fa la donna, scaricando la sua colpa sul serpente, ma quest’ultimo non viene
interrogato da Dio.
Perché allora il mondo contiene oggi tanta sofferenza e tanto
dolore? La risposta a questa domanda è cercata dall’autore di queste pagine
attraverso la storia della condanna del serpente, della donna, dell’uomo. Il
peccato ha introdotto nel mondo una disarmonia che non era stata voluta da Dio.
il serpente viene maledetto cioè separato dal mondo di Dio, cioè dalla vita, ne
viene dichiarato il fallimento e la rovina. L’umanità (ossia la stirpe della
donna) sarà sempre in lotta con il serpente. Viene poi ricordata la sentenza
contro la donna, colpita nel suo essere moglie e madre: i dolori del parto e la
sua condizione di inferiorità rispetto all’uomo. Allo stesso modo, ai vv.
17-18, l’uomo viene colpito nel suo essere lavoratore. Il “coltivare e custodire” il giardino (Gen 2,15) non è più vissuto in
un rapporto di comunione con il creato; l’aver voluto “mangiare” il frutto dell’albero, l’aver preteso di dominare sulla
realtà, ha frantumato il rapporto con la natura, che ora si ribella e si rivela
ostile all’uomo. Il lavoro non è affatto una condanna; lo è ciò che il lavoro
può diventare quando l’uomo crede di poter sfruttare il creato. Infine, il
richiamo alla condizione mortale; “polvere
sei e polvere ritornerai”. È cambiato anche il rapporto dell’uomo con la
morte, che d’ora in poi assume un aspetto tragico e diviene non più il
passaggio a un’altra vita, bensì il segno del proprio limite invalicabile di
creatura.
Sorprendentemente, la scena della condanna si chiude con due
piccole note di speranza. In primo luogo, il nome dato alla donna, in hawwah, Eva, da verbo ebraico hayah, “vivere”. Inoltre Dio non caccia
l’uomo dal giardino nudo e quindi privato della sua dignità. Lo riveste di
tuniche di pelli, segno cioè di una nuova dignità donata all’uomo dalla
tenerezza divina. Questa storia ci aiuta perciò a valorizzare i piccoli segni
di speranza che Dio dissemina sul nostro cammino.
Il racconto si conclude con l’aiuto di un linguaggio mitico (v. la
figura dei “cherubini”), con la cacciata dell’uomo dal giardino: l’uomo ha
preteso di essere uguale a Dio; la morte fisica sarà d’ora in poi sperimentata
come una rottura. Un dramma che separa l’uomo da Dio.
LE REAZIONI. La Bibbia non tratteggia lo stato psicologico dei due
peccatori, ma usa parabole che ne spiegano lo stato d’animo.
-
L’uomo non riesce più a stare di fronte a Dio,
si sente imbarazzato. Dirà: “ho avuto
paura, perché sono nudo, e mi sono nascosto”. Voleva diventare “arùm”
sapiente, e in realtà è diventato “aròm” nudo. Forse l’autore gioca sui
vocaboli stessi. Qui la nudità è recepita in termini sessuali, non avrebbe
senso di fronte a Dio. È la nudità della miseria in cui l’uomo si sente
precipitato, perché staccatosi, diffidente, da Dio. È anche la fine descrizione
dell’atteggiamento psicologico del peccatore di sempre: dopo il peccato
istintivamente si tende a evitare Dio per non doversi confrontare con lui,
pentirsi, convertirsi.
-
Adamo affrontato da Dio, tenta di scolparsi
incolpando Eva, e questa, a sua volta il serpente. Anzi, nelle parole di Adamo
risuona un implicito rimprovero a Dio stesso: “È stata la donna che Tu mi hai dato per compagna, che mi ha presentato
il frutto dell’albero, e io ne ho mangiato”. Si evidenzia così un altro
atteggiamento psicologico tipico dell’uomo peccatore: cercarsi un alibi alle
proprie colpe e in definitiva attribuirle a Dio, che “ci ha fatti così”.
-
La rottura con Dio non rafforza ma compromette
anche il rapporto col prossimo: Adamo accusa Eva. Non si dà solidarietà vera
nel male, o, se si dà, è provvisoria e minata dalla diffidenza. Manca il punto
di riferimento che la sostiene: il legame con Dio.
