<- L’arkivio degli articoli

giugno 2006

 

Solennità della Santissima Trinità

U

na domenica dedicata alla Trinità può sembrare superflua, ma – se non si riduce a un velleitario tentativo di spiegare il mistero con l’aiuto di triangoli, trifogli o le fiamme di tre candele accese che si fondono in un’unica fiamma – potrebbe davvero diventare, dopo la conclusione del tempo pasquale e all’inizio del tempo ordinario, un’occasione per riassumere in termini biblici, cioè storici-salvifici, il mistero di Dio in rapporto alla storia di questo mondo.

Questo è, del resto, il suggerimento che ci viene dalle letture di questo giorno, le quali non tentano neppure di definire l’essenza di Dio, ma ne danno la vera identità riportando le azioni del Padre, del Figlio e dello Spirito santo per noi (1ª e 2ª lettura).

Di Dio, infatti, non si può tanto parlare: se ne fa soprattutto l’esperienza. Forse il Manzoni esprime molto bene questa esperienza di Dio nel dialogo fra l’Innominato e il Cardinale Federigo: “Dio, Dio! Se lo vedessi, se lo sentissi! Dov’è questo Dio?”. “Voi me lo domandate? Voi? E chi più di voi l’ha vicino? Non ve lo sentite in cuore che vi opprime, che v’agita, che non vi lascia stare e nello stesso tempo vi attira, vi fa presentire una speranza di quiete, di consolazione, d’una consolazione che sarà piena, immensa, subito che voi lo riconosciate, lo confessiate, l’imploriate?”

Tutta la nostra vita è inquieta come la notte dell’Innominato. Ci agitiamo, ci affanniamo per tante cose, ma sentiamo che la nostra vita è soprattutto circondata da un mistero che sfugge al controllo dei computers più sofisticati. Tutto è importante nella vita, ma ogni cosa svanisce nel nulla se non trova una collocazione nel mistero di quel Dio che ci ha creati, che ha operato prodigi per un piccolo popolo di schiavi, che in Cristo ci ha fatto eredi della sua gloria e che per mezzo dello Spirito ci ha resi figli.

Essere battezzati nel nome della Trinità significa diventare partecipi di questa grandiosa e misteriosa storia di salvezza.

Il mistero della Trinità non ha lo scopo di costituire un insolubile rompicapo per l’uomo; esso costituisce piuttosto l’espressione globale dell’amore di Dio che crea, redime e dà la vita. E come non è possibile spiegare con le parole l’amore umano, a maggior ragione non è possibile ridurre in termini chiari e distinti l’amore di Dio. Lo si vive e basta!

Assemblea parrocchiale  Straordinaria

I

l Consiglio Parrocchiale straordinario, aperto a tutti, quello che si è tenuto mercoledì scorso, per approfondire la questione della collocazione di un nuovo crocifisso nell’aula liturgica si è svolto all’insegna della libertà di proposte.

Se ne parlava da qualche tempo, ma il discorso ha avuto un’accelerazione da quando ci è stata segnalata la disponibilità di un crocifisso in marmo dello scultore Pio Fedi.

Grazie all’opera dei nostri “maghi” del computer, i presenti hanno potuto vedere come apparirebbe, da diverse posizioni, il crocifisso di Pio Fedi collocato in posizione centrale dietro l’altare o in prossimità dell’attuale crocifisso, vicino al fonte battesimale. Sono state prospettate anche altre soluzioni, con crocifissi di diverso materiale collocati non dietro, ma sospesi sopra l’altare.

La discussione che si è sviluppata dopo la visione delle varie immagini sullo schermo della sala, compresi primi piani del Cristo di Fedi, è stata, come ormai fa parte del nostro stile, franca e serena. Ognuno ha espresso le proprie considerazioni con la massima libertà, esternando apprezzamenti, perplessità, motivi di contrarietà.

Nessuna conclusione, come è ovvio, per il momento, ma la convinzione per tutti di andare avanti.

Come passo ulteriore verrà coinvolta la Curia nella persona di mons. Maniago che, da esperto di liturgia, può portare un contributo importante per arrivare a prendere decisioni definitive.

Il direttore del CP E. Badii

Mala tempora currunt

Q

uando i nostri vecchi avevano da lamentarsi dei brutti fatti del momento, esprimevano il loro sconforto con la frase latina che titola queste poche righe, e con quella, magari imparata da qualche prete, facevano anche sfoggio di una certa cultura.  Nel nostro linguaggio attuale quella frase significa che “sono momentacci”, ma questo tutti già lo sanno.  E che siano davvero momentacci lo dimostra il fatto che ormai non c’è più rispetto nemmeno per la Chiesa, la casa di Dio. Ed ecco il fatto. Alcuni giorni or sono, certamente di notte, alcuni ladri, passando dai campi che costeggiano la via Gramsci e aprendosi un varco nella rete di recinzione del terreno parrocchiale, hanno rubato circa novanta metri della lamiera di rame posta a protezione dei muretti che delimitano il tetto della chiesa ed un terrazzino al piano del matroneo.  Non sappiamo che ne faranno; forse lo rivenderanno come metallo (con magro guadagno) o forse lo useranno per fare piccoli oggetti di rame che poi rivenderanno nei mercatini. Speriamo solamente che almeno possa servire ad alleviare la miseria, che deve essere tanta per correre questi rischi, di qualche sfortunato.                                 

Aldo C.

 

 

Amiamo riportare la lettera che ci ha inviato suor Silvana:

“Carissimo don Mario,

                ieri le consorelle di Bougui mi hanno comunicato che sono arrivati sei pacchi di medicinali dalla Medear e quando ci sarà occasione me li faranno pervenire. Grazie per aver ancora una volta risposto alle nostre esigenze. Il Signore vi ricompensi. Grazie a voi e ad altri possiamo curare gratuitamente i malati che non hanno i soldi per pagarsi le cure. Così  con il vostro aiuto e il nostro operato possiamo curare chi non ha la possibilità di farlo e sono tanti.

Domenica scorsa è arrivata una donna con una emorragia interna. Su una bicicletta ha fatto 35 chilometri su strade con buche e sassi. È stata operata che non aveva ne polso ne pressione. Qui non abbiamo niente per la rianimazione, ne’ sangue, ne’ ossigeno. È stata aiutata con quello che abbiamo e grazie a Dio è viva, e di casi così ne succedono.

Dopo sei mesi e tre settimane, dove abbiamo sofferto un caldo terribile, è arrivata finalmente la pioggia. La natura a iniziato a rinverdire e anche noi respiriamo meglio.

La situazione nel paese è sempre precaria, la gente non ha soldi e non è pagata. Insomma non è cambiato niente. La speranza della gente in questo momento è nell’agricoltura e si spera in una buona stagione delle piogge per avere un buon raccolto, così di aver di che mangiare.

E da voi come va ? Adesso con la nuova direzione politica tutta di un colore ? Speriamo bene !

Un caro saluto a tutti e grazie a tutta la comunità.

Un grazie particolare a chi si è occupato di reperire le medicine e tutto il resto.

Ricordatemi nelle vostre preghiere, anch’io vi ricordo al Signore.

Saluti carissimi sr. Silvana.”

 

Al centro lo Spirito Santo

Q

uando sarà possibile rendere “centrale” nella nostra esperienza cristiana lo Spirito Santo? Eppure è la terza persona della santissima Trinità a sostenere la nostra vita di credenti, la vita cristiana delle famiglie, la vita della comunità. È suggestivo un pensiero di santa Caterina, la mistica senese, dottore della chiesa e patrona d’Italia, che rivolgendosi alla Madonna dice: “Tu sei la farina che, con l’acqua e il fuoco dello Spirito Santo, ci hai dato il pane fragrante della vita”. Stupenda provocazione a mettere insieme Gesù eucaristico, lo Spirito santo, la Madonna.

Uno degli insegnamenti del Vaticano II è la centralità dell’azione dello Spirito santo nell’esperienza ecclesiale. Ci facciamo aiutare da alcuni testi conciliari nella breve riflessione sulla presenza dello Spirito santo nella chiesa.

Al centro della costituzione Dei Verbum sulla parola di Dio sta l’affermazione che non è possibile comprenderla e attualizzarla senza il soccorso dello Spirito santo. Se la sacra Scrittura è stata redatta per “ispirazione” dello Spirito santo, occorrerà sempre invocarlo ogni volta che ci si mette di fronte al sacro testo per il “religioso” (non solo culturale ed esegetico) ascolto della parola di Dio; per ricercare in essa orientamenti di vita e risposte di senso; per assumere e diffondere i messaggi evangelizzatori.

La Dei Verbum ricorda che Cristo, con l’invio dello Spirito santo, compie e completa la rivelazione. E, se tutta la chiesa è edotta dallo Spirito santo, è altrettanto vero che i successori degli apostoli, introdotti dallo Spirito santo nella pienezza della verità (Dei Verbum 20), hanno nei vescovi e soprattutto nel papa i loro continuatori, i garanti dell’ortodossia e dell’ortoprassi. Nessuna mitizzazione dei vescovi, ma doveroso riconoscimento del loro ministero cui è dovuta la nostra obbedienza.

La Costituzione sulla liturgia mette in evidenza che nella Chiesa tutto dipende dallo Spirito santo. Chiesa-sacramento, e, in essa, i sette sacramenti, sono opera dello Spirito santo.

Infine la costituzione “ponte” tra la Chiesa e il mondo contemporaneo, la Gaudium et Spes, ruota tutta sulla azione dello Spirito santo con apertura sul mondo intero.

Possiamo applicare allo Spirito santo quanto Gesù ha detto di se stesso: “Senza di me non potete fare nulla” (Gv 15,5).

Solennità di Pentecoste Motivi per rendere grazie

“D

el tuo Spirito, Signore, è piena la terra”: il ritornello del salmo situa in maniera appropriata l’azione dello Spirito/soffio vitale di Dio. La nostra esultanza in questo giorno è motivata proprio da questa universalità dell’agire divino, che dona la vita a ogni creatura e giustifica pienamente l’affermazione della predicazione apostolica: “In lui viviamo, ci muoviamo ed esistiamo” (At 17,28). Troppo poco si riflette sull’importanza del vivere e del morire nel Signore, che è come dire: “Nessuno di noi vive per se stesso e nessuno muore per se stesso” (Rm 14,7).

Una conseguenza immediata di questo insegnamento è richiamata dalla seconda lettura: “Quelli che sono di Cristo hanno crocifisso la loro carne (il loro egoismo) con le sue passioni e i suoi desideri”; è un altro motivo di esultanza che ispira il rendimento di grazie.

Nella Pentecoste lasciarsi guidare dallo Spirito consiste proprio nel non essere mai trascinati, nei propri comportamenti, dal cieco egoismo, ma dall’apertura agli altri e alle loro esigenze. È importante far sì che la nostra vita diventi, giorno dopo giorno, un graduale far spazio allo Spirito.

Parole chiave

Pentecoste. La festa porta questo nome perché cadeva cinquanta giorni dopo la Pasqua. Coincideva con la festa della mietitura, giorno di gioia e di ringraziamento. Era l’occasione per un pellegrinaggio a Gerusalemme, che coronava il pellegrinaggio pasquale.

Il senso nuovo cristiano della festa è spiegato in Atti 2,1-11 (prima lettura): è la celebrazione della venuta dello Spirito che offre la salvezza operata da Gesù e costruisce l’unità del genere umano: segno di una salvezza arrivata, luce che aiuta la comunità a prendere coscienza della sua vocazione missionaria e ecumenica, anticipo del grande raduno finale: temi questi tutti presenti nel racconto di Luca.

Carne e Spirito. Specialmente in Paolo e in Giovanni si legge con frequenza la contrapposizione “carne” e “spirito”. Ecco alcune frasi molto note: “Ciò che è nato dalla carne è carne, ciò che è nato dallo Spirito è Spirito” Gv 3,6. “È lo Spirito che vivifica, la carne non giova a nulla” Gv 6,63. “La carne ha desideri opposti allo Spirito, e lo Spirito desideri opposti alla carne” Galati 5,17.

Contrariamente a quanto potrebbe sembrare, in queste frasi la contrapposizione carne e spirito non equivale a corpo e anima. La carne è l’uomo lasciato a se stesso, l’uomo chiuso nel suo mondo e nel suo egoismo; lo spirito è l’uomo aperto allo Spirito di Dio, aperto alla grazia e all’amore, rivolto al mondo di Dio.

Il cero pasquale

O

ggi il cero pasquale si spegne, ma non viene messo in un polveroso ripostiglio come forse avveniva in un tempo non tanto lontano. Il messale romano prescrive di “portare il cero pasquale nel battistero e di conservarlo con il debito onore. Alla fiamma del cero si accendono, nella celebrazione del Battesimo, le candele dei neo-battezzati”.

La presenza del cero accanto al fonte battesimale non solo è in funzione dei futuri battesimi, ma resta anche un richiamo battesimale per tutti noi battezzati, che, forse, troppo facilmente dimentichiamo che la Pentecoste non tanto conclude un evento unico nella storia dell’umanità (la missione di Gesù su questa terra), quanto piuttosto dà ufficialmente inizio ai tempi nuovi, agli ultimo tempi, al tempo dello Spirito e della Chiesa, cioè al nostro tempo. E il nostro tempo è il tempo della testimonianza: “Come il Padre ha mandato me, anch’io mando voi”.

La Pentecoste ci ricorda allora che, come il congedo dal cero, così il congedo al termine della celebrazione eucaristica, non è un invito a sonnecchiare o a spegnere gli occhi, ma, al contrario, un’esortazione ad andare per il mondo a testimoniare la pace, il perdono. Il tempo dopo la Pentecoste, nell’attesa dell’ultima venuta, è davvero il nostro tempo.

 

Dare senso e profondità a tutte le cose, anche le più insignificanti

G

esù sale al cielo e gli apostoli sono invitati a guardare la terra. Nel cammino cristiano sono due le tentazioni: quella verticale e quella orizzontale.

È difficile oggi parlare di cielo, l’uomo di oggi non sembra molto desideroso di andare in cielo, è molto impegnato nei richiami del mondo presente, delle sue gioie e delle sue sofferenze. Anche le virtù teologali tendono a diventare virtù puramente umane. La speranza che diventa desiderio di un mondo migliore; la carità che diventa filantropia. È difficile oggi parlare di vita eterna, di vivere in Dio.

Le tentazioni sono due: da una parte la fuga dal mondo che si rifugia in un misticismo evanescente, un devozionalismo che giustamente è stato definito “oppio dei popoli”; dall’altra la tentazione di assolutizzare la realtà presente, la realtà terrestre come fine di tutto.

Gli apostoli, dopo aver guardato al cielo, sono invitati a guardare alla terra, a dar vita alla Chiesa come presenza di Cristo oggi qui sulla terra. Le nostre comunità sono chiamate oggi a coniugare impegno concreto e preghiera, facendo molta attenzione che la magìa o la superstizione non soffochino la fede, che il credere nella presenza e nella azione di Satana non cancelli la presenza di Dio.

“Predicate il Vangelo ad ogni creatura”

Il Cristo non è più “presente”. Sarà compito degli apostoli renderlo presente con la loro parola e con la loro vita. Nasce la Chiesa e il potere della Chiesa non sarà tanto un potere giuridico, ma spirituale. “A quanti lo hanno accolto ha dato il potere di diventare figli di Dio”. Nella misura in cui questa chiesa viene riempita dallo Spirito, godrà di un divino potere.

La Chiesa, accogliendo Cristo, diventa capace di essere questa presenza di Dio e di continuare l’opera di Cristo.

Il cristiano sarà chiamato con Cristo a essere capace di amare, e di amare fino alla fine. Ad amare anche i nemici, a perdonare, a condividere.

Maria diventa il simbolo altissimo di questo “divino” potere e il Magnificat ne è la traduzione: “Grandi cose ha fatto in me l’Onnipotente”. Maria sa rendere sacre e grandi tutte le cose. Il cristiano è chiamato come Cristo a dare senso e profondità divina a tutte le cose, anche alle più piccole e insignificanti.

40a Giornata Mondiale delle Comunicazioni Sociali

“I Media: una rete a servizio dell’umanità”

"C

ontribuire costruttivamente alla diffusione di tutto quanto è buono e vero" (cfr. Messaggio n. 2), questo, secondo Benedetto XVI, è l'atteggiamento che deve guidare tutti coloro che operano nelle comunicazioni sociali. Solo ponendosi a servizio di ciò che è "buono e vero" i media potranno costruire realmente una "rete di comunicazione, comunione e cooperazione". È questo il cuore e il senso del Messaggio del Santo Padre per la 40a Giornata Mondiale delle Comunicazioni sociali, che si celebrerà il prossimo 28 maggio.

In primo luogo occorre focalizzare e promuovere i beni fondamentali, tra cui la "dignità della persona umana" al fine di essere "più responsabili e più aperti agli altri, soprattutto ai membri della società più bisognosi e più deboli" (n. 4).

In particolare poi è necessario "sostenere ed incoraggiare la vita matrimoniale e familiare" perché da essa dipende il bene delle persone e dell'intera società, a partire dai processi educativi (n. 3). L'attenzione a ciò che è bene, infine, favorisce la crescita di una società sempre più solidale, capace di generare giustizia e pace per ogni uomo e per tutti i popoli, realizzando quella rete di comunione che dovrebbe essere il fine stesso dei media.

Nel mese di maggio

un polittico di riflessione su Maria

5) Maria vedova

I

l lasso di tempo che separa l’intervento di Maria alle nozze di Cana dal dramma di Gesù sul Calvario, è interrotto dalla presenza di lei (sola) in due episodi citati da Marco (3,31-35) e da Luca (8,19-21), con il silenzio assoluto già in queste occasioni sulla figura di Giuseppe. Ciò ha dato luogo alla supposizione che Giuseppe sia già da allora del tutto scomparso e che di conseguenza Maria abbia vissuto entro e oltre questo spazio in assoluto stato di vedovanza. Non si sa da quando e per quanto. E il titolo di Maria santa vedova non ha trovato riscontro sensibile nella devozione mariana. È una lacuna che tento in parte di colmare accennandone a conclusione di questo polittico, perché se è vero come è vero che nella nostra realtà demografica le vedove costituiscono una categoria rilevante che in tanti modi si rende utile per svariate mansioni, dall’educazione dei figli e dei nipoti, alle tante altre attività culturali e sociali di enorme e insostituibile rilevanza, è giusto dare spazio a questo aspetto della vita di Maria che la presenta come modello di vita per tutte le vedove e come patrona della loro condizione civile.

Come avrà vissuto Maria questa realtà, fonte per molte vedove di chiusura in se stesse, di atteggiamento rinunciatario e di doloroso isolamento mentre per tante altre essa è occasione e stimolo ad aprirsi al dialogo con Dio, alla socializzazione, alla sensibilizzazione verso i bisogni altrui?

Noi immaginiamo ovviamente che chi, pur aiutandolo a crescere è stato alla scuola di Gesù, unica nel suo genere, abbia continuato a rimanere nella semioscurità in cui era vissuta da sempre, sostenuta dalla profonda fede in Dio, dall’accettazione generosa della sua volontà e sia diventata modello di vita e punto di riferimento per gli apostoli stessi e per tutti i discepoli di suo Figlio. Adesso vorremmo che lei fosse la consolatrice per tutte le donne che vivono la tragedia della perdita di un figlio o di un marito, perché non vivano di puro rimpianto di amori perduti, ma mantengano la consapevolezza che l’esperienza affettiva vissuta nel matrimonio e nella genitorialità sia una spinta a impreziosire il tempo di vita ancora a loro concesso in impegno di crescita nell’amore di Dio e nel servizio ai fratelli. L’importante è che non si faccia spazio a nessuna ombra di depressione talvolta frutto della solitudine, tal altra della incomprensione e si possa dire con san Paolo: “Sia benedetto Dio, Padre del Signore nostro Gesù Cristo, Padre misericordioso e Dio di ogni consolazione, il quale ci consola in ogni nostra tribolazione, perché possiamo anche noi consolare quelli che si trovano in qualsiasi genere di afflizione con la consolazione con cui siamo stati consolati noi stessi da Dio” (2Cor 1,3-4).

don Arturo (fine)

 

Il Testamento di Gesù

È

 questo l’ultimo vangelo prima dell’Ascensione al cielo. Ha il sapore forte di un testamento e, di fatto, lo è. Quanto è descritto succede nel Cenacolo, all’ultima cena. È una serata di addio, di tradimenti… e il Signore offre il suo testamento.

L’apostolo Giovanni – presente come sempre – è il testimone che ricorda e, oggi, racconta. Gesù confida ai dodici apostoli che il Padre lo ama di un amore infinito e poi assicura i suoi amici lì convocati: anch’io vi amo, con lo stesso amore con cui sono amato dal Padre mio; anzi, voglio spingere il mio amore fino al dono della vita per voi.

Dio è amore! Così l’apostolo Giovanni condensa la sua personale esperienza di vita accanto al Signore. E questa risulta essere la più esaltante e perfetta definizione di Dio. Dio, da tanti riconosciuto come l’artefice sommo del creato, o considerato l’origine e la causa di tutto… è chiamato da Gesù: “Padre!”. Ma con geniale e tenerissima intuizione, Giovanni afferma: “Dio è amore!”.

L’amore però è esigente… sempre, Infatti Gesù quella medesima sera, consegna agli apostoli la sua impegnativa richiesta: “rimanete nel mio amore”. Gli Apostoli comprendono bene che rimanere nella sua amicizia comporta: riconoscer tutti gli uomini, ogni uomo… come fratello e, nella vita quotidiana, portare frutti di bene che rimangono per sempre. Ma con Gesù gli Apostoli stanno anche imparando che permanere in Lui è garanzia di un immediato e impagabile effetto: la gioia piena. É proprio questa la letizia e la pace che avevano veduto e assaporato nella vita del Signore Gesù; ora sono consapevoli che era l’esito del suo rimanere nel Padre. Vivere in tal modo è quindi davvero desiderabile per se stessi e augurabile ad ogni uomo.

Lasciamoci pervadere da questa certezza di Cristo; essa è anche la massima “convenienza” per la nostra esistenza: “Come il Padre ha amato me, così anch’io ho amato voi. Rimanete nel mio amore”. La vita – come convenienza cristiana – consiste proprio nell’accogliere in noi la vita che Dio dona attraverso il Figlio suo; questa vita è l’amore stesso di Dio. Chi ne fa esperienza può riconoscere – come l’Apostolo Giovanni riconobbe – che Dio è amore!

 

“Deus Caritas Est”

C

i pare opportuno e appropriato in questa domenica nella quale i brani della liturgia ruotano sinfonicamente attorno a un unico tema, che è poi il cuore del messaggio cristiano: l’amore di Dio -, riportare la prima parte del testo dell’introduzione che Papa Benedetto ha voluto premettere alla enciclica “Deus caritas est”. Il testo può costituire anche un incentivo a leggere o… rileggere il bellissimo documento del Papa.

1. «Dio è amore; chi sta nell’amore dimora in Dio e Dio dimora in lui» (1Gv 4, 16). Queste parole della Prima Lettera di Giovanni esprimono con singolare chiarezza il centro della fede cristiana: l’immagine cristiana di Dio e anche la conseguente immagine dell’uomo e del suo cammino. Inoltre, in questo stesso versetto, Giovanni ci offre per così dire una formula sintetica dell’esistenza cristiana:«Noi abbiamo riconosciuto l’amore che Dio ha per noi e vi abbiamo creduto ».

Abbiamo creduto all’amore di Dio - così il cristiano può esprimere la scelta fondamentale della sua vita. All’inizio dell’essere cristiano non c’è una decisione etica o una grande idea, bensì l’incontro con un avvenimento, con una Persona, che dà alla vita un nuovo orizzonte e con ciò la direzione decisiva.

Nel suo Vangelo Giovanni aveva espresso quest’avvenimento con le seguenti parole: «Dio ha tanto amato il mondo da dare il suo Figlio unigenito, perché chiunque crede in Lui… abbia la vita eterna» (3, 16). Con la centralità dell’amore, la fede cristiana ha accolto quello che era il nucleo della fede d’Israele e al contempo ha dato a questo nucleo una nuova profondità e ampiezza. L’Israelita credente, infatti, prega ogni giorno con le parole del Libro del Deuteronomio, nelle quali egli sa che è racchiuso il centro della sua esistenza: «Ascolta, Israele: il Signore è il nostro Dio, il Signore è uno solo. Tu amerai il Signore tuo Dio con tutto il cuore, con tutta l’anima e con tutte le forze» (6, 4-5). Gesù ha unito, facendone un unico precetto, il comandamento dell’amore di Dio con quello dell’amore del prossimo, contenuto nel Libro del Levitico: «Amerai il tuo prossimo come te stesso» (19, 18; cfr Mc 12, 29-31). Siccome Dio ci ha amati per primo (cfr 1 Gv 4, 10) l’amore adesso non è più solo un « comandamento», ma è la risposta al dono dell’amore, col quale Dio ci viene incontro.

In un mondo in cui al nome di Dio viene a volte collegata la vendetta o perfino il dovere dell’odio e della violenza, questo è un messaggio di grande attualità e di significato molto concreto. Per questo nella mia prima Enciclica desidero parlare dell’amore, del quale Dio ci ricolma e che da noi deve essere comunicato agli altri. […]

 

 

Nel mese di maggio

un polittico di riflessione su Maria

4) Maria Madre

M

aria sorella, Maria vergine, Maria sposa, per arrivare soprattutto a presentarla come Madre. È il titolo che sarà supremo, quello che è fonte di tutti gli altri, e intorno al quale ruota la devozione della Chiesa.

Come proclamerà nel 431 il Concilio di Efeso, Maria è la Theotókos, cioè la madre di Dio, un modo di esprimersi che introduce nel mistero dell’identità tra madre di Gesù e madre di Dio, quindi di Gesù e Dio. Fungendo da madre di Colui che, pur rimanendo Dio non disdegnò di farsi uomo per procurare agli uomini la salvezza, Maria genera, accudisce il Figlio dell’Altissimo e lo accompagna, quasi sempre silenziosa, in varie fasi della sua vita e attività, ma nello stesso tempo esercita la sua maternità divina. “Nel tuo ventre si raccese l’amore/ per lo cui caldo nell’eterna pace,/ così è germogliato questo fiore” canterà poi Dante. E ai piedi della croce si sentirà chiamata a un impegno forse ancor più gravoso “Donna, ecco il tuo Figlio” dirà Gesù indicando Giovanni e poi al discepolo “Ecco tua madre” affidando di più questo a lei che non lei all’apostolo (Gv 19). Un grande filosofo francese notoriamente ateo come Jean Paul Sartre ha presentato di Maria un quadretto profondamente umano e ci ha lasciato un suggestivo monologo immaginario tra lei e il suo Bambino, costruito in una maniera delicata e naturalissima che però va oltre l’esperienza della maternità e dice qualcosa che rappresenta la vicenda unica sconcertante di Maria: “Questo Dio è mio Figlio; questa carne divina è la mia carne; è fatta di me; ha i miei occhi; la forma della sua bocca è la forma della mia, mi assomiglia. È Dio, eppure mi assomiglia. Nessuna donna ha mai potuto avere in questo modo il suo Dio per sé sola. Un Dio bambino che si può prendere tra le braccia e coprire di baci. Un Dio caldo che sorride e respira. Un Dio che si può toccare e che ride”.

Ma anche ogni ritratto della Pietà scuote la sensibilità di tutti. Si conosce specialmente quella (non unica) di Michelangelo. Però nessuno ha ancora scritto: la passione di Maria. Iacopone da Todi se n’è fatto interprete nella sua famosissima lirica: “Il pianto di Maria”.

Dal presepio al Calvario questa Donna eccezionale ci descrive la parabola di una vita crocefissa per amore, ma che oggi, assunta in cielo siede alla destra di suo Figlio e continua a intercedere per gli altri suoi figli. A me personalmente rimane fisso il quadro struggente di una donna “condannata” ad essere la “madre del Crocifisso” che procede con la massima attenzione a non calpestare i rivoli di sangue che gocciolano da suo Figlio sulla Via Crucis unica per tutti e due.

don Arturo (continua)

 

Ancora un “Vangelo” di rivelazione

È

 ancora un “Vangelo” di rivelazione quello oggi proclamato: la “pietra scartata” diventa “pietra angolare” e ha il diritto di rivelarsi in pienezza affermando: “Io sono… il buon pastore, la vera vite…”

È interessante osservare come tutte le tessere del mosaico della “rivelazione” che si viene componendo di domenica in domenica ha tratti di tipo relazionale: nel rivelarsi Gesù non è l’unico solitario abitatore di uno spazio immenso e vuoto. Egli rivelandosi, svela tutto un tessuto di rapporti. Certamente egli è la vera vite, ma piantata dal Padre, dal Padre amata e curata; ed è una vite ornata di tralci attraverso i quali scorre linfa, la vitalità, e i frutti vengono generati.

Vien fatto di dire che rivelandosi attraverso l’immagine della vite Gesù vuole affermare che la sua passione, morte e risurrezione non hanno abolito la caratteristica dell’“alleanza”: al contrario essa è assunta in pienezza e portata al livello della relazione di intimità e di mutua inabitazione tra Cristo e il suo popolo.

È pure doveroso precisare che questa intimità o inabitazione non si devono pensare solamente in maniera metaforica o come qualcosa che avviene a un livello solamente psicologico. Tale relazione è del tutto “reale”, è sacramentale e va compresa e vissuta come tale.

Altrove Gesù dice: “Io sono il pane vero” e chiede di accoglierlo nella fede e nella “manducazione” sacramentale, senza “scandalizzarsi”; qui dice: “Io sono la vite vera”; dalla “vendemmia” e dalla “torchiatura” della passione sgorga il “vino nuovo” della “definitiva alleanza”; tale vino va accolto nella fede e sacramentalmente bevuto.

Così, tramite questa complessa esperienza, si resta uniti alla vite, si diventa destinatari della cura e della potatura operata dal Padre, si reca molto frutto…

“Dio è più grande  del nostro cuore”

È

 bellissima questa affermazione di Giovanni (1Gv 3.20) riportata nella liturgia di questa quinta domenica di Pasqua. La tenerezza di Dio è la tenerezza della mamma anche quando noi non oseremmo pretendere il perdono, anche quando noi non avremmo il coraggio di perdonarci. Il figliol prodigo quando torna pensa di non essere più accolto come figlio, il padre invece non sente neppure le scuse: lo abbraccia, lo bacia… si fa festa. Il cuore del padre è molto più grande del cuore del figlio. Dio mi ama più di quanto io sono capace di amarmi. Se abbiamo presente questo, non abbiamo più bisogno di intercessori. Una certa devozione ai Santi e a Maria è nata da una falsa immagine di Dio. Ritenere, come qualche volta si è sentito dire, che Maria fa entrare dalla finestra quelli che Gesù non lascia entrare dalla porta, non rispecchia certo la “verità” dell’amore di Dio verso l’uomo …

La Chiesa di Cristo:

fiore vero

I

 fiori finti, confezionati in maniera plastica, per quanto belli e verosimiglianti, hanno sempre qualcosa di freddo… Raccolgono facilmente la polvere che conferisce loro un aspetto di morte… Insomma hanno qualcosa che fa percepire l’assenza di vita! Non è bello metterli in Chiesa, né accanto all’altare del Signore, né davanti ai santi. Piuttosto che la finzione dei fiori in plastica, in chiesa è molto meglio la spoglia verità del niente.

Come la fredda e sterile bellezza dei fiori finti, così è la vita del cristiano e della chiesa allorché ci si agita per tante cose e si perde di vista l’intima e reale comunione di grazia con Cristo. Feste, processioni, pellegrinaggi… tutto può diventare falsamente bello come i fiori di plastica!

“Chi rimane in me porta molto frutto, perché senza di me non potete fare nulla”.

Ogni attività liturgica, culturale, catechistica, ricreativa, sociale porta frutto solo nella misura in cui è espressione di vita secondo lo Spirito, cioè “non a parole, né con la lingua, ma a fatti e nella verità” (2ª lettura).

In altre parole, l’autentica presenza dello Spirito traduce la fede in concreti gesti d’amore; impedisce che le diverse attività della chiesa siano sterili come fiori finti. Il fiore vero è talvolta difettoso, certamente più delicato, appassisce e muore, ma esso ha un seme che lo fa rivivere continuamente in novità di vita. Così è del cristiano e della chiesa che immergendosi nella storia e nel tempo vive di precarietà, di fragilità e talvolta porta anche i segni di ferite… Ma porta anche frutto come il tralcio che è unito alla vite, e soprattutto come un seme che, lasciato cadere in terra, nel dono totale, germoglia per una vita senza fine.

Nel mese di maggio  ~ Un polittico di riflessione su Maria

3) Maria Sposa

Nella scena dell’Annunciazione a Giuseppe, tipica del Vangelo di Matteo (1,18-25) si evidenzia ripetutamente che Maria è sposa di Giuseppe, e che, ovviamente Giuseppe è sposo di Maria. Così, anche se il Figlio che nasce non è frutto della carne e del sangue (generò Cristo senza che Giuseppe la “conoscesse”), Maria però non cessa di essere sposa, cioè innamorata e legata a un uomo. C’è una dimensione di amore che Maria ben rappresenta.

A questo proposito è molto bello il testo apocrifo “La storia di Giuseppe il falegname” tanto caro alla Chiesa di Oriente, in cui si presenta non solo Giuseppe innamorato di Maria, ma anche Maria innamorata di Giuseppe. Peccato che l’iconografia classica che ci presenta il matrimonio tra i due (cfr. Raffaello, ma non solo lui) e anche altri momenti della loro vita, come i presepi, ci diano di Giuseppe un’immagine stereotipata (il vecchietto semicalvo con la barba bianca e magari anche il bastone in mano) perché la preoccupazione di chi lo ritraeva era quella di presentarlo più che sposo, custode della verginità di Maria. E invece Giuseppe è il primo uomo che amò teneramente Maria, in seguito amata da molti credenti.

In questa storia Giuseppe dice: “Io l’ho amata in modo unico, col movimento della mia volontà e dei miei sentimenti , col beneplacito del Padre celeste e col consiglio dello Spirito Santo”. Egli vede dunque l’amore nei confronti di Maria come volontà di Dio, tant’è che dopo il misterioso concepimento lui “che era giusto e non voleva ripudiarla, decise di licenziarla in segreto” (v. 19). Quindi Maria è vera sposa e quindi modello di tutte le spose.

In verità di questo ruolo si parla generalmente ben poco e si scrive ancor meno anche nei trattati di Mariologia, come vedremo del resto del ruolo di vedova.

Ma è soprattutto nella devozione popolare che si trascurano spesso e volentieri queste dimensioni umane di Maria, che, prima di essere Sposa dello Spirito Santo nell’ambito soprannaturale, è sposa di Giuseppe nell’ambito naturale.

Se tutti gli sposi cristiani imparassero da lei e a lei facessero riferimento, anche quando vivono rapporti difficili col coniuge, in lei, alla luce della fede, troverebbero il senso del loro “stare insieme”, del vivere, santamente il loro affetto coniugale senza esaurirlo mai, intensificandolo continuamente nella preghiera, nella comprensione reciproca e anche nella sofferenza accettata come dono misterioso di Dio.

don Arturo (continua)

 

Un solo gregge e un solo pastore

L

a preoccupazione, doverosa e motivata, del precetto domenicale e festivo, ha fatto un po’ dimenticare che la celebrazione eucaristica è fondamentalmente un convito, un banchetto familiare. Ora, un convito, per natura sua, è un’espressione di comunione.

Il fine e lo scopo della messa è la costituzione della chiesa, popolo di Dio. “L’Eucarestia fa la chiesa. Coloro che ricevono l’Eucarestia sono uniti più strettamente a Cristo. Perciò stesso Cristo li unisce a tutti i fedeli in un solo corpo: la chiesa. La comunione rinnova, fortifica, approfondisce questa incorporazione alla chiesa, già realizzata mediante il Battesimo. Nel battesimo siamo chiamati a formare un solo corpo. L’Eucarestia realizza questa chiamata”.

È quindi un controsenso celebrare la messa in senso privatistico, come una faccenda del tutto individuale. La celebrazione della messa è azione di Cristo e del popolo di Dio gerarchicamente ordinato.

Non è senza una profonda ragione che nell’antica tradizione romana sia nato il rito del fermentum, cioè di un pezzetto di pane consacrato che il papa affidava ai suoi presbiteri, i quali lo portavano nelle loro comunità e durante la Messa lo ponevano nel calice prima della comunione in segno di quell’unità con il vescovo che sola rende vera e legittima ogni celebrazione eucaristica. Così, infatti, scriveva sant’Ignazio di Antiochia († 112): “la sola eucarestia sicura (=legittima) è quella presieduta dal Vescovo o da colui che egli ha designato”.

È con questa consapevolezza che in ogni preghiera eucaristica si pronuncia il nome del vescovo locale insieme a quello del papa. Non si tratta di un semplice gesto onorifico. Si tratta di esprimere il significato della Messa, che è pieno soltanto se in comunione con il proprio vescovo e con il successore dell’apostolo Pietro.

La “eventuale” contestazione nei confronti dell’autorità ecclesiale si può esprimere con altri “mezzi”, ma non con l’eucarestia che di suo esprime la comunione con il vescovo. Infatti nella preghiera eucaristica non si prega semplicemente per il papa e per il vescovo. Si pronunciano i loro nomi precisi in segno di piena comunione con loro per quanto riguarda l’ortodossia della fede.

Certo, si prega anche per loro perché possano compiere con fedeltà e saggezza la loro missione di costruire l’unità ecclesiale. “Ricordati, Padre, della tua chiesa diffusa su tutta la terra; rendila perfetta nell’amore in unione con il nostro Papa (nome), il nostro Vescovo (nome), e tutto l’ordine sacerdotale” (Preghiera eucaristica II).

D’altra parte, in ogni legittima assemblea eucaristica è sacramentalmente presente la chiesa tutta intera. Per questo si fa memoria anche di tutto il collegio episcopale “di tutto il clero e di tutto il popolo redento” (Preghiera eucaristica III), compresi tutti i giusti che hanno lasciato questo mondo. Ogni eucarestia infatti esprime anche la comunione con quella parte di chiesa che ha già raggiunto l’ultimo traguardo e gode in pienezza senza fine “con la beata Maria Vergine e Madre di Dio, con i santi apostoli, i gloriosi martiri e tutti i santi”.

Questa parte della preghiera eucaristica diventa per davvero un impegno e un invito a vivere la comunione ecclesiale.

Giornata Mondiale di preghiera per le Vocazioni

7 maggio 200 6, IV di Pasqua Una data da ricordare

D

a più di 40 anni, la IV domenica di Pasqua è dedicata, in tutta la Chiesa, ad una particolare preghiera e riflessione per le vocazioni al ministero ordinato e alla vita consacrata. Si può onestamente negare che sia un appuntamento importante? Immaginare che la comunità cristiana possa, almeno una volta all’anno, essere più attenta del solito ed in maniera più corale, al futuro dei propri figli e alla loro personale chiamata, sembra una preziosa opportunità da non perdere. Si sa: non è attraverso una giornata che si affronta un tema tanto importante e delicato; ma se non lo si fa neanche in questa giornata, significa che probabilmente non lo si fa mai. La giornata è una data importante se diventa un punto di arrivo e di partenza per una riflessione e preghiera che dura tutto l'anno ed interpella il cuore di tutti.

Il tema proposto per la Giornata è: “Anche tu, in Cristo, dai vita alla speranza!”

Lo slogan è rivolto a ognuno di noi ed è un invito a vivere sempre più intensamente la nostra missione tra i fratelli servendo il vangelo della speranza con la nostra semplice, serena e trasparente testimonianza di fede e di amore. In modo tutto particolare ciò vale per le nuove generazioni. Per due aspetti che è bene sottolineare: il primo riguarda direttamente loro e ricorda ad essi che soltanto un incontro personale, intimo, profondo con il Signore, operato dallo Spirito Santo, conduce ad una vita secondo il suo cuore e genera autentici testimoni. Da questa profondità e in questa profondità sgorgano le condizioni per una scelta vocazionale resa così difficile da una cultura secolarizzata e non di rado lontana dalle attese del cuore del Creatore. Un secondo aspetto riguarda noi: la testimonianza delle nostre comunità ed in particolare, al loro interno, del ministero del presbitero, è essenziale per la fioritura delle vocazioni al ministero ordinato e alla vita consacrata... Esse certamente vengono da Dio che chiama ciascuno per nome,ma sono rese possibili dalla mediazione di fratelli e di sorelle che servono la chiamata ed educano la risposta...E lo fanno prima di tutto con una vita che testimonia la gioia e la bellezza della vocazione all'amore che prende la via verginale della consacrazione e del celibato per il Regno.

Nel mese di maggio un polittico di riflessione su Maria

2) MARIA Vergine Santa

L

’opera di Dio in Maria ha trasceso tutte le vie degli uomini. Il concepimento di Gesù è diverso da quello di tutti gli uomini e donne che affiorano sulla superficie della terra. Persino diverso da quello di Giovanni Battista del tutto fuori della norma ed eccezionale. Lì una donna sterile e anziana vede Dio intervenire e renderla feconda. Dal suo grembo ormai arido e chiuso, Colui che tutto può fa scaturire la vita bypassando tutte le possibili vie dell’uomo. Però, sebbene determinata da Dio, la nascita di Giovanni è una cosa umana (Giovanni è figlio di Elisabetta e Zaccaria).

Il concepimento di Gesù è tutt’altra cosa. Per esso agisce lo Spirito Santo, colui che nasce è lo stesso “Figlio di Dio”. Non sarebbe stato uno scandalo se fosse stato il frutto di Maria e Giuseppe , chiamato pure in causa da Dio per fungere da custode amoroso di suo Figlio. Ma la verginità si addiceva alla mamma di Gesù non tanto per compiacere il Padre (apparentemente sostituendolo) e neppure per giustificare la Madre davanti agli occhi degli uomini, ma per garantire la rigorosa consustanzialità divina del Figlio con il Padre e introdurre nell’orbita della divina Trinità Colei che, nata donna, e, rimanendo tale, in virtù della sua Immacolata Concezione prima e della sua vocazione alla maternità divina poi, non avrebbe inquinato la trasparenza della divinità che avrebbe concepito; avrebbe solo evidenziato ai futuri credenti, quindi anche a noi, l’irruzione dello Spirito Santo nella complessa vicenda umana al fine unico di salvarla dall’invasione del peccato.

Noi non siamo qui a discutere sul valore o meno della verginità in senso fisico: sappiamo quanto può essere virtuosa oppure ingannevole, né ci preoccupa la violazione della stessa che può essere frutto di ignobile violenza ma anche di legittimo e/o doveroso approccio nell’ambito coniugale. Per noi ha importanza ritenere che la verginità dello spirito, più che del corpo, in Maria ha suscitato quell’interrogativo imbarazzato di una fanciulla tutta e solo consacrata a Dio “Come è possibile? Non conosco uomo” (Lc 1,34). Il suo cuore indiviso da sempre e per sempre è stato per lei la migliore via per prepararsi ad accogliere suo Figlio. E questo ci basta per poter tentare di imitarla o almeno disporsi, come nel motto episcopale di Giovanni Paolo II, ad esserle totus tuus magari aggiungendovi: totus et semper tuus. Allora verginità è uguale a santità in senso autentico e completo, che abbraccia pensieri, parole, opere e non si riferisce solo alla cosiddetta castità, ma… al cuore indiviso disponibile solo per Dio.               don Arturo (continua)

 

“Sono proprio io”

D

opo la sua risurrezione Gesù sembra avere un’unica preoccupazione: convincere i suoi che egli non è un fantasma; è veramente vivo e continua ad essere presente, sebbene in modo diverso. Infatti non è immediatamente riconoscibile, come dimostra l’episodio della Maddalena mentre piange di fronte al sepolcro vuoto e come dimostra anche l’episodio dei discepoli di Emmaus. I muri e le porte chiuse non gli fanno ostacolo. E con tutto ciò porta i segni dei chiodi e mangia.

In breve, il Signore vuole abituare i suoi ad una presenza vera ma “sacramentale” che si realizza cioè misteriosamente attraverso dei segni.

Fra questi emergono i segni del pane e del vino, gli elementi che Cristo stesso, dando pieno compimento al rito della pasqua ebraica, ha voluto come segni del suo sacrificio e della sua presenza durante tutto il tempo di quel nuovo esodo che terminerà quando la storia di questo mondo raggiungerà il suo traguardo nella nuova Gerusalemme.

È su questi segni che Gesù ha pronunciato quelle chiare parole che ne fanno il sacramento più alto del culto cristiano: “Prendete e mangiate: questo è il mio corpo offerto per voi. Prendete e bevetene tutti: questo è il calice del mio sangue …”. Parole forti e inequivocabili che riecheggiano in qualche modo nella più semplice affermazione del Risorto: “Sono proprio io”.

La presenza del Risorto trova la sua massima espressione sacramentale nel pane e nel vino, tuttavia questo modo di presenza non è esclusivo. La celebrazione della messa non costituisce un complesso di gesti e parole che fanno da semplice contorno alle parole dell’istituzione sui segni del pane e del vino.

La costituzione conciliare sulla liturgia afferma che «Cristo è sempre presente nella sua chiesa, in modo speciale nelle azioni liturgiche. È presente nel sacrificio della Messa sia nella persona del ministro, sia soprattutto sotto le specie eucaristiche… È presente nella sua parola giacché è lui che parla quando nella chiesa si legge la sacra Scrittura. È presente infine quando la chiesa prega e loda lui che ha promesso: “Dove sono due o tre nel mio nome, là sono io, in mezzo a loro”» (SC7).

E perché questo testo non fosse interpretato come una “licenza poetica”, Paolo VI, nella sua enciclica “Mysterium fidei” (3 settembre 1965), non ancora concluso il concilio, si preoccupa di affermare che la presenza del Risorto nei segni del pane e del vino «si dice reale non per esclusione, quasi che le altre non siano reali, ma per antonomasia, perché è anche corporale e sostanziale, e in forza di essa, Cristo, uomo e Dio, tutto intero si fa presente».

È quindi con questa consapevolezza che dobbiamo partecipare alla Messa. Dai riti di introduzione fino al congedo, Cristo, pur con segni e parole diverse, è personalmente presente per sollecitare la nostra conversione, per comunicarci la sua parola e darci l’intelligenza delle scritture.

È presente per farci dono del suo spirito così che possiamo superare tutte le divisioni e diventare suo corpo ecclesiale. Soltanto se sappiamo cogliere e accogliere le diverse modalità della sua reale presenza possiamo essere in grado di partecipare fruttuosamente alla mensa eucaristica.

L’Università Cattolica

I

n occasione della Giornata per l’Università Cattolica che si celebra proprio oggi, domenica 30 aprile, ci piace riportare la riflessione che il biblista Bruno Maggioni propone sul tema stesso della Giornata:

«Verità e amore al centro della cultura».

N

on è raro oggi sentire leggere, non senza qualche punta polemica, che la prima carità è la verità. E questo è certamente giusto. Ma è anche altrettanto facile sentire leggere che la carità è oggi l'unica parola che l'uomo è ancora disposto ad ascoltare. E anche questo è vero. Già la ragionevolezza di ambedue le affermazioni, che a prima vista sembrerebbero elidersi, suggerisce che il rapporto verità/amore è probabilmente circolare, e non si lascia catturare dentro schemi che dicano semplicemente il prima e il dopo. Ma ci avverte anche che occorre precisare quale verità e quale amore.

Chi sottolinea che la prima carità è la verità è probabilmente mosso dalla preoccupazione che il cristianesimo non si riduca ad un semplice operare caritativo, ad un fare generoso ma al tempo stesso confuso, quasi incurante della necessità di idee ferme su Dio, l'uomo e la morale. Chi invece sottolinea che la carità è l'unica cosa che conta, è probabilmente mosso dalla preoccupazione di superare un cristianesimo di idee, di verità astrattamente annunciate e proclamate, di molte parole, sottolineando che il grande male di oggi non è l'esagerazione della carità, ma l'indifferenza.

Ma anche questo ci obbliga a riflettere sul significato evangelico di verità e di amore. Certo all'uomo non basta essere amato né amare. Ha bisogno di sapere e di capire: l'uomo ha bisogno di verità. Ma bisogna anche ricordare che il cen1ro del vangelo è l'amore di Dio per l'uomo e, in risposta, l'amore de!l'uomo per i fratelli. Lo ripetiamo: l'uomo ha bisogno non solo di amore, ma di senso. E vero che l'amore dell'uomo per l'uomo non è ancora il senso. Il vangelo paria anzitutto dell'amore di Dio per l'uomo, non semplicemente dell'amore dell'uomo per l'uomo. È soltanto quando si guarda Dio e l'uomo in profondità che si comprende come verità e amore in un certo modo si identificano. Nel modo comune di parlare verità equivale per lo più a esattezza. Una definizione vera che descrive esattamente una cosa. Un racconto è vero se narra esattamente ciò che è accaduto. Ma per il vangelo, specialmente per il vangelo di Giovanni, la verità è chi è Dio per noi e chi siamo noi per Lui. Gesù può dire di essere la verità perché la sua persona, le sue parole e la sua vita sono la perfetta trasparenza di chi è Dio per noi e di chi siamo noi per Lui. Volendo rendere visibile la sua verità, Gesù ha scelto di vivere un'esistenza in dono, un'esistenza aperta, estroversa, costantemente proiettata al di là di sé. La verità di Dio, la verità che veramente dà senso, è appunto questo amore. Si comprende allora che - sempre per l'uomo evangelico - essere amato e amare è veramente la verità che gli dà senso, a patto però che si legga questa esperienza come la trasparenza di un amore più grande che è il vero desiderio di ogni uomo.

Bruno Maggioni, Docente di Introduzione alla teologia

 all'Università Cattolica di Milano

Nel mese di maggio

un polittico degli aspetti di Maria

1) MARIA nostra sorella

A

bituati come siamo a guardare a Maria Santissima con il giusto atteggiamento che ne caratterizza la devozione vera a una “illustrissima Signora” (per usare il linguaggio che san Luigi Gonzaga usava con la sua madre terrena), e alquanto giustificati in questo fatto che le litanie mariane la invocano innanzitutto con il titolo di Madre (Madre di Dio, madre di Cristo, madre della Chiesa, madre nostra, madre della Divina Grazia), certamente non dimentichiamo, ma forse non evidenziamo a sufficienza il fatto che Maria è originariamente nostra sorella (sorella di natura perché donna, sorella di grazia perché figlia dello stesso Padre, il Creatore, sorella nella santità perché “figlia del suo figlio” santissimo, il Redentore, e, come tale così profondamente unita a ciascuno di noi da essere scelta da Gesù a fungere da Refugium peccatorum, colei davanti alla quale ci si prostra onde interceda a nostro favore dopo che ne abbiamo offeso, maltrattato e ucciso il Figlio, oppure in Lui, tanti nostri fratelli e sorelle, compagni del nostro itinerario terreno.

In tutto simile a noi, fuorché nel peccato, Lei non rimane solo l’ideale cui ispirare il nostro cammino spirituale alla sequela di Cristo, ma ne diventa campagna di vita, autentica sorella.

Si dice che i preti non avendo moglie né figli non hanno molta sensibilità nei rapporti parentali. Si dimentica che in Cristo si possono amare con intensità parenti amici e tantissimi conoscenti che fanno parte della grande famiglia umana e che alla fine diventano un po’ tutti fratelli e sorelle anche dei preti. L’amore non è un solvente che crescendo snatura e fa perdere la forza unitiva delle sostanze in cui viene versato. Maria è la sorella di tutti e di ciascuno. A una sorella si dicono cose che spesso non si dicono a genitori od amici, magari per non farli stancare. La sintonia si crea sulla base di quella connaturalità che fonda la fiducia reciproca. Di lei non si ha mai paura. Per lei le corde del cuore si rendono più sensibili, le confidenze più intime. Specialmente, se è una sorella maggiore – ed è il caso di Maria – ci si sente colmati di fiducia e oggetto di tenerezza.

Maria è pronta a fare di tutto per noi, per la nostra salvezza, proprio perché è nostra sorella.

don Arturo    (continua…)

 

Alle famiglie del Quartiere,

I

l mese di maggio, pur nel nostro tempo di secolarizzazione e di laicismo, non cessa di esercitare il suo richiamo alla devozione verso Maria, la Madre del Salvatore. È un richiamo discreto, non urlato e richiede un po’ di silenzio per poterlo ascoltare. Maria infatti più che a mostrarsi come star o regina, si presenta a noi come madre e sorella, come Colei che prima di noi e più di noi ha fatto un cammino di silenzio interiore, di ascolto attento alla voce dello Spirito, un cammino di progressiva comprensione del Mistero di quel Figlio che pure aveva generato, custodito e cresciuto.

Maria, in maniera sommessa ma intensamente suasiva, continua a “provocarci” cioè a interrogarci sul cammino di purificazione e maturazione nella fede e nella carità, a cui il mistero pasquale, che anche quest’anno ci è stato dato di celebrare, continuamente ci sospinge.

La vera devozione mariana non può infatti non stimolarci a riscoprire e valorizzare quei segni sacramentali – Battesimo, Cresima, Eucarestia – che dalla Pasqua attingono vita e efficacia e che pur non mutando nel suo aspetto esteriore la nostra vita, la purificano, la rendono più pura nelle sue intenzioni e più evangelica nelle sue espressioni. La devozione a Maria costituisce un ulteriore stimolo a uscire da quella situazione di stallo e di mediocrità spirituale che neppure il vento dello Spirito può essere riuscito a rimuovere.

Le varie celebrazioni eucaristico-mariane che in questo mese di maggio si intendono promuovere nelle varie località del Quartiere per concludersi l’ultima sera all’esterno del nostro complesso parrocchiale e alle quali vorremmo partecipassero tante famiglie con tutti i loro membri (ragazzi, giovani, adulti) mirano a questo intento: “ambizioso” ma insieme accessibile a tutti i fedeli.

 

In queste due prime settimane sono previste le seguenti celebrazioni:

 

*     mercoledì 3          in Via Boito al n° 67/a;

*     giovedì 4              in via Ragionieri presso il parcheggio comunale;

*     venerdì 5             in via Pasolini presso il Centro Sociale “la Pagoda”;

*     lunedì 8               in via Bellini nel giardino situato al n.29;

*     venerdì 12            in via Calatafimi nello spazio antistante i condomini nn 38 A/B.

 

L’orario è sempre alle ore 21:00

 

Ma la Pasqua è stata una festa come le altre?

I

ncontrare il Risorto non può lasciare indifferenti. Non lascia indifferenti i discepoli che, dopo aver dubitato delle donne che avevano visto il sepolcro vuoto, “gioirono nel vedere il Signore” (Gv 20,20). Non lascia indifferente quel Tommaso che tutti prendiamo a paradigma degli increduli, ma che dall’incontro con Gesù esprimerà quella bella invocazione di fede “mio Signore e mio Dio” (Gv 9,28). E non lascia indifferente la comunità dei testimoni del Risorto che “aveva un cuore solo e un’anima sola” (At 4,37).

Se crediamo nella risurrezione, il mondo non sarà e non apparirà più quello di prima. Credere nella risurrezione è essere convinti che, come dice la sequenza pasquale, “morte e vita si sono affrontate in un prodigioso duello” e che la vita ha avuto il sopravvento.

Sembra quasi che la nostra esistenza sia sopraffatta dalla morte che avanza.

Biologicamente tutto sembra orientato alla morte e alla fine. Il progressivo invecchiamento, l’assopimento dei sentimenti e degli slanci affettivi, la delusione per alcune lotte che poi si arenano sui problemi di sempre, l’affermarsi di una cultura del profitto su quella della solidarietà, ci prospettano anche la morte dei nostri ideali.

A volte, come comunità cristiana, ci fermiamo al Gesù dell’ultima cena. Ci accontentiamo di un Signore che lava i piedi ai discepoli e che condivide con noi il pane e il vino. Non siamo capaci di capire che “il figlio dell’uomo sta per essere consegnato nelle mani degli uomini e lo uccideranno; ma, una volta ucciso, dopo tre giorni risusciterà. (Mc 9,31).

E questa risurrezione, che arriva solo dopo tre giorni, cambia la vita. Cambia la vita perché la morte non ci fa più paura. Cambia la vita perché, in una cultura che propone una visione dell’amore funzionale al piacere, a trionfare non è chi coglie l’attimo o “il mordi e fuggi”, ma è il dono progressivo e totale di sé.

Il Risorto è colui che non si accontenta di riunirci attorno a un tavolo per parlarci, ma è quello che dà tutto per noi. È colui che fa irruzione nella nostra vita: “mentre erano chiuse le porte… per timore, venne Gesù” (Gv 20,19). È colui che ci dà pace e serenità nei momenti di paura. E invece di rimproverare gli amici alla prima occasione – come avremmo fatto noi – per averlo lasciato solo sul Golgota, dona loro il potere di rimettere i peccati. Sembra paradossale, ma a chi lo ha abbandonato nel momento della sofferenza, a dei “traditori” della sua amicizia, dà la possibilità di perdonare chi sbaglia nei confronti del Padre. All’incredulo Tommaso, Gesù non fa una… predica lunga, ma dice semplicemente: “Metti qua il tuo dito e guarda le mie mani; stendi la tua mano e mettila nel costato” (Gv 20,27).

Per questo “con grande forza gli apostoli rendevano testimonianza della risurrezione del Signore Gesù” (At 4,33). Come potevano, infatti, restare indifferenti a un Dio che ama così profondamente i suoi amici? Per loro incontrare il Risorto non era vedere un fenomeno prodigioso, un morto ritornato in vita, ma era sentirsi veramente amati fino in fondo. Gesù risorto è infatti l’“esemplare” di ogni amante. E, dal sentirsi amati, nasce uno stile di vita nuovo dove “ogni cosa era fra loro in comune” (At 4,32). È la consapevolezza che “tutto ciò che è nato da Dio vince il mondo” (1Gv 8,4) e che quindi non servono più le sicurezze proprie del mondo. Basta l’amore…

Otto giorni dopo

“La sera di quello stesso giorno, il primo dopo il sabato…” cioè il giorno della risurrezione, il Risorto dona lo Spirito. “Otto giorni dopo i discepoli erano di nuovo in casa e c’era con loro anche Tommaso…”

Questo insistente riferimento al primo giorno dopo il sabato, otto giorni dopo, può essere un semplice dettaglio di cronaca? Non sembra perché anche Paolo, circa vent’anni dopo la risurrezione di Gesù, durante il suo terzo e ultimo viaggio, si ferma a Triade (città sulla costa del mar Egeo, oggi Turchia) e in questa città celebra l’Eucarestia nel primo giorno della settimana (Atti 20,7).

Ancora un caso? Non può essere certo casuale il fatto che l’Apostolo Giovanni ponga la visione che costituisce il libro dell’Apocalisse nel giorno del Signore (Ap 1,10). Anzi è proprio in questo testo che appare per la prima volta l’espressione “giorno del Signore” da cui il nostro termine “domenica” dall’espressione latina dies domenica (dal latino dominus = Signore).

Non è quindi un caso la scelta di questo giorno che la tradizione ininterrotta della Chiesa ha sempre collegato con la celebrazione dell’Eucarestia.

Se la tradizione della chiesa ha posto in seguito la celebrazione dell’Eucarestia anche in altri giorni, a cominciare dalla memoria dei martiri, celebrando il sacrificio di Cristo sulla loro tomba, fino a renderla quotidiana per ragioni diverse, ciò non toglie che il suo contesto originario, e pertanto significativo, resta sempre l’assemblea domenicale.

Perché la comunità cristiana non ha scelto il giovedì, giorno nel quale, secondo la tradizione giovannea, fu istituita l’Eucarestia? E perché non il venerdì che è il giorno in cui Cristo morì sulla croce e offrì quel sacrificio perfetto che la celebrazione della Messa rende sempre presente?

La ragione è che l’Eucarestia non è semplice memoria del Cristo storico: essa celebra il Risorto, il Vivente.

Il modello rituale è la cena, ma il suo contenuto è la risurrezione e la sua ultima venuta.

Così scrive la costituzione conciliare sulla liturgia: «Secondo la tradizione apostolica, che ha origine dallo stesso giorno della risurrezione di Cristo, la Chiesa celebra il mistero pasquale ogni otto giorni, in quello che si chiama giustamente giorno del Signore o domenica. In questo giorno infatti devono riunirsi in assemblea per ascoltare la parola di Dio e partecipare all’Eucarestia e così fare memoria della passione, della risurrezione e della gloria del Signore Gesù… La domenica è la festa primordiale… Non le venga anteposta alcuna altra solennità che non sia di grandissima importanza, perché la domenica è il fondamento e il nucleo di tutto l’anno liturgico» (SC 106).

L’Eucarestia domenicale non è quindi una devozione fra le altre, un optional, ma la carta d’identità dei cittadini del Regno di Dio.

IN CAMMINO CON I GIOVANI

"E LA STRADA SI APRE"

I

l nostro vicariato e quelli vicini (Rifredi, Campi, Signa) hanno accolto la proposta del Cardinale di Firenze di incontrare i giovani trascorrendo insieme una giornata di incontro, di cammino e di riflessione.

E’ stata scelta la domenica 21 Maggio 2006, e la méta della giornata di cammino sarà Monte Morello.

Sono diversi i significati del camminare nella nostra vita: si cammina per fare una passeggiata rilassante, per contemplare la natura, per “staccare” dalle troppe attività che ogni giorno ci assillano; si cammina per andare verso l'altro, per raggiungere una méta importante, per imparare ad affrontare la fatica; si cammina perché la nostra vita è un pellegrinaggio e ogni gesto, ogni tappa del percorso ci richiama ad una realtà che va ben aldilà della semplice giornata di viaggio...

Si cammina perché non bastano gli obiettivi limitati e a volte purtroppo vuoti che il mondo ci propone, e si cerca così “di più” e “più in là”... si cerca Qualcuno che ci indichi quale direzione dare al nostro viaggio.

Il programma della giornata sarà presto segnalato nelle bacheche della Parrocchia. Si partirà al mattino, dalla Piazza del Mercato di Sesto; chi non potesse venire dall'inizio, potrà aggregarsi al gruppo a partire dal primo pomeriggio. La giornata si concluderà con la Messa del Cardinale in terza punta (La cima più alta di monte Morello. ndr.).

Non è una giornata riservata agli “addetti ai lavori”, ma a TUTTI I GIOVANI che non hanno paura di cercare e di fare fatica per questo. Per una volta possiamo rischiare un po', andando aldilà del “non ho tempo”, “non mi interessa”, “almeno la domenica voglio riposare!”, “non fa per me...”. C'è bisogno, oggi, di giovani che trasmettano l’entusiasmo di affrontare la vita, non la piattezza disarmante di chi è già “stanco” a 20-30 anni...

don Giacomo

PS: all'inizio di maggio (2 o 3 maggio, data da definire), si terrà un ultimo incontro per preparare questa uscita insieme con i giovani degli altri Vicariati. Chi volesse rendersi disponibile lo comunichi a don Giacomo, anche se non avesse mai fatto esperienze del genere. Sul notiziario domenicale saranno segnalati eventuali aggiornamenti.

La Pasqua di liberazione

N

ella tradizione biblica, la Pasqua è la madre di tutte le feste, quella che dà origine e senso alle altre. Non solo perché si fa memoria della liberazione passata, offerta da Dio a Israele, suo popolo, e a tutti gli uomini in Gesù Signore, ma anche perché è una finestra aperta sul futuro dell’uomo e della storia, nel senso definitivo e universale della vita. In questa luce, la Pasqua può essere letta come la festa che libera l’uomo dai suoi angusti confini, per aprirlo agli orizzonti di Dio. È la novità di Dio nella sfida quotidiana che l’uomo conduce contro la morte. E, veramente, le letture che vengono proclamate nella veglia e nel giorno di Pasqua offrono la chiave per comprendere tutta la storia umana come una storia di liberazione: dal caos primordiale, dalla tirannia dei potenti, dalla paura e dalle angosce che schiavizzavano l’uomo… fin dal nemico per eccellenza, la morte, testimonianza del peccato che è all’origine della degenerazione e del fallimento della creazione.

