LEGGIAMO INSIEME LA BIBBIA : La Genesi

di don Arturo Usubelli

LEGGIAMO INSIEME LA BIBBIA – 1° incontro

INTRODUZIONE GENERALE

Oggi tutta la catechesi parte da una particolare attenzione all’uomo e ai suoi problemi.

L’uomo è essenzialmente un animale cosciente di sé, intelligente (capace di comprendere e di pensare), libero (capace di volere) e quindi responsabile, sociale (inserito in un tessuto di relazioni) e quindi capace di comunicare e di amare. Questo si dice, definendolo persona. È sotto tutti questi aspetti che l’uomo va conosciuto, considerato, apprezzato, amato, aiutato a realizzarsi, che vuol dire: salvato. Salvezza vuol dire aiutare l’uomo a vivere da uomo. Le sue facoltà e le sue esigenze come animale sono evidenti: vita, salute, cibo, riposo, abitazione, vestito, comodità, ecc., e per brevità noi le chiamiamo: materiali. Tutte le altre facoltà ed esigenze (sul piano psicologico, intellettuale, affettivo, sociale, religioso, ecc.) per semplicità noi le definiamo: spirituali, non tanto per attribuirle alla presenza in lui di una componente spirituale, ma solo per differenziarle dalle facoltà ed esigenze comuni a tutti gli animali.

Il male è presente nella vita dell’uomo a tutti i livelli di queste facoltà, ed esso si manifesta come minaccia incombente per impedire all’uomo la sua piena realizzazione. Dal male fisico a quello morale. Salvare l’uomo è combattere queste realtà negative e rispondere a tutte le sue legittime esigenze, così da realizzare la sua profonda aspirazione alla felicità. Questo è stato l’impegno di tutti gli uomini di retta ragione e di buona volontà, e la storia è piena di questi tentativi umani di aiutare l’uomo a vivere da uomo.

La constatazione attuale è pessimistica: l’uomo è in stato pietoso, anche se si registrano notevoli passi compiuti dal cosiddetto “progresso”. Alle penose situazioni di sempre, si aggiungono oggi le Grandi Paure: la psicosi della guerra, il pericolo di una distruzione atomica, il terrorismo, la catastrofe ecologica, la crisi energetica, le deformazioni genetiche, la diffusione del cancro, la diffusione della droga, dell’AIDS, la perdita dei valori morali, la delinquenza, la violenza, l’enorme sperequazione economica, il ritorno a forme dittatoriali, l’angoscia esistenziale: in un orizzonte secolarizzato e senza fede, non trovano risposta i grandi interrogativi umani sul senso del vivere. Perché siamo arrivati a questi punti?

Vuol dire che gli sforzi umani per “salvare” l’uomo non hanno approdato a un gran che. Le ragioni? O perché condotti in maniera settoriale, riduttiva, esclusivista (riguardanti o il solo fattore economico o solo il fatto politico, o solo l’elemento religioso; o perché imposti con la violenza, sbagliando nell’uso dei mezzi (la salvezza a nessun livello può essere imposta); o perché ipocriti e apparenti, compiuti più per l’affermazione di sé o del proprio gruppo che non per gli altri e per l’intera società.

Rimane comunque il problema: perché dopo tanti secoli e millenni, l’uomo non è ancora “salvato”, è lontano dalla felicità a cui aspira, non trova modo di orizzontarsi, di accomunare gli sforzi per realizzare un mondo migliore, per scoprire la gioia di vivere, e per vincere e superare dal di dentro la realtà della sofferenza e della stessa morte? C’è salvezza per l’uomo?

Hanno finora risposto a loro modo e in maniera insoddisfacente: la scienza, la tecnica, la psicologia la sociologia, le varie filosofie, le varie religioni. Errori e limiti nelle risposte, o difetti e limiti di attuazione? Da venti secoli il Cristianesimo si presenta al mondo come apportatore di salvezza per l’uomo. Così come è stato e lo vediamo attuato, non lo è; ma lo è almeno nel suo contenuto, lo può se è vissuto e realizzato? Qual è il suo messaggio? Dove lo troviamo? Nella vita della maggioranza dei cristiani, no; nella istituzione “chiesa” con la sua parte umana, peccatrice, no. Ma c’è? Vale la pena di cercarlo. Il Cristianesimo afferma: Cristo ci ha portato la salvezza.

         La BIBBIA (Antico e Nuovo Testamento) è la fonte da cui il Cristianesimo trae questa certezza. Dobbiamo studiare la Bibbia come un libro di salvezza. Essa non è teoria filosofica, un libro astratto, pieno di belle affermazioni e promesse: essa prevalentemente è una storia, anzi un modo nuovo di leggere tutta la storia umana, e di leggerla come “storia della salvezza”. Impariamo così a “leggere la storia con gli occhi di Dio”

                                                Di Bibbia si parla sempre al singolare. Ma non va dimenticato che essa è una raccolta di scritti datati in periodi diversi, stesi da autori diversi, in luoghi diversi, a volte in lingue diverse e soprattutto in generi letterari diversi. Il genere letterario è un po’ come l’abito di cui la verità si riveste; esso varia secondo le circostanze, le mode, i fini, ecc. Chi vuol leggere oggi la Bibbia deve tener calcolo di tutto questo, e tentar di raggiungere, aldilà di ogni rivestimento e condizionamento umano, il messaggio sotteso, che per il credente è “Parola di Dio”.

         Che si evidenzia subito, è che la preoccupazione di chi scrive è sempre quella di riferirsi alla condizione umana, collocata in situazioni storiche più o meno precisate, alla luce di un rapporto costantemente vissuto con Dio, punto di riferimento di una fede che lo vede protagonista con l’uomo della salvezza. Ecco quindi la prima novità della Bibbia: la salvezza non la costruisce l’uomo da solo. La Bibbia suppone Dio, suppone la Fede. È quindi un libro religioso. Ma non è un “libro di chiesa” in senso comune, un libro di pietà, un libro di devozione. Così come non è una cronaca in senso stretto, non è una leggenda, non è un mito, anche se, come vedremo, a volte usa il linguaggio del mito. È un’esperienza di salvezza attesa e vissuta gradualmente da un popolo che si ritiene depositario della promessa di salvezza divina. Nel suo complesso essa pretende attendibilità anche dal punto di vista storico, ma si deve tener conto della diversità dei criteri di fare storia.

                                                Dalla Bibbia, considerata globalmente (Antico e Nuovo Testamento) derivano le seguenti linee, che sono poi le direttrici fondamentali di una adeguata catechesi cristiana:

-         Tutta la storia umana (passata, presente, futura) è la storia di un amore infinito: quello di Dio per l’uomo. Dio crea l’universo per l’uomo e crea l’uomo “a sua immagine”: cosciente, libero, intelligente. All’uomo Dio affida il dominio sulla creazione.

-         L’uomo è il Tu al quale Dio si rivolge per farlo “soggetto cosciente” del suo amore: tutta la storia della salvezza è piena di questo continuo dialogo-alleanza di Dio con l’uomo.

-         Dio chiama l’uomo a vivere in comunione con lui e con i fratelli: questo è il Paradiso, il Regno, la Salvezza: tutta la storia della salvezza è questo misterioso tentativo di Dio e l’altrettanto misterioso rifiuto dell’uomo, fino alla salvezza totale dell’uomo per intervento di Dio.

-         Il peccato è il rifiuto della comunione con Dio e con i fratelli. Da questo rifiuto derivano – in modo misterioso, ma tremendamente reale – tutti i mali che affliggono l’uomo: violenze, guerre, prepotenze, miserie, fame, malattie,sottosviluppo, razzismo, emarginazione, dolore, morte.

-         Cristo diventa “Dio-con-noi” per ricostruire la comunione, per riportare la famiglia umana all’unità, per fare di tutti gli uomini il popolo di Dio, fino alla riconsegna di tutti e di tutto nelle mani del Padre. Cristo dà l’avvio decisivo alla liberazione dell’uomo dal male e dal peccato.

-         L’uomo è salvato “globalmente”, fino alla salvezza totale nel regno del Padre. Nella Bibbia non c’è separatismo. L’uomo è un tutt’uno, indivisibile. Non c’è la divisione platonica di anima e corpo, perciò la salvezza interessa la totalità dell’uomo. Si deve quindi parlare di salvezza integrale.

-         La religione vera è l’amore senza fine al Padre e ai fratelli. L’uomo va amato nelle concrete situazioni di vita; l’uomo deve amare secondo le capacità della propria vita evolutiva.

-         La Chiesa, l’Eucarestia, i sacramenti, sono realtà che entrano nella vita perché ciascuno possa vivere nell’amore; ma sono anche il segno di una realtà misteriosa che cresce sotto l’azione dello Spirito. La Chiesa la realizziamo dove noi facciamo comunità; l’Eucarestia ha valore non tanto come rito, quanto come mistero che prefigura la comunione perfetta con Dio e con i fratelli; come gesto primordiale e significativo di tutta una vita dove chiamiamo Padre Dio, dove partecipiamo tutti alla stessa mensa senza distinzione alcuna, dove Cristo si rende presente per aiutarci con la potenza di Dio – che richiede sempre la nostra collaborazione – a vincere in noi l’egoismo, il male.

-         La vita del cristiano è improntata a gioia, fiducia, speranza, per la certezza che, in Cristo, Dio è con noi: Egli è risorto e con lui risorto finiscono tutte le paure dell’uomo: la paura della propria incapacità, della solitudine, del male , della morte.

      Perché uno studio sull’Antico Testamento? Per noi cristiani l’Antico Testamento è parola ispirata da Dio, non però quella definitiva e completa che si è fatta voce e carne in Cristo, bensì quella che viene prima dell’Ultima: quella rivoltaci in vista di essa. Questo studio deve tendere non solo a conoscere la “storia”, ma a portarci, attraverso di essa e dei suoi contenuti, a Cristo, attualmente operante nella Chiesa. Il Nuovo Testamento realizza in modo pieno e definitivo l’opera della salvezza iniziata con Abramo. Partendo da una situazione generale di lontananza dell’umanità da lui, Dio si è formato in essa un popolo al quale poter manifestare il mistero che si sarebbe realizzato in Cristo, con lo scopo che esso venisse poi partecipato a tutti gli uomini: la loro chiamata a essere figli di Dio. Ma la Bibbia illustra anche a suo modo i fatti che precedono l’elezione di Abramo e che ne sono la premessa imprescindibile, perché aiutano a capire il senso degli avvenimenti seguiti.

      La Chiesa non ha mai rinunciato all’Antico Testamento e lo ritiene indispensabile, perché i cristiani non possono fare a meno di percorrere il cammino che Israele dovette percorrere. Chi vuol capire e incontrare Cristo, non potrà non imbattersi nell’Antico Testamento, così come chi vuol capire e gustare questo, dovrà sempre rifarsi alla persona di Gesù e alla Chiesa.

      Il modo migliore per utilizzare l’antico Testamento è narrarlo; ma non come una serie di avventure, ma come il dramma (ambientato a dovere nel suo contesto storico, ambientale, culturale) che ciascuno è chiamato a rivivere per giungere a una decisione interiore di accettazione o di rifiuto della salvezza portata da Cristo.