Per aiutarci a meglio
capire il senso di ciò che per secoli fu definito “Peccato originale” per il
solo fatto che è stato commesso alle “origini”, può essere opportuno
immaginare da una parte un televisore
acceso e di fronte uno specchio. L’uomo, specchio-immagine di Dio ha avuto la
vanità di essere lui il televisore, ma appena rimosso dalla posizione frontale
si è scoperto pezzo di vetro senza valore, vuoto, nella sua povertà e
insignificanza. L’insegnamento tradizionale ha preteso di trarre dalla
descrizione letterale una precisa dottrina riguardo allo stato originale dei
progenitori, del loro peccato, della trasmissione del medesimo e delle sue
conseguenze. Dottrina superata, che, anziché risolvere, pone grossi e
angosciosi problemi riguardo alla giustizia divina. Se Dio è giusto ed è amore
e in Cristo annuncia la misericordia e comanda il perdono, come ha potuto
punire una unica trasgressione, in modo che da allora in poi la storia del
mondo è stata veramente scritta con le lagrime e il sangue?
Si tratta allora di
staccarsi dal testo, e, pur prendendone spunto come metafora, rifare daccapo
una riflessione su quello che Dio ha inteso rivelarci. E qui ritorniamo al
problema del male, del male in generale, se vogliamo, ma soprattutto del “vero” male: il peccato, in cui il resto
più che derivarne è incluso. Perché l’esperienza di Israele è tutta di natura
teologica: nell’ottimale rapporto con Dio c’è il benessere dell’uomo, nel
deterioramento di quello, c’è il mal-essere.
Si radica allora sempre più la convinzione che tutto questo
racconto è metaforico: la descrizione del giardino di Eden, quella della
tentazione e della caduta, quella della punizione dei colpevoli che disfa una
condizione originaria pure metaforica, con una raffigurazione metaforica della
alterazione subita nei rapporti dell’uomo con Dio, per descrivere la quale più
drammaticamente, tutto serve:
il serpente viene condannato a strisciare per sempre sul ventre
(ma è solo la spiegazione popolare di un fatto naturale che c’era già prima);
altrettanto può dirsi dei dolori di parto che vengono inflitti
come castigo alla donna. Voler ricavare da questo unico argomento che prima non
esisteva il dolore, è svisare l’intendimento del testo. Oltretutto varrebbe
solo per la donna;
così pure per la condanna dell’uomo. La sua pena consisterebbe
nella stanchezza che il lavoro gli causa. Il concetto determinante l’abbiamo
nella frase: “Essa (la terra) ti produrrà spine e triboli e tu ti
nutrirai dell’erba dei campi”.
Lo stesso dicasi per la morte. Del resto essa non è nominata come
castigo. Si dice solo che tutto quanto detto sopra avverrà “fino a quando l’uomo farà ritorno alla terra dalla quale è venuto”.
Così la morte sarà piuttosto la fine delle sue pene. La minaccia precedente: “Morrai!” può voler dire: L’azione che
tu compi è degna di morte!; non induce necessariamente a credere che se non la
compisse non morirebbe mai. L’allontanamento dall’albero della vita ha, come
l’albero, un carattere mitologico (cfr. le tradizioni degli altri popoli);
risponde in termini magici al desiderio universale di vita e alla ripugnanza
istintiva verso la morte.
Realtà di peccato e bagaglio di conseguenze vengono consegnati
agli eredi di generazione in generazione, da una parte con il peggioramento
dovuto al contributo personale di ognuno all’ingrossamento della valanga del
male e dall’altro con l’impegno e lo sforzo dei buoni per ridurla nella
quantità degli effetti. Da Adamo a Cristo: due archetipi di realtà diverse
(Rom. 5,12-21). Può così dirsi: il peccato originale fu iniziato da Adamo e
continuato da tutti i suoi discendenti; le conseguenze si aggravano nella
misura in cui si segue Adamo, si riducono nella misura in cui si segue Cristo.
Cristo, restituendoci la dignità di figli di Dio, tende a
restaurare un rapporto di fiducia e di abbandono all’amore di Dio,
neutralizzando le conseguenze del peccato sul piano soprannaturale ed eterno,
ma indirettamente riducendo la vastità e la negatività anche delle altre, e
cioè il quadro generale di deterioramento della condizione umana, nello sforzo
di realizzare pace, giustizia, amore, fratellanza universale.