Riassumendo l’opera di Dio compiuta in Gesù di Nazareth, l’autore degli Atti la pre-senta come un’opera di liberazione: “Dio ha consacrato in Spirito Santo e potenza Gesù di Nazareth, che passò facendo del bene e sanando tutti quelli che erano sotto il potere del diavolo”, sottolineando che la salvezza offerta da Dio non può certamente limitarsi a cambiare l’esterno, quasi si trattasse di ottenere solo qualcosa di più e qualcosa di meglio. No, una salvezza che si limitasse alla conservazione o al mutamento delle condizioni sociali, non sarebbe degna di questo nome.

E tuttavia, bisogna anche dire che la salvezza “dal potere del diavolo” riguarda la vita umana in tutte le sue componenti: spirituali e fisiche, personali e relazionali. La Pasqua è il dono della pienezza, espressa egregiamente dal termine ebraico Shalom, bene pasquale per eccellenza. Là dove la malattia prostra l’uomo, dove la fame lo tormenta, dove la precarietà rende incerto l’avvenire, dove l’ingiustizia trionfa… la salvezza è compromessa. Le liberazioni umane non sono estranee alla salvezza di Dio, perché non si può essere credenti a spese della terra. La salvezza di Pasqua è liberazione dell’uomo nella sua totalità: è instaurazione della giustizia là dove comanda la sopraffazione, del perdono dalle offese là dove regna la vendetta, di rapporti fraterni là dove governa la lacerazione… È l’instaurazione della logica di Dio come misura del vivere.

Lo testimonia la coscienza messianica di Gesù e la percezione che ne hanno avuto i primi testimoni: pieno di Spirito Santo, Gesù passava tra gli uomini restituendo l’armonia del corpo e dello spirito, reintegrando gli esclusi (samaritani, pubblicani…) nella comunità, perdonando i peccati, ristabilendo rapporti giusti e fraterni… Questa è la Pasqua del Signore.

Alleluia,  Alleluia

N

ella veglia pasquale, al canto del Gloria, suonano le campane per annunciare ancora una volta al mondo che Cristo è risorto e vive per sempre. Ma per la verità, più che il Gloria, antico inno composto nel IV secolo, è il canto festoso dell’Alleluia che meglio esprime la gioia incontenibile dell’uomo di fronte alla risurrezione di Cristo.

Dopo il “digiuno” durato quaranta giorni, l’Alleluia viene ripreso nella notte pasquale con una particolare solennità. La norma che la ispira prevede addirittura che, se possibile, sia colui che presiede la celebrazione ad intonarlo e a ripeterlo tre volte in dialogo con l’assemblea.

Già la stessa struttura proposta dal lezionario è insolita. Non si tratta infatti di cantare semplicemente l’Alleluia con il versetto che anticipa il messaggio evangelico come avviene nelle altre circostanze. L’alleluia costituisce il ritornello gioioso e insistente che accompagna il salmo 117, il salmo conclusivo dell’hallel pasquale (salmi 112-117) che anche Gesù cantò con i suoi discepoli al termine della sua ultima cena (cfr. Mt 26,30) e le cui parole in quella particolare circostanza diventano una chiara profezia, come hanno bene inteso in seguito i suoi discepoli (cfr. At 4,11-12) che anche Gesù cantò con i suoi discepoli al termine della sua ultima cena (cfr. Mt 26,30) e le cui parole (“La pietra scartata dai costruttori è divenuta testata d’angolo”) in quella particolare circostanza diventavano una chiara profezia, come hanno bene inteso in seguito i suoi discepoli (cfr. At 4,11-12).

L’Alleluia è un’espressione ebraica che significa “lodate il Signore”. Acclamazione che si trova all’inizio e alla conclusione di molti salmi e che entra prestissimo anche nel culto cristiano come testimonia l’inno dell’Apocalisse: “Alleluia! Salvezza, gloria e potenza sono del nostro Dio… Alleluia! Ha preso possesso del suo regno il Signore nostro Dio, l’Onnipotente. Rallegriamoci ed esultiamo, rendiamo a lui gloria, perché sono giunte le nozze dell’Agnello” (19,1-8).

Questa acclamazione non poteva non entrare nella celebrazione più alta del culto cristiano che è l’Eucarestia.

Come ricorda il liturgista Silvano Birboni, con la riforma del Messale Romano l’Alleluia ha recuperato la sua dimensione di canto pasquale al punto che se non viene cantato, piuttosto che essere recitato dimessamente, può essere omesso.

Auguri di Buona Pasqua

Riceviamo:

«Carissimo don Mario,

a lei e a tutta la comunità parrocchiale l’augurio, sostenuto dalla preghiera affinché il Signore ci conceda di essere uomini e donne pasquali, dentro questo Sabato Santo della storia.

Grazie            le sorelle clarisse di Firenze»

 

«… Un affettuoso augurio a tutti voi di una Buona Pasqua

da tutti i nonni di Villa Solaria!»

 

 “Cristo, nostra speranza, è risorto!”

Sia Gesù, il Risorto a concederci il dono della sua presenza, ed un cuore capace di ricevere il suo amore e donarlo ai fratelli.

La Comunità delle Suore

Istituto S. Giuseppe

 

Carissimo Don Mario,

            È un po’ di tempo che non le scrivo. Come sta? La sua salute? Lavora ancora tanto?

Con questo scritto vengo a lei e alla comunità per un’ordinazione di medicinali, sempre se è nelle vostre possibilità, probabilmente sarete già impegnati per altri progetti in questa Quaresima, mi sono fatta coraggio perché vedo che in questo periodo i pacchi arrivano, la prima necessità almeno per il mio lavoro sono i medicinali, ne occorrono sempre tanti.

Io sto bene, nonostante il grande caldo siamo nel periodo più pesante dell’anno per il caldo. La situazione nel paese è sempre precaria, c’è sempre più miseria, insicurezza, paura da parte della gente.

Pregate per noi per questo paese.

Da voi come va?
Speriamo bene per tutti ci vorrebbe la conversione del cuore e tutto andrebbe meglio.

Tanti saluti e auguri a tutti per la Santa Pasqua!

Grazie di tutto e un ricordo nella preghiera.

Sr. Silvana

 

Riflessioni-Guida per il grande Triduo Pasquale

Sera del Giovedì Santo

Nell’ultimo giorno della sua vita mortale, Gesù, a mensa con i suoi discepoli, li invita a ripetere i suoi gesti per mantenere nel mondo lo sua presenza operante, che indichi nuovi traguardi all’umanità, che sia il segno di un altro modo d’intendere la vita e di affrontarla. I gesti di Gesù messi inspiegabilmente nelle nostre mani, affidati a noi, devono diventare per noi e per ogni comunità una provocazione per rimettere in discussione ogni giorno la nostra vita e le nostre scelte e ispirarle ogni giorno di più alle sue. “Fate questo”, è un dono, un invito, un comando.

Venerdì Santo

La morte di Gesù in croce è la conseguenza e il “frutto” del suo modo di esistere: “per gli altri”. È la conclusione logica di una fedeltà estrema al proprio mandato, alla missione affidatagli dal Padre. In colui che è stato elevato da terra vediamo e contempliamo adoranti il servo - profeta che adempie la sua missione fino al sangue. È il modello dei profeti uccisi prima e dopo di Lui, uccisi anche oggi perché fedeli al mandato di annunciare il Vangelo ai poveri.

Sabato Santo

Il crocifisso è sepolto in una tomba, luogo e simbolo della totale assenza dei rapporti con Dio e con gli uomini. Il Sabato Santo Gesù sperimenta fino in fondo che cosa significhi essere uomini: dei votati all'assoluta solitudine, alla radicale impotenza.

Veglia Pasquale

Cristo è risorto! Il mondo ha bisogno di sapere che Gesù è vivo. ''Presto, andate a dire ai suoi discepoli: è risuscitato dai morti, e ora vi precede in Galilea”. Questo è il compito dei cristiani: annunciare la presenza di Gesù nella storia di oggi e nella consapevolezza della sua “vittoria” sulla morte, deporre nella terra insieme a Lui i semi di speranza per un mondo nuovo; un mondo da Lui inaugurato e la cui espansione ha affidato a ciascuno di noi.

 

Il nardo  della solidarietà e l’aceto del rifiuto

I

n questa domenica, che precede immediatamente la Pasqua, la liturgia ci pone di fronte al racconto della passione e della morte del Signore. E’ una narrazione che ha al suo centro Gesù, ma un Gesù circondato da una serie di figure e di uomini che condividono il suo dramma e ne sono partecipi in positivo e in negativo: gli apostoli e Maria, Erode e Pilato, i soldati romani e il Cireneo.

Agli estremi stanno due figure che in qualche modo simboleggiano l’atteggiamento degli uomini di tutti i tempi di fronte all’evento della passione: Maria di Magdala che, quasi presaga della passione, unge il corpo del Signore di nardo profumato; e l’anonimo soldato che porge una spugna inzuppata di aceto a Gesù morente sulla croce. Di qui, dunque, il nardo, di lì l’aceto.

Al principio il nardo dell’amore, della condivisione, della solidarietà; alla fine l’aceto dell’amarezza, del rifiuto, della estraneità.

La passione del Signore, che avrebbe potuto e dovuto essere per sempre, segno di unione, resta ancora oggi un segno di divisione: fra quanti veramente credono, con tutta la forza della loro fede, che lì, proprio sulla croce, Dio ha pienamente e definitivamente rivelato il suo amore, e coloro che considerano Gesù un rivoluzionario sconfitto, un filantropo incompreso, un profeta disarmato, magari anche il più grande maestro di morale, ma pur sempre uomo fra gli uomini, la cui morte induce alla pietà, ma non alla fede.

Non così per il credente, agli occhi del quale la morte di Gesù non è la fine, non è il vuoto ma l’inizio della pienezza. Ma questo avviene in virtù di una precisa scelta di campo. La passione esige sempre, per ciascuno di noi, una decisione, obbliga a schierarsi: o il nardo, o l’aceto.

 

Domenica delle Palme e della Passione del Signore

U

na liturgia che tocca il cuore e lo fa vibrare di emozioni contrastanti quella di questa giornata detta domenica delle Palme e della Passione del Signore. Si vive un dramma diviso in due parti, cui corrispondono due riti liturgici distinti, ma non separati:

1.      La processione con i rami di ulivo che ricostruisce, per farla rivivere, l’entrata trionfale di Gesù in Gerusalemme. L’episodio prima proclamato con la lettura del Vangelo, è poi tradotto in “azione”. Dovremmo, per quanto ci è possibile non disperdere l’attenzione e non svisarne la fisionomia. Non si tratta di una ricostruzione folcloristica, quanto di riconoscere e vivere i due elementi di questo fatto: quello storico: Cristo entra in Gerusalemme per compiervi il suo sacrificio, per consumarvi lo Sua immolazione; l’altro simbolico: quello dell’incedere verso il tempio, verso l’aula liturgica; incedere che esprime l’intendimento della comunità cristiana di camminare al seguito del suo Maestro e di “entrare” con lui nel Mistero della Sua donazione.

La Celebrazione Eucaristica. Essa è dominata e quasi riempita dal racconto della Passione che quest’anno ascoltiamo nella versione di Marco. Nel costruire il racconto della crocifissione – il momento più significativo dell’intera Passione l’evangelista Marco mette in risalto soprattutto lo solitudine di Gesù: lo insultano i passanti, i sacerdoti, i due crocefissi che gli stanno accanto e nessun discepolo gli vicino: una solitudine tanto profonda che si fa lamento, che diventa preghiera: “Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?” E tuttavia, bisogna ricordarlo, Gesù non è solo. L’evangelista ha disseminato nel racconto diversi riferimenti alle antiche scritture, passi che raccontano l'esperienza dei giusti e dei profeti. Per questo Gesù non è solo: fa parte di una storia, è in compagnia di tutti i giusti e di tutti i popoli.

Gesù muore solo, ma appena morto tutto si rovescia. Dio non abbandona il suo Messia. Il velo del tempio si lacera dall’alto in basso. È un simbolo: il tempio di Gerusalemme è finito - Gesù aveva dunque ragione - e un’epoca nuova si apre. E un pagano, vedendolo morire, riconosce in Lui il Figlio di Dio.

La storia di Gesù non è dunque finita ma ricomincia.

 

Vogliamo vedere Gesù” Ma lui ha il volto di ogni uomo

I

l Vangelo di questa domenicala V di Quaresima– inizia con una domanda “Vogliamo vedere Gesù”

Gesù in questo momento è all’apice della “gloria” umana: “il mondo gli è andato dietro” si dicono l’un l’altro i farisei. La sua fama infatti ha travalicato gli stretti confini della Galilea. E giungono anche da fuori a chiedere di poterlo incontrare. Secondo una logica umana egli è arrivato al “successo”: ha fatto miracoli, ha guarito gli storpi, ha risuscitato un morto da tre giorni. A macchia d’olio si diffondono queste notizie ed egli entra da trionfatore a Gerusalemme. Certamente tra i discepoli serpeggia la tentazione della gloria umana, l’ambizione di condividere con il Signore l’onore di trovarsi alla destra e alla sinistra del suo trono. In questo contesto si pongono le parole dure di Gesù che parla di un’altra e diversa glorificazione, una glorificazione che passa attraverso la morte.

Alla domanda riferitagli dagli Apostoli egli risponde che la vera gloria è la capacità di morire e di donarsi nell’amore. La legge dell’amore è “il codice genetico” del cristiano che la chiesa trasmette ai suoi figli per mezzo del Battesimo, sviluppa nell’Eucarestia, si rafforza col dono dello Spirito.

La morte accettata per amore rimane sempre avvolta nel mistero e rappresenta per tutti un fatto traumatico. Anche Gesù chiede di esserne liberato. Ma il Padre risponde alla richiesta del Figlio non esimendolo dall’esperienza della Croce, ma facendogliela abbracciare e vincere.

Per il cristiano l’esperienza della morte non si racchiude solo nell’estremo saluto alla vita, ma è un’esperienza che si vive giorno per giorno nella capacità di morire a se stessi, al proprio tornaconto, ai propri interessi, per servire con il cuore libero i più poveri nei gesti quotidiani di condivisione e di solidarietà.

Il gesto offertoriale che siamo chiamati a compiere oggi, nella giornata diocesana della carità e che deve rappresentare un gesto di libertà nei confronti delle cose che abbiamo e che ci condizionano spesso in modo servile, vuole essere il segno di un atteggiamento che deve ispirare e accompagnare tutta la vita: una vita vissuta come quella di Gesù fatta di una continua “consegna”, di una continua obbedienza al Padre a vantaggio dei fratelli.

“Chi non ama rimane nella morte”

E’ difficile accettare l’idea della morte come nuovo inizio, e forse lo è divenuto ancora di più oggi. Il presente sembra l’unico tempo che ci è dato da vivere, il futuro una dimensione opaca, che incute timore. Un futuro che abbiamo rinunciato a costruire giorno per giorno, seguendo il ritmo della natura e seminandovi sopra i nostri sogni, affinché germoglino e portino frutti, magari non più a noi ma a chi viene dopo. “Se il chicco di grano caduto in terra non muore, rimane solo” non produce ricchezza e nuova vita. Ma “se  muore produce molto frutto”, risponde Gesù a Filippo e Andrea che gli sottopongono la richiesta dei Greci di poterlo incontrare. Il Salvatore sa che la sua ora è vicina. Gesù vede incombere la croce e prova l’umano timore per la morte che viene: “Ora l’anima è turbata… ma proprio per questo sono venuto”. È un’inquietudine profondamente umana e vera, che però non cerca rifugi e protezioni, perché sa che il seme deve cadere in terra e morire per dare frutti e non restare solo.

Oggi, come in un pericoloso delirio, come fosse un gioco di potere e di prestigio, vorremmo invece moltiplicare il frumento e la vita in laboratorio, meccanicamente, al di là della pioggia e del vento, della fatica e del rischio.

Ci sembra saggio, utile o redditizio, mentre scordiamo che così muoiono i sogni e nascono i mostri, si spegne l’amore per la semina e la gioia del raccolto.

Vengono in mente le parole e soprattutto i gesti del grande seminatore di pace che fu don Tonino Bello. Anche alla vigilia della morte il Vescovo di Molfetta ha continuato a regalare nuovi semi di impegno, esortando a sognare a occhi aperti. “Questi sogni diurni” – diceva – “si realizzano sempre”. Investire desideri, progettare nuova vita, scommettere sul futuro: è questo il senso profondo della semina e della speranza come ci ha ricordato il Cardinale Piovanelli mercoledì scorso. Invece diceva don Bello “siamo troppo chiusi nella prudenza della carne, non dello spirito. Per cui sembriamo notai dello status quo, dell’esistente, e non i profeti dell’aurora che irrompe, del futuro nuovo, dei cieli nuovi, delle terre nuove.”

È

una poesia del cambiamento, quella stessa che ci viene consegnata dal Vangelo, e che ci spinge a non temere di perdere la vita, poiché essa si smarrisce veramente solo quando rimane tenacemente chiusa nel presente come in una cassaforte, quando diventa sorda e cieca al grido dei poveri. “Chi ama la propria vita la perde”, chi invece ama gli uomini – e non le cose terrene – la conserva: perdersi nei sogni diurni, nell’opera di solidarietà, nella voglia di giustizia, vuol dire allora salvarsi, rinascere.

Il sacrificio alto ed estremo dei martiri, ma anche quello silenzioso e quotidiano dei più, è una promessa di risurrezione per tutti. “Noi sappiamo di essere passati dalla morte alla vita perché amiamo i fratelli. Chi non ama rimane nella morte” (1Gv 3,14).

Nel Passato recente

Mercoledì 29 marzo la nostra comunità, dopo circa due anni, ha avuto il privilegio della visita di S.E. il Cardinale Silvano Piovanelli. L’attesa era molto sentita, tanto che i fedeli in buon numero hanno partecipato all’incontro, che aveva come tema l’espressione di Pietro “Dare ragione alla speranza che è in noi”, ma ben maggiore avrebbe potuto essere la partecipazione stante la preziosità dell’occasione.

Come sempre la parola del Cardinale è stata di grande efficacia, ricca di citazioni bibliche, feconda di stimoli e di incoraggiamenti. I fedeli sono stati sollecitati ad abbandonare ogni forma di pessimismo – pur non disconoscendo le varie difficoltà del tempo presente – e ad essere sempre gioiosi, perché ciascun cristiano porta il Risorto nel proprio cuore, e a confidare sempre nello Spirito che è stato presente in tutte le fasi cruciali della vita terrena di Gesù – dal concepimento alla morte – e che il Signore ha donato a ciascuno di noi.

La serata, caratterizzata dall’interesse e dalla grande gioia, si è conclusa con un grande applauso che intendeva rappresentare un abbraccio colmo di amore verso una guida così illuminata.

Eminenza di nuovo tante grazie! Sappiamo bene che è molto impegnato e che tante comunità come la nostra desiderano la sua presenza, però la preghiamo caldamente… torni presto tra noi, e… Buona Pasqua

Carlo G

È Lui la salvezza

G

esù parla con Nicodemo, dialogo non facile, oggi potremmo definirlo “tosto”, e rivolto a questo esponente del Sinedrio gli dice: “Bisogna che sia innalzato il Figlio dell’uomo, perché chiunque crede in lui abbia la vita eterna”. Cristo, innalzato sulla croce come un condannato, diviene il segno vivo dell’amore del Padre; l’assurdità della croce è posta come parola irrevocabile di una fedeltà e di una passione per l’uomo. “Io quando sarò elevato da terra attirerò tutti a me”.

Ci sembra che il centro del colloquio stia nella domanda: “cosa vuol dire credere?”. Una cosa è certa: non vuol dire proclamarsi credenti di fronte agli altri. Il rischio più grande per un credente è quello di aver chiaro tutto, di aver tutte le risposte, persino più di quelle che Gesù potesse pensare. La fede è un affidarsi quotidianamente al suo progetto di amore, un ripensare continuo se stessi e i propri progetti alla luce dei suoi. È riconoscere che la vita senza tramonto non è fondata suoi tuoi meriti, ma trova la sua radice nell’infinita ricchezza della misericordia di Dio. Tutto ti è dato per grazia e diventa un dono gratuito per te, reso fruttuoso se accolto e riposto nel solco della tua vita attraverso la fede. Al dono di Dio non possiamo che rispondere con la nostra fede: lasciarci amare da Dio, purificati nei nostri pensieri talvolta contorti e nelle scelte non sempre trasparenti, per sperimentare la sola speranza che si appoggia in lui.

Ma il mistero d’amore propostoci oggi è anche affidarci quando non ci è chiaro tutto, o meglio, continuare la ricerca nel dubbio e nel combattimento. La fede è un salto che richiede di abbandonare le proprie certezze, per entrare nelle certezze di Dio, in un orizzonte che va oltre il limite della visibilità e della razionalità umana.

Una fede invece fatta di eccessive “certezze” può portare a gravi deviazioni. In nome di una presunta offesa alle proprie convinzioni, si può innescare una spirale di odio pericolosa. Ogni ideologia nasce per soggiogare ed egemonizzare le altre. La differenza che distingue il messaggio evangelico è proprio questa: Gesù indica una via, ma non obbliga nessuno a percorrerla. Gesù propone un incontro mentre il rintanarsi nella propria solitudine e nel proprio egoismo è rifiutare la luce discreta che illumina il proprio tragitto terreno.

A ciascuno è offerto un cammino originale, irripetibile. Ed è questa la bellezza della sequela: ognuno ha il suo percorso, a volte tortuoso, a volte oscuro, ma originale e unico, come le impronte digitali.

Possiamo sbagliare, ma abbiamo un Maestro che ci corregge, facendolo in modo originale per ciascuno, proprio come ha fatto con Nicodemo, Zaccheo e gli altri.

L’invito di Gesù oggi è quello di purificare la propria fede, rendendola più matura, più consapevole. Il cristiano non deve godere di privilegi in questa società, anzi ne deve diventare l’anima critica anche a costo del sacrificio.

Bisogna che sia innalzato

L

a croce, a proposito e a sproposito, è diventata un oggetto assai familiare nella nostra vita quotidiana. È diventata un diffuso monile che oggi si trova appeso non soltanto più al collo, ma anche agli orecchi di uomini e donne che forse conoscono a malapena Gesù Cristo e che probabilmente non hanno alcun interesse al suo vangelo.

Per Erodoto ( 425 a.C.), il più antico storico greco, la croce era il supplizio più obbrobrioso. Per gli stessi ebrei la croce era il segno della maledizione di Dio (cfr. Dt 21,23). È tenendo presente questa realtà che si comprende maggiormente l’amore che Dio ha voluto rivelarci nel suo Figlio morto in croce.

Da strumento di obbrobrio e di morte, alla luce della risurrezione, la croce diventa simbolo di vittoria e di vita. Tant’è che la prima apparizione della croce nel culto pubblico non comportava affatto l’immagine del Cristo crocifisso. Questa raffigurazione del Cristo in croce incominciò soltanto verso la fine del V secolo in oriente, in relazione alle eresia monofisita per affermare la morte dell’uomo Gesù e le due nature nella stessa persona. Ma anche in questo caso il Cristo veniva rappresentato in croce vivo e trionfante, con gli occhi aperti e indossando una tunica regale.

È con questa dimensione gloriosa che la croce entra nel culto liturgico. Ne è prova la stessa liturgia del venerdì santo, soprattutto dopo la riforma di Pio XII nel 1955. Infatti le rubriche parlano sempre di croce, di adorazione della croce, senza riferimento al crocifisso, anche se la tradizione popolare ama rendere culto alla croce unitamente alla visione di quella sofferenza di Cristo che danno un senso a tutte le umane ferite. Proprio per questa ragione, soprattutto nel corso del XIII secolo, la particolare sensibilità spirituale verso l’umanità di Cristo conduce a far prevalere l’elemento realistico e doloroso della passione e Gesù viene rappresentato sulla croce in modo sofferente.

Tuttavia la normativa liturgica continua a parlare sempre e soltanto di croce come nella tradizione antica.

“Per la celebrazione della santa Messa vi sia sopra l’altare o accanto ad esso una croce ben visibile allo sguardo dell’assemblea riunita”.

La croce non è un semplice arredo, ma un oggetto di culto. Nel patrimonio iconografico è l’elemento più importante. Come per le immagini della Beata Vergine e dei santi, a maggior ragione anche per la croce non si dovrebbe abbondare, anzi l’ideale sarebbe la sua unicità.

Questi rilievi tratti da un articolo del liturgista Silvano Sirboni che si conclude con un richiamo perché il patrimonio iconografico delle chiese non diventi come un “pantheon” cristiano, ma esprima l’essenzialità e la sobrietà del culto liturgico, possono orientare la riflessione che la nostra comunità è chiamata a fare in vista della Croce da collocare nell’aula liturgica.

Il tempio del suo corpo

N

onostante il linguaggio dei documenti conciliari e di tutti quelli postconciliari, sono ancora abbastanza diffuse – come faceva osservare la prof. Nadia Toschi nella bella e profonda conferenza di venerdì sera – espressioni del tipo: “il prete dice Messa; vado a sentire la Messa; ho preso o non ho preso la Messa…”. Linguaggio sintomatico che si è introdotto e consolidato per una prassi cultuale fortemente clericalizzata che, di fatto, escludeva la partecipazione attiva dell’assemblea. La costituzione conciliare sulla liturgia, attingendo alle fonti bibliche e patristiche, ha solennemente affermato che “le azioni liturgiche non sono azioni private, ma celebrazioni della chiesa… perciò appartengono all’intero corpo della chiesa, lo manifestano e lo implicano” (S.C. 26). In altre parole, il soggetto principale (o integrale, in quanto composto dal capo e dalle membra) della celebrazione è l’assemblea. E questo non certo per un democratismo moderno, ma per il fatto che la comunità cristiana costituisce il corpo di Cristo e, mentre celebra, costituisce e manifesta sacramente una reale presenza del Risorto fino alla fine dei secoli.

Proprio il testo evangelico di questa terza domenica di quaresima riporta quelle parole di Gesù che Giovanni commenta facendo notare che il nuovo tempio di Dio è il corpo stesso di Cristo. Quel corpo che, dopo la sua risurrezione, è formato da tutti i battezzati come chiaramente afferma l’apostolo Pietro: “Anche voi venite impiegati come pietre vive per la costruzione di un edificio spirituale, per un sacerdozio santo, per offrire sacrifici spirituali, graditi a Dio, per mezzo di Gesù Cristo” (1Pt, 2,5).

Da questa realtà teologica e non semplicemente da un’esigenza di carattere pedagogico, nasce il dovere della partecipazione attiva di tutta l’assemblea, ciascuno secondo il proprio ruolo, come afferma la costituzione conciliare: “La madre chiesa desidera ardentemente che tutti i fedeli vengano guidati a quella piena, consapevole e attiva partecipazione delle celebrazioni liturgiche, che è richiesta dalla natura stessa della liturgia e alla quale il popolo cristiano… ha diritto e dovere in forza del Battesimo” (S.C. 14).

Tutti i problemi, i temi, le discussioni relative alla liturgia non si possono affrontare correttamente se non partendo dall’acquisizione fondamentale che l’assemblea è il soggetto principale e integrale della celebrazione.

È alla base di questa verità che il Catechismo della Chiesa cattolica conclude la parte dedicata al soggetto celebrante con queste parole: “Nella celebrazione dei sacramenti tutta l’assemblea è liturga, ciascuno secondo la propria funzione, ma nell’unità dello Spirito che agisce in tutti(CCC 1144).

 

XIV Giornata di preghiera e digiuno per i missionari martiri – venerdì 24 marzo 2006

Uccisi perché testimoni del Risorto

I

l secolo scorso è stato definito dal Santo Padre Benedetto XVI “un tempo di martirio”, tanto è stato elevato il numero dei cristiani che hanno testimoniato la loro fede fino a dare la vita con il martirio. Ma chi sono i martiri cristiani? Che differenza c’è tra loro e molti altri che sono morti e che continuano a morire per non tradire la loro patria o per essere fedeli alla loro ideologia?

Martire, martys, nel Nuovo Testamento, significa testimone di quello che Gesù ha detto e fatto, e proprio per questa loro testimonianza esplicita alcuni vengono anche uccisi! Il martire è il testimone di Gesù, morto e risorto, che resta fedele fino allo spargimento del sangue; è colui che ha visto un fatto e ne dà testimonianza. I cristiani pertanto sono martiri perché testimoni di Cristo; professano la loro fede in Lui e proprio per questo motivo vengono perseguitati ed uccisi.

Gesù l’aveva apertamente detto ai suoi discepoli: “Se hanno perseguitato me, perseguiteranno anche voi” (Gv. 15,20). Anche l'evangelista Luca, nel libro degli Atti degli Apostoli ci racconta la sorte e le sofferenze che hanno dovuto sopportare la prima comunità cristiana e i discepoli per essere fedeli testimoni del maestro. Pietro e Giovanni vengono incarcerati (cfr. 4,3); Stefano è il primo a testimoniare Gesù fino al martirio (cfr. 6-7) e l'apostolo Giacomo, fratello di Giovanni viene ucciso di spada (cfr. 12, 2). Tutti i discepoli di Gesù vengono a trovarsi, prima o dopo, in una situazione simile a quella del maestro: si vive come ha vissuto Lui, sapendo molto spesso che come Gesù ha dato la vita fino all’effusione del sangue, lo sarà anche per loro. Significativo il parallelismo che troviamo nel libro degli Atti tra la morte di Gesù e la morte di Stefano, perfetta imitazione della passione e morte del maestro: tutti e due sono accusati da falsi testimoni e affrontano la morte con totale affidamento al Padre.

Versare il sangue per testimoniare il Vangelo si potrebbe pensare realtà di altri tempi, del periodo degli inizi della Chiesa, e non della nostra società di oggi. Eppure la realtà ci costringe a dire altrimenti. Lo testimonia il lungo elenco di martiri del ventesimo secolo iscritti nel libro del martirologio e anche i ventisette missionari uccisi per testimoniare Gesù risorto nel 2005.

 

Appunti:     

Ä                  Si coglie l’occasione per rinnovare ai fedeli l’invito a contribuire a realizzare l’Opera-Segno fissata dalla Diocesi per la Quaresima 2006: essa consiste nel portare a compimento il progetto “Santa Maria” a Scandicci, una struttura che prevede diversi spazi per molteplici esigenze: dal centro diurno per anziani al Centro Giovani, dal Consultorio “La Famiglia” all’alloggio temporaneo per famiglie bisognose, dal Centro di prima accoglienza alla casa-famiglia per persone in disagio psichico, etc.

La Giornata della carità è fissata per la quinta domenica di Quaresima -2 aprile -  ma già fin d’ora è bene che abbiamo a pensare al gesto di solidarietà che intendiamo compiere.

Ä                  Sempre in Quaresima, nella domenica 26 marzo si vuole proporre ai fedeli l’acquisto di pubblicazioni molto utili per la propria formazione: tra di esse non può non primeggiare  l’enciclica di Papa Benedetto: “Deus caritas est” e insieme ad essa interessanti opere tra le quali quella del missionario Valentino Salvoldi tanto cariche di passione per il Regno. 

 

 

È bello per noi stare qui

È

 un paradosso, ma ogni assemblea liturgica è convocata per potersi sciogliere. I cristiani non si radunano per una ricerca di autogratificazione, ma per alimentare la loro capacità di uscire sulle strade del mondo e lì testimoniare la presenza del Risorto con uno stile di vita che susciti l’ammirazione di tutti gli uomini. La tentazione di fare della religione una forma di gratificante evasione è sempre in agguato e persino comprensibile. È sempre forte, infatti, la tentazione di raggiungere un traguardo scansando la fatica. Ma si sa che questa è una pericolosa illusione.

Lo stesso brano evangelico di questa seconda domenica di quaresima evidenzia questa comune tentazione e nello stesso tempo indica la strada per un suo felice superamento. Un certo tipo di spiritualità intimistica ha condotto a considerare la preghiera in genere e anche la celebrazione eucaristica, come un momento di evasione, come un semplice rifugio, una fuga dalle preoccupazioni quotidiane. Senza dubbio la Messa costituisce anche una “sosta che rinfranca il cammino verso la patria”. Non bisogna però dimenticare che essa resta sempre e soltanto una sosta, il pegno di un riposo, di una domenica senza tramonto che si trova al di là del tempo e dello spazio.

Dio non ha bisogno dei nostri inni di lode. Nel cristianesimo il culto è funzionale alla vita cristiana. Non si va a Messa “per far contento il Signore” come talvolta si suole ingenuamente dire. Si va a Messa e si partecipa alla mensa eucaristica per conformarci a quel Gesù che scende dal monte della trasfigurazione per salire su un altro monte, molto più basso, il Calvario, dove attraverso il versamento del sangue umano, rivela le dimensioni dell’amore divino.

La celebrazione dell’Eucarestia non ha niente a che fare con quelle assemblee esaltanti, dove canti, musiche e gesti servono in qualche modo a far dimenticare le angustie della vita quotidiana, ad evadere momentaneamente da esse. La celebrazione cristiana non è un surrogato religioso della droga. I problemi della vita non si risolvono ignorandoli, né affidandoli al miracolismo o allo sfoggio del “solenne”. La celebrazione cristiana, e in modo particolare l’Eucarestia, serve ad illuminare la vita quotidiana alla luce della Parola di Dio e della vita di Cristo per intuirne il “senso” e per imparare a scoprire l’agire misterioso di Dio nella storia del mondo e nella vita di ciascuno di noi. La Messa è la sorgente alla quale si disseta e si attinge forza per poter riprendere il cammino portando quella croce che ci conforma maggiormente a Cristo, nella sua morte, certo, ma anche e soprattutto nella sua risurrezione. È ancora un paradosso, ma al limite possiamo dire che il momento più importante della Messa viene ad essere il… congedo! Infatti non è tanto importante come si entra in chiesa, ma come si esce: se più convertiti o meno; se più impegnati per il Vangelo o meno!

Incontro sulla Malattia con la Dott.ssa Giachetti

L

’incontro sul tema “La malattia” tenuto dalla Dott.ssa Giachetti è stato molto interessante e ha messo in luce i vari aspetti di una realtà molto cruda che può colpire chiunque e che pone diverse problematiche. Con grande sensibilità e professionalità lei ha dato delle indicazioni molto utili

Come comportarsi di fronte ad un malato di malattia grave e invalidante tipo Alzeimer:

A.      Malato affetto da questo o da altri morbi similari è un banco di prova molto difficile per i familiari che vedono il cambiamento radicale nel comportamento del loro congiunto per la sua perdita di comunicazione relazionale, una stravolgimento della personalità È utile rivolgersi a lui con frasi brevi, aiutarsi con il sorriso che serve a tranquillizzarlo poiché è particolarmente vulnerabile in campo emotivo e cognitivo.

B.       Malato affetto da un ictus recente che ha comportato la paralisi di un lato del corpo, tenderà ad escludere con il cervello la parte malata. È importante posizionarsi da quella parte quando ci si siede accanto a lui e questo può portare degli stimoli positivi alle cellule nervose preposte alla funzionalità motoria.

C.      Il malato cardiopatico grave, costretto a vivere tra letto e poltrona, con frequenti ricoveri ospedalieri, acquista una particolare sensibilità verso l’ambiente che lo circonda e quindi bisogna trattarlo con molta calma dandogli sicurezza.

D.      Il malato con insufficienza respiratoria grave spesso è stato un fumatore accanito, non inferiamo su questo punto altrimenti si colpevolizzerà del proprio male.

Cosa significa la malattia grave per il malato e i suoi familiari? Per il malato uno sconvolgimento della propria vita sia dal punto di vista del lavoro, rapporto con gli altri, devastazioni per il proprio corpo, il pensiero della sofferenza e della morte più o meno imminente.

Altro grosso problema è quello di “come” descrivere al malato la gravità della sua malattia. Va sottolineato che il malato in questi casi ha bisogno di essere ascoltato e la possibilità di volgere il suo sguardo smarrito e impaurito in quello di qualcuno che gli sta vicino che lo guarda in silenzio stringendogli la mano per esprimere la sua solidarietà. La mano nella mano è un atto terapeutico per il malato; non è necessario portare paragoni, dire parole di conforto a volte banali.

Lo scenario comune della malattia è la solitudine da parte della famiglia del malato che si trova in forte disagio: deve avere la capacità di discernere sul cosa fare e come muoversi sia con il malato che con le terapie, la burocrazia. La famiglia odierna è spesso composta da pochi elementi impegnati tutto il giorno con il lavoro fuori casa ed è sempre più difficile e complicato avere permessi per poter seguire il familiare ammalato e lo affidano alle cure di “badanti” straniere...

Le persone che hanno già sofferto o vivono a contatto con i malati possono meglio comprendere i suoi reali bisogni che si possono sintetizzare in alcuni punti:

a.       il bisogno fisico cioè fare il modo di attenuare la sofferenza attuando la terapia del dolore e la terapia contro l’ansia che modifica anche la soglia del dolore in un malato.

b.       il bisogno di compagnia: il malato si sente solo nel suo dolore in un letto di ospedale. È un’opera buona quando un medico può stare qualche minuto accanto al letto di un malato e fargli capire che gli è vicino, ascoltando le sue richieste, le sue paure, regalandogli un sorriso.

c.       il bisogno di capire il “senso” del dolore, dare un senso alla malattia. Non occorre fare vivere il malato come in un limbo. Andare alla “scuola del malato” ricordandoci che è più quello che riceviamo rispetto a quello che diamo. Il malato insegna ai sani ad apprezzare le cose essenziali. La malattia ci trova un’identità comune: di essere fragili di fronte agli altri. Ecco che subentra una solidarietà tra i malati che è una grande risorsa. Il malato deve essere considerato da medici, infermieri, familiari una persona con la propria dignità che non va calpestata mai.

d.       “Niente andrà perduto” della nostra esperienza; la fede nella resurrezione dona la speranza che nessun sacrificio, nessuna lacrima andrà persa: che Dio saprà trarre dal dolore nella malattia qualcosa di bene per la nostra futura salvezza eterna.        

A. Rosi

 

Siamo tutti catecumeni

Q

uale itinerario a Cristo la Quaresima propone?

È bene ricordare come un tempo la Quaresima rappresentasse per i catecumeni (cioè i pagani in attesa del Battesimo), il periodo della loro preparazione prossima all’incontro con Cristo nella fede e nel Battesimo (conferito comunitariamente nella notte di Pasqua). Era per loro un tempo di catechesi sistematica; erano giorni di “illuminazione” sul mistero di Cristo, d’iniziazione e di “addestramento” nella vita cristiana.

Ma chi non è in qualche modo un catecumeno? Anche il credente lo è, e lo è sempre, perché in perenne cammino verso un incontro con Cristo sempre più consapevole, sempre più vero, sempre più vitale e pieno. Di fatto, c’è ancora e sempre un non-cristiano (un pagano), ci sono ancora e sempre spazi di non credenza (di paganesimo) in chi già crede ed è cristiano. Del resto il ritorno annuale della Quaresima non significa una ricorrente sollecitazione a ricominciare sempre e di nuovo il nostro catecumenato a Cristo. Siamo insomma un po’ tutti in qualche modo sempre dei catecumeni e come tali ci sentiamo impegnati tutti a percorrere il cammino quaresimale incontro a Cristo.

La Lotta e la Pace

“L

o Spirito sospinse Gesù nel deserto ed egli vi rimase quaranta giorni, tentato da satana”. Gesù e satana si affrontano in una lotta che abbraccia tutti i tempi, tutti i luoghi, tutte le persone, tutte le vicende, fino all’ultimo frammento di vita.

Questa lotta viene ribadita da Gesù al momento della Passione: “Ora è il giudiziosi questo mondo; ora il principe di questo mondo sarà gettato fuori… Vi ho detto queste cose perché abbiate pace in me. Voi avrete tribolazioni nel mondo, ma abbiate fiducia, io ho vinto il mondo!” (Gv 12,31; 16,33).

Il regno di Dio e il regno di satana sono antitetici e in lotta continua fra loro; la vittoria di Cristo è già segnata, ma si concluderà pienamente nell’ultimo giorno. Così la pace promessa non è statica, ma dinamica; non è possesso tranquillo, ma frutto agonistico.

Sullo sfondo di questa verità, il concilio ha scritto una pagina meravigliosa sulla “natura della pace”, a livello interiore,ma anche sociale e politico, strettamente connessa con la lotta, che è destinata a protrarsi “fino alla venuta di Cristo”.

Dice infatti: “La pace non è la semplice assenza della guerra, né può ridursi al solo rendere stabile l’equilibrio delle forze contrastanti, né è effetto di una dispotica dominazione, ma essa viene con tutta esattezza definita “opera della giustizia” (Is 32,17). Poiché infatti il bene comune del genere umano è soggetto, con il progresso del tempo, a continue variazioni, la pace non è stata mai qualcosa di stabilmente raggiunta, ma è un edificio da costruire continuamente. Poiché inoltre la volontà umana è labile e ferita per di più dal peccato, l’acquisto della pace esige il costante dominio delle passioni di ognuno e la vigilanza della legittima autorità.

Tuttavia questo non basta. Tale pace non si può ottenere sulla terra se non si è tutelato il bene delle persone e se gli uomini non possono scambiarsi con fiducia e liberamene le ricchezze del loro animo e del loro impegno. La ferma volontà di rispettare gli altri uomini e gli altri popoli e la loro dignità, e di praticare la fratellanza umana è assolutamente necessaria per la costruzione della pace. E così la pace è frutto anche dell’amore, il quale va oltre la semplice giustizia.

La pace terrena tuttavia è immagine ed effetto della pace di Cristo, che promana dal Padre. Il Figlio incarnato infatti, principe della pace, per mezzo della sua croce ha riconciliato tutti gli uomini con Dio e, nella gloria della sua risurrezione, ha diffuso lo Spirito di amore nel cuore degli uomini.

Pertanto tutti i cristiani sono fortemente chiamati a “praticare la verità nell’amore” (Ef 4,15) e a unirsi a tutti gli uomini sinceramente amanti della pace per implorarla e attuarla.

Cosa dice la regola: “L’importante non è la rinuncia ma la conversione”

L

e indicazioni pratiche su come vivere, alla luce del Concilio, la pratica del digiuno sono contenute nella Nota pastorale sul «Il senso cristiano del digiuno e dell’astinenza» pubblicata dalla Cei nel 1994. Il testo spiega che per rispettare la regola del digiuno (obbligatorio nei giorni delle Ceneri e del Venerdì Santo) si deve «fare un unico pasto durante la giornata», ma il precetto non proibisce di «prendere un po’ di cibo al mattino e alla sera».

L’astinenza invece, da praticare nei venerdì di Quaresima, proibisce l’uso non solo della carne ma, in generale, di «cibi e bevande particolarmente ricercati e costosi». Alla legge del digiuno sono tenuti tutti i fedeli dai 18 ai 60 anni; all’astinenza i fedeli dai 14 anni in su. Non si tratta comunque, spiega la Nota pastorale, di un obbligo assoluto: quello che conta non è la privazione in sé, ma lo spirito di conversione con cui viene vissuta.

Chi, per motivi di salute o per altre ragioni, non può osservare il digiuno può sostituirlo con altre rinunce (sigarette, televisione…) che devono sempre essere accompagnate con la preghiera e con i gesti di carità. Scrive infatti san Pietro Crisologo: «Queste tre cose, preghiera, digiuno, misericordia, sono una cosa sola, e ricevono vita l’una dall’altra. Il digiuno è l’anima della preghiera e la misericordia la vita del digiuno. Nessuno le divida, perché non riescono a stare separate. Colui che ne ha solamente una e non tutte insieme, non ha niente. Perciò chi prega, digiuni. Chi digiuna, abbia misericordia».

L’Opera segno per la Quaresima 2006:

il progetto “Santa Maria” a Scandicci

A

nche quest’anno viene riproposto come opera segno della carità per la Quaresima, la struttura di Santa Maria a Scandicci, già obiettivo della Quaresima di Carità del 2005. Occorre infatti portare a conclusione la realizzazione di questa importante opera posta alle porte di Firenze, ma esempio di come anche in periferia si possa ben programmare e ben operare in sinergia tra la Diocesi – attraverso la Caritas –, l’Amministrazione Comunale e le Parrocchie.

Una novità importante nasce dalla possibilità, emersa in corso d’opera, di realizzare ulteriori spazi all’interno dello stabile in ristrutturazione per accogliere una Comunità Religiosa – le Suore Figlie della Carità – che aiuteranno non solo a gestire la struttura, ma ad essere costante testimonianza dell’amore di Dio verso i fratelli, come è nel loro carisma.

La struttura ospiterà:

Centro diurno anziani: un ambiente dove sia possibile, per i non più giovani, trascorrere insieme ore serene in amicale compagnia...

Centro Giovani: per incontrarsi, conoscersi e...danzare insieme la vita...

Consultorio “La Famiglia”: per continuare il lavoro di aiuto e sostegno alle persone ed alle famiglie...

Alloggio temporaneo per famiglie bisognose: per una prima accogliente risposta a chi è provvisoriamente senza casa...

Centro di prima accoglienza per uomini: per offrire un posto letto caldo di amicizia...

Casa-famiglia per persone in disagio psichico: per favorire la guarigione ed il reinserimento nel tessuto sociale...

Casa delle suore: per una costante presenza espressione di unità e servizio...

 

Digiunare a Carnevale, e Prima e… dopo

D

ue sono i piedi per camminare e due le ali per volare nella vita spirituale: preghiera e mortificazione. Come non si può camminare con un piede solo, né volare con un’ala sola, così non si può avanzare nella vita spirituale senza l’una o l’altra di queste due cose. Non si possono tenere contemporaneamente aperte tutte le due porte: quella che dà sul mondo e quella che dà su Dio. La sobrietà è per la preghiera quello che il silenzio è per la musica. Come non si può sentire della buona musica se si è immersi nel frastuono e nel chiasso, così non si può pregare se il cuore rigurgita di pensieri, ricordi, moti e affanni mondani.

Occorre una costante potatura.

Oggi c’è una forma di sobrietà e di digiuno che è particolarmente importante: il “digiunare dal mondo”. In particolare digiunare dalle vane notizie, dai pettegolezzi e dalle immagini del mondo. Viviamo nell’era delle comunicazioni di massa. Ventiquattro ore su ventiquattro i mezzi trasmettono le ultime notizie. Se ci si lascia prendere dal bisogno di tener dietro a tutto e a tutti, è la fine di ogni vita spirituale. Il regno di Dio ha le sue notizie eterne, sempre nuove da ascoltare e da proclamare. Ma se ci lasciamo prendere dalle notizie del mondo, non le capiamo più. Ci sembrano solo vecchie, trite. Non le proclameremo con forza, perché esse non vivono con forza dentro di noi.

L’altro digiuno, oggi necessario, è quello delle immagini, che sono il veicolo privilegiato dell’ideologia mondana. La “concupiscenza degli occhi” (1Gv 2,16) è più che mai forte. Un certo digiuno da immagini vane, violente o lascive è più necessario perfino del digiuno dai cibi. Nessun cibo è per sé impuro, proclama la Scrittura (Mc 7,19), mentre certe immagini lo sono. Questo è un tipo di mortificazione possibile a tutti e soprattutto benefico! Ogni piccolo sforzo prepara il cuore alla preghiera e all’incontro con Dio. Il salmo 119 ci insegna a chiedere a Dio: “Distogli i miei occhi dalle cose vane”.

San Giovanni della Croce invita a “custodirci in solitudine per il Signore”, a “raccoglierci in unità per il Signore”. Maria, sempre attenta a se stesa e a Dio, è divenuta figura della chiesa, che attende con amore vigilante lo Sposo. Ella interceda per noi per la prossima Quaresima e per… tutto l’anno e ci ottenga la grazia di “rinnegare l’empietà e i desideri mondani e vivere con sobrietà, giustizia e pietà in questo mondo, nell’attesa della beata speranza e della manifestazione della gloria del nostro grande Dio e Salvatore Gesù Cristo” (Tt 2,12-13).

 

Tempo di Quaresima

L

a Quaresima è, per la Chiesa, un tempo in cui il cammino che la vita cristiana comporta per giungere alla Pasqua diventa motivo di riflessione, di verifica, di riduzione all’essenziale: la propria adesione a Dio, il solo che può salvarla. È dunque tempo di abbandono degli idoli, di esame di coscienza e di rinnovamento dell’alleanza.

La liturgia quaresimale “guida alla celebrazione del mistero pasquale sia i catecumeni – in parrocchia ne abbiamo tre – attraverso i diversi gradi della iniziazione cristiana, sia i fedeli, per mezzo del ricordo del Battesimo e della penitenza”.

Lezionario

Le letture bibliche proposte nelle cinque domeniche di quaresima ci guidano all’approfondimento delle dimensioni più importanti di questo cammino.

La 1ª domenica, con il brano evangelico delle tentazioni, e la 2ª domenica in cui si legge il racconto della Trasfigurazione, ci introducono nella duplice realtà del mistero pasquale: il digiuno, l’essenzialità, la lotta ci richiamano al morire a noi stessi per poter sperimentare la gloria e lo splendore del Signore Risorto nella nostra vita.

Le letture della 3ª, 3ª, 5ª domenica dell’anno corrente (B) mettono in luce la novità salvifica realizzata in Cristo: il Vangelo della 3ª domenica (Gv 2,13-25) ci riporta Gesù che scaccia i venditori del tempio e che parla del suo corpo come tempio vivo; il Vangelo della 4ª domenica (Gv 3,14-21) mostra Gesù come nuovo serpente innalzato nel deserto per la salvezza degli uomini; il Vangelo della 5ª domenica (Gv 12,20-33) parla del chicco che, solo morendo, può dare frutto.

E così, anche le letture degli altri due anni (A e C) trattano temi e aspetti profondamente complementari che si richiamano a vicenda.

Le Ceneri

Il tempo della Quaresima si estende dal mercoledì delle Ceneri al Giovedì Santo, prima dell’Eucarestia in coena Domini. Esso ha inizio con un atto comunitario segno dell’inizio di un itinerario di conversione.

Le Domeniche

Le domeniche costituiscono tappe di avvicinamento verso la Pasqua. È il tempo delle consegne ai catecumeni. Nelle Messe è opportuno usare la professione di fede battesimale, cioè il simbolo degli Apostoli che prepara la professione di fede nella veglia di Pasqua.

Il Sacramento della Riconciliazione

Il cammino di conversione quaresimale trova nella confessione dei peccati uno dei momenti fondamentali per il rinnovamento interione. I cristiani sono invitati a prepararsi a questo incontro col Signore e a celebrarlo nella preghiera e nella distensione. È bene che i fedeli non aspettino il Sabato Santo per accostarsi alla Confessione ma, per quanto è possibile, partecipino alla celebrazione comunitaria del Sacramento della Riconciliazione in prossimità della Pasqua.

Il digiuno e l’astinenza per la carità

Il digiuno e l’astinenza insieme alla preghiera, all’elemosina e alle opere di carità appartengono da sempre alla vita e alla prassi penitenziale della Chiesa. Rispondono infatti al bisogno del cristiano nel suo cammino di conversione che si esprime nell’amore verso i fratelli. Il digiuno e l’astinenza devono essere osservati il Mercoledì delle Ceneri e il Venerdì Santo, l’astinenza deve essere osservata in tutti i venerdì di Quaresima.

La sobrietà nelle celebrazioni e nell’aula ecclesiale

Durante questo periodo liturgico non si canta l’Alleluia e alla domenica non si proclama il Gloria né si recita il Te Deum all’Ufficio delle Letture. Il suono dell’organo e di altri strumenti musicali è consentito soltanto per sostenere il canto dell’assemblea.

Anche l’aula della celebrazione è improntata alla severità quaresimale, senza fiori e ornamenti festivi, eccetto le solennità e le feste. Nella quarta domenica possono essere portati alcuni fiori, primizia della primavera, segno della prossima fioritura pasquale.

 

Alzati e cammina

C

os’è la Messa per molti cattolici?

Forse un semplice obbligo domenicale del quale liberarsi nel minore tempo possibile e con il minore impegno. Per altri si riduce ad un rito tradizionale per alcune occasioni, come la Messa di mezzanotte di Natale. Per altri ancora è semplicemente un rito che sacralizza alcuni momenti della vita (matrimonio, funerale…). In alcuni casi la Messa è semplicemente un rito privato per ricordare i propri defunti. Per alcune persone resta una devozione…

Ora, la Messa, in quanto celebrazione pasquale, è fondamentalmente “sacrificio di riconciliazione”, “memoriale della nostra redenzione”, “sacrificio che riconcilia l’umanità intera”. Del resto le parole dell’istituzione che vengono pronunciate sul calice sono chiare: “Questo è il calice del mio sangue per la nuova ed eterna alleanza, versato per voi e per tutti in remissione dei peccati”. In breve, la celebrazione sacramentale del sacrificio di Cristo si presenta come fonte del perdono dei peccati.

Di fronte all’episodio del brano evangelico di oggi, del paralitico guarito e al quale vengono rimessi i peccati, il nostro pensiero va giustamente e immediatamente al sacramento della penitenza che comunica, nel suo modo proprio, al battezzato peccatore il perdono e la riconciliazione che Cristo ha acquistato per tutti sulla croce. Tuttavia spesso dimentichiamo che l’eucarestia, in quanto celebrazione globale del mistero pasquale, è fonte e culmine di tutti i sacramenti e ne possiede in qualche modo la grazia particolare. In altre parole, l’eucarestia rinnova e conferma la grazia dei sacramenti già ricevuti. Pertanto il battezzato non può partecipare all’eucarestia senza ribadire il proprio impegno battesimale, senza accogliere il dono dello Spirito che viene invocato in ogni preghiera eucaristica per avere la forza di portare a compimento l’itinerario battesimale della vita cristiana. Non è quindi possibile partecipare veramente all’eucarestia senza ribadire la volontà di proseguire in quell’itinerario di conversione che sta alla base dell’essere cristiani.

La celebrazione eucaristica non è quindi una “cerimonia” per tutte le occasioni: essa presuppone il sincero pentimento dei peccati e ne ottiene anche il perdono. Se la chiesa interpretando autorevolmente il mandato di Cristo, prescrive, se possibile, la previa confessione e assoluzione sacramentale dei peccati gravi per poter partecipare alla mensa eucaristica, tuttavia, chi è ben disposto, riceve attraverso la celebrazione stessa dell’eucarestia il perdono di tutte le colpe come ricorda il Catechismo della chiesa cattolica: “L’Eucarestia non può unirci a Cristo senza purificarci, nello stesso tempo, dai peccati commessi e preservarci da quelli futuri…” (n. 1393).

La partecipazione alla Messa non può dunque essere ridotta a una semplice convenienza sociale, a un rito tradizionale, ma è un gesto impegnativo perché suppone l’atteggiamento di conversione. Un impegno che è compensato dalla certezza di un perdono che purifica continuamente i nostri cuori. “…L’Eucarestia fortifica la carità che, nella vita di ogni giorno, tende ad indebolirsi; la carità così vivificata cancella i peccati veniali” (CCC 1394).

Ricentrarsi su Cristo

“C

ome mettere insieme l’urgenza della missione e il dialogo tra le religioni?”. È una domanda che si sente viva nel momento in cui l’invito ad approfondire il dialogo ecumenico si accompagna alla constatazione della presenza, anche nel nostro quartiere, di tante persone che professano una religione diversa da quella cattolica.

Cosa si può rispondere? C’è da precisare che san Paolo non annunciava Cristo spinto dal pensiero che, altrimenti, la gente si sarebbe dannata, ma perché era spinto dall’immensità del dono che era per lui il Cristo. Perché era stato “afferrato” da lui. “Guai a me se non evangelizzo”. Non annunciare Cristo è un nascondere il dono, un defraudare il mondo di qualcosa che gli spetta, un soffocare la verità. Insomma, una terribile infedeltà e responsa-bilità. Chi ama Gesù Cristo percepisce l’urgenza di comunicarlo, perché egli è per tutti. “L’amore di Cristo ci spinge” (2Cor 5,14) non significa solo il nostro amore per Cristo, ma soprattutto l’amore di Cristo per noi. “L’amore di Cristo per tutti gli uomini ci spinge”: è così che si dovrebbe tradurre.

Lo slancio di evangelizzazione nasce più a monte. Dipende cioè dal posto che Cristo occupa nel cuore dei cristiani. Bisogna rimettere continuamente il Cristo al primo posto. Bisogna rimettere “a fuoco” la figura di Cristo. Da un Cristo “sfuocato” non può venire che un annuncio debole e “smorto”.

Il Concilio Vaticano II ha concentrato, e giustamente, la sua attenzione sulla chiesa: sulla sua natura, la sua liturgia, il suo rapporto con il mondo… E questi, di conseguenza, sono stati pure i temi che hanno dominato anche nel periodo postconciliare.

Occorre forse ormai decentrarci da noi stessi e ricentrarsi, o concentrarci, su Cristo. Per essere dei veri evangelizzatori dovremmo tutti, nella chiesa, cercare di innamorarci di Gesù Cristo. Bisogna cominciare dall’incontro a tu per tu con Gesù Salvatore, per aprirsi poi a tutto il resto: dottrina, istituzione, liturgia, devozioni…

Nella Chiesa Gesù deve essere la Parola coltivata, creduta, amata dentro, prima di essere la Parola proferita, proclamata, gridata.

Il compito della Chiesa è di ritrovare tutta la propria fede nel Cristo vivente dentro di lei, riscoprire il suo stesso mistero, in modo da poter gridare al mondo intero, in modo nuovo: “Vi annunzio una grande gioia, che sarà di tutto il popolo: oggi è nato per voi un Salvatore”. Anzi, oggi nasce per voi un Salvatore!

Benedizione delle Famiglie

È

 in corso la consegna della lettera alle famiglie che riguarda la “Benedizione Pasquale”.

Essa si svolgerà durante la Quaresima e sarà limitata come sempre, data la vastità del territorio e ristrettezza del tempo, a zone alterne.

Quest’anno è la volta della sola parte sud della parrocchia, di quella parte cioè che si usava definire, ai tempi in cui c’era la cappellina, “di via Busoni” e che comprende le strade tra via del Termine e via della Gora.

Chi risiede in queste vie è invitato a segnalare il proprio consenso compilando il modulo in calce alla lettera e a consegnarlo in parrocchia.

Le altre famiglie, non incluse nella zona, possono concordare con i sacerdoti l’appuntamento per un incontro di preghiera a carattere condominiale.

Anche noi lebbrosi!

D

avanti a una persona che soffre proviamo spesso indignazione: ci chiediamo che senso ha la sofferenza, ci domandiamo perché certe cose sono tollerate agli occhi di Dio.

Ma questa indignazione diventa sgomento quando ci si accorge che alla sofferenza fisica si accompagna quella morale: se la malattia è ritenuta contagiosa o frutto dell’incoscienza personale, allora si accompagna all’emarginazione. Ai bambini si dice di stare lontani da quelli che si presentano vestiti male, noi facciamo fatica ad allungare una moneta agli straccioni che possono contagiarci, rifuggiamo chi puzza e che potenzialmente è portatore di malattie.

Accanto al problema della sofferenza c’è la paura del contagio, dell’essere “infettati” da un altro. Tutta la storia è ricca di fobie collettive relative al contagio: basta pensare alle grandi paure seicentesche della peste, ben descritta dal Manzoni nei Promessi Sposi, e alla moderna paura dell’aids.

Gesù si presenta oggi come noi: “si indigna” davanti alla duplice condizione del lebbroso, sofferente ed emarginato.

Questa indignazione però non è rivolta, come facciamo noi, verso Dio ma verso la radice della sofferenza che sta nell’emarginazione, nell’isolamento e poi nella malattia. Noi ci fermiamo al dolore e allo sdegno, Gesù invece traccia la via per alleviare la sofferenza: “mosso a compassione, stese la mano, lo toccò” (Mc 1,419) gli parlò, lo guarì, gli ordinò di tacere. Noi di fronte ai nuovi e vecchi lebbrosi ci lasciamo percorrere solo da un movimento della emozione: li compatiamo, ci indigniamo per la loro condizione, imprechiamo per un po’ e poi ritorniamo alle nostre case… Se per pietà, facciamo qualche cosa in più per loro, desideriamo che tutti ne siano a conoscenza.

Da Gesù dobbiamo imparare a rimuovere le cause del male che spesso si annidano nel nostro egoismo: i lebbrosi di allora e di oggi vanno accolti come fratelli, vanno ascoltati ed abbracciati.

Se il Levitico imponeva ai lebbrosi di gridare “immondo, immondo” (Lv 13,45), cioè sporco, impuro, contagioso, essere cristiani dovrebbe suggerire a noi di gridare “siamo immondi”. Sì, “siamo impuri” finché la nostra ricchezza e il nostro benessere non sono utilizzati per vincere il male dei poveri. Finché malattie curabili, come la lebbra, uccidono ancora bambini e mamme. Finché la società in cui viviamo alza steccati contro i poveri, invece di migliorare le loro condizioni di vita. Siamo “immondi” finché spendiamo le nostre risorse pubbliche non per vincere le malattie e le emarginazioni, ma per difenderci da esse.

Raoul Follerau diceva: “Signore ecco i veri lebbrosi, gli egoisti, gli empi… i comodi, i paurosi, coloro che sciupano la loro vita!”

Gesù si presenta come coloro che accoglie e guarisce un lebbroso, senza voler per questo essere osannato dalle folle, ma solo per amore. Come cristiani dovremmo essere capaci di stendere la mano almeno verso una forma di lebbra, per amore.

“Crudele, dolcissimo amore”

I

n occasione della Giornata Mondiale del Malato può essere utile riportare un’antologia di pensieri tratti dal libro di Chiara M. dal titolo “Crudele, dolcissimo amore” ed San Paolo, Cinisello B. (MI) 2005 pp 180 € 12,00 definito dal teologo P. Coda “una delle cose più belle che ho letto in assoluto”.

Un’autobiografia che parte da lontano, dal matrimonio dei suoi genitori e dalla prima infanzia felice, amata e coccolata (“ero una bambina molto vivace, sempre allegra, con una risata argentina e contagiosa”) che, a un tratto, si trasforma in diario puntualissimo, anche se non quotidiano. Chiara, ormai da qualche tempo infermiera professionale – attività che lei ama moltissimo – si ammala: nel '77 il primo della lunghissima serie di ricoveri in ospedale. Un male devastante, che lei tiene rigorosamente anonimo, doloroso, progressivo, invalidante, inguaribile.

Ma a prevenire eventuali interpretazioni fuorvianti dei pensieri di Chiara, occorre ancora una volta ribadire che il cristianesimo non fa l’apoteosi del dolore, non propone il masochismo. La croce è una pedagogia divina, un crogiolo di purificazione, accompagnato dalla paura, dalla ribellione, dal dubbio.

E ecco finalmente alcuni dei pensieri di Chiara sul dolore, la morte e la vita (è una prospettiva “rovesciata”…).

22 luglio 1994 «Io sono poca cosa di fronte a Te. Un nulla. Ma voglio essere un nulla pieno di Te».

16 settembre 1994 (a C. Lubich)

«… la sensazione che ho dentro è che mi sto consumando lentamente ma inesorabilmente come una candela… tutto crolla prima o poi. Anch’io forse non l’avrei capito se non avessi avuto questa malattia che mi “stacca” dal campo fisico mi permette di tirare fuori il divino che ho dentro…»

Senza data «Questa malattia mi ha procurato due cose: da una parte mi ha spezzato le ali – appena avute – impedendomi di volare, dall’altra mi ha dato l’opportunità di crescere dentro ad una velocità incredibile».