Tutta la storia umana, così come viene vista dalla Bibbia, è la storia di Dio che cerca l’uomo. Nonostante il continuo fallimento dell’uomo, Dio non abbandona la speranza di trovare uomini retti. Adamo, Caino, la generazione del diluvio, quella della torre di Babele; sono storie di fallimenti e di rivolte. Eppure Dio non abbandonò l’uomo sperando contro ogni speranza di vedere un mondo retto. Noè venne salvato nella speranza che le generazioni della sua casa non corrompessero le loro vie, e venne stabilito un patto con lui e con i suoi discendenti dopo di lui. Ma fu Noè stesso che piantò la vigna e poi si ubriacò. Fu Noè stesso che mise fratello contro fratello, benedicendo Sem e Iafet, e condannando Canaan ad essere schiavo dei suoi fratelli.

L’arroganza di coloro che costruirono la torre di Babele aprì la strada a maggiori tensioni e confusioni. Ma il Signore non abbandonò l’uomo, e nella sua ricerca decise di scegliere Abramo, affinché in lui possano “essere benedette tutte le famiglie della terra” (Gen 12,3).

La fede di Israele non è il frutto di una ricerca di Dio. Israele non scoprì Dio. Israele fu scoperto da Dio. La Bibbia documenta il fatto che Dio si avvicina all’uomo. “Trovai Israele come uva nel deserto, riguardai i vostri padri, come fichi primaticci al loro inizio” (Os 9,10). “Egli lo trovò in terra deserta, in una landa di ululati solitari, lo circondò, lo allevò, lo custodì come pupilla del suo occhio” (Dt 32,10). Questa è la concezione biblica del rapporto di Dio con l’uomo: Dio chiama e l’uomo risponde. Dio ha nostalgia per l’opera delle sue mani (cf. Gb 14,15; cf. 7,21). Quel rapporto viene travisato quando la chiamata c’è, ma l’uomo non risponde.

 

INTRODUZIONE A GENESI 1-11 - 2° incontro

 

      I primi undici capitoli del libro della Genesi rappresentano uno di quei testi che da un lato sono ben noti, dall’altro, invece, sono molto spesso travisati. Gen 1–11 è un testo davvero fondamentale, nel quale si ritrovano temi come il senso della vita dell’uomo, della creazione e del rapporto con il mondo, della coppia e della famiglia, del lavoro, della violenza e del peccato, del potere e, soprattutto, nel quale emerge la figura di un Dio ricco di amore che fin dalle origini entra in dialogo con l’umanità.

      La distanza cronologica tra noi e questi testi, non dimentichiamolo, è superiore ai 2500 anni. Inoltre, Gen 1–11 è stato scritto in ebraico, lingua che esprime una cultura molto lontana dalla nostra mentalità occidentale, e tuttavia è molto più vicina di quanto si pensasse nel primo medioevo (i famosi 4000 anni che pretendevano essere la distanza tra Adamo e Gesù).

      Non dimentichiamo inoltre che Dio parla attraverso il linguaggio degli uomini e il nostro linguaggio richiede sempre una interpretazione. Il lavoro al quale ci accingiamo costituisce in realtà una avventura appassionante; apriremo infatti testi che stanno alla base della fede ebraica e cristiana e che contengono le descrizione del progetto di Dio sul mondo e sull’umanità, testi che contengono per i credenti la Parola di Dio espressa in parole umane.

      Il racconto di Gen 1–11 è stato troppo spesso letto in un modo molto unilaterale: Dio avrebbe creato un mondo buono e giusto, ma l’uomo lo ha rovinato con il suo peccato (il “peccato originale”) e da qui sono entrati nel mondo tutti i mali possibili. In realtà, alla presenza del peccato, e quindi del castigo, fa da contrappeso, in maniera molto forte, la presenza della salvezza, di un Dio cioè che non solo crea il mondo, ma anche salva l’uomo e gli viene incontro, nonostante il suo peccato.

      Per molto tempo si è pensato che l’intero Pentateuco (cioè i libri della Genesi, dell’Esodo, del Levitico, dei Numeri e del Deuteronomio, chiamati dagli ebrei la Tôrah, la Legge) l’avesse composto Mosè in persona. A partire dal XVII secolo, tale idea fu progressivamente accantonata e oggi è accolta solo dai gruppi fondamentalisti come i Testimoni di Geova. Oggi noi sappiamo che questi cinque libri della Bibbia hanno avuto una storia molto lunga, che non è qui il caso neppure di provare a ricostruire; esistono per questo scopo strumenti più adeguati.

      Gen 1–11 è un testo nato dalla probabile fusione di due diverse tradizioni, una più antica (epoca di Giosia) e una più recente (esilio babilonese); tale fusione è avvenuta a Gerusalemme, intorno al IV sec. a C.

      Gen 1–11 costituisce tuttavia, nella sua forma attuale, un tutto coerente, dove le due tradizioni si intrecciano come in uno spartito a due voci.

      L’importanza del contesto storico non deve essere mai sottovalutata; la Bibbia, infatti, non è un libro calato dal cielo, ma nasce all’interno di una storia ben precisa. Nel nostro caso, la stesura finale del testo, fatta poco dopo il ritorno dall’esilio, intende rispondere a domande di grande importanza che il popolo d’Israele allora si poneva: che cosa possiamo fare, di fronte a una tale sconfitta nazionale, di fronte all’apparente vittoria degli dèi di Babilonia? Come dobbiamo combatterli o possiamo andar d’accordo con loro? In che modo possiamo ricostruire la nostra società, che sembra ormai frantumata? In che modo possiamo recuperare i nostri valori più importanti, il Tempio, il culto, il sabato, la fede in un’alleanza che Dio ha stabilito con i nostri padri? L’esilio è forse l’ultima parola?

      Gen 1–11 contiene la risposta a tutte queste domande, come scopriremo passo per passo; è prima di tutto un messaggio di speranza diretto agli esuli appena rientrati da Babilonia, o in procinto di tornare in patria. Il Dio d’Israele è allo stesso tempo il creatore del mondo e il salvatore dell’uomo; non ha bisogno di altri dèi per agire.

      La riflessione sul tempo delle origini diviene per Israele il segno che la vita può continuare, anche durante l’esilio, e che la speranza non è affatto perduta. Tutto questo è di grande importanza anche per noi, che, proprio con questo taglio di speranza, possiamo continuare a leggere questa pagine solo in apparenza così antiche.

      A partire dal Concilio di Trento i fedeli cattolici non hanno più avuto un reale accesso alla Scrittura; è un dato di fatto di cui soltanto dopo il Vaticano II la Chiesa ha preso coscienza. Per quanto riguarda Gen 1–11 dobbiamo aggiungere il problema di una interpretazione dei testi che non ammetteva discussioni. Ancora negli anni tra il 1906 e il 1909, sotto il pontificato di Pio X, la Pontificia Commissione Biblica vietava di insegnare che il Pentateuco non era stato scritto da Mosè (cosa che era ormai chiara da più di due secoli!) e che a testi come Gen 1–11 doveva essere riconosciuto un sostanziale valore storico. Ci troviamo negli anni della cosiddetta, dolorosa, “questione biblica”, sorta in seno alla Chiesa cattolica in seguito alla crisi modernista.

      Non è troppo lontano il tempo nel quale i fedeli cattolici (e non solo loro) pensavano alla scenetta dell’Eden come un fatto realmente accaduto, così come è descritto in Gen 3, compreso il serpente aggrovigliato intorno all’albero… e la mela, della quale nella Genesi non vi è traccia alcuna! Accade ancora di sentirsi domandare, in qualche incontro biblico, se Adamo ed Eva siano realmente esistiti oppure no e di continuare a leggere articoli di persone che vanno alla ricerca della perduta Arca di Noè e, ogni tanto, pretendono di averne trovata almeno una.

      D’altra parte, la questione è seria e non può certo essere liquidata con una battuta: se questi racconti non sono veri, vuol dire allora che sono tutta una favola? E dunque, perché continuare a leggerli?

      Per molto tempo, queste domande non hanno avuto risposta, se non da parte di studiosi per lo più di area non cattolica, i cui lavori comunque non venivano certo letti dalla gran parte del popolo cristiano. Ognuno ripensi a come questi racconti di Gen 1-11 gli sono stati presentati nel catechismo!

      La situazione, nella Chiesa cattolica, iniziò a mutare radicalmente grazie al magistero di Pio XII: in primo luogo grazie all’enciclica da lui pubblicata nel 1943 (Divino Afflante Spiritu) con la quale il papa garantiva agli studiosi cattolici la piena libertà degli studi biblici e ne riaffermava la centralità e l’importanza.

      Inoltre, la lettura di questi capitoli subì una svolta decisiva grazie alla lettera pubblicata nel 1948 dalla Pontificia Commissione Biblica, in risposta a quesiti posti dal vescovo di Parigi, il card. Suhard. In questa lettera, si affermava come sia legittimo ammettere per Gen 1-11 autori diversi da Mosè e, soprattutto si sosteneva come in questi capitoli la storia (che pure in essi è contenuta) ci viene presentata con un linguaggio popolare e figurato. Si tratta di un punto di partenza importante: Gen 1-11 ha un valore storico, ma non nel senso che noi diamo a questo termine; si tratta di una storia narrata con linguaggio popolare, fatto di immagini.

      Come vedremo tra poco, queste affermazioni vanno precisate, ma è grazie e simili interventi, soprattutto grazie al celebre testo del Vaticano II, la Dei Verbum, che noi oggi possiamo leggere e interpretare questi primi capitoli della Genesi secondo le normali regole interpretative che stanno dietro a ogni lettura della Bibbia.

      Oggi noi sappiamo che, come ci insegna Dei Verbum 11, la verità contenuta nella Scrittura non è primariamente una verità di ordine storico, ma è quella verità che Dio ci ha rivelato a causa della nostra salvezza. In Gen 1-11, pertanto, non cerchiamo l’esattezza storica dei fatti impossibili da ricostruire , ma il senso che queste narrazioni hanno in relazione al progetto di salvezza di Dio sull’uomo e sul mondo.

      Gen 1-11 utilizza il linguaggio del mito. Ciò non vuol dire che sia un mito, ma solo che usa il linguaggio del mito. E occorre stare attenti, ancora, a non pensare al mito come a qualcosa che somiglia alle nostre favole. I miti, infatti sono cose più serie di quanto comunemente si creda: attraverso il mito, un popolo è capace di esprimere, con racconti e con immagini, le verità sul mondo e sugli uomini che costituiscono i valori sui quali quel popolo è capace di costruire la propria storia. In altre parole, il mito racconta ciò su cui, in occidente, la filosofia ragiona. Non si tratta di due tipi di verità, ma di due strade diverse per arrivare a comprendere la verità.

      Il mondo del vicino oriente antico, tra il III e il I millennio a.C., conosce una varietà di racconti e testi di carattere mitico legati alle origini del mondo e dell’uomo; i popoli dell’Egitto e della Mesopotamia, infatti, cercano di rispondere, attraverso questi racconti, alle domande perenni dell’uomo: chi siamo? Da dove veniamo? Dove andiamo? Quale senso ha la nostra vita?

      Il mito è un’interpretazione narrativa dell’enigma dell’esistenza. Gli autori dei racconti genesiaci sono uomini del loro tempo; conoscono questi racconti e i simboli ad essi collegati e, nel momento in cui anch’essi vogliono rispondere a questo tipo di domande, utilizzano quel tipo di linguaggio simbolico e narrativo che era alla propria portata; il linguaggio del mito, appunto; agli autori della Genesi non interessa tanto, infatti, la verità storico-letterale dei racconti che essi ci offrono, ma il senso che questi racconti hanno per chi li ascolta.