In questo senso il “seme
della donna”, che non è solo Cristo (e tanto meno solo Maria: “Esso” e non “essa”), ma è tutta quella discendenza di umanità che si associa a
Cristo per sconfiggere nel mondo il “grande
male”, il peccato, e tutti gli altri mali che affliggono l’uomo, un giorno
prevarrà sul “seme del serpente”. E
tuttavia mai sulla terra questa vittoria sarà completa se non alla fine; ci
sarà sempre l’insidia al calcagno di questo male strisciante che è l’orgoglio
umano e l’egoismo; per cui nel mondo e nella storia non cesserà mai la
conflittualità bene-male; ma l’uomo ha da Dio la promessa, che, per il suo
aiuto, il Bene vincerà.
ALCUNE DEDUZIONI: Né l’Antico
né il Nuovo Testamento citano, dopo questa descrizione, il peccato di Adamo e
la sua trasmissione, tranne S. Paolo nella Lettera ai Romani (5,12-21). È lecito
pertanto abbandonare questa dizione e le conseguenze da essa derivanti, tra cui
l’assoluta necessità di far battezzare i bambini il più presto possibile, pena
l’esclusione dalla salvezza (il cosiddetto Limbo), un concetto derivato dalla
mentalità individualistica che non tiene calcolo della Comunione dei santi e
della sua gratuità e che rivela la mentalità del ricevere (i sacramenti) in
contrasto con quella del privilegio di far parte del Regno di Dio.
Altrettanto va smentito ciò che il catechismo ci ha insegnato,
cioè che Dio ha creato noi e il mondo solo per la sua gloria. Non si onora Dio
pensandolo come un Essere perfetto da non poter mai voler altro che se stesso.
Se questo fosse vero, sarebbe la miseria di Dio e anche la nostra. Il Vaticano
II lo ha espresso molto bene: “L’uomo… in
terra è la sola creatura che Iddio abbia voluto per se stessa”. Il fatto
che non siamo per Dio discende
totalmente dal fatto che il Dio che ci crea è, lui stesso, per noi. Ricordiamocene: “Per
quanto oscura, tragica o fallita possa essere la nostra esistenza, noi siamo
sempre voluti e amati da Dio per noi stessi, per quello che siamo. (G.
Martelet – L’Aldilà ritrovato).
Il capitolo quarto della Genesi, scritto dalla stessa mano
dell’autore di Gen 2,4b-3,25, è noto soprattutto per l’episodio di Caino e
Abele; anche questa narrazione serve a rispondere a una domanda molto grave:
perché nel mondo c’è così tanta violenza, tanto che il fratello diviene capace
di uccidere il fratello?
Chi rileggesse il testo munito di una penna, potrebbe sottolineare
quante volte ricorre il termine “fratello”:
(altre 7 volte!). E la quarta ricorrenza del termine “fratello” coincide con l’ultima ricorrenza del nome Abele, al v.
9, quando Dio chiede a Caino: “Dov’è
Abele tuo fratello?”. Questa domanda costituisce così la chiave di volta di
tutto il testo; che Caino non accetti di riconoscersi responsabile del
proprio fratello è cosa quasi più grave dell’omicidio stesso, o, meglio, ne è
la causa scatenante.
Nonostante il peccato di Adamo ed Eva e la lontananza dall’Eden o
paradiso terrestre, la vita continua e la donna riconosce la maternità come
dono di Dio (v. 1-2). A Eva nascono questi due figli; Caino (“acquistato”)
Abele (“soffio”); di fronte a Caino, Abele oltre ad essere il minore, sembra
non valere niente, un soffio appunto. Nonostante tutto la vita tra i due
fratelli sembra scorrere in armonia, ciascuno dedito al compito assegnato da
Dio (agricoltore e pastore). La storia continua presentandoci i due fratelli
nel culto rivolto a Dio (v. 3-5) e qui le cose cambiano: il sacrificio di Abele
è gradito a Dio, mentre quello di Caino no. Come mai?
Non basta pensare che Caino era cattivo e Abele buono (cfr. Eb
11,4). Se leggiamo bene il testo vediamo che Caino offre a Dio i prodotti della
terra, mentre Abele gli agnelli del gregge, sacrificio per eccellenza
nell’ebraismo. Inoltre Caino non opera alcuna scelta, mentre Abele sceglie i
primogeniti, e di questi seleziona il grasso; offre cioè a Dio un sacrificio
perfetto.