21 novembre 1994 «Mi da fastidio tutto. L’ambiente, le persone, ma soprattutto mi da fastidio… me stessa. Il “come” sono con i miei limiti – che sono tanti – e con il mio voler essere che non è come vorrei. Non mi accetto, mi sembra di scoppiare, non riesco ad accettare questo nuovo aspetto di Gesù Abbandonato. Non riesco a dirti di sì subito. Ho un senso di ribellione verso il dolore».

2 febbraio 1995 «Non riesco a parlare direttamente della mia malattia. Sono anni di convivenza con lei che però non mi hanno ancora dato la libertà di chiamarla per nome, soprattutto nel dialogo con le altre persone… Ogni giorno lei si mangia qualcosa di me. Ogni giorno minuscole, infinitesimali particelle del mio corpo si modificano. È graduale ma costante quello che io chiamo un autentico sfacelo e a questo non mi abituo e non mi abituerò mai. Ogni volta che mi guardo allo specchio, noto qualcosa di nuovo, prodromo di un “cambiamento” che è sempre una perdita… Quando poi mi hanno consegnato un certificato con la percentuale del mio handicap, ho capito che era finita. O meglio, avevo attraversato il ponte che divide il mondo dei cosiddetti sani da quello dei malati… Io che vorrei poter camminare sempre quando lo decido oppure correre quando lo desidero. E invece, come adesso, sono sdraiata in un letto d’ospedale, attaccata a una flebo…»

27 agosto 1996 «… dolori violentissimi… tagliano la carne viva… In questi momenti alle volte mi assale lo sconforto, la paura di non farcela… Ho paura del “come” mi ridurrò alla fine, del dolore che dovrò ancora patire e non sempre riesco ad accettarlo… Forse abissi di dolore portano vette alte di purissima gioia. Altre volte mi sembra che tu dica: “Lasciati amare senza paura, senza timore, lasciati amare».

Senza data «In questi anni ho ascoltato centinaia di persone, soprattutto al telefono… ho incontrato molte storie, molte vite diversissime. Le persone con me si aprono spontaneamente. “Sto raccogliendo una valle di lacrime, ne sono quasi inzuppata…” Così scrivevo un giorno dopo ore ininterrotte di colloqui. In un tempo come il nostro così caotico, frenetico, urlante è difficile trovare qualcuno che ti ascolti veramente. Il dolore è silenzio. È qualcosa che non può, non deve avere fretta. È il momento del raccoglimento, della condivisione profonda, senza tempo. Nel dolore le maschere cadono. Solo attraverso il dolore si arriva all’essenziale…».

 

Dal Messaggio dei Vescovi Italiani per la 28a Giornata per la vita (5 febbraio 2006)

RISPETTARE LA VITA

«In principio era il Verbo, il verbo era presso Dio e il Verbo era Dio. In lui era la vita e la vita era la luce degli uomini» (Gv 1,1.4).

 

L

a Vita precede il creato e l'uomo: l'uomo -e con lui ogni realtà vivente- è reso partecipe della vita per un gesto di amore libero e gratuito di Dio. Ogni uomo è riflesso del Verbo di Dio. La vita è perciò un bene "indisponibile"; l'uomo lo riceve, non lo inventa; lo accoglie come dono da custodire e da far crescere, attuando il disegno di Colui che lo ha chiamato alla vita; non può manipolarlo come fosse sua proprietà esclusiva.

 

L

a vita umana viene prima di tutte le istituzioni: lo Stato, le maggioranze, le strutture sociali e politiche; precede anche la scienza con le sue acquisizioni. La persona realizza se stessa quando riconosce la dignità della vita e le resta fedele, come valore primario rispetto a tutti i beni dell'esistenza, che conserva la sua preziosità anche di fronte ai momenti di dolore e di fatica.

 

C

hi non vuole essere libero e felice e non fa tutto il possibile per realizzare questa sua massima aspirazione? Ognuno ha racchiusa nel segreto del suo cuore la propria strada verso la libertà e la felicità. Ma per tutti vale una condizione: il rispetto della vita. Nessuno potrà conquistare liberta e felicità oltraggiando la vita, sfidandola impunemente, disprezzandola, sopprimendola, scegliendo la via della morte.

 

Q

uesto vale per tutti, ma in modo speciale per i giovani, tra i quali non manca chi sembra ricercare la libertà e la felicità con espressioni esasperate o estreme. L'uso pervasivo delle droghe, che in taluni ambienti sono così diffuse da essere considerate cose normali; l'assunzione di stimolanti nella pratica sportiva; le ubriacature e le sfide in auto o in moto e altri comportamenti analoghi non sono semplicemente gesti di sprezzo della morte, un gioco tanto infantile quanto incosciente. No, essi dicono soprattutto indifferenza per la vita e i suoi valori; scarso amore per se stessi e per gli altri.

 

U

na società che tollera una simile deriva e non si interroga sulle cause e sui rimedi, o che la considera una malattia passeggera da prendere alla leggera, da cui si “guarisce” crescendo, non si rende conto della reale posta in gioco: chi da giovane non rispetta la vita, propria e altrui, difficilmente la rispetterà da adulto. È nostro dovere, perciò, aiutare quei giovani che si trovano in particolare disagio e difficoltà a ritrovare la speranza e l'amore alla vita, a guardare con fiducia e serenità a progetti di matrimonio e famiglia, a servire la cultura della vita e non quella della morte.

 

U

n fattore importante che incide sulla vitalità e sul futuro della nostra società, ma tuttora trascurato, è sicuramente oggi quello demografico: sono molti i coniugi infatti, che hanno meno figli di quanti ne vorrebbero. Ma, oltre alla mancanza di politiche organiche a sostegno della natalità, resta grave nel nostro Paese il problema della soppressione diretta di vite innocenti tramite l'aborto, dietro al quale spesso ci sono gravi drammi umani ma a cui, a volte, si ricorre con leggerezza. Vanno valorizzati quegli aspetti della stessa “legge 194”, che si pongono sul versante della tutela della maternità e dell'aiuto alle donne che si trovano in difficoltà di fronte ad una gravidanza. Davanti alla piaga dell'aborto tutti siamo chiamati a fare ogni sforzo per aiutare le donne ad accogliere la vita.

 

I

l rispetto della vita, infatti, comincia dalla tutela della vita di chi è più debole e indifeso. Nessuno può dirsi padrone e signore assoluto della vita propria, a maggior ragione di quella altrui. Rispettare la vita, in questo contesto, significa anche fare tutto il possibile per salvarla. Quando pensiamo a un nascituro, vogliamo, perciò, pensare a un essere umano che ha il diritto, come ogni altro essere umano, a vivere e a ricercare la libertà e la felicità.

 

R

ispettare la vita significa, ancora, mettere al primo posto la persona. La persona governa la tecnica, e non viceversa; la persona e non la ricerca o il profitto, è il fine. Chiedere l'abolizione di regole e limitazioni che tutelano la vita fin dal concepimento in nome della libertà e della felicità è un tragico inganno, che produce al contrario la schiavitù e l'infelicità di chi lascia che a costruire il futuro siano da un lato i propri desideri soggettivi, dall'altro una tecnica fine a se stessa e sganciata da ogni riferimento etico. Occorre continuare un capillare e diffuso lavoro di informazione e sensibilizzazione per aiutare tutti a comprendere meglio il valore della vita, le potenzialità e i limiti della scienza, il dovere sociale di difendere ogni vita dal concepimento fino al suo termine naturale.

 

S

e nel cuore cerchi la libertà e aspiri alla felicità, rispetta lo vita, sempre e a ogni costo.

 

 

“Alla scuola del Malato”

Q

uesto è il titolo del messaggio della CEI per la XIV Giornata Mondiale del malato che si celebra l’11 febbraio, memoria liturgica della Beata Vergine Maria di Lourdes.

«Nei confronti del dolore umano e del malato che in modo particolare lo incarna, la cultura di oggi appare in difficoltà, segnata spesso da una resa passiva, dal rifiuto oppure da atteggiamenti di infantile presunzione. Mettersi umilmente alla scuola del malato e del sofferente può aprire percorsi sapienziali per costruire una diversa visione della vita, della salute, della fragilità e della cura.

Il malato –è il documento della CEI a ricordarlo– con la sua stessa presenza ci aiuta a riflettere sull’importanza del valore della vita, in ogni istante e situazione, sul dono della salute, sull’esperienza del limite, della vulnerabilità e della morte come realtà esistenziali; ci ricorda la necessità di una personale  e collettiva responsabilità nel prevenire le cause di malattia assumendo uno stile sano di vita e lavorando per un ambiente ecologico e sociale, che lo renda possibile, ma richiama anche l’urgenza che la persona in condizione di malattia non sia lasciata sola e venga debitamente curata. Accanto al malato che, nella fede, vive il suo soffrire siamo aiutati a comprendere che anche la nostra sofferenza, pur restando sorgente di domande spirituali forti, di ribellione e di lacerazione interiore, nell’unione con il Crocefisso risorto trova un significato che va oltre la semplice valorizzazione umana.

L’atteggiamento di chi si accosta al malato deve essere quello di testimoniare che non si è condizionati dalla frettolosità, dall’individualismo, dall’approccio devozionale o dal facile richiamo alla rassegnazione, ma si è capaci di instaurare dialoghi aperti e sananti, di individuare bisogni e risorse, di chi si sente impegnato a lavorare in comunione con gli altri.»

 

Santi nel matrimonio

N

ella chiesa ha faticato non poco ad affermarsi la consapevolezza della dignità del matrimonio come risposta ad una chiamata vocazionale. Tuttavia, soprattutto a partire dal Concilio Vaticano II, si è evidenziata la dimensione di consacrazione nel sacramento del matrimonio, che rende l’unione dell’uomo e della donna una piccola chiesa, nell’ambito della quale i coniugi sono consacrati sulla via della santità e della perfezione.

Ben presto, dopo i primi tempi del cristianesimo, si è cercato la donazione totale a Dio prevalentemente nel distacco dal mondo e dai vincoli di amore terreno, come se il rapporto di coppia fosse incompatibile con una scelta cristiana radicale. Rari, fino ai giorni nostri, gli sposati riconosciuti ufficialmente santi dalla chiesa.

Indubbiamente Paolo non svilisce il matrimonio, riconosciuto da lui stesso come il grande mistero sacramentale, come segno cioè, dell’unione di Cristo con la chiesa (cfr. Ef 5,31-32).

Nel brano della liturgia di oggi, tratto dalla prima lettera ai Corinzi, Paolo più che trattare del matrimonio e della verginità, sembra rispondere a delle domande precise che gli sono state poste, sottolineando apparentemente la superiorità della scelta verginale consacrata.

In realtà né la donazione totale a Dio con la rinuncia a legami coniugali, né la via del matrimonio sacramento mettono automaticamente al riparo dall’egoismo e dall’idolatria. Ambedue le scelte si presentano come strade che, completandosi in qualche modo a vicenda, possono condurre alla santità unicamente se rispondono alla vocazione personale e all’impegno e alla disponibilità di far sì che l’amore abiti in noi e nei nostri cuori.

Purtroppo l’affermazione di sé a scapito dell’altro, la viltà, la ricerca non equilibrata di beni e di interessi, le relazioni immature, la gestione del potere non finalizzata al bene comune, la superficialità, l’indifferenza e altre meschinità sono molto frequenti sia fra persone sposate che fra persone celibi/vergini anche consacrate.

È quindi inopportuno ritenere che la superiorità sia legata a una condizione oggettiva: essa è legata solo a una maggiore o minore capacità di amare Dio e il prossimo nella condizione in cui ci troviamo.

In ascolto delle povertà del mondo

I

n occasione della Giornata Mondiale dei malati di lebbra amiamo riportare alcuni passaggi dei vari scritti e messaggi inviati da Raoul Follereau, morto nel 1977 dopo una vita spesa a rendere loro amore e giustizia.

«Se avete voglia di mangiare, non dite: “ho fame”, ma pensate ai 400 milioni di giovani che oggi non potranno mangiare. se siete raffreddati, non dite: “Dio mio come sono malato, ma pensate a quelli che soffrono, agli 800 milioni di esseri umani che non hanno mai visto un medico» (1961).

«Che cosa preferite? Un nuovo prototipo di bombardiere con il suo equipaggiamento o 75 ospedali di 1.000 letti? Che cosa preferite? Un nuovo prototipo di bombardiere con il suo equipaggiamento o 30 facoltà capaci di accogliere ciascuna 1.000 studenti? O 250.000 insegnanti per il terzo mondo, dove un giovane su due non sa né leggere né scrivere? Che cosa preferite? Un nuovo prototipo di bombardiere con il suo equipaggiamento o 50.000 trattori o 15.000 mietitrici?» (1965).

«In questo mondo che cammina titubante tra gli sperperi insultanti e le carestie disperate, tra i ventri vuoti e i ventri troppo pasciuti voi manifesterete il primato dell’amore, dell’amore senza il quale ogni scienza è vana ed empia» (1967).

«Cercate uno scopo alla vostra vita? Mancano nel mondo tre milioni di medici: diventate medici. Più di un miliardo di esseri umani non sanno né leggere né scrivere: diventate insegnanti. Due uomini su tre non mangiano a sufficienza: diventate agricoltori, e, dalle terre incolte, fate spuntare i raccolti che li sazieranno». (1968)

«L’amore non è una parola farfallina, che volteggia su labbra profanate, ma lavoro, lacrime. Talvolta sangue. Si tratta di costruire e di seminare… Gettate ponti tra gli uomini. Scavalcate gagliardamente il materialismo fangoso, le pozzanghere stagnanti dell’inerzia, l’egoismo e le sue parole nauseabonde». (1970)

«Perché la vita? Per servire. Quello che noi sappiamo di più certo quaggiù è che gli altri hanno bisogno di noi. Il denaro vi mente. Esso pretende di bastare a tutto e di rendervi liberi: in realtà vi incatena e vi umilia». (1971)

«Non perdete il vostro tempo a giudicare: costruite. Costruite una città a dimensione d’uomo, tale che serva all’uomo senza opprimerlo. Costruite una città libera, priva di superstizioni, falsificazioni, vigliaccherie. Una vita leale verso Dio». (1972)

Candelora

Q

uaranta giorni dopo la nascita “compiuto il tempo della purificazione, secondo la legge di Mosè, portarono Gesù a Gerusalemme per presentarlo al Signore”. Così racconta l’evangelista Luca (2,22). La festa della “Presentazione di Gesù” che si celebra il 2 febbraio, risale al secolo IV. Un tempo era detta della “Purificazione di Maria” o anche di “san Simeone”, perché fu il vecchio Simeone a riconoscere nel bambino il Messia, “luce per illuminare le genti”. Ma poiché in questo giorno ha luogo anche la tradizionale benedizione delle candele, la festa è ricordata per lo più come “la candelora”. Le candele benedette (come poi l’ulivo la domenica delle Palme), vengono conservate nelle case e accese in particolari occasioni. In ricordo della “purificazione” di Maria, un tempo le puerpere si recavano alla Chiesa a 40 giorni dal parto per un rito purificatorio. I contadini dall’andamento della stagione traevano previsioni per l’inizio della primavera (“per la candelora dell’inverno siamo fôra”).

Oggi del folclore è rimasto poco e la liturgia si limita sobriamente alla benedizione delle candele, con delle preghiere e letture che richiamano i temi del Natale e anticipano gli eventi della Passione (la predizione di Simeone a Maria: “Una spada ti trapasserà l’anima”).

 

Il tempo si è fatto breve

I

l brano della lettera ai Corinzi, anche se segue un percorso autonomo da quello del Vangelo, è facilmente collegabile ad esso. Nel Vangelo è presente l’annuncio della vicinanza del Regno: “Il tempo è compiuto e il regno di Dio è vicino”; e questa vicinanza cambia la situazione in cui ci troviamo a vivere.

Paolo, scrivendo ai Corinzi, cerca di definire il significato di una vita proiettata verso il futuro di Dio. “Il tempo si è fatto breve” scrive; e usa, in greco, un verbo del linguaggio marinaro: “il tempo ha imbrogliato le vele”.

Assomiglia, il tempo, a una nave che sta giungendo in porto e che deve chiudere le vele perché la furia del vento non la faccia schiantare contro la riva. La storia del mondo è ormai in vista del suo traguardo; il comportamento degli uomini deve prenderne atto e modificarsi di conseguenza. Come? “D’ora innanzi, quelli che hanno moglie vivano come se non l’avessero; coloro che piangono come se non piangessero e quelli che godono come se non godessero…”.

San Paolo non vuole dire che tutte queste esperienze esistenziali non hanno alcun valore e debbano essere più subite che vissute. Vuol dire invece che tutte queste esperienze mostrano ormai la loro relatività e debbono quindi essere vissute con una profonda libertà del cuore, senza perdersi in esse. Per il cristiano il pianto non dovrà mai dilatarsi tanto da ricoprire tutta la vita così che vivere e piangere finiscano per identificarsi. Così la gioia, per quanto intensa, non potrà mai cancellare del tutto il senso della lontananza da Cristo e quindi la percezione dolorosa dell’incompletezza della propria esperienza.

Insomma, niente può presentarsi al cristiano con la pretesa di essere tutto. E l’apostolo Paolo detta per i cristiani di Corinto la motivazione per vivere con libertà cristiana ogni situazione di vita. La risurrezione di Gesù inaugura il tempo nuovo e rende precarie tutte le strutture mondane. Perciò nessuna situazione vitale, da quella degli sposati a quella di chi ha una posizione di potere, ha un valore definitivo e assoluto. Quello che conta è la relazione col Signore risorto che dà valore e significato ad ogni scelta e stato di vita.

È proprio questa relazione col Signore risorto che rende possibile un uso delle cose in piena libertà. Come Paolo scriveva ai Filippesi: “Sono iniziato a tutto, in ogni maniera, alla sazietà e alla fame, all’abbondanza e all’indigenza. Tutto posso in colui che mi dà forza”.

 

Settimana dell’unità dei cristiani

Quando siamo uniti Cristo è tra noi

I

1 tema della Settimana di Preghiera per l’Unità dei Cristiani che nel 2006 come ogni anno si svolge dal 18 al 25 di gennaio, è suggerito dai versetti del Vangelo di Matteo in cui Gesù promette: «Se due o tre si riuniscono per invocare il mio nome, io sono in mezzo a loro» e «Dove sono due o tre riuniti nel mio nome, io sono in mezzo a loro» (cfr. Mt 18,18-20). «Due o tre»: ma oggi quelli che pregano insieme nel nome di Gesù - cattolici, evangelici ed ortodossi - sono molto più numerosi, grazie alla «epoca di grazia ecumenica» auspicata da Giovanni Paolo II nell'Enciclica dedicata al dialogo tra le Chiese e Comunità Ecclesiali, Ut unum sint, pubblicata nel 1995, e al nuovo clima ingenerato dalla «Charta Oecumenica» firmata nel 2001 dai presidenti del Consiglio delle Conferenze Episcopali Europee e della Conferenza delle Chiese Europee. Sono numerosissimi, quelli riuniti nel nome di Gesù, perché, come recita il paragrafo introduttivo della Charta, «Dall’Atlantico agli Urali, da Capo Nord al Mediterraneo ... noi [cristiani d'Europa] vogliamo impegnarci con il Vangelo per la dignità della persona umana, creata ad immagine di Dio, e contribuire insieme come chiese alla riconciliazione dei popoli e delle culture».

Non è quindi solo l'Euro a far sperare un nuovo livello di collaborazione - una concreta seppur limitata «unità» - dei cittadini del vecchio continente, ma un nuovo statuto di vita comune: fatto, questo, importante per Firenze, perché nel 2006 il capoluogo toscano ospiterà il Terzo Convegno Ecumenico Italiano, con la partecipazione dei massimi organismi cristiani nazionali (la Conferenza Episcopale Italiana, la Federazione delle Chiese Evangeliche Italiane e la Sacra Metropolia Ortodossa d’Italia: 11-13 maggio).

Il dialogo tra cristiani crea poi i presupposti per un dialogo con i non-cristiani, e per il terzo anno di seguito la Settimana di Preghiera che ora apre, include, oltre alla tradizionale giornata d'incontro tra Cristiani ed Ebrei, un'altra giornata dedicata al dialogo con i musulmani. Quest'ultimo, infatti, si va sempre rafforzando a Firenze, grazie alla stima reciproca e all'amicizia che legano la Comunità Islamica Fiorentina con il gruppo delle Chiese e Comunità Cristiane impegnate nel dialogo. Le aperture sono infatti commoventi, e abbiamo la sensazione di navigare già sul meraviglioso mare che Giovanni Paolo II ci indicò nel Novo millennio ineunte, affermando che «un nuovo millennio si apre davanti alla Chiesa, come oceano vasto in cui avventurarsi» (n. 58). Il Pontefice introdusse questa frase - che riprende il tema «navigazionale» della sua Lettera (Duc in altum, «Prendi il largo» ) - con le parole fondamentali in ogni impegno di dialogo: «Andiamo avanti con speranza!».

Quest’anno riconduciamo perciò l’«andare avanti nella speranza» alla promessa del Signore secondo cui laddove due o tre sono riuniti nel suo nome, lui stesso, Gesù Cristo, è «in mezzo a loro». È un’impresa di particolare urgenza per i cattolici, perché - come scrisse nel 2000 l’allora Cardinale Joseph Ratzinger nella Dichiarazione circa l’unicità e l’universalità salvifica di Gesù Cristo e della Chiesa Dominus Jesus, «la mancanza d’unità tra i cristiani è certamente una ferita per la Chiesa; non nel senso di essere privata della sua unità, ma in quanto la divisione è ostacolo alla realizzazione piena della sua universalità nella storia» (n. 17).

La stessa fedeltà all'identità cattolica richiede perciò il dialogo ecumenico: se non lavoriamo con altri per guarire la ferita all'unicità della Chiesa non possiamo considerare la nostra fede «cattolica» - parola greca che significa «universale». Ma il dialogo a sua volta impone il rispetto dell'interlocutore, in cui devo imparare a vedere un fratello con una sua identità diversa dalla mia ma analogamente esigente fedeltà. Frequentando l'ambito ecumenico vedo chiaramente che è proprio lui, Cristo, in mezzo a noi cattolici che preghiamo, e lo stesso Cristo in mezzo ad altri che pregano nel suo nome, che infonde (in noi e in loro) il desiderio di pregare insieme. Il necessario rispetto per l'identità cristiana dell'altro mi fa conoscere cioè il Signore dell'unica Chiesa come colui che conduce il lavoro ecumenico, facendo maturare una comune disponibilità a lasciar guarire la memoria, un comune proposito a camminare insieme fino a quando non potremo mangiare insieme alla sua mensa.

 

+Timoty Verdon

 

Domenica 15 gennaio

Giornata Mondiale delle Migrazioni

È

 stato il Papa san Pio X nel 1914 a istituire la Giornata Nazionale delle Migrazioni. Allora il primo scopo della Giornata era quello di rendere solidale tutta la Chiesa con chi era costretto a lasciare l’Italia.

Da molti anni la Giornata Nazionale delle migrazioni ha allargato il suo orizzonte. La sua attenzione e la sua preghiera infatti sono rivolte non solo agli emigranti italiani, ma anche a tutte le altre persone coinvolte nella mobilità umana e precisamente agli immigrati italiani, ed esattamente agli immigrati e profughi in Italia, ai rom e simili, ai circensi, lunaparchisti e artisti di strada, ai marittimi e aeroportuali.

Traiamo dalla rivista “Servizio Migranti” qualche spunto di riflessione proposto dal Direttore Generale della Fondazione Migrantes, Mons. Luigi Petris.

«La Giornata del 2006 ha per tema “Migrazioni: segno dei tempi”, espressione biblica che ricorre più volte nel recente documento pontificio “La carità di Cristo verso i migranti” e con altrettanta frequenza si alterna al termine quasi equivalente, tanto caro a Giovanni Paolo II: sfida dei tempi.

Le migrazioni sono appunto segno e sfida per la nostra società, lo sono tanto più per noi cristiani, perché ci provocano a domandarci se il il grande precetto dell'amore, che sta nel cuore del Vangelo, rimane formula abitudinaria e logora, vuota ed evanescente o si traduce nella concretezza della vita quotidiana in sentimenti e gesti di accoglienza, di solidarietà, di comunione verso chi ci è evangelicamente “prossimo”, anche se viene da lontano; ci provocano soprattutto a manifestare in quale Dio noi crediamo, se in un Dio fatto su misura della nostra grettezza di mente e di cuore tutta provinciale o nel Dio di Gesù Cristo, la cui paternità universale diventa per noi imperativo categorico per una fraternità altrettanto universale.

Le migrazioni sono segno di un mondo non integro, come era uscito dalle mani di Dio, ma squilibrato e corrotto dalla miseria umana.

C'è un piccolo mondo del benessere, corrispondente al 20% della popolazione mondiale, che vive e prospera non soltanto nell’indifferenza, ma pure nello sfruttamento del grande mondo della privazione dei beni essenziali il quale, per istinto di sopravvivenza, è spinto a fuggire altrove. Questa è la migrazione odierna: non libera scelta ma dura necessità.

Chi è attento alla Parola di Dio constata l’attualità della parabola del ricco epulone e non si rassegna a questa sperequazione, a questo peccato che grida vendetta al cospetto di Dio. Anche sotto questo profilo si è di fronte a un segno dei tempi che si traduce in una sfida all’autenticità - che esige innanzitutto la giustizia - della nostra professione cristiana.

Tanti, troppi anche in Italia vedono nelle migrazioni un segno di burrasca minacciosa e gridano che bisogna correre ai ripari, spazzando via dai cieli d’Italia queste nubi burrascose. Le migrazioni però come le nubi hanno percorsi che nessuna forza umana può spazzare via o arrestare, come un’esperienza più che secolare sta a dimostrare. Si torna a dire che non si vuol essere ingenui; le migrazioni portano con sé qualcosa di scabroso, ma sono in se stesse una forza vitale, che tocca a noi incanalare, regolare e non contrastare quasi fossero all'origine di tanti nostri guai. Sono dunque una sfida da affrontare con coraggio quale segno dei tempi, in fedeltà alla Parola di Dio.»

La chiamata

N

el mondo in cui viviamo l’uomo è spesso visto come uno strumento, un pezzo del sistema nel quale è assoggettato a un modo di vivere in cui c’è poco spazio per l’iniziativa personale. A quest’uomo è difficile parlare di un piano di Dio nei suoi riguardi; un piano nel quale l’uomo è chiamato a mettere in gioco tutta la sua libertà responsabile.

Ogni uomo è un chiamato. Ogni uomo per il fatto stesso che esiste, è in situazione di “vocazione”.

Ci troviamo a esistere per un misterioso intreccio di cause, di eventi le cui fila risalgono direttamente a Dio. L’uomo non è una cosa fatta in serie, su una comune catena di montaggio. L’uomo ha una sua originalità, una sua individualità unica, irripetibile. Non c’è uomo uguale a un altro. Dio ci ha pensati uno ad uno.

Anche se la scienza oggi è in grado di mettere le sue mani sull’uomo all’inizio stesso della sua esistenza con le sue tecniche dell’ingegneria genetica, l’uomo rimane sempre un essere che dipende da Dio. Toccarlo, manipolarlo fin dal momento del suo concepimento è una violenza.

Scoprire la propria vocazione significa scoprire il progetto di vita che Dio ha su ciascuno di noi. È Lui, Dio, che chiama per primo. La nostra vita è vera quando si fa risposta positiva e attiva: “Parla, perché il tuo servo ti ascolta”. “Ecco, io vengo, Signore, per fare la tua volontà” (cfr. I lettura e Vangelo).

La chiamata non è un fatto esterno all’uomo ma passa attraverso ciò che la nostra persona è, con tutte le sue capacità d’intelligenza, di volontà, di sentimento, di forze fisiche. Ad ogni uomo va fatto sentire l’imperativo: diventa ciò che sei; sviluppa tutte le tue capacità.

L’uomo va educato (“educare” = tirar fuori) come l’artista tira fuori dal marmo la statua secondo il progetto del suo genio.

La chiamata è un servizio. Dio ci ha pensati per realizzare un immenso piano in cui ciascuno ha il suo posto, il suo compito, la sua funzione. Il piano di Dio è come un meraviglioso organismo vivente in cui ogni membro del corpo è funzionale al tutto: il capo, le braccia, le gambe, gli occhi, il cervello.

La persona è una realtà aperta all’altro: tanto più si realizza, tanto più si dona…

Che la nostra vita, come quella di Samuele, degli apostoli, sia il frutto della Parola accolta: “Non lasciò andare a vuoto una sola delle parole di Dio”.

Nella nostra esistenza abbiano a scoccare, se non sono già scoccate, quelle quattro del pomeriggio in cui, come i due discepoli, abbiamo incontrato Gesù per stare sempre con lui.

 

In margine al pomeriggio con le “badanti”

Nell’incontro comunitario festoso di domenica 8 gennaio con le Assistenti Domiciliari extra comunitarie impegnate nell’assistenza a persone anziane e malate della nostra Parrocchia sono emerse alcune sottolineature importanti. Tutte queste giovani donne hanno nel loro paese lontano una famiglia da mantenere e di cui hanno tanta nostalgia. Sono contente di lavorare qui ma desiderano essere capite e considerate, non sentirsi guardate con sospetto e a volte con disprezzo. Accogliamo il loro accorato appello e sappiamo essere grati a queste persone che svolgendo un lavoro spesso disagevole ci aiutano nell’assistenza ai nostri anziani che possono così rimanere nella loro casa.    Anna R.

 

Dal Seminario Arcivescovile di Firenze

D

omenica 8 gennaio 2006 si celebra la Giornata del Seminario.

Attualmente il Seminario di Firenze accoglie i seminaristi di quattro diocesi toscane: Grosseto, Pistoia, San Miniato, Volterra. A questi si aggiungono due seminaristi della diocesi di Kottayam (India) che in essa rimarranno incardinati pur svolgendo servizio, una volta ordinati presbiteri, nella nostra Chiesa per alcuni anni. I seminaristi di Firenze sono 23 dei quali 15 provengono dalle nostre comunità parrocchiali, 8 da fuori Firenze. Quest’anno il Signore ci ha benedetto con 6 nuovi ingressi. La Comunità al completo è composta di 49 seminaristi.

Sappiamo che in molte parrocchie è stabilito un giorno (settimanale o mensile) in cui si prega per il Seminario e per le nuove vocazioni: è una vera grazia per il Seminario e per la nostra Chiesa. Siamo convinti che la preghiera rimane l’azione più efficace perché aumentino gli operai nella messe del Signore.

Vogliamo con questa lettera chiedere ancora la tua preghiera e quella della tua comunità. Per questo ti ringraziamo e ti auguriamo ogni bene nel Signore.

Il Battesimo: dono e impegno

“N

oi tutti siamo stati battezzati in un solo spirito per formare un solo corpo” scriveva san Paolo indirizzandosi ai Corinzi. E scrivendo ai Galati così specificava: “Voi tutti siete figli di Dio in virtù della fede nel Cristo Gesù. E in effetti tutti voi, battezzati nel Cristo, avete rivestito il Cristo: non c’è più né Giudeo né Greco, non c’è più schiavo né uomo libero, non c’è più né uomo né donna; poiché tutti fate una sola cosa nel Cristo Gesù”.

Sono due passi, tra i tanti che la Scrittura  dedica al Battesimo, per illustrare il significato di quel “battesimo con lo Spirito” al quale il Battista accenna nel brano evangelico d’oggi per distinguerlo dal proprio. E noi possiamo figurarci quale radicale e esplosiva novità, in un mondo diviso e spesso crudele come l’antico (ma del nostro cosa dovremmo dire, coi suoi contrasti e violenze e ingiustizie), l’ingresso in una “comunione” che, abolendo frontiere tra nazioni, classi sociali, condizioni, persone, faceva tutti fratelli nella filiazione da Dio, tutti membra alla pari del corpo invisibile del Cristo e di quello invisibile della Chiesa, tutti cittadini di una medesima “città” che “abita” in tutte, tutte le attraversa, ma tutte le trascende.

Dovremmo rimeditarli spesso, certi brani, perché solo così si può risalire alla condizione effettiva in cui ci ha situati il battesimo, che non è solo la liberazione dal peccato originale, ma è ricezione di un dono e assunzione di un impegno di vita che riassume tutto ciò che qualifica l’essere cristiani: dal restare in conversione permanente per spogliarci di continuo del “vecchio uomo” al dover essere “Chiesa”, al dover farci “tutto in tutti”.

Difficile impegno, si capisce, ma anche dolce se si considera che i frutti dello Spirito, come spiega ancora san Paolo, quasi a disegnare il modello ideale del battezzato, vogliono essere “carità, gioia, pace, longanimità, disponibilità al servizio, bontà, confidenza negli altri, dolcezza, dominio di sé”.

DIO CI HA DATO DUE MANI: UNA PER RICEVERE, L’ALTRA PER DARE.

I

n occasione della recente “GIORNATA DEL DONO”, celebrata nella festa dell’Epifania, nella quale i fedeli della comunità sono stati sollecitati a guardare e a pensare alle necessità materiali della “loro casa”, che richiede cura, assistenza, oculata manutenzione e gestione, ci piace portare a conoscenza quello che la comunità ha potuto fare nel 2005, a beneficio delle sorelle e dei fratelli più bisognosi:

 

Nel 2005 abbiamo

ricevuto

e donato

Ø per le Missioni

 

 

     - al Centro Diocesano

      1.259,56

      2.110,00

     - a Suor Silvana

      1.410,00

      2.035,47

     - missioni in Amazzonia e India

          260,00

          285,00

     - missione del Mato Grosso

          500,00

          500,00

     - a Suor Emanuela (suora indiana)

 

            50,00

Ø per i lebbrosi

          913,64

          500,00

Ø per i terremotati dello Tsunami e del

    Centro America

      6.907,41

      9.000,00

Ø per gli alluvionati

      1.175,40

      1.000,00

Ø per la Terrasanta

          252,73

          500,00

Ø a sostegno della carità del Papa

          450,60

          500,00

Ø per il Centro di Don Giacomo Stinghi

          600,00

      1.000,00

Ø alla Caritas Diocesana per il Progetto di S. Maria a Scandicci

      1.023,56

      1.000,00

Ø a sostegno del Centro Ascolto di Sesto

 

          650,00

Ø alle famiglie del quartiere in difficoltà

          100,00

      3.898,20

Ø in aiuto ai poveri

          581,30

          938,50

Ø dalla “Fiera di Beneficenza”

      1.242,98

 

Totale attività della Caritas parrocchiale €                                                       

   16.677,18

   23.967,17

 

 

Carissimi fedeli,

all’alba del nuovo anno solare in cui, ancora una volta, ci piace augurare che sia anno di grazia e di pace, il nostro sguardo non può non spingersi indietro al tempo che è trascorso e non sentirsi sollecitato a rendere grazie a Dio. Dobbiamo riconoscere che nonostante le afflizioni, le preoccupazioni, le prove, le difficoltà incontrate, Egli non ci ha mai lasciato mancare i suoi doni e il suo soccorso: in nessun giorno, mese, anno della nostra vita.

Quando annualmente nella festa della Epifania si celebra la “giornata del dono”, non si vuole disturbare nessuno, si vuole soltanto invitare tutti a considerare gli abbondanti doni che Dio ci ha fatto e, dalla riconosciuta rievocazione di quelli, lasciare sgorgare la nostra gratitudine nelle più svariate forme: il “grazie” sincero della preghiera, il gesto della carità ai fratelli, specie i più bisognosi, il sostegno concreto alle iniziative parrocchiale, compresa la premura per la gestione di quel monumento di generosità che sono gli ambienti parrocchiali che si rivelano sempre più utili e anche più bisognosi di quella manutenzione necessaria per mantenerli nella piena efficienza e decorosità.

Nelle celebrazioni liturgiche della festa dell’Epifania, al momento della presentazione del pane e del vino, vi invitiamo pertanto a compiere, insieme ai fedeli raccolti in assemblea, il gesto della vostra offerta segno della vostra generosità e condivisione.

 

“Ti benedica il Signore e ti protegga”

B

ilanci, ricordi, diari, agende nuove, cose da salvare, avvenimenti da dimenticare, sono in questi giorni di fine anno il motivo di fondo di tante trasmissioni televisive e di tanti articoli di quotidiani e riviste.

La liturgia percorre altre strade. La sera del 31 dicembre ci invita a cantare il Te Deum; senza fare bilanci abbiamo solo da rendere grazie per quanto ci è stato donato, senza legarlo all’aneddotica quotidiana, pure importante. Il “render grazie” è un atteggiamento del cuore non legato all’immediato: è importante educarci a proclamare la bellezza della vita e della chiamata alla fede, sempre!

Il primo giorno dell’anno solare ci pone sotto lo sguardo di Maria, madre di Dio, che invoca con noi la benedizione del Padre. “Il Signore rivolga su te il suo volto e ti conceda pace”. Non è un’illusione; la benedizione del Signore è una certezza, una mano posata con tenerezza sul nostro capo.

Dopo la richiesta della benedizione del Padre, Paolo ci dice “Non sei più schiavo, ma figlio”. In altre parole, non sei più sotto leggi e precetti, sotto programmi e progetti, ma sei figlio ed erede di chi conduce la storia.

Per noi cristiani è buono l’anno passato e sarà buono l’anno futuro, non perché abbiamo occhi che non vedono il male, o siamo sciocchi e superficiali, ma perché ieri, oggi e domani Dio rivolge su di noi il suo sguardo, il suo Figlio Gesù si dona alla nostra adorazione e ci salva.

Maria, donna semplice, totalmente fondata sull’ascolto, osserva l’agire di Dio e lo medita nel suo cuore. L’evento messo al centro anche oggi è l’incarnazione, che perde quasi l’eccezionalità e diviene quotidiano: Maria e Giuseppe e il Bambino riposano, i pastori tornano indietro e si compiono i riti previsti per ogni bambino ebreo. Ogni gesto che riguarda l’evento dell’incarnazione però, per quanto normale, porta a rendere gloria e lode a Dio, perché ci è stato mostrato concretamente il suo amore infinito, perché lui, creatore, chiama madre una sua creatura.

Oggi celebriamo anche la giornata della pace, dono per eccellenza dell’Emmanuele. Nella verità è la pace, ci dice il messaggio del Papa. Dunque, se vogliamo accogliere il messaggio che la liturgia di oggi ci propone, potremmo sintetizzarlo così: accorgersi della benevolenza del Padre e dei doni che ogni giorno ci elargisce, sapersi eredi di questo munifico Padre, lodarlo e vivere per ingrandire il suo “patrimonio”.

È l’impegno e il proposito per l’anno nuovo. Lo condividiamo con tanti fratelli, perché possano riconoscere lo sguardo attento di Maria, la benedizione del Padre, l’accompagnamento del Figlio e il sostegno dello Spirito.

“Maria, da parte sua serbava tutte queste cose meditandole nel suo cuore”

L’esempio di Maria

L

a riforma liturgica ha voluto promuovere la partecipazione attiva nella consapevolezza che l’assemblea è il soggetto principale, è il corpo ecclesiale di Cristo che prega e non può ridursi a una massa di muti spettatori (cfr. SC 48). Ma questa partecipazione attiva non è priva di malintesi e rischia spesso di trasformarsi in attivismo ossessivo dove tutti debbono fare per forza qualcosa e dove si debba sempre dire qualcosa. Ora, una vera partecipazione attiva è fatta anche di silenzi. I principi e norme del Messale Romano dicono così: “Si deve anche osservare a suo tempo, come parte della celebrazione, il sacro silenzio. La sua natura dipende dal momento in cui ha luogo nelle singole celebrazioni. Così, durante l’atto penitenziale e dopo l’invito alla preghiera, il silenzio aiuta il raccoglimento; dopo la lettura o l’omelia, è un richiamo a meditare brevemente ciò che si è ascoltato, dopo la comunione, favorisce la preghiera interiore di fede e di ringraziamento”.  (N. 23 Principi e norme per l’uso del Messale Romano)

Come si vede non si tratta semplicemente di riesumare quel silenzio che un tempo accompagnava la Messa, allorquando ognuno, prete compreso, faceva le proprie devozioni. Né si tratta di uno spazio, di una pausa, in attesa di fare altro. Si tratta invece di un silenzio “rituale” di un atteggiamento liturgico, quindi sacramentale e comunitario. È il segno di una chiesa che, sull’esempio di Maria che “serbava tutte queste cose meditandole nel suo cuore”, tace umilmente di fronte al mistero e lascia che lo Spirito Santo comunichi ciò che le parole non sono in grado di dire.

Non solo nel primo giorno dell’anno, ma in ogni inizio di settimana, in ogni domenica, la celebrazione eucaristica offre  questi spazi di silenzio perché l’incontro con Dio non si riduca a un profluvio di parole e di gesti, ma diventi umile accoglienza del mistero, momento di intima comunione con Dio, non per chiuderci in uno splendido isolamento, ma, al contrario, per alimentare ancora di più la capacità di comunicare con gli altri. Quella comunione che non è determinata dalla quantità dei gesti e delle parole, ma dalla loro “qualità”, dalla ricchezza interiore.

Gli auguri di Natale

di Suor Silvana.

 

Carissimi don Mario e Amici,

in occasione delle feste natalizie mi è caro farvi giungere i miei auguri. L’augurio più bello è che il Signore ci faccia dono di conoscerlo sempre di più per amarlo meglio.

Come state ? Vi penso tutti bene e sempre impegnati nelle vostre differenti attività. Io sto bene, qui i soliti problemi di insicurezza, miseria, etcetra… ma con l’aiuto del Signore speriamo sempre in un avvenire migliore per questo paese.

Saluti e un ricordo nella preghiera

Suor Silvana

 

NATALE

L

a ricca liturgia del Natale con le tre messe della notte, dell’aurora e del giorno non si ferma a ricordare solo il fatto storico della nascita di Gesù, ma da questo risale a cogliere nella fede la realtà più profonda dell’evento: il Figlio di Dio si fa uomo, perché l’uomo diventi figlio di Dio.

Il Natale è mistero di salvezza. Il mistero della natività di Cristo ha un valore salvifico. I diversi fatti narrati dai vangeli sono la parte visibile del mistero del Natale, ma l’essenza del mistero si trova nell’unione dell’umanità con la divinità nell’unica persona divina del Verbo. Lo scopo di questo mistero è di salvare l’umanità; è quindi essenzialmente un mistero di salvezza mediante il quale è data all’uomo la grazia della riconciliazione.

Il mistero è tuttora operante nella chiesa mediante la celebrazione liturgica. Il sacramento della festa odierna appartiene a ogni tempo e a tutti i fedeli. Esso rinnova per noi il Santo Natale di Gesù.

Non solo. La nascita di Cristo è l’origine del popolo cristiano: il Natale del capo è anche il Natale del corpo. Con l’incarnazione è iniziato il misterioso processo dell’unificazione di tutta l’umanità in Cristo. “Con l’incarnazione”, ha affermato il Concilio Vaticano II, “il figlio di Dio si è unito in certo modo ad ogni uomo” (GS 22). Il mistero del Verbo fatto carne implica quindi la solidarietà del Figlio di Dio con tutta la famiglia umana. In tal modo Cristo ha elevato l’unità naturale degli uomini a una superiore unità, la cui origine sta nell’unità di un solo Dio nella Trinità delle persone divine.

Il mistero del Natale non ci offre soltanto un modello da imitare nella povertà del Signore che giace nella mangiatoia, ma ci dona la grazia di essere simili a lui. La vera spiritualità del Natale di conseguenza non consiste nell’imitazione di Cristo “dal di fuori”, ma nel “vivere Cristo che è in noi” e manifestarlo con la vita nel suo mistero di puro amore, povertà, obbedienza, umiltà.

San Leone Magno invita i cristiani a prendere coscienza di tanta dignità: “Riconosci, cristiano, la tua dignità e, reso partecipe della natura divina, non voler tornare alla abiezione di un tempo con una condotta indegna. Ricordati che, strappato al potere delle tenebre, sei stato trasfigurato nella luce del regno di Dio.”

Il frutto spirituale de Natale consiste allora nell’impegno morale a vivere la grazia della redenzione e a custodire interiormente lo Spirito Santo che ci fa figli di Dio.

Domenica Mariana

Q

uesta domenica è l’ultima tappa preparatoria alla grande festa ed è tutta piena di gioiosa attesa. Anche la Parola di Dio sembra respirare questa atmosfera.

L’attesa sta per raggiungere la meta : lo si sente in modo tangibile. Ebbene: chi ci guiderà nei suoi ultimi momenti? Chi potrebbe insegnarci come passare dall’attesa alla accoglienza?

La quarta domenica d’Avvento è squisitamente “mariana”. La liturgia dell’Avvento – dopo aver dato spazio agli antichi profeti e a Giovanni Battista – ci presenta Maria come colei che, in primo piano, ha preparato la nascita storica di Gesù Cristo, e per questo ce l’addita quale modello della nostra immediata preparazione alla nascita del Signore nel mistero.

Il tono di questa domenica è dato principalmente dal testo evangelico. L’episodio narrato ci presenta il pronunciato da Maria: essa ha detto sì e si è fatta serva del suo Signore. Non ha fatto altro, ma è proprio questo e questo servizio che ha permesso al progetto di Dio di farsi storia; e Natale è esattamente questo…

Maria dice e si consegna a Dio nell’atteggiamento di chi si mette a servizio e assume un impegno che d’ora in avanti la identifica.

Il progetto e l’iniziativa di Dio entrano nella sua vita.

Il suo essere umano e femminile ne è come travolto: è a questo che Maria ha detto , senza sapere che cosa poi sarebbe accaduto, perché Dio ha diritto di prenderci così… di irrompere così… se no che Dio è?… Che Amore è?

Se al principio il e il servizio di Maria sono imperscrutabili, acquisteranno però, di giorno in giorno, i tratti di un cammino.

Ed eccola frettolosa a cercare l’uomo, con le intenzioni della carità e dell’amore. Se un tempo Dio ha rifiutato di stare in quel “tempio materiale” che Davide voleva costruire, ora non disdegna di prendere dimora nella carne di Maria, la “povera”, la “vergine” che diviene così autentica “arca”. Non porta qualcosa, ma Qualcuno.

Ecco la duplice fecondità del di Maria!

“Ti saluto o piena di grazia

L

angelo Gabriele la saluta con il nome “chekaritomene”. La parola è intraducibile. Bisogna ricorrere ad una perifrasi: “oggetto del favore di Dio”. Questo participio perfetto, secondo la lingua greca, indica permanenza, stabilità. Si tratta quindi di un favore stabile e definitivo. C’è di più, questa denominazione le è data dall’alto; è il vero nome di Maria davanti a Dio, il suo nome di grazia. “È colei che ha trovato grazia” secondo il commento dell’angelo Gabriele.

Alla pienezza del favore di Dio per lei, Maria risponde con la pienezza della sua totale dedizione: “Eccomi, sono la serva del Signore, avvenga di me quello che hai detto.”

 

AVVENTO DI FRATERNITÀ 2005:

 

Sostegno alle popolazioni colpite dall'Uragano "Stan" attraverso la Diocesi di San Marcos in Guatemala

 

Q

uesti ultimi mesi sono stati colpiti da drammatiche calamità. La più forte, che ha mobilitato energie in tutto il mondo, è stata lo tsunami che il 26 Dicembre ha colpito le coste che si affacciano sull'Oceano indiano. Buona eco ha poi avuto il terremoto che 1'8 Ottobre scorso ha colpito il Kashmir, con epicentro in Pakistan. In questo avvento vorremmo appuntare la nostra attenzione su una calamità che invece è rimasta un po' oscurata nella percezione di tutti

Il lunedì 3 ottobre, durante la notte, cominciò in America Centrale una forte pioggia con violente raffiche di vento, che continuò con la stessa intensità fino al giovedì 6. Era l'uragano "Stan" che ha colpito vaste aree dell' America Centrale e del Messico. I danni occasionati in tutto il paese superano quelli provocati dal più celebre uragano "Mitch" di qualche anno fa tramite alcune religiose abbiamo preso contatto con la Diocesi di San Marcos in Guatemala, in uno dei dipartimenti più colpiti. Secondo le cifre ufficiali è in questo dipartimento

- il 30% dei villaggi distrutti,

- il 40% dei morti,

- il 16% dei dispersi,

- l'8% dei feriti,

- il 38% di quanti hanno subito danni,

- il 17 % degli sfollati,

- il 62% della case danneggiate,

- il 62% delle case distrutte.

A questo c'è da aggiungere i danni provocati alle coltivazioni e agli allevamenti di animali.

I danni sono stati causati non tanto dalla violenza del vento quanto dall'enorme quantità di acqua caduta che ha causato inondazioni, frane, smottamenti in tutta l'area. Gran parte delle vittime è stata sepolta dal fango e molti lì sono rimasti. Interi villaggi sono stati dichiarati dal governo "cimiteri" ed è stata sparsa calce viva sul fango per prevenire le epidemie.

Una caratteristica dei danni arrecati è stata l'impossibilità di comunicazione fra capoluoghi comunali, paesi e piccoli villaggi, fino a raggiungere casi estremi in cui alcuni paesi hanno potuto comunicare con il comune soltanto dal 19 Ottobre in poi. A livello nazionale sono stati danneggiati 91 ponti, di cui 31 distrutti. Di questi ultimi 12 erano nel Dipartimento di San Marcos. Questo dà un'idea della difficoltà per far giungere gli aiuti.

Il Guatemala, già da prima della tormenta, aveva problemi a livello strutturale, quali la concentrazione della proprietà e della terra in poche mani, il 2% della popolazione concentra il 72% delle terre, che fa sì che il 57% della popolazione si trovi in uno stato di povertà e il 21 % in uno stato di estrema povertà. Guatemala è il paese dell'America latina che raggiunge i vertici più estremi della disuguaglianza. Ciò significa che, in questo Paese, su 12 milioni di abitanti, come appare nei dati, quasi 7 milioni sopravvivono con 2 dollari al giorno. È ovvio che le famiglie che vivono in queste condizioni non possono abitare in luoghi sicuri, manca loro un tetto degno, oltre ad essere esclusi da quelli che sono i servizi basilari, in altre parole "non hanno futuro". Come di regola succede sono state le più colpite dal disastro.

Le perdite provocate nell'agricoltura e nell'economia agricola non sono state calcolate dallo stato, ma la realtà dimostra che i contadini sono rimasti privi dell'alimento basico: il mais. Il ciclo produttivo del mais comincia in Marzo del 2006 ed i raccolti saranno in Novembre o Dicembre, cosa che mette in pericolo la sicurezza di possibilità di alimentazione della maggioranza della popolazione colpita dall'uragano "Stan".

La Diocesi di San Marco si è naturalmente mobilitata per prestare aiuto alle popolazioni. Il nostro aiuto verrà impiegato per assistere gli sfollati in attesa del rientro nelle loro case, in particolare per l'acquisto di piastre di metallo per cucinare, set da cucina e prodotti per la pulizia e l'igiene.

Quanto raccolto nel corso dell'Avvento di fraternità verrà inoltrato direttamente alla Diocesi di San Marcos in Guatemala.

Siate generosi.

 

Il Centro Missionario Diocesano

Tempo d’Avvento

I

l tempo di Avvento, “ha una doppia caratteristica: è tempo di preparazione alla solennità del Natale, in cui si ricorda la prima venuta del Figlio di Dio fra gli uomini, e contemporaneamente è il tempo in cui, attraverso tale ricordo, lo spirito viene guidato all’attesa della seconda venuta del Cristo alla fine dei tempi”.

Questi due aspetti, il fare memoria della nascita di Gesù a Betlemme e l’attesa fiduciosa del suo ritorno glorioso, rendono per eccellenza l’Avvento il tempo di attesa del compimento della salvezza: attesa sorrette dalla certezza che il Signore è già venuto, continua e continuerà a venire finché il mondo e l’uomo non saranno fatti nuovi attraverso la salvezza di Cristo e l’azione dello Spirito Santo.

Tutto questo ci è stato ricordato e sottolineato, nei giorni appena trascorsi, dagli Esercizi Spirituali. È stato un continuo richiamo alla attesa vigilante, all’ottimismo teologale, alla speranza fondata sulla fedeltà di Dio, alla sua promessa già realizzata con la venuta del Messia.

In questa attesa del “compimento” della salvezza, attesa che oltre a essere propria della spiritualità dell’Avvento è la costante della vita cristiana, si colloca come modello impareggiabile Maria.

Come per la prima venuta nel mondo del Verbo eterno fu necessario, per divino disegno, il sì di Maria, così la presenza della Vergine non cessa di farsi sentire nell’attesa dell’ultima venuta del Salvatore. Dice l’Apocalisse: “Ecco sto alla porta e busso. Se qualcuno ascolta la mia voce e mi apre la porta, io verrò da lui, cenerò con lui ed egli con me…” Si può dire che Maria è colei che per primo ha aperto la porta, anzi l’ha spalancata, al Signore che viene, ed è per questo che il cristiano di ogni epoca può trovare nella madre di Dio un modello ed un esempio.

Ecco perché l’avvento è da sempre considerato il tempo mariano per eccellenza, il tempo in cui ogni cristiano, fissando lo sguardo a Maria può apprendere da lei quell’atteggiamento che permette di sperimentare l’incontro con il Veniente.

Il Cardinale Ratzinger, in un commento all’enciclica di Giovanni Paolo II Redemporis Mater scriveva: “L’avvento è nella liturgia della chiesa un tempo mariano, il tempo in cui Maria ha fatto spazio nel proprio grembo al Redentore del mondo, il tempo in cui portò in sé l’attesa e la speranza dell’umanità. Celebrare l’avvento significa divenire mariani, unirsi al sì di Maria”.

E tuttavia, è bene ricordare, in ogni tempo liturgico è sempre la domenica il momento centrale del cammino cristiano personale e comunitario. Questo vale anche per l’avvento. L’Eucarestia è celebrata “nell’attesa della sua venuta”. Chi vi partecipa in atteggiamento di vigilante attesa realizza veramente il lento e paziente ritorno del Signore nella storia dell’umanità.

Partecipare all’Eucarestia con la sensazione che la venuta del Signore è estranea alla storia degli uomini è mentire all’Eucarestia stessa; è non capire il vero significato della venuta del Signore ieri, oggi e alla fine dei tempi.

Visita alle Famiglie

N

el notiziario della settimana scorsa si riferivano le proposte concrete suggerite dal Consiglio Pastorale all’intera comunità come frutto e impegno dell’Anno Eucaristico appena concluso. Si sottolineava l’impegno ad animare la liturgia domenicale attraverso il coinvolgimento dei gruppo operanti in parrocchia, si ribadiva il momento settimanale della Adorazione Eucaristica al giovedì (18 – 19) e si annunziava anche l’intendimento della visita pastorale alle famiglie del quartiere da parte del sacerdote e di qualche fedele laico, iniziando da quelle di via Puccini.

Ora, proprio per illustrare ai fedeli lo scopo e lo spirito di questa iniziativa viene riportato il testo della lettera che viene recapitata alle famiglie di volta in volta direttamente interessate.

 

«Distinta famiglia,

la ricorrenza del mio cinquantesimo di sacerdozio celebrato proprio in questo anno 2005, mi fa sentire ancora più acuto il bisogno di avviare o consolidare il rapporto di conoscenza e di amicizia che mi lega a voi ormai da tanti anni. Parlo di avvio di conoscenza per quelle famiglie che sono giunte in parrocchia di recente o anche da tempo, ma con le quali per le più svariate ragioni non si è avuto modo di entrare in relazione. Parlo di consolidamento di rapporti per quelle altre famiglie con le quali occasioni di incontri non sono mancate in questo lungo lasso di tempo in cui la Provvidenza mi ha permesso di vivere con voi.

Per questa ragione, per soddisfare cioè questo desiderio intenso di conoscervi, di ascoltare, di capire, di amare, ho maturato la decisione di procedere con gradualità e sistematicità alla visita di amicizia di tutte le famiglie del Quartiere.

L’intenzione è quella di fare conoscenza con tutti; battezzati e non, cristiani e non e di procedere anche a una registrazione all’anagrafe parrocchiale, che è qualcosa di diverso da un censimento sia civico che economico, perché non ha alcun significato fiscale, ma è solo uno strumento per raccogliere e aggiornare dati opportuni ad aversi per qualsiasi occorrenza di natura pastorale.

Non è quindi una visita a carattere strettamente “religiosa”, tipo la benedizione delle famiglie che viene fatta soltanto dietro esplicita richiesta di chi è interessato; e questo per rispettare le opinioni e le scelte di tutti. Tanto meno lo scopo è quello di “convertire” (come avviene da parte di alcune sette), perché ogni persona eventualmente arriva o ritorna alla fede e alla pratica religiosa solo in forza di una conversione maturata interiormente e stimolata dall’esterno dalle testimonianze di chi crede.

È un incontro di persone, voi ed io, che vivono nello stesso ambiente, cercano di non essere estranei gli uni agli altri, senza sentirsi tentati di mimetizzarsi e far coincidere ad ogni costo i propri modi di pensare.

A me costerà fatica e tempo, ma lo faccio volentieri perché, ripeto, più passo il tempo del mio stare con voi, e più cresce anche il desiderio di conoscervi meglio, di condividere le speranze, le attese, i problemi, la vita.

A tutti voi credo che l’iniziativa non dispiaccia. L’importante per me e per voi è che abbiamo a cogliere nel gesto dell’incontro il suo vero significato: quello di intessere rapporti umani, di aprirci a una pluralità di voci e situazioni, di sentirci un po’ più fratelli, superando quella distanza… psicologica che spesso crea pregiudizi o indifferenza. »

In preparazione al convegno ecclesiale di Verona

P

er dare voce alle attese e alle speranze presenti nel cuore degli uomini e delle donne, quelle attese e quelle speranze che gli Esercizi Spirituali hanno purificato e alimentato e anche per sentirci in qualche misura coinvolti e partecipi al Convegno Ecclesiale di Verona (si svolgerà nell’ottobre del 2006 e avrà come tema la “Speranza”), verrà distribuito nelle celebrazioni eucaristiche di domenica 4 dicembre, un semplice cartoncino contenente una domanda sulla speranza.

I fedeli sono invitati a scrivere sul retro la propria risposta e a depositarla lungo la settimana (fino a domenica 11) nel contenitore già predisposto nell’aula liturgica o nella cappella feriale.


L’attesa e la veglia

R

iprende il cammino di avvento e ci tornano familiari le parole “vegliare” e “attesa” che nel tempo ordinario mettiamo un po’ in sordina

Nella vita quotidiana l’attesa è piuttosto fastidiosa, la consideriamo spesso una perdita di tempo, un inciampo nella nostra tabella di marcia. La veglia, forse, va un po’ più di moda, con le grandi città che organizzano notti bianche e i giovani che vivono la notte come il giorno. Non che chi frequenta le notti viva la veglia, piuttosto sta sveglio, non dorme, facendo attività che spesso si potrebbero benissimo svolgere di giorno. È quindi una veglia esattamente contraria a quella a cui ci richiama il periodo dell’Avvento.

È vero anche che in famiglia e in comunità non c’è bisogno di un periodo d’avvento per imparare a vegliare, cioè a farsi attenti e dediti a qualcuno, o ad aspettare. Sono atteggiamenti che si hanno o che si dovrebbero avere sempre, anche se in qualche momento si fanno più evidenti.

L’avvento però ci chiede di dare il giusto senso al vegliare e all’attendere e a mettere quest’atteggiamento in relazione al Dio in cui diciamo di credere. Dal Vangelo di Marco prendiamo dunque il via per il nostro cammino fino a Natale: “State attenti, vegliate, perché il padrone di casa non giunga all’improvviso trovandovi addormentati”.

Abbiamo a disposizione un mese per porre attenzione, per vedere e contemplare l’opera del Signore, per svolgere al meglio il compito che ci è stato affidato, per vivere in pienezza la nostra vocazione che significa in definitiva “attendere” il Signore; e così sempre ogni giorno, ogni momento del giorno:  questo ci chiede il Vangelo di oggi.

Ma come fare, com’è possibile, nell’infinito rumore che viviamo ogni giorno?

Non solo: se Gesù nel Vangelo chiede all’uomo di vegliare, i brani odierni di Isaia e di Paolo fanno una richiesta inversa: Signore veglia su di noi. “Squarcia i cieli e scendi” invoca Isaia; “risveglia la tua potenza e vieni in nostro soccorso” chiede il salmista; “fedele è Dio dal quale siete stati chiamati alla comunione del Figlio”, dichiara solennemente san Paolo.

Un cammino d’avvento da non fare da soli. Certo con la comunità dei fratelli, ma soprattutto portati per mano dal Padre per incontrare il suo Figlio donato.

Quante giornate chiudiamo con la certezza che il Padre ci ha condotti, sostenuti, guidati, arricchiti di doni e quante altre volte invece andiamo a letto dopo esserci sentiti soli contro tutti o bravi per quello che abbiamo fatto?

La nostra parte in questo cammino, a ben pensarci,è di farci da parte per lasciare agire il Padre; è farci sensibili ai suoi molti interventi; è farci più silenziosi per sentire i passi di chi arriva; è farci più coscienti del suo infinito amore e restituirlo a piene mani; è farci più attenti a non lasciarsi travolgere da luci e nenie, e mettersi in cammino dietro a molti segni, pronti ad adorare il bambino.

“Da te più non ci allontaneremo, ci farai vivere e invocheremo il tuo nome”.

Rendiamo vive e vere queste parole del Salmo mentre prepariamo ancora una volta il presepe, mentre pensiamo ai nostri fratelli specie a chi è nel bisogno: è il compito di questo Avvento.

 

Buon cammino.

 

 

 

 

Cosa è e cosa non è l’Avvento

I

l tempo dell’Avvento non è il ricordo dell’attesa ebraica del Salvatore; non è il tempo, quindi, di un sacro dramma in cui le nostre assemblee liturgiche recitano la parte degli ebrei prima di Cristo. Sarebbe davvero una strana commedia. La Chiesa con la sua liturgia non recita un dramma, ma vive una realtà presente in continua tensione verso un pieno compimento.

Il tempo dell’Avvento non è soltanto preparazione al Natale ma è il tempo per crescere nella speranza della venuta ultima gloriosa di Cristo. Il richiamo di Gesù nel Vangelo è forte: “State attenti, vegliate”. Non si può dormire, non si può essere distratti quando si vive il tempo dell’attesa del Signore che viene.

“Lo dico a tutti”- ripete Gesù - “Vegliate!”.

Il futuro celebrato dall’Avvento e che attendiamo nella fede e nella speranza non è il risultato della nostra programmazione, ma è il futuro che ci viene donato da Dio; ancora di più: il nostro futuro è Dio stesso, veduto come egli è e goduto per sempre.

La speranza cristiana pertanto, non è speranza di questo mondo, ma speranza fondata su Dio salvatore per questo mondo.

L’Avvento è celebrato in ogni Messa:

“Annunciamo la tua morte, Signore; proclamiamo la tua resurrezione, nell’attesa della tua venuta”.

L’Eucarestia è la nostra memoria, è il nostro presente, è il nostro futuro definitivo.

Ogni Eucaristia è il grido pieno di speranza della Chiesa: Vieni Signore Gesù !

Nella partecipazione all’unico pane spezzato noi troviamo l’aiuto per essere confermati nella fedeltà sino alla fine, “irreprensibili nel giorno del Signore nostro Gesù Cristo”                                     (I Cor. 1,8)

Dal Consiglio Pastorale

N

ell’ottobre scorso è finito l’anno dell’Eucarestia, l’anno cioè nel quale i fedeli accompagnati e stimolati dalla bellissima lettera apostolica di Giovanni Paolo II: “Mane nobiscum Domine” hanno avuto modo di approfondire, gustare e vivere il grande mistero che costituisce il cuore della nostra fede.