      «Il termine “mito” non designa un contenuto fabuloso, ma semplicemente un modo arcaico di esprimere un contenuto più profondo. Senza alcuna difficoltà, sotto lo strato dell’antica narrazione, scopriamo quel contenuto, veramente mirabile per quanto riguarda le qualità e la condensazione delle verità che vi sono racchiuse» (Giovanni Paolo II).

      Alla luce di quanto abbiamo detto, in Gen 1-11 non ci troviamo di fronte a “narrazioni vere”, quanto piuttosto a “narrazioni che dicono il vero”. Lo scopo dei racconti genesiaci è rispondere alle grandi domande su Dio, sull’uomo e sul mondo, le stesse che si ponevano i miti del tempo. Lo scopo di questi racconti non è insegnare che cosa è realmente successo alle origini del mondo, ma piuttosto è quello di far riflettere sul senso di quanto è accaduto, al di là di quanto potrebbe essere realmente accaduto e che, in ogni caso, ormai ci sfugge.

In conclusione: è necessario saper porre al testo le domande giuste! Non dobbiamo chiederci, leggendo Gen 1-11, “che cosa è successo?”, ma piuttosto: “quale è il senso, per me, di quello che è successo?”.

      I veri protagonisti del racconto non sono Adamo ed Eva, Caino ed Abele, Noè e i suoi figli: siamo invece noi, chiamati a scoprire, in questi personaggi, le radici della nostra storia e del progetto di Dio su di noi, come già ha fatto il popolo d’Israele, autore di questi racconti. Ogni lettore viene così coinvolto nella narrazione, all’interno della quale scopre in realtà se stesso e la propria storia.

      Alla luce di queste osservazioni, siamo chiamati a leggere Gen 1-11 come una narrazione fatta in vista della nostra salvezza, il cui valore non sta tanto nell’esattezza storica dei singoli episodi (come già abbiamo osservato parlando del mito) né nel valore dottrinale di singole frasi, ma nel racconto stesso. Adamo, Eva, Caino, Abele, Noè e i suoi figli, gli uomini di Babele, sono le nostre radici, ma rappresentano, allo stesso tempo, ciascuno di noi, la nostra storia che in noi continua a ripetersi.

Gen 1-11: preistoria o profezia?

      Da quello che sinora abbiamo detto, è chiaro come Gen 1-11 sia una narrazione che è sì rivolta al passato, ma il cui interesse è spiegare il presente. E il futuro? Troppo spesso noi cristiani leggiamo queste prime pagine della Bibbia come una sorta di “preistoria” dell’umanità, che comunque, se anche può spiegare il presente, non sembra dirci molto per quanto riguarda il futuro.

Il racconto della creazione non è la narrazione nostalgica di un paradiso ormai perduto, è in realtà la descrizione del progetto di Dio sul mondo e sull’uomo, che alla fine si realizzerà.

Queste affermazioni divengono ancora più chiare alla luce del Nuovo Testamento: nell’ultimo capitolo dell’Apocalisse si descrive la nuova Gerusalemme che scende dal cielo; nel mezzo a questa città, che simboleggia il regno di Dio instaurato alla fine dei tempi, sta l’albero della vita, lo stesso albero presente in Gen 2-3 e dal quale l’uomo era stato allontanato.

      In questo modo, la fine si ricongiunge con il principio: non c’è frattura tra la creazione e la salvezza, ma già il racconto della creazione contiene in germe la profezia della salvezza che è poi il fine stesso per il quale il mondo è stato creato.

      Per quanto riguarda il tema della creazione, la continuità è più che evidente: “Nel Nuovo Testamento la convinzione che tutto ciò che esiste è opera di Dio proviene direttamente dall’Antico Testamento e sembra così forte che non ha bisogno di dimostrazione e il vocabolario di creazione è poco evidente nei Vangeli”. Gesù ha verso la creazione l’atteggiamento di stupore e di lode che aveva ogni ebreo fedele del tempo; si serve delle realtà create con semplicità e gioia e non si abbandona mai a giudizi negativi sulla creazione, pur mettendo in luce la realtà del peccato.

      Allo stesso tempo, il Nuovo Testamento opera uno spostamento importante di significato: il Vangelo di Giovanni, aprendosi con la frase “in principio era la Parola” richiama immediatamente il testo di Gen 1,1, ma compie un passo avanti. Alle origini del mondo, al principio della creazione c’è Cristo, la Parola di Dio. In questo modo, il progetto di salvezza di Dio descritto da Giovanni in Gv 3,16 (“Dio ha amato tanto il mondo da dare il suo Figlio unigenito perché chi crede in lui non muoia, ma abbia la vita eterna”) è un progetto che risale all’atto stesso della creazione.

      Così, nella lettera ai Colossesi leggiamo, ancora a proposito di Cristo, che “tutto è stato creato per mezzo di lui e in vista di lui; egli è prima di tutte le cose e tutte sussistono in lui”. All’origine del progetto di salvezza di Dio c’è dunque ancora Cristo.

La prospettiva che il Nuovo Testamento ci apre sui racconti della creazione è perciò particolarmente importante: nei racconti della creazione il Nuovo Testamento scopre il fondamento del disegno di salvezza di Dio che sarà poi rivelato in Cristo.  In questo modo, non solo viene esclusa ogni possibile lettura negativa della creazione, tutta centrata sul peccato dell’uomo, ma anzi emerge con forza l’idea che la creazione è già il primo atto di salvezza compiuto da Dio e che Cristo, “primo e ultimo; principio e fine, Alfa e Omega” è il fine stesso del creato e della storia umana. Non solo: il Nuovo Testamento ci mostra come di fronte al dilagare del peccato il progetto di Dio è quello di una nuova creazione, che non abolisca la presente, ma la porta a compimento; “se uno è in Cristo è una creatura nuova”.

LA CREAZIONE (del mondo e dei viventi) – 3° incontro

      Ci troviamo davanti alla pagina più famosa del libro della Genesi, anzi, una delle pagine più celebri di tutta la Bibbia. Questo testo è normalmente attribuito all’opera dei sacerdoti ebrei al tempo dell’esilio babilonese. Gli ebrei, esiliati a Babilonia, cominciano a porsi molte e urgenti domande: il nostro Dio è ancora capace di salvarci? Forse gli dèi di Babilonia sono più potenti del Signore Dio d’Israele? Abbiamo ancora qualche speranza? E, più radicalmente: chi siamo noi? Da dove veniamo? Chi ha creato il mondo sul quale ci troviamo a vivere?

      A Babilonia gli ebrei erano venuti a contatto con le tradizioni religiose di quel popolo e i sacerdoti ebrei sentono di dover rispondere a questa visione del mondo e creano così, riprendendo antiche tradizioni del popolo, il racconto che oggi è Gen 1,1-2,4a, nel quale il Dio d’Israele agisce da solo, in cui l’uomo viene creato come essere libero e non come schiavo degli dèi. Per fare questo utilizzano il linguaggio e le immagini dei racconti mitici babilonesi, che stanno invece criticando.

      Il testo si presenta con una struttura molto significativa

 

Elementi

Primordiali

(1,1-2).

Giorno/

Opera

PRODUZIONE

Giorno/

Opera

ORNAMENTO

TENEBRE

I/1

(cielo)

Luce (3-5). Dio disse.

IV/5

(cielo)

Sole, luna, stelle (14-19).

Dio disse.

ACQUE dell’abisso

II/2

(cielo)

Firmamento (7-8). Dio disse.

V/6

(terra)

Uccelli, pesci (20-23)

Benedire, Dio disse.

TERRA informe e deserta

III/3

(terra)

III/4

(terra)

VII

Terra, acqua (9-10) Dio disse.

Piante (11-13). Dio disse.

 

Sabato (2,1-4°); benedire

VI/7

(terra)

VI/8

(terra)

-

Animali (24-25). Dio disse.

Uomo (26/31) Benedire, Dio disse (3x)

-

 

      Il primo racconto della creazione è preceduto da un prologo (vv. 1-2) nel quale si descrivono gli elementi primordiali: le tenebre, le acque del grande abisso, la terra informe e deserta. Non c’è tanto l’idea di una creazione fatta dal nulla (apparirà nella Bibbia solo in 2Mac 7,28, alla fine del II sec. a.C.), ma l’idea che alle origini del mondo c’è una situazione di caos che Dio mette in ordine. Poi Dio produce la luce, che pone un limite alle tenebre, poi il firmamento, che separa le acque del cielo da quelle della terra, poi divide la terra dalle acque e la popola di piante. A queste opere di “produzione”, Dio aggiunge opere di “ornamento”: gli astri, per la luce, gli uccelli e i pesci, per il cielo e per il mare, gli animali e l’uomo per la terra. Il racconto della creazione comprende otto opere, cioè due volte quattro; e il quattro, nella Bibbia (si pensi ai quattro punti cardinali) indica totalità e completezza; la creazione è perciò un tutto armonico e completo. Ma i giorni della creazione sono sette, o meglio, sei più uno. Sette non è soltanto il numero della perfezione; è infatti il numero dei giorni della fase lunare, che sta alla base del calendario ebraico. Inserita nel ritmo del sette, la creazione è perciò inserita nel ritmo del tempo, non in modo astratto dalla storia, ma profondamente calato in essa. Per ben dieci volte appare la frase “e Dio disse”; sette volte per le prime sette opere e tre volte per l’uomo. Sono le prime “dieci parole” di Dio che richiamano il Decalogo, le dieci parole che Dio pronuncerà sul Sinai. Prima di parlare direttamente a Israele, tramite Mosè, Dio ha già parlato attraverso la creazione e la sua parola si è rivelata efficace: Dio parla, e tutto esiste. Per tre volte, poi appare il verbo “benedire”, in relazione ai primi esseri viventi, all’uomo e al sabato. La creazione, dunque, nasce sotto il segno della benedizione di Dio, cioè della vita.

      Per otto volte, nel raccontare la creazione dei singoli elementi del mondo, il racconto utilizza le stesse formule, delle quali è utile cogliere il significato:

I.                          Introduzione: “E Dio disse”.

II.                       Comando divino (ad esempio: “sia la luce”); ogni essere esiste perché Dio lo chiama all’esistenza.

III.                     Esecuzione del comando (ad esempio: “e la luce fu”). La parola di Dio è sempre efficace.

IV.                     Descrizione dell’opera compiuta, fatta spesso attraverso l’uso del verbo “separare”. Ogni realtà è distinta da un’altra e occupa nel mondo il proprio posto.

V.                        Dio dà il nome a ogni sua opera (“E Dio chiamò…”) e, in tre casi la benedice.

VI.                     Lode divina: “E Dio vide che era cosa buona/bella”. Il racconto della creazione si conclude per cinque volte (la lode manca infatti nel III e nel VII giorno) con la lode divina per le stesse opere. La parola ebraica tob può significare, allo stesso tempo, sia “buono” sia “bello”.

VII.                   Conclusione: “e fu sera, e fu mattina…”; la creazione è inserita nel ritmo del tempo e della storia.