Ma la spiegazione migliore risiede nel significato dei nomi:
Caino, l’acquistato, è scartato, di fronte ad Abele, il soffio. È il mistero della scelta divina che
privilegia sempre il minore, Isacco invece di Ismaele (Gen
21,12-13), Giacobbe invece di Esaù (Gen 27)… e si mette apertamente dalla parte del più debole. Caino non
accetta questa scelta di Dio e non comprende che si può essere fratelli pur
restando diversi; che, anzi, la diversità è la radice di ogni fraternità;
cammina a testa bassa, triste per quella che ritiene una palese ingiustizia. E
non accoglie neppure l’invito di Dio a dominare il peccato, che il v. 7
descrive “accovacciato alla porta”,
come fosse un animale feroce pronto a sbranare l’uomo.
L’omicidio di Abele è narrato senza alcun particolare; la prima morte
dell’umanità è una morte violenta e tragica.
Il fatto che Caino e Abele vengano rispettivamente qualificati
come agricoltore e pastore, introduce seri dubbi che possano essere figli
diretti e immediati di Adamo ed Eva. È probabile invece che da un lato questo
racconto voglia seguire il corso del nero fiume del peccato nella storia
dell’umanità, e dall’altro che rielabori alcune interpretazioni popolari
dell’origine di determinate tribù e della formazione delle città. All'epoca non
lontana da quella in cui è stato redatto questo testo, c’era nella terra di
Canaam una tribù (dei Keniti = Cainiti) che viveva nomade, e pur adorando Jahvè
possedeva in Canaam solo un diritto di ospitalità. Si parlava di un’antica
alleanza tra questa tribù e Israele. Questo racconto poteva essere il tentativo
di spiegare questa strana situazione: di qui forse il nome: Caino.
Il testo presuppone la conoscenza di sacrifici di animali e di
offerte di frutti. Si tratta di consuetudini sacrificali provenienti da epoche
remotissime, la cui l’origine viene poi fatta risalire addirittura alla prima
umanità.
Nel testo si nasconde la predilezione per Abele e quindi la
preferenza per la vita pastorale, particolarmente per la vita del seminomade
pastore di pecore che ancor oggi è caratteristica nei paesi arabi del vicino
oriente. Si mostra invece una certa contrarietà alla vita cittadina, come ad
alcune manifestazioni musicali ed alla lavorazione del bronzo e del ferro che
porta alle guerre.
Molto avverso infine l’autore si mostra contro la crudeltà e la
rappresaglia vendicativa e contro la poligamia che sono rappresentate come
caratteristiche dei discendenti di Caino. Il racconto dunque dà l’impressione
che si vuol parlare piuttosto delle abitudini che degli individui. Caino e
Abele possono considerarsi come i rappresentanti di due culture e civiltà. Sono
cioè dei simboli, e lo stesso gradimento che Dio mostra per i sacrifici di
Abele, come il non gradimento per le offerte di Caino, farebbero parte
dell’intento di presentare il primo fratricidio come archetipo di tutti gli
scontri successivi tra gli uomini, dove una nuova cultura introducendosi
violentemente nella precedente crea squilibri e disordini a tutti i livelli,
minacciando di deteriorare lo stesso rapporto con Dio. Qui, la vita errante dei
pastori è stata distrutta dall’introdursi inopportuno o violento
dell’agricoltura. La concorrenza spiegherebbe la gelosia. Non è improbabile che
in tale distruzione si sia sparso del sangue e si possa quindi parlare di un
vero fratricidio.
E non c’è sotto forse anche la conflittualità nata in conseguenza
del graduale affermarsi della proprietà privata sulle terre, quando in un
regime pastorizio tutto era di tutti e accoglienza e ospitalità erano i valori
fondamentali della convivenza? Se poi il discorso si sposta al fenomeno della
città, ancor di più è facile comprendere come l’urbanizzazione abbia a sua
volta distrutto l’amore della natura, la libertà, la stessa agricoltura.
Ma l’accento principale del racconto è sul mistero del peccato. Se
Adamo ed Eva dopo il peccato si nascosero dietro gli arbusti, qui è Caino che “ha il volto abbattuto” ancor prima
dell’omicidio e non riesce a tenerlo alto. C’è già l’omicidio nel cuore. Caino
non sa dominare la sua invidia e gelosia.
Anche Caino viene scacciato dalla presenza di Dio nella terra di
nessuno del paese di Nod. Ma come al momento della cacciata dal giardino di
Eden spunta un segno di salvezza, così Dio non abbandona il fuggiasco alla
perdizione, ma ne protegge ancora l’onore e la vita.