Ad anno eucaristico concluso e all’inizio dell’anno pastorale, nelle sue due prime riunioni (del 20 ottobre e del 17 novembre) il Consiglio Pastorale si è interrogato su quali potevano essere i segni o i frutti o gli impegni da proporre alla comunità e, pur non ignorando le difficoltà che presentano nella loro reale attuazione, ha maturato queste proposte:

Ø  Curare l’animazione delle Messe festive attraverso il coinvolgimento dei vari gruppi operanti in parrocchia: i membri del Consiglio Pastorale, i catechisti e gli animatori con i loro ragazzi, i moderatori dei gruppi di ascolto nelle famiglie, il gruppo caritas, quello missionario, quello dell’apostolato della preghiera, i cantori, ecc. e, a coordinare ogni cosa, il gruppo liturgico.

Ø  Dedicare la sera di ogni giovedì –dalle ore 18 alle 19– alla adorazione eucaristica: la preghiera silenziosa, raccolta, magari anche sobriamente guidata, viene considerata una risorsa interiore preziosa per assicurare una attività catechistica, caritativa e missionaria veramente evangelica.

Ø  La visita pastorale alle famiglie del Quartiere da parte del sacerdote e di qualche fedele laico, come segno di apertura e di ascolto, iniziando da quelle di Via Puccini.

 

Le proposte così enunciate, senza il contesto in cui sono maturate possono apparire un po’… fredde e cadute dall’alto. Se ne dovrebbe scoprire il significato, il valore e ci auguriamo, i frutti, cammin facendo, sotto la guida dello Spirito…

Una regalita’ diversa

L

’anno liturgico volge al termine e la Chiesa propone ai credenti di celebrare la solennità di Cristo Re. Non si può non riconoscere l’imbarazzo nel celebrare una tale solennità, anche solo per l’impossibilità di trovare un elemento di paragone analogo nella società italiana contemporanea. Siamo in una società democratica e non monarchica.

L’unico modello di confronto può esserci offerto dalla vicina monarchia inglese, ma, come è noto, il ruolo politico, economico e militare della regina d’Inghilterra non ha più alcuna consistenza, se non per una tradizione secolare.

Eppure Cristo è re: ma che re? e con quale regno? con quale potere? quali sudditi? di che monarchia si tratta?

Le difficoltà pastorali ed ecclesiali nel decifrare il senso e la portata di questa solennità si accompagnano a quelle teologiche nel comprendere la regalità di Cristo. Di fatto, il dialogo sulla regalità tra Gesù e Pilato si è sviluppato nella difficoltà di comprendere il senso della regalità di Cristo: “Il mio regno non è di questo mondo; se il mio regno fosse di questo mondo, i miei servitori avrebbero combattuto perché non fossi consegnato ai giudei… Dunque tu sei re?” (Gv 18,36-37).

Gesù non esita a presentarsi come messia regale, ma il suo regno è atipico perché non è identificabile in uno spazio e in un tempo: è un regno senza possesso visibile, senza un esercito materiale, diremmo senza soldati. E come può essere definito re colui che ha subìto la morte di croce e per giunta con la derisoria iscrizione dell’INRI? Nessun re ha scelto come trono della sua regalità la croce, come corona un intreccio di spine e come mantello una tunica. Dunque, senza negare la regalità di Cristo, questa si presenta come contraddittoria, anzi come paradossale perché pretende di avere un potere sugli altri quando non ne possiede uno neppure sul proprio corpo crocifisso. Non di meno Cristo è re; e la chiesa colloca questo riconoscimento al vertice dell’anno liturgico che con esso si chiude.

Signore del tempo e dello spazio

Il versetto alleluiatico permette di comprendere la consistenza della regalità di Cristo, nonostante le apparenze: “Io sono l’alfa (diremmo la “a”) e l’omega (diremmo la “zeta”), colui che è, che era e che viene” (Ap 1,8). Per i credenti Gesù è innanzitutto Signore del tempo e dello spazio, ossia delle coordinate fondamentali di ogni esistenza: a lui appartiene il passato, il presente e il futuro; anzi egli stesso è il tempo o il centro del tempo che ci viene donato. Per questo la chiesa invita a celebrare con solennità le memorie di Cristo re: nessuno dimentichi che, se siamo pervenuti alla fine di un anno liturgico per aprirne un altro, è per pura grazia, che si deve al Signore del tempo e dello spazio.

Tuttavia Gesù non è soltanto re del tempo e dello spazio; egli è anche il Signore che giudica la nostra esistenza alla fine della storia, come dimostra la parabola di Matteo del giudizio finale.

Essa è davvero una parabola che incute terrore in qualsiasi ascoltatore: il Figlio dell’uomo separerà le pecore dai capri e giudicherà tutti gli uomini in base all’amore per il prossimo. Il criterio del giudizio verterà sul bene o sul male fatto ai poveri, agli ammalati, ai carcerati, agli affamati e agli assetati. Non terrà conto del nostro ruolo nella chiesa in quanto tale, ma di come questo ruolo è stato svolto per il bene dei poveri.

L’evangelista sottolinea in modo particolare questa prospettiva lasciando obiettare ad entrambe le categorie di persone chiamate in giudizio che non sapevano di aver a che fare con Cristo quando venivano o meno incontro ai bisogno dei poveri: “Ogni volta che avete fatto (o non avete fatto) queste cose a uno solo di questi miei fratelli più piccoli, l’avete fatto (o non l’avete fatto) a me”. Non c’è alibi per nessuno perché tutti saranno giudicati sull’amore dal re-giudice che per amore di tutti gli uomini ha donato la sua vita.

 

Il povero: santuario di Dio

N

el Vangelo non vengono descritti i pellegrinaggi fatti da Gesù, pur sapendo che questa pratica religiosa era ben comune fra gli ebrei. C’è stato solamente tramandato quell’angosciante viaggio di ritorno a Gerusalemme da parte di Maria e di Giuseppe, con Gesù quasi indifferente della loro affannosa ricerca. Possiamo immaginare che fosse più preoccupato d’insegnare all’uomo quel viaggio che conduce alla verità della propria esistenza e del proprio rapporto con Dio.

L’altro percorso che Gesù compie è quel lungo tragitto verso Gerusalemme. Esso è preludio del viaggio di ogni uomo fatto di morte e di risurrezione. Infatti la tomba vuota rimane il vero luogo di pellegrinaggio per tutto il Nuovo Testamento.

Ma c’è un posto ancora più privilegiato in cui oggi Gesù si fa trovare e verso cui i nostri passi sono invitati a muoversi. “Ho avuto fame e mi avete dato da mangiare, ho avuto sete e mi avete dato da bere; ero forestiero e mi avete ospitato, nudo e mi avete vestito, carcerato e siete venuti a trovarmi” (Mt 25, 35-36). È autentica conversione a 360 gradi se questa pagina del Vangelo ci fa compiere l’unico autentico pellegrinaggio: quello che ci porta al santuario di Dio che si trova negli ultimi.

Non ci verrà chiesto se abbiamo fatto pellegrinaggi nei più prestigiosi luoghi della cristianità. Ci verrà invece domandato se ci siamo chinati sull’uomo piegato dalle sue sofferenze materiali e morali. Se l’abbiamo invitato alla nostra mensa. Se ha avuto un posto di privilegio nella nostra comunità.

Atteggiamenti da vivere

San Pietro ci ricorda che la “carità copre una moltitudine di peccati” (1Pt 2,8). Il povero diventa così itinerario di purificazione e di conversione. Visitando il fratello che si trova in necessità e difficoltà (infermi, carcerati, anziani in solitudine, handicappati ecc.) è come se si compisse un pellegrinaggio verso Cristo presente in loro.

 

I talenti della Chiesa

«V

oi tutti infatti siete figli della luce e figli del giorno»: splendida la definizione dei cristiani data da san Paolo ai Tessalonicesi. Una definizione per gente attiva, pienamente inserita nella storia e nelle vicende umane.

La parabola dei talenti può suggerire moltissime interpretazioni e applicazioni: personali, familiari, comunitarie. Siamo invece poco abituati a leggere la storia della chiesa universale e quella delle chiese particolari come un insieme di “talenti” portati a frutto e che hanno segnato la storia universale e locale.

Siamo ancora nel “mese dei santi” ognuno di essi è stato un “insieme di talenti” che hanno portato molti frutti. A modo di esempio, guardiamo a ritroso, nei giorni appena trascorsi, alcuni di questi cristiani “ben riusciti”.

San Leone Magno (10 novembre) salì sulla cattedra di Pietro nel 440. Il suo nome è legato alla difesa della fede in momenti difficili dal punto di vista dottrinale circa la persona di Gesù Cristo: vero Dio e vero uomo. Ha impedito lo “svuotamento” della vera realtà del Figlio di Dio fatto uomo. Una pietra basilare nella “costruzione” della chiesa fedele al vero Signore.

Ma non dimenticò la sua gente. Convinse Attila, re degli Unni, a non saccheggiare Roma e ridusse al minimo i danni quando fu occupata da Genserico, re dei Vandali (455). Il suo talento fu quello di saper coniugare l’ortodossia con l’ortoprassi. Amò Gesù Cristo nella sua pienezza e seppe amarlo in ogni componente del suo popolo.

San Martino di Tours (11 novembre): uno tra i santi più popolari. La leggenda, o forse la tradizione poetica di uno dei suoi gesti abituali lo rese famoso capace di spartire i suoi beni – anche essi “talenti” – tra i più bisognosi. Secondo questo stile costruì comunità monastiche e… parrocchiali. A lui si attribuisce una delle più pure preghiere cristiane: “Signore, se sono ancora necessario al tuo popolo, non ricuso la fatica: sia fatta la tua volontà”. Martino spende la sua vita, ricca di “talenti”, fino all’ultimo.

 

San Giosafat (12 novembre) vescovo e martire. Un ucraino (1580-1623) nato nell’ortodossia, ma vissuto nel cattolicesimo. Disse di lui Pio XI nel 1923, elevandolo agli onori degli altari: “Sentendosi mosso da ispirazione divina a ristabilire dappertutto la santa unità della Chiesa, comprese che molto avrebbe giovato a ciò il ritenere nell’unione con la chiesa cattolica il rito orientale e l’istituto monastico di san Basilio”. Premessa una diligente preparazione, egli si accinse a trattare, con forza e soavità insieme, la causa dell’unità, ottenendo frutti copiosi da meritare dagli stessi avversari il titolo di “rapitore delle anime”. Morì martire portando i suoi “talenti” fino alla donazione massima: quella del sangue. Fu profeta di un incontro tra chiesa cattolica e chiesa ortodossa i cui frutti si possono già intravedere.

 

Anche la sensibilità ecumenica è un “talento”: va coltivato e vissuto come “servizio” a beneficio dell’intera comunità ecclesiale…

 

La tentazione della irresponsabilità e il rischio scomodo della responsabilità

U

na vita di fede vigilante, “sapiente”, come ci dicevano le letture di domenica scorsa, è anche una vita “operosa”: nel senso che – come sottolineano le letture di oggi non si sottrae al “rischio della responsabilità”. La venuta improvvisa del Signore non permette di aspettare a trafficare i doni ricevuti. Non osare può sembrare prudenza, ma alla fine è prova di pigrizia.

Nella celebrazione dell’Eucarestia, noi viviamo un momento fatto di parola proclamata, di silenzio, di risposta acclamante, professante, orante: è la liturgia della Parola.

In un’esperienza di questo genere, va osservato che la parola udita non interessa tanto e soprattutto per quel che indica, quanto per il fatto che “interpella”: quella parola mi chiama, fonda la necessità e la possibilità di una mia risposta, mi rende “responsabile”, mi fa soggetto di responsabilità. È una voce che crea ed esige “comunicazione”, non ci considera un numero, ci parla e ci propone le “cose essenziali”. Una voce che, mentre siamo nell’attesa, ci presenta un programma e un indirizzo di marcia; ci indica con chiarezza la meta…

Una vita intesa come edificio di un piano solo, rigorosamente coperto dal tetto e assunzione di “responsabilità” non stanno insieme. Se tutto inizia, culmina, si risolve entro un ristretto guscio, se non spalanco porte e finestre, se non guardo oltre il tetto… come posso pensarmi chiamato, interpellato, destinatario di un messaggio; come posso dispormi a fare della vita una “risposta”?

Attendere, vigilare, sperare non è una fuga; è l’unico modo per scardinare chiusure soffocanti, per non vivere da sedentari che non hanno più nulla da cercare e da trovare.

Il significato autenticamente cristiano di “responsabilità” si rintraccia allora là dove si è aperti alle sorprese di Dio, là dove c’è ascolto perseverante della sua parola e del suo silenzio per lasciarsi guidare da lui.

Perché non metterci di fronte ad un’“icona” vivente della “responsabilità”? Maria di Nazaret, perché capace di ascolto vigile, può “rispondere” offrendo tutta se stessa, il suo corpo e il suo cuore, la sua fatica di sposa e di madre.

Esercizi Spirituali nel Quotidiano

N

ell’ultima intera settimana di novembre, quella che va dalla festa di Cristo Re (dom. 20) alla prima domenica di Avvento (dom. 27) tutte le parrocchie della Diocesi, come già è stato detto in diverse occasioni, si ritrovano per una sosta di ascolto della Parola di Dio, di riflessione e di preghiera. Il tema al quale faranno riferimento i vari momenti di riflessione è quello indicato dal Vescovo “Testimoni della speranza” ed espresso nel versetto della lettera ai Romani (12,12) “Siate lieti nella speranza, forti nelle tribolazioni, perseveranti nella preghiera”.

Si è già insistito perché siano tanti i fedeli a valorizzare questa opportunità di grazia e per questa ragione si suggerisce di interrompere anche i vari appuntamenti e riunioni che si svolgono normalmente a livello parrocchiale.

Ora indichiamo il calendario-programma della settimana e le guide che animeranno le serate, riservandoci di comunicare gli orari precisi nel notiziario di domenica prossima.

Ø  Domenica 20 Nelle celebrazioni eucaristiche consegna dell’invito alla partecipazione agli Esercizi Spirituali.

Ø  Lunedì 21 Santa Messa votiva dello Spirito Santo per invocare i suoi doni sui fedeli che intendono partecipare agli esercizi.

Ø  Martedì 22 Riflessione guidata dal Prof. Pietro Domenico Giovannoni: “Fidarsi della Promessa” (Abacuc 2,1-4).

Ø  Mercoledì 23 Riflessione guidata dal Prof. Grossi don Stefano: “Annunciare la speranza con parole e segni” (Geremia 29 e seg.).

Ø  Giovedì 24 Riflessione guidata dal Prof. Grossi don Stefano: “Alimentare la speranza di un popolo” (Baruc 4-5).

Ø  Venerdì 25 Riflessione guidata dalla Dott. Laura Giochetti e dalla Pediatra Giuseppina Venerusu sul testo dell’Annunciazione (Luca 1,39-56): “Leggere la storia con occhi di speranza”

   Celebrazioni penitenziali.

Ø  Sabato 26 Alle ore 21:00 in Cattedrale, Veglia di Avvento presieduta dal Cardinale.

I molti ambiti del vigilare

«Vegliate dunque, perché non sapete né il giorno né l’ora!».

I cristiani sanno di dovere vivere coscienti di una scadenza per i loro giorni: una “scadenza a termine”, non datata! Questa verità, che non esclude nessuno, e che perciò andrebbe costantemente ricordata, non per suscitare false paure, ma per alimentare il senso della responsabilità, rischia talvolta di proiettare tutto verso l’attesa dell’ultimo giorno, trascurando il dipanarsi dei giorni, uno dopo l’altro, che viviamo. Aspettando l’“allora”, dimentichiamo l’“ora”. La “vigilanza” per i cristiani non è quella per una “buona morte”: è l’impegno per una “buona vita quotidiana”.

Rimuovere il timore della morte, o censurarne la verità quasi non dovesse succedere, costituisce un grave danno per la propria formazione e maturazione umana e cristiana, ecclesiale e civile. Dimenticare che ogni giorno “veglia “ il Signore non solo per giudicare, ma per sostenere e accompagnare, è un grosso errore e una grave perdita. La “Sapienza” di cui parla oggi la prima lettura, offre, se cercata e ascoltata, questa globale prospettiva della”vigilanza”.

Nella lettera pastorale proposta dal Cardinale Martini ai suoi fedeli diversi anni fa, intitolata “Sto alle porte” viene sottolineato che il «vigilare non è un atteggiamento marginale della vita cristiana, ma ne riassume la tensione caratteristica verso il futuro di Dio congiungendola con la cura e l’attenzione per il momento presente». Viene detto ancora nella lettera: «Il vigilare diviene particolarmente attuale in tempo di crisi e di smarrimento, quando cioè la mancanza di prospettive storiche, unita a una certa abbondanza di beni materiali, rischia di addormentare la coscienza nel godimento egoistico di quanto possiede, dimenticando la gravità dell’ora e il bisogno di scelte coraggiose e austere. Ora, questo tempo di crisi è il nostro!».

Può essere utile per nostra riflessione sollecitata dalla seconda lettura: “Fratelli non vogliamo lasciarvi nell’ignoranza circa quelli che sono morti” (san Paolo non risponde tanto al legittimo quesito sul “dopo morte”, ma stimola i cristiani a vivere scrupolosamente l’“oggi” della comunità quale fedeltà al Signore) a ricordare ancora i richiami del Cardinale Martini che costituiscono i capitoli del suo scritto.

Ä“Non ho tempo”: è l’affermazione tipica di tutti noi, segno di una nevrosi sociale che ignora il vero valore del tempo e si lascia attrarre nel vortice della fretta e dell’angoscia;

Ä“Dio ha tempo per l’uomo!”: egli “sta alla porta” di ognuno per farci dono del “suo tempo”, cioè del suo modo di essere, della sua vita, della sua parola, dei suoi sacramenti, dei suoi carismi…;

Ä“Nell’attesa della sua venuta”: sono gli atteggiamenti suggeriti dall’etica e dalla spiritualità della vigilanza.

Chi accetta di vivere in questa prospettiva è costretto a modificare tanti stili e abitudini di vita perché si rende conto ogni giorno di più di dover vivere in una società di trascinati, modellati, sedotti dal succedersi di tanti messaggi confusi e contradditori.

Gli ambiti del “vigilare” e del discernere diventano sconfinati…

“A mezzanotte si levò un grido: Ecco lo sposo, andategli incontro”

C

i avviciniamo alla fine dell’anno liturgico, e quasi preludiando al suo inizio, il tempo dell’avvento in cui il tema dell’attesa si fa più vivido. Mentre lo scorrere del tempo liturgico fa presagire la fine del tempo, annunciamo che il Signore sta per venire e che bisogna essere pronti e accorti: è il messaggio del Vangelo.

Soprattutto occorre cercare la vera saggezza, l’abbandono attivo di tutto il nostro essere nelle mani di Dio che si è rivelato, una volta nella legge, oggi nel nostro unico Legislatore e Maestro. La fretta è stoltezza, come quella delle ragazze imprevidenti che si fanno trovare nella notte, senza l’olio nelle lampade.

Insieme all’attesa si affaccia il tema del vigilare come viene sottolineato nella riflessione accanto. Nei Vangeli sinottici è l’invito più pressante che Gesù fa ai suoi, proprio nell’imminenza della sua passione. Preghiera incessante e carità operosa diventano per i credenti quella scorta d’olio che può alimentare una prolungata attesa del compiersi definitivo di una storia d’amore e di nozze tra Dio e il suo popolo: “Ecco lo sposo andategli incontro”. A ragione, allora, all’inizio dell’assemblea eucaristica oggi si prega: “O Dio, la tua sapienza va in cerca di quanti ne ascoltano la voce, rendici degni di partecipare al tuo banchetto e fa che alimentiamo l’olio delle nostre lampade, perché non si estinguano nell’attesa, ma quando tu verrai siamo pronti a correrti incontro, per entrare con te alla festa nuziale”.

Nel futuro prossimo

N

ell’ultima settimana di novembre, quella che va dalla festa di Cristo Re alla prima domenica d’Avvento, da diversi anni si svolge una preziosa iniziativa pastorale, promossa per tutta la Diocesi dal nostro Arcivescovo Cardinale Ennio Antonelli: l’iniziativa così detta degli “Esercizi Spirituali nel quotidiano”.

È una iniziativa che possiamo bene a ragione definire preziosa e opportuna: si offre a tutti i fedeli della comunità l’occasione provvidenziale per ritagliarsi uno spazio di tempo e porsi in religioso ascolto di quello che lo Spirito dice alla sua Chiesa locale, quella fiorentina, attraverso la parola, sempre attuale e sempre da approfondire, dei profeti. I temi proposti e sui quali indugeremo qualche momento a riflettere, corrispondono a quel bisogno diffuso che tutti avvertiamo e soffriamo: il bisogno di una speranza autentica. Non illusoria o artificiale, quel bisogno che costituisce anche la ragione e la guida del prossimo Convegno Ecclesiale (Verona, 16-20 ottobre 2006) “Testimoni della Speranza”.

La speranza, la speranza grande, non la speranza piccola, fragile e effimera, ma la Speranza da scrivere con la maiuscola. La parola dei profeti ci sarà spiegata da persone qualificate e a più voci. Intanto è bene che ci rende disponibili all’ascolto e beneficiare di questa nuova opportunità per arricchirci spiritualmente e alimentarci a questa fonte della parola di Dio che ci verrà elargita.

Il programma dettagliato, dei giorni, degli orari, dei temi e dei conferenzieri verrà quanto prima comunicato.

 

I falsi maestri

S

baglieremmo tutto se ritenessimo il vangelo di oggi esclusivamente rivolto ai farisei, cioè agli altri. In realtà il discorso del capitolo 23 è rivolto alla comunità cristiana, ossia a noi. L’evangelista non intende riferirsi soltanto al giudaismo del suo tempo, ma intende smascherare atteggiamenti possibili e reali della stessa comunità cristiana. Ne sono prova i vv. 8-12 che sono rivolti ai discepoli.

Il brano evangelico risulta di due quadri: il fariseo descritto come la caricatura del vero discepolo (vv. 2-7) e la figura del vero discepolo (vv. 8-12).

 

Gesù non nega l’autorità di scribi e farisei e riconosce che sono interpreti autorevoli della legge. Vanno perciò ascoltati: “Quanto vi dicono, fatelo e osservatelo”. Ma è appunto sulla base di questo riconoscimento che nasce la critica.

Due sono i rimproveri che muove loro Gesù: l’incoerenza e la ricerca di sé.

 

Anzitutto l’incoerenza: sono doppi e praticano due misure. Vivono una profonda dissociazione fra il dire e il fare (peggio: fra “l’insegnare” e il fare), fra ciò che pretendono dagli altri e ciò che esigono da se stessi (severi con gli altri e indulgenti con se stessi) “Legano fardelli pesanti e insopportabili”: l’esatto contrario di Gesù, che può dire di essere “mite e di cuore” e che “il suo giogo è dolce e il suo carico leggero”.

 

 

Dopo l’incoerenza, la ricerca di sé: cercano i posti di onore e amano i titoli onorifici. Loro compito dovrebbe essere quello di annunziare una parola che non è loro e di attirare l’attenzione su Dio, e invece si pongono al centro e la parola che annunciano serve alla loro vanità.

 

Analoghi rimproveri verso i maestri si leggono anche nell’Antico Testamento, come testimonia il passo di Malachia (prima lettura). I rimproveri del profeta ai sacerdoti si pongono a due livelli: una vita che smentisce quanto dovrebbe insegnare (cattivo esempio, interpretazione della legge a proprio uso, rivalità), e una ricerca di sé anziché della gloria dell’unico Signore.

 

La seconda lettura (1 Ts 2,7 – 9,11) presenta Paolo come il modello del vero maestro, tutto il contrario dello scriba che Gesù ha rimproverato. Le qualità del pastore sono l’amore e la dedizione (che Paolo paragona all’affetto di una madre e di un padre); la disponibilità al dono di sé (“avremmo desiderato darvi la nostra stessa vita”); la fatica incessante (“lavorando notte e giorno”); il totale disinteresse (“per non essere di peso ad alcuno”); la preoccupazione di annunciare la parola di Dio, non la propria.

Una riflessione sulla festa dei santi

P

erché la tradizione liturgica cristiana ha conosciuto assai presto la celebrazione dei martiri, dei santi? Per offrire buoni esempi da imitare, per avere dei patroni, per usufruire della loro intercessione? Senza dubbio possiamo riconoscere tutta una serie di motivi simili… Ma, forse, possiamo trovare un motivo più forte ancora: un motivo che riguarda il modo stesso con cui la fede nasce ed esiste. In realtà all’inizio di ogni atto di fede vi è qualcuno che ci “racconta” Dio.

Sì perché il nostro Dio è innanzitutto un Dio di altri: è il Dio di Abramo, di Mosè, di Elia, di Giovanni il Battista, di Maria di Nazareth, di Gesù Cristo, di Pietro, di Paolo, di Lucia e di Agnese, di Francesco e di Massimiliano Kolbe…, di quella moltitudine immensa che sta davanti al trono dell’Agnello e grida a gran voce: “La salvezza appartiene al nostro Dio seduto sul trono e all’Agnello!”

Il Dio che ci è stato rivelato si manifesta come un “Dio di qualcuno”; un Dio che assume un nome in riferimento a coloro che egli chiama, fin quasi a nascondersi dietro il nome dei suoi eletti.

Anche quando Dio rivela a Mosè dal roveto ardente il suo nome ineffabile: Io sono, subito riconduce questo nome al legame avuto e ancora vivo con i padri. “Tu dirai ai figli d’Israele: il Signore Jahvè, il Dio dei nostri padri, il Dio di Abramo, il Dio di Isacco, il Dio di Giacobbe mi ha mandato a voi”.

Allora Dio prima di essere il mio Dio è il Dio degli altri e io non posso conoscerlo senza ascoltare quelle parole già rivolte agli eletti, senza ascoltare ciò che questi hanno raccontato di lui avendolo ascoltato e accolto dentro alla loro quotidiana esistenza.

Ecco perché le comunità cristiane leggono, meditano, celebrano le “memorie” dei santi: perché essi sono la vivente esperienza di Dio fatta da amici suoi (dai suoi amanti). In loro il dono della salvezza è divenuto storia personale; in loro la vita “cristiana” si è resa quotidianità… Facendo memoria di loro, la comunità cristiana si pone in ascolto di chi “narra le misericordie del Signore” e a sua volta narra quello che ha esperimentato e sperimenta ogni giorno…

una preghiera~esperienza di don Luigi Orione sui nostri morti

«La fede mi fa sentire la vicinanza dei miei cari defunti, come si sente nel silenzio il battito del cuore di un amico che veglia su di noi. La persuasione che presto mi incontrerò coi loro sguardi mi incoraggia a vivere in modo da non dover arrossire davanti a loro e non mi rincresce più lasciare questo mondo.

O fede! Come consoli l’anima in questi giorni in cui tutto è mestizia e dolore!

Ogni foglia che cade mi avverte che la vita si dilegua; ogni rondine che emigra mi ricorda i miei cari che lasciarono la terra per l’eternità e mentre la natura non mi parla che di dolore, la fede non mi parla che di speranza.

Sei tu, o santa Chiesa cattolica, che sola porti sul sepolcro la consolazione e la luce! Ci assicuri che tutti quelli che vivranno e crederanno come Gesù prescrive, non morranno in eterno. E in segno di questa speranza tu prepari ai nostri morti una terra benedetta e ve li deponi con l’affetto di una madre che adagia la sera il suo bambino nella culla e lo bacia in fronte per rivederlo l’indomani. Sei tu, o cara e santa Chiesa di Gesù Crocifisso, che, nel dare alla terra le nostre spoglie mortali, nelle tue preci vai ripetendo che la morte è la terra della speranza, in cui la croce sta per guardia e il cielo per volta.»

 

Dal mensile della Caritas Italiana ~  Ottobre 2005

L’esortazione:

«Prima di Sidney, pensate ai poveri»

L

’arcivescovo di Perugia, monsignor Giuseppe Chiaretti, ha rivolto un appello ai giovani che hanno partecipato alla Gmg di Colonia. È un’esortazione a non dimenticare quell'esperienza, ma anche a viverla per i prossimi tre anni nel concreto della propria quotidianità spirituale e materiale.

«Cari giovani - scrive monsignor Chiaretti - sento affiorare di nuovo un interrogativo nel mio cuore: “Dove sono i giovani della Gmg durante l'anno? Cosa fanno? Sono i Papa boys, come ama dipingerli qualcuno, una delle tante tribù giovanilistiche?”.

La Gmg non può essere una cottarella estiva... Tra una Gmg e l’altra occorre trovare ciascuno un proprio luogo in cui far incarnare Gesù. Solo allora la Gmg non sarà più una parentesi, un’emozione collettiva, ma la festa di una famiglia di giovani che si ritrovano per condividere Gesù.

Questo incontro non passa certo dalle parole, che ormai non convertono più nessuno, tanto alto è il frastuono del mondo, ma solo da una vita spesa bene, che profuma d'amore.

Cari giovani, vi esorto perciò, prima di pensare a Sidney 2008: nei luoghi in cui vivete c'è bisogno urgente di portare con la vita la grande gioia dell’incontro con il Signore! Come? Visitando gli anziani, i malati, i carcerati, le vedove, i soli; aiutando i bambini, i poveri, i tanti emarginati, ed anche i parroci... Non possiamo essere Magi per un giorno, ma dobbiamo fare l’esercizio quotidiano di inginocchiarci, piegarci, farci piccoli, anche se costa molta, molta fatica».

L’appello dell’Arcivescovo di Perugia ai giovani si auspica venga accolto anche da chi a Colonia non è andato: la tentazione di rimandare ad altri momenti o occasioni straordinarie gli impegni di servizio e di carità richiesti nel quotidiano, è una “blandizia” che corriamo tutti…

Distinzione non separazione

L

a cultura moderna ha il merito di aver affermato la consistenza propria della vita civile rispetto a quella religiosa. Spesso però è arrivata – lo ha già più volte richiamato Papa Benedetto – a considerare la fede un affare privato, irrilevante in ambito sociale e politico. “La tolleranza, che ammette per così dire Dio come opinione privata, ma gli rifiuta il dominio pubblico, la realtà del mondo e della nostra vita, non è tolleranza ma ipocrisia” ha ripetuto all’apertura del Sinodo episcopale il 2 ottobre scorso.

Il cristiano accetta la distinzione delle realtà terrene da quelle eterne e spirituali, ma non la separazione.

Sa che ogni dimensione della realtà ha leggi proprie ed esige un metodo ed una competenza specifici, ma ritiene che tutto debba essere finalizzato ad obiettivi coerenti con la dignità e la vocazione dell’uomo, rivelate pienamente solo dalla parola di Dio.

Gesù non è un asceta alla maniera di Giovanni Battista: vive in mezzo alla gente, ha simpatia per il mondo. Però vive per il Padre, ancorato al suo amore, disponibile alla sua volontà.

Per testimoniare la fiducia assoluta in lui e dedicarsi totalmente al suo Regno, assume una vita povera e itinerante, invia i discepoli in missione alleggeriti da ogni zavorra, ammonisce la gente a non lasciarsi suggestionare dalla ricchezza e dalla tentazione di dominare sugli altri.

Il servizio messianico di Gesù è una dura lotta contro tutte le potenze nemiche della vita, per la piena liberazione dell’uomo.

Gesù libera e fa crescere: è il Signore della storia e dell’universo.

Affidando a lui la propria vita, i cristiani sono liberi dall’idolatria, dalla paura e dalla suggestione.

“Molti diffidano della politica, preferiscono starsene fuori. Altri vi entrano per affermare interessi personali o di parte. Altri, infine, ne fanno una specie di messianismo, in grado di liberare l’uomo da tutti i suoi mali.

«La Chiesa ha un’alta stima per la genuina azione politica, la dice “degna di lode e di considerazione” (Concilio Vaticano II, Gaudium et spes, 75), l’addita come “forma esigente di carità” (Paolo VI). Riconosce che, la necessità di una comunità politica e di una pubblica autorità è inscritta nella natura sociale dell’uomo e quindi deriva dalla volontà di Dio. D’altra parte essa indica i limiti della politica e vigila perché non diventi invadente o addirittura totalitaria» (Catechismo degli adulti N. 1102).

“Ai fedeli laici, occupati nella gestione della cosa pubblica, la Chiesa ricorda il dovere della coerenza con la visione cristiana della vita. A volte la necessità di tutelare efficacemente qualche valore fondamentale comporta anche la loro unità organizzata. Ma l’unità politica di programma e di partito, a differenza della coerenza, non è per i cattolici un’esigenza assoluta e costante. Sulla base di prospettive culturali ed esperienze operative diverse, possono legittimamente arrivare a scelte diverse, pur condividendo la stessa fede, il riferimento alla dottrina della Chiesa e la sincera dedizione al bene comune. In ogni caso dai cristiani ci si aspetta che siano esemplari per rigore morale, attenzione alla gente, spirito di servizio, professionalità. È legittimo aver diverse visioni del bene comune, ma non è mai lecito subordinarli all’interesse proprio o di partito.” (Catechismo degli adulti N. 1107).

n La Commissione Giustizia e Pace della CIMI (Conferenza degli Istituti Missionari in Italia), scrive in una lettera inviata quest'anno alle comunità:

... Come missionarie e missionari, siamo testimoni di tante guerre dimenticate, di molte contraddizioni della politica, delle conseguenze di un sistema economico che privilegia pochi, lasciando al margine sempre più numerosi poveri. Siamo testimoni dell'effetto nefasto del commercio legale e clandestino delle armi. Perfino dello squallore del turismo sessuale che mercifica il corpo stesso dei piccoli e dei poveri. Cresce in noi la consapevolezza che il fuoco della missione porta in sé una imprescindibile esigenza di giustizia... Spesso la voce dei poveri non ha che la nostra per risuonare...

n “Testimoni di Gesù Risorto, speranza del mondo” Su questo tema la Chiesa Italiana sta preparando il IV Convegno Ecclesiale Nazionale, che si svolgerà a Verona il prossimo anno (16-20 ottobre 2006).

L’accento cadrà di nuovo sulla dimensione missionaria della Chiesa, che richiede ai credenti di farsi “testimoni credibili del Risorto, annunciando uno stile di vita coerente.

“...non abbiate paura di Cristo!  Egli non toglie nulla e dona tutto. Sì, aprite, spalancate le porte a Cristo  e troverete la vera vita. La Chiesa è viva...la Chiesa è giovane.  Essa porta in sé il futuro del mondo”.

       Benedetto XVI

Le parole del Cardinale:

«Partecipare fedelmente all'Eucaristia domenicale, anche con sacrificio […]. Partecipare ben disposti: a riguardo raccomando la frequentazione assidua del sacramento della riconciliazione, che i sacerdoti devono favorire, ridimensionando, se necessario, il tempo dato ad altre attività. Partecipare in modo attivo e consapevole: nessuno deve assistere come uno spettatore […]. Partecipare con il cuore vibrante di amore, di gioia, di lode e di gratitudine, aperto alla intercessione, in unità con Cristo, per le necessità spirituali e materiali di tutta la famiglia umana»

Un abito firmato

Q

uale è l’abito nuziale che mi fa accedere al banchetto del Padre in qualità d’invitato, spinto dalla sua pressante richiesta? Questa è la domanda che sembra cogliere il lettore di fronte al duro finale del Vangelo ascoltato questa domenica. Le amare parole che concludono il brano sembrano quasi far dimenticare l’invito, così gratuito e magnanimo, che il padrone del banchetto ha offerto a gente apparentemente sconosciuta.

L’abito nuziale che il Signore chiede non corrisponde a lunghi strascichi bianchi o a impeccabili vestiti firmati. Per accostarci alla tavola, per appartenere al suo Regno, neppure abbiamo bisogno di inviti speciali o riservati. C’è già Colui che con energia e insistenza ci spinge in quel luogo a cui siamo attirati fin dall’eternità. Non occorre nemmeno la nostra carta d’identità con l’indicazione dei nostri titoli accademici e prestigiosi o benemerenze, per avere quel lasciapassare tanto agognato.

L’abito nuziale e l’invito al banco dell’infinito amore gratuito di Dio ci sono dati. C’è un abito in cui ogni giorno il Padre ci riveste e lo fa con una cura ben più grande di come ricopre i gigli del campo. La veste che ci offre è il suo amore. Siamo avvolti dalla calorosa carità di Dio. San Paolo scrive: “Rivestitevi dunque come amati da Dio, santi e diletti, di sentimenti di misericordia, di bontà, di umiltà, di pazienza…al di sopra di tutto poi vi sia la carità che è vincolo di perfezione” (Col 3, 12-14). Quindi, non la carità che facciamo, ma innanzi tutto la carità che riceviamo ogni giorno abbondantemente dalle sue infinite risorse di amore. La nostra carità non è altro che traboccare del suo amore. È questo amore che spinge anche noi a cercare ai “crocicchi delle strade” chi, con lieta sorpresa, accoglie quell’invito inaspettato.

È la nostra umanità che va rivestita di carità nelle sue relazioni quotidiane, all’interno degli spazi di lavoro e del tempo libero. Il proprio lavoro, se rivestito della carità, spezza la coltre del puro interesse personale e dei freddi rapporti economici per raggiungere l’uomo come persona. Il tempo libero non sarà solo finalizzato al godimento personale, ma sarà offerto anche alle persone che per età o per salute aspettano che le loro giornate vengano riempite da nuove amicizie e da una speranza spesso perduta.

Nel passato recente …

È facile e insieme difficile relazionare sulla festa che la comunità ha celebrato per la ricorrenza dell’anniversario – il XVIII – della consacrazione della sua chiesa e dell’inaugurazione del suo complesso.

Facile perché basta ricordare i vari momenti che si sono succeduti e che hanno visto la realizzazione delle iniziative programmate.

Difficile perché ognuna di esse ha suscitato negli spettatori o partecipanti le più vive e svariate sensazioni e emozioni.

Dalla recita devota e corale dei vespri di sabato al simpaticissimo e vivacissimo spettacolo dei giovanissimi alla sera; dalla celebrazione presieduta dal delegato vescovile per i presbiteri, don Elio Agostini, con la sostanziosa riflessione sulla carità, dono e compito dei cristiani, ai giochi pomeridiani per i fanciulli organizzati dai loro animatori con originalità creativa, al bellissimo concerto della Banda Musicale di Sesto che ha riscosso un apprezzatissimo consenso dagli ascoltatori trascinati da una esecuzione davvero intensa, vibrante, variegata nei colori e nei volumi, guidata da un direttore – Cinzia Boncompagni – preciso e puntuale.

Nella Messa di lunedì, nella quale si è voluto ricordare i defunti – sacerdoti e fedeli – e in particolare quelli che hanno profuso tante energie per la edificazione della chiesa e della comunità, don Lorenzo, che presiedeva la concelebrazione, ha insistito perché la loro memoria fosse fatta nello spirito di letizia, proprio di chi crede che la morte non è lontananza o punizione di Dio, ma celebrazione della sua venuta.

La festa si è chiusa con la serata di ballo condotto dall’orchestra Seven Sound e brillantemente animato dalla cantante Sonia Alicervi.

Fin qui la cronaca, facile a riferire. Meno facile è raccontare le emozioni che le diverse iniziative hanno suscitato nell’animo e nel cuore dei tanti intervenuti. C’è chi ha apprezzato e colto il forte messaggio che gli adolescenti con spirito “goliardico” hanno saputo trasmettere, chi ha gustato i brani musicali eseguiti dalla Banda Musicale con grande bravura chiedendone il bis come “Aria sulla IV Corda” di J.S. Bach, chi si è lasciato coinvolgere dal ballo finale e chi ha saputo valorizzare i vari momenti di preghiera facendo tesoro delle profonde riflessioni ascoltate.

Per tutti, ne siamo certi, la ricorrenza è stata significativa e a tutti deve aver lasciato qualcosa: di gioia, di riconoscenza al Signore, di fraternità. Siano rese grazie a Dio e a chi ne è stato strumento…

 

Le parole del Cardinale:

«La sensibilità religiosa di oggi si concentra sugli eventi straordinari intensamente emotivi e sui riti di passaggio che scandiscono le grandi tappe della vita. Invece avverte scarsamente l'importanza della frequenza regolare alla messa domenicale.»

Dove e come si “adora” il Signore

P

er capire un po’ il valore del “tempio” e quindi anche della nostra chiesa di cui celebriamo il XVIII anni­versario di consacrazione, può es­sere utile partire dal brano del Van­gelo di Giovanni riportato poco prima di quello proposto dalla liturgia odierna, quello di Gesù che, con in­solita violenza, contesta il commercio – pur legittimo – che si svolgeva nel cortile del tempio di Gerusalemme. Il racconto termina con un dialogo tra Gesù e i farisei. “Con che autorità hai fatto questo?” gli domandano. Ed egli, in maniera assai enigmatica: “Distruggerete questo tempio e io in tre giorni ve lo ricostruisco” (2,19). L’affermazione fu così decisiva, che divenne un capo d’accusa in sede di processo contro Gesù: “Ha detto che avrebbe distrutto il tempio” (Mt 26,61).

Ora, egli mai aveva detto questo, an­che se in realtà aveva preannunciato che il tempio di Gerusalemme sa­rebbe stato distrutto. Ma qui, lo nota esplicitamente l’evangelista, egli in­tendeva parlare della distruzione del suo corpo, della morte in croce. È questo il “tempio” che egli avrebbe ri­costruito in tre giorni con la sua risur­rezione. Dunque per Gesù l’unico tempio destinato a sussistere, a “ri­manere” è il suo “corpo”.

Noi entriamo allora nel tempio, cioè nel luogo dove si incontra Dio, solo quando attraverso la memoria della fede penetriamo nella vita di Cristo e ci immedesimiamo in lui. La prima lettera di Pietro ce lo spiega, para­go­nando la chiesa, appunto, ad un edi­ficio sacro. Cristo è il fondamento. Noi, i credenti, siamo pietre collocate sul fondamento che è Cristo e com­paginate fra loro nella costru­zione della comunità cristiana. Questo è l’edificio sacro nel quale si offre a Dio il vero sacrificio, costituito dall’esistenza dei cristiani, un’esistenza animata dallo Spirito e vissuta nella sequela

 di Gesù.

Bisognerebbe ricordare in proposito, perché tutto questo diventi più com­prensibile, la lettera agli Ebrei, se­condo la quale Gesù è l’unico vero

 sacerdote. L’antica casta sacerdo­tale, a cui lui non apparteneva, aveva il compito della mediazione fra Dio e il popolo. Dio è infinitamente più alto dell’uomo e l’uomo ne è lontano a causa del peccato. Allora sembrava che solo persone consa­crate con riti speciali potessero, sa­crificando degli animali, ricongiungere il popolo con Dio. Ispirazione illusoria, dirà la let­tera agli Ebrei, perché “il sangue de­gli animali non purifica le coscienze”.

Invece, unico fra gli uomini divino e santo, pur senza essere sacerdote, Gesù ha compiuto l’opera di media­zione, perché la sua totale dedizione a Dio e agli uomini, culminata nel dono di tutta la sua vita sulla croce, ha potuto colmare l’abisso del pec­cato che separava l’uomo da Dio. Per questo egli è la vittima, il sacerdote e il tempio dell’umanità. Costruire il tempio significa solo costruire su di lui la propria esistenza ed edificare la comunità cristiana nella quale ogni uomo possa incontrare Gesù e vivere fondandosi su di lui.

Anche la Chiesa in realtà si costruirà il suo edificio sacro. È quello che ab­biamo fatto anche noi 18 anni fa, in quella indimenticabile domenica 27 settembre 1987. Non la chiamerà “tempio”, ma la individuerà con il suo stesso nome: “chiesa”. La parola è l’abbreviazione di “casa della chiesa”: indica, infatti, il luogo nel quale il tempio vivo, cioè la comunità vivente, si raduna.

Non è che non sia importante l’edificio chiesa: lo hanno sperimen­tato tanti di noi che sono qui presenti, ma certamente è solo uno strumento nel quale la comunità celebra nei sa­cramenti quella memoria di Cristo, nella quale egli ha promesso di ren­dersi presente ai suoi.

E questo, è bene ricordarlo, vale per tutte le istituzioni ecclesiastiche: esse sono puramente strumentali, sono al servizio della “edificazione” del tem­pio santo che è la comunità vivente in Cristo.

La festa di oggi vorremmo servisse a ricordare a noi stessi tutto questo…

Segni nuovi per la  chiesa  ”maggiorenne”

M

artedì scorso, presenti il Direttore del Museo Diocesano di Bergamo, don Giuseppe Sala insieme ad altri due sacerdoti bergamaschi, si è svolta una riunione informale alla quale hanno partecipato alcuni rappre­sentanti del Consiglio Pastorale, il Comitato della Chiesa, il Pievano di Sesto don Silvano Nistri e l’architetto Giancarlo Zetti, per av­viare, o meglio, approfondire il di­scorso sulla scelta e sulla colloca­zione di un segno all’interno dell’aula liturgica, che risulti più espressivo e significativo per la nostra comunità: l’immagine del Crocifisso. Si è parlato a lungo circa l’espressività che que­sto segno deve assumere e rivelare soprattutto per la nostra comunità che alla Croce è dedicata. E se ne parlerà ancora a lungo in seno alla comunità che potrebbe es­sere sollecitata a valorizzare la collo­cazione di questo segno attraverso un cammino di riscoperta e di riattua­lizzazione di questo stesso segno che è il distin­tivo essenziale della nostra fede.

È stata ribadita l’opportunità di pren­dere contatti con l’ufficio diocesano di Firenze per l’arte sacra e insieme di prendere visione di esempi presenti nel vasto territorio di Firenze, già ricco e dotato di modelli.

È emerso il desiderio di procedere e realizzare questo segno, magari in contemporanea con la ristruttura­zione dell’altare e del tabernacolo.

Si devono evitare i due estremi: la fretta e la precipitazione che non sono buone consigliere e l’immobilismo che rende permanente lo status quo.

Riceviamo e pubblichiamo

Batangafo 25 agosto 05

Carissimo don Mario,

Non posso lasciar passare la festa della Parrocchia senza farvi giungere i miei saluti e il mio ricordo. Come sta? la salute? Auguro a tutti una buona ripresa dell’anno pastorale senza tanti pro­blemi. Anch’io sto bene. Oltre ai soliti pro­blemi ci si mette anche il tempo: da noi piove poco, per cui la gente avrà un misero raccolto mentre a Bangui le piogge torrenziali hanno distrutto mi­gliaia di case.

Un caro saluto a tutti.

Vi ricordo nella preghiera

Con affetto Sr. Silvana

Le parole del Cardinale:

«La mia lettera vuole soprattutto essere un aiuto a ravvivare la consapevolezza e la gioia dell' essere Chiesa e dell'essere parrocchia. Vorrei trasmettervi un amore forte per la Chiesa, anzi una vera e propria devozione verso di essa, come l'avevano i cristiani dei primi secoli. Di conseguenza vorrei anche rafforzare il senso di appartenenza a quella speciale comunità ecclesiale che è la parrocchia.»

«Con l'autorizzazione del Vescovo è possibile sperimentare, in qualche parrocchia che lo desiderasse, il ritorno alla successione, teologicamente più corretta, Battesimo - Cresima - Eucaristia, conferendo gli ultimi due sacramenti verso i dieci anni e continuando poi la formazione catechistica come mistagogia per l'accoglienza vitale del dono di Dio fino all'età di circa sedici anni, quando dovrebbe celebrarsi una solenne festa della professione di fede, come risposta pubblica di adesione a Cristo e alla Chiesa».

 

Prove di dialogo tra vittime e colpevoli

Dal mensile della caritas italiana settembre2005.

«Avvicinare i carnefici alle vittime e farli dialogare. Poi portare gli uni a chiedere il perdono e gli altri a concederlo. È il senso della cosiddetta “mediazione penale”, attuata per conciliare un detenuto con chi ha subito gli effetti negativi del reato da lui commesso.

Don Virgilio Balducchi è il cappellano del carcere di Bergamo e il delegato dei cappellani della Lombardia. Coordina un progetto, chiamato "Poveri, ma cittadini", finalizzato alla formazione di dodici volontari per la mediazione penale, che opereranno nell'istituto penitenziario di Bergamo. L'iniziativa, realizzata in collaborazione con Caritas Italiana nell'ambito dei finanziamenti otto per mille, ha visto chiudere i corsi di formazione a giugno: i volontari opereranno a partire da settembre.

“La mediazione penale - attacca don Balducchi - è prevista dalla legge per i reati di competenza del giudice di pace e per quelli commessi da minorenni. In Italia è poco diffusa: stiamo iniziando ora, altri paesi sono molto più avanti di noi. La mediazione è contemplata nei reati adulti solo quando il giudice stabilisce che il detenuto possa accedere a misure alternative di pena.

In questo caso, colui che ha commesso il reato può beneficiare di una forma di detenzione alleggerita, solo se chiede e ottiene il perdono dalla propria vittima o dai famigliari di quest'ultima”.

 

La lettera dei figli dell'ucciso

Una situazione del genere è capitata realmente a don Balducchi: “Un uomo, in carcere da dieci anni per aver commesso un omicidio, ha ottenuto dal tribunale la possibilità di accedere a una misura di pena alternativa e meno dura di quella che aveva scontato fino a quel momento. La condizione era chiedere perdono ai figli della persona uccisa, riconoscendo di aver commesso un atto assolutamente sbagliato e di cui si dichiarava pentito. lo e un altro volontario abbiamo avvicinato i famigliari della vittima e abbiamo intrapreso con loro un dialogo finalizzato a un cammino di mediazione. Queste persone sono state molto comprensive e hanno scritto una lettera al giudice, nella quale si dichiaravano disponibili a perdonare. In questa vicenda ha contato molto la fede. I figli della persona uccisa sono molto credenti e il loro gesto è stato un atto da cristiani. Non hanno chiesto garanzie particolari, hanno solo voluto che il detenuto continuasse a fare bene il suo percorso di reinserimento sociale. Hanno detto molto chiaramente che per loro si riaprivano delle ferite, ma hanno ritenuto che il perdono fosse la cosa più giusta che potessero fare. Non è stata una mediazione in senso stretto, essa avviene in un'altra maniera: detenuto e vittima si incontrano effettivamente alla presenza di una terza persona che fa da mediatore e ha il compito di far dialogare le due parti, far esprimere loro i propri vissuti affinché trovino una soluzione al proprio conflitto”. […]

Don Balducchi racconta che, in quanto cappellano, spesso è chiamato in causa dai detenuti o dalle vittime che cercano di riconciliarsi. "Una volta - conclude - l'avvocato di una signora a cui avevano svaligiato il negozio mi ha contattato perché la sua assistita voleva ritirare la denuncia al rapinatore, a patto che egli si facesse curare in una comunità per tossicodipendenti. Questo dimostra che, a fronte di tante persone che chiedono maggiori condanne, c'è anche gente che ammette che ci possono essere strumenti migliori del carcere per risolvere i problemi di giustizia. È proprio quello che ci prefiggiamo di fare con la mediazione penale”».

 

In vista della festa di

D

omenica prossima, ultima del mese, celebriamo il XVIII anniversario della Consacrazione della nostra chiesa e della inaugurazione del nostro complesso parrocchiale.

Il pensiero e il ricordo dei parrocchiani non più giovanissimi vanno immediatamente a quel pomeriggio di pioggia torrenziale – domenica 27 settembre 1984 – nel quale si è posta la prima pietra ad opera del Cardinale Piovanelli e, insieme, alla indimenticabile giornata di festa – domenica 27 settembre 1987 – della Dedicazione della Chiesa sempre ad opera del Cardinale Piovanelli (nell’anno stesso in cui don Stefano Grossi veniva ordinato sacerdote).

Il pensiero e il ricordo vanno subito anche verso quelle persone – sacerdoti e laici – che quelle due “giornate” le hanno preparate e vissute con grande passione e entusiasmo: ricordiamo con perenne gratitudine i sacerdoti don Lucio Gaspari e don Pasquale Ghilardi, e, tra i laici, Mauro Poggiali, Guido Verdiani e Renzo Grupelli: la loro memoria sarà particolarmente viva nella celebrazione eucaristica prevista per lunedì 26 settembre.

È bello ricordare anche quei segni che la comunità ha posto, specie nella ricorrenza dei primi anniversari, per dotare la struttura muraria dell’arredamento necessario: le panche, le campane, i confessionali, la sagrestia, l’organo, la sistemazione degli esterni con la collocazione dell’immagine mariana.

In seguito si è cercato di rispondere alle sollecitazioni di solidarietà giunte dal Centro Caritas san Martino e dalla Missione di Suor Silvana nella Repubblica Centroafricana, senza dimenticare i bisogni di casa nostra e senza trascurare i lavori di manutenzione ordinaria e… straordinaria del nostro complesso.

Ora sembra giunto il momento di soddisfare due esigenze che si avvertono sempre di più: la posa in opera di un “Crocifisso” che meglio evidenzi il significato del nome di cui la nostra comunità si fregia: “Santa Croce” e anche la collocazione o la modifica del tabernacolo che ne esalti sempre più il valore anche come segno permanente dell’Anno dell’Eucarestia che si sta per concludere. Con il consiglio di esperti intendiamo nel prossimo futuro rispondere a queste due sollecitazioni.

Intanto rendiamo grazie a Dio che ci ha permesso di disporre di una struttura che, anche dopo diciotto anni continua a rispondere bene alle esigenze della comunità.

Continuiamo anche a assicurare quella cura di tutti gli ambienti fin d’ora garantita dall’opera infaticabile e appassionata di tanti volontari, quella cura che è segno di gratitudine verso chi ha lavorato prima o insieme a noi, quella cura che vuole essere il primo segno di accoglienza verso tutti.

È uscita la nuova

La lettera Pastorale

del nostro Arcivescovo dal titolo: La parrocchia comunità eucaristica per il mondo”.

Inserita nel cammino biennale, dopo l’anno di discernimento e di proposta, la Lettera raccoglie il percorso compiuto e, concentrandosi sulla celebrazione eucaristica domenicale, vuole “ravvivare la consapevolezza e la gioia dell’essere chiesa e dell’essere parrocchia”. “Vorrei trasmettervi scrive il Cardinale – un amore forte per la Chiesa, anzi una vera e propria devozione verso di essa… Di conseguenza vorrei anche rafforzare il senso di appartenenza a quella speciale comunità ecclesiale che è la parrocchia”.

Il testo della lettera è molto denso e anche in certi tratti provocatorio. Sul “Notiziario” pensiamo di riportare gradualmente alcuni passaggi che ci sembrano più significativi.

Se ne raccomanda la lettura intera anche perché il testo non è molto lungo ed è reperibile in parrocchia insieme alla lettera apostolica “Mane nobiscum Domine” di Papa Woityla.

Le parole del Cardinale:

«Per edificare la parrocchia come comunità-segno non occorre in primo luogo moltiplicare le attività, ma curare la spiritualità, la mentalità, gli atteggiamenti, le relazioni fraterne. Fate bene le cose ordinarie, arricchendole di nuovi significati, cercando di educare una coscienza ecclesiale e un forte senso di appartenenza»

 

Esaltazione della Santa Croce

L

a festa della “glorificazione” della Croce è molto antica: è nata in oriente, dove si celebra con solennità paragonabile a quella della Pasqua. Trova la sua origine nel fatto della dedicazione al culto delle due grandi basiliche che Costantino eresse sul Calvario e sul sepolcro; dedicazione che avvenne il 13 settembre del 335. Il giorno seguente – con grande solennità si mostrò al popolo ciò che restava del santo legno della croce. Da questo uso ebbe origine la festa che celebriamo oggi.

Questa celebrazione ci chiede di “rendere grazie” per quell’avvenimento salvifico realizzatosi sulla croce e attraverso di essa: è, dunque, occasione per riflettere e per rinnovare la nostra fede nel mistero della croce “unica speranza per il cristiano”.

Quando si parla del messaggio cristiano non c’è parola che sia tanto spesso ripetuta; il segno della croce, infatti, è uno dei primi gesti che si insegnano ai bambini.

Probabilmente questo termine ci mette istintivamente sulla… difensiva: il messaggio cristiano è bello, interessante, condividibile… ma la croce!

Se scorriamo i testi evangelici dobbiamo riconoscere che le sezioni più ampie sono quelle in cui la croce campeggia: siamo tutti posti crudamente di fronte alla completa descrizione della passione di Gesù, della tortura a cui è sottoposto.

Qua e là, nei testi evangelici, appare chiara e precisa la scandalosa proposta di Gesù: andargli dietro significa “caricarci della croce”.

Al culmine dell’annunzio evangelico sta un’incredibile proclamazione: “Gesù Nazareno che cercate, il crocefisso, è risorto!”

Ecco dunque: la croce di Gesù, la nostra croce, il trionfo della croce. Questi elementi appaiono costitutivi della realtà cristiana; non sempre e non da tutti compresi in modo autentico, soprattutto quando si prescinde dall’uno o dall’altro elemento.

C’è una verità fondamentale, quella che rende il cristianesimo esperienza autenticamente “liberante”: è la proclamazione del fatto che la morte di Gesù in croce è stata vinta dalla vita.

Perché il vero significato della croce è questo: è l’amore e la forza di Dio che si rivela in Gesù crocifisso e risorto.

Le scuole stanno per riaprire i battenti

N

el condividere lo stupore di chi si avventura nell’esperienza scolastica di ciascun grado (materne, elementari, medie, superiori, università), e un po’ anche la nostalgia di vacanze, vorremmo incoraggiare tutti ad assumere un atteggiamento di gioia per l’occasione che viene offerta a ogni allievo: di arricchirsi di nuova cultura, di socializzare e familiarizzare con i propri coetanei, di crescere nella propria educazione e statura umana.

Un augurio e un incoraggiamento amiamo farlo anche al ceto insegnante che vede ogni giorno aumentare le difficoltà di trasmettere alle nuove generazioni l’indispensabile patrimonio culturale e contenere l’irrefrenabile vivacità di tanti allievi.

Una fatica spesso non riconosciuta dai loro genitori ai quali suggeriamo un sempre maggior coinvolgimento e controllo di quello che la scuola offre, partecipando di prima persona a quell’azione che può essere altamente educativa o del tutto diseducante, se la famiglia è latitante e scarica su altri quelle responsabilità che le competono prioritariamente anche se pur non esclusivamente.

Un augurio a tutti pertanto, che è poi lo stimolo a fare bene ognuno la sua parte. Buon Anno Scolastico !

15 settembre, memoria liturgica della Vergine addolorata

M

aria sofferente accanto alla Croce è da sempre un tema di riflessione, ma la “devozione” all’Addolorata fiorì solo alla fine del Medioevo. Ne fanno fede le varie “Pietà” tra cui la più famosa quella di Michelangelo. La tradizione popolare enumerò anche i dolori di Maria: sette, riferendosi ai fatti evangelici: profezia di Simeone; fuga in Egitto; smarrimento di Gesù; salita con la Croce al Calvario; crocefissione e morte; deposizione; sepoltura di Gesù.

L’Ordine dei Servi di Maria, nel 1667, ottenne di poter celebrare una particolare festa dell’Addolorata, che fu poi estesa a tutta la Chiesa e accostata alla festa dell’Esaltazione della Croce: passione di Cristo e “com-passione” della Madre.

Dall’omelia tenuta dal Papa a Colonia nella Messa

di chiusura della Giornata Mondiale della Gioventù

« … L’Eucarestia deve diventare il centro della nostra vita…

Qualche volta, in un primo momento, può risultare piuttosto scomodo dover programmare nella domenica anche la Messa. Ma se vi Casella di testo: “L’Eucarestia
è la fissione nucleare
portata nel cuore dell’essere: trasforma la morte in vita”
ponete impegno, constaterete poi che è proprio questo che dà il giusto centro al tempo libero. Non lasciatevi dissuadere dal partecipare alla Eucarestia domenicale ed aiutate anche gli altri a riscoprirla. Certo, perché da essa si sprigioni la gioia di cui abbiamo bisogno, dobbiamo imparare a comprenderla sempre di più nella sua profondità, dobbiamo imparare ad amarla. Impegniamoci in questo senso – ne vale la pena! Scopriamo l’intima ricchezza della liturgia della Chiesa e la sua vera grandezza: non siamo noi a far festa per noi, ma è invece lo stesso Dio vivente a preparare per noi una festa.

Con l’amore per l’Eucarestia riscoprirete anche il Sacramento della Riconciliazione, nel quale la bontà misericordiosa di Dio consente sempre un nuovo inizio della nostra vita.

Chi ha scoperto Cristo deve portare altri verso di Lui.

Una grande gioia non si può tenere per sé. Bisogna trasmetterla. In vaste parti del mondo esiste oggi una strana dimenticanza di Dio. Sembra che tutto vada ugualmente anche senza di Lui. Ma al tempo stesso esiste anche un sentimento di frustrazione, di insoddisfazione di tutto e di Casella di testo: “La domenica rimane vuota senza 
Formate delle comunità 
sulla base della fede”

tutti.

Vien fatto di esclamare: “ Non è possibile che questa sia la vita”. Davvero no. E così insieme con la dimenticanza di Dio esiste un “boom” del religioso. Non voglio screditare tutto ciò che c’è in questo contesto… Ma, per dire il vero, non di rado la religione diventa quasi un prodotto di consumo. Si sceglie quello che piace, e certuni sanno anche trarne un profitto.

Ma la religione cercata alla maniera del “fai da te” alla fin fine non ci aiuta. È comoda, ma nell’ora della crisi ci abbandona a noi stessi.

Aiutate gli uomini a scoprire la vera stella che ci indica la strada: Gesù Cristo! »

 

All’inizio dell’Anno Pastorale…

… si porge il ben tornato a tutti coloro che hanno potuto godere di una pausa di riposo dopo un anno di lavoro ininterrotto e faticoso.

Si rinnova anche il saluto fraterno a chi per le più svariate ragioni non ha potuto allontanarsi dalle mura della propria abitazione.

E si ama ricordare con amore e gratitudine i fedeli che mancano all’appello perché in questo periodo estivo (luglio-agosto) il Signore li ha chiamati a sé; li vogliamo menzionare in segno di affetto e riconoscenza:

*  Remo Vannoni (Via P.P. Pasolini 263),

*  Giuseppe Masini (Via Sassaiola 55),

*  Francesco Buonfiglio (Via Gramsci 550),

*  Pasquale Innocenzo (Viale Toscanini 65),

*  Roberto Bini (Via Strozzi 7),

*  Antonina Binaggia ved. Parrino (Via Boito 48),

*  Umberto Marzanti (Via Ragionieri 26),

*  Amelia Conte in Bellucci (Via Mascagni 18),

*  Salvatore Deriu (Via Marsala 35).

 

E

 ora, dopo la pausa estiva, riprendiamo i nostri impegni con gratitudine e diligenza. È una grazia infatti, di cui purtroppo, talvolta non ci rendiamo conto, riprendere la nostra attività e assolvere i nostri impegni con dedizione e fedeltà. Certo essi comportano talvolta anche fatica, ma è sempre gratificante prendere coscienza che la nostra attività e il nostro impegno, se guidati dalla buona intenzione e ispirati dalla carità, diventano espressioni di quel servizio per il Regno che dà alla vita il senso più pieno.