      Più in particolare possiamo rilevare che il v. 1 è un vero e proprio titolo. “In principio”: il testo non si interroga su ciò che esisteva alle origini del mondo; si limita ad affermare che, all’inizio sia del tempo sia del mondo, c’è Dio. “Dio creò”: il verbo ebraico che qui è tradotto con “creare” ha una caratteristica importante; nella Bibbia ebraica questo verbo viene sempre utilizzato con Dio come soggetto. “Il cielo e la terra”: cioè l’intero universo. Sul grande abisso primordiale “vola” il soffio divino, il suo spirito; qui non si tratta ancora dello Spirito Santo inteso come la persona della quale ci parlerà il Nuovo Testamento, ma della forza divina che si prende cura del mondo. Se Dio toglie il suo spirito, il mondo può ripiombare nel caos dal quale è uscito (sal 104,29-30).

      I vv. 26-31 presentano la creazione dell’uomo; sono poche righe che costituiscono senza dubbio il vertice del racconto. La domanda di fondo che sta dietro a questo testo è molto semplice: chi siamo noi? E a che cosa siamo destinati? Anche la creazione dell’umanità dipende dalla parola di Dio: “facciamo l’uomo” – dice il testo. Il verbo plurale, “facciamo”, non è adombramento della Trinità, ma è forma maiestatica e deliberativa. “Uomo” è, nella lingua ebraica, il vocabolo ádam, che in questo caso indica non tanto l’uomo maschio (come sarà a partire da Gen 4,1 dove ádam verrà usato anche come nome proprio, Adamo), ma indica piuttosto l’essere umano, l’umanità. Questa umanità, dice il v. 27, viene creata “maschio” e “femmina”: l’uomo non è perciò un essere astratto, ma esiste concretamente come maschio e femmina. Si noti, nel testo del v. 27, il passaggio dal singolare al plurale: “a immagine di Dio lo creò, maschio e femmina li creò”.

      Questo essere umano è creato “a nostra immagine e a nostra somiglianza”. Essere immagine e somiglianza di Dio significa aver ricevuto la vita da lui. L’uomo è capace di avere rapporto diretto con il suo Creatore; è pertanto capace di amare Dio e di entrare in relazione con lui. L’uomo riceve da Dio la responsabilità di governare il mondo secondo la volontà del Creatore; è cioè immagine e somiglianza di Dio nel senso che è una sorta di rappresentante divino del mondo, il segno della presenza di Dio nel creato. La tradizione ebraica ha insistito molto sul fatto che l’uomo deve comportarsi nel mondo come Dio si comporta. L’uomo non è chiamato a sfruttare il mondo, ma a lavorarvi secondo il progetto di Dio (il verbo “dominare” del v. 26 e il verbo “soggiogare” del v. 28 sono presi dal vocabolario che normalmente nella Bibbia ebraica riguarda i re).

La prima parola che Dio rivolge all’uomo non è tanto un comando, quanto piuttosto una benedizione (“Dio li benedisse e disse loro”; “Siate fecondi e moltiplicatevi”). Il compito della coppia è accogliere e vivere con responsabilità questo dono e dare la vita. All’uomo appena creato Dio offre come cibo erbe del campo. Non si tratta di un invito a una dieta vegetariana: nel progetto della creazione è assente anche quel minimo di violenza necessaria per mantenersi in vita, l’uccisione degli animali. Il racconto della creazione dell’umanità termina con una variazione al ritornello che già conosciamo: “e Dio vide che era una cosa molto buona/bella” La creazione dell’uomo è così il vertice stesso dell’azione divina; l’uomo è davvero un prodigio divino; il testo di Gen 1 ci impedisce di avere dell’uomo, immagine e somiglianza di Dio, una visione pessimista.

L’opera di Dio si fonda sulla: parola. “Dio disse” è un’attività antropomorfica, ma non plastica; parlare, è il modo più bello di presentare il suo agire: parlare è volere: in Dio volere è fare; ma parlare è anche chiamare per nome le cose, chiamarle dal nulla all’esistenza. Nella mentalità antica il nome è molto importante: senza il nome non si ha un posto, quasi non si esiste.

La luce è indicata come prima realtà creata. La luce è tutto: l’israelita teme la notte e ammira come un miracolo il ritorno del mattino, il ri-sorgere del sole.

L’universo è descritto secondo la concezione geocentrica, secondo la quale la terra che è il centro di tutto è un disco piatto, poggiato sulle “colonne della terra”. Sotto ci sono gli inferi. L’acqua sta sotto (sorgenti), a fianco (mari), e sopra (nuvole, le quali si sostengono in forza delle “colonne del cielo”). Separare queste acque significa consentire la vita, la salvezza.

Nel cielo sono sistemati i “luminari”, non chiamati sole e luna per timore di rifarsi ai costumi idolatrici.

Tre volte si dice “creò l’uomo”, a sottolineare l’intervento diretto di Dio, indirizzato al singolo, non alla “serie”, come degli animali e piante.

È evidente inoltre il parallelismo (a scopo artistico e mnemonico):

opera di separazione

opera di decorazione

1° giorno: creazione della luce; separazione delle tenebre dalla luce.

4° giorno: suddivisione della luce in sole, luna e stelle.

2° giorno: separazione delle acque superiori dalle inferiori.

5° giorno: creazione degli animali acquatici e dei volatili.

3° giorno: separazione del mare dalla terra e creazione delle piante.

6° giorno: terra popolata con gli animali e con l’uomo.

 

Il messaggio o kerigma di questo racconto qual è?

1.                  C’è un unico Dio, e questo Dio (che è quello dei nostri padri e dell’alleanza) è eterno (“In principio…”) (contro il politeismo e le concezioni babilonesi delle lotte tra gli dèi).

2.                  Tutto ciò che esiste è stato creato da lui, quindi da lui dipende. Gli sono soggetti gli astri (contro l’astrologia babilonese che agli astri attribuiva il destino dell’uomo), gli animali (contro la zoolatria egiziana), l’uomo (contro ogni tentativo di antropolatria, adorazione dei re, ecc.).

3.                  Tutto ciò che è creato è buono, perché prodotto da Dio che è buono. Dio è solo autore di bene.

4.                  Tutta la creazione è ordinata all’uomo, finalizzata al suo ben-essere (uni-versum).

5.                  Il lavoro s’addice a Dio, come la contemplazione e il riposo. E ciò è modello per l’uomo.

Il secondo racconto della creazione, meno ordinato ma più vivace e più forte rispetto al precedente, è senza dubbio più antico, di tradizione popolare e perciò necessariamente più antropomorfico. Vi si sviluppa un’altra prospettiva: quella dell’uomo al centro, con il mondo messo tutto intorno a lui; vi si parla solo del suo habitat immediato:un giardino, gli animali, la donna. Ci sono già tutti gli elementi della vicenda successiva, compreso l’albero della vita e quello della scienza del bene e del male.

Si indugia nella descrizione del giardino (luogo o stato?) accennando a quattro fiumi (due conosciuti: Tigri ed Eufrate, e due misteriosi: Pison e Gihon) tutti derivanti da un unico grande fiume. Alla rappresentazione di questa sovrabbondanza di acque salutari, indice di ubertosità e di prosperità, non può non aver contribuito la psicologia del beduino che trova nell’oasi il suo paradiso.

È appena sfiorata e quasi trascurata la modellazione dell’uomo dal fango (homo da humus) ed è più che altro l’esatta inversione del processo di deterioramento dell’uomo, che lo fa ritornare alla terra. Quello che è invece bene evidenziato è il dono fatto da Dio all’uomo: la vita (soffiatagli direttamente) e la sua condizione di felicità, rivelata dalle circostanze ambientali, dalle piante e animali messi a sua disposizione, dalla compagna di vita affiancatagli, la donna, dal diretto contatto con Dio che gli parla (più tardi si dirà che “passeggia nel giardino”), dal concetto di lavoro espresso come attività in armonia col cosmo (“Lo pose nel giardino di Eden perché lo coltivasse e lo custodisse”). Il paradiso è ciò che l’uomo ne fa.

Il messaggio che ne scaturisce, è che:

1.      L’uomo non può essere capito che dal versante di Dio. Per ciò che riguarda la sua composizione fisica è in tutto simile agli altri esseri, è materia biologica e ne segue le leggi.

2.      Da Dio riceve il suo “essere uomo”, non solo nella vita, ma la sua essenza, la persona.

3.      Di Dio è dipendente ed amico. Il paradiso terrestre non va cercato su una certa carta geografica; è nel cuore dell’uomo: è questo comunicare con Dio in un mondo che Dio ha creato per lui, cui ha dato il compito di abbellirlo col lavoro e goderlo in compagnia di esseri come lui.

4.      Perché se di tutti gli altri esseri è superiore, li riconosce suoi, chiamandoli per nome, non può tuttavia con essi creare comunione, ha bisogno di altri “se stessi”, compagni di vita, tra cui: la donna.

Creazione della donna. Nulla di simile in nessuna letteratura antica

-         “Sonno profondo”: non anestesia, ma misterioso avvenimento di cui nessuno è spettatore; insondabile mistero di derivazione nella parità.

-         “Costola” (“séla”): cassa toracica, fianco, più raramente: vita; recondito significato simbolico, derivato da. antica anatomia popolare? (che spiegava con la non esistenza di costole nella parte inferiore dell’uomo. Intuizione profetica? (sonno di Adamo = morte di Cristo; nascita di Eva dal fianco di Adamo = nascita della Chiesa dal fianco di Cristo). Interpretazione di S. Agostino. Tradizione talmudica? (Dio non l’ha creata dalla testa dell’uomo perché lo comandasse, né dai suoi piedi perché ne fosse schiava, ma dal fianco di lui perché rimanesse vicina al suo cuore”). “Lo condusse dall’uomo”. Non è l’uomo a incontrare la donna, né la donna a conquistare l’uomo. È invece Dio a far incontrare i due sessi. La sessualità è opera del Signore. L’essere coppia è una vera vocazione all’amore. Nella frase dell’uomo c’è poi il riconoscimento della pari dignità della donna “osso delle mie ossa e carne della mia carne”.

      Messaggio:

1.      Contro il disprezzo del corpo e del sesso, contro l’idolatria del corpo e del sesso, sta l’affermazione biblica dell’intervento divino. La donna è creata, come l’uomo direttamente e singolarmente da Dio.

2.      La donna è fatta derivare dall’uomo, non nel senso che ne dipenda, ma che ne fa parte, con uguale dignità che in lui hanno tutte le sue membra.

3.      L’uomo è come mancante di qualche cosa. Per questo l’unione coniugale è come il ritorno dei due esseri all’unità. Uomo e donna sono complementari.

4.      I due diventano una sola carne. Si ricompone così l’unità che non dovrà più essere spezzata. Citando questo passo Gesù dirà “Non sono più due, ma una sola carne”, e “L’uomo non separi ciò che Dio ha unito”.

5.      Questo legame è superiore ad ogni altro (“L’uomo lascerà il padre e la madre”), perché è libero e pienamente umano, quindi superiore a quello naturale genetico. E sempre dovrà essere tale.

6.      La nudità che non comporta vergogna è l’affermazione del valore innocente e positivo del corpo maschile e femminile e della sessualità, quando è attrattiva fra i due sessi, volontà di donazione reciproca non contaminata dall’egoismo.

      Tutto il racconto della creazione, che trova il suo vertice nella creazione dell’umanità, si conclude in realtà in modo inatteso: il riposo di Dio nel settimo giorno.