Dal punto di vista etnologico è interessante che Caino, dopo
essersi allontanato dalla presenza del Signore, “si mise a costruire una città che chiamò Enoc dal nome di suo figlio”.
È probabile che anche questa notizia sia dovuta all’influsso della psicologia
del beduino, per il quale la città rappresenta un estraniarsi non solamente dai
vincoli del sangue e della terra, ma soprattutto dalla morale, dalla pietà e in
definitiva dalla fede dei padri. Il nomade e il pastore della steppa, tanto vicini
alla natura, appaiono più vicini a Dio del cittadino senza radici. La natura è
opera di Dio, mentre la città è opera dell’uomo: stava bene attribuirne
l’iniziativa a Caino.
“Dov’è tuo fratello?”: in questa domanda che Dio rivolge a Caino possiamo trovare il
centro e lo spunto di riflessione di questo capitolo. Alla luce dell’esperienza
di Caino e Abele possiamo rivedere le nostre relazioni con i fratelli e le
sorelle “di sangue” (fraternità familiare) e poi con i fratelli e le sorelle
“in umanità” (famiglia umana). Occorre riflettere bene sui significati più
evidenti che emergono da questo testo biblico:
1)
Esiste in tutti una forza del male che induce ognuno ad eliminare l’altro semplicemente
perché “mi dà fastidio”, anche solo con la sua presenza e il suo agire. Il male
offusca gli occhi e non ci permette di vedere quello che l’altro è (“fratello”),
né di accettare le sue differenze come importanti e costruttive anche per noi.
Da dove viene questa forza non è detto nel testo: fatto sta che c’è ed è capace
– se non dominata – di rendere gli uomini come lupi. Come possiamo
smascherarla? Dove trovare la forza per dominarla in modo tale che non provochi
danni?
2)
Abele e Caino sono simboli, vogliono farci
vedere una situazione che da sempre minaccia la vita fraterna delle persone
ricorrendo alla violenza che non accetta le differenze. È possibile realizzare
la vera fraternità come convivenza delle
differenze accettando chi è “diverso”da noi per razza, cultura, scelte di
vita, religione, doni… ? Tutte le volte che noi non accettiamo la diversità ci
troviamo a vivere l’esperienza di Caino: come possiamo “dominare” la sua ombra
senza avere la pretesa di scrollarcela di dosso? In che modo possiamo
ripristinare la pace come accettazione dell’altro in situazioni che possiamo
definire “imperdonabili” (sfruttamento di donne e minori; fame e debiti imposti
dall’egoismo di pochi; pulizia etnica; terrorismo e stragi di massa…)? Quali
sentieri percorrere alla luce del gesto del perdono del Signore nei confronti
di Caino? Come vivere la fratellanza nel senso di essere “custodi” delle altre
persone (degli amici, dei familiari, dei figli, degli estranei…) imparando a
vincere il male con il bene? È possibile arrivare a perdonare l’imperdonabile,
come Gesù ha fatto sulla croce? “Avete inteso che fu detto agli antichi: Non
uccidere; chi avrà ucciso sarà sottoposto a giudizio. Ma io vi dico: chiunque
si adira con il proprio fratello sarà sottoposto a giudizio”. (Mt 5,21-22)
Aspetti morali di
sempre ma soprattutto di adesso rilevabili o deducibili dal fratricidio di Caino.
La storia di Caino
viene impostata male a priori se si contrappone il mite e buono Abele a Caino.
Caino non è uno scellerato fin dal principio, anzi è il privilegiato fra i due
fratelli: è il primogenito, il più capace, il più forte. Abele (= soffio, nullità)
sta a indicarlo: è il più debole, impegnato nel lavoro meno faticoso del pastore.
1)
Caino è il primogenito preferito e privilegiato
da Dio, ma sono proprio i suoi ricchi doni a portarlo alla rovina.
L’indurimento, l’infedeltà, l’orgoglio e la presunzione da lungo tempo si sono
insediati nel suo cuore, ed è questo atteggiamento che accompagna le sue
offerte.
2)
Questo disordine religioso di Caino si
trasforma in disordine umano. Sentendosi messo in disparte, si turba, non si
pente, si rode di invidia, la vita di suo fratello gli è indifferente. “sono forse io il guardiano di mio
fratello?”. Neanche di fronte alla condanna divina non affiora sulle sue labbra
una parola di rimorso: c’è solo il lamentarsi della sua sciagurata situazione.