S

i vuole cogliere anche la opportunità all’inizio del nuovo anno pastorale per consigliare a tutti i fedeli a tenere presenti nella impostazione della propria giornata i due versanti che richiedono di integrarsi perché sono sempre o quasi complementari:

1)     C’è il versante che riguarda la propria vita personale in tutti i suoi aspetti, la vita coniugale, professionale, civile ed ecclesiale: questo versante è il terreno primario su cui si gioca e si verifica l’autenticità, la veridicità, la serietà e la responsabilità della propria esistenza;

2)     E c’è il versante che riguarda l’ambito o gli ambiti del volontariato. Le espressioni del volontariato sono molteplici. Viverle tutte è impossibile. Ma trovare il modo per dedicare almeno parte del proprio tempo libero (che in tanti casi risulta essere superiore a quello che comunemente si pensa) a uno di quegli ambiti che risultano più utili in determinate situazioni e magari più congeniali alla propria sensibilità e attitudine, questo forse e senza forse può essere possibile. Si pensi per esempio alla caritas, ai gruppi di ascolto nelle famiglie, alla catechesi ai ragazzi, alla liturgia, alle Missioni e anche all’ambito dei vari servizi che richiedono tempo e braccia…

Le ragioni che spesso si adducono per giustificare le proprie… latitanze sono sempre le stesse:

Ä                              ci sono già tante persone volonterose;

Ä                              io non sono preparato e non sono all’altezza;

Ä                              non mi posso impegnare…

Si dimentica che la comunità è una grande famiglia e l’apporto di ognuno diventa prezioso e per certi versi… insostituibile…

 

Giugno 2005

Grazie a tutti

I

l grazie per la bella festa di domenica 12 giugno è più di un dovere, una esigenza del cuore. Lo partecipo a tutti:

-  a coloro che mi hanno ricordato al Signore nella loro preghiera;

-  a coloro che hanno espresso il loro augurio, a voce, per scritto, nei gesti e nei segni;

-  a tutti i fedeli della comunità, a quelli che si sono trasferiti in altre e conservano legami affettivi con questa, ai fedeli di altre comunità e che per varie ragioni frequentano e gravitano intorno a questa;

-  ai parenti che hanno voluto intervenire alla festa, e a quelli che, pur desiderandolo, non lo hanno potuto fare;

-  alle varie comunità religiose che hanno voluto significare la loro condivisione: le Monache del Monastero di san Benedetto di Bergamo, le Suore della Provvidenza in Roma, le Suore del Divino Zelo di Firenze, le Suore dell’Istituto san Giuseppe e di Maria Riparatrice in Sesto Fiorentino;

-  alle diverse comunità parrocchiali: di santa Barbara in Bondo Petello di Albino, di san Giustino in Roma, del Vicariato di Sesto-Calenzano;

-  lo partecipo ai vari sacerdoti intervenuti: al fratello don Arturo e a don Giacomo, l’ispiratore e il coordinatore di ogni cosa, al nipote, don Luigi, agli ex viceparroci don Giacomo Cagnoni e don Lorenzo Cenati, agli amici Sacerdoti bergamaschi Maconi don Giampietro e Luigi Rossoni, ai sacerdoti del Vicariato di Sesto-Calenzano e al “quintigiano” don Stefano Grossi, al gesuita P. Enrico Deidda;

-  alle istituzioni e ai loro rappresentanti: il Sindaco di Sesto, L’Associazione Comunale Anziani di Quinto, il Gruppo Frates e Unitalsi di Sesto, l’Avis Comunale, la Presidenza Provinciale dell’M.C.L., la Confraternita Misericordia di Quinto, la Direzione e il personale e gli ospiti di Villa Solaria.

Per ragioni di spazio mi limito a riportare l’augurio di Mons. Claudio Maniago, quello del Parroco di Bondo Petello, don Adriano Peracchi e, tra i tanti “messaggini” quello di una sorella inferma della nostra parrocchia, quello di una famiglia che si è trasferita in altra comunità e, ultimo, quello di una famiglia qui residente.

Carissimo Don Mario,

nel compiacermi del tuo costante operare per il bene della nostra Diocesi, ti auguro ogni bene e prego per Te in occasione del 50° anniversario della tua Ordinazione Sacerdotale.

Il Signore ti sia sempre vicino e ti guidi con amore paterno in questo importante ministero.

X Claudio Maniago

Bondo Petello 11.6.05

A don Mario, che in terra fiorentina ormai da trent’anni mantiene le sue radici in quell’angolo di verde prospiciente Bondo, di nome “Ama”. Nel servizio sacerdotale di 50 anni questo nome si è fatto programma di vita in te, nel carisma del “Paradiso”, che per la Chiesa di Bergamo è stato l’anticipo e poi la conferma dello stile missionario della Chiesa tutta.

La Comunità cristiana che è in Bondo Petello si unisce alla Comunità di Quinto Basso nel riconoscere e celebrare questo evento che unisce idealmente le due comunità.

Un grazie per una vita che si fa Eucarestia oggi 12 Giugno, Giorno del Signore, nella gratitudine e nella comunione.

Un Dio che è gratuitamente per gli altri. Un sacerdote che è per gli altri, non può essere altrimenti.

Anche per i gruppi di adolescenti di Bondo che in questi anni hanno goduto di una squisita accoglienza a Quinto Basso. Grazie e auguri per molti anni ancora.

don Adriano Peracchi

Ringraziandola di tutte le sue visite anche nel pieno inverno portandomi la

Santa Eucarestia Le faccio i più cari e migliori auguri di Buon Proseguimento

Tina T.

Partecipiamo con gioia alle sue Nozze d’oro sacerdotali e ringraziamo il Signore per il dono del suo sacerdozio e dei tanti benefici elargiti al servizio di tutta la Comunità alla quale ci siamo sempre sentiti uniti.

Con affetto e gratitudine per i consigli affettuosi che mai ci ha fatto mancare nei lunghi anni della nostra amicizia, Le porgiamo gli auguri più fervidi.

Giorgio e Simonetta M.

Rev.mo Don Mario,

mentre inviamo i più fervidi rallegramenti per i suoi 50 anni di Sacerdozio, tanti dei quali passati al servizio appassionato e devoto della Parrocchia e dei suoi parrocchiani, formuliamo infiniti auguri per il proseguimento della sua fervente missione e preghiamo perché il Signore Le dia sempre tanta forza e salute.

Enrica e Maria Chiara R.

E finalmente la mia gratitudine la esprimo ai fedeli che si sono adoperati nel progettare, organizzare, collaborare nei vari ambiti di impegno (liturgico, economico, conviviale, ludico, ecc. ecc.) per la migliore riuscita della festa e del suo splendido preludio musicale di sabato con i solisti Maestro Alessandro Belotto di Roma (organo), Maestra Chiara Capanni (pianoforte) e Maestro Leonardo Matucci (violinista).

A conclusione di questa lunga carrellata di “grazie” e con l’intento di prolungare la “festa” ad ogni domenica e a tutti i giorni della vita, mi piace riportare qualche parola dell’intervento che Mons. Bruno Forte ha fatto a Bari in occasione del recente congresso eucaristico nazionale: «Al cuore della Chiesa, “sacramento del tempo”, c’è la domenica, come al centro della domenica”splendore del tempo”, c’è l’Eucarestia, “memoriale della Pasqua di Gesù”, “sorgente di bellezza”, “convito sacrificale” e “pegno della gloria futura”.

Se l’Eucarestia è “sorgente di bellezza”, lo è anzitutto per il sacerdote celebrante che, mediante la continuità ininterrotta della successione apostolica, nella quale è inserito attraverso l’ordinazione, è legato all’unico sommo ed eterno sacerdote, il pastore bello che, nella sera della cena, confidò ai suoi apostoli e ai loro successori il mandato di celebrare il suo memoriale per la salvezza del mondo»

L’augurio allora che faccio a me stesso e la preghiera che innalzo al Signore è che opera ogni giorno di più la inesauribile sorgente di bellezza costituita dall’Eucarestia.

Don Mario

Viene riportato il testo del telegramma inviato dal Cardinale Angelo Sodano, Segretario di Stato di Sua Santità:

AL REVERENDO DON MARIO USUBELLI CHE RICORDA 50.MO ANNIVERSARIO ORDINAZIONE PRESBITERALE SOMMO PONTEFICE ESPRIME FERVIDI AUGURI ET MENTRE INVOCA SU DI LUI ULTERIORI FAVORI CELESTI PER UNA CRESCENTE FEDELTA' AT CRISTO SOMMO ET ETERNO SACERDOTE ET GENEROSO SERVIZIO ECCLESIALE GLI INVIA DI CUORE IMPLORATA BENEDIZIONE APOSTOLICA ESTENSIBILE AT QUANTI PRENDONO PARTE SUA SPIRITUALE LETIZIA.

CARDINALE ANGELO SODANO SEGRETARIO DI STATO DI SUA SANTITA'

La Domenica, DNA del Cristiano

«Abbiamo bisogno di questo pane per affrontare le fatiche e le stanchezze del viaggio. La domenica, giorno del Signore, è l’occasione propizia per attingere forza da Lui, che è il Signore della vita. Il precetto festivo non è quindi semplicemente un dovere imposto dall’esterno. Partecipare alla celebrazione domenicale e cibarsi del pane eucaristico è un bisogno del cristiano, il quale può così trovare l’energia necessaria per il cammino da percorrere. Un cammino, peraltro, non arbitrario: la strada che Dio indica mediante la sua legge va nella direzione iscritta nell’essenza stessa dell’uomo. Seguirla significa per l’uomo realizzare se stesso; smarrirla equivale a smarrire se stesso.»

Questo è uno dei passaggi dell’omelia di Papa Benedetto XVI tenuta durante la Messa che ha concluso il 24° Congresso eucaristico nazionale, celebrato a Bari dal 21 al 29 maggio, e che aveva come tema “Senza la domenica non possiamo vivere”. Alla fine dell’omelia il pontefice ha formulato una preghiera: «Che anche i cristiani di oggi ritrovino la consapevolezza della decisiva importanza della celebrazione domenicale e sappiano trarre dalla partecipazione all’Eucarestia lo slancio necessario per un nuovo impegno nell’annuncio al mondo di Cristo “nostra pace”» (Ef 2,14).

 

Il prete?!

Queste parole sono dirette a chi è prete, perché ricordi i suoi poteri e la sua gloria, per usare una espressione del romanziere inglese Graham Greene; sono indirizzate a chi crede nei preti perché li sappia capire, apprezzare e aiutare; sono rivolte a chi non crede in nulla e tanto meno nella Chiesa e nei preti, perché impari a conoscerli.

“Nella notte in cui fu tradito prese il pane, lo spezzò, lo diede ai suoi discepoli e disse: “Prendete e mangiatene tutti, questo è il mio corpo”. Allo stesso modo prese il calice del vino, lo benedì e disse: “Prendete e bevetene tutti, questo è il calice del mio sangue... Fate questo in memoria di me”.

Sottolineamo quel “Fate questo in memoria di me”. Da quel preciso istante gli apostoli ricevettero gli stessi poteri divini di Cristo. E allora ecco la domanda che si affaccia: chi è il prete?

Diamo la parola a persone più... preparate, a scrittori, letterati, poeti, vescovi, papi, santi.

Ha scritto il cardinale Emmanuel Suhard: “Il sacerdozio è stato inventato dall'amore, è lo stesso Amore, l'ultimo dono del Signore. Con l'amore tutto diventa chiaro sul prete... Egli ha scelto l'Amore”.

È difficile, per non dire impossibile, capire il mistero del prete: “Esattamente parlando, non esistono cattivi preti; esistono uomini cattivi che sono preti e che sono peggiori degli altri perché sono preti, ma il prete, che è in loro, è Gesù Cristo”

(J. Green).

Vediamo di scandagliare questo enorme mistero facendoci aiutare dallo scrittore Domenico Giuliotti: “Il prete è un uomo, ma da più degli angeli; è un peccatore, ma rimette i peccati; è un servo, ma il Signore gli obbedisce”.

Gesù così parla ai suoi sacerdoti: “Ho bisogno di te. Ho bisogno delle tue mani per continuare a benedire ho bisogno delle tue labbra per continuare a parlare, ho bisogno del tuo corpo per continuare a soffrire, ho bisogno del tuo cuore per continuare ad amare, ho bisogno di te per continuare a salvare.”

Per tenere i piedi per terra diremo che “il prete non è un angelo...

è un uomo come gli altri...

Il prete non è un mago...

Il prete non è l'uomo del miracolo...

Il prete non è un superuomo”.


C’è sempre qualcosa da dire sui preti:


·         Se il prete una volta parla dieci minuti più a lungo – è un parolaio;

·         Se durante una predica parla forte – allora urla;

·         Se non predica forte – non si capisce niente;

·         Se possiede un'auto personale – è capitalista, è mondano;

·         Se non ha un'auto personale – non è capace di adattarsi ai tempi;

·         Se visita i suoi fedeli fuori parrocchia – allora gironzola dappertutto;

·         Se frequenta le famiglie – non è mai in casa;

·         Se rimane in casa – non visita mai le famiglie;

·         Se parla di offerte e chiede qualcosa – non pensa ad altro che a far soldi;

·         Se non organizza feste, gite, incontri – nella parrocchia non c'è vita;

·         Se in confessionale si concede tempo – è interminabile;

·         Se fa in fretta – non è capace di ascoltare;

·         Se comincia la Messa puntualmente – il suo orologio è avanti;

·         Se ha un piccolo ritardo – fa perdere tempo a un monte di gente;

·         Se abbellisce la chiesa – getta via i soldi inutilmente;

·         Se non lo fa – lascia andare tutto alla malora;

·         Se parla da solo con una donna – c’è sotto qualcosa;

·         Se parla da solo con un uomo – eh!... ;

·         Se prega in chiesa – non è un uomo d'azione;

·         Se si vede poco in chiesa – non è un uomo di Dio;

·         Se si interessa agli altri – è impiccione;

·         Se non si interessa – è un egoista;

·         Se parla di giustizia sociale – fa della politica;

·         Se cerca di essere prudente – è di destra;

·         Se ha un po' di coraggio – è di sinistra;

·         Se è giovane – non ha esperienza;

·         Se è vecchio - non si adatta ai tempi;

·         Se muore – non c'è nessuno che lo sostituisce !!!

(Questo simpatico manifesto è stato affisso

a Pereta, frazione di Magliono-Grosseto,

sul portale della chiesa parrocchiale)

 

da AVVENIRE del 25/5/2005

Intervista al card. Ennio Antonelli di Luigi Geninazzi

 

Mancano pochi giorni al referendum sulla legge che regola la fecondazione assistita ma in giro c’è una grande confusione sull’argomento. La materia è complessa, gli schieramenti non sono affatto definiti e tanta gente è disorientata. Ci sarebbe più di un motivo per essere preoccupati. Ma il cardinale Ennio Antonelli è  molto sereno e tranquillo. «Sono rammaricato che sia stato voluto ad ogni costo il referendum – dice l’arcivescovo di Firenze –. Ma sono fiducioso che tutto andrà bene».

Eminenza, la battaglia referendaria si concentra ormai sul raggiungimento del quorum. Cosa ne pensa?

Il ricorso al referendum per decidere su temi complessi come quello della fecondazione assistita è inappropriato e pericoloso. È difficile per il cittadino comune comprendere i quattro quesiti referendari e acquisire le conoscenze necessarie per entrare nel merito dei problemi con una valutazione obiettiva ed equilibrata. Occorrerebbe un’informazione seria sui dati scientifici e una riflessione attenta sui valori fondamentali che sono in gioco. Anzi, prima di promuovere il referendum abrogativo, sarebbe stato ragionevole sperimentare la legge almeno per un tempo conveniente, per verificarne realisticamente le conseguenze. Invece i pregiudizi ideologici hanno scatenato una immediata campagna referendaria, che viene portata avanti soprattutto a forza di slogans semplicisti e ingannevoli.

Lei, Eminenza, in un discorso pubblico che ha tenuto recentemente ha invitato i cristiani ad essere coraggiosi. Ma quel che viene rimproverato alla Chiesa in questi giorni è proprio la mancanza di coraggio: la scelta astensionista tradirebbe la paura dei cattolici di affrontare l’avversario a viso aperto…

È del tutto fuori luogo considerare l’astensione una mancanza di coraggio, come se ci si sottraesse al confronto democratico. È vero esattamente il contrario. In questo caso il non voto significa sia un’opposizione decisa al tentativo di peggiorare la legge, sia un netto dissenso rispetto all’uso inopportuno del referendum.

Sempre in quel discorso lei ricordava che «i cattolici devono prendere chiaramente posizione anche a rischio di trovarsi minoritari o isolati». Alludeva alla battaglia referendaria?

Mi riferivo alla necessaria coerenza con il Vangelo e con la dottrina della Chiesa e quindi al dovere di non scendere a compromessi e di non essere timidi o accomodanti quando si tratta di scelte che riguardano i valori etici fondamentali, la dignità e il futuro dell’uomo. Tali sono senz’altro anche le scelte che riguardano la vita umana e la famiglia.

Sul referendum del 12 giugno molti uomini politici si sono richiamati al principio della libertà di coscienza. Qual è il suo giudizio?

Se libertà di coscienza significa farsi un convincimento personale, motivato e responsabile, senza seguire supinamente le logiche di schieramento politico e di appartenenza partitica, sono d’accordo. Se invece libertà di coscienza significa una scelta soggettiva che non tiene conto della verità, allora non sono affatto d’accordo.

Proprio questo è il nocciolo del problema: a quanto pare sull’embrione ci sono tante verità…

È un fatto scientificamente provato e indiscutibile che l’embrione è un organismo nuovo, distinto dalla madre e dal padre, dotato di informazione genetica completa, capace di comportarsi da protagonista e di interagire con la madre, autonomo e in grado di svilupparsi finalisticamente in un processo vitale continuo. A partire da questa base scientifica, non c’è alcun motivo filosofico ragionevole per negare che l’embrione sia già un essere umano e un soggetto personale. Si può aggiungere che, se anche rimanesse qualche dubbio, l’embrione va trattato come persona. È doveroso scegliere per lui ciò che è più rispettoso e sicuro, come nei trapianti d’organo si deve accertare la morte prima dell’espianto, come nelle catastrofi si devono ricercare i dispersi finché c’è una minima possibilità di trovarli in vita. Il principio di precauzione, che in campo ecologico viene invocato a favore di piante e animali, a maggior ragione deve valere per l’embrione umano.

Cosa direbbe ad un suo fedele che intende recarsi alle urne per  votare no?

Gli direi che, se vuole davvero tutelare i valori della vita umana e della famiglia che sono in gioco in questo referendum, deve farlo nel modo più efficace e sicuro e quindi, se è coerente, deve scegliere l’astensione. Inoltre aggiungerei che il non voto nei referendum abrogativi, a differenza delle elezioni politiche e amministrative, è pienamente legittimo.

Recentemente alcuni scienziati, in Corea del Sud e in Inghilterra, hanno prodotto embrioni umani clonati allo scopo di curare alcune patologie. E tanta gente si dichiara a favore della libertà di ricerca se può servire a curare delle malattie o a salvare delle vite umane. Siamo di fronte ad un contrasto fra scienza e fede?

Non si tratta di un contrasto tra scienza e fede; tanto è vero che gli scienziati sono divisi e schierati sui due fronti opposti e molti non credenti sono schierati accanto ai credenti sul fronte della protezione dell’embrione umano. Si tratta invece di stabilire se l’essere umano debba o no essere considerato sempre un fine e mai un mezzo. Non è lecito uccidere un essere umano a scopo di ricerca scientifica e neppure per curare malattie e salvare un altro uomo. Produrre deliberatamente embrioni per poi sopprimerli è ancora più grave che commettere un aborto; è ancora più chiaramente riduzione dell’essere umano a una cosa di cui si può disporre a piacimento.

I sostenitori del referendum, gli stessi che hanno fatto la battaglia in favore dell’aborto, dicono che abrogando questa legge si dà spazio alla vita ed alla possibilità di avere più figli. Cosa prova nel sentire questo tipo di argomentazioni?
Provo amarezza perché non vedo autentico rispetto per la vita e la dignità della persona. Sia nel caso dell’aborto sia nel caso della manipolazione dell’embrione vedo piuttosto la riduzione del più debole a oggetto per soddisfare i desideri degli adulti.

Alla base del dibattito in corso sull’utilizzo delle cellule embrionali c’è il desiderio di molte coppie sterili di avere un figlio. Non è un’aspirazione comprensibile?

Il desiderio delle coppie sterili di avere un figlio è non solo comprensibile ma anche nobile. Deve però essere attuato rispettando i diritti del nascituro: alla vita, alla salute, all’identità genetica, ad avere una vera famiglia, unita e stabile. Non per niente l’ordinamento giuridico prevede in molti casi che il bene dei figli debba prevalere sui desideri degli adulti.

Lei, Eminenza, per molti anni è stato insegnante ai licei e poi docente di teologia. A suo avviso quale pedagogia dovrebbe usare la Chiesa per convincere l’uomo contemporaneo della bontà e della ragionevolezza della propria posizione?

La comunità cristiana deve testimoniare con il suo comportamento la dignità di ogni persona, specialmente se debole e indifesa; deve invitare gli uomini di oggi a dare più peso alla ragione che alle impressioni e agli interessi individuali, sollecitandoli alla coerenza nelle scelte sulla vita umana.

C’è il rischio che con questo referendum si riapra lo scontro tra laici e cattolici in Italia?

La questione posta dal referendum non è una questione propriamente religiosa, ma etica e razionale. Nel 1976 Giorgio La Pira citava contro l’aborto un principio dell’antico diritto romano che vale anche oggi riguardo alla nostra problematica: «Nasciturus pro iam nato habetur», il nascituro deve essere trattato come uno già nato. Non occorre essere cattolici per affermare i diritti dell’embrione. Riconoscere il valore dell’essere umano in qualunque stadio del suo sviluppo spetta alla ragione indipendentemente da qualsiasi religione, da qualsiasi partito, da qualsiasi schieramento di destra o di sinistra. È una questione etica che interpella la coscienza e la responsabilità personale; è una questione di sana e autentica laicità.

 

L’Eucarestia, mistero di luce

per gli uomini del nostro tempo

I

n consonanza piena con l’Anno Eucaristico che la Chiesa intera sta vivendo e in sintonia con i temi di riflessione e di preghiera che trovano il loro momento più solenne e incisivo nel Congresso Eucaristico Nazionale che si svolge a Bari e si conclude con la festa odierna del Corpus Domini a cui interviene il Santo Padre Benedetto XVI, ci piace riprendere una espressione originale della Lettera Apostolica Mane nobiscum Domine (Rimani con noi Signore) con la quale Giovanni Paolo II chiama l’Eucarestia: mistero di luce. Apparsa per la prima volta nella lettera sull’anno del Rosario del 2002, quando, come si ricorderà, il Papa volle introdurre nella preghiera del Rosario i misteri della luce, che si concludono con la meditazione sull’Eucarestia, questa bella definizione è stata ripresa nell’Enciclica Ecclesia de Eucharestia (la Chiesa vive dell’Eucarestia) del 2003 a spiegare che l’Eucarestia, oltre a nutrire la fede della Chiesa, la illumina, come nell’esperienza dei due discepoli di Emmaus a contatto con il Risorto. L’espressione è richiamata anche nell’omelia d’inizio dell’anno eucaristico, in cui il Papa afferma che: “Di luce ha bisogno il cuore dell’uomo, appesantito dal peccato, spesso disorientato e stanco, provato da sofferenze di ogni genere. Di luce ha bisogno il mondo, nella difficile ricerca di una pace che appare lontana, all’inizio di un millennio sconvolto e umiliato dalla violenza, dal terrorismo e dalla guerra” (17 ottobre 2004).

L’uomo contemporaneo è un assetato di luce nel cuore e nella mente. L’Eucarestia è la risposta più appropriata e pertinente a questa sete. La luce emanata dall’Eucarestia dirada le ombre proprie del nostro tempo e del nostro cuore e rende ancora più sfolgoranti le pur tante luci che rendono questo mondo amabile e degno di essere vissuto.

Non solo. I cristiani sono chiamati a diffondere questa luce laddove regnano le tenebre. Bisogna riconoscere che la missione dei cristiani ha già prodotto tante luci, motivo di gioia e di speranza per il futuro: la crescita stessa della Chiesa, il suo risveglio nelle anime e nei cuori, con una promettente fioritura di santità ; l’apporto costante dei cristiani nella difesa della dignità e dei diritti in tutto il mondo; l’entusiasmo e l’impegno che distinguono tanti giovani cristiani, le “sentinelle del mattino”; la lotta indefessa per la cultura della vita, della solidarietà con i poveri e con gli indifesi; la crescente sensibilità verso il creato, da onorare come un dono della bontà e della bellezza di Dio e da salvaguardare come risorsa primaria di vita. Tutto ciò è stato sempre compreso e compiuto nella luce dell’Eucarestia, che continuamente accompagna il popolo di Dio pellegrinante nella storia.

Se focalizziamo l’attenzione sul mistero dell’Eucarestia, ci rendiamo conto di quali siano le sorgenti che sprigionano la luce per l’uomo. È il Papa che nella Lettera Mane nobiscum Domine indica una prima sorgente nella Parola di Dio, proclamata nella celebrazione eucaristica. Mai come oggi i cristiani hanno avuto la possibilità d’accostarsi alla Parola di Dio, distribuita dalla liturgia in maniera così abbondante e interpretata dalla celebrazione stessa in modo così efficace e penetrante per la vita. Ancor più, tra i princìpi teologico-liturgici che governano il rapporto tra celebrazione e Parola di Dio vi è quello che la Parola contiene l’annunzio della salvezza di Dio, mentre la celebrazione liturgica è l’attuazione nel rito di questa salvezza. Questo sta a dire che il Dio che parla è lo stesso che nell’oggi della liturgia si manifesta realmente e compie ciò che ha rivelato. Allora è chiaro che niente più dell’Eucarestia può darci una conoscenza diretta, che non sarà più puramente intellettuale, ma intimamente esperienziale ed esistenziale di Cristo (per questo, sia detto per inciso, è tanto importante che la Parola di Dio sia sempre ben proclamata nell’assemblea liturgica da lettori anche spiritualmente preparati).

Una seconda sorgente di luce il Papa la individua in quella seconda mensa del Corpo e del Sangue del Signore a cui il cristiano partecipa nella celebrazione eucaristica. Essa è insieme sacrificio e convito. Attraverso la grande preghiera eucaristica l’assemblea dei fedeli è trasportata nella fede, in forza dello Spirito Santo a quel giorno unico e irripetibile dell’ultima Cena del Signore con i suoi apostoli, in cui nei simboli del pane e del vino espresse il sacrificio del suo Corpo e del suo Sangue per la remissione dei peccati che si sarebbe realizzato il giorno dopo sulla croce, fino all’evento che ha determinato il cambiamento della storia, cioè la sua risurrezione.

Nell’Eucarestia è racchiuso il centro della salvezza. Partecipandovi, i cristiani rinnovano se stessi nel sacrificio di Cristo e assumendo il suo Corpo e il suo Sangue, fanno comunione con Lui, ossia entrano nei suoi stessi sentimenti e nella sua logica d’azione e dunque escono dalla celebrazione con cuore e volto di testimoni, di missionari, di martiri, realizzando l’appello del Maestro: “Voi siete la luce e il sale della terra”.

Dal grande mistero di luce nascono così già da ora un nuovo cielo e una nuova terra(cfr.Ap 21,1).

La Messa non è finita

“O

ggi non ho voglia di andare a Messa”. “Sono stufo di sentire la solita predica”. “Andiamo ad ascoltare quella Messa dove c’è quel sacerdote che è… simpatico e parla molto bene”… Messa boicottata, Messa sopportata, Messa che vale a seconda delle qualità del sacerdote, misurate su criteri… soggettivi, opinabili. Tante sono le cause per una certa disaffezione all’incontro domenicale con Cristo risorto, nel mondo giovanile e non… La Messa rimarrà un rito vuoto finché non arriverò a credere che in essa c’è tutta la mia esistenza. In essa Cristo mi viene incontro, anzi, “dentro”, perché ogni mio gesto diventi sempre più segno della sua presenza che salva e che ama. Non solo, ogni volta che mangio il suo corpo e bevo il suo sangue vengo abilitato a riconoscerlo presente nel corpo del fratello, del povero. Se veramente incontriamo Cristo nell’Eucarestia sapremo incontrarlo nell’uomo, seconda Eucarestia. San Giovanni Crisostomo ci ricorda: «Vuoi onorare il corpo di Cristo? Non permettere che sia oggetto di disprezzo nelle sue membra cioè nei poveri, privi di panni per coprirsi. Non onorarlo qui in chiesa con stoffe di seta, mentre fuori lo trascuri quando soffre per il freddo e la nudità.» Colui che ha detto: “questo è il corpo” confermando il fatto con la parola, ha detto anche: “Mi avete visto affamato e non mi avete dato da mangiare (cfr Mt 25,35) e ogni volta che non avete fatto questa cosa a uno dei più piccoli fra questi, non l’avete fatta neppure a me” (cfr Mt 25,45).

Può essere molto suggestivo partecipare alla processione del Corpus Domini come alcuni di noi hanno fatto giovedì scorso, può essere molto appagante trascorrere un’ora in adorazione dell’Eucarestia, come diversi di noi hanno fatto ancora giovedì scorso e intendono fare venerdì prossimo Festa del Sacro Cuore di Gesù, ma tutto questo avrà veramente senso se sarà espressione di una franca e concreta donazione di sé all’altro.

L’Eucarestia non va solo celebrata e adorata, ma soprattutto vissuta, altrimenti, come dice san Paolo “mangiamo e beviamo la nostra condanna”. Ma pare utile a questo proposito riconoscer che il cristianesimo non è una religione rituale, nel senso che i riti ci sono e sono significativi solo se, e nella misura in cui, esprimono un atteggiamento esistenziale. La fede cristiana, e quindi anche l’Eucarestia, non si esauriscono in un fatto celebrativo, ma traducono un’esperienza, altrimenti non hanno senso. Quello che esprimiamo facendo la comunione è il desiderio di vivere una vita di comunione con gli uomini e con Dio. Per questo è importante celebrare l’Eucarestia in comunità, nell’assemblea domenicale, e non andare alla ricerca di una bella esperienza personale, solitaria, in luoghi mistici, che possono anche comunicare delle belle sensazioni, ma che non ci impegnano a cambiare atteggiamento e a convertirci al servizio.

Il corpo dato e il sangue versato sono l’espressione di una vita donata, non una volta, ma ogni giorno, spesa nel servizio dell’altro e nella testimonianza resa al Signore. L’Eucarestia impegna a costruire relazioni di comunione, a farsi carico dell’altro nella sua concretezza, non dell’altro in versione ideale, ma dell’altro che mi dà fastidio, mi annoia, si ripete, e non è mai attento alle mie esigenze.

Solo vivendola così si comprende che la Messa non è mai finita.

Giornata Comunitaria

A

 conclusione dell’Anno Pastorale, il Consiglio Parrocchiale nella riunione del 19 maggio ha proposto una giornata comunitaria da trascorrere presso il Santuario di Cercina.

La giornata fissata è la domenica 19 giugno. Ci si ritrova con i propri mezzi presso gli spazi esterni del complesso parrocchiale verso le ore 10, per raggiungere, entro le 10:45 il Santuario e di aver modo di preparare comunitariamente la liturgia della Messa che viene celebrata alle 11:30.

Segue il momento conviviale e di fraternità. Alle 15 scambio di esperienze e di valutazioni della vita della comunità e sul cammino fatto e… da fare.

Alle 16 recita del Rosario e dei Vespri.

La Trinità

 

Gloria al Padre, al Figlio, allo Spirito Santo: a Dio che è, che era e che viene” (cfr. canto al Vangelo).

Mistero fondamentale e caratteristico del cristianesimo è il dogma dell’esistenza di Dio in tre persone uguali e distinte nell’unità della natura. La rivelazione di Dio Trinità è propria del Nuovo Testamento (anche se in alcuni passi dell’Antico si potrebbe intravedere un annuncio di ciò che solo con Gesù maturerà consapevolmente). Troviamo la Trinità esplicitamente rivelata nel racconto del Battesimo di Gesù: “Appena battezzato Gesù uscì dall’acqua. Ed ecco, si aprirono i cieli ed egli vide lo Spirito di Dio scendere come colomba e venire su di lui. Ed ecco una voce dal cielo che disse: «Questi è il Figlio mio prediletto, nel quale mi sono compiaciuto»” (Mt 3,16).

Nell’ultimo capitolo del Vangelo di Matteo è Gesù stesso che inviando i suoi ad evangelizzare le genti suggerisce la formula per il conferimento del Battesimo: “Andate dunque e ammaestrate tutte le nazioni, battezzandole nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo” (Mt 28,19). Nel quarto Vangelo si precisa che lo Spirito Santo procede dal Padre e dal Figlio: “Quando però verrà lo Spirito di verità, egli vi guiderà alla verità tutta intera, perché non parlerà da sé, ma dirà tutto ciò che avrà udito e vi annunzierà le cose future. Egli mi glorificherà, perché prenderà del mio e ve l’annuncerà. Tutto quello che il Padre possiede è mio; per questo ho detto che prenderà del mio e ve l’annunzierà” (Gv 16, 13-15).

Frequentemente Paolo usa formule trinitarie per parlare 1) del mistero trinitario: “Quando venne la pienezza del tempo, Dio mandò il suo Figlio, nato da donna, nato sotto la legge perché ricevessimo l’adozione a figli. E che voi siate figli, ne è prova il fatto che Dio ha mandato nei nostri cuori lo Spirito del suo Figlio che grida: «Abbà, Padre»” (Gal 4, 4 ss). 2) e della realtà della vita cristiana “Tutti quelli infatti che sono guidati dallo Spirito di Dio, costoro sono figli di Dio. E voi non avete ricevuto uno spirito da schiavi per ricadere nella paura, ma avete ricevuto uno spirito da figli per mezzo del quale gridiamo: «Abbà, Padre!» Lo Spirito stesso attesta al nostro spirito che siamo figli di Dio. E se siamo figli, siamo anche eredi: eredi di Dio, coeredi di Cristo, se veramente partecipiamo alle sue sofferenze per partecipare anche alla sua gloria” (Rom 8,14-17).

Anche nella prima lettera di Pietro il saluto augurale è fatto in nome della Trinità: “Pietro, apostolo di Gesù Cristo, ai fedeli dispersi nel Ponto, nella Galazia, nella Cappadocia, nell’Asia e nella Bitinia, eletti secondo la prescienza di Dio Padre, mediante la santificazione dello Spirito, per obbedire a Gesù Cristo e per essere aspersi del suo sangue: grazia e pace a voi in abbondanza” (1Pt 1,1 ss).

C’è da auspicare che la lettura e la rilettura di questi testi “trinitari”, stupendi e pregnanti, ci aiuti a formarci una spiritualità trinitaria autentica e a renderci consapevoli del valore e del significato del segno di croce che spesso viene ridotto a scaramanzia… e si smentisca quella affermazione secondo la quale dal tempo delle eresie trinitarie, sofferenza e prova della chiesa, siamo giunti al tempo della… irrilevanza trinitaria…

Pensieri di Padre Balducci

M

ercoledì scorso si è svolto in parrocchia l’annunciato incontro sul tema attuale e complesso della procreazione promosso dal Circolo M.C.L. insieme alla Parrocchia. Non è possibile riassumere in questa sede i contenuti dei vari conferenzieri che hanno rivelato grande competenza e serietà. Utilizziamo il poco spazio che ci è concesso per ritornare su un tema che è certamente elemento nodale sul dibattito: il rapporto tra scienza e fede; se alla scienza è tutto lecito. Riferiamo tre pensieri di Padre Balducci presi dal volume di Andrea Corsini “In nome dell’uomo. Per conoscere Padre Balducci”:

1.       Tutto ciò che la scienza può, è lecito: è un luogo comune che è difficile mettere in discussione. E invece va messo in discussione. Non che il conoscere violi di per sé la responsabilità dell'uomo. Conoscere il male non vuoi dire fare il male, conoscere le zone delicate dell'atomo fisico e dell'atomo genetico, diciamo così, non vuoi dire manipolare la realtà, vuoI dire trovarsi nel rischio di farlo. Ecco perché il conoscere scientifico va continuamente collegato con un atteggiamento di carattere generale, con un'opzione di fondo che, se è di servizio alla vita, ci porta a sbocchi positivi, se è di dominio ci porta a sbocchi spaventosi.

2.       Noi dobbiamo porre lo scienziato di fronte alla sua responsabilità etica che lo propone non al servizio del principe, ma al servizio dell'uomo. Provvidenzialmente l'ideologia del dominio è in debacle. Siamo tutti qui a constatare che cosa ha prodotto l'ideologia dell'uomo dominatore della natura. Noi siamo di fronte a segnali apocalittici, che del resto gli stessi scienziati avallano con le loro dichiarazioni [...]. Lo scotto storico che noi paghiamo per questa sicurezza dell'uomo dominatore è il pessimismo diffuso, è il dilagare degli atteggiamenti apocalittici che prosperano anche in gruppi religiosi, che esprimono l'indifferenza assoluta per il futuro, l'accettazione della catastrofe come orizzonte dell’ esistenza.

3.       Noi siamo ai primi passi di questa intromissione dell'uomo dentro il sistema vivente senza la garanzia dell'autocontrollo e senza il sentimento di responsabilità verso il futuro della vita in genere e della vita umana in particolare per cui sento di poter dire che il nuovo imperativo categorico dello scienziato, nella fase del conoscere e nella fase applicativa tecnologica, è questo: agisci in modo che le conseguenze delle tue azioni siano compatibili con una vita autenticamente umana sulla terra. È il nuovo imperativo che gli scienziati oggi devono far proprio. E' finita dunque la storia della scienza irresponsabile, che non tien conto se non delle esigenze del puro conoscere, e comincia l'era di una scienza che deve assumersi le responsabilità del futuro mondo, fino ad arrivare a porre limiti a se stessa e ad accettare delle frontiere invalicabili.

Congresso Eucaristico

I

 temi eucaristici che si svolgono a Bari nella settimana del Congresso costituiscono una preziosa miniera per scoprire il valore dell’Eucarestia e della domenica che ne costituisce il cuore. Amiamo riportarli:

IL CALENDARIO DEL CONGRESSO

ÄSabato 21: Inaugurazione del XXIV Congresso Eucaristico Nazionale. Tema: “Senza la domenica non possiamo vivere”;

ÄDomenica 22: La domenica giorno del Risorto L’Eucaristia, dono della Trinità;

ÄLunedì 23: La domenica giorno della festa - L'Eucaristia illumina la vita dell’uomo;

ÄMartedì 24: La domenica e la città dell’uomo L’Eucaristia sorgente di un mondo nuovo;

ÄMercoledì 25: La domenica giorno per la riconciliazione dei cristiani;

ÄGiovedì 26: La domenica giorno della Chiesa L’Eucaristia cuore della domenica;

ÄVenerdì 27: La domenica giorno della carità – L’Eucaristia pane di fraternità;

ÄSabato 28: La domenica giorno della missione. La Vergine Maria, Odigitria e donna eucaristica;

Ä Domenica 29 maggio: Celebrazione conclusiva del XXIV Congresso Eucaristico Nazionale - Riuniti dal Risorto attorno all’Eucaristia - Testimoni di Cristo speranza del mondo che libera l’uomo.

Amiamo ancora una volta ritornare sull’argomento del Congresso Eucaristico Nazionale servendoci questa volta di quelle preziose riflessioni che vengono riportate sul foglio della liturgia di questa settimana.

«I CONGRESSI Eucaristici sono una sosta di im­pegno e di preghiera a cui una comunità o Chiesa locale invita le Chiese della medesima regio­ne o della stessa nazione o del mondo intero, per ap­profondire un qualche aspetto del mistero eucaristi­co... » (Cfr Rito della Comunione fuori della messa e culto eucaristico n. 105).

Tutte le Chiese d'Italia sono invitate dunque a "sostare" con la Chiesa che è a Bari, nei giorni dal 21 al 29 maggio, per il 24° Congresso Eucaristico Nazionale. Nell'omaggio, pieno di fede e di amore all'Eucaristia, i Vescovi italiani vogliono cogliere l'opportunità per riscoprire insieme il valore e il significato della domenica.

tema infatti che viene sottolineato e approfondito è tratto dagli Atti dei Martiri, precisamente dalla risposta di Emerito al carnefice durante la persecuzione, ad Abitene nell'attuale Tunisia, sotto l'imperatore Diocleziano (303), alla domanda: .Perché vi siete riuniti?». Anche a nome dei suoi 48 compagni, Emerito rispose: «Non possiamo non riunirei, senza la domenica non possiamo vivere».

La domenica fa l'identità del cristiano: "La domenica è il giorno dei cristiani, è il nostro giorno!», dice san Girolamo. Si fa domenica partecipando al banchetto eucaristico! Da essa parte un'onda di carità che si espande su tutta la vita dei fedeli. La domenica è il giorno fatto dal Signore con le sue apparizioni di Risorto; è il giorno che anticipa il Giorno. ...È il giorno che libera l'uomo.

Suor Cristina Cruciali

 

Credo nello Spirito Santo

S

econdo il Vangelo di Giovanni, il giorno stesso di Pasqua, Gesù appare ai suoi discepoli e dona loro lo Spirito santo. Anzi lo “soffia” su di loro con un gesto insolito, che sembra richiamare consapevolmente l’attività creatrice di Dio nel libro della Genesi (Dio “soffiò nelle sue narici un alito di vita e l’uomo divenne un essere vivente” Gen 2,7). L’azione di Gesù va collegata immediatamente con il comando di missione: “Come il Padre ha mandato me, anch’io mando voi”. S’intende bene: non ci sono due missioni successive (quella di Gesù e quella dei discepoli) la seconda delle quali dovrebbe cercare di assomigliare alla prima; c’è un’unica missione, voluta dal Padre, affidata a Gesù e continuata infine dai discepoli. Si potrebbe tradurre il testo di Giovanni così: “Siccome il Padre ha mandato me, anch’io…”. Siccome il Padre vuole che tutti gli uomini ricevano la pienezza della vita e per questo ha mandato me nel mondo, anch’io, partecipe della volontà stessa del Padre, mando voi nel mondo perché andiate e portiate il frutto del Vangelo e trasmettiate a tutti gli uomini la vita che avete ricevuto.

Spirito Santo e missione della Chiesa

Si capisce allora che gli apostoli abbiano bisogno dello Spirito. Può forse bastare l’intelligenza umana o l’abilità umana, la buona volontà umana per compiere la missione di Cristo? Non c’è un’enorme sproporzione? Per agire “come” Gesù e “in nome” di Gesù i discepoli devono diventare nuove creature, devono essere rigenerati da quello Spirito per opera del quale Cristo stesso è stato concepito. Perciò “ricevete lo Spirito santo…”. Solo così i discepoli potranno, con la loro opera, “rimettere i peccati” e cioè combattere e sconfiggere le forze negative del peccato e la sua nefasta influenza sul mondo. Era stato il compito essenziale di Gesù, “l’agnello di Dio che toglie i peccati del mondo” (Gv 1,29); sarà il compito storico della chiesa: “a chi rimetterete i peccati saranno rimessi”

Quello che Giovanni colloca nel giorno stesso di Pasqua, Luca lo riporta alla festa di Pentecoste, cinquanta giorni dopo. Ma qui gli effetti del dono dello Spirito sono espressi in modo diverso e originale. Il gruppo dei discepoli è radunato insieme nello stesso luogo; appaiono lingue di fuoco che si posano su ciascuno dei presenti; allora “essi furono tutti pieni di Spirito santo e cominciarono a parlare in altre lingue come lo Spirito dava loro il potere d’esprimersi”.

Certo si può e si deve sottolineare il coraggio di parlare, che lo Spirito comunica a persone che, fino a poco prima, erano apparse timide e impaurite. Ma si deve insistere soprattutto sul discorso profetico che gli apostoli diventano capaci di comunicare. Non solo hanno il coraggio di parlare, ma hanno la capacità di dire le parole di Dio, di interpretare e annunciare il disegno salvifico di Dio.

Certo, la parola di Dio è Gesù Cristo; ma la parola che gli apostoli annunciano non è una cosa diversa da Gesù Cristo, è piuttosto Gesù Cristo nella forma del discorso umano. San Paolo scrive ai Tessalonicesi: “Quando avete accolto da noi la parola della predicazione, l’avrete accolta non quale parola di uomini ma, come è veramente, quale parola di Dio che opera in voi che credete” (1 Ts 2,13). Non è certo la propria acutezza mentale che permette all’apostolo di pronunciare una parola di Dio autentica; è piuttosto, secondo san Luca, il dono dello Spirito.

“Senza la Domenica non possiamo vivere” …

è

 il tema del Congresso Eucaristico Nazionale, che si svolge a Bari dal 21 al 29 maggio. Il Congresso ci aiuta a vivere meglio questo “Anno dell’Eucarestia”, anno particolarmente ricco di grazia. Riscopriamo, custodiamo e viviamo pienamente la domenica come giorno del Signore e giorno della Chiesa.

“Senza la domenica non possiamo vivere” è un’espressione pronunciata da Emerito, uno dei martiri di Abitène (una località dell’attuale Tunisia), che nel 304, disobbedendo ai divieti dell’Imperatore Diocleziano, hanno preferito andare incontro alla morte piuttosto che tradire la fede nel Cristo, rinunciando a celebrare l’Eucarestia domenicale. I martiri hanno capito che c’è una ragione per cui vale la pena di dare la vita: l’amore di Dio e dei fratelli.

La testimonianza di questi “martiri della domenica” interpella, oggi, anche noi e ci sollecita a riscoprire il senso e il valore della domenica. Il Papa Giovanni Paolo II, nella lettera apostolica scritta all’inizio di questo Anno dell’Eucarestia, ci ha esortato, ancora una volta, a dare “particolare rilievo all’Eucarestia domenicale e alla stessa Domenica, sentita, come giorno speciale della fede, giorno del Signore risorto e del dono dello Spirito, vera Pasqua della settimana” (Mane nobiscum Domine,n°. 8).

È uno degli obiettivi indicati dai Vescovi italiani per questo decennio: «La comunità cristiana potrà essere una comunità di servi del Signore soltanto se custodirà la centralità della domenica, “giorno fatto dal Signore” (Sal 118,24),Pasqua settimanale”, con al centro la celebrazione dell’Eucarestia» (Comunicare il Vangelo in un mondo che cambia, N. 47).

La Domenica Pasqua settimanale”. Non comprenderemmo l’importanza e il valore della domenica se non facessimo innanzitutto riferimento a Cristo e alla sua morte e risurrezione. La domenica infatti, ci riporta a quel “primo giorno dopo il sabato”, quando Cristo, risorto dai morti, è apparso ai suoi discepoli. Da quel primo mattino, ogni settimana il Risorto convoca i cristiani attorno alla sua mensa “nel giorno in cui ha vinto la morte e ci ha resi partecipi della sua vita immortale”. Non è stata la Chiesa a scegliere questo giorno, ma il Risorto. Essa non può né manipolarlo, né modificarlo; solo accoglierlo con gratitudine, facendo della domenica il segno della sua fedeltà al Signore.

Se Egli non fosse risorto, la nostra fede sarebbe senza fondamento. Per questo, fin dall’inizio, quell’anonimo “primo giorno dopo il sabato” è diventato per i cristiani il “giorno del Signore”. La Chiesa, ogni domenica, è ricondotta all’essenzialità della sua vita e della sua missione.

 

Giornata mondiale delle Comunicazioni Sociali

In occasione della 39ª Giornata mondiale delle Comunicazioni Sociali, riportiamo il Messaggio che Papa Giovanni Paolo II aveva redatto per l’opportunità:

“Cari fratelli e sorelle

1: Nella Lettera di San Giacomo leggiamo «E dalla stessa bocca che esce benedizione e maledizione. Non deve essere così, fratelli miei» (Gc 3,10). Le Sacre Scritture ci ricordano che le parole hanno un potere straordinario e possono unire i popoli o dividerli, creando legami di amicizia o provocando ostilità. Questo è valido non solo per le parole pronunciate da una persona nei confronti di un'altra: lo stesso concetto si applica anche alla comunicazione, a qualsiasi livello essa avvenga. Le moderne tecnologie hanno a loro disposizione possibilità senza precedenti per operare il bene, per diffondere la verità della nostra salvezza in Gesù Cristo e per promuovere l'armonia e la riconciliazione. Eppure, il loro cattivo uso può fare un male incalcolabile, dando origine all'incomprensione, al pregiudizio e addirittura al conflitto. Il tema scelto per la Giornata Mondiale delle Comunicazioni Sociali 2005 – “I mezzi della comunicazione sociale al servizio della comprensione tra i popoli” - fa riferimento a un bisogno urgente: promuovere l'unità della famiglia umana attraverso l'utilizzo di queste grandi risorse.

2. Un modo pregevole per raggiungere questo scopo è l'educazione. I media possono educare milioni di persone circa altre parti del mondo e altre culture. A buon motivo, sono stati definiti “il primo Areopago dell'era moderna... per molti il principale strumento informativo e formativo, di guida e di ispirazione per i comportamenti individuali, familiari, sociali” (Redemptoris missio, 37). Un'attenta conoscenza promuove la comprensione, dissipa il pregiudizio e incoraggia ad imparare di più. Le immagini in particolare hanno il potere di trasmettere impressioni durevoli e di sviluppare determinati comportamenti. Insegnano alla gente come considerare i membri di altri gruppi e nazioni, influenzando sottilmente se considerarli amici o nemici, alleati o potenziali avversari.

Quando gli altri vengono rappresentati in modo ostile, si spargono semi per un conflitto che può facilmente sfociare nella violenza, nella guerra, addirittura nel genocidio. Invece di costruire l'unità e la comprensione, i media possono demonizzare altri gruppi sociali, etnici e religiosi, fomentando la paura e l'odio. I responsabili dello stile e dei contenuti di quanto viene comunicato hanno il serio dovere di assicurare che questo non avvenga. Anzi, i media hanno un potenziale enorme per promuovere la pace e costruire ponti di dialogo tra i popoli, rompendo il ciclo fatale di violenza, rappresaglia e nuova violenza, oggi così diffuso. Come afferma San Paolo nelle parole che costituiscono la base del Messaggio per la Giornata Mondiale della Pace di quest'anno: “Non lasciarti vincere dal male, ma vinci con il bene il male” (Rm 12,21).

3. Se un tale contributo alla realizzazione della pace è uno dei modi in cui i media possono avvicinare i popoli, un altro è la loro influenza per realizzare una veloce mobilitazione di aiuti in risposta ai disastri naturali. E stato consolante vedere quanto velocemente la comunità internazionale ha risposto al recente tsunami che ha provocato vittime incalcolabili. La rapidità con cui oggi si propagano le notizie accresce chiaramente la possibilità di prendere in tempo misure pratiche per offrire il maggior sostegno possibile. In questo modo i media possono conseguire un'immensa quantità di bene.

4. Il Concilio Vaticano II ha ricordato: “Per usare rettamente questi strumenti è assolutamente necessario che coloro i quali se ne servono conoscano le norme della legge morale e le osservino fedelmente" (Inter mirifìca, 4). Il principio etico fondamentale è il seguente: “La persona umana e la comunità umana sono il fine e la misura dell'uso dei mezzi di comunicazione sociale. La comunicazione dovrebbe essere fatta da persone a beneficio dello sviluppo integrale di altre persone” (Etica nelle comunicazioni sociali, 21). Prima di tutto, dunque, i comunicatori stessi devono mettere in pratica nella propria vita i valori ed i comportamenti che sono chiamati ad insegnare agli altri. In particolare, questo richiede un impegno autentico per il bene comune - un bene che non è confinato nei limitati interessi di un determinato gruppo o di una nazione, ma che abbraccia i bisogni e gli interessi di tutti, il bene dell'intera famiglia umana (cfr Pacem in terris, 132). I comunicatori hanno l'opportunità di promuovere una vera cultura della vita prendendo loro stessi le distanze dall'attuale cospirazione a danno della vita (cfr Evangelium vitae, 17) e trasmettendo la verità sul valore e la dignità di ogni persona umana.

5. Il modello e l'esempio di ogni comunicazione si trova nella Parola di Dio. "Dio, che aveva già parlato nei tempi antichi molte volte e in diversi modi ai padri per mezzo dei profeti, ultimamente, in questi giorni, ha parlato a noi per mezzo del Figlio" (Eb 1,1). Il Verbo incarnato ha stabilito un nuovo patto tra Dio e il suo popolo un patto che unisce anche noi in comunione gli uni con gli altri. “Egli è la nostra pace, colui che ha fatto dei due un popolo solo, abbattendo il muro di separazione che era frammezzo, cioè l’inimicizia” (Ef 2,14). In occasione della Giornata Mondiale delle Comunicazioni Sociali di quest'anno, la mia preghiera chiede che gli uomini e le donne dei media facciano la loro parte per abbattere il muro di ostilità che divide il nostro mondo, muro che separa popoli e nazioni alimentando l'incomprensione e la sfiducia; affinché sappiano utilizzare le risorse a loro disposizione per consolidare i vincoli di amicizia e di amore che indicano chiaramente l'inizio del Regno di Dio qui sulla terra.”

L’omelia tenuta da Papa Benedetto XVI

R

iportiamo parte della bellissima omelia tenuta da Papa Benedetto XVI in occasione della Messa di inizio del suo Pontificato. Consigliamo vivamente a tutti i fedeli di leggere ed approfondire tale omelia, possibilmente in tutta la sua interezza.

“[…] Invece di esporre un programma io vorrei semplicemente cercare di commentare i due segni con cui viene rappresentata liturgicamente l'assunzione del Ministero Petrino; entrambi questi segni, del resto, rispecchiano anche esattamente ciò che viene proclamato nelle letture di oggi. Il primo segno è il Pallio, tessuto in pura lana, che mi viene posto sulle spalle. Questo antichissimo segno, che i Vescovi di Roma portano fin dal IV secolo, può essere considerato come un'immagine del giogo di Cristo, che il Vescovo di questa città, il Servo dei Servi di Dio, prende sulle sue spalle. Il giogo di Dio è la volontà di Dio, che noi accogliamo.

E questa volontà non è per noi un peso esteriore, che ci opprime e ci toglie la libertà. Conoscere ciò che Dio vuole, conoscere qual è la via della vita - questa era la gioia di Israele, era il suo grande privilegio. Questa è anche la nostra gioia: la volontà di Dio non ci aliena, ci purifica, magari in modo anche doloroso, e così ci conduce a noi stessi. In tal modo, non serviamo soltanto Lui ma la salvezza di tutto il mondo, di tutta la storia. In realtà il simbolismo del Pallio è ancora più concreto: la lana d'agnello intende rappresentare la pecorella perduta o anche quella malata e quella debole, che il pastore mette sulle sue spalle e conduce alle acque della vita. La parabola della pecorella smarrita, che il pastore cerca nel deserto, era per i Padri della Chiesa un'immagine del mistero di Cristo e della Chiesa. L'umanità noi tutti - è la pecora smarrita che, nel deserto, non trova più la strada. Il Figlio di Dio non tollera questo; Egli non può abbandonare l'umanità in una simile miserevole condizione. Balza in piedi, abbandona la gloria del cielo, per ritrovare la pecorella e inseguirla, fin sulla croce. La carica sulle sue spalle, porta la nostra umanità, porta noi stessi. Egli è il buon pastore, che offre la sua vita per le pecore. Il Pallio dice innanzitutto che tutti noi siamo portati da Cristo. Ma allo stesso tempo ci invita a portarci l'un l'altro. Così il Pallio diventa il simbolo della missione del pastore, di cui parlano la seconda lettura ed il Vangelo. La santa inquietudine di Cristo deve animare il pastore: per lui non è indifferente che tante persone vivano nel deserto. E vi sono tante forme di deserto. Vi è il deserto della povertà, il deserto della fame e della sete, vi è il deserto dell'abbandono, della solitudine, dell'amore distrutto. Vi è il deserto dell'oscurità di Dio, dello svuotamento delle anime senza più coscienza della dignità e del cammino dell'uomo. I deserti esteriori si moltiplicano nel mondo, perché i deserti interiori sono diventati così ampi.

Perciò i tesori della terra non sono più al servizio dell'edificazione del giardino di Dio, nel quale tutti possano vivere, ma sono asserviti alle potenze dello sfruttamento e della distruzione. La Chiesa nel suo insieme, ed i Pastori in essa, come Cristo devono mettersi in cammino, per condurre gli uomini fuori dal deserto, verso il luogo della vita, verso l'amicizia con il Figlio di Dio, verso Colui che ci dona la vita, la vita in pienezza. Il simbolo dell'agnello ha ancora un altro aspetto. Nell'Antico Oriente era usanza che i re designassero se stessi come pastori del loro popolo. Questa era un'immagine del loro potere, un'immagine cinica: i popoli erano per loro come pecore, delle quali il pastore poteva disporre a suo piacimento. Mentre il pastore di tutti gli uomini, il Dio vivente, è divenuto lui stesso agnello, si è messo dalla parte degli agnelli, di coloro che sono calpestati e uccisi. Proprio così Egli si rivela come il vero pastore: «Io sono il buon pastore... Io offro la mia vita per le pecore», dice Gesù di se stesso (Gv 10, 14s). Non è il potere che redime, ma l'amore! Questo è il segno di Dio: Egli stesso è amore. Quante volte noi desidereremmo che Dio si mostrasse più forte. Che Egli colpisse duramente, sconfiggesse il male e creasse un mondo migliore. Tutte le ideologie del potere si giustificano così, giustificano la distruzione di ciò che si opporrebbe al progresso e alla liberazione dell'umanità.

Noi soffriamo per la pazienza di Dio. E nondimeno abbiamo tutti bisogno della sua pazienza. Il Dio, che è divenuto agnello, ci dice che il mondo viene salvato dal Crocifisso e non dai crocifissori. Il mondo è redento dalla pazienza di Dio e distrutto dall'impazienza degli uomini.

Una delle caratteristiche fondamentali del pastore deve essere quella di amare gli uomini che gli sono stati affidati, così come ama Cristo, al cui servizio si trova. «Pasci le mie pecore», dice Cristo a Pietro, ed a me, in questo momento. Pascere vuol dire amare, e amare vuol dire anche essere pronti a soffrire. Amare significa: dare alle pecore il vero bene, il nutrimento della verità di Dio, della parola di Dio, il nutrimento della sua presenza, che egli ci dona nel Santissimo Sacramento. Cari amici - in questo momento io posso dire soltanto: pregate per me, perché io impari sempre più ad amare il Signore. Pregate per me, perché io impari ad amare sempre più il suo gregge - voi, la Santa Chiesa, ciascuno di voi singolarmente e voi tutti insieme. Pregate per me, perché io non fugga, per paura, davanti ai lupi. Preghiamo gli uni per gli altri, perché il Signore ci porti e noi impariamo a portarci gli uni gli altri. […]

“[…]Il secondo segno, con cui viene rappresentato nella liturgia odierna l'insediamento nel Ministero Petrino, è la consegna dell'anello del pescatore. La chiamata di Pietro ad essere pastore, che abbiamo udito nel Vangelo, fa seguito alla narrazione di una pesca abbondante: dopo una notte, nella quale avevano gettato le reti senza successo, i discepoli vedono sulla riva il Signore Risorto. Egli comanda loro di tornare a pescare ancora una volta ed ecco che la rete diviene così piena che essi non riescono a tirarla su; 153 grossi pesci: «E sebbene fossero così tanti, la rete non si strappò» (Gv 21, 11). Questo racconto, al termine del cammino terreno di Gesù con i suoi discepoli, corrisponde ad un racconto dell'inizio: anche allora i discepoli non avevano pescato nulla durante tutta la notte; anche allora Gesù aveva invitato Simone ad andare al largo ancora una volta. E Simone, che ancora non era chiamato Pietro, diede la mirabile risposta: Maestro, sulla tua parola getterò le reti! Ed ecco il conferimento della missione: 'Non temere! D'ora in poi sarai pescatore di uomini (Lc 5, 1 11)".

"Anche oggi viene detto alla Chiesa e ai successori degli apostoli di prendere il largo nel mare della storia e di gettare le reti, per conquistare gli uomini al Vangelo - a Dio, a Cristo, alla vera vita. I Padri hanno dedicato un commento molto particolare anche a questo singolare compito. Essi dicono così: per il pesce, creato per l'acqua, è mortale essere tirato fuori dal mare. Esso viene sottratto al suo elemento vitale per servire di nutrimento all'uomo. Ma nella missione del pescatore di uomini avviene il contrario. Noi uomini viviamo alienati, nelle acque salate della sofferenza e della morte; in un mare di oscurità senza luce. La rete del Vangelo ci tira fuori dalle acque della morte e ci porta nello splendore della luce di Dio, nella vera vita. È proprio così nella missione di pescatore di uomini, al seguito di Cristo, occorre portare gli uomini fuori dal mare salato di tutte le alienazioni verso la terra della vita, verso la luce di Dio. È proprio così: noi esistiamo per mostrare Dio agli uomini. E solo laddove si vede Dio, comincia veramente la vita. Solo quando incontriamo in Cristo il Dio vivente, noi conosciamo che cosa è la vita. Non siamo il prodotto casuale e senza senso dell'evoluzione. Ciascuno di noi è il frutto di un pensiero di Dio. Ciascuno di noi è voluto, ciascuno è amato, ciascuno è necessario. Non vi è niente di più bello che essere raggiunti, sorpresi dal Vangelo, da Cristo. Non vi è niente di più bello che conoscere Lui e comunicare agli altri l'amicizia con lui. Il compito del pastore, del pescatore di uomini può spesso apparire faticoso. Ma è bello e grande, perché in definitiva è un servizio alla gioia, alla gioia di Dio che vuol fare il suo ingresso nel mondo".

"Vorrei qui rilevare ancora una cosa: sia nell'immagine del pastore che in quella del pescatore emerge in modo molto esplicito la chiamata all'unità. «Ho ancora altre pecore, che non sono di questo ovile; anch'esse io devo condurre ed ascolteranno la mia voce e diverranno un solo gregge e un solo pastore» (Gv 10, 16), dice Gesù al termine del discorso del buon pastore. E il racconto dei 153 grossi pesci termina con la gioiosa constatazione: «sebbene fossero così tanti, la rete non si strappò» (Gv 21, 11). Ahimè, amato Signore, essa ora si è strappata! vorremmo dire addolorati. Ma no - non dobbiamo essere tristi! Rallegriamoci per la tua promessa, che non delude, e facciamo tutto il possibile per percorrere la via verso l'unità, che tu hai promesso. Facciamo memoria di essa nella preghiera al Signore, come mendicanti: sì, Signore, ricordati di quanto hai promesso. Fà che siamo un solo pastore ed un solo gregge! Non permettere che la tua rete si strappi ed aiutaci ad essere servitori dell'unità! In questo momento il mio ricordo ritorna al 22 ottobre 1978, quando Papa Giovanni Paolo II iniziò il suo ministero qui sulla Piazza di San Pietro. Ancora, e continuamente, mi risuonano nelle orecchie le sue parole di allora: 'Non abbiate paura, aprite anzi spalancate le porte a Cristo!' Il Papa parlava ai forti, ai potenti del mondo, i quali avevano paura che Cristo potesse portar via qualcosa del loro potere, se lo avessero lasciato entrare e concesso la libertà alla fede. Sì, egli avrebbe certamente portato via loro qualcosa: il dominio della corruzione, dello stravolgimento del diritto, dell'arbitrio. Ma non avrebbe portato via nulla di ciò che appartiene alla libertà dell'uomo, alla sua dignità, all'edificazione di una società giusta. Il Papa parlava inoltre a tutti gli uomini, soprattutto ai giovani. Non abbiamo forse tutti in qualche modo paura - se lasciamo entrare Cristo totalmente dentro di noi, se ci apriamo totalmente a lui paura che Egli possa portar via qualcosa della nostra vita? Non abbiamo forse paura di rinunciare a qualcosa di grande, di unico, che rende la vita così bella? Non rischiamo di trovarci poi nell'angustia e privati della libertà? Ed ancora una volta il Papa voleva dire: no! chi fa entrare Cristo, non perde nulla, nulla - assolutamente nulla di ciò che rende la vita libera, bella e grande. No! Solo in quest'amicizia si spalancano le porte della vita. Solo in quest'amicizia si dischiudono realmente le grandi potenzialità della condizione umana. Solo in quest'amicizia noi sperimentiamo ciò che è bello e ciò che libera.