§         Il settimo giorno è prima di tutto il giorno in cui la creazione è compiuta, in cui Dio “portò a termine il lavoro che aveva fatto”. In questo modo la Genesi intende affermare che il riposo non è in funzione del lavoro, ma piuttosto il contrario: il lavoro è in funzione del riposo. Il settimo giorno è così il giorno della libertà dalla schiavitù del “fare”; Dio non è schiavo della sua creazione. Il settimo giorno, in cui egli si riposa, è così una contestazione radicale di ogni mentalità umana basata sul lavoro e sul profitto.

§         Il settimo giorno è “benedetto”, cioè è ricco di vita, ed è “santificato”, cioè appartiene a Dio. Il settimo giorno è così un momento paradossale; il tempo in cui non si lavora è quello che produce di più. Nel settimo giorno l’uomo non si riposa per lavorare poi meglio; si riposa invece per entrare in rapporto con Dio. Il settimo giorno, infatti, è il giorno che appartiene a Dio.

§         Si osservi che, a conclusione del racconto della creazione, manca la formula conclusiva che ci saremmo aspettati: “E fu sera e fu mattina, settimo giorno”. Il settimo giorno, infatti, non ha una fine; è proiettato verso il futuro. Riposarsi con Dio il settimo giorno significa comprendere che il senso della creazione sta proprio qui, nel vivere con Dio, come ha ben compreso l’autore della lettera agli Ebrei. Entrare nel settimo giorno significa entrare nel tempo di Dio.

 

 

IL PROBLEMA DEL MALE – 4° incontro

Il cap. 3 è un testo tra i più noti e più travisati della tradizione cristiana. Chi non ha sentito parlare della “mela” mangiata da Eva e del peccato che avrebbe dato origine a tutti i guai possibili e immaginabili che hanno colpito l’umanità? Occorre fare molta attenzione; una lettura attenta ci aiuterà a scoprire, magari con nostra sorpresa, come il testo non parla né di mele, né di sesso, né di colpe che si ripercuotono sui figli. Non dobbiamo dimenticare che i capitoli 2 e 3 della Genesi formano un tutto ben compatto. Non è legittimo leggere il racconto del peccato dimenticandoci che prima ci è stato narrato il progetto positivo di Dio sull’uomo e sulla coppia (Gen 2, ma anche Gen 1!). Per troppo tempo la tradizione cristiana, insistendo sul tema del “peccato originale” ha trascurato il fatto che il testo genesiaco insiste sul progetto di Dio, descritto in Gen 2, che nessun peccato dell’uomo è capace di frantumare. Rimane però la domanda che l’uomo si è sempre posto: perché il male?

Secondo popoli rimasti allo stato primitivo, perché isolati in qualche plaga remota della terra, i primi uomini erano immortali e vivevano in comunione con Dio; cedettero però alle suggestioni di un essere maligno e si ribellarono a Dio: ne venne di conseguenza il loro dolore e la morte.

Secondo i cinesi all’inizio l’uomo viveva su di un monte paradisiaco, irrigato da acque sorgive, lussureggiante di alberi prodigiosi, tra i quali anche l’albero che dona va l’immortalità; ma l’uomo ne venne scacciato per aver bramato una scienza indebita.

Secondo gli indiani all’inizio l’uomo viveva in comunione con gli dèi, immune dal dolore; però il primo uomo, sollecitato dalla sua sposa, pretese di diventare pari agli dèi; con questo peccato mise fine alla sua felicità. Sempre secondo gli indiani, la donna aveva avuto da combattere contro un demonio maligno, presentatosi a lei sotto la maschera di un serpente.

Secondo i persiani il primo uomo, collocato in un paradiso misterioso, aveva vissuto un certo tempo nella familiarità con Dio. in quel giardino c’era un albero atto a comunicare sia l’immortalità che una scienza sovrumana. Un demonio, sotto la maschera del serpente, fece decadere l’uomo da tanta felicità e lo rese oggetto di tutte le miserie attuali. Il peccato del primo uomo fu di menzogna.

Anche presso gli egiziani si trova la narrazione del peccato originale, e la menzione di un demone serpente, Apofi, nemico degli dèi.

Tutto questo sta bene precisato per ribadire che il racconto biblico non è unico e originale, fa parte di un patrimonio popolare assai diffuso, non è frutto di elaborazione teologica, ma è accettato dall’autore biblico in quanto gli serve per soddisfare uno dei grandi quesiti umani: il problema del male. Come è penetrato il male nella creazione? Ne è forse Dio la causa? Oppure c’è qualcuno al di sopra di Dio o in concorrenza con lui che ne può rovinare la magnifica opera creativa?

Al vero e grande “male” che per l’autore biblico è il peccato non possono che essere collegati tutti gli altri mali. Ma attenti: il problema di fondo è l’esistenza del male morale, non di questi. In ciò differisce il racconto biblico dagli altri: non nella sua origine (che è popolare), non nei suoi particolari narrativi (che si rassomigliano), ma nel senso in cui viene assunto dall’autore, che non è preoccupato di spiegare la condizione fisica dell’uomo (dolore, fatica, morte), ma la sua condizione morale di distacco da Dio e di discordia con i suoi simili.

Il testo del capitolo 3 si apre presentandoci la figura del serpente, descritto come “la più astuta delle bestie selvatiche create dal Signore Dio”. Ma  chi è questo serpente? Il diavolo, risponderanno in molti, abituati come siamo a vedere le statue della Madonna con il serpente sotto i piedi. In realtà, l’identificazione tra il serpente di Gen 3 e il diavolo è tardiva e si trova soltanto nel libro della Sapienza (Sap 2,24) scritto alla fine del I sec. a.C., e nel capitolo 12 dell’Apocalisse, nel Nuovo Testamento. Nel testo genesiaco non c’è alcun cenno diretto al fatto che il serpente sia il diavolo. L’uso del serpente era presente in alcuni racconti dell’epoca, in particolare in un celebre mito del tempo. L’eroe che ne è il protagonista, Ghilgamesh, si reca nel giardino degli dèi in cerca dell’albero della vita, ma un serpente gli impedisce di cogliere il frutto dell’albero, perché la vita è riservata agli dèi, mentre per gli uomini è decretata solo la morte. Il serpente è un animale misterioso e pericoloso, appare come una potenza ostile all’uomo. Nel racconto della Genesi, invece, l’uomo può mangiare dell’albero della vita; il serpente non è alleato agli dèi, ma è chiaramente nemico di Dio e spinge l’uomo verso il secondo albero, quello della conoscenza del bene e del male. Il serpente è connesso nel mondo del tempo con la magìa e con la religiosità dei cananei; può rappresentare perciò la tentazione dell’idolatria. Infine, introducendo la figura del serpente, il narratore ci vuol suggerire che l’origine del male non è da vedersi in una fatalità o in un capriccio divino, ma nasce dal peccato degli uomini; allo stesso tempo c’è un mistero del male che è più grande degli uomini stessi e ne supera la comprensione; ecco l’ambiguità della figura del serpente ed ecco il motivo per cui la successiva tradizione ebraica e cristiana vi vedrà la figura del diavolo.

Il serpente si dimostra davvero astuto e, parlando alla donna, fa nascere in lei il sospetto che Dio sia un bugiardo, che vuol togliere all’uomo la sua libertà; ottiene questo risultato combinando mezze verità con abili modifiche al discorso divino. Intanto, scompare il nome di Dio, “Signore”; poi il serpente vuol far credere alla donna che dietro una apparente concessione (ciò che Dio ha detto all’uomo in Gen 2,16-17) è nascosto un reale divieto: Dio, in realtà, non vuole che gli uomini mangino i frutti degli alberi del suo giardino. Il serpente è un astuto maestro del sospetto: Dio odia la sua creatura e fa soltanto finta di lasciarla libera. In realtà è geloso del fatto che l’uomo possa diventare simile a lui! La donna, da parte sua, cade in trappola, proprio nel momento in cui si illude di poter difendere Dio: anche lei non lo chiama più per nome (“Signore”) e si permette di modificarne le parole. Infatti sappiamo che non è vero che Dio abbia posto un divieto sull’albero che sta “in mezzo al giardino”; alla luce di Gen 2,8-9 quest’albero “in mezzo al giardino” è in realtà l’albero della vita e di quest’albero l’uomo può mangiare! La donna sta confondendo i due alberi e pone “in mezzo al giardino” l’albero della conoscenza del bene e del male; inoltre , Dio non ha detto che quest’albero non può essere “toccato”, ma soltanto che non è possibile mangiarne i frutti. La donna è in realtà caduta nella trappola del serpente e inizia a vedere Dio come un ostacolo alla propria libertà. Di fronte alla risposta della donna, il serpente torna alla carica: Dio mente, “voi non morirete affatto”. Nelle parole del serpente appaiono i desideri più grandi che l’uomo si è sempre illuso di realizzare: la vita per sempre (“non morirete affatto”), il mettersi al posto di Dio (“sarete come Dio”) e il sapere tutto (“i vostri occhi si apriranno”), decidendo da soli la propria felicità (“conoscerete il bene e il male”). Qui sta la vera radice di ogni peccato dell’uomo: il desiderio di realizzare se stesso al di fuori di un rapporto con Dio, sentito come limite alla propria libertà. Non si tratta tanto di disubbidienza, quanto del rifiuto di una libertà che trova in Dio il proprio significato. E per di più, alla luce di Gen 1,26, il testo è persino ironico: l’uomo, infatti, è già come Dio, è creato a sua immagine e a sua somiglianza. Il serpente è riuscito nel suo intento e la donna mangia così il frutto proibito, offrendolo poi all’uomo.

Il v. 7 ci descrive la prima conseguenza del peccato, che è certamente una sorpresa: la scoperta della propria nudità. Eppure l’uomo e la donna erano già nudi (Gen 2,24), ciò di cui essi si accorgono è che adesso, dopo aver distrutto il rapporto con Dio, l’altro ci mette paura e non si è più in grado di accettarlo così com’è, nella sua povertà e nella sua umanità. La stessa sessualità assume un volto negativo e l’uomo cerca di nascondersi usando la propria abilità tecnica: cucirsi delle foglie di fico. Il serpente aveva ragione; gli occhi dei due si sono aperti, ma la scoperta è terribile: l’altro è diventato un nemico dal quale nascondersi.

Gen 3,8-25 ci presenta prima il dialogo tra Dio e l’uomo volto alla presa di coscienza da parte dell’uomo di quanto avvenuto e poi le conseguenze del peccato commesso dall’uomo e dalla donna: dopo la colpa, l’essere umano è una creatura ferita nella sua relazione con Dio, con l’altro, con il mondo.

Il v. 8 ci presenta il Signore come una presenza familiare, che cammina nel giardino alla brezza del giorno, ma il giardino non è più un luogo di incontro, ma è adesso un luogo che incute paura. Di fronte alla fuga dell’uomo, Dio non lancia accuse, ma cerca di porre l’essere umano di fronte alle proprie responsabilità: “dove sei?”, cioè “dove sei arrivato? Che cosa vorresti fare, adesso?”. Dio offre all’uomo la possibilità di riconoscersi colpevole, ma l’uomo riesce a confessare soltanto la propria paura. Dio continua a venire incontro all’uomo: “che hai fatto?”; ma l’uomo non raccoglie questo ulteriore invito e risponde contrattaccando: è stata “la donna che Tu mi hai posto accanto”! In altre parole: io non ne ho colpa e, in fondo, è tutta colpa tua. Qui sta la vera gravità del peccato dell’uomo: il rifiuto di riconoscersi colpevole, di assumersi le proprie responsabilità. La stessa cosa fa la donna, scaricando la sua colpa sul serpente, ma quest’ultimo non viene interrogato da Dio.