3)
Dio lo circonda comunque ancora della sua
amorevole sollecitudine. “Il Signore pose
su Caino un segno, perché non lo colpisse chiunque l’avesse incontrato”. Si
ritrovano qui, potentemente affermati, due motivi fondamentali del messaggio
dell’Antico e soprattutto del Nuovo Testamento: la parabola del figliol prodigo
e la figura del Buon Pastore.
4)
C’è anche un’affermazione del diritto esclusivo
di Dio a giudicare e a condannare chiunque sbaglia, e la negazione all’uomo del
diritto di disporre della vita di chicchessia, anche del delinquente
fratricida.
5)
Caino e Abele non sono unicamente figure del
passato, sono simboli, sono gli uomini di tutti i tempi, sono i discendenti di
Adamo e gli eredi del primo peccato. Siamo tutti noi. Caino è in noi.
6)
La vita umana è un dono di Dio, che l’uomo è chiamato a custodire, rispettare, difendere, promuovere,
sviluppare. Pertanto, la vita umana è sacra e inviolabile dal suo sorgere sino
al suo naturale tramonto. Sono, quindi, inaccettabili sia l’aborto, che è un
“delitto abominevole” (GS, 51) e che nessuna “legalizzazione” potrà rendere
“morale”, sia l’eutanasia, con la quale l’uomo si arroga il diritto di
sopprimere la vita.
7)
Vi sono tante maniere di uccidere.
Si uccide con la
guerra. Incrementata dall’industria bellica e dal commercio delle armi. Si
uccide con l’iniqua ripartizione dei beni del mondo.
La fame nel mondo
miete più vittime della guerra.
Si uccide con la
“mala sanità”.
Si uccide con la
guida imprudente e irresponsabile dei mezzi di trasporto.
Si uccide scatenando
e animando l’esplodere della violenza negli stadi.
Si uccide inquinando
l’ambiente e danneggiando seriamente la vita dell’uomo sulla terra.
Si sopprime la vita
dell’uomo quando l’embrione umano viene usato come una “cosa” per la sperimentazione.
Si uccide
“moralmente” un uomo quando la sua dignità umana viene calpestata, quando per
la sua condizione di svantaggio egli viene rifiutato, emarginato, “escluso”.
Si uccide nel proprio
cuore quando si coltivano sentimenti d’ira, di odio, di vendetta.
Si uccide quando si
favorisce la denatalità, si getta discredito, anche a livello politico e di
informazione, su tutto ciò che potrebbe favorire una ragionevole crescita
demografica.
Si uccide quando non
si sostiene con mezzi adeguati la famiglia, l’istruzione, la salute dei
cittadini.
8)
Dio invece ci chiede di fare una scelta
a favore della vita.
Ci chiede di impegnarci concretamente perché siano rispettati i
diritti fondamentali dell’uomo e perché vengano create migliori condizioni di
vita.
Ci chiede di dare
sostegno a chi è in difficoltà.
Ci chiede di non
lasciare nella solitudine la donna tentata di abortire.
Ci chiede di “accompagnare”
amorevolmente il malato grave nel momento cruciale della sua vita.
Ci chiede di farci
carico del disagio del drogato aiutandolo, con strumenti validi, a uscire dal
tunnel e a scoprire il vero senso della vita.
Ci chiede, in
definitiva, di amare il nostro prossimo. Anche i nostri nemici, come ci dice Gesù.
Ci chiede di concepire la vita come un dono di cui far dono. La donazione degli
organi dopo la morte è una scelta encomiabile , che può assurgere a “segno” di
una concezione di vita.
Donare la vita
significa non tanto “morire” per gli altri, quanto piuttosto “vivere” per gli
altri, mettendo a frutto i propri “talenti” per la vita dei nostri fratelli.
9)
Si uccide soprattutto con le tristemente famose
armi di sterminio, sia che vengano usate nelle guerre convenzionali, sia che
vengano disseminate con fatti di terrorismo. Ne citiamo alcune che sono motivo
di Grandi Paure moderne. Le armi nucleari, i gas più o meno letali; il
volontario inquinamento dei canali acquiferi e dei generi alimentari, la
selvaggia distruzione della fauna e della flora (incendi boschivi, sterminio di
animali, ecc.).
10) Fino a qualche anno fa la psicologia individuava nella
strumentalizzazione dell’altro una delle cause della violenza.