Così, oggi, io vorrei, con grande forza e grande convinzione, a partire dall'esperienza di una lunga vita personale, dire a voi, cari giovani: non abbiate paura di Cristo! Egli non toglie nulla, e dona tutto. Chi si dona a lui, riceve il centuplo. Sì, aprite, spalancate le porte a Cristo e troverete la vera vita. Amen".

Il mese di maggio

S

iamo all’inizio del mese di maggio, mese dedicato tradizionalmente a Maria e quindi adatto a risvegliare la devozione a Lei, vera Madre di Gesù e, per questo, anche Madre nostra.

Ci rivolgiamo a lei con particolare fervore per implorare, per la sua intercessione, quei doni, quelle grazie che ci sembrano tanto importanti per la serenità della nostra vita. Sono tanti i bisogni che ci portiamo appresso e che ci rendono trepidanti: la salute nostra e di tanti fratelli e sorelle; l’armonia coniugale e familiare spesso compromessa o minacciata; il vuoto creato dalla scomparsa di persone particolarmente care; l’incomprensione da parte di coloro da cui ci si aspetta aiuto e attenzione; problemi di natura economica che per pudore si preferisce tacere; difficoltà educative nei confronti dei figli; difficoltà nel lavoro o per il lavoro… Se poi si allarga lo sguardo su orizzonti un po’ più ampi, si presentano drammi agghiaccianti: le guerre, il terrorismo, la violenza, i disastri ambientali, le malattie, la fame, l’analfabetismo, lo sfruttamento…

Quale rimedio può rappresentare in questo panorama la devozione a Maria? Non può costituire un pretesto o un rifugio per chiudere gli occhi e giustificare il proprio disimpegno? Noi siamo convinti del contrario. Siamo convinti cioè che la preghiera fiduciosa, quella che eleviamo confidente e filiale a Maria , in particolar modo nel mese di maggio, ci aiuti ad affrontare le varie situazioni e problemi con uno spirito più tenace e concreto, meno astratto e retorico; ci confermi nell’intendimento di lottare per cambiare quello che è possibile, misurando le proprie forze e capacità.

Il 13 maggio a tre bambini di Fatima appare Maria. Fa tenerezza questo fatto: sempre la medesima linea da parte di Maria, il medesimo metodo. La Madonna va dai bambini. Per questa ragione anche la persona più povera, più piccina, più umile, entra nel suo gioco, può essere adoperata da Lei, ma soprattutto da Lui  rivalutata. Il Signore ha un’altra misura delle cose, un altro senso delle proporzioni. Che il cielo si metta misteriosamente accanto alla terra da mescolare l’azzurro suo al marrone del fango, questo è veramente consolante e ricco di speranza.

È con questo spirito che intendiamo promuovere anche quest’anno per il mese di maggio celebrazioni eucaristico-mariane nelle varie località del Quartiere: verranno mano a mano comunicate. La prossima settimana sono previste le seguenti tutte alle ore 21: in Via Ragionieri – martedì 3; in Via Boito – mercoledì 4; in Via del Termine – giovedì 5; in Via Bellini – venerdì 6.

In parrocchia poi, ogni sera, prima della Messa vespertina verrà recitato il santo Rosario, mentre l’ultimo giorno del mese, nella festa liturgica della Visitazione di Maria ad Elisabetta, verrà conferito agli anziani, infermi e malati, alle ore 10 il Sacramento della santa Unzione e alla sera chiuderemo devotamente il mese mariano con la preghiera all’esterno del complesso, davanti all’effigie della Madonna, presso il tabernacolo sistemato dai fedeli dopo i danni causati dal maltempo.

Infine ci è sempre motivo di gioia precisare le celebrazioni liturgiche di questo ultimo periodo dell’anno pastorale:

Øil conferimento della Cresima a un piccolo gruppo di giovani-adulti nella Veglia di Pentecoste: sabato 14 maggio ore 21;

Øle prime Confessioni per un nutrito gruppo di bambini: domenica 8 ore 15;

Øla prima Comunione per un altro cospicuo gruppo di bambini nelle domeniche 22 e 29;

Sono tutte occasioni di festa e di riconoscenza al Signore al cui rendimento di grazie intendiamo dedicare l’intera giornata di giovedì 26 nel corso della settimana del Congresso Eucaristico Nazionale che si celebra a Bari. Il rendimento di grazie lo sentiamo in forma impetuosa anche perché siamo ancora tutti felicemente sorpresi per l’elezione del nuovo Papa, Benedetto XVI. Anche se chiamato a succedere ad un Pontefice “santo e grande” siamo certi che non deluderà le attese e speranze più ardite. Egli più volte ha sollecitato la preghiera di tutti i cristiani. Noi non vogliamo rifiutargliela anzi, diventa per noi un impegno gratificante per meglio accreditare al Signore e a sua Madre le tante richieste che ci stanno a cuore.

Gesù, la verità che diventa vita

L

’affermazione centrale del vangelo di questa domenica: “Io sono la via, la verità e la vita” esprime in termini concettuali quanto la liturgia aveva già proposto per via esperienziale: il cammino verso Emmaus dei due discepoli scoraggiati, l’apertura dei loro occhi sulla verità del Risorto, la corsa verso Gerusalemme per l’annuncio pasquale.

Gesù non è un maestro di dottrina, non offre formule segrete per accedere al mistero di Dio. Il Dio di Gesù è il Padre amoroso verso tutti i suoi figli: “Nella sua casa ci sono molti posti”. La verità di Gesù – la verità che è Gesù – è che Dio è amore, e la vita di Gesù è tutta manifestazione e offerta di questo amore.

Nella vita di Gesù non c’è niente che non sia sempre, solo e totalmente amore. Le azioni e gli insegnamenti di Gesù, i suoi silenzi e la sua preghiera, le parabole e i miracoli, cenare con i suoi e lavare loro i piedi, lasciarsi spogliare e mettere in croce: tutto è dettato dall’amore.

Gesù non insegna la verità, non trasmette nozioni su Dio, non detta norme cultuali e morali: Gesù è la verità perché ama, una verità certa perché vista, udita, toccata con mano da quelli che lo hanno seguito. Per questo la verità è inseparabile dalla via, non si può credere alla verità di Gesù e andare per un’altra strada; se Gesù ci fa “vedere il Padre”, è perché impariamo a vivere da figli.

Q

uesto è il senso della affermazione che Gesù è la vita; camminare per questa strada è vivere. La ricerca di cose accertabili da parte di Tommaso – facci conoscere la via – e poi di Filippo – mostraci il Padre – indicano resistenza, svelano la fatica di lasciarsi andare e quasi la pretesa di “possedere” il mistero anziché lasciarsi abbracciare e portare.

La vita poi si afferma, si dilata, sviluppa infinite possibilità: “Chi crede in me, compirà le opere che io compio e ne farà di più grandi…”. È la vita dei discepoli, il loro cammino per le vie del mondo, la verità dell’amore che si dispiega nella storia attraverso i testimoni del Vangelo. La vera storia della Chiesa è la storia dei santi: evangelizzatori, educatori, contemplativi, missionari, maestri, vescovi e… papi. Uomini e donne che per vie diverse e originali non hanno aderito a una dottrina, ma hanno accolto il Signore Gesù come via, verità e vita.

A

l termine della Messa, le parole “Nel nome del Signore andate in pace” non significano: arrivederci a domenica prossima, e nel frattempo ognuno va per la sua strada, si occupa delle proprie cose… L’andare del congedo liturgico significa prendere sul serio l’affermazione che Gesù è la via, e che il vivere dei cristiani è annuncio, missione, testimonianza, fedeltà alla verità, cioè a Dio-Amore. Vivere da cristiani è dire questa verità, proporla con il linguaggio dei fatti e con la testimonianza delle opere: affermazione della dignità di ogni persona, adesione leale e coraggiosa a ogni causa di giustizia, fecondità e accoglienza in ogni famiglia: andare in pace nel senso di andare a costruire la pace!

Consiglio Pastorale ~ 14 aprile  e C.P. vicariale ~ 19 aprile

Le parrocchie in cammino verso l’assemblea diocesana

I

nsieme a tutte le comunità parrocchiali della diocesi, ci stiamo preparando all’assemblea pastorale. Il Cardinal Antonelli ci ha chiesto di esaminare uno schema di proposizioni che riguardano gli indirizzi della pastorale per i prossimi anni, predisposto dal C.P. Diocesano.

Ci siamo confrontati con lo schema proposto e abbiamo suggerito alcuni cambiamenti tesi a rendere le indicazioni contenute più vicine alla nostra esperienza quotidiana e, ci pare, più aperte nel linguaggio. Un lavoro simile è stato fatto anche dalle altre parrocchie del Vicariato di Sesto-Calenzano e, nella riunione di martedì scorso, abbiamo messo in comune le varie ipotesi di modifica trovando una buona convergenza e sintonia. Il nostro direttore, Marco Cerruti, porterà al C.P.Diocesano la sintesi del nostro lavoro, dove convergeranno anche quelle degli altri vicariati.

è bello pensare che stiamo camminando tutti insieme, nella nostra comunità e con tutte le altre sparse in un territorio così vasto... sosteniamo con la preghiera questo cammino perché lo Spirito lo diriga secondo la Sua volontà alla mèta di una Chiesa sempre più conforme al suo Signore.                           P.Aminti

la chiesa fiorentina assicura la preghiera

La Chiesa fiorentina accoglie con gioia e gratitudine il nuovo Pontefice che lo Spirito Santo ha suscitato nella persona del cardinale Joseph Ratzinger”. Così il vescovo ausiliare di Firenze Claudio Maniago ha commentato l’elezione del nuovo Pontefice.

«La rapidità con cui è avvenuta l’elezione - prosegue il Vescovo ausiliare - è un bel segno dell’unità che ha caratterizzato il Collegio Cardinalizio e che è desiderio di tutta la Chiesa. I Cardinali hanno individuato in questo “umile lavoratore nella vigna del Signore”, come lui stesso si è definito, colui che guiderà la Chiesa sulle orme di Giovanni Paolo II di cui è stato il principale collaboratore».

«La preghiera intensa che anche a Firenze ha accompagnato l'ultima fase della vita di Giovanni Paolo II e il conclave - conclude mons. Maniago - è la stessa che offriamo con affetto al nuovo Papa, rispondendo volentieri alla sua richiesta».

I

l nuovo Papa, Benedetto XVI, a conclusione della Messa celebrata la mattina di mercoledì 20 aprile nella Cappella Sistina, ha letto il messaggio che indica le linee maestre alle quali intende ispirarsi nel suo ministero pastorale.

Ne trascriviamo, data la limitatezza dello spazio, solo il paragrafo 4 che fa da stimolo autorevole e puntuale a vivere l’attuale Anno Pastorale dedicato all’Eucarestia:

“In maniera quanto mai significativa, il mio Pontificato inizia mentre la Chiesa sta vivendo lo speciale Anno dedicato all'Eucaristia. Come non cogliere in questa provvidenziale coincidenza un elemento che deve caratterizzare il ministero al quale sono stato chiamato? L'Eucaristia, cuore della vita cristiana e sorgente della missione evangelizzatrice della Chiesa, non può non costituire il centro permanente e la fonte del servizio petrino che mi è stato affidato.

L'Eucaristia rende costantemente presente il Cristo risorto, che a noi continua a donarsi, chiamandoci a partecipare alla mensa del suo Corpo e del suo Sangue. Dalla piena comunione con Lui scaturisce ogni altro elemento della vita della Chiesa, in primo luogo la comunione tra tutti i fedeli, l’impegno di annuncio e di testimonianza del Vangelo, l’ardore della carità verso tutti, specialmente verso i poveri e i piccoli.

In questo anno, pertanto, dovrà essere celebrata con particolare rilievo la Solennità del Corpus Domini. L’Eucaristia sarà poi al centro, in agosto, della: Giornata Mondiale della Gioventù a Colonia e, in ottobre, dell'Assemblea Ordinaria del Sinodo dei Vescovi, che si svolgerà sul tema: «L’Eucaristia fonte e culmine della vita e della missione della Chiesa». A tutti chiedo di intensificare nei prossimi mesi l’amore e la devozione a Gesù Eucaristia e di esprimere in modo coraggioso e chiaro la fede nella presenza reale del Signore, soprattutto mediante la solennità e la correttezza delle celebrazioni. Lo chiedo in modo speciale ai Sacerdoti, ai quali penso in questo momento con grande affetto. Il Sacerdozio ministeriale è nato nel Cenacolo, insieme con l’Eucaristia, come tante volte ha sottolineato il mio venerato Predecessore Giovanni Paolo II. «L'esistenza sacerdotale deve avere a speciale titolo una “forma eucaristica”», ha scritto nella sua ultima Lettera per il Giovedì Santo (n. 1). A tale scopo contribuisce innanzi tutto la devota celebrazione quotidiana della santa Messa, centro della vita e della missione di ogni Sacerdote.”

Benetto sedicesimo XVII ratzingherIl primo discorso di Papa Benedetto XVI

“Cari fratelli e care sorelle, dopo il grande Papa Giovanni Paolo II, i Signori Cardinali hanno eletto me, un semplice e umile lavoratore della vigna del Signore. Mi consola il fatto che il Signore

sa lavorare e agire anche con strumenti insufficienti e soprattutto mi affido alle vostre preghiere, nella gioia del Signore risorto, fiduciosi del Suo aiuto permanente. Andiamo avanti, il Signore ci aiuterà, e Maria,  Sua Santissima Madre, sta dalla nostra parte.”

 

Un Papa che  non ha fatto sconti

È

 risaputo il fatto che Giovanni Paolo II ha calamitato a sé milioni di persone e soprattutto giovani. Quello che non si evidenzia di primo acchito è che, a differenza di tanti leaders religiosi e di tante personalità anche ecclesiastiche, il Papa è sempre stato coerente, aperto, ma non ha mai indicato strade facili da percorrere. Anzi, in tante occasioni ha invitato i giovani e meno giovani a diffidare dalle vie facili, dalle false lusinghe. Ai giovani ha detto: “Siate i santi del terzo millennio!” E i giovani lo hanno capito. Ha sempre invitato tutti a non temere e a spalancare le porte a Cristo, come disse all’inizio del suo pontificato. Con la stessa coerenza non ha mai nascosto nulla, specialmente le difficoltà. Ci ha insegnato a non avere paura della malattia, del dolore, fino alla fine, sopraggiunta, significativamente, in periodo pasquale – la festa del Cristo morto e risorto – e nel giorno dedicato alla misericordia di Dio.

I

n occasione della giornata Mondiale di Preghiera per le vocazioni ci piace riportare l’ardente preghiera al Padre celeste che, fin dall’11 agosto del 2004, il Papa Giovanni Paolo II ha voluto comporre per ottenere “ferventi e santi sacerdoti ad ogni porzione del suo gregge”.

Gesù, Figlio di Dio,

in cui dimora la pienezza della divinità,

Tu chiami tutti i tuoi battezzati a "prendere il largo",

percorrendo le vie della santità.

Suscita nel cuore dei giovani il desiderio

di essere nel mondo di oggi

testimoni della potenza del tuo amore.

Riempili con il tuo Spirito di fortezza e di prudenza

che li conduca nel profondo del mistero umano

perché siano capaci di scoprire la piena verità

di sé e della loro vocazione.

Salvatore nostro,

mandato dal Padre per rivelarne l'amore misericordioso

fa' alla tua Chiesa il dono di giovani pronti

a prendere il largo, per essere tra i fratelli

manifestazione della tua presenza che rinnova e salva.

Vergine santa, Madre del Redentore,

guida sicura nel cammino verso Dio e il prossimo,

tu che hai conservato le sue parole nell'intimo del cuore,

sostieni con la tua materna intercessione

le famiglie e le comunità ecclesiali,

affinché aiutino gli adolescenti e i giovani

a rispondere generosamente alla chiamata del Signore.

Amen.

Quando a morire sono dei veri cristiani

L

’esempio eclatante della morte di Papa Giovanni Paolo 2° sembra quasi unico nel suo genere anche per tutta la mobilitazione dei mass-media. Eppure in dimensioni assai meno appariscenti troviamo tante persone addirittura sconosciute ai più, ma che hanno speso la loro esistenza per la gloria di Dio e per il bene degli altri. Sappiamo anche che la risurrezione di Cristo è stata un fatto unico nella storia. Agli uomini non è dato risorgere se non alla fine dei secoli per congiungersi a Lui. Ma Dio ci ha offerto tanti modi di sopravvivere già ora. Tra gli altri c’è anche quello di rimanere con una presenza feconda di bene nel cuore di chi si è amato, non tanto mediante solenni funerali, ricordi affettuosi e meno ancora necrologi, fiori, monumenti, ma attraverso quelle persone a cui lasciano in eredità il tesoro della fede e dell’amore, come questa mamma di cui riportiamo la lettera trovata nel comodino dopo la sua morte.

Profondamente toccato da questa lettera ricevuta da Bergamo, don Arturo ha consentito di pubblicarla, ovviamente senza indicare nominativi per evidenti motivi di privacy.

“Carissimo Don Arturo,

                                               mi scusi anzitutto per il ritardo con cui rispondo alla sua affettuosa e graditissima lettera, ma l’ultimo periodo dell’anno scolastico è sempre strapieno di impegni e solo oggi ho trovato il tempo per farlo.

Anzitutto voglio ringraziarla di cuore per la sua partecipazione al dolore mio e della mia famiglia.

Le sue condoglianze mi erano arrivate tempe-stivamente, il giorno stesso del funerale, tramite […] ed anche qualcun altro di cui, per la con-fusione del momento, non riesco però a ricordare l’identità.

Sinceramente è stato un momento triste, perché il distacco dalle persone che ci sono state tanto care è sempre molto doloroso, anche se abbiamo la certezza che vanno a stare meglio… Specialmente nei primi tempi ci si chiede come fa-remo ad andare avanti senza il loro affetto, il loro appoggio, la loro vicinanza… Ma ora sono sicura che la mamma, come il papà e tutti gli altri familiari, mi siano comunque vicini e che l’amore che ci ha legati continui a tenerci uniti, grazie all’infinito amore misericordioso del Padre, testimoniatoci da Gesù.

Ci è stato anche di conforto veder spirare sere-namente nel sonno la nostra cara mamma, pro-prio come aveva desiderato poche ore prima di perdere la conoscenza. «Vorrei addormentarmi e non svegliarmi più» aveva detto e ringrazio il Signore per averla accontentata. Almeno le ultime ore non ha sofferto, anche perché aveva già sofferto abbastanza per la sua malattia, tra interventi, medicazioni, chemioterapia… Eppure, anche nei momenti più difficili, è sempre stata un modello di fede e di pazienza infinita, sopportando il dolore senza lamentarsi, preoccupata soltanto di non procurare “disturbo” ai suoi figli.

Nel dolore per la sua perdita c’è stato anche il conforto di un riavvicinamento tra noi fratelli. Non che ci siano mai stati contrasti, ma ci si vede sempre poco: ognuno ha la sua famiglia, il suo lavoro, i suoi impegni. Ci si ritrova tutti per Natale e in poche altre occasioni. Gli ultimi giorni della mamma e il periodo successivo alla sua morte sono stati momenti che ci hanno permesso di riscoprire il valore dei legami famigliari e l’affetto che ci lega profondamente, anche se lo esprimiamo raramente con le parole.

Ci resta senz’altro l’impegno (e io lo sento in modo particolare, essendo la figlia maggiore) di seguire l’esempio dei nostri genitori, di far fruttare tutto quello che abbiamo ricevuto, sperando di essere all’altezza dei loro insegnamenti.

Tra le carte della mamma abbiamo trovato questa preghiera, che desidero inviarle:

Preghiera della Mamma per i Figli

Signore ti affido i miei figli.

Veglia su di loro.

Li ho fatti crescere nella tua conoscenza.

Ho fatto loro conoscere ed amare il Tuo Amore.

Ora sono grandi,

si sono a poco a poco distaccati da me.

Ho cercato con impegno attento

di abituarli a fare a meno di me.

Di me, non di te, Signore.

Tu me li hai donati e affidati,

io li ho educati nel tuo nome.

Ora sono io che li affido a Te. 

A Te che li puoi seguire dovunque,

meglio di quanto non abbia mai potuto fare io.

Signore io non ti prego di allontanare da loro le difficoltà,

ma fa’ che essi trovino in Te la forza per superarle;

così cresceranno spiritualmente.

Non ti prego di allontanare da loro i pericoli:

ma fa’ che li sappiano affrontare con coraggio e bontà.

Non ti prego di evitare ad essi le delusioni della vita

ma di conservare loro la Speranza e la Fede:

solo così potranno rendere il mondo migliore.

E se di certo non mancherà ad essi,

Signore,

la loro parte di dolore quotidiano,

da’ ad essi, ti prego,

la forza di viverlo cristianamente e di offrirlo a Te: 

così diventeranno santi.

Veglia,

ti prego,

sui miei figli.

Che posso aggiungere? Prego il Signore che mi aiuti a seguire il suo esempio e non potrò mai ringraziarla abbastanza per tutto quello che mi ha dato. La ringrazio per avermi fatto incontrare anche lei, carissimo Don Arturo e tutti gli altri amici del “gruppo”.

Sono ricordi belli, incancellabili e stimolanti an-che adesso, all’impegno, alla responsabilità, per rendere il mondo migliore.

La ringrazio, la saluto e la ricorderò sempre nelle mie preghiere.              

Con tanto affetto
Rossana

Per una cultura dell’amore

I

l tempo pasquale vuole spingere la comunità cristiana a una più profonda esperienza di fede nel Cristo risorto mediante la comprensione delle divine Scritture e la partecipazione all’unico pane spezzato.

Gesù risorto apre la mente e il cuore degli apostoli a comprendere la sua pasqua di morte-risurrezione. Occorre convertirsi dalle false speranze umane, fondate sul concetto che Dio vince se vinciamo noi, alla speranza fondata sulla vittoria del Dio-amore. La vittoria pasquale di Cristo, infatti, non è nella linea del potere che elimina l’avversario, ma nella linea dell’amore che, donandosi fino al sacrificio della vita, salva anche l’avversario.

Questo amore passa attraverso una vera sconfitta umana cioè la passione e la morte in croce di Cristo; effettivamente, però, segna la vittoria dell’amore, vittoria che appare in tutta la sua potenza nella risurrezione. Rimaniamo “stolti e tardi di cuore” fino a quando non ci apriamo a questa misteriosa logica del morire per vivere.

L’evento pasquale, che fonda la chiesa, costituisce la legge perenne della comunità cristiana. Questa comunità non si contrappone alla comunità civile, ma è lievito e luce in forza della sua testimonianza d’amore. La chiesa sa di essere tanto più vera quanto più soffre con Cristo per l’annuncio e la testimonianza del Vangelo. La vittoria della chiesa – come quella di Cristo – non si misura in termini di potere umano, ma in termini di coscienza liberata dal peccato e aperta alla verità e all’amore. Non possiamo dimenticare quello che il Papa Giovanni Paolo II ha scritto nella esortazione “Christifideles laici”: «Accogliendo e annunciando il Vangelo nella forza dello Spirito la chiesa diviene comunità evangelizzata ed evangelizzante e proprio per questo di fa serva degli uomini. In essa i fedeli laici partecipano alla missione di servire la persona e la società. Certamente la chiesa ha come supremo fine il regno di Dio, del quale “costituisce in terra il germe e l’inizio” ed è quindi consacrata alla glorificazione del Padre. Ma il Regno è fonte di liberazione piena e di salvezza totale per gli uomini: con questi, allora, la chiesa cammina e vive, realmente e intimamente solidale con la loro storia» (n. 36).

 

IL CAPITALISMO

La disoccupazione crea in chi ne è vittima una grave situazione di emarginazione. E non bisogna che il denaro sia l’unica preoccupazione, giacché ha il potere di rendere schiave le anime.

LA MAFIA

Dio ha detto: “Non uccidere”. Il popolo della Sicilia ama la vita e non può vivere sotto la paura, di una cultura di morte.Uomini della mafia, convertitevi. Una volta verrà il giudizio di Dio.

LA GUERRA

La guerra non è mai una fatalità, è una sconfitta per l'umanità. Diventa sempre più urgente annunciare il vangelo della pace ad una umanità fortemente tentata dalla violenza e dall’odio.

Papa dei Poveri, Papa di Tutti

S

i sono dette e scritte tante cose sulla vita e sulla morte di Papa Wojtyla da far sembrare superfluo aggiungerne delle altre. Eppure, al di là di quello che è stato detto in TV o scritto sui giornali sulla radicalità evangelica dei suoi messaggi, sul suo instancabile lavoro per arrivare a portare Cristo in ogni nazione del mondo, sul suo immergersi nella gente, ma anche sulla sua cordiale accoglienza dei grandi del mondo, sì da farlo veramente essere il Papa di Tutti, restano due aspetti poco evidenziati dai commenti dei giornalisti: da una parte la severità con se stesso e la sua disponibilità a compiere qualsiasi sacrificio per diffondere li messaggio di Cristo e quindi la sua spiritualità, che è poi stata la principale anima del suo apostolato e che avremo tempo di evidenziare. Ma poi c’è un altro aspetto quasi sottaciuto dai grandi media, così onnivori davanti a questo evento che ha scosso i cuori delle persone in ogni angolo del mondo. Abbiamo ascoltato corrispondenze a raffica dalle grandi capitali, giustamente tante attenzione è stata dedicata al pianto della sua Cracovia; qualche media si è spinto fino in India, forse più per compiacimento esotico che per reale attenzione sociale. Ma nessuno si è spinto fino a quelle periferie del mondo che Giovanni Paolo 2° aveva tanto a cuore. Insomma, questa gerarchia di attenzioni è assolutamente asimmetrica rispetto a quelle che invece sono state per ventisei anni le attenzioni centrali del Papa. Perché Giovanni Paolo 2° è stato soprattutto il Papa dei Poveri.

Intendiamoci, Wojtyla non ha mai fatto della lotta alla povertà una battaglia ideologica. È significativo quel discorso tenuto all’inizio del pontificato durante il suo viaggio in Brasile davanti alle migliaia di cattolici della favela di Vidigal. Disse loro che “Gesù nelle Beatitudini aveva parlato dei poveri di spirito come forma perfetta di povertà”. Ma poi rese completo il suo punto di vista aggiungendo “Le parole di Cristo sui poveri di spirito farebbero forse dimenticare le ingiustizie? Permettono forse che noi lasciamo senza soluzione i problemi che sorgono nell’insieme di quello che si chiama il problema sociale?”.

Sono domande che a partire da quel 1980 Giovanni Paolo 2° non ha smesso di porre con precisione sempre più incalzante in tutti i consessi in cui si è trovato a parlare.

Rileggere oggi un’enciclica come la “Sollecitudo rei socialis” scritta per celebrare i vent’anni di un’altra celebre enciclica la “Popolorum progressio” di Paolo VI, mette in un certo senso i brividi. Il Papa fa una disamina impietosa della distanza sempre crescente che separa i livelli di vita del mondo ricco da quello povero. “Ai tempi dell’enciclica di Paolo VI, scrive Wojtyla, si era creato un certo entusiasmo sulla possibilità di colmare il ritardo economico dei paesi poveri. Invece è accaduto esattamente il contrario. Nel mondo sono aumentate le moltitudini umane prive di tutto. E questo, dice il Papa, non è avvenuto certo per fatalità dipendenti dalle condizioni naturali. È avvenuto perché certe forme di imperialismo moderno spiegano tante loro decisioni con l’alibi delle leggi economiche. In realtà dietro si nascondono vere forme di idolatria: del denaro, dell’ideologia, della tecnologia”. La condanna del Papa è senza mezze misure: queste scelte, scrive, portano a “strutture di peccato”. I duecento capi di stato che hanno partecipato ai solenni funerali di Giovanni Paolo 2° avrebbero dovuto pensare a queste cose. Noi riflettiamo su queste sue parole come su quelle che appaiono nei tre piccoli riquadri di questa facciata.

un grazie a … don carlo matulli

A

l termine del servizio diligente prestato da sac. Carlo Matulli nell’accompagnare i fedeli animatori dei vari gruppi di ascolto nelle famiglie attraverso la lettura e la spiegazione del libro dell’Esodo proposto dal vescovo a tutta la Diocesi, rimane doveroso esprimergli la gratitudine dell’intera comunità che quest’anno ha potuto beneficiare delle “lezioni” semplici e profonde, frutto di conoscenza e di esperienza diretta. Ci auguriamo che questo servizio… continui e abbia a portare… tanti frutti.

Il giorno fatto dal Signore

 

L

’evangelista Giovanni mette in risalto il fatto dell’incontro con Gesù risorto “otto giorni dopo”, cioè la domenica successiva alla prima domenica della risurrezione. Da quella domenica – così denominata perché “giorno del Signore risorto”, giorno fatto dall’evento pasquale – la chiesa, nata dalla Pasqua e investita della potenza dello Spirito nella Pentecoste, non ha mai tralasciato di riunirsi per incontrare il Suo Signore.

La Parola di Dio, proposta in questa seconda domenica di Pasqua, è un’occasione propizia per scoprire o riscoprire il senso del “giorno del Signore”. La società del consumismo e dei facili spostamenti rischia di offuscare il significato vero della domenica. La cultura contemporanea tende a sostituire questo giorno con la fuga nel privato, o con i suoi riti di massa: lo sport, la discoteca, il turismo. Linguisticamente si è passati dal “giorno del Signore” al “weekend”, dal “primo giorno della settimana” al “fine settimana”.

Questo giorno deve essere riscoperto per quello che è veramente, cioè come “festa primordiale” della comunità cristiana; il “giorno fatto dal Signore”, quindi dono prezioso che Dio fa al suo popolo; il giorno della fedeltà della Chiesa al suo Signore; il giorno dell’assemblea, cioè dell’incontro coi fratelli per ascoltare la Parola, partecipare all’unico pane spezzato nel rendimento di grazie; il giorno della missione e della carità; il giorno della festa dei cuori riconciliati nell’amore.

La quadruplice perseveranza

La liturgia della Parola oggi evidenzia che l’assemblea dei credenti, convocata nel giorno del Signore, è impegnata a una quadruplice “perseveranza”:

a)      La perseveranza nell’ascoltare l’insegnamento degli apostoli, quale criterio fondamentale per l’autenticità della fede. La fede nasce dall’ascolto; la Messa domenicale senza l’ascolto della Parola, senza la riflessione sul Vangelo non ha senso. Se nella vita non c’è l’ascolto del Vangelo, la fede muore.

b)      La perseveranza nella comunione fraterna, ossia nell’amore di Cristo reciprocamente vissuto fino all’unità: un cuor solo e un’anima sola, perché il mondo creda che Gesù è l’inviato del Padre.

c)      La perseveranza nella frazione del pane cioè nella memoria efficace del sacrificio pasquale di Cristo mediante il segno della cena e del rendimento di grazie al Padre.

d)      La perseveranza nella preghiera vivendo il rapporto filiale, personale e comunitario con Dio. Non c’è cristiano e non c’è chiesa senza preghiera; la preghiera, infatti, appartiene all’intima essenza della Chiesa.

Questi sono i connotati essenziali della comunità cristiana descritti da Luca negli atti degli apostoli (cfr. 1ª lettura), e a questi connotati ogni comunità cristiana deve sempre guardare.

Nella memoria del Martirio di Mons. Oscar Romero

I

n occasione della adorazione eucaristica del giovedì santo che coincideva con il 25° anniversario della uccisione di Mons. Oscar Romero, si sono ascoltati alcuni stupendi brani di questo martire-profeta. Ne trascriviamo uno che ci è parso particolarmente intenso.

“Sono stato spesso minacciato di morte. Devo dire che come cristiano non credo nella morte senza resurrezione: se mi uccidono risusciterò nel popolo salvadoregno. Glielo dico senza presunzione alcuna, con la più grande umiltà. Come pastore sono obbligato, per mandato divino, a dare la vita per coloro che amo, e sono tutti i salvadoregni, anche quelli che mi vogliono uccidere. Se arrivassero a compiere le minacce, sin da questo momento offro a Dio il mio sangue per la redenzione e la resurrezione del Salvador. Il martirio è una grazia di Dio che non credo di meritare. Ma se Dio accetta il sacrificio della mia vita, possa il mio sangue essere semente di libertà e segno che la speranza sarà presto realtà. Se è accettata da Dio, possa la mia morte servire alla liberazione del mio popolo ed essere testimonianza di speranza nel futuro. Se arrivassero ad uccidermi potrei dire che perdono e benedico coloro che lo faranno. Possano così convincersi che perderanno il loro tempo, morirà un vescovo, ma la chiesa di Dio che è il popolo non perirà mai”.

L'esempio di Mons. Romero
Monsignor Oscar Romero ha vissuto pienamente l'Eucaristia che stava celebrando nella cappella dell'ospedale, insieme con gli ammalati, nel momento della sua uccisione. Cadde ai piedi del crocifisso, mescolando il vino che stava offrendo durante l'offertorio con il suo sangue, segno evidente di quel legame inscindibile tra martirio ed Eucaristia. Scriveva: “In questo calice il vino diventa sangue che è il prezzo della salvezza. Possa questo sacrificio di Cristo donarci il coraggio di offrire il nostro corpo e il nostro sangue per la giustizia e la pace del nostro popolo”.

La Pasqua: importante anche per chi non vede

È

 il momento più importante della storia. Anche per chi non crede. Perché questo fatto dell’uomo di Galilea che, dopo essere stato crocifisso ed essere morto, risorge il terzo giorno, ha dato tutt’altro corso alla vicenda umana. Ancor oggi, in quasi tutto il mondo, gli anni si contano dalla nascita di Gesù: e non perché sia nato, e nemmeno perché ha predicato ed è morto in quel modo. Ma perché è risorto; o si è detto fosse risorto. Dunque, è il momento più importante della storia. E nonostante questo, coloro che l’hanno vissuto (e che ne hanno afferrato tutta la grandezza, tanto da versare sangue per testimoniarlo) ne parlano con uno stile con cui si riferisce una scenetta da cortile. Pare di essere in un villaggio dove sia stata rubata una gallina.

Una donna (Maria di Magdala) lo riferisce trafelata ai due “proprietari” (Pietro e Giovanni), che corrono a vedere le “penne” sparse che ancora lo attestano. Non ci si scandalizzi per questo linguaggio. Si ringrazi invece Iddio che ci ha dato, con quello stile rozzo e preciso, la prova morale che quel fatto è vero, che quei semplicioni non ne potevano essere gli “inventori”. Pensiamo a quella corsa affannosa, il giovane innanzi, il più anziano indietro; il giovane che arriva prima, ma poi aspetta (paura? ossequio?) che nel sepolcro lo preceda l’anziano, e a quelle bende per terra, quel “prezioso” sudario, “non per terra con le bende, ma piegato in un luogo a parte”.

Si crede, a questo punto, che è successo il Fatto inconcepibile. Ma si crede anche, e prima ancora, che Pietro e Giovanni e la Maddalena non “avevano compreso… che egli doveva risuscitare dai morti”. È proprio perché non potevano nemmeno sognare una tale possibilità che noi credenti, dopo duemila anni, preghiamo ancora l’uomo assassinato tre giorni prima.

Fare Pasqua

F

are Pasqua è la carta d’identità del cristiano. Talora, anzi spesso, è un residuo di coscienza di un passato più o meno lontano. Ma fare Pasqua non è il riprendere una consuetudine che risale all’infanzia per tornare alla fede “approssimativa” di prima. Fare Pasqua significa entrare in una vita nuova, di grazia, di amicizia con il Signore. Non a caso la Pasqua, se ci riflettiamo un momento non è una festa nata con ricorrenza annuale, bensì con cadenza settimanale: “nel primo giorno dopo il sabato…” dice la Scrittura.

Ogni settimana c’è un giorno, l’unico con un nome cristiano: è il giorno del Signore, la Pasqua settimanale. Ogni cristiano è invitato a prendere parte al grande segno del Risorto: l’Eucarestia. Senza “vedere”, senza ascolto della Parola la fede muore; la vita perde sapore; la morte incombe senza speranza. Fare Pasqua significa voltare pagina per vivere una fede gioiosa e ricca di speranza.

Un augurio, allora. Non lasciamoci defraudare della Pasqua, quella settimanale. Non mancano le avvisaglie di tentativi di furto nel cuore dei credenti: si vuole infatti trasformare la domenica in un giorno qualsiasi. Ma dopo sei giorni non c’è un altro giorno di lavoro. C’è invece il giorno del Signore: il giorno dell’uomo, della famiglia, della comunità, della vita, chiamata a rinnovarsi per vivere con senso l’esistenza feriale.

Risorgere in Cristo

«Fratelli, se siete risorti con Cristo, cercate le cose di lassù, dove si trova Cristo assiso alla destra di Dio; pensate alle cose di lassù, non a quelle della terra.

Voi infatti siete morti e la vostra vita è ormai nascosta con Cristo in Dio! Quando si manifesterà Cristo, la vostra vita, allora anche voi sarete manifestati con lui nella gloria.» (Col 3,1-4)

P

er Paolo i nuovi comportamenti, che sono il segno e il frutto della risurrezione di Cristo e della nostra, sono riassunti in due imperativi: Cercate le cose di lassù, pensate alle cose di lassù”. Dunque il pensiero e la vita, i progetti e l’esecuzione, la coscienza e le scelte. Il rinnovamento va alla radice.

Ma il rinnovamento così tracciato rimane generico, e Paolo perciò lo precisa nelle righe successive (che la liturgia ha tralasciato, ma che è indispensabile leggere).

Paolo prosegue: Uccidete dunque quella parte di voi che appartiene alla terra” (3,5). E più avanti: Deponete anche voi tutte queste cose” (3,6). E infine: Rivestitevi come amati da Dio, santi e diletti…” (3,12). Come si vede, la necessità di un cambiamento radicale è costantemente ribadita.

Ma quali sono le cose di lassù da cercare e le cose di quaggiù da evitare? E quale è quella parte di noi che dobbiamo scrollarci di dosso, deponendola come un vestito logoro e sdrucito?

Il vestito da deporre non è la parte corporea che deve essere mortificata per esaltare lo spirito, né gli impegni del mondo che devono essere abbandonati per ritirarsi nella solitudine o in se stessi. Paolo non ragiona in questi termini. Il vecchio vestito sono i valori illusori, distruttori e egoistici: il libertinaggio, le passioni egoistiche e soprattutto quell’istinto del possesso che tanto spesso si trasforma in idolatria (3,5). E il vestito nuovo è il superamento delle divisioni che oppongono l’uomo all’uomo, popolo a popolo, razza a razza: “Qui non c’è più greco o giudeo, circonciso o incirconciso, barbaro o sciita, schiavo o libero, ma Cristo è tutto in tutti.” (3,11). Vestito nuovo sono “i sentimenti di misericordia, di umiltà, di pazienza; sopportandovi a vicenda e perdonandovi scambievolmente(3,12-13).

La vita nuova che il Cristo morto e risorto ci rende possibile comporta dunque una concreta pratica morale, che ne è la verifica. Noi siamo incamminati verso il cielo “dove il Cristo è assiso alla destra di Dio” e la parte più profonda di noi stessi è “nascosta con Cristo in Dio”: questa è la nostra fede.

Ma siamo sulla terra e qui, e non altrove, devono avvenire le nostre scelte; qui devono svolgersi i nostri impegni.

 

Il Triduo Pasquale

“Il centro di tutto l’anno liturgico è il Triduo del Signore crocifisso e risorto: così viene annunciata la data della Pasqua nel giorno dell’Epifania. Il mistero della morte e risurrezione del Signore conferisce senso alla storia umana, riscattandola dalla sua precarietà e frammentarietà.

In questa sede ci limitiamo a tre osservazioni:

1)      Il Triduo non è una sorta di preparazione alla Pasqua, come la novena di Natale o altre consuetudini che precedono le grandi festività. Il Triduo, nella sua unità, è la celebrazione della Pasqua. La Pasqua dunque si celebra in tre giorni. Quali? Come già scriveva sant’Agostino, è il triduo della morte, sepoltura e risurrezione del Signore. I tre giorni sono dunque quelli del venerdì, in cui si commemora la morte del Signore, il sabato, con il riposo di Gesù nel sepolcro e la sua discesa agli inferi, e la domenica di risurrezione.

2)      Questi tre giorni vengono però contati secondo la consuetudine ebraica: non iniziano con l’alba, ma con il tramonto e giungono fino al tramonto del nuovo giorno. E così, il Triduo si apre alla sera del giovedì, con la celebrazione della Cena del Signore, nella quale Egli ha interpretato e rappresentato la sua morte imminente attraverso i segni del pane e del vino donati per noi, consegnandoli alla comunità come memoriale per sempre della sua Pasqua.

La successione di questi tre giorni non deve spezzare l’unità della Pasqua. Nei tre giorni celebriamo l’unico mistero pasquale, l’unica ora di passione, di discesa nel silenzio della morte e di risurrezione. Il Signore è morto non solo soffrendo per noi, ma con noi, perché in ogni situazione della nostra vita, anche in quelle più dolorose, possiamo essere con lui. Come dice Gesù al ladrone: “Oggi sarai con me in paradiso”. Il triduo pasquale è questo oggi, questo unico giorno di salvezza, in cui Gesù muore con noi per farci essere con lui nella risurrezione e nella vita di Dio.

Domenica delle Palme e della Passione di Gesù

S

e la denominazione “Domenica delle palme” richiama i fatti preparatori delle vicende pasquali – l’ingresso di Gesù nella città santa, acclamato dai discepoli e dalle folle – l’altra denominazione che l’accompagna: “Domenica della Passione del Signore” fa un’anticipazione rispetto al mistero che il triduo commemora. Pertanto il suo inserimento nella settimana santa non è destituito di fondamento e di significato.

La liturgia medesima di questa domenica indica l’“ambivalenza” di questa celebrazione: dalla festosa processione con i rami d’ulivo che conduce il Messia al suo “trionfo” alle letture della Messa che risuonano degli accenti delle sofferenze del Servo di Dio. Dall’iniziativa piena di fervore del popolo cristiano che loda il suo Signore all’ascolto attonito del racconto della Passione.

Ciò che lega i due momenti celebrativi è la fede: colui che è stato confessato Signore e Messia, redentore e salvatore, è proprio quello che è stato tradito, abbandonato, torturato, schernito, processato, condannato, crocifisso e ucciso.

È importante cogliere insieme questo “movimento” della liturgia, per potervi entrare con pienezza. Solo per questa strada il ramo d’ulivo recato in processione e portato a casa quale segno e augurio di pace diventa “vero”: è la passione di Gesù l’evento redentore, riconciliatore e perciò pacificatore.

Chi oggi ascolta la narrazione della passione dovrà ricordare che quella vicenda non finisce al sepolcro.

Ogni evangelista ha un suo modo di narrare le vicende che conducono Gesù alla morte. Matteo, l’evangelista che ci accompagna in questo anno liturgico, lo fa con la preoccupazione di spiegare alla comunità credente come quella storia tremenda che culmina nella glorificazione e nella salvezza, costituisce adempimento e pienezza delle Scritture. È concreta attuazione di un progetto d’amore del Padre al quale il Figlio, con identico amore, ha aderito: da sempre e per sempre; fino alla morte di croce. È questo l’“evangelo” che siamo tenuti oggi ad annunciare, senza assumere con “chiusure nostre” l’insuperabile eloquenza della croce.

Il “Golgota”

«G

iunti a un luogo detto Golgota, che significa Luogo del Cranio..., lo crocifissero». La narrazione della Passione di Gesù ha come sua meta ideale questo sperone roccioso di pochi metri che ora è inglobato nella basilica del S. Sepolcro di Gerusalemme

 Infatti, come sanno i pellegrini che varcano il portale crociato della basilica, subito a destra si erge una ripida scaletta che conduce a una cappella divisa tra i Francescani e i Greci ortodossi. Lassù un grande Cristo crocifisso, rappresentato secondo lo stile delle icone (con le vesti d'argento sbalzato e le parti del corpo dipinte), domina l'altare collocato sopra un disco d'argento che indicherebbe il luogo ove era piantata la croce di Cristo. Al centro del disco un'apertura permette di toccare la roccia del Golgota, ormai levigata dalle mani dei fedeli nei secoli. La denominazione. Golgota è aramaica e indica di per sé il “teschio”, il “cranio” nudo (in latino calvaria, donde il nostro "Calvario”)

Forse il termine evocava un'altura rocciosa tondeggiante e spoglia che si levava fuori dalle mura di Gerusalemme. Ma questa modesta collina è divenuta un segno elevato nei popoli, immaginato dalla pietà popolare e dall'arte in mille forme e considerato quasi un centro cosmico. E questo valore simbolico è stato esaltato da un elemento curioso, presente proprio ai piedi dell'attuale cappella del Calvario. Sotto ad essa, infatti, si apre la cosiddetta Cappella di Adamo. Un'antica credenza immaginava che il Golgota era stato anche la sede del sepolcro di Adamo, il primo uomo: il sangue di Cristo colando dalla croce era sceso sul teschio di Adamo purificando dal peccato originale lui e l'intera umanità. Una tradizione suggestiva, ancor oggi replicata in quelle “Crocifissioni” che hanno appunto un teschio ai piedi della croce di Cristo.                  

Gianfranco Ravasi

Un mondo di fratelli

A

 volte può sorgere in noi una certa curiosità nei riguardi di Gesù. Vorremmo sapere di più del suo aspetto, conoscere qualche aneddoto sfuggito agli evangelisti. I vangeli raramente saziano questo nostro desiderio di penetrare nella vita privata di Gesù. Uno dei pochi esempi è la descrizione, appena pennellata ma intensa, della amicizia con Gesù.

Ci piace vedere Gesù recarsi familiarmente fra le mura di quella abitazione di Betania. Una nuova famiglia fatta di sorelle e fratelli. Quasi simbolo di una nuova grande famiglia che pian piano “contagerà” tutta l’umanità. È l’immagine delle nuove relazioni che Cristo è venuto a portare, regolata da rapporti di sincera amicizia e di concreta fraternità. In questa piccola casa si può intravedere il desiderio di Dio di fare di questa terra una grande casa in cui possa regnare il suo comandamento d’amore.

Oggi si parla sempre più del mondo come villaggio globale per quanto riguarda i rapporti economici, le informazioni, i contatti, i viaggi, mentre non scorgiamo grandi segnali per far nascere una nuova società a dimensione di vero villaggio, in cui ci si conosce, ci si aiuta, si partecipa della vita dell’altro.

Qualcuno vede il rischio di una globalizzazione a favore di pochi, per una società ancora più competitiva e attenta unicamente alla produttività. In questo quadro saranno le fasce deboli ad essere fortemente penalizzate.

Come unica famiglia di Dio i cristiani sono chiamati a vivere un’autentica mondialità facendosi carico della umanità in termini concretamente solidali.

Nella costruzione di una fraternità universale la Chiesa diventa stimolo forte. La fede ci fa vedere e vivere l’umanità come una famiglia e quindi sollecita a incidere efficacemente nelle relazioni quotidiane.

Occorre incrementare la collaborazione e la partecipazione vivendo la tentazione dell’anonimato e della indifferenza. Helder Camara diceva ai giovani: “Nessuno è tanto povero che non possa aiutare, e nessuno è tanto ricco che non abbia bisogno di aiuto”.

“Tuo fratello  risusciterà”

 

L

e parole di Gesù a Marta accompagnano ormai ogni cristiano e danno speranza a tutti coloro che piangono o addirittura si disperano per aver perso qualcuno che era caro.

Danno anche speranza di fronte ad ogni tipo di morte: da quelle serene in casa, a quelle nel gelido abbandono di una camera di rianimazione in ospedale. Anche davanti a chi ha cercato esplicitamente la morte (e oggi i suicidi sono sempre più frequenti in ogni età a partire da quella giovanile) abbiamo il diritto di sentire la voce ferma di Gesù, il Risorto, che assicura per tutti la vita eterna. Per questo la Chiesa invoca misericordia per ogni defunto ed evita che i funerali diventino la “glorificazione” o il “giudizio” dei defunti: preferisce affidarli al giudizio misericordioso di Dio.

Il catechismo della Chiesa cattolica scrive: «La Chiesa che, come Madre, ha portato sacramentalmente nel suo seno il cristiano durante il suo pellegrinaggio terreno, lo accompagna al termine del suo cammino per rimetterlo “nelle mani del Padre”. Essa offre al Padre, in Cristo, il figlio della sua grazia e, nella speranza, consegna alla terra il seme del corpo che risusciterà nella gloria. Questa offerta è celebrata in pienezza nel Sacrificio eucaristico» (N.1683).

«L’Eucarestia è il cuore della realtà pasquale della morte cristiana. È allora che la Chiesa esprime la sua comunione efficace con il defunto: offrendo al Padre, nello Spirito Santo, il sacrificio della Morte e della Risurrezione di Cristo, gli chiede che il suo figlio sia purificato dai suoi peccati e dalle loro conseguenze e che sia ammesso alla pienezza pasquale della mensa del Regno. È attraverso l’Eucarestia così celebrata che la comunità dei fedeli, specialmente la famiglia del defunto, impara a vivere in comunione con colui che “si è addormentato nel Signore”» comunicando al corpo di Cristo di cui egli è membro vivente, e pregando poi per lui e con lui». (N. 1689).

Primo: vedere

“La mia primavera è fatta soltanto del profumo dei fiori perché sono cieco”. Chi scrive è un bambino di Tokio. Una piccola frase per raccontare il dramma di tante persone private della vista.

Anche Gesù si è imbattuto in un uomo cieco fin dalla nascita. Il Vangelo di Giovanni non dice che quell’uomo gli abbia chiesto di guarire. È Gesù che gli si avvicina, compie quei gesti, gli dà degli ordini. Inaspettata arriva anche per quell’uomo la guarigione. Una guarigione, un gesto di carità che lo porta pian piano a conoscere Gesù e a riconoscerlo come Dio: “se costui non fosse da Dio, non avrebbe potuto fare nulla”. Il gesto di amore concreto di Gesù si trasforma da dono di salute a dono di fede. Ancora una volta la carità di Dio ha fatto breccia nel cuore dell’uomo e lo ha portato ad avvicinarsi a lui tanto da essere accusato dai farisei: “tu sei suo discepolo”.

C’è però un’altra cecità che Gesù è venuto a guarire. È quella che l’uomo si porta dentro da quando ha rinunciato a prendersi cura del fratello bisognoso.

Il clima sociale odierno spesso è diventato ottuso, se non ostile, a situazioni di emarginazione.

Pensiamo per esempio all’immigrato: siamo portati a guardarlo come colui che toglie spazi e luoghi lavorativi, o peggio, importatore di nuova delinquenza. Nell’avvicinarsi all’altro occorre innanzi tutto saper guardare. Si scopre spesso allora che certe problematiche di emarginazione stanno proprio nel condominio dove si abita e solo quando esplodono in modo incontrollato e drammatico colpiscono la nostra attenzione. Si è ciechi quando non si vede il male perché assuefatti alla sua presenza, perché ormai è reso addomesticato, ospite quotidiano di tante nostre piccole scelte. Si è ciechi quando non si vede più il bene che si potrebbe fare e non si fa.

Una preghiera eucaristica chiede a Dio: “Donaci occhi per vedere le necessità e le sofferenze dei fratelli” (V/c).

Occorre far crescere nella comunità questa sensibilità di una chiesa che inserita in un territorio, ha qualcosa da offrire all’uomo d’oggi. Incominciamo a vedere con occhi diversi ciò che ci sta vicino: in famiglia, nel quartiere, in comunità. Scopriremo richieste e urgenze

Due preziose occasioni

P

iù che interessanti le due serate del giovedì 24 febbraio e del venerdì 25. Il superiore dei Gesuiti di Firenze P. Deidda ci ha intrattenuti da par suo su due temi inerenti al mistero dell’Eucarestia: l’Eucarestia dono e sfida per il credente e poi Senza la domenica non possiamo vivere. Riassumere in poco spazio la ricchezza degli spunti offertici alla riflessione non è impresa facile e in un certo senso è controproducente perché riduce l’abbondanza dei medesimi e forse a qualcuno può sembrare sufficiente ciò che invece è necessariamente impoverito da una scarna sintesi. Ma tacere del tutto non ci sembrava giusto, perché si è trattato di un avvenimento gradito e anche valorizzato, stando al numero dei partecipanti alle due serate. Allora è bene si sappia che chi stende queste poche righe non ha intendimento di riassumere, ma solo di indicare alcune risonanze del tutto personali che lo hanno colpito. Il lettore, o, meglio, l’ascoltatore attento potrà averne avute anche altre, magari diverse, ma senza dubbio più congeniali alla sua sensibilità.

Della prima serata mi hanno colpito questi concetti che nell’Eucarestia si traducono a livello sacramentale; innanzi tutto: quel “E il Verbo si fece carne e venne ad abitare in mezzo a noi” (Gv 1,14). Ciò sta ad esprimere non un cambio di residenza, ma un diverso modo di rendersi presente. Per cui Gesù è in cielo ma è anche realmente presente nel mondo, ne diventa il centro, e la sua non è una visita di cortesia, né un viaggio turistico; è un “abitare in mezzo a noi” è un fissare la sua dimora nel mondo, nella Chiesa, nella società umana, in me, in te. Si realizza così quella che è la frase conclusiva di Gesù nel Vangelo di Matteo “Ecco io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo” (28,20).

Ma volendosi rendere nostro compagno di vita, ha voluto condividere in tutto, fuorché nel peccato, la nostra realtà e pertanto ha fatto suo anche il nostro dolore. E tutto questo per quella follia di amore che lo ha portato a nascere, a soffrire, a morire per noi. Il cristiano deve quindi capire che non è il dolore in sé che lo salva, neanche quello portato all’estremo in Cristo; anzi Cristo ha combattuto il male fisico (non ha guarito tutti i malati che ha incontrato?), ma ha fatto capire che il valore salvifico della sofferenza non è nel sacrificio che comporta, ma nell’amore con cui viene accettata. E allora tutto il dolore è reso sacro dall’amore che lo motiva e necessariamente si associa allo stesso soffrire di Cristo.

Ne consegue che il cristiano che partecipa alla Messa, soprattutto in domenica, cioè nel giorno del Signore, ossigena la propria anima come fa il sangue che partendo dal cuore schizza in tutte le più piccole parti del nostro corpo e ci permette di vivere.

Ma perché è così importante venire alla Messa alla domenica e parteciparvi pienamente (soprattutto ricevendo la santa Comunione)? Perché non è un fatto che riguarda solo il singolo, ma tutti noi che non siamo solo vocati=chiamati, ma convocati, cioè chiamati da Cristo a fare comunità con lui e con tutti nel rendimento di grazie a Dio (Eucarestia = ringraziamento) nella preghiera, nella richiesta di perdono, nella condivisione del corpo e del sangue di Cristo e dei beni essenziali che ci consentono una vita (come il pane e il vino assunti non a simboleggiare soltanto, ma a rendere concreti il corpo e il sangue di Gesù). Occorre anche tener presente che la domenica non è il settimo giorno della settimana, ma il primo, tutta la settimana vive nella scia luminosa della domenica che la apre. È il giorno della nuova creazione perché è il giorno della Risurrezione, base portante dell’edificio ecclesiale. Questa è la chiave interpretativa della domenica e sta qui la differenza costitutiva col sabato ebraico che sembra designato a chiudere il ciclo della creazione con il riposo del Creatore. Anche la nostra gente è convinta che la domenica è il giorno della festa e del riposo dopo una settimana lavorativa. Non è così, perché la domenica non è in funzione dei giorni feriali, ma i giorni feriali han motivo di essere perché c’è stata la domenica che è il giorno della vita, il giorno del Sole il giorno di Cristo risorto e dell’umanità intera che risorgerà come lui. Per questo ha motivo d’essere lo slogan: “Senza la domenica non possiamo vivere”.

È la domenica che dà senso a tutti i giorni che ne seguono. Concludendo con Jean Marie Lustiger, arcivescovo di Parigi:

“Noi partecipiamo alla messa la domenica (che comincia il sabato sera secondo l’antica usanza liturgica) perché il Signore Gesù ci cambia, lo Spirito Santo ci raduna e Dio nostro Padre ci ha donati come discepoli al Figlio suo”.                                         

Don Arturo

 In margine al corso diocesano sulla liturgia

È

 ormai un incontro atteso e puntuale quello che la diocesi promuove ogni anno su temi riguardanti la liturgia. Essendo questo l’anno Eucaristico, che culminerà con il Congresso Eucaristico Nazionale a Bari, l’argomento che ha guidato le tre serate si può dire che era quasi d’obbligo: “Convocati nel giorno del Si-gnore”. Per altri versi però questo può sembrare un tema ormai logoro. Infatti, anche nella nostra comunità, è da settembre, cioè da quando è cominciato il nuovo anno pastorale, che si parla della domenica, o meglio della celebrazione eucaristica domenicale; ne ab-biamo discusso in tutte le salse e in tutte le occasioni; in più è una vita che ogni domenica andiamo alla Messa. Cosa ci può essere ancora di nuovo da dire? Invece ci sono stati offerti tanti spunti su cui meditare e tante rifles-sioni hanno acquistato nuove luci e nuovi significati. Non ne siamo stupiti, infatti, tutto ciò che riguarda l’esperienza cristiana porta in sé un senso di “infinito” e di “insaziabilità” in quanto si riferisce al mistero di Cristo. È come avere a disposizione un pozzo senza fondo e riuscire a bere solo qualche boccata d’acqua.

È la sensazione che si prova nella lettura della Parola, nella preghiera, nel rapporto di amore fraterno con il prossimo, ma è ovvio che là do-ve il mistero di Cristo si realizza per eccellen-za, cioè nell’Eucarestia, questa sensazione di-venta così viva da essere tangibile.

Tra i tanti spunti che ci sono stati offerti mi pia-ce soffermarmi e pensare a questo: “È lo stesso Signore che la domenica invita ciascu-no di noi a unirsi ai fratelli di fede per rendere visibile la sua Chiesa e Lui stesso si fa presente in essa come suo Capo”.

Come dicevo prima può sembrare una formula da Catechismo troppo nota, ma acquisirne una vera consapevolezza non è così facile e scontato. Presuppone prima che la comprendiamo, poi che ci crediamo, poi che vi aderiamo con la mente e con il cuore. Dopodiché  la partecipazione alla Messa domenicale non potrà più essere svogliata e superficiale, tanto per adempiere un precetto, ma si trasformerà in un autentico atto di fede e di risposta alla chiamata del Signore, capace quindi di distinguerci nella nostra identità cristiana.

Ancora una volta si tratta di capire, di credere e di accettare che il protagonista è il Signore, soprattutto la domenica.

Questo non è facile al giorno d’oggi, perché la società ci ha insegnato a contare sulle proprie forze, a fare perno sulle proprie capacità: chi arriva più in alto è meglio di chi è rimasto più in basso, se non altro perché ha saputo gesti-re le sue qualità. C’è nella mentalità comune un rapporto diretto tra successo e valore della persona; l’indipendenza è un bene assoluto tanto da essere confusa con l’individualismo e l’autosufficienza. A dimostrazione di questo basta pensare al ruolo che malati, vecchi, poveri, diversi hanno nella nostra società. A volte sono tollerati, più spesso emarginati e abbandonati a se stessi. Ancora una volta Cristo rovescia le categorie comuni e dice: “Ti benedico, o Padre,… perché hai tenuto nascoste queste cose ai sapienti e agli intelligenti e le hai rivelate ai piccoli” (Mt 11,25).

Riconoscere la domenica come giorno del Signore, aderire al Suo richiamo che ci invita ad entrare in comunione con il mistero della Sua Pasqua significa riconoscere in Cristo il Signore della vita, del Tempo e della Storia e confessare la totale dipendenza da Lui.

Il Suo richiamo è rivolto a ciascuno e a tutti e mette in evidenza, oltre all’importanza del no-stro rapporto personale con Cristo, l’aspetto comunitario e universale della Chiesa. Riunirsi in assemblea liturgica è anche manifestare la propria riconoscenza per il dono del Battesimo che ci costituisce parte della Chiesa e la necessità che sentiamo di appartenervi. Il legame che ci unisce con i fratelli nella fede è così profondo e necessario da chiarire le parole di Gesù: “chi è mia madre e chi sono i miei fratelli?… chiunque fa la volontà del Padre mio che è nei cieli, questi è per me fratello, sorella e madre” (Mt 17,49-50).

Nel giorno del Signore e riassunto il fine cristiano, che è quello di far posto a Cristo nella propria vita, nella società, nella Storia. Donandosi nell’Eucarestia ogni domenica Egli ci invita a lasciarci trasformare in Lui e si attende che questa trasformazione sia piena e totale da propagarsi attraverso la Chiesa sparsa sulla terra a tutta l’umanità. Risuonano in mente le parole di san Paolo: “Non sono più io che vivo, ma Cristo vive in me” (Gal 2,20). E davanti si spalanca l’infinito.

 

Gloria Frosali

 

I lontani

I

 lontani non sono poi così tanto lontani. Anzi possiamo dire che spesso i lontani ci sono molto vicini. Può essere l’inquilino del piano inferiore che non saluta mai e che non trova nessuno che gli faccia visita. È la famiglia del condominio accanto, di cui si conosce vita e miracoli per ciò che la gente dice o per quello che si riesce ad afferrare quando il tono della voce è così alto da permettere di seguire nei dettagli lo svolgersi dei litigi.

Il Vangelo riporta una lunga lista di persone che vengono liberate dal “ruolo” in cui l’opinione pubblica li aveva relegate. Gesù le colloca in prima fila, invitati speciali alla mensa di Dio.

Zaccheo, Maddalena, la peccatrice, l’indemoniato, il paralitico alla piscina del tempio… sono lì a raccontare un incontro che ha cambiato la loro vita. In questo variegata compagnia c’è anche lei, la samaritana, la donna del pozzo. È lì che il Signore la incontra. Essa sa che la sua storia è ricca più di pettegolezzi che di comprensione. Nessuno si avvicina. Per l’opinione pubblica è meglio evitarla. Solo un amore che va al di là della facciata sa accogliere la sua vera storia.

Il nostro mondo è pieno di ultimi. Il fatto stesso che ci sia una lotta spietata per i primi posti comporta che a qualcuno venga consegnata la maglia nera. Proviamo a raccogliere attorno a noi questi ultimi. Spesso non si tratta di povertà economiche ma di relazioni.

Da tempo ci si interroga su che cosa fare. La prassi di Gesù ci indica alcune semplici attenzioni.

Innanzi tutto ci si avvicina in modo gratuito. Non si vuole offrire soluzioni. Si fa sentire la concretezza di una presenza che è lì ad ascoltare. Si accoglie incondizionatamente il loro vissuto, qualunque esso sia, con discrezione gli si fa vedere una via di liberazione, offrendo loro una speranza, un’alternativa a quello che finora hanno vissuto. Un modo nuovo di vedere la propria vita, di relazionarsi. Alla fine li fai partecipi mettendoli dentro a una responsabilità vera.

Occorre sapere privilegiare il contatto personale con chi vive ai margini dei rapporti sociali. Si parte da una occasione di necessità che a volte, inaspettatamente, la vita offre: un lutto, una malattia. Ma anche da un’occasione di gioia: la nascita di un figlio, una festa di compleanno, una ricorrenza felice…

Non si tratta di fare chissà quali scelte o quali conversioni. Una visita, una telefonata, un invito a pranzo, sono occasioni che nella loro piccolezza e quotidianità riescono a fare breccia in coloro che attendono un’attenzione…

Trasfigurazione significa tra l’altro:

Non accontentarti di come sei – cambia, convertiti: la fede non è quiete ma movimento, uscita da se stessi e dal proprio piccolo paradiso terrestre per affrontare le difficoltà quotidiane di un cammino di miglioramento che costa ogni giorno un prezzo da pagare e che non paga quasi mai con una pace una gioia immediata, ma che richiede sforzo e sacrificio in una prospettiva di calvario e di croce duri da accettare, ma obbligatori da percorrere per giungere alla Risurrezione, di cui il Tabor e la trasfigurazione sono uno spiraglio breve di assaggio e non un punto di arrivo.