Perché allora il mondo contiene oggi tanta sofferenza e tanto dolore? La risposta a questa domanda è cercata dall’autore di queste pagine attraverso la storia della condanna del serpente, della donna, dell’uomo. Il peccato ha introdotto nel mondo una disarmonia che non era stata voluta da Dio. il serpente viene maledetto cioè separato dal mondo di Dio, cioè dalla vita, ne viene dichiarato il fallimento e la rovina. L’umanità (ossia la stirpe della donna) sarà sempre in lotta con il serpente. Viene poi ricordata la sentenza contro la donna, colpita nel suo essere moglie e madre: i dolori del parto e la sua condizione di inferiorità rispetto all’uomo. Allo stesso modo, ai vv. 17-18, l’uomo viene colpito nel suo essere lavoratore. Il “coltivare e custodire” il giardino (Gen 2,15) non è più vissuto in un rapporto di comunione con il creato; l’aver voluto “mangiare” il frutto dell’albero, l’aver preteso di dominare sulla realtà, ha frantumato il rapporto con la natura, che ora si ribella e si rivela ostile all’uomo. Il lavoro non è affatto una condanna; lo è ciò che il lavoro può diventare quando l’uomo crede di poter sfruttare il creato. Infine, il richiamo alla condizione mortale; “polvere sei e polvere ritornerai”. È cambiato anche il rapporto dell’uomo con la morte, che d’ora in poi assume un aspetto tragico e diviene non più il passaggio a un’altra vita, bensì il segno del proprio limite invalicabile di creatura.

Sorprendentemente, la scena della condanna si chiude con due piccole note di speranza. In primo luogo, il nome dato alla donna, in hawwah, Eva, da verbo ebraico hayah, “vivere”. Inoltre Dio non caccia l’uomo dal giardino nudo e quindi privato della sua dignità. Lo riveste di tuniche di pelli, segno cioè di una nuova dignità donata all’uomo dalla tenerezza divina. Questa storia ci aiuta perciò a valorizzare i piccoli segni di speranza che Dio dissemina sul nostro cammino.

Il racconto si conclude con l’aiuto di un linguaggio mitico (v. la figura dei “cherubini”), con la cacciata dell’uomo dal giardino: l’uomo ha preteso di essere uguale a Dio; la morte fisica sarà d’ora in poi sperimentata come una rottura. Un dramma che separa l’uomo da Dio.

LE REAZIONI. La Bibbia non tratteggia lo stato psicologico dei due peccatori, ma usa parabole che ne spiegano lo stato d’animo.

-          L’uomo non riesce più a stare di fronte a Dio, si sente imbarazzato. Dirà: “ho avuto paura, perché sono nudo, e mi sono nascosto”. Voleva diventare “arùm” sapiente, e in realtà è diventato “aròm” nudo. Forse l’autore gioca sui vocaboli stessi. Qui la nudità è recepita in termini sessuali, non avrebbe senso di fronte a Dio. È la nudità della miseria in cui l’uomo si sente precipitato, perché staccatosi, diffidente, da Dio. È anche la fine descrizione dell’atteggiamento psicologico del peccatore di sempre: dopo il peccato istintivamente si tende a evitare Dio per non doversi confrontare con lui, pentirsi, convertirsi.

-           Adamo affrontato da Dio, tenta di scolparsi incolpando Eva, e questa, a sua volta il serpente. Anzi, nelle parole di Adamo risuona un implicito rimprovero a Dio stesso: “È stata la donna che Tu mi hai dato per compagna, che mi ha presentato il frutto dell’albero, e io ne ho mangiato”. Si evidenzia così un altro atteggiamento psicologico tipico dell’uomo peccatore: cercarsi un alibi alle proprie colpe e in definitiva attribuirle a Dio, che “ci ha fatti così”.

-           La rottura con Dio non rafforza ma compromette anche il rapporto col prossimo: Adamo accusa Eva. Non si dà solidarietà vera nel male, o, se si dà, è provvisoria e minata dalla diffidenza. Manca il punto di riferimento che la sostiene: il legame con Dio.

       Per aiutarci a meglio capire il senso di ciò che per secoli fu definito “Peccato originale” per il solo fatto che è stato commesso alle “origini”, può essere opportuno immaginare  da una parte un televisore acceso e di fronte uno specchio. L’uomo, specchio-immagine di Dio ha avuto la vanità di essere lui il televisore, ma appena rimosso dalla posizione frontale si è scoperto pezzo di vetro senza valore, vuoto, nella sua povertà e insignificanza. L’insegnamento tradizionale ha preteso di trarre dalla descrizione letterale una precisa dottrina riguardo allo stato originale dei progenitori, del loro peccato, della trasmissione del medesimo e delle sue conseguenze. Dottrina superata, che, anziché risolvere, pone grossi e angosciosi problemi riguardo alla giustizia divina. Se Dio è giusto ed è amore e in Cristo annuncia la misericordia e comanda il perdono, come ha potuto punire una unica trasgressione, in modo che da allora in poi la storia del mondo è stata veramente scritta con le lagrime e il sangue?

       Si tratta allora di staccarsi dal testo, e, pur prendendone spunto come metafora, rifare daccapo una riflessione su quello che Dio ha inteso rivelarci. E qui ritorniamo al problema del male, del male in generale, se vogliamo, ma soprattutto  del “vero” male: il peccato, in cui il resto più che derivarne è incluso. Perché l’esperienza di Israele è tutta di natura teologica: nell’ottimale rapporto con Dio c’è il benessere dell’uomo, nel deterioramento di quello, c’è il mal-essere.

Si radica allora sempre più la convinzione che tutto questo racconto è metaforico: la descrizione del giardino di Eden, quella della tentazione e della caduta, quella della punizione dei colpevoli che disfa una condizione originaria pure metaforica, con una raffigurazione metaforica della alterazione subita nei rapporti dell’uomo con Dio, per descrivere la quale più drammaticamente, tutto serve:

il serpente viene condannato a strisciare per sempre sul ventre (ma è solo la spiegazione popolare di un fatto naturale che c’era già prima);

altrettanto può dirsi dei dolori di parto che vengono inflitti come castigo alla donna. Voler ricavare da questo unico argomento che prima non esisteva il dolore, è svisare l’intendimento del testo. Oltretutto varrebbe solo per la donna;

così pure per la condanna dell’uomo. La sua pena consisterebbe nella stanchezza che il lavoro gli causa. Il concetto determinante l’abbiamo nella frase: “Essa (la terra) ti produrrà spine e triboli e tu ti nutrirai dell’erba dei campi”.

Lo stesso dicasi per la morte. Del resto essa non è nominata come castigo. Si dice solo che tutto quanto detto sopra avverrà “fino a quando l’uomo farà ritorno alla terra dalla quale è venuto”. Così la morte sarà piuttosto la fine delle sue pene. La minaccia precedente: “Morrai!” può voler dire: L’azione che tu compi è degna di morte!; non induce necessariamente a credere che se non la compisse non morirebbe mai. L’allontanamento dall’albero della vita ha, come l’albero, un carattere mitologico (cfr. le tradizioni degli altri popoli); risponde in termini magici al desiderio universale di vita e alla ripugnanza istintiva verso la morte.

Realtà di peccato e bagaglio di conseguenze vengono consegnati agli eredi di generazione in generazione, da una parte con il peggioramento dovuto al contributo personale di ognuno all’ingrossamento della valanga del male e dall’altro con l’impegno e lo sforzo dei buoni per ridurla nella quantità degli effetti. Da Adamo a Cristo: due archetipi di realtà diverse (Rom. 5,12-21). Può così dirsi: il peccato originale fu iniziato da Adamo e continuato da tutti i suoi discendenti; le conseguenze si aggravano nella misura in cui si segue Adamo, si riducono nella misura in cui si segue Cristo.

Cristo, restituendoci la dignità di figli di Dio, tende a restaurare un rapporto di fiducia e di abbandono all’amore di Dio, neutralizzando le conseguenze del peccato sul piano soprannaturale ed eterno, ma indirettamente riducendo la vastità e la negatività anche delle altre, e cioè il quadro generale di deterioramento della condizione umana, nello sforzo di realizzare pace, giustizia, amore, fratellanza universale.

In questo senso il “seme della donna”, che non è solo Cristo (e tanto meno solo Maria: “Esso” e non “essa”), ma è tutta quella discendenza di umanità che si associa a Cristo per sconfiggere nel mondo il “grande male”, il peccato, e tutti gli altri mali che affliggono l’uomo, un giorno prevarrà sul “seme del serpente”. E tuttavia mai sulla terra questa vittoria sarà completa se non alla fine; ci sarà sempre l’insidia al calcagno di questo male strisciante che è l’orgoglio umano e l’egoismo; per cui nel mondo e nella storia non cesserà mai la conflittualità bene-male; ma l’uomo ha da Dio la promessa, che, per il suo aiuto, il Bene vincerà.

ALCUNE DEDUZIONI: Né l’Antico né il Nuovo Testamento citano, dopo questa descrizione, il peccato di Adamo e la sua trasmissione, tranne S. Paolo nella Lettera ai Romani (5,12-21). È lecito pertanto abbandonare questa dizione e le conseguenze da essa derivanti, tra cui l’assoluta necessità di far battezzare i bambini il più presto possibile, pena l’esclusione dalla salvezza (il cosiddetto Limbo), un concetto derivato dalla mentalità individualistica che non tiene calcolo della Comunione dei santi e della sua gratuità e che rivela la mentalità del ricevere (i sacramenti) in contrasto con quella del privilegio di far parte del Regno di Dio.

Altrettanto va smentito ciò che il catechismo ci ha insegnato, cioè che Dio ha creato noi e il mondo solo per la sua gloria. Non si onora Dio pensandolo come un Essere perfetto da non poter mai voler altro che se stesso. Se questo fosse vero, sarebbe la miseria di Dio e anche la nostra. Il Vaticano II lo ha espresso molto bene: “L’uomo… in terra è la sola creatura che Iddio abbia voluto per se stessa”. Il fatto che non siamo per Dio discende totalmente dal fatto che il Dio che ci crea è, lui stesso, per noi. Ricordiamocene: “Per quanto oscura, tragica o fallita possa essere la nostra esistenza, noi siamo sempre voluti e amati da Dio per noi stessi, per quello che siamo. (G. Martelet – L’Aldilà ritrovato).


CAINO E ABELE – 5° incontro

Il capitolo quarto della Genesi, scritto dalla stessa mano dell’autore di Gen 2,4b-3,25, è noto soprattutto per l’episodio di Caino e Abele; anche questa narrazione serve a rispondere a una domanda molto grave: perché nel mondo c’è così tanta violenza, tanto che il fratello diviene capace di uccidere il fratello?