Si diceva, cioè, che l’altro veniva considerato alla stregua di un
oggetto e come tale poteva essere trattato.
Essendo oggetto, e quindi non persona con una sua dignità da
riconoscere e rispettare, si poteva farne l’uso che più piaceva, fino a
umiliarlo, sfruttarlo e aggredirlo.
Oggi si assiste ad
una evoluzione del fenomeno.
Si parla di “de-oggettificazione”,
ossia di una radicale negazione dell’esistenza dell’altro, non riconosciuto
neanche come oggetto.
L’altro non esiste,
non ha nessun significato, è un’ombra ambulante.
Quindi nessun
rispetto, ma neanche strumentalizzazione, perché strumentalizzarlo significa
riconoscere che esiste, almeno come oggetto dei propri fini.
Viene così negata
ogni possibile relazione interpersonale, anche di bassa levatura.
La violenza assume un
nuovo volto.
Non più o non tanto
scarica aggressiva rivolta verso l’altro per asservirlo a sé o per
distruggerlo, ma improvvisa esplosione di rabbia fine a se stessa, per motivi interni
alla persona aggressiva e non per le sue mire di dominio verso gli altri.
Che questa eruzione
si vada a scaricare sulle cose o sulle persone, negli stadi o nelle case
private è irrilevante perché tutti questi oggetti sono un nulla all’occhio del
violento che vede solo se stesso e il suo bisogno di buttare fuori.
Dopo l’atto violento,
riprende la sua vita normale, non si sente in colpa per ciò che ha fatto e se
qualcuno lo accusa di tanta cattiveria verso il prossimo fa l’offeso.
Se l’altro è un
nulla, perché sentirsi in colpa per aver ferito il nulla?
Se ciò che conta è
togliersi di dosso lo stress accumulato nella settimana perché sentirsi male
dopo il sollievo della scarica?
Ecco, perché oggi
assistiamo a tanti atti violenti compiuti con ferocia, ma altrettanta
“allegria”. L’idea che il raggiungimento del mio bene è strettamente collegato
alla cura del bene altrui è entrata profondamente in crisi, anzi per taluni
soggetti potremmo dire che non esiste più.
LE GENEALOGIE DELLA GENESI
Un particolare
interessante nelle genealogie genesiache è il ricorso al simbolismo numerico;
nella genealogia del capitolo 5, da Adamo a Noè, l’età degli uomini è compresa,
infatti, tra i 700 e i 969 anni; nessuno arriva alla pienezza della vita, a
mille anni (cf. Sal 94,4). Da Noè ad Abramo (Gen 11,10ss) l’età è comparata tra
i 600 e i 200 anni circa, per poi abbassarsi ancora con Abramo , Isacco e
Giacobbe (120 anni: cf. Gen 6,3), e infine attestarsi sugli attuali 70-80 anni
(Sal 90,10). È chiaro che non si tratti di numeri reali; la diminuzione
progressiva dell’età dell’uomo coincide , in realtà, con il progressivo
allontanarsi da Dio, fonte della vita. Così il padre di Noè, Lamec (Gen 5,31)
vive 777 anni, tre sette, segno di perfezione, e Enoc, uomo di fede (v. sotto),
vive “solo” 365 anni, ma in realtà vive un anno per ogni giorno dell’anno, una
vita piena e perfetta.
Gen 5 contiene una
lista di 10 nomi , da Adamo a Noè, narrati con uno schema fisso: di ogni patriarca
si dice a che età ha generato un figlio, quanti anni ha vissuto dopo, quanto ha
vissuto in totale; dieci nomi in tutto, come li troviamo nelle liste numeriche
dei re di un lontano passato. Di tutti i figli generati ci si ferma solo su
quello dal quale nascerà, alla fine Noè. L’unico patriarca i cui dati sono
incompleti è proprio Lamec, padre di Noè; qui, infatti, si innesta un’altra
storia, quella del diluvio. Di questa genealogia possiamo soffermarci sulla
figura di Enoc.
La figura di Enoc,
settimo patriarca (Gen 5,22-24). Si tratta di una figura importante, che improvvisamente
emerge come eccezione dallo schema sopra riportato. Di Enoc si dice che “camminò con Dio” e che “non fu più, perché Dio lo aveva preso”.