Un altro significato è il monito di Cristo ad aprirti alla tua comunità che non è il gruppo omogeneo degli amici, ma è la realtà nella quale Lui ti ha posto e che per me, per te, è la comunità di Quinto, quella in cui vivi, fatta di belli e di brutti, di buoni e di cattivi, di generosi e di indifferenti, di peccatori in misura diversa ma che solo Dio conosce; e tu non puoi stare isolato o con alcuni intimi, devi immergerti in quella, vedere i bisogni di quella, familiarizzare e fraternizzare con tutti quelli che ti stanno attorno, simpatici e no, dialogare, ascoltare, accettare, non escludere, non discriminare. E il tuo non è un compito di star a guardare, contemplare o criticare, ma servire, aiutare, collaborare, gratuitamente, generosamente, indiscriminatamente.

È soffrire e morire per essa. E solo per essa. Quando avrai capito che far comunità significa amalgamarsi con chi ti è a fianco e puzza fisicamente o moralmente, e che non sono gli altri soltanto ad essere una difficoltà per te, ma lo sei anche tu per loro, e ciononostante ci si deve amare, servire aiutare, anche se dall’altra parte non si riceve né amore, né stima, né aiuto, ma forse solo critica e maldicenza, allora imparerai anche a guardare ben oltre i ristretti confini della tua comunità parrocchiale, e ti farai sensibile ai bisogni delle altre persone, delle missioni, dell’intera comunità ecclesiale, dell’intera comunità umana.

E questo lungi dall’impoverirti , ti arricchirà di una dimensione umana e cristiana e ti farà sentire umile più che utile, ma nello stesso tempo coinvolto in un disegno più grande di te, il disegno di Dio, che ti chiama ad essere il sale della terra, il lievito che non si separa, non si distingue dalla pasta, ma cerca, buttandosi, di fermentarla, fino a celare la propria identità e disperdersi in essa, purché lei viva e si realizzi il progetto di Dio.

Cristiano è bello

Che bello, che forte! Restiamo ancora qui per qualche giorno!” Non si tratta di una traduzione moderna dell’acclamazione che i discepoli fecero sul monte Tabor, quando Gesù si trasfigurò davanti a loro.

Espressioni come questa si sentono di frequente specialmente tra i giovani alla fine di esperienze particolarmente significative.

Può essere il servizio fatto in una struttura che accoglie persone con http://eureka.it/emmaus/handicap, può essere la cura prestata a persone ammalate in occasione di un pellegrinaggio, l’esperienza vissuta in un campo di profughi, l’animazione svolta tra i bambini.

Queste esperienze si vivono in un’atmosfera di serena letizia e di pace gioiosa. L’esperienza dell’amore regalato fa toccare le dimensioni più profonde dell’essere umano. È il “bello” che solo l’amore di Dio, proprio perché gratuito e disinteressato, riesce a offrirci.

Nel nostro modo di annunciare Cristo può mancare invece quella carica e quell’entusiasmo che ci rimotivano e che hanno il potere di contagiare altre persone. Si ha l’impressione di far incontrare Cristo in una dimensione sterilizzata, a volte fredda e impersonale.

L’abbé Pierre raccontava ai giovani che iniziò le sue comunità di Emmaus insieme a un vecchio ergastolano che aveva tentato di suicidarsi. Nel suo primo incontro non gli disse molte parole, gli disse solo: “Vieni ad aiutarmi a costruire una casa per una famiglia senza alloggio”. Così iniziò e così restò con lui. In punto di morte questo ex-ergastolano dirà all’ abbé Pierre: “Padre, se lei mi avesse dato non so che cosa, avrei ritentato il suicidio. Infatti quello che mi mancava non era qualcosa per vivere, ma i motivi per vivere… Ed ecco che avevo trovato il motivo per vivere: amare, darsi da fare perché gli altri soffrano meno”.

Un vero servizio che possiamo offrire alle persone, è far sperimentare la “bellezza” dell’essere cristiani attraverso la gioia del donare.

Ai giovani e non solo, delle comunità cristiane vanno offerte esperienza di servizio all’interno di associazioni di volontariato. Anche se l’estate sembra ancora molto lontana, è bene pensare, già da adesso, ad un’esperienza da vivere in gruppo o singolarmente che ci metta a contatto con una realtà di servizio all’interno di situazioni e di bisogno.

La Quaresima

La parola Quaresima non evoca niente di piacevole: fa venire in mente qualcosa di lungo, di sgradevole, di noioso… A qualcuno fa venire in mente un tempo (ben altri tempi) nel quale si soleva fare digiuno e astinenza perché i ritmi di vita, si dice, lo permettevano.

Dunque immagini tristi o realtà sorpassate appaiono legate alla Quaresima.

Eppure anche quest’anno è tornata; anche quest’anno la chiesa la ripropone come cammino verso la Pasqua di Cristo. Non è per un attaccamento testardo a vecchie tradizioni che la chiesa ripropone la quaresima: è che la chiesa non può farne a meno; essa non ha altro compito nel mondo che quello di riproporre Cristo morto e risorto, anzi essa stessa è chiamata ad essere la proposta vivente e trasparente di questo annunzio in modo da aiutare gli uomini a camminare incontro a Cristo.

Oltre tutto la chiesa pensa di fare un servizio non solo ai credenti, ma anche a tutti gli uomini proponendo loro un tempo forte dentro il quale ascoltare un po’ di più, ricercare di più, incontrare di più se stessi, aprirsi onestamente e umilmente alla proposta di un Dio che per cercare l’uomo si fa uomo, si fa disponibile fino alla morte di croce e risorgendo diventa speranza e certezza per l’uomo.

Quaresima… un itinerario che può comportare nello stesso tempo, la gioia dell’incontro e l’esigenza di un’ulteriore ricerca; la certezza della verità e il costante bisogno di nuova luce…

Quaresima… un tempo che vuole resti-tuirci ai veri desideri: potremo di nuovo imparare a meravigliarci, di Dio e dei doni dei fratelli che egli mette sulle nostre strade.

 

Abbi pietà di me, o Signore – “Miserere mei Deus”

(Salmo 50: il salmo penitenziale per eccellenza)

 

Questo salmo è realmente il vertice dell’esperienza religiosa sul peccato e sul perdono. Per viverlo occorre rifletterci sopra con molta disponibilità allo Spirito se no se ne prende spunto per delle barzellette. Un giorno, dice la Bibbia (2 Sam 11 e ss), il santo re Davide mandò il suo esercito a guerreggiare contro gli Ammoniti mentre lui rimase ozioso in Gerusalemme. All’ora della pennichella intravide una dirimpettaia (la bella Betsabea moglie di Uria) che faceva il bagno. Se ne invaghì, la mandò a prendere, ebbe rapporto con lei e la mise incinta. Allora, per non perdere la faccia, usò tutti gli stratagemmi perché il marito che era in guerra fosse ucciso e si mettesse così fine alla vicenda. Ma il profeta Nátan, si presentò al re e con la sua favoletta ne provocò il senso di giustizia per concludere:

“Tu sei quell’uomo!”

Dall’accidia, alla lussuria, all’ipocrisia, all’omicidio… ma infine… al pentimento sincero, quello del Salmo 50.

La Quaresima è il tempo opportuno in cui Gesù ci prende sulle ginocchia e ci racconta una favoletta come quella di Nátan facendoci capire chi siamo e che serie di peccati siamo capaci d’infilare, ma non è un tempo di castigo. Tutt’altro. E allora non è tanto fare penitenza, quanto capire le cure che Dio ha per ciascuno di noi, per me, per te. Il tempo di capire questa cura di Dio è ora, adesso. Da qui l’importanza dell’oggi. L’oggi è il momento favorevole perché il domani non esiste (è una nostra categoria mentale), perché è nell’oggi che dobbiamo essere fedeli a Dio, cioè convertirci. “È solo una tentazione del demonio la disperazione per il passato e la paura per il futuro” (diceva santa Teresina del Bambin Gesù). L’adesso è un passo brevissimo, non ti deve importare il momento prima o il momento dopo. È il demonio che ci presenta la conversione come una montagna che ci schiaccia. È veramente il caso di chiederci: “Se tutta questa cura, Lui ha avuto per me, io per Lui quanta ne ho?”

In proposito sono bellissime le espressioni del Salmo uscito dal cuore sincero del peccatore Davide. Cancella = (letteralmente: tira una riga sopra) lavami (lett. non lasciare traccia) mondami (lett. restituiscimi lo splendore). L’importante è la sincerità del cuore e per comprendere meglio gli effetti sperati si citano dei segni cosmici: Purificami con issopo (= pianta medicinale), perché il peccato non pulluli, in quanto è una piaga ulcerosa, cancerogena, metastatica che rinasce sempre (tanto più credi di averla sradicata e più rispunta). Allora sarò più bianco della neve.

Esulteranno le ossa che hai spezzato. Il peccato è sempre legato all’intera persona, mi pesa in tutti gli ambiti del mio composto umano: dalle ossa che hai spezzato, alle labbra che si sono chiuse (apri le mie labbra) alla bocca che non proclama la tua lode… Il peccato si somatizza. Ma nella misericordia di Dio c’è rimedio a tutto, purché si ritenga che uno spirito contrito è sacrificio a Dio, un cuore affranto e umiliato tu, o Dio, non disprezzi.

Allora gradirai i sacrifici prescritti come il digiuno che è l’uso parco delle cose per confessare che le cose sono dei beni relativi e non assoluti, per dimostrare che nulla mi soddisfa perché ho la “nostalgia di Dio” (È il dramma dei mistici che sentono di più la distanza di Dio, per cui niente li soddisfa; digiunano per amore perché hanno noia delle creature e vogliono Dio. Non sono degli anoressici come i bambini che non mangiano perché sono lontani dalla mamma o come l’anziano che si lascia morire perché vive il dramma dell’abbandono e della solitudine). Hanno solo capito che…“mi basta Dio, ma che senza Dio nulla mi basta”. Questo è il senso del Miserere.

 

L’opera segno indicata dalla Caritas Diocesana

per la Quaresima 2005

C

ome sempre la Caritas Diocesana propone ai fedeli della Diocesi un obiettivo concreto verso cui convogliare i gesti di carità che la comunità cristiana è sollecitata a compiere.

L’anno scorso aveva indicato “la Casa della Solidarietà” di Via Porcellana a Firenze e insieme il “Progetto acqua a Keren e Scuola di Hagaz (Eritrea).

La casa della solidarietà è già stata inaugurata dal Card. Antonelli il 26 dicembre 2004. i progetti in Eritrea verranno ultimati entro quest’anno.

Per la Quaresima 2005 la Diocesi propone il progetto “Santa Maria a Scandicci” che ormai rappresenta un importante prolungamento di Firenze, parte integrante di quel tessuto metropolitano con cui le politiche di sviluppo, ma anche quelle sociali dovranno sempre più fare i conti. La struttura ospiterà:

Ä      Centro diurno di socializzazione per anziani;

Ä      Centro per attività giovanili;

Ä      Alloggiamento temporaneo per famiglie bisognose;

Ä      Consultorio familiare;

Ä      Centro di pronta accoglienza notturna per uomini;

Ä      Casa-famiglia per persone con disagio psichico.

La spesa prevista è grande. Ma se tutti collaboriamo l’opera è realizzabile.

 

Messaggio per la 27a Giornata per la vita - 6 febbraio 2005

Il Messaggio per la 27a Giornata per la vita, approvato dal Consiglio Episcopale Permanente nella sessione del 20-23 settembre 2004, intende richiamare l'attenzione sulla necessità di riconoscere il valore della vita umana propria e altrui. Lo scorso anno si è sottolineato il valore della vita come dono di Dio e perciò come un bene del quale non si può fare mercato. Quest'anno l'accento è posto sul valore della vita che, per natura sua, è relazione e, come ogni relazione, ha bisogno di un clima di affidabilità. Da qui il titolo "Fidarsi della vita". Dopo un rapido richiamo alla diffusa cultura dell'individualismo, che soffoca l'indispensabile contesto di fiducia necessario all'accoglienza e all'apprezzamento della vita, si prospettano due situazioni che chiamano in causa l'atteggiamento di fiducia nella vita: una perché la nega: l'aborto; l'altra perché la reclama: l'affido e l'adozione. Il riferimento a questa seconda situazione è motivato dall'entrata in vigore della legge che sancisce la chiusura degli istituti che accolgono bambini senza famiglia. Il Messaggio si chiude con tono di incoraggiamento e di promessa, richiamando la parola di Gesù: "Chi accoglie un fanciullo nel mio nome accoglie me".

Fidarsi della vita

La vita è un intreccio di relazioni e le relazioni richiedono che ci si possa fidare gli uni degli altri.

Secondo una tendenza culturale diffusa, la vita degli altri però, non è degna di considerazione e rispetto come la propria. In particolare non riscuote un rispetto sacro la vita nascente, nascosta nel grembo d'una madre; né quella già nata ma debole; né la vita di chi non ha i genitori oppure li ha, ma sono assenti e aspetta di averli col rischio di aspettare molto a lungo, forse addirittura di non averli mai. Così chi attende di nascere, rischia di non vedere mai la luce; e chi attende in un Istituto l'abbraccio di due genitori, rischia di vivere per tutta la vita con il desiderio di un evento che mai accadrà. Scontiamo modi di pensare e di vivere che negano la vita altrui, che non si fidano della vita perché diffidano degli altri, chiunque essi siano. E invece: "Non è bene che l'uomo sia solo!" (Gen 2,18): lo scopo dell'esistenza sta nella relazione. Con l'Altro, che ci ha creati, ci ama da sempre e per sempre, e per noi ha in serbo la vita eterna. E con gli altri, a cominciare da chi più ha fame e sete di vita e di relazione: come il bambino non ancora nato o i molti bambini senza genitori. C'è il bambino non ancora nato, icona e speranza di futuro: entrare in relazione con lui, considerandolo da subito ciò che egli è, una persona, è la più straordinaria avventura di due genitori. In questo senso, l'aborto, quando è compiuto con consapevole rifiuto della vita, superficialmente o in obbedienza alla cultura dell'individualismo assoluto, è la più terribile negazione dell'altro, la più gelida affermazione dell'individuo che ignora l'altro, perché riconosce soltanto se stesso.

In non poche circostanze, in verità, l'aborto è una scelta tragica, vissuta nel tormento e con angoscia, sbocco di povertà materiale o morale, di solitudine disperata, di triste insicurezza: in queste situazioni a negare l'altro è, in ultima analisi, tutta una società, cieca nei riguardi dei bisogni delle persone e insensibile al rispetto del figlio e della  madre. Anni di esperienza inducono a ritenere che la via maestra per vincere la cultura dell'individualismo, ma anche per superare la fragilità che durante una gravidanza può nascere dalla paura di non farcela, consiste nel fare compagnia alle madri in difficoltà, aiutandole a capire che gli altri esistono, ti aiutano, non ti lasciano sola e portando assieme a te il tuo peso, lo rendono sopportabile, fino a farti scoprire che non di un peso si tratta, ma della gioia più grande. Ci sono poi molti bambini e ragazzi che trascorrono la loro infanzia in un istituto, perché i loro genitori li hanno abbandonati o per i più svariati motivi non sono in grado di tenerli con sé. Il loro futuro è incerto e insicuro, perché tra pochi mesi questi istituti saranno definitivamente chiusi. Si aprirà così per le famiglie italiane sia per quelle che godono già del dono di figli propri, sia per quelle che vivono la grande sofferenza della sterilità biologica – una grande opportunità per dilatare la loro fecondità attraverso l'adozione o l'affido temporaneo.

Se una famiglia si dimostra disponibile, non va lasciata sola. Deve avvertire attorno a sé una rete di solidarietà concreta, fatta non solo di complimenti ed esortazioni, ma di tante forme di aiuto e di solidarietà. E chi si rende disponibile per l'adozione o l’affido, deve sentirsi parte di un'avventura collettiva, in cui gli altri ci sono, vivi e presenti. Risuonano perciò particolarmente suadenti in questo momento, per le famiglie e per le comunità, le parole di Gesù: "Chi accoglie questo fanciullo nel mio nome, accoglie me; e chi accoglie me, accoglie colui che mi ha mandato. Poiché chi è il più piccolo tra tutti voi, questi è grande" (Lc 9,48).

Perché dunque non fidarsi della vita rispondendo a una sfida che viene dagli eventi? Ne guadagnerebbero le famiglie nel vivere la esaltante avventura di una fecondità coraggiosa che fa sperimentare che "vi è più gioia nel dare che nel ricevere" (At 20,35). Ne guadagnerebbero molti figli nel trovare finalmente l'affetto e il calore di una famiglia e la sicurezza di un futuro. Ne guadagnerebbe l'intera società nel mettere in evidenza segni convincenti che le farebbero prendere il largo nella civiltà dell'amore.

La vita vincerà ancora una volta? Osiamo sperarlo e per questo chiediamo a tutti una preghiere unita a un atto di amore accogliente e solidale.

La Quaresima

Vengono segnalate ai fedeli le proposte molto semplici e concrete, utili per contraddistinguere questo tempo della Quaresima ritenuto dalla Chiesa tanto importante e significativo per la vita cristiana:

1.       Ogni giovedì di Quaresima, a partire quindi dal 10 febbraio, dopo la Messa del mattino e prima di quella della sera, ha luogo un momento di Adorazione Eucaristica.

2.       Ogni venerdì alle ore 20 si tiene il pio esercizio della Via Crucis. La Via Crucis all’ora di cena suggerisce il digiuno quaresimale. L’equivalente dell’importo della cena è per l’«Opera Segno» indicata dalla Caritas.

3.       Nelle sere di giovedì 24 e venerdì 25 febbraio alle ore 18 il Gesuita P. Deidda propone ai fedeli due meditazioni sul mistero dell’Eucarestia.

4.      Domenica 13 marzo –V domenica di Quaresima – si celebra la Giornata della Carità.

(§) A proposito… di digiuno

 

Il digiuno e l’astinenza prescritti dalla Chiesa hanno valore di segno: segno che, partendo dal cuore, è destinato ad attraversare tutta la vita. La vita, infatti, già nella prospettiva umana, comporta misura, limitazione, sobrietà, moderazione . Sono atteggiamenti richiesti dalla”legge” naturale e che vengono esaltati nella vita cristiana perché aiutano a purificare il cuore e la mente da attaccamenti disordinati e affinano l’udito interiore all’ascolto della parola di Dio.

La Chiesa con le norme “disciplinari” vuole educare i fedeli a scoprire e a vivere questi valori.

·    Il digiuno e l’astinenza dalle carni sono prescritti il mercoledì delle ceneri e il venerdì santo;

·    L’astinenza dalle carni si estende a tutti (e a i soli) venerdì di Quaresima (in tutti gli altri può essere sostituita con un’altra opera di penitenza).

·          Si precisa che l’obbligo di digiuno riguarda le persone dai 18 ai 59 anni compiuti, quello dell’astinenza dai 14 anni.

Giornata mondiale dei malati di lebbra

S

i celebra domenica 30 gennaio 2005, la giornata mondiale dei malati di lebbra, istituita da Raoul Follereau nel 1954. L’iniziativa mira a richiamare la nostra attenzione sul dramma della lebbra, una malattia vecchia quanto il mondo, ma che non dovrebbe più esistere, perché è completamente curabile. La lebbra, infatti, è ancora una drammatica realtà in molti paesi impoveriti e in via di sviluppo. Anche il Papa, in occasione della giornata mondiale, ha pronunciato parole di solidarietà e di sostegno verso i malati di lebbra di tutto il mondo, esprimendo l’auspicio che la malattia sia definitivamente sconfitta.

Sensibilizzare, prevenire, curare

La giornata rientra nell’ampia campagna internazionale contro la diffusione della lebbra, che in Italia è sostenuta dall’AIFO, l’Associazione italiana Amici di Raoul Follereau, con sede a Bologna. La campagna si muove su tre direzione:

-     informare sulla curabilità della malattia, per togliere quell’alone di paura che ancora l’accompagna e che causa l’emarginazione dei malati;

-     favorire la riabilitazione delle persone guarite, in modo che si possano reinserire attivamente nella società;

-     sensibilizzare l’opinione pubblica circa l’importanza delle donazioni, per potere offrire cure tempestive che evitino danni irreversibili.

Un appuntamento di solidarietà

La giornata mondiale dei malati di lebbra è un grande appuntamento di solidarietà che si rinnova da oltre quarant’anni. Capi di Stato, autorevoli ricercatori, persone semplici offrono il proprio contributo per questa causa. Raoul Follereau che per il suo impegno nella lotta alla lebbra fu definito “apostolo dei malati di lebbra”, inseriva la lotta alla lebbra in un impegno più ampio di lotta ad ogni forma di emarginazione e di ingiustizia e a un costante impegno per la pace.

Quest’anno la giornata mondiale dei malati di lebbra è dedicata in modo particolare all’Africa secondo le indicazioni del Papa: «l’Africa è un continente in cui innumerevoli esseri umani – uomini e donne, bambini e giovani – sono distesi sul bordo della strada, malati, feriti, impotenti, emarginati e abbandonati. Essi hanno bisogno estremo di “buoni samaritani” che vengano loro in aiuto».

Un lebbroso al minuto, forse due

Ogni minuto che passa, c’è un nuovo malato di lebbra nel mondo. Ogni giorno, oltre 2000 persone si ammalano di lebbra. Si stima che siano almeno altrettanti, quotidianamente, i casi non identificati.

In realtà nessuno può dire esattamente quanti siano i malati nel mondo. Quando si avviano piani di ricerca sui casi di lebbra in aree difficili da raggiungere, si continuano a scoprire tante persone affette dalla malattia, più di quanto non si pensasse. Tra loro, la percentuale dei bambini rimane alta. E questo significa che il livello d’infezione è alto.

La malattia è diffusa soprattutto in quella che viene definita la cintura di povertà. È un’area vasta del mondo in cui vivono un miliardo e trecento milioni di persone che sbarcano il lunario con meno di un euro al giorno.

La lebbra è curabile, ma non è curata

Da decenni, grazie a Dio e ai progressi della medicina, la malattia è perfettamente curabile. Ma ancora oggi sono tanti, troppi i malati che non sanno di cosa soffrono, né possono avere le cure di base per fermare la malattia e guarire. Dovunque, inoltre, questa malattia “bolla” le persone affette con il marchio indelebile del rigetto sociale. Anche se completamente guarite, restano socialmente emarginate. E guarire dalla cosiddetta lebbra sociale è un processo ancora più lungo di quello richiesto per la guarigione fisica.

Occorre tanta informazione, occorre soprattutto amore e sensibilità: «Con l’amore nulla è impossibile» ripeteva Raoul Follereau.

Il mondo occidentale, con un impegno minimo e un po’ di buona volontà, potrebbe debellare in poco tempo malattia e paura…

“Beati gli operatori di speranza”

N

el Vangelo di questa settimana risuona una parola inconsueta per tante persone: beati! Beatitudini che stridono con la condizione di sofferenza e di dolore che tante persone vivono anche in questo preciso momento. La felicità vera non deriva necessariamente da ciò che si sta vivendo. Essa nasce dalla presenza di Dio nel cuore della storia umana e nel cuore delle situazioni più disparate. Beatitudine è qualcosa che appartiene a Dio e che egli gratuitamente offre nella misura in cui crediamo che solo lui rende felici.

Ma c’è anche una felicità che noi possiamo offrire. Beati coloro che rendono felici gli altri con la loro vita, operando nella pace, nella misericordia e nell’amore.

E dove si trovano persone così speciali?

Esse non sono così distanti da noi, spesso ci sono molto vicine. Sono coloro che offrono un po’ di tempo, di energie, di competenze per quell’opera tanto bella che noi chiamiamo volontariato.

È un mondo che non occupa gli spazi della curiosità e delle cronache, ma che s’insinua nelle pieghe della società per irrorare speranza e amore dove non affluisce il calore della solidarietà. È un mondo che, anche se registra, come si faceva osservare domenica scorsa, nella giornata della “Misericordia”, una sensibile contrazione numerica, rimane vivo e quanto mai necessario oggi dove la cultura della gratuità si scontra con quella, di più larga risonanza, dell’interesse e del tornaconto. È proprio il caso di ripetere: “Beati gli operatori di speranza” che fanno entrare nel mondo lo stile di Dio.

 

Brevi note elaborate dal Consiglio Pastorale e inviate al Centro Diocesano sul documento “Comunità eucaristica per un mondo che cambia”

L

a nostra parrocchia ha fatto circolare, fin dai primi giorni di dicembre, la scheda dal titolo “Comunità eucaristica per un mondo che cambia” elaborata dalla Diocesi, che è stata oggetto di lettura e di riflessione da parte dei membri del Consiglio parrocchiale. Un primo confronto su tale documento si è sviluppato nella seduta del Consiglio parrocchiale del 9 dicembre, ma quello più ampio è avvenuto nella riunione del 20 gennaio. Di quanto emerso in questa riunione si riportano, in estrema sintesi, gli interventi espressi e riguardanti considerazioni, rilievi positivi o negativi.

C’è chi parla di consapevolezza da maturare in relazione al legame tra momento della celebrazione eucaristica e vita di tutti i giorni: si viene in chiesa per essere poi cristiani fuori. Un’ulteriore consapevolezza deve svilupparsi nella valorizzazione dei rapporti interpersonali e soprattutto familiari: essi riflettono quotidianamente una rivelazione della presenza di Dio. Si sottolinea anche il rischio costituito dalla controtestimonianza. Emerge pure l’importanza che i gruppi di ascolto possono assumere al fine di aiutare nella riflessione sulla parola proclamata durante le celebrazioni.

C’è anche chi rileva la difficoltà all’ascolto, conseguenza di una diffusa tendenza del nostro tempo a far prevalere la parola.

C’è poi chi parla di convinzione: per rendere efficace l’azione di evangelizzazione occorre essere convinti. Ed è sempre un atteggiamento di convinzione che porta a rendere gioiosa l’attesa della Messa per costruire sempre più una comunità.

Altre considerazioni riguardano il rispetto dei tempi: ci sono persone che, con la partecipazione alla Messa, ritengono di aver esaurito il loro modo di essere cristiani e altre che, pur desiderando vivere da cristiani, non riescono a partecipare. Appare difficile spiegare, in uno spirito di missionarietà, a chi non partecipa alla Messa che si può arrivare a questo traguardo in un momento successivo. C’è poi chi affida al coniuge (più frequentemente la moglie) il compito di avvicinare l’altro alla partecipazione.

Un’ultima riflessione porta a considerare la partecipazione alla Messa in un’ottica esperienziale più che dottrinale. Si riscontra una difficoltà diffusa a recepire il bisogno di Dio e si avverte che la partecipazione all’Eucaristia, se è priva del riconoscimento che la salvezza viene da Dio, si riduce ad una semplice abitudine.

Il Direttore del CPP Enrico Badii

Finisce con la festa della conversione di Paolo

Martedì 25 gennaio

la settimana di preghiera per l’unità dei cristiani.

L

a settimana di preghiera per l’unità dei cristiani che celebriamo ogni anno dal 18 al 25 gennaio può apparire a qualcuno un rito ripetitivo e quasi bugiardo. Quale progressi si sono fatti, in tanti decenni, nel cammino verso l’unità? Perché ricordarsi una settimana all’anno dello scandalo delle divisioni, per poi adattarvisi tranquillamente per il resto dell’anno?

C’è da ricordarsi che il cammino verso l’unità è difficile, per le incrostazioni, i risentimenti e i pregiudizi reciproci che le divisioni hanno creato nel corso del secoli. Per tanti secoli le chiese si sono divise, si sono estraniate ogni giorno di più, si sono ignorate, si sono anche combattute, infine hanno vissuto una vita del tutto separata le une dalle altre.

Il cammino di riavvicinamento è iniziato da nemmeno un secolo, eppure i rapporti tra le chiese sono cambiati in maniera radicale. Ormai tutti i cristiani si sentono parte di un’unica famiglia, il processo di riconciliazione è in atto, per mille vie diverse i cristiani e le chiese hanno imparato a conoscersi, a collaborare, a pregare insieme, ad affrontare insieme i problemi delle società di oggi. Per questo essi possono ormai da molti decenni celebrare insieme anche questa settimana per l’unità, riconoscendo in Cristo il principio e la sorgente della loro fede e della loro chiesa.

Cristo è appunto la roccia, il fondamento su cui è costruita la Chiesa. Cristo non è tanto da considerare il “fondatore” della chiesa, quanto il suo “fondamento”, attraverso il dono che egli fa di se stesso nel mistero pasquale, dal quale discendono il battesimo e l’eucarestia. Ora questo fondamento che costituisce la chiesa come corpo di Cristo già unisce in un solo corpo tutti i cristiani. “E nessuno può porre un fondamento diverso da quello che è già stato posto, Gesù Cristo” (1Cor 3,11).

Il capitolo terzo della prima lettera ai Corinti, proposto come base per la riflessione di tutta la settimana, parte dalla constatazione che nella comunità di Corinto ci sono delle divisioni, divisioni di cui abbiamo traccia in tutta la lettera. La presa di coscienza della gravità di questi disaccordi invita a riflettere sull’immaturità di questi fedeli, che si comportano come bambini o addirittura come lattanti, incapaci di superare le loro invidie e discordie (1Cor. 3,1-4). Riflettendo su quanto accadeva nella comunità di Corinto si può comprendere quanto spesso le divisioni attuali fra le chiese siano il segno e il frutto di una mentalità infantile, non ancora maturata nella fede, che dà importanza a ciò che ha poca importanza, e che è incapace di riconoscere il disegno di Dio, che ha stabilito l’unità della sua chiesa sul solido fondamento che è Gesù Cristo.

Il testo proposto alla meditazione prosegue invitando a relativizzare il ruolo degli evangelizzatori, degli apostoli. Che cosa è mai Apollo? Che cosa è Paolo? Essi sono soltanto dei collaboratori nell’opera del Signore, de servitori che devono condurre a Cristo. “Noi non predichiamo noi stessi, ma Gesù Cristo nostro Signore. Quanto a noi, siamo soltanto vostri servitori per amore di Gesù Cristo” (2Cor 4,5).

La tendenza naturale nell’uomo è quella di cercare di affermare se stesso e la propria comunità. Per questo Paolo non cade nella trappola dell’autoesaltazione e richiama invece severamente i ministri del Vangelo. Nessuno può pensare di appropriarsi della chiesa o anche soltanto della comunità che gli fa corona attorno. Cercare di farsi dei discepoli o dei seguaci in proprio sarebbe tradire il servizio del Vangelo.

Su questo punto le chiese cristiane possono interrogarsi: quando cercano di portare nel proprio seno dei cristiani che appartengono ad altre chiese, esse vogliono veramente servire il regno di Dio oppure intendono far crescere se stesse e la propria influenza?

In tanti altri ambiti le chiese cristiane sono invitate a interrogarsi, ambiti che in questa sede è impossibile anche solo enumerare: può bastare il detto di origine agostiniana e che è stato fatto proprio dal Concilio Vaticano II (U.R.4):

“Unità nelle cose necessarie, libertà nelle

cose non necessarie, carità in ogni caso”.

 

Festa in Parrocchia

con le…  “Badanti”

D

omenica pomeriggio ci siamo ritrovati insieme con queste giovani donne extra comunitarie, che svolgono il loro servizio di assistenza ad anziani malati nella nostra Parrocchia. Alcune sono venute con la persona che accudiscono, altre vestite secondo i loro costumi variopinti e molto belli. Sollecitate da alcune domande hanno fatto capire che non vogliono essere considerate straniere perché si sentono parte integrante della nostra società né essere chiamate “badanti”: magari “assistenti” o “collaboratrici” nomi che rispecchiano meglio le loro attività. In modo unanime hanno detto di trovarsi bene nelle famiglie dove prestano servizio, ma con tanta nostalgia del loro paese, dei loro cari lontani. Commovente la testimonianza di una giovane ventenne peruviana che con il suo lavoro mantiene la madre e cinque fratelli nel suo paese e quella di una ragazza moldava felice che la sua signora la chiami “bambina sua”. È seguito un rinfresco nel salone e il complesso “Arcinoti” ha rallegrato l’intero pomeriggio suonando e cantando.

Ci auguriamo che questi incontri possano verificarsi più di frequente, anche una volta al mese, come segno di solidarietà verso queste persone che svolgono un faticoso e indispensabile lavoro.

R. Anna

Testimoni dell’unità

N

ella società succede che per affrontare i problemi sempre più complessi i compiti e le responsabilità vengano suddivisi. I risultati sono più efficaci, più incisivi. Succede però che a volte, dopo un lungo cammino, si dimentichi, presi da mille interessi e da mille problematiche, il motivo per cui si era partiti, ciò che inizialmente ci sosteneva.

È troppo dire che tale dinamica può ripetersi anche nella nostra comunità parrocchiale?

A volte si perde il significato, il senso di ciò che si fa, del trovarsi, dell’operare, dell’aiutare, del mettersi a disposizione. Se in una famiglia i componenti compiono azioni di servizio, ma fra di loro non c’è comunione, non c’è unità, il loro fare è niente, sono “un bronzo che risuona o un cembalo che tintinna” (1Cor 13,1). Gli operatori, i gruppi, i singoli della comunità cristiana devono avere una visione complessiva di ciò che stanno facendo. Sentire che tutti stiamo lavorando nella stessa vigna. Ci accomuna un unico progetto, quello di Dio: “fare di Cristo il cuore del mondo”. La via per arrivare a questo disegno è costruire una comunità cristiana unita e testimone del Dio Amore.

Il Vangelo di oggi dice che in Gesù la predicazione del vangelo e la testimonianza della carità vengono portate avanti insieme. Non sono realtà distinte, ma sono modalità dello stesso amore per gli uomini:

“insegnando nelle loro sinagoghe e predicando la buona novella del regno e curando ogni sorta di malattia e di infermità nel popolo”

(Mt 4,23).

 

La stessa cosa vale per la chiesa:

“Se la comunità ecclesiale è stata realmente raggiunta e convertita dalla parola del Vangelo, se il ministero della carità è celebrato con gioia e armonia nella liturgia, l’annuncio e la celebrazione del Vangelo della carità di Cristo non possono non continuare nelle opere di carità testimoniata con la vita e col servizio”.

 

Una mentalità ecumenica

I

l saluto con cui Paolo si rivolge alla comunità cristiana di Corinto se lo rivolgono, con noi cattolici, tutti gli appartenenti alle comunità cristiane ortodosse, protestanti, anglicane. Tale saluto precede tutte le divisioni che, purtroppo, hanno spaccato i seguaci di Cristo e che tuttora non sono state ricomposte. È un indiscutibile saluto ecumenico, da tutti condivisibile. Tutti i seguaci del Vangelo dichiarano di ritrovarsi in questo augurio/saluto paolino.

La prospettiva di Paolo è suffragata dalle parole di Giovanni il battezzatore: “Ecco l’agnello di Dio, ecco colui che toglie i peccati del mondo”. Sono espressioni antecedenti i concili (e anche i dibattiti e le eresie cristologiche) che ci fanno chiedere come mai, affermata l’adesione a Cristo che ha patito ed è morto per la salvezza dell’umanità, poi ci si sia frantumati senza più riuscire nella “ricomposizione” nonostante momenti di ottimismo come quelli vissuti nel Concilio Vaticano II sfociati nel decreto Unitatis redintegratio.

In questa settimana dal 18 al 25 gennaio si celebra “l’ottava per l’unità dei cristiani”. Non è un’esperienza per specialisti o “addetti ai lavori”. Per «movimento ecumenico –scrive il decreto U. R.– si intendono le attività e le iniziative suscitate e ordinate a promuovere l’unità dei cristiani, secondo le varie necessità della chiesa e secondo le circostanze» (N. 4).

-Prima proposta: la corretta testimonianza evangelica: «Non esiste un vero ecumenismo senza interiore conversione» (N. 7).

-Seconda: l’unione nelle preghiere private e pubbliche per l’unità dei cristiani: «Debbono essere considerate come l’anima di tutto il movimento ecumenico e si possono giustamente chiamare ecumenismo spirituale» (N. 8).

-Terza: reciproca conoscenza: «bisogna conoscere l’animo dei fratelli separati. A questo scopo è necessario lo studio e bisogna condurlo con lealtà e benevolenza. I cattolici, debitamente preparati, devono acquistare una migliore conoscenza della dottrina e della storia, della vita spirituale e liturgica, della psicologia religiosa e della cultura propria dei fratelli» (N. 9).

-Quarta: la cooperazione nella solidarietà e nella carità: «la cooperazione di tutti i cristiani esprime vivamente l’unione già esistente tra di loro e pone in piena luce il volto di Cristo servo» (N. 12).

Ricordare questi orientamenti significa porre precise domande alle comunità cattoliche nelle loro varie componenti allo scopo di risvegliare in tutti il desiderio dell’unità in Cristo. Il tema dell’«ottava» di quest’anno, anch’esso concordato tra i responsabili delle confessioni cristiane, è: “Cristo unico fondamento della Chiesa”, esso richiama l’affermazione di Paolo: «Nessuno può porre un fondamento diverso da quello che già si trova, che è Gesù Cristo» (1 Cor 3,11). La base solida dei rapporti tra i cristiani è la loro comune partecipazione alla vita di Cristo per il Sacramento del Battesimo, e davanti a questa unità fondamentale ogni divisione storica risulta secondaria: una ferita, ma non mortale.

Sull’unico fondamento – Cristo – comune a tutti i cristiani è necessario alimentare l’unità che già c’è mediante una salutare tensione verso quell’unità che ancora manca: l’unità perfetta per cui Cristo pregò durante la Cena e che rispecchia sulla terra l’unità di Dio in cielo, «perché tutti siano una cosa sola. Come tu, Padre, sei in me e io in te, siano anch’essi una cosa sola, perché il mondo creda che mi hai mandato» (Gv 17,21).

 

IL TEMPO ORDINARIO

C

on questa domenica inizia il tempo ordinario. A volte può scattare una sorta di rifiuto per tutto ciò che sa di ordinario. Lo colleghiamo immediatamente a qualcosa di già fatto, risaputo, che stancamente si ripete. Per non usare poi altre espressioni che appiattiscono il nostro vivere come “routine”, “la solita minestra”, “il tran tran di ogni giorno”… Per una mamma è svegliare i propri figli, portarli a scuola, rifare i letti, uscire per la spesa, preparare i pasti… Per un babbo è partire ogni mattina per il lavoro, l’incontro con i colleghi, le pratiche e le mansioni che ogni giorno si ripetono…

La maturità di una persona viene misurata dalla capacità di restare là dove si trova, là dove ogni giorno vive. È facile cadere nel pericolo di non porre più attenzione e cura in un’azione che si ripete o nella relazione o nella persona che quotidianamente incontro e con la quale passo insieme parecchie ore.

Nell’ordinario siamo chiamati a fare quello che Giovanni Battista ricorda oggi nella Parola proclamata. Egli è colui che riconosce Cristo, la sua presenza fra gli uomini: “Ecco colui che toglie i peccati del mondo”. Ecco colui che fa vivere e che dà pienezza alle cose e alle vicende, spesso sbiadite della consuetudine. La sfida dell’essere cristiani è rendere testimonianza di una presenza che rigenera e dà calore e vita. È il tempo dell’ordinario, il tempo del quotidiano vivere, che segna la capacità di amare e d’incarnare il Vangelo di Cristo. Guai a dare per scontato o per risaputo ciò che giornalmente viviamo. Esso è sempre sorpresa, meraviglia, novità. Non c’è niente nella vita che non abbia un significato segreto, profondo, vero, anche e soprattutto dietro le situazioni di ogni giorno. Non è facile rompere il velo del quotidiano e così scorgere la storia dell’amore di Dio su di noi, ma questa è anche la ricetta del nostro “fare bene” ciò che stiamo facendo. Dovremmo riscoprire la dimensione feriale della carità che si manifesta nelle piccole cose, in gesti minimi, ma che sono indispensabili per far comprendere una vicinanza e un amore che ci raggiunge con assoluta gratuità e generosità.

Si racconta che un giovane studente desideroso di impegnarsi per il bene dell’umanità si presentò a san Francesco di Sales e gli chiese: “Che cosa devo fare per la pace del mondo?" San Francesco di Sales gli rispose sorridendo : “Non sbattere la porta così forte…” Anche un così piccolo gesto può essere riempito di quell’amore che precede e sostiene ogni grande scelta.

C’è una parola che dovremmo scrivere in ogni ambiente che frequentiamo: attenzione. Attenzione a chi vive con noi, alle necessità di chi vive lontano da noi. Attenzione a come preghiamo, alla parola di Dio e alla parola degli uomini. Attenzione per andare al di là di ciò che si vede, al di là del quotidiano e dell’ordinario.

La giornata del dono”

L

a nostra comunità, sensibile come sempre alle necessità emergenti, ha risposto in maniera encomiabile all’appello di aiuto “gridato” dalle immagini terrificanti provenienti dal Sud-est asiatico. “La giornata del dono” introdotta da diversi anni nella nostra comunità per la festa dell’Epifania per educare tutti al dovere-bisogno della riconoscenza per tutti i doni ricevuti, si è trasformata quest’anno in una intensa “giornata di condivisione e di solidarietà”.

La somma offerta contenuta nelle buste presentate al momento offertoriale delle varie celebrazioni eucaristiche è stata di 3.377,30 €uro.

Altri fedeli, impossibilitati a partecipare in parrocchia alla Messa del 6 gennaio hanno consegnato complessivamente 560,00 €uro.

Il concerto Gospel tenuto la sera della vigilia dell’Epifania ha permesso di raccogliere 1.281,70 €uro.

La somma raggiunta – 5.219,00 €uro - e arrotondata di 1.781,00 €uro ricavati dalla mostra-mercato dei lavori femminili, è stata trasmessa e consegnata alla Caritas Diocesana per complessivi 7.000,00 €uro.

Pubblichiamo un brano dall’omelia del cardinale Antonelli del 31 dicembre 2004,

durante la tradizionale Messa di ringraziamento in Cattedrale.

 

Tante domande senza risposta ma non possiamo processare Dio

Q

uest’anno 2004 si conclude con la tremenda catastrofe che ha colpito il sud-est asiatico.

L’immane tragedia non può non coinvolgerci intensamente. Di giorno in giorno ingigantiscono le sue dimensioni per il numero dei morti e dei feriti e per le rovine e le devastazioni. Un senso di sgomento e di angoscia ci attanaglia il cuore. Come cristiani ci sentiamo provocati alla solidarietà, alla preghiera e alla riflessione.

In situazioni come questa riemergono dal profondo dell'anima gli interrogativi di sempre.

Perché tante sofferenze? Perché la morte? Perché tanti innocenti (bambini) tra le vittime? Dov'è Dio? Dov'è l'Amore infinitamente misericordioso? Dov'è il Padre che Gesù ha rivelato?

Proprio la Croce di Gesù Cristo ci dice quanto Dio sia solidale con l'umanità peccatrice e soggetta al dolore e alla morte. Gesù, condividendo l'amore del Padre per noi, ha preso su di se il peso dei nostri peccati e delle nostre sofferenze. Ci ha dunque rivelato che Dio «soffre» con chiunque è afflitto dal male. Inoltre Dio misericordioso è anche onnipotente. La risurrezione di Gesù ci ha assicurato che Dio ci libera dalla morte, facendoci passare attraverso di essa per condurci alla vita eterna. Accende così in noi la speranza e ci infonde il coraggio per portare la croce dietro a Gesù.

Se Dio non esistesse o non ci amasse, il male sarebbe senza rimedio. La morte avrebbe l'ultima parola. Non ci potrebbe essere nessuna speranza di liberazione e di salvezza, nessuna speranza neppure per le vittime innocenti.

Qualcuno però potrebbe obiettare: se Dio è misericordioso e onnipotente, perché non ci preserva dal dolore e dalla morte, invece di aiutarci a passare attraverso di essi? Non sarebbe meglio impedire il male preventivamente? Perché lo permette? La risposta è: non lo sappiamo. Dio ci ha rivelato in Gesù Cristo che il suo è un disegno di amore e, in definitiva, di felicità. Tuttavia le modalità concrete di attuazione rimangono imperscrutabili e misteriose. Nella Bibbia il libro di Giobbe sta a dirci che è lecito sfogarsi con Dio ed esprimere davanti a lui la nostra angoscia; ma è insensato volerlo mettere sotto processo come anche cercare di difenderlo con le nostre povere giustificazioni.

Questa vita terrena è un grande dono, ma è limitata e provvisoria. Siamo posti in un mondo che si trasforma incessantemente, condizionandoci in senso positivo e negativo, mettendoci davanti opportunità e ostacoli.

Tutto questo ci consente di esplicare la nostra libertà sia nel fruire i beni sia nello sfidare i mali. Possiamo così avere una storia personale e collettiva e cooperare con Dio all'edificazione del suo Regno. Siamo chiamati ad accettare sia le opportunità che le sfide, lodando Dio sempre e dovunque.

XArcivescovo di Firenze

 

Dio è…   dalla nostra parte

Non è facile riconoscere Gesù in mezzo a quella folla di peccatori che, sulle rive del Giordano, chiedono di essere battezzati da Giovanni.

Uno come tanti. Uno come noi. Tra quelle persone che chiedevano conversione e perdono il nostro Dio vuole confondersi. Un gesto programmatico per dire nei fatti quali fossero le persone che più gli stanno a cuore. “Non sono venuto a chiamare i giusti, ma i peccatori”. Un impegno vissuto con fedeltà e con un alto rischio a causa dell’impatto che questa sua predilezione aveva per la cultura del tempo: “I farisei e gli scribi mormoravano: costui riceve i peccatori e mangia con loro” (Lc 15,2).

La chiesa è testimone di Cristo e portatrice del suo Vangelo di misericordia. Là dove la società punta il dito, la comunità cristiana porge una mano tesa. Là dove spesso l’opinione pubblica lancia, non solo la prima pietra,ma una fitta sassaiola, il cristiano, con la sua comunità, apre la porta per una incondizionata e gratuita accoglienza.

Una grande sfida interpella ogni giorno la comunità cristiana, chiamata a ripresentare il volto misericordioso del Padre e un segnale di speranza a chi ricerca la verità e a chi ha bisogno di riscoprire il senso di Dio e del suo amore e con ciò anche il senso del peccato.

Gesti di accoglienza e di fraterna vicinanza – tra cui amiamo ricordare quello di domenica prossima verso le “badanti”, persone provenienti da vari paesi – compiuti nel rispetto del loro vissuto, possono diventare germi di speranza e di vita in chi sperimenta la profonda solitudine di una situazione o di un giudizio che emargina.

In silenzio con se stessi per ascoltare il Verbo

La quasi coincidente festa della divina maternità di Maria con la seconda domenica di Natale che ripropone il prologo di Giovanni (già ascoltato alla Messa del giorno propria di Natale) ci sollecita a meditare ancora una volta sull’atteggiamento di ascolto di Maria nei confronti del Verbo che comunica il mistero di Dio.

La premessa è che poche cose ci dicono gli evangelisti della Vergine Maria e che la fantasia popolare, già a ridosso delle prime generazioni cristiane (lo testimoniano i Vangeli Apocrifi) ha cercato di supplire a questa carenza di notizie inventando una serie di pie leggende che talvolta hanno lasciato tracce nella stessa pietà popolare. Per questa via, tuttavia, si è raggiunta soltanto la superficie del mistero di Maria, non si è penetrati nel suo nucleo profondo, costituito dall’ascolto e dalla meditazione della Parola: delle scritture ebraiche, certo, ma anche dei “segni” che uno dopo l’altro avevano modificato radicalmente la sua vita, dall’annunzio dell’angelo all’incontro con Elisabetta, al canto dei pastori.

Decifrare questo complesso di segni era il difficile compito di Maria e proprio per questo le era necessario porsi in atteggiamento di raccoglimento e di preghiera. Soprattutto in questo Maria è per noi tutti un modello di vita. Grazie alla sua capacità di “custodire la Parola” e lo stesso Verbo di Dio, Parola di Dio fattosi uomo, essa è da oltre quindici secoli venerata come Madre di Dio e, a partire dal Concilio, anche come “Madre della Chiesa” che può nascere e crescere solo nell’ascolto della Parola.

Il carisma di Maria è in qualche modo anche il nostro: ognuno di noi è chiamato a sua volta a custodire la Parola che gli è stata annunziata, in relazione alla sua situazione di vita, alla sua età, alla sua specifica vocazione. Perché questo dono possa pienamente esplicarsi, occorre sapere fare silenzio in se stessi per porsi in ascolto del Verbo.

 

Dio ci benedice

Il nostro cammino dell’anno inizia nel segno di Maria, Madre di Dio. Ci conduce sul cammino l’esortazione del salmo “Dio ci benedica con la luce del suo volto” feconda di serenità e speranza.

Dio ci benedice, Abramo e Mosè ci benedicono, lo sguardo dell’altro può benedirci. In famiglia, in comunità, nel lavoro, nelle relazioni, benedirci con le parole e con i pensieri è il gesto che ci rivela nella nostra identità di figli e di fratelli: io ti benedico, tu sei benedizione per me!

Il breve versetto del salmo 66 ci offre un’immagine di estrema intimità: “Dio ci benedica con la luce del suo volto”. Quanti messaggi passano per il volto! Basta un sorriso, uno sguardo, per dire “ti voglio bene”, “sei importante per me”, “sono qui”. Oppure “questo non va”, “proprio non capisco”.

In famiglia in particolare si vivono dei piccoli gesti, delle semplici espressioni che rivelano i sentimenti dell’altro, il suo amore. Le parole sono spesso insufficienti per esprimerci nella nostra umanità: abbiamo bisogno di un sorriso, di un fremito, di ascoltare la tensione della voce. Auguriamoci che si realizzi una comunicazione aperta di chi alle maschere preferisce la sfida della trasparenza, una comunicazione confidente e profonda di chi sa usare il silenzio e dare il giusto peso alle parole.

E che a nostra volta sappiamo benedire la vita, il futuro, la storia, perché il nostro cuore si apra alla speranza. “Nella pienezza del tempo Dio mandò suo Figlio” nella nostra storia, nel nostro quotidiano per renderlo tempo propizio, tempo della grazia, luogo di rivelazione del progetto di Dio sull’uomo.

Dio continua a benedirci nello scorrere dei giorni, nel fluire del tempo, invitandoci a cercarlo con attenzione e ad accoglierlo nello stupore che si fa lode.

Accogliere la benedizione di Dio sulla nostra vita vuol dire guardare al proprio futuro con un sorriso, certi di poter accogliere la sfida del tempo che passa senza paura, perché il vero amore continuerà ad essere nuovo ogni giorno, capace di non avvertire più di tanto il peso degli anni, le sofferenze della vita e le esperienze che si accumulano.

E se ci sarà dato ancora di dare nuove vite se siamo genitori, o di arricchirle di grazia se ne siamo ministri, continuiamo a trasmettere loro questo messaggio di speranza: il futuro non è solo incerto e confuso, si può benedire anche il futuro perché su di esso vigila il Signore. Il futuro è come il grembo della Madre, fecondo di vita nuova.

 Buon Anno: perché sono buoni gli anni e i giorni vissuti nella speranza!

La festa del dono

Istituita in parrocchia da diversi anni per sensibilizzare i fedeli circa il bisogno-dovere, di esprimere gratitudine verso la comunità cristiana da cui riceve e a cui reca tanti “benefici” in un meraviglioso scambio di doni, non possiamo coglierla solo come opportunità per “guardare le cose di casa nostra” e limitarci a considerare le nostre urgenze. Saremmo ciechi a non vedere le immagini apocalittiche di questi giorni e a non recepire le necessità di aiuto per i superstiti del cataclisma del Sud-Est dell’Asia.

Per questa ragione, sollecitati anche dal Papa, che già nella preghiera dell’Angelus di domenica 26, ha “chiesto aiuti immediati per le popolazioni colpite dal terremoto”, intendiamo finalizzare la Giornata della carità programmata per la festa dell’Epifania, 6 gennaio, a raccogliere fondi da inviare alle popolazioni colpite attraverso la Caritas, canale certamente affidabile.

Mi pare utile più di qualsiasi moralistica riflessione la conclusione di un articolo a firma di Umberto Galimberti apparso su un quotidiano.

“Queste sono le due domande che il maremoto del sud est asiatico ci pone:

  Che rispetto abbiamo della natura noi uomini della tecnica che la visualizziamo solo come materia prima? Non c’è nessun nesso tra l’incedere impetuoso dei nostri dispositivi tecnici e lo sconvolgimento dell’acqua e della terra in quell’area del mondo che è stata l’India e l’Indonesia, ma un monito sì. Non dimentichiamo la potenza della natura e non abituiamoci a pensare che essa non è che materia prima, o deposito di rifiuti.

2ª Che rispetto abbiamo degli altri uomini, e che soccorso diamo a loro noi, ricchi della terra, che ammiriamo la loro natura nel passatempo delle nostre vacanze?”

Se sapremo rispondere a queste due domande con sincerità non fermeremo né i terremoti né i maremoti, ma eviteremo che per gran parte dell’umanità, ogni sussulto della terra sia strage.

Le offerte che ci sentiamo di fare per i sinistrati le potremo porre nelle buste preparate e portare al momento offertoriale delle varie celebrazioni della festività dell’Epifania.

Con Giuseppe

verso il Natale

L

’uomo che cammina in punta di piedi. È così che Giuseppe si presenta nel vangelo, quasi a non voler distrarre il nostro sguardo su Maria e su Gesù. Giuseppe nel vangelo non parla, lascia parlare gli altri, lascia parlare i fatti. Lui è lì, pronto a prendere sul serio i messaggi di Dio spediti nei sogni e ad eseguire con fedeltà ordini di scelte, spostamenti e viaggi incomprensibili.

Solo una breve pennellata legata a un aggettivo ci dà il tono e lo spessore di questo uomo così schivo, ma anche così determinante. Di lui abbiamo solo un attributo che lo caratterizza e lo definisce: giusto.

Di Giuseppe possiamo solo dire che era giusto. Altre sue caratteristiche o particolarità ce le possono aggiungere solo registi o letterati.

A noi però ci basta quel giusto. Un essere giusti che supera perfino la legge e si fa carico dell’umanità più debole e indifesa ed entra nell’unica legge del cristiano: quella dell’amore.

Dovremmo imparare a saper coniugare giustizia e carità come facce di una medesima medaglia. Fare giustizia è già un atto d’amore.

Un decreto conciliare ci ricorda che “siano innanzitutto adempiuti gli obblighi di giustizia, perché non si offra come dono di carità ciò che è dovuto a titolo di giustizia” (A.A. n. 8).

Fare carità attraverso la giustizia è ricordarsi del forte squilibrio che c’è fra chi ha oggi la mensa piena e chi invece non riesce neppure a mangiare le briciole che cadono dalla tavola.

Già sant’Agostino ci metteva in guardia: “Abbandonata la giustizia a che si riducono i regni, se non a grandi latrocini?” La terra in cui viviamo può garantire a tutti gli abitanti una vita dignitosa se ci fosse una più giusta distribuzione dei beni. La sproporzione di ricchezze fra noi e una grossa fetta del mondo è un grido a Dio per un’ingiustizia macroscopica per la quale spesso non sentiamo nemmeno il rimorso.

Per la verità da tempo comunità cristiane e famiglie sono attente a vivere la carità come forte senso di giustizia. Esse si aiutano, prelevando dal proprio reddito una percentuale da offrire a chi ha meno, sia che si trovi nel sud del mondo o nel proprio mondo. Tante altre forme e iniziative vengono promosse e attuate da tanti volontari sensibili e attenti a queste problematiche. Anche l’iniziativa appena nata a Sesto della vendita dei prodotti del commercio equo e solidale rientra in questo spirito e in questo scopo. C’è solo da augurarsi che la cerchia dei “benintenzionati” si allarghi e anche per questo vogliamo fare nostra questa preghiera:

“Signore ho sentito stanotte il tuo grido.

Non era un sogno, ma l’appello incessante di popoli che chiedono di essere guardati e non dimenticati nelle loro sofferenze.

Tu che ti fai voce di coloro che non sono difesi nei loro diritti fa’ che, animati dalla giustizia e dalla carità, possiamo rivolgere occhi e cuore alla loro attesa.

Ricordaci che anch’essi fanno parte della tua famiglia e chiedono come i nostri cari, la dignità di un posto a tavola.”

Leggere i segni

A

 pochi giorni dal Natale siamo ormai sommersi dai segni che ci seguono implacabili. Segni di festa, di luce di abbondanza, di bontà e anche di solidarietà e condivisione. Impossibile non accorgersi che sta arrivando Natale. I segni forse hanno preso il sopravvento sull’evento, con il rischio che, alla fine, non è il mistero dell’incarnazione che attendiamo, ma i suoi segni più o meno mondani.

Ben conoscendo questo pericolo, Dio, per bocca di Isaia dice: “Vi darò un solo segno e sarà diverso da quello che voi tutti aspettate: vengo tra voi, vengo come voi, vengo in voi”.

Giuseppe davanti a tutto questo rimane prima sorpreso ma, giusto com’è, da uomo cioè che cerca la volontà di Dio, riflette, pensa, e poiché pensa non rifacendosi solo al proprio interesse, può anche ascoltare l’angelo, l’annunciatore di Dio: “Non temere Giuseppe, sei in mezzo all’avverarsi della profezia, fai parte del progetto di Dio, sei mattone della storia della salvezza, autentico figlio di David”.

Allora il segno acquista senso e si arriva al cuore del messaggio: “L’Emmanuele, il Dio con noi”.

E anche Paolo, servo di Cristo Gesù, è uomo capace di leggere i segni, la storia di Israele, le Scritture, per arrivare al nocciolo: il Figlio di Dio nato secondo la carne e risorto dai morti, nostro Signore.

Ecco allora che di fronte al dono che ci prepariamo ad accogliere, l’invito di questa domenica è di allontanare veramente da noi tutti i segni fuorvianti per essere uomini e donne di una generazione che cerca il volto di Dio, e lo cerca col cuore del giusto e del servo, pronti a trovarlo, pronti a vedere il Dio-con-noi.

Se visto, questo Signore, non lascia che la nostra vita continui come prima: egli ha uno sguardo così forte che trascina e quasi impone la sua strada, la strada di chi nasce in una mangiatoia. Forse proprio per questo tante volte sentiamo la tentazione di fermarci ai segni, senza accoglierne il significato.

Possiamo resistere a questa tentazione, lasciandoci guidare dall’angelo…

 

 

“Sono felice non perché ho le cose che amo, ma perché amo le cose che ho”.

Alla soglia del santo Natale questa frase di Leone Tolstoy ci aiuta ad aprire gli occhi di fronte alla preziosa e nuda semplicità della stalla di Betlemme. Quanti affanni, quante preoccupazioni per avere le cose che speriamo ci rendano felici. Maria ci offre l’unico regalo che può procurarci la gioia: un bambino nudo in una stalla.

Il segreto della vera gioia non sta nelle cose che accumuliamo fra le nostre mani, ma in quella presenza che portiamo dentro il nostro cuore.

Casella di testo: Anno Eucaristico
Con la 1a domenica di Avvento 
è iniziato l’anno Eucaristico 
indetto dal Papa in preparazione 
al 24° Congresso Eucaristico Nazionale che si celebrerà a Bari dal 21 al 29 maggio 2005. Parlare dell’Eucarestia e tendere ad essere una comunità eucaristica, come della Cei “Il volto Missionario della Parrocchia in un mondo che cambia” propone, 
può sembrare  un tema scontato 
e un traguardo… “impossibile”, 
se non si parte col piede giusto.
Per questo amiamo richiamare alcune sottolineature che si ritrovano nel documento citato e nelle schede preparate dal Consiglio Pastorale Diocesano e che saranno oggetto di approfondimento nella prossima riunione  del Consiglio Parrocchiale 
di giovedì 9 dicembre.
Conoscere Gesù

O

gni generazione cristiana che succede alla presente tocca il compito di “comprendere” il mistero dell’incarnazione, di viverne la logica e di testimoniarla con semplicità e convinzione tutti giorni e in tutte le situazioni.

E, poiché siamo generazioni concatenate, potrebbe essere interessante analizzare che cosa, di generazione in generazione, ci raccontiamo sul Natale.

Però, dopo di aver narrato a vicenda come sono stati i nostri Natali, dovremmo anche essere capaci di dare spazio alla verifica se e come il Natale di Gesù Cristo ha inciso sulla vita di ciascuno di noi, sull’ambiente sociale ed ecclesiale in cui siamo inseriti e in cui viviamo. Uno spunto per tale verifica lo offre san Paolo: “Il Dio della perseveranza e della consolazione (non sono questi i due tipici doni dell’incarnazione?) vi conceda di avere gli uni verso gli altri gli stessi sentimenti ad esempio di Cristo Gesù, perché con un solo animo e una voce sola rendiate gloria a Dio, Padre del Signore Nostro Gesù Cristo”.

Ecco il parametro per valutare l’incidenza dei precedenti “Avvento” e “Natale”! Verificare lo stadio cui è giunta la nostra conformità a Gesù: puntualizzare il personale e comunitario cammino di conversione. Potremmo dirci a vicenda: “Come è cambiata dallo scorso Natale la nostra vita? Non basta aver celebrato. Abbiamo cercato di conoscere meglio Gesù, Vangelo vivente?”

Dal momento dell’incarnazione ha inizio per il cristiano il dovere della “imitazione” di Cristo, che è proprio l’antico cammino di conversione da percorrere.

Ma conosciamo Gesù Cristo? Chi è Gesù Cristo per noi? Quesiti permanenti che l’Avvento e il Natale rendono più attuali e stimolanti.

La colletta di oggi esprime con altre parole il contenuto di quella conversione a cui la liturgia di questa seconda domenica di Avvento la sollecita: “Dio dei viventi, suscita in noi il desiderio di una vera conversione, perché rinnovati dal tuo Santo Spirito sappiamo attuare in ogni rapporto umano la giustizia, la mitezza e la pace, che l’incarnazione del tuo Verbo ha fatto germogliare sulla nostra terra”.

Se questi tre valori: giustizia, mitezza e pace, sembrano tanto lenti a fiorire e a maturare non si può darne colpa allo Spirito: a renderlo infecondo è solo l’opposizione e l’indolenza dell’uomo…

Il “sì” di Maria

Dire sempre di può risultare difficile se non controproducente. A volte può essere sinonimo di debolezza, perché un no potrebbe avere conseguenze spiacevoli per chi lo dice. Dire dirichiede fedeltà e continuità, componenti che spesso appaiono latitanti nelle scelte definitive e importanti di tante persone. Eppure sono i che il più delle volte costruiscono il nostro futuro e permettono di crescere dentro la fedeltà di una scelta. Anche Maria ha accettato tutta la portata  del suo sì, del suo “eccomi”. Unche ha sconvolto la sua e la nostra storia. Unche ha dovuto combattere tanti no dettati dal buon senso e dalla ragione umana.

Maria ha insegnato la forza e le conseguenze deia Dio e al suo amore. Con unMaria ha consentito che Dio entrasse nella sua vita tanto intimamente da divenire sua carne. Anche noi, con i nostriall’amore, possiamo dare carne oggi alla presenza di Dio in una testimonianza di carità concreta e visibile.

Se ci guardiamo con un po’ di sincerità riconosceremo che sono iche riempiono la nostra vita. Quando invece diciamo no: no all’incontro, no al dialogo, no al perdono, no all’accettazione dell’altro, veniamo svuotati di una possibilità di pienezza e ci lasciamo alle spalle incomprensioni e rancori.

Quando un suo amico chiese a don Benzi, fondatore della Comunità Giovanni XXIII, come avesse fatto per diventare una persona così carica di amore e di carità, lui candidamente rispose: “ Dicendoa ogni occasione di bene che il Signore mi presentava”.