Chi rileggesse il testo munito di una penna, potrebbe sottolineare quante volte ricorre il termine “fratello”: (altre 7 volte!). E la quarta ricorrenza del termine “fratello” coincide con l’ultima ricorrenza del nome Abele, al v. 9, quando Dio chiede a Caino: “Dov’è Abele tuo fratello?”. Questa domanda costituisce così la chiave di volta di tutto il testo; che Caino non accetti di riconoscersi responsabile del proprio fratello è cosa quasi più grave dell’omicidio stesso, o, meglio, ne è la causa scatenante.

Nonostante il peccato di Adamo ed Eva e la lontananza dall’Eden o paradiso terrestre, la vita continua e la donna riconosce la maternità come dono di Dio (v. 1-2). A Eva nascono questi due figli; Caino (“acquistato”) Abele (“soffio”); di fronte a Caino, Abele oltre ad essere il minore, sembra non valere niente, un soffio appunto. Nonostante tutto la vita tra i due fratelli sembra scorrere in armonia, ciascuno dedito al compito assegnato da Dio (agricoltore e pastore). La storia continua presentandoci i due fratelli nel culto rivolto a Dio (v. 3-5) e qui le cose cambiano: il sacrificio di Abele è gradito a Dio, mentre quello di Caino no. Come mai?

Non basta pensare che Caino era cattivo e Abele buono (cfr. Eb 11,4). Se leggiamo bene il testo vediamo che Caino offre a Dio i prodotti della terra, mentre Abele gli agnelli del gregge, sacrificio per eccellenza nell’ebraismo. Inoltre Caino non opera alcuna scelta, mentre Abele sceglie i primogeniti, e di questi seleziona il grasso; offre cioè a Dio un sacrificio perfetto.

Ma la spiegazione migliore risiede nel significato dei nomi: Caino, l’acquistato, è scartato, di fronte ad Abele, il soffio. È il mistero della scelta divina che privilegia sempre il minore, Isacco invece di Ismaele (Gen 21,12-13), Giacobbe invece di Esaù (Gen 27)… e si mette apertamente dalla parte del più debole. Caino non accetta questa scelta di Dio e non comprende che si può essere fratelli pur restando diversi; che, anzi, la diversità è la radice di ogni fraternità; cammina a testa bassa, triste per quella che ritiene una palese ingiustizia. E non accoglie neppure l’invito di Dio a dominare il peccato, che il v. 7 descrive “accovacciato alla porta”, come fosse un animale feroce pronto a sbranare l’uomo.

L’omicidio di Abele è narrato senza alcun particolare; la prima morte dell’umanità è una morte violenta e tragica.

Il fatto che Caino e Abele vengano rispettivamente qualificati come agricoltore e pastore, introduce seri dubbi che possano essere figli diretti e immediati di Adamo ed Eva. È probabile invece che da un lato questo racconto voglia seguire il corso del nero fiume del peccato nella storia dell’umanità, e dall’altro che rielabori alcune interpretazioni popolari dell’origine di determinate tribù e della formazione delle città. All'epoca non lontana da quella in cui è stato redatto questo testo, c’era nella terra di Canaam una tribù (dei Keniti = Cainiti) che viveva nomade, e pur adorando Jahvè possedeva in Canaam solo un diritto di ospitalità. Si parlava di un’antica alleanza tra questa tribù e Israele. Questo racconto poteva essere il tentativo di spiegare questa strana situazione: di qui forse il nome: Caino.

Il testo presuppone la conoscenza di sacrifici di animali e di offerte di frutti. Si tratta di consuetudini sacrificali provenienti da epoche remotissime, la cui l’origine viene poi fatta risalire addirittura alla prima umanità.

Nel testo si nasconde la predilezione per Abele e quindi la preferenza per la vita pastorale, particolarmente per la vita del seminomade pastore di pecore che ancor oggi è caratteristica nei paesi arabi del vicino oriente. Si mostra invece una certa contrarietà alla vita cittadina, come ad alcune manifestazioni musicali ed alla lavorazione del bronzo e del ferro che porta alle guerre.

Molto avverso infine l’autore si mostra contro la crudeltà e la rappresaglia vendicativa e contro la poligamia che sono rappresentate come caratteristiche dei discendenti di Caino. Il racconto dunque dà l’impressione che si vuol parlare piuttosto delle abitudini che degli individui. Caino e Abele possono considerarsi come i rappresentanti di due culture e civiltà. Sono cioè dei simboli, e lo stesso gradimento che Dio mostra per i sacrifici di Abele, come il non gradimento per le offerte di Caino, farebbero parte dell’intento di presentare il primo fratricidio come archetipo di tutti gli scontri successivi tra gli uomini, dove una nuova cultura introducendosi violentemente nella precedente crea squilibri e disordini a tutti i livelli, minacciando di deteriorare lo stesso rapporto con Dio. Qui, la vita errante dei pastori è stata distrutta dall’introdursi inopportuno o violento dell’agricoltura. La concorrenza spiegherebbe la gelosia. Non è improbabile che in tale distruzione si sia sparso del sangue e si possa quindi parlare di un vero fratricidio.

E non c’è sotto forse anche la conflittualità nata in conseguenza del graduale affermarsi della proprietà privata sulle terre, quando in un regime pastorizio tutto era di tutti e accoglienza e ospitalità erano i valori fondamentali della convivenza? Se poi il discorso si sposta al fenomeno della città, ancor di più è facile comprendere come l’urbanizzazione abbia a sua volta distrutto l’amore della natura, la libertà, la stessa agricoltura.

Ma l’accento principale del racconto è sul mistero del peccato. Se Adamo ed Eva dopo il peccato si nascosero dietro gli arbusti, qui è Caino che “ha il volto abbattuto” ancor prima dell’omicidio e non riesce a tenerlo alto. C’è già l’omicidio nel cuore. Caino non sa dominare la sua invidia e gelosia.

Anche Caino viene scacciato dalla presenza di Dio nella terra di nessuno del paese di Nod. Ma come al momento della cacciata dal giardino di Eden spunta un segno di salvezza, così Dio non abbandona il fuggiasco alla perdizione, ma ne protegge ancora l’onore e la vita.

Dal punto di vista etnologico è interessante che Caino, dopo essersi allontanato dalla presenza del Signore, “si mise a costruire una città che chiamò Enoc dal nome di suo figlio”. È probabile che anche questa notizia sia dovuta all’influsso della psicologia del beduino, per il quale la città rappresenta un estraniarsi non solamente dai vincoli del sangue e della terra, ma soprattutto dalla morale, dalla pietà e in definitiva dalla fede dei padri. Il nomade e il pastore della steppa, tanto vicini alla natura, appaiono più vicini a Dio del cittadino senza radici. La natura è opera di Dio, mentre la città è opera dell’uomo: stava bene attribuirne l’iniziativa a Caino.

“Dov’è tuo fratello?”: in questa domanda che Dio rivolge a Caino possiamo trovare il centro e lo spunto di riflessione di questo capitolo. Alla luce dell’esperienza di Caino e Abele possiamo rivedere le nostre relazioni con i fratelli e le sorelle “di sangue” (fraternità familiare) e poi con i fratelli e le sorelle “in umanità” (famiglia umana). Occorre riflettere bene sui significati più evidenti che emergono da questo testo biblico:

1)     Esiste in tutti una forza del male che induce ognuno ad eliminare l’altro semplicemente perché “mi dà fastidio”, anche solo con la sua presenza e il suo agire. Il male offusca gli occhi e non ci permette di vedere quello che l’altro è (“fratello”), né di accettare le sue differenze come importanti e costruttive anche per noi. Da dove viene questa forza non è detto nel testo: fatto sta che c’è ed è capace – se non dominata – di rendere gli uomini come lupi. Come possiamo smascherarla? Dove trovare la forza per dominarla in modo tale che non provochi danni?

2)     Abele e Caino sono simboli, vogliono farci vedere una situazione che da sempre minaccia la vita fraterna delle persone ricorrendo alla violenza che non accetta le differenze. È possibile realizzare la vera fraternità come convivenza delle differenze accettando chi è “diverso”da noi per razza, cultura, scelte di vita, religione, doni… ? Tutte le volte che noi non accettiamo la diversità ci troviamo a vivere l’esperienza di Caino: come possiamo “dominare” la sua ombra senza avere la pretesa di scrollarcela di dosso? In che modo possiamo ripristinare la pace come accettazione dell’altro in situazioni che possiamo definire “imperdonabili” (sfruttamento di donne e minori; fame e debiti imposti dall’egoismo di pochi; pulizia etnica; terrorismo e stragi di massa…)? Quali sentieri percorrere alla luce del gesto del perdono del Signore nei confronti di Caino? Come vivere la fratellanza nel senso di essere “custodi” delle altre persone (degli amici, dei familiari, dei figli, degli estranei…) imparando a vincere il male con il bene? È possibile arrivare a perdonare l’imperdonabile, come Gesù ha fatto sulla croce? “Avete inteso che fu detto agli antichi: Non uccidere; chi avrà ucciso sarà sottoposto a giudizio. Ma io vi dico: chiunque si adira con il proprio fratello sarà sottoposto a giudizio”. (Mt 5,21-22)

Aspetti morali di sempre ma soprattutto di adesso rilevabili o deducibili dal fratricidio di Caino.

La storia di Caino viene impostata male a priori se si contrappone il mite e buono Abele a Caino. Caino non è uno scellerato fin dal principio, anzi è il privilegiato fra i due fratelli: è il primogenito, il più capace, il più forte. Abele (= soffio, nullità) sta a indicarlo: è il più debole, impegnato nel lavoro meno faticoso del pastore.

 

1)     Caino è il primogenito preferito e privilegiato da Dio, ma sono proprio i suoi ricchi doni a portarlo alla rovina. L’indurimento, l’infedeltà, l’orgoglio e la presunzione da lungo tempo si sono insediati nel suo cuore, ed è questo atteggiamento che accompagna le sue offerte.

 

2)     Questo disordine religioso di Caino si trasforma in disordine umano. Sentendosi messo in disparte, si turba, non si pente, si rode di invidia, la vita di suo fratello gli è indifferente. “sono forse io il guardiano di mio fratello?”. Neanche di fronte alla condanna divina non affiora sulle sue labbra una parola di rimorso: c’è solo il lamentarsi della sua sciagurata situazione.

 

3)     Dio lo circonda comunque ancora della sua amorevole sollecitudine. “Il Signore pose su Caino un segno, perché non lo colpisse chiunque l’avesse incontrato”. Si ritrovano qui, potentemente affermati, due motivi fondamentali del messaggio dell’Antico e soprattutto del Nuovo Testamento: la parabola del figliol prodigo e la figura del Buon Pastore.

 

4)     C’è anche un’affermazione del diritto esclusivo di Dio a giudicare e a condannare chiunque sbaglia, e la negazione all’uomo del diritto di disporre della vita di chicchessia, anche del delinquente fratricida.

 

5)     Caino e Abele non sono unicamente figure del passato, sono simboli, sono gli uomini di tutti i tempi, sono i discendenti di Adamo e gli eredi del primo peccato. Siamo tutti noi. Caino è in noi.

 

6)     La vita umana è un dono di Dio, che l’uomo è chiamato a custodire, rispettare, difendere, promuovere, sviluppare. Pertanto, la vita umana è sacra e inviolabile dal suo sorgere sino al suo naturale tramonto. Sono, quindi, inaccettabili sia l’aborto, che è un “delitto abominevole” (GS, 51) e che nessuna “legalizzazione” potrà rendere “morale”, sia l’eutanasia, con la quale l’uomo si arroga il diritto di sopprimere la vita.