Che significa? Dietro a questo personaggio c’è certamente l’eco di racconti
mitici nei quali l’eroe di turno non vede la morte, ma viene portato nel regno
degli dèi. Qui Enoc diviene modello di fede (“camminò con Dio”) e viene misteriosemente “preso” da Dio e ammesso alla comunione con lui, senza vedere la
morte, come avviene anche al profeta Elia (2Re 2,11). Enoc è fin dalle origini
il segno che camminare con Dio, camminare nella fede, vuol dire sfuggire alla
morte.
“Adamo aveva centotrenta anni quando generò a sua immagine,
a sua somiglianza, un figlio e lo chiamò Set. Dopo aver generato Set, Adamo
visse ancora ottocento anni e generò figli e figlie”. La vita umana è segnata da un passaggio fondamentale che opera
una vera e propria cesura nel computo degli anni: la generazione di un figlio.
La Bibbia attribuisce
alla paternità-maternità una straordinaria importanza. Il nostro mondo, in
specie quello occidentale, tende a non attribuire la stessa importanza al
generare figli.
I primi quattro
versetti del capitolo sesto costituiscono il preludio al racconto del diluvio;
il tema generale è quello della progressiva corruzione dell’umanità, dopo il
peccato di Gen 3, l’uccisione di Abele e il canto di vendetta di Lamec. Per
comprendere questi versetti occorre rendersi conto che, più degli altri testi
sinora letti, essi utilizzano il linguaggio del mito.
Due miti, in
particolare, stanno alla base di Gen 6,1-4: il primo è quello sulla caduta dei “figli di Dio”, esseri angelici o
semidivini che, nelle tradizioni orientali, irrompono sulla terra spinti dal desiderio
sessuale e divengono così dèmoni. Il secondoè il mito sui giganti, esseri a
metà tra l’umano e il divino, come i Titani della mitologia greca, che sono il
frutto di tali unioni tra gli esseri celesti e le donne.
Il testo genesiaco,
in polemica con queste concezioni, mostra come Dio non tolleri deviazioni
dall’ordine della creazione; ciò che appartiene al mondo di Dio (i “figli di Dio”, immaginati probabilmente
come esseri angelici) non può mescolarsi con il mondo degli uomini. Inoltre la
sessualità non può essere vista come oggetto (“Videro che le figlie degli uomoni erano belle e ne presero in moglie
quante ne vollero”; si ripete qui il linguaggio della tentazione, già visto
in Gen 3,6). Inoltre, pur ammettendo l’esistenza di “giganti” (cf. anche Nm 13,33) il testo genesiaco li considera al
rango di creature: il superuomo non esiste! In questo modo, questi quattro
versetti stigmatizzano due atteggiamenti in realtà tipici dell’umanità di tutti
i tempi: la tentazione di ridurre la donna a oggetto e quella di credersi
superuomini, di mettersi al posto di Dio. Limitando la vita dell’uomo a 120
anni (Gen 6,3); v. quanto detto sopra) Dio pone gli esseri umani di fronte alla
loro condizione di creature mortali.
IL PRELUDIO DEL
DILUVIO (Gen 6,5-8). Con questi quattro versetti il narratore ritorna al
comportamento degli uomini, alla descrizione del loro peccato, che è la vera
causa del diluvio. Il Signore si rende conto che la malvagità umana è ormai
diffusa e interiorizzata dall’uomo (“Ogni
loro progetto non è che male”; si legga il Sal 14,1-3).
Di fronte al male che
è nel mondo Dio “si pentì di aver fatto
l’uomo sulla terra e se ne addolorò in cuor suo” (v. 6). La frase è, allo
stesso tempo, molto bella e molto coraggiosa: Dio è presentato come se avesse
sentimenti umani, capace di addolorarsi di fronte all’uomoche si rivolge al male,
invece che al bene, e persino pentirsi dell’opera compiuta, come se avesse
commesso qualche errore!
La decisione di Dio
prelude al successivo racconto del diluvio: il male va sterminato e con esso
l’intera umanità (v. 7). Ma è realmente una soluzione? Di fronte alla violenza
la risposta deve essere quella delle armi e di una violenza ancora maggiore? Il
v. 8 ci mette su un’altra strada: Ma Noè
trovò grazia agli occhi del Signore”. Da un lato, dunque, una apparente
collera divina che minaccia morte e distruzione, dall’altro il suo amore
gratuito che si rivolge verso un solo uomo, senza alcun merito da parte sua. Da
qui ripartirà la storia del mondo.