 

7)     Vi sono tante maniere di uccidere.

Si uccide con la guerra. Incrementata dall’industria bellica e dal commercio delle armi. Si uccide con l’iniqua ripartizione dei beni del mondo.

La fame nel mondo miete più vittime della guerra.

Si uccide con la “mala sanità”.

Si uccide con la guida imprudente e irresponsabile dei mezzi di trasporto.

Si uccide scatenando e animando l’esplodere della violenza negli stadi.

Si uccide inquinando l’ambiente e danneggiando seriamente la vita dell’uomo sulla terra.

Si sopprime la vita dell’uomo quando l’embrione umano viene usato come una “cosa” per la sperimentazione.

Si uccide “moralmente” un uomo quando la sua dignità umana viene calpestata, quando per la sua condizione di svantaggio egli viene rifiutato, emarginato, “escluso”.

Si uccide nel proprio cuore quando si coltivano sentimenti d’ira, di odio, di vendetta.

Si uccide quando si favorisce la denatalità, si getta discredito, anche a livello politico e di informazione, su tutto ciò che potrebbe favorire una ragionevole crescita demografica.

Si uccide quando non si sostiene con mezzi adeguati la famiglia, l’istruzione, la salute dei cittadini.

8)      Dio invece ci chiede di fare una scelta a favore della vita.

Ci chiede di impegnarci concretamente perché siano rispettati i diritti fondamentali dell’uomo e perché vengano create migliori condizioni di vita.

Ci chiede di dare sostegno a chi è in difficoltà.

Ci chiede di non lasciare nella solitudine la donna tentata di abortire.

Ci chiede di “accompagnare” amorevolmente il malato grave nel momento cruciale della sua vita.

Ci chiede di farci carico del disagio del drogato aiutandolo, con strumenti validi, a uscire dal tunnel e a scoprire il vero senso della vita.

Ci chiede, in definitiva, di amare il nostro prossimo. Anche i nostri nemici, come ci dice Gesù. Ci chiede di concepire la vita come un dono di cui far dono. La donazione degli organi dopo la morte è una scelta encomiabile , che può assurgere a “segno” di una concezione di vita.

Donare la vita significa non tanto “morire” per gli altri, quanto piuttosto “vivere” per gli altri, mettendo a frutto i propri “talenti” per la vita dei nostri fratelli.

 

9)     Si uccide soprattutto con le tristemente famose armi di sterminio, sia che vengano usate nelle guerre convenzionali, sia che vengano disseminate con fatti di terrorismo. Ne citiamo alcune che sono motivo di Grandi Paure moderne. Le armi nucleari, i gas più o meno letali; il volontario inquinamento dei canali acquiferi e dei generi alimentari, la selvaggia distruzione della fauna e della flora (incendi boschivi, sterminio di animali, ecc.).

 

10) Fino a qualche anno fa la psicologia individuava nella strumentalizzazione dell’altro una delle cause della violenza.

Si diceva, cioè, che l’altro veniva considerato alla stregua di un oggetto e come tale poteva essere trattato.

Essendo oggetto, e quindi non persona con una sua dignità da riconoscere e rispettare, si poteva farne l’uso che più piaceva, fino a umiliarlo, sfruttarlo e aggredirlo.

Oggi si assiste ad una evoluzione del fenomeno.

Si parla di “de-oggettificazione”, ossia di una radicale negazione dell’esistenza dell’altro, non riconosciuto neanche come oggetto.

L’altro non esiste, non ha nessun significato, è un’ombra ambulante.

Quindi nessun rispetto, ma neanche strumentalizzazione, perché strumentalizzarlo significa riconoscere che esiste, almeno come oggetto dei propri fini.

Viene così negata ogni possibile relazione interpersonale, anche di bassa levatura.

La violenza assume un nuovo volto.

Non più o non tanto scarica aggressiva rivolta verso l’altro per asservirlo a sé o per distruggerlo, ma improvvisa esplosione di rabbia fine a se stessa, per motivi interni alla persona aggressiva e non per le sue mire di dominio verso gli altri.

Che questa eruzione si vada a scaricare sulle cose o sulle persone, negli stadi o nelle case private è irrilevante perché tutti questi oggetti sono un nulla all’occhio del violento che vede solo se stesso e il suo bisogno di buttare fuori.

Dopo l’atto violento, riprende la sua vita normale, non si sente in colpa per ciò che ha fatto e se qualcuno lo accusa di tanta cattiveria verso il prossimo fa l’offeso.

Se l’altro è un nulla, perché sentirsi in colpa per aver ferito il nulla?

Se ciò che conta è togliersi di dosso lo stress accumulato nella settimana perché sentirsi male dopo il sollievo della scarica?

Ecco, perché oggi assistiamo a tanti atti violenti compiuti con ferocia, ma altrettanta “allegria”. L’idea che il raggiungimento del mio bene è strettamente collegato alla cura del bene altrui è entrata profondamente in crisi, anzi per taluni soggetti potremmo dire che non esiste più.

 

 

 

GENEALOGIE GENESIATICHE – 6° incontro

LE GENEALOGIE DELLA GENESI

Un particolare interessante nelle genealogie genesiache è il ricorso al simbolismo numerico; nella genealogia del capitolo 5, da Adamo a Noè, l’età degli uomini è compresa, infatti, tra i 700 e i 969 anni; nessuno arriva alla pienezza della vita, a mille anni (cf. Sal 94,4). Da Noè ad Abramo (Gen 11,10ss) l’età è comparata tra i 600 e i 200 anni circa, per poi abbassarsi ancora con Abramo , Isacco e Giacobbe (120 anni: cf. Gen 6,3), e infine attestarsi sugli attuali 70-80 anni (Sal 90,10). È chiaro che non si tratti di numeri reali; la diminuzione progressiva dell’età dell’uomo coincide , in realtà, con il progressivo allontanarsi da Dio, fonte della vita. Così il padre di Noè, Lamec (Gen 5,31) vive 777 anni, tre sette, segno di perfezione, e Enoc, uomo di fede (v. sotto), vive “solo” 365 anni, ma in realtà vive un anno per ogni giorno dell’anno, una vita piena e perfetta.

Gen 5 contiene una lista di 10 nomi , da Adamo a Noè, narrati con uno schema fisso: di ogni patriarca si dice a che età ha generato un figlio, quanti anni ha vissuto dopo, quanto ha vissuto in totale; dieci nomi in tutto, come li troviamo nelle liste numeriche dei re di un lontano passato. Di tutti i figli generati ci si ferma solo su quello dal quale nascerà, alla fine Noè. L’unico patriarca i cui dati sono incompleti è proprio Lamec, padre di Noè; qui, infatti, si innesta un’altra storia, quella del diluvio. Di questa genealogia possiamo soffermarci sulla figura di Enoc.

La figura di Enoc, settimo patriarca (Gen 5,22-24). Si tratta di una figura importante, che improvvisamente emerge come eccezione dallo schema sopra riportato. Di Enoc si dice che “camminò con Dio” e che “non fu più, perché Dio lo aveva preso”. Che significa? Dietro a questo personaggio c’è certamente l’eco di racconti mitici nei quali l’eroe di turno non vede la morte, ma viene portato nel regno degli dèi. Qui Enoc diviene modello di fede (“camminò con Dio”) e viene misteriosemente “preso” da Dio e ammesso alla comunione con lui, senza vedere la morte, come avviene anche al profeta Elia (2Re 2,11). Enoc è fin dalle origini il segno che camminare con Dio, camminare nella fede, vuol dire sfuggire alla morte.

“Adamo aveva centotrenta anni quando generò a sua immagine, a sua somiglianza, un figlio e lo chiamò Set. Dopo aver generato Set, Adamo visse ancora ottocento anni e generò figli e figlie”. La vita umana è segnata da un passaggio fondamentale che opera una vera e propria cesura nel computo degli anni: la generazione di un figlio.

La Bibbia attribuisce alla paternità-maternità una straordinaria importanza. Il nostro mondo, in specie quello occidentale, tende a non attribuire la stessa importanza al generare figli.

I primi quattro versetti del capitolo sesto costituiscono il preludio al racconto del diluvio; il tema generale è quello della progressiva corruzione dell’umanità, dopo il peccato di Gen 3, l’uccisione di Abele e il canto di vendetta di Lamec. Per comprendere questi versetti occorre rendersi conto che, più degli altri testi sinora letti, essi utilizzano il linguaggio del mito.

Due miti, in particolare, stanno alla base di Gen 6,1-4: il primo è quello sulla caduta dei “figli di Dio”, esseri angelici o semidivini che, nelle tradizioni orientali, irrompono sulla terra spinti dal desiderio sessuale e divengono così dèmoni. Il secondoè il mito sui giganti, esseri a metà tra l’umano e il divino, come i Titani della mitologia greca, che sono il frutto di tali unioni tra gli esseri celesti e le donne.

Il testo genesiaco, in polemica con queste concezioni, mostra come Dio non tolleri deviazioni dall’ordine della creazione; ciò che appartiene al mondo di Dio (i “figli di Dio”, immaginati probabilmente come esseri angelici) non può mescolarsi con il mondo degli uomini. Inoltre la sessualità non può essere vista come oggetto (“Videro che le figlie degli uomoni erano belle e ne presero in moglie quante ne vollero”; si ripete qui il linguaggio della tentazione, già visto in Gen 3,6). Inoltre, pur ammettendo l’esistenza di “giganti” (cf. anche Nm 13,33) il testo genesiaco li considera al rango di creature: il superuomo non esiste! In questo modo, questi quattro versetti stigmatizzano due atteggiamenti in realtà tipici dell’umanità di tutti i tempi: la tentazione di ridurre la donna a oggetto e quella di credersi superuomini, di mettersi al posto di Dio. Limitando la vita dell’uomo a 120 anni (Gen 6,3); v. quanto detto sopra) Dio pone gli esseri umani di fronte alla loro condizione di creature mortali.

IL PRELUDIO DEL DILUVIO (Gen 6,5-8). Con questi quattro versetti il narratore ritorna al comportamento degli uomini, alla descrizione del loro peccato, che è la vera causa del diluvio. Il Signore si rende conto che la malvagità umana è ormai diffusa e interiorizzata dall’uomo (“Ogni loro progetto non è che male”; si legga il Sal 14,1-3).

Di fronte al male che è nel mondo Dio “si pentì di aver fatto l’uomo sulla terra e se ne addolorò in cuor suo” (v. 6). La frase è, allo stesso tempo, molto bella e molto coraggiosa: Dio è presentato come se avesse sentimenti umani, capace di addolorarsi di fronte all’uomoche si rivolge al male, invece che al bene, e persino pentirsi dell’opera compiuta, come se avesse commesso qualche errore!

La decisione di Dio prelude al successivo racconto del diluvio: il male va sterminato e con esso l’intera umanità (v. 7). Ma è realmente una soluzione? Di fronte alla violenza la risposta deve essere quella delle armi e di una violenza ancora maggiore? Il v. 8 ci mette su un’altra strada: Ma Noè trovò grazia agli occhi del Signore”. Da un lato, dunque, una apparente collera divina che minaccia morte e distruzione, dall’altro il suo amore gratuito che si rivolge verso un solo uomo, senza alcun merito da parte sua. Da qui ripartirà la storia del mondo.