Diciamo il nostroall’amore quotidiano, quello che entra per le finestre della ferialità e per le porte del presente: avremo la gioia anche noi come Maria di sentirci appagati perché umili servi del Signore, servi dell’amore.

C’è bisogno di uomini e donne delche si rendono disponibili alle esigenze e alle richieste all’interno della nostra comunità.a lavorare insieme per offrire il vero volto della chiesa, umile serva di Dio e dell’uomo.

Preghiera

Maria, donaci il coraggio di dire sì a chi ci chiede compagnia e tempo. Fà che crediamo che chi ci ha rubato un po’ del nostro tempo su questa terra, ce lo ridonerà come tempo di amore che non si consumerà per tutta l’eternità.

Maria, donaci la saggezza nel dire sì affinché possiamo cogliere nel nostro gesto di disponibilità quel Regno di amore che tuo Figlio ha portato e che avanza con la forza dello Spirito Santo, ma che aspetta anche la nostra collaborazione perché venga attuato tra gli uomini.

 

Ogni Domenica in ogni parrocchia, il popolo cristiano è radunato da Cristo per celebrare l’Eucarestia , in obbedienza al suo mandato: “Fate questo in memoria di me”.

Ä      “Culmine dell’iniziazione cristiana, l’Eucarestia è alimento di vita ecclesiale e sorgente della missione”.

Ä      “La vita della Parrocchia ha il suo centro nel giorno del Signore e l’Eucarestia è il cuore della domenica. Dobbiamo “custodire” la domenica e la domenica “custodirà” noi  e le nostre parrocchie, orientandone il cammino, nutrendone la vita…”.

Don Mario insieme al fratello don Arturo, commossi, ringraziano i fedeli della comunità che hanno voluto significare la propria vicinanza e solidarietà per la morte della sorella: con la preghiera, con la partecipazione alla Messa, con gli scritti, con la presenza al funerale.    Sono grati a tutti.

il primo momento  dell’Anno Liturgico:

L’Avvento

Con la prima Domenica di Avvento ha inizio il nuovo Anno liturgico, lungo il quale la Chiesa “presenta tutto il mistero di Cristo dall’Incarnazione e dalla Natività fino all’Ascensione, al giorno di Pentecoste e all’attesa della beata speranza e del ritorno del Signore” (Costituzione Sacra Liturgica, 102). Luogo privilegiato della presentazione del mistero di Cristo è sempre la celebrazione eucaristica nell’assemblea domenicale dove i credenti ascoltano la Parola del Signore e offrono se stessi a Dio.

L’Avvento, primo tempo dell’Anno liturgico, ci prepara alla celebrazione della nascita del Signore (Natale) e alla sua manifestazione come Signore della storia (Epifania). L’Avvento ha anche una sua profonda connotazione escatologica: ci orienta, alla seconda venuta del Signore, quella che la Bibbia chiama fine dei tempi e compimento definitivo del Regno di Dio.

Su questa duplice “venuta” (come significa il termine adventus) sono impostate le letture bibliche e le collette di questa prima tappa dell’anno liturgico. Infatti il lezionario e il Messale privilegiano nelle prime settimane il tema della “seconda venuta” per poi dedicare gli ultimi giorni (a partire dal 17 dicembre) alla preparazione immediata al Natale del Signore.

Le caratteristiche del tempo di Avvento sono perciò dettate dalla liturgia stessa.

L’Avvento è il tempo dell’attesa: attesa della salvezza definitiva e del compimento del Regno predicato da Gesù; attesa del giudizio del Signore e della sua venuta nella Gloria.

Attesa fatta di invocazione, di fiducia, di speranza, di santa collera.

L’Avvento è il tempo della vigilanza: tra la prima e la seconda venuta di Gesù si colloca il tempo della Chiesa, durante il quale essa è chiamata a tendere verso il Regno senza cedere alle tentazioni, senza fermarsi o assopirsi o a voltarsi indietro. La vigilanza è l’atteggiamento che caratterizza il tempo della Chiesa pellegrina nel mondo.

L’Avvento è il tempo della preghiera: mentre la Quaresima ha un carattere prettamente penitenziale, l’Avvento esprime invece una nota di gioia e di serenità. La preghiera della Chiesa è rivolta in questo tempo con fiducia al Signore che è venuto e che verrà, che è presso il Padre ma è anche presente nella sua comunità che lo prega. In questa preghiera la Chiesa fa propria la preghiera dell’attesa messianica di Israele e imita l’atteggiamento fiducioso di Maria, di Giuseppe, di Giovanni Battista, dei profeti e dei grandi personaggi biblici che anticipano e prefigurano il Messia che viene.

L’Avvento, è bene ricordarlo, è il vero tempo mariano: nel contesto della duplice venuta di Gesù, Maria acquista la sua vera grandezza di credente, di discepola, di Madre di Dio e della Chiesa, in cammino verso la seconda venuta del Suo Signore.

Questi semplici richiami a come vivere l’Avvento si possono considerare come un prolungamento di quelli preziosi che ci è stato dato di ascoltare nel corso degli Esercizi Spirituali appena conclusi.

 

Col nuovo Anno Liturgico Nuovo Rito del Matrimonio

Non è solo una “formula da hall di albergo: io accolgo…” la novità che viene introdotta proprio oggi, prima domenica dell’anno liturgico, nell’ambito della riforma del Rito del Matrimonio. Esso fa parte di una sequenza di innovazioni ben più significative, che, data la limitatezza di spazio amiamo così sintetizzare:

  1. L’inserimento della memoria del Battesimo;
  2. L’inserimento delle litanie dei Santi;

3.      La possibilità di anticipare la benedizione nuziale dopo il consenso e lo scambio degli anelli.

1)      La memoria del Battesimo mette in luce il fondamento teologico dell’atto del consenso. È in forza del loro sacerdozio battesimale che gli sposi, attraverso i gesti e le parole del consenso e degli anelli, partecipano al mistero dell’alleanza pasquale e sono ministri del Sacramento. Il consenso è la risposta degli sposi ad una parola di amore che li precede: la scelta libera degli sposi si fonda sul dono battesimale che li ha iniziati alla possibilità di amare. E così appare chiaro che lo stato matrimoniale è il modo proprio con cui gli sposi vivono la grazia battesimale e perfezionano la loro identità cristiana.

2)      Le litanie dei santi; già presenti nella celebrazione di alcuni sacramenti (battesimo, ordinazione) e in altri riti particolari (professione religiosa e monastica), manifestano e attuano la dimensione ecclesiale del matrimonio: la preghiera litanica, infatti, realizza la comunione della chiesa totale, quella pellegrina e quella gloriosa. Tutta l’assemblea si fa solidale con gli sposi, implorando per loro l’intercessione di quelle persone che hanno testimoniato sulla terra fedeltà nell’amore sponsale. La presenza delle litanie, in cui si invocano i santi che hanno vissuto l’esperienza coniugale (Gioacchino e Anna, Zaccaria e Elisabetta fino… a Giovanna Beretta Molla) evidenzia il valore del sacramento del matrimonio in rapporto con gli altri stati di vita.

3)      La possibilità di anticipare la benedizione nuziale dopo il consenso e lo scambio degli anelli sottolinea, nella stessa forma rituale, la connotazione trinitaria del matrimonio.

Per quanto riguarda gli adattamenti dei testi è opportuno richiamare anche solo quello che riguarda la manifestazione del consenso.

In esso l’espressione precedente “Prendo te…” è stata sostituita con: “Ti accolgo…” che, insieme all’aggiunta “con la grazia di Cristo” permette di caratterizzare l’esperienza del consenso come la risposta a un dono e non come una presa di possesso.

Compare anche una nuova formula per la manifestazione del consenso: Sposo: “N…, vuoi unire la tua vita alla mia, nel Signore che ci ha creati e redenti?” Sposa: “Sì, con la grazia di Dio, lo voglio. E tu, N…, vuoi unire la tua vita alla mia, nel Signore che ci ha creati e redenti?” Sposo: “Sì, con la grazia di Dio, lo voglio.” Insieme: “Noi promettiamo di amarci fedelmente, nella gioia e nel dolore, nella salute e nella malattia, e di sostenerci l’un l’altro tutti i giorni della nostra vita”.

Sono innovazioni liturgiche molto appropriate e significative che, come sempre, richiedono un contesto di fede perché diventino espressive, autentiche e veritiere. È quello che, attraverso i corsi, o meglio, i percorsi, in preparazione del matrimonio, la Chiesa mira a perseguire.

Un grido di aiuto dal carcere di Bamenda

Avvento di fraternità 2004

Per l’Avvento di fraternità, la Diocesi propone quest’anno un progetto che risponde a una realtà particolarmente drammatica: quella del carcere di Bamenda, in Camerun. Il progetto prevede la raccolta di fondi per l’acquisto di cibo e di medicine per gli internati delle prigioni che vivono in condizioni disumane. A descriverle è don Sergio Merlini (che presta servizio pastorale in questa diocesi africana) in un breve articolo che appare sull’Osservatore Toscano di questa settimana e al quale rimandiamo.

Anche la nostra parrocchia è chiamata a rispondere all’appello della Diocesi e lo farà ridestando le sue più genuine risorse di generosità e solidarietà, dono del Natale di Gesù.

Dal Messaggio del Presidente della Cemi (Commissione Episcopale per le Migrazioni)

Mons. Lino Belotti per la Giornata Nazionale dei Migranti:

“Il mondo come una casa: dalla diffidenza all’accoglienza”


«La Chiesa italiana ogni anno nella terza domenica di novembre propone la celebrazione della Giornata Nazionale delle Migrazioni.

È la più antica Giornata da celebrarsi: risale al 1914 allorquando una marea di italiani dal sud e dal nord della Penisola e delle isole lasciavano nazione, paese e famiglia per emigrare in cerca di lavoro. Forse si ripetevano da noi le scene che sappiamo ripersi oggi nei paesi donde partono migliaia di uomini, donne, bambini pronti ad affrontare viaggi costosi e pericolosi per raggiungere il “sognato paradiso terrestre” delle terre europee.

Forse si respirava anche allora dai nostri connazionali, che si stanziavano oltre oceano o nelle nazioni europee ricche di risorse e di lavoro, quel clima di sospetto e di diffidenza che sovente respirano i numerosi immigrati appena mettono piede in Italia…

Fuggire dalla fame, dalla violenza, dalla mancanza di lavoro, dai conflitti armati in cerca di pace, di giustizia, di lavoro è dovere , è sacrosanta esigenza. Chi non lo capisce? Accogliere queste persone senza tensioni, anzi con la gioia di farle trovare in un luogo dove c’è pace e con la pace l’interazione di un processo dinamico e partecipativo che coinvolge ogni fascia della società, dalla famiglia alla scuola, alle varie istituzioni o organizzazioni, deve diventare l’ansia, il desiderio, il sogno dei singoli e delle organizzazioni pubbliche e private. Sappiamo che non è sempre e dovunque così.

La “casa”, come la pensa e la immagina la Chiesa, non nasce perfetta, ma lo diventa con lo sforzo e la buona volontà di tutti: “Un uomo saggio cerca di costruirla sulla roccia” (cfr. Mt 7,24).

Perciò ai migranti direi ciò che Geremia diceva agli esuli: “Cercate il bene del paese in cui abitate, pregate il Signore per esso perché dal suo benessere dipende il vostro benessere” (Ger. 29,1-14). Ai nostri cittadini ripeterei le parole del Deuterenomio: “Amate il forestiero, il migrante perché anche voi foste stranieri e migranti” (cfr: Deut. 10,11).

Con queste bibliche direttive si comincia a vedere l’altro con benevolenza, con simpatia, come vicino, come persona umana, quindi portatrice di valori e ricchezze, non come straniero, non come potenziale nemico come sembra guardarlo la legge o come incomodo da allontanare, ma come membro di un’unica grande famiglia i cui legami sono destinati ad essere sempre più stretti e costruttivi.

Dal vedere all’accogliere il passo non è lungo anche se non sempre facile a farsi… Dipende dai gesti che ognuno di noi pone: incontrandosi, aiutandosi, pregando assieme, attuando attenzione reciproca, rispetto, capacità di leggere con realismo e slancio il contesto…

È proprio impossibile essere “segno” di una “casa” dove si vive la carità, dove si attua l’accoglienza, dove si pratica il rispetto alla persona e al suo credo, dove ci si rapporta con l’altro senza arroganza, senza paura, senza sospetto?

Quella “casa” è destinata ad aprire brecce che diventano promesse per un futuro migliore, ad aprire nuove vie di convivenza umana ed essere luogo di annuncio, di un messaggio al quale Dio “darà incremento”…

È così che il mondo diventa una casa ospitale, serena, dove ci accoglie, ci si rispetta e ci si ama.

Riusciremo a frenare la ferocia della nostra società che non risparmia nessuno, nemmeno l’infanzia? E se questa ferocia e crudeltà che non spunta dal nulla fosse un po’ la colpa di tanti che cominciano col non rispettare più il vicino, il povero, il migrante?

Le condizioni dell’umanità sulla terra sono così precarie, così grandi le disparità economiche, così facili i gesti politici in cui i diritti umani sono violati, che i flussi migratori sono più motivo di tensione e diffidenza che di solidarietà e di riconoscenza. Riusciremo a “mantenere la consapevolezza che stiamo ricevendo doni nel momento in cui offriamo accoglienza?…»

 

La Festa di Cristo Re


L

a festa di Cristo Re conclude l’anno liturgico. La prima lettura (2 Samuele 5, 1-3) racconta un avvenimento importante dell’Antico Testamento: Davide è consacrato re, e come tale lo riconoscono tutte le tribù. Ma Davide è solo la figura, la profezia; Gesù è la realtà. Egli realizza la prefigurazione dell’Antico Testamento e insieme la approfondisce e la trasforma, come mostrano le altre due letture nel loro stupendo contrasto: il brano di Paolo (Colossesi 1,12-20) parla della gloria di Cristo, il Vangelo (Luca 23, 35-43) della sua Croce.

Il Vangelo ci dice che per capire la realtà di Gesù occorre partire dalla Croce. Sta qui la sua verità e la sua originalità, la sua diversità dalla regalità mondana. La regalità di Cristo risplende nell’ostinazione dell’amore, nel rifiuto di ricorrere  alla potenza per salvare se stesso, nel servire. È la sua grandezza e la sua originalità. Ma è anche il motivo per cui il mondo non la comprende e non raramente si sforza di modificarla per renderla più convincente.

La Chiesa se vuole festeggiare e ripresentare al mondo la regalità del suo Signore deve ripercorrere la via della Croce e il cristiano non può dimenticare di avere un re umile, non violento, apparentemente sconfitto, un re crocifisso.

Quale futuro ci aspetta?


C

he cosa deve ancora succedere? È la domanda che ci poniamo spesso davanti alle immagini sconcertanti dei telegiornali che ogni giorno scorrono davanti agli occhi. Sembra che gli uomini abbiano dimenticato la pietà e si comportino come le belve, pronte a sbranarsi per un pezzo di pane o per un fazzoletto di terra.

Vittime innocenti, visi di bambini straziati dalla violenza, madri che piangono i loro figli morti in nome di un ideale o senza sapere il perché.

Guerre, distruzioni, bombe cosiddette intelligenti che seminano morte, conflitti interminabili e puntualmente dimenticati…

Questo o simili potrebbero essere le parole di Gesù se il discorso che leggiamo nella liturgia venisse pronunciato oggi. Eppure – egli ci dice – questa non è ancora la fine, il tempo non è ancora giunto. E non sta a noi sapere quando verrà, nonostante la nostra corsa agli oroscopi si faccia da qui in poi, come ogni fine anno, sempre più frequente. “Quanto a quel giorno e a quell’ora nessuno li conosce, neanche gli angeli del cielo e neppure il Figlio, ma solo il Padre” (Mc 13, 32).

Quello di Gesù è un monito a non spaventarci di quello che vediamo e viviamo, e a non farne un pretesto per chiuderci nel nostro comodo ad ammirare le belle pietre del tempio, le nostre belle case, i nostri bei bambini. Essere consapevoli di quello che succede attorno a noi non deve portarci a fingere che tutto vada bene e nemmeno che la catastrofe sia imminente. La disperazione, come l’indifferenza e la superficialità, sono atteggiamenti che Gesù ci chiede di allontanare per metterci con fiducia nelle mani del Padre.

È per questo motivo che non abbiamo bisogno di preparare la nostra difesa; ci basta perseverare. Che bella parola! Perseverare significa mantenerci fermi nei propositi, continuando a camminare sulla strada che Gesù ha tracciato con la sua vita; significa fare le cose di sempre con lo spirito del discepolo. Non ci viene chiesto di salvare il mondo da soli!

Ma c’è una certezza in mezzo a tutto questo: “Nemmeno un capello del vostro capo perirà”. Allora comprendiamo come la fiducia in Dio che è Padre e che “non toglie mai una gioia ai suoi figli, se non per darne una più certa e più grande” (A.Manzoni) sia la strada attraverso la quale passare per superare la tribolazione.

Quando la notte i nostri figli si svegliano piangendo, basta la voce della mamma o del babbo a rassicurarli e quell’abbraccio nel quale essi chiedono di essere tenuti, li tranquillizza e spesso tornano a dormire sereni. Così dovrebbe essere la nostra fiducia nel Padre: “Io sono tranquillo e sereno come bimbo svezzato in braccio a sua madre, come un bimbo svezzato è l’anima mia” (Sal 130).

Esercizi Spirituali nel Quotidiano


N

ell’ultima intera settimana di novembre, come si è ripetuto in diverse occasioni, tutte le parrocchie della Diocesi si ritrovano per una sosta di ascolto della Parola di Dio, di riflessione e di preghiera. Il tema al quale faranno riferimento i vari momenti di riflessione è quello indicato dal Vescovo ed espresso nei versetti evangelici di Luca 21, 27-28: “Allora vedranno il Figlio dell’uomo venire su una nube con potenza e gloria grande. Quando cominceranno ad accadere queste cose, alzatevi e levate il capo, perché la vostra liberazione è vicina”.

Si è già insistito perché siano tanti i fedeli a valorizzare questa opportunità di grazia a tal punto da sembrare superfluo ribadirlo…

Ora indichiamo il calendario-programma della settimana e le guide che animeranno le giornate, riservandoci di comunicare gli orari esatti nel prossimo notiziario:

Ø      Domenica 21 ~ Nelle celebrazioni eucaristiche consegna dell’invito alla partecipazione con il testo evangelico (Luca 21, 27-28) sul quale graviteranno le riflessioni.

Ø      Lunedì 22 ~ Santa Messa votiva dello Spirito Santo per invocare i suoi doni sui fedeli che intendono partecipare agli esercizi.

Ø      Martedì 23 ~ Riflessione guidata dalla Dr.ssa Laura Giachetti.

Ø      Mercoledì 24 ~ Riflessione guidata dal Prof. Marco Cerruti.

Ø      Giovedì 25 ~ Riflessione guidata dai Padri Francescani.

Ø      Venerdì 26 ~ Giornata dedicata alle Confessioni.

Ø      Sabato 27 ~ Alle ore 21:00, in Cattedrale, Veglia di Avvento presieduta dal Cardinale.

 

Nella settimana degli Esercizi, per agevolare la partecipazione dei fedeli, è bene sospendere i vari appuntamenti e riunioni che si svolgono normalmente nell’ambito pastorale.


La Parrocchia in un mondo che cambia”


S

i è sviluppata sul tema della parrocchia la riflessione portata avanti per buona parte del Consiglio parrocchiale del mese di ottobre. È infatti questo uno dei punti nodali individuato dai vescovi e fatto proprio dalla nostra diocesi, sul quale dovrà svilupparsi l’azione pastorale dei prossimi anni. La realtà della parrocchia è considerata dai vescovi estremamente importante e attuale; necessita di un continuo rinnovamento per affrontare i rapidi cambiamenti che caratterizzano il tempo che stiamo vivendo. Così la parrocchia è chiamata oggi a vivere una duplice fedeltà: al vangelo e alla gente, senza scindere o accentuare uno dei due aspetti. Questa duplice fedeltà richiede che la parrocchia diventi un centro di formazione per cristiani maturi e, al tempo stesso, svolga il ruolo di soggetto attivo di azione missionaria.

Le righe che seguono sono una breve sintesi della discussione che si è sviluppata sulla nostra esperienza di parrocchia; righe scritte per informare tutti, ma anche base sulla quale proseguire il confronto all’interno del Consiglio. Si riconosce da più parti che il nostro ambiente (come la realtà più grande che lo circonda) ha bisogno di testimonianza di gioia di vivere, di amore, di recuperare un senso autentico di speranza. C’è chi vede nelle famiglie della nostra parrocchia una importante risorsa per offrire una testimonianza che risponda al bisogno di gioia. Si avverte che l’esperienza dei gruppi di ascolto della Parola, costituiti da anni nelle nostre case, intercetta sempre più un bisogno diffuso tra le persone della nostra comunità. Sul modo di avvicinarsi agli altri, di essere missionari, si registrano una serie di considerazioni. C’è chi sottolinea la necessità di una preparazione personale approfondita, per essere poi in grado di porgere agli altri il messaggio cristiano e chi richiama l’importanza della coerenza di vita. Si parla di difficoltà ad avvicinare persone, in quanto, spesso, chi viene avvicinato mostra un senso di fastidio. Si riferisce anche di atteggiamenti personali, più propensi a cercare risposte immediate invece che di disponibilità a compiere un cammino insieme. Il bisogno di crescere come comunità è una costante di diversi interventi; si individuano le caratteristiche di questa crescita non tanto in un cammino didattico quanto in una dimensione esperienziale, che porti ad avvertire sempre più il fascino del Vangelo. Si auspica una crescita anche sul piano della liturgia, da vivere in maniera sempre più viva e meno formale.

                        Il Direttore

E. Badii

La santità da vivere con tutto se stessi


«Un discepolo andò dal maestro e gli disse: “Voglio trovare Dio”. Il maestro sorrise. E siccome faceva molto caldo, invitò il giovane ad accompagnarlo a fare un bagno nel fiume. Il giovane si tuffò e il maestro fece altrettanto. Poi lo raggiunse e lo agguantò, tenendolo a viva forza sott’acqua. Il giovane si dibatté alcuni istanti, finché il maestro lo lasciò tornare a galla. Quindi gli chiese cosa avesse più desiderato mentre si trovava sott’acqua. “L’aria”, rispose il discepolo. “Desideri Dio allo stesso modo?” gli chiese il maestro. “Se lo desideri così, non mancherai di trovarlo. Ma se non hai in te questa sete ardentissima, a nulla ti gioveranno i tuoi libri. Non potrai trovare la santità, se non la desideri come l’aria per respirare.»

Questa famosa parabola dei padri del deserto illustra efficacemente un aspetto della santità che sempre ci colpisce e che è messo in luce anche nelle letture bibliche della liturgia della festa dei Santi. La santità è totalità, dev’essere cercata e vissuta con tutto l’essere, con tutta l’anima, il cuore, le forze. Non per nulla nella liturgia si proclamano le Beatitudini che propongono un’adesione radicale che nasce dallo “spirito” e dal “cuore” che è quasi istintiva come la fame e la sete, che pervade tutte le dimensioni dell’esistenza, tutti gli impegni etici, dalla povertà alla giustizia, dalla mitezza alla ricerca della pace, dalla purezza alla misericordia, dal dolore alla speranza.

Eppure questo aspetto che riscontriamo nei lineamenti spirituali di tutti i santi non è né il primo né l’esclusivo. Infatti, come ricorda Giovanni nella sua prima lettera, ogni uomo è sempre preceduto dall’amore di Dio: è quel “grande amore” che riesce a far diventare noi, fragili e limitate creature, “figli di Dio”.

Il canto che gli eletti elevano a Dio nella liturgia gloriosa del cielo riconosce che “la salvezza appartiene al nostro Dio seduto sul trono e all’Agnello”. C’è, quindi, un primato assoluto di Dio. Essere santi vuol dire accogliere un dono più che conquistarlo. Una volta accolto, scatta l’impegno dell’uomo, la sua risposta d’amore all’amore divino.

All’amore si risponde amando.

Questo testimoniano i santi.

 

“Non dimenticare”


“N

on dimenticare queste due cose: che il Figlio di Dio è morto per te e che tu dovrai ben presto morire”.

Questo monito “a non dimenticare” inviato in una lettera da un autore a un suo nipote, lo facciamo nostro nella giornata dei defunti, giornata popolata di memorie, di preghiere, di luci, di fiori e forse anche di una certa retorica della morte. Il monito richiama, invece, le cose essenziali e, soprattutto nell’ordine giusto.

Due sono le morti fondamentali.

E la prima è quella di Cristo, radice e sostegno, sostanza e redenzione della seconda, la nostra morte, quella che già portiamo iscritta nel nostro essere, anche se vogliamo cancellarla dall’attenzione. Proprio perché quella morte divina ci precede, la seconda, la nostra morte è segnata da una qualità e da direzione diversa. Cristo, morendo, diventa veramente nostro fratello, condividendo il nostro limite, che ha nella morte il suo segno più evidente. Eppure Egli non cessa di essere Dio. È per questo, che attraversata e sperimentata da Lui, la nostra morte non è più uguale a prima.

Essa è stata fecondata, irradiata di luce e di eternità; il sepolcro rimane ma è aperto, l’agonia si affaccia non sul baratro del nulla, ma su un orizzonte infinito.

Nel monito “a non dimenticare” possiamo anche ravvisare l’implicita raccomandazione a comportarci degnamente perché il nostro destino è la chiamata alla comunione eterna con Dio. Gesù, poco prima di morire, ha pregato: “Padre, voglio che, anche quelli che mi hai dato, siano con me dove sono io, perché contemplino la mia gloria” (Gv 17, 24). È con questa speranza che ci inoltriamo nel sentiero della vita e della morte. Ed è ancora con questa speranza che ci sentiamo uniti con quei fratelli e sorelle che ci sono stati compagni nella vita: a tenerci uniti e a sentirci in comunione con loro è la stessa fede in Colui che “non è Dio dei morti, ma dei vivi” (Lc 20, 38).



Cristo, pane disceso dal cielo


“L

a fame di pane e la fame di Dio”, che procedono dall’unità del corpo e dello spirito, che è l’essere umano, trovano armonicamente la loro realizzazione in Cristo che salva l’uomo nella sua integrità.

Cristo infatti è stato consacrato e inviato perché porti la Buona Novella ai poveri, liberi i prigionieri, guarisca gli ammalati, liberi i carcerati, risusciti i morti, in breve, perché annunzi che è venuto il tempo della liberazione totale. È con Cristo che ha inizio l’anno di grazia del Signore. I cieli, che prima erano chiusi, si sono aperti: Dio si è fatto vicino e rinnova tutta la creazione.

Per questo, nel messaggio e nella pratica evangelica è proibita ogni schizofrenia o riduzione: lo spiritualismo come il materialismo, ambedue ledono la integrità umana alla stessa maniera.

E bisogna che questo sia tenuto ben presente, per non equiparare il cristianesimo a una gnosi sapienzale, tanto di moda oggi per effetto delle religioni orientali sapienzali, quali il buddismo e induismo, oppure alle teorie socio-politiche immanenti in cui si tende di racchiudere tutta la realtà del mistero dell’uomo.

Ma allora che cosa porta il Vangelo ai poveri? Certamente non la fine della loro fame, o la ricchezza di una vita beata. Ma dà ai poveri una nuova dignità. I poveri , gli schiavi, gli emarginati non sono più oggetti passivi di oppressione e di umiliazione; essi sono soggetti con una propria coscienza, con tutta la dignità che viene loro dall’essere figli di Dio. Il Vangelo non porta agli affamati il grano o il riso, ma dà loro la garanzia della loro indistruttibile dignità.

Con questa coscienza i poveri, gli umiliati, gli schiavi si possono alzare dalla polvere e camminare da soli. Essi possono camminare con il capo eretto: Dio è dalla loro parte, e il futuro di Dio appartiene a loro.

Gli uomini di violenza hanno proibito e proibiscono loro ogni gusto della vita presente. Ma Dio ha gettato davanti a loro il Suo futuro, e li fa eredi del Suo Regno che viene. La promessa di Gesù non mette i poveri nella condizione di diventare ricchi, che è sempre o quasi una via attraversata dalla violenza. Ma li inserisce in una comunità che, come nel miracolo della moltiplicazione dei pani, è determinata dalla cultura della condivisione, che è una condizione perché si realizzi il piano salvifico di Dio: che tutti siano uno, che si realizzi la comunione tra Dio e gli uomini e degli uomini tra loro. Ecco perché nel Vangelo è detto: “Questa è la vita eterna: che conoscano Te, Dio vivo e vero, e il Figlio che hai mandato, Gesù Cristo”.

La Chiesa che è chiamata a continuare la missione iniziata da Cristo, non può non mettersi sulla stessa lunghezza d’onda del suo maestro nelle due dimensioni: adorazione del Padre in spirito e verità e piena donazione ai fratelli e sorelle di questo mondo.

La liberazione e la vittoria sulla fame e su tutte le forme di schiavitù devono essere condotte nella logica della debolezza di Dio.


 


Nulla è dovuto, tutto è donato


P

er capire il messaggio di questa domenica bisogna uscire dalla cultura di “tutto dovuto”, “tutto scontato” e “diritto dell’avere”. In realtà niente è dovuto, tutto è donato. La cultura del dovuto porta alla pretesa e all’arroganza. Il senso del dono e della gratuità evoca umiltà, lode, ringraziamento, fede.

Siamo tutti debitori. Siamo creati dal nulla, anzi il frutto dell’amore e del sacrificio dei genitori. La nostra crescita è un atto eroico da parte dei genitori. La creazione, l’acqua, l’aria, le montagne, il mare, il sole, la luna, le stelle, i fiumi, tutta l’opera di Dio è gratuita. Io non ho fatto niente per avere tutto questo. La vita eterna, la redenzione operata da Gesù Cristo, la sua croce, la sofferenza, la morte e la risurrezione, i frutti dello Spirito Santo, tutto è opera di Dio. Non ho meritato. Sono semplice debitore

Grazie Signore. Un maestro diceva ai suoi discepoli: “niente è mio, tutto è Suo”. Il lebbroso che è tornato a dire grazie a Gesù era un samaritano, “uno straniero”, l’ultimo della società, ritenuto scomunicato, quindi incapace di un vero sentimento religioso e umano. E proprio lui insegna che nella vita non dobbiamo prendere le cose in maniera scontata; niente è dovuto, ma tutto è stato donato.

Dire grazie non è solo un atto di gentilezza e di amore, ma molto di più. Il ritorno del Samaritano a lodare e “rendere gloria a Dio” è una profusione di fede in Cristo Salvatore. Il ringraziamento è un atto di adorazione: ringraziare è già un atto di fede.

Ogni Eucarestia è lode e ringraziamento. La vita è un inno di gratitudine, va cantata ogni giorno attraverso i piccoli gesti quotidiani per rendere grazie a Dio e al prossimo…



San Francesco, lo sposo di Madonna Povertà


S

enza entrare nei dettagli biografici di un santo già molto conosciuto, siamo sicuri di rendergli il miglior omaggio parlando della sua sposa da lui spontaneamente scelta e fedelmente amata: Madonna Povertà. Cosa è la povertà?

Povertà è innanzitutto aver coscienza di non aver niente di proprio, ma di aver ricevuto in dono tutto quello che si ha.

Pertanto nessun vanto, nessuna compiacenza narcisistica, nessuna concessione al proprio orgoglio e insieme nessuna idolatria che leghi il cuore a qualsiasi creatura. Ciò che conta è Dio solo, la sua lode, il suo regno, i suoi gusti, le sue predilezioni. Di conseguenza la povertà porta a simpatizzare per i poveri, a cominciare da quelli che sono privi delle cose necessarie per sopravvivere, i “piccoli” cioè i deboli, gli indifesi, gli anonimi, i senza voce. Di questi poveri lui non è stato solo amico, ma socio perché si è fatto povero come loro, lui per amore, loro per forza di cose.

Ma è stato anche l’amico di quei poveri che anche se non poveri secondo la dimensione del portafogli, lo erano secondo la dimensione dello spirito e ha cercato di insegnare loro che la perfetta letizia sta nell’essere tra coloro che non contano nella società, che sono sconosciuti, estranei, respinti. Perché così si è più simili a Gesù, quel Gesù di cui lui ha ricevuto le stimmate e insieme anche l’imperativo di “riparare la sua Chiesa”.

 

XVII Anniversario della Dedicazione  della nostra Chiesa - 26 settembre 2004

C

on la celebrazione odierna non vogliamo solo ricordare gli anni dell'attesa, della progettazione e della realizzazione di questo complesso parrocchiale e della consacrazione di questa chiesa, ma vogliamo raccontare ai nostri bambini che non erano ancora nati o erano in tenera età in quel periodo e a tutte le persone venute ad abitare nel nostro Quartiere in questi anni, la storia di questa gioiosa e insieme faticosa avventura e invitare tutti a rendere grazie a Dio di trovarci oggi dotati di una struttura che si rivela col passare degli anni sempre più utile e necessaria.

Essa ci permette infatti di soddisfare con dignità le esigenze di una comunità vasta, solidale, aperta, sensibile all'impegno missionario di testimoniare nel proprio quartiere, nel proprio condominio, nella propria famiglia e in tutto il mondo la bella notizia del Vangelo. E' la ragione di essere della Chiesa e l'edificio che ne è al servizio, è necessario non tanto e non solo perché permette un corretto svolgimento della liturgia, ma perché è chiamato ad essere segno credibile di quelle due proprietà che Cristo ha lasciato e affidato alla sua Chiesa: l'amore e l'unità.

Tornano in mente le parole risuonate a Camaldoli tanti anni fa in occasione di un convegno liturgico: "Fino ad oggi nessuno si è convertito per aver visto una bella chiesa, ma piuttosto per aver incontrato una persona, una comunità..."

In questo senso l'impegno a "costruire la Chiesa" anche quando è stata fatta, non cessa mai...

 

Suor Silvana Gallerini ci scrive…

Carissimi Don Mario e amici,                                 Batangafo 3 settembre ‘04

c’è un’occasione per l’Italia per cui voglio farvi giungere i miei saluti e Auguri per le Feste del 14 e 26 settembre a voi tanto care. Il Signore Benedica tutte le nostre intenzioni e iniziative di bene per la crescita della comunità e la fede personale e una maggiore conoscenza del Signore Gesù. Penso che don Mario avrà ricevuto la mia lettera di agosto con l’ordinazione dei medicinali. Non so se vi sarà possibile. Comunque grazie sia per il sì che per il no.

Immagino tutto il fermento che ci sarà nel riprendere l’anno pastorale; anche per noi è così, a ottobre riprendono le attività di pastorale e di catecumenato. Continuate a pregare per il Centroafrica perché la pace non è ancora stabile.

Un ricordo nella preghiera, saluti cari
sr. Silvana

La richiesta di Suor Silvana è stata sollecitamente esaudita: si è provveduto ad inviare alla “MEDEOR” la richiesta dei medicinali e confidiamo che, come per il passato, possano arrivare in breve tempo all’indirizzo della Missione. Anche questa volta la Parrocchia provve-derà al pagamento della fattura non appena la “MEDEOR” ci comunicherà l’importo da pagare.

Ma quello che più ci è piaciuto e commosso nella lettera di Suor Silvana è la vicinanza spirituale che abbiamo avvertito nel suo cuore che, pur immersa nell’impegno assistenziale di tante mamme e di tanti bambini, non dimentica il cammino della comunità a cui è legata come l’albero alle radici…Grazie Suor Silvana e… buon cammino

Per il Consiglio Pastorale, Aldo C.

Pellegrinaggio Diocesano a Lourdes 12-16 settembre

Sotto la guida di Mons. Antonelli, oltre mille pellegrini della Diocesi sono andati a Lourdes. C’erano Mons. Maniago, Mons. Alberti, don Silvano Nistri, don Momigli, don Carlo di Firenzuola, etc.… La roccia è stata il tema dominante del pellegrinaggio. La roccia raffigura la Chiesa che si fonda sulle solide basi dell’insegnamento di Gesù. La roccia che è rifugio a cui aggrapparsi quando stiamo per naufragare nel vortice della disperazione e del peccato. Come roccia granitica deve essere la nostra fede in Maria, nostra Madre celeste, in cui ciascuno confida i propri affanni e chiede grazie ed intercessione al suo Divin Figlio.

A.Rosi

I Santi e il denaro


M

artedì prossimo, 21 settembre celebreremo la festa dell’apostolo san Matteo; lunedì 27 settembre celebreremo la “memoria” di san Vincenzo De’ Paoli.

I santi sono “cristiani ben riusciti”: ricevono pure la conferma ufficiale della chiesa che li inserisce nel calendario liturgico come modelli di vita cristiana.

Questi due santi ci incoraggiano a credere realizzabile nella vita quotidiana la parola di Dio della odierna liturgia il cui tema è: l’uso dei beni (a partire da quelli economici) secondo Dio e non secondo il nostro punto di vista o peggio quello di Satana: “Nessuno può servire a due padroni: o odierà l’uno e amerà l’altro oppure si affezionerà all’uno e disprezzerà l’altro. Non potete servire a Dio e mammona”.

Matteo è provocato da Gesù a riconsiderare la maniera di procurarsi e di gestire i suoi beni. Fino all’incontro tra Maestro e futuro discepolo, Matteo viveva secondo le “norme” dell’opinione pubblica: esattore delle imposte, pubblicano. Con linguaggio attuale diremmo: uomo dalle tangenti o pizzi facili, tacitamente fatti pagare. “Si usa così”: avrebbe continuato a dire, se non gli fosse capitato quel pressante: “Vieni e seguimi” rivolto da Gesù.

San Vincenzo De’ Paoli mostra, con tutta la sua vita e con le congregazioni da lui suscitate o a lui ispirate, quale deve essere il rapporto con il prossimo: la carità in senso plenario non una occasionale elemosina; la rimozione delle cause della miseria, non solo la pur doverosa beneficenza per immediate soluzioni.

San Vincenzo non disdegna il denaro; anzi lo ricerca e lo sollecita. Ma subito lo “mette in circolo” con una fantasia di soluzioni davvero stupefacenti, tuttora valide e anzi provocatrici di altre più adatte ai poveri. Potremmo anche dire che con il suo stile san Vincenzo aiuta a interpretare in maniera esatta la conclusione della parabola dell’amministratore infedele: non incoraggiamento alla disonestà, ma invito a usare intelligentemente i beni per la società e le persone: “I figli di questo mondo, infatti verso i loro pari sono più scaltri dei figli della luce”.

I santi ancora una volta si rivelano i più sapienti, i più “scaltri” e i più “acuti”…

Dio silenzioso


D

i fronte alla carneficina perpetrata nella scuola di Beslan, in Ossezia e alle immagini strazianti comparse alla televisione e sui giornali, siamo rimasti tutti sconcertati, muti, increduli.

I segni di solidarietà – fiaccolate, soccorsi, aiuti finanziari, sussidi psicologici, farmaci, ecc. – sbocciati con spontaneità nel cuore di tante persone, ci sono sembrati del tutto inadeguati a lenire il dolore indicibile di tanti piccoli innocenti e di tutti i loro famigliari. La stessa preghiera ci è parsa un’arma “spuntata” e quasi espressiva di un atto di rivolta verso quel Dio che appare impotente e immobile e silenzioso di fronte alla malvagità umana.

 

Sono riaffiorate alla memoria le parole di Padre Turoldo (contenute nei “Canti ultimi”) sono una preghiera notturna, da Getsemani, come scrive Gianfranco Ravasi: Dio è muto, il suo silenzio è sempre più denso ed esplosivo e l’uomo è sempre più loquace con le sue parole amare, che si affievoliscono in un balbettio, in un sussurro che fa germogliare sillabe sparse, dal significato ignoto.

 

Tu sempre più muto:

silenzio che più si addensa

più esplode:

e ti parlo, ti parlo

e balbetto e sussurro sillabe

a me stesso ignote:

ma so che odi e ascolti

e ti muovi a pietà.

Allora anch’io mi acquieto

e faccio silenzio.

 

“So che odi e ascolti e ti muovi a pietà”. I tre verbi sono significativi: il Signore “ode” la voce dell’uomo, non è relegato in un mondo dorato come un imperatore impassibile; il Signore “ascolta”, cioè partecipa al dramma della sua creatura, e alla fine “si muove a pietà”, intervenendo con la sua parola. Infatti, la finale del canto è avvolta nel silenzio; all’inizio il silenzio era quello divino , ora è quello dell’orante che si è acquietato nell’abbraccio col suo Signore, vicino e misterioso.

 

Alla fine della supplica-lotta il credente afferma: “Io sono tranquillo e sereno come bimbo svezzato in braccio a sua madre” (Salmo 132,2).

guardare il Crocifisso


L

a festa liturgica della Esaltazione della Croce, che per la nostra comunità ha un particolare significato dal momento che dalla Croce prende nome e dalla Croce è chiamata a trarre ispirazione e vita, presenta sempre degli spunti fecondi e di attualità per il nostro cammino cristiano, personale e comunitario.

Può essere utile per esempio ricordare come gli stessi evangelisti guardano e presentano il Crocifisso in modi diversi.

Sì perché ci sono molti modi di guardare il Crocefisso. Non mi riferisco alle crocette, modeste o vistose, che pendono su parti del corpo di uomini e donne. Parlo dell’Uomo che vi è stato inchiodato e che gli evangelisti contemplano in modo diverso.

Marco vi scorge l’abbandonato da tutti:”tutti fuggirono”. Anche il Padre sembra aver abbandonato quel Figlio amato, che grida: “Perché?”.

Matteo scopre che le scritture si sono attuate nella drammatica storia del Maestro.

Luca vede le ferite, l’umiliazione, il dolore, ma contempla lo spettacolo del martire che muore perdonando.

Giovanni ascolta gli insulti; lo strazio dei chiodi gli ferisce l’anima; ma preferisce contemplare il Re, che dona la vita e riunisce la sua comunità con l’effusione dello Spirito.

Così lungo i secoli: il Crocifisso sanguinante e piagato; il Crocifisso sereno e quasi sorridente; il Crocifisso urlante e quasi disperato. Uno scultore brasiliano del XVII secolo, vedeva nel Cristo il volto degli schiavi impiccati; tutti i suoi Crocifissi soni segnati da un ematoma al collo: il segno della corda.

Il cristiano, davanti al Crocifisso, implora il perdono e la misericordia; ascolta l’invito alla giustizia e alla pace; vede cancellata ogni violenza e percepisce l’ansia di riunire l’umanità in una sola famiglia di fratelli e sorelle; scopre la speranza di un mondo nuovo; vi ammira l’amore esploso per tutti e per sempre. Contempla la bellezza di una vita donata, la meraviglia di una follia che è sapienza e potenza di Dio, la parola vincente della croce.

Il cristiano è un inguaribile malato di ottimismo e di speranza; lo è anche dopo l’orrore della scuola di Beslan.


 

Il Vangelo!


C

he cosa significa questa realtà a cui Gesù chiede di credere? Non è superfluo porsi questa domanda al termine di un anno pastorale che ha visto promosse tante celebrazioni liturgiche, tante iniziative pastorali che hanno richiesto la profusione di tante energie e l’impegno di tante persone volonterose?

Non è sorprendente oltre tutto che la “confessione di fede” da parte di Pietro e la sua “investitura” appaiano così strettamente collegate con “l’annuncio della passione”? Questo fatto non vorrà dire qualcosa a proposito di Vangelo e a proposito di “credere al Vangelo”?

Noi comunemente identifichiamo il Vangelo con il libro che contiene la vita e gli insegnamenti di Gesù… Tuttavia, parlando di Vangelo non ci si riferisce primariamente a un libro; ci si riferisce a una esperienza di importanza assolutamente singolare. Cosa si intende dire?

Si intende dire che parlando di Vangelo a cui credere, si vuole sottolineare che l’esperienza cristiana è, prima di ogni altra cosa, esperienza di un “lieto annunzio”, di una “buona notizia” del tutto insperata e capace di trasformarci. Dunque non una serie di doveri, di castighi, di minacce, di precetti, di rimorsi: il Vangelo è l’esperienza di una “grande gioia”.

Quale il contenuto di questa notizia? Potremmo esprimerci così: Dio viene incontro all’uomo per offrirgli la sua amicizia, senza badare ai suoi meriti, alla sua bontà o alla sua cattiveria. A Dio non interessano solo le persone brave e oneste; Vangelo, anzi, significa esattamente il contrario: Dio si interessa di chi è lontano, di chi è più solo, amareggiato, di chi si sente abbandonato, perduto, triste, sfiduciato, privo di un avvenire. Dio offre la sua amicizia soprattutto a coloro che maggiormente soffrono nella loro vita.

L’esperienza fondamentale del cristiano non dipende da qualcosa che facciamo noi, sforzandoci di essere buoni, di migliorarci, di andare incontro a Dio. L’esperienza fondamentale è l’iniziativa di Dio che ci salva. Potremmo, allora, dire che il Vangelo – la “buona notizia” – ha il volto di Gesù Cristo e “credere al Vangelo” significa credere a Lui. Significa accettare la testimonianza su Gesù, il crocefisso e il risorto; significa l’adesione alla realtà concreta che è Gesù, accolta – nella fede – come realtà di salvezza.

Credere al Vangelo non è quindi solo accettare l’insegnamento religioso e morale di Gesù; è accettare che nella sua persona e nella sua esistenza storica il Figlio eterno di Dio si è fatto uomo realmente e per sempre.

“Credere al Vangelo” è, per dirla con un pensatore famoso, non “scandalizzarsi dello scandalo per eccellenza”: Gesù di Nazareth, questo concreto e limitato frammento di storia, è l’insuperabile manifestazione dell’assoluto amore di Dio per tutti gli uomini.

È questo annunzio e solo questo annunzio a costituire la ragione di essere della Chiesa e lo scopo della sua missione e del suo impegno.


“Di fronte al mistero di Gesù, che interpella e inquieta,

ogni uomo deve trovare personalmente la risposta


N

on è facile rispondere alla domanda “chi è Gesù”, perché nella sua persona, nelle sue azioni e nelle sue parole c’è come una tensione: da una parte, la sua pretesa di essere Figlio di Dio e di rivelare le sue opere in questa luce; dall’altra la sua realtà così fragile, quotidiana, che sembra smentirla. Da una parte i miracoli, dall’altra la Croce.

Ma è proprio in questa tensione che sta la Verità di Gesù.

L’interrogativo “chi è Gesù?”  è il filo conduttore dei vangeli. Essi si presentano come racconti, all’interno dei quali si svolge un dibattito: personaggi differenti, scorgendo ciò che accade, dicono il loro parere intorno a Gesù e prendono posizione, chi in un modo, chi in un altro.

La messianicità e la Croce sono due aspetti che a prima vista sembrano elidersi e che invece occorre collegare, se si vuole cogliere la vera identità di Gesù. Questi svela la sua identità proprio attraverso la Croce. Per l’evangelista Marco, il centurione accoglie e riconosce Gesù come Figlio di Dio proprio perché egli non accetta di salvare se stesso.

La discriminante per accogliere e rifiutare Gesù è la Croce, evento che continua anche oggi con la stessa forza di allora.

È l’obbedienza che permette di intravedere l’identità di Gesù. E l’obbedienza non è per Gesù la negazione della libertà: Gesù non contrappone i due valori, ma li unifica nella categoria della verità e dell’amore.

Senza verità e senza amore non c’è libertà. La vera libertà è estroversa, la sua misura non è il proprio interesse, ma il dono di se.

Volendo rendere visibile la sua verità, cioè la sua identità di Figlio, Gesù ha scelto di vivere un’esistenza in dono.

Gesù ha vissuto per primo l’ideale proposto ai discepoli: “Chi vorrà salvare la propria vita la perderà”.

Corpus Domini


L

a festa del Corpus Domini contiene tanti messaggi. Tra i tanti prendiamo in considerazione il carattere pubblico che viene evidenziato anche dal segno della “processione” che è stato posto anche quest’anno, come sempre, nel cuore di Firenze e anche al centro di Sesto, alla Pieve di San Martino, oltre che in tante altre località disseminate nelle varie parrocchie.

Certo la fede nell’Eucarestia implica una dimensione di silenzio adorante – la esprimiamo con l’adorazione eucaristica di venerdì prossimo, festa del Sacro Cuore di Gesù, la esprimiamo con l’adorazione eucaristica del I venerdì del mese, soprattutto con la Messa festiva e feriale; la esprimiamo con l’adorazione eucaristica privata in tanti momenti della giornata. Insomma la fede nell’Eucarestia implica una dimensione di silenzio adorante perché Gesù ha scelto il nascondimento, la discrezione, la modestia. I segni del pane e del vino non sono “clamorosi”, appariscenti, ma semplici, comuni, quotidiani. Richiamano la tavola di famiglia, più che la strada o la piazza, la dispensa di casa, più che il “trono”. Nell’Eucarestia Cristo non si concede da “vedere”. Si offre non tanto agli sguardi, quanto alla bocca. Più che di “esposizione” si tratta di “offerta”: “Prendete e mangiate…”.

E però almeno una volta l’anno è opportuno portare il Sacramento dal nascondimento alla luce.

La processione eucaristica non fa uscire soltanto il Protagonista di questo miracoloso gesto d’amore, ma anche il credente, colui che si nutre di questo cibo, che si comunica a questo Corpo. Chi professa la propria fede nell’Eucarestia, oggi è chiamato a dar conto del pane che mangia. È lui, in fondo, che si espone insieme all’Eucarestia. Esposizione, ostensione che non va confusa con l’ostentazione. L’ostentazione è un fatto puramente esteriore, formale e può rappresentare persino una colpa. Testimoniare non vuol dire esibire la propria fede. Il vero coraggio non va mai disgiunto dalla modestia. Ma partecipare all’Eucarestia significa davvero “esporsi”, “compromettersi”, “pagare” di persona. L’Eucarestia non è soltanto dolcezza, intimità, raccoglimento devoto. È slancio, dinamismo di partecipazione, di condivisione, esigenza di giustizia, impegno e passione di fraternità, di solidarietà. È davvero esigente e coinvolgente il mistero dell’Eucarestia.

È successo di maggio…


S

i è concluso, nella stessa incertezza climatica con la quale era iniziato, il mese di maggio che ha visto un susseguirsi di impegni e di iniziative pastorali davvero notevoli ed anche partecipate.

Il cuore di tutti gli impegni sono stati ovviamente i due turni della Prima Comunione vissuti da un notevole stuolo di fanciulli accompagnati da don Giacomo e dai loro catechisti. Per un altro stuolo di fanciulli c’è stata poi la “festa” della Prima Confessione, per un ristretto numero di adulti la celebrazione della Cresima nella veglia di Pentecoste e poi, nell’ultimo giorno del mese di maggio, l’Unzione degli infermi ad un gruppo di malati ed anziani.

Il tutto incorniciato dalle varie celebrazioni eucaristico-mariane disseminate lungo la varie “postazioni” del Quartiere, celebrazioni che si sono arricchite, nell’ultima parte del mese, con l’omaggio “canoro” a Maria, il pellegrinaggio al Santuario di Boccadirio, il Rosario meditato nell’aula liturgica l’ultimo giorno del mese.

Tanti ricordi, tante emozioni, e anche tante speranze suscitate dalle riflessioni proposte dal Padre Rogazionista don Agostino Zamperini in preparazione alla Pentecoste e anche tanto… ottimismo e incoraggiamento risvegliati dalla professione perpetua espressa da Suor Moly a Pentecoste in un clima di festa e di commozione.

“Siano rese grazie a Dio…” per tutti quei suoi doni, inclusi quelli della… prima ora, che sono i Battesimi: nove bambini e un’adulta nel mese di maggio… e siano rese grazie a Dio – anche come c’insegna a fare la liturgia– per tutti i benefici che Egli ha dato in questa vita ai nostri defunti, come segno della sua bontà e della comunione dei santi in Cristo, e che Lui ha chiamato a sé proprio in questo mese dedicato a sua Madre; li amiamo ricordare per nome: Leopoldo Chionne, Amalia Bartalesi, Mario Cantini, Elio Biancalani, Adriana Pillori.

In prossimità della consultazione elettorale dei giorni 12 e 13 giugno sulla quale i nostri Vescovi della Toscana hanno già elaborato un puntuale e articolato documento – il cui testo è disponibile sul tavolo in fondo alla chiesa – ci pare opportuno, quale ulteriore stimolo alla riflessione, riportare integralmente un articolo apparso sul periodico trimestrale “Opera Diocesana Ritiri Spirituali” di Bergamo dell’Aprile scorso dal titolo:

Europa, risvegliati


E

uropa delle nazioni e degli stati una volta cristiani: hai esportato civiltà e vangelo, hai allargato i confini del mondo antico e lo hai spartito in regni, imperi e colonie. Ora, i poveri vengono a te da quella parte di mondo alla quale hai tolto più di quello che hai dato. Sei andata da loro portando civiltà e succhiando ricchezza. Molti arrivano da te ancora avvolti nei valori saldi di civiltà plurimillenarie. Sono disposti a giocarsi il “niente” che hanno per il “tutto” che sperano di trovare in mezzo a te.

Nel nuovo condominio europeo di razze, culture e religioni, imparerai ad essere madre adottiva per coloro per i quali troppe volte sei stata matrigna di dominio e di un benessere che fabbricavi per te, con ricchezze non tue ?

I poveri ti assediano, invadono le baraccopoli che credevamo esclusività del Terzo Mondo. I sopravvissuti degli esodi tragici per terra e per mare, trovano posto accanto a noi, spesso in tuguri che affittiamo a caro prezzo. Si insediano, si espandono. Da noi sono in parte tollerati e in parte soccorsi, mentre in molti casi organizzazioni malavitose li controllano e li sfruttano. Eppure, non pochi diventano una presenza dignitosa e riconosciuta. Pur restando “diversi”, sono e saranno sempre più “alla pari” coi tuoi figli.

Per essere rispettata nel tuo diritto devi riconoscere il loro diritto; per dare il meglio di te devi metterli in condizione di dare il meglio di sé. In altre parole: devi aprirti ad un rispetto dei popoli che come dominatrice hai ignorato e calpestato, pur vantandoti delle tue carte dei “diritti dell’uomo e del cittadino”. Europa, riconosci il tuo debito verso chi non estinguerà mai il suo con te.

Molti nuovi abitanti delle tue contrade seguono religioni che hanno insito l’impeto della forza, della conquista e della sottomissione degli “infedeli”. La loro cultura religiosa e politica ignora il “dialogo”. Tu d’altro canto, ripudiando le radici cristiane perdi il senso della tua unità, culturalmente reale e profonda. Loro provengono da attese secolari che oggi scoppiano e potrebbero far esplodere il mondo. Ciò ti inquieta, fabbricante e venditrice di armi, che provieni da due guerre “mondiali” e hai costruito la tua pace accendendo fuochi di guerra in casa degli altri.

Arrogante per la potenza di cui, ancora disponi, pretenderesti castigare chi emula i tuoi vizi e ad ogni nuovo scoppio di bombe dentro le tue città, fai la voce grossa: “Li prenderemo!”. Come, dal momento che non sei venuta a capo delle tue mafie, dei tuoi terrorismi interni, politici è perfino religiosi? Che farai, Europa, che farai ? Ti basterà il dolore sofferto e fatto soffrire alle nazioni sorelle, quando hai voluto decidere il diritto con la forza ? Come intendi custodire la pace precaria che ti resta ? Come saprai riparare la pace ferita? Sarai in grado di preparare tempi nuovi di vera pace?

E tu, Chiesa europea: hai imparato a tue spese quanto costa mescolare lo spirito del Vangelo con lo spirito del mondo. Ti è stata indicata la via del dialogo e non degli anatemi. Soffrendo la divisione, speri e persegui la via dell’unità. Stai imparando a ripartire da Cristo e dal Vangelo, tua unica ricchezza e certezza.
Non ti vergognare di dirti peccatrice e di fare penitenza. Non smettere di dire grazie, di chiedere perdono, di mostrare al mondo tutti i santi che lo Spirito ha concepito e concepisce nel tuo seno. Continua ad essere sale della terra e luce del mondo. Convertiti, forte e paziente, a ciò che sei. “Dio con noi” è il Figlio-Servo, è l’Amico-Sposo, è il Salvatore-Crocifisso per tutti: per te, Europa che fosti e sei cristiana, per i tuoi nuovi abitanti, per questo mondo che Dio non cesserà di amare.

Lo Spirito Santo nella Trinità


Q

ualche giorno fa – esattamente nella lettura liturgica di lunedì scorso – abbiamo riascoltato l’episodio capitato a san Paolo con i discepoli di Efeso. Avendo chiesto loro se avessero ricevuto lo Spirito Santo, si sentì rispondere che non avevano neppure udito dire che c’era uno Spirito Santo (Atti 19,2).

I cristiani devono invece rendersi conto che lo Spirito Santo esiste e che opera e vuol operare nel loro cuore e nel mondo; a noi il compito di collaborare come strumenti docili della sua azione, cominciando dalla conoscenza della sua…esistenza che non sembra poi una cosa facile e scontata, come potrebbe credersi.

 

Lo Spirito Santo ci fa addentrare nella realtà più esaltante della nostra fede: la Vita stessa di Dio, il dinamismo ineffabile della Santissima Trinità. A questo scopo dovremmo prendere in mano il Catechismo della Chiesa Cattolica e leggerlo attentamente, specie nelle parti che riguardano il nostro tema (nn 238-267 e 682-747).

Noi crediamo che Dio è Uno e Trino, Uno nella natura, Trino nelle Persone: Padre, Figlio e Spirito Santo. Lo Spirito Santo procede dal Padre e dal Figlio; con il Padre e il Figlio va adorato e glorificato. All’interno della Vita Trinitaria il Padre genera il Figlio e si dona al Figlio; il Figlio è generato dal Padre e si dona al Padre; lo Spirito Santo è il dono che si scambiano il Padre e il Figlio, l’Amore personificato tra il Padre e il Figlio, l’Abbraccio, il Bacio tra il Padre e il Figlio, l’Unità del Padre e del Figlio.

Del Padre e del Figlio abbiamo una nozione teologica che trova un riscontro in realtà umane. Lo Spirito Santo, invece, resta al di là di tutte le immagini e concezioni; ci troviamo dinanzi al Mistero del Mistero di Dio che ci sarà svelato soltanto in Cielo e c’immetterà nel Paradiso dell’Amore, c’immergerà in pieno nell’Oceano Beatificante della Famiglia Trinitaria.

Ora lo Spirito Santo va intravisto attraverso la Storia della salvezza, attraverso le manifestazioni della sua presenza, e della sua opera, registrate o adombrate con immagini della Rivelazione.

«I media in famiglia, un rischio e una ricchezza»


N

on è difficile riconoscere il legame tematico tra la festa diocesana della famiglia vissuta domenica scorsa a San Donnino sul tema: “Famiglia, casa della Pace” e il messaggio del Papa per la XXXVIII Giornata Mondiale delle Comunicazioni Sociali che si celebra oggi e che ha per tema: “I media in famiglia, un rischio e una ricchezza”.

Entrambe le occasioni servono a ribadire ancora una volta la centralità della famiglia nella società e nella comunità cristiana, le potenzialità che essa contiene e i rischi a cui essa è esposta.

Lo ha ripetuto il Vescovo nella sua omelia nella Messa concelebrata nell’immenso “Centro Spazio Reale” di San Donnino, quando ha richiamato le scelte pastorali prioritarie, già indicate nella lettera pastorale del giugno scorso dal titolo: “Evangelizzare oggi: Comunità Cristiana e Ministeri” nel trinomio: parrocchia, famiglia, giovani.

In essa già scriveva che obiettivo della pastorale familiare “è quello di condurre insieme genitori e figli all’incontro con Cristo e a uno stile cristiano di vita, facendo leva sul fatto che la gran parte delle famiglie ancora chiede i sacramenti della iniziazione cristiana… Un discorso analogo potrebbe essere fatto anche per la preparazione al matrimonio, considerando che è ancora assai elevata la percentuale di quelli che desiderano il matrimonio in chiesa…”

È il problema sul quale si è dibattuto a lungo in varie riunioni del Consiglio Pastorale parrocchiale, anche nell’ultima di giovedì scorso, oltre che in sede vicariale. È il problema che costituirà materia di dibattito anche nell’Assemblea Diocesana di domenica 6 giugno.

Ma nella giornata odierna dedicata alle “Comunicazioni Sociali” ci piace ritagliare almeno un brano del Messaggio del Papa scritto per l’occasione:

“I genitori, come primi e più importanti educatori dei figli, sono anche i primi a spiegare loro i mezzi di comunicazione. Sono chiamati a formare i loro figli nell’uso moderato, critico, vigile e prudenti di essi. Quando i genitori lo fanno bene e con continuità, la vita familiare viene molto arricchita. Anche ai bambini molto piccoli si può insegnate qualcosa d’importante sui mezzi di comunicazione, cioè che essi vengono prodotti da persone desiderose di trasmettere messaggi, che questi messaggi spesso invitano a fare qualcosa – ad acquistare un prodotto, a tenere un comportamento discutibile – che non è nell’interesse del bambino o non corrisponde alla verità morale, che i bambini non devono accettare o imitare in modo acritico ciò che riscontrano nei mezzi di comunicazione sociale.

I genitori devono anche regolare l’uso dei mezzi di comunicazione a casa. Questo significa pianificare e programmare l’uso degli stessi, limitando severamente il tempo che i bambini dedicano ad essi e rendendo l’intrattenimento un’esperienza familiare… Soprattutto, i genitori devono dare ai bambini il buon esempio facendo un uso ponderato e selettivo dei mezzi di comunicazione. Spesso possono ritenere utile unirsi ad altre famiglie per studiare  e discutere i problemi e le opportunità  che emergono dall’uso dei mezzi di comunicazione sociale. Le famiglie devono essere chiare nel dire ai produttori, a quanti fanno pubblicità e alle autorità pubbliche ciò che a loro piace e ciò che non gradiscono…”.

Sono richiami forti, chiari, puntuali… che chiedono soltanto di essere… ascoltati.

 

Lo Spirito Santo


E’ la terza persona della Trinità e i doni della sua presenza – stando ai molti passi biblici del Nuovo Testamento che ne parlano – sono soprattutto quattro:

§          per gli Atti degli Apostoli la sua funzione è quella di guidare la missione della Chiesa mantenendola fedele a Gesù e rendendola universale e coraggiosa;

§          secondo compito è quello di guidare il credente “dentro la pienezza della volontà di Gesù”. “Lo Spirito Santo vi ricorderà tutto ciò che vi ho detto. (Gv 14,26);

§          per Paolo il suo compito è soprattutto quello di unificare i molti carismi, rendendoli utili per la comune edificazione;

§          per Giovanni un primo compito è la testimonianza nei confronti del mondo.

Nuovi santi per il nostro tempo


D

omenica16 maggio il Papa proclamerà sei nuovi santi tra i quali spiccano don Luigi Orione, padre Annibale Di Francia e Gianna Beretta Molla per la loro testimonianza di amore e di dedizione agli altri.

Annibale Di Francia nacque a Messina il 5 luglio 1851; Luigi Orione in provincia di Alessandria il 23 giugno 1872. il primo è il fondatore dei Rogazionisti e delle figlie del Divino Zelo – hanno una bella casa vicino a noi, sono le suore del “Pozzino” –; il secondo è il fondatore della Piccola Opera della Divina Provvidenza e delle Piccole Suore Missionarie della Carità.

Per l’anagrafe non erano coetanei, ma il loro cammino si è rivelato quasi contiguo. Fondamentalmente tutti e due non sopportavano la realtà frequente dell’innocenza tradita degli orfani e della sofferenza dei poveri. Diventando due strateghi del bene e veri imprenditori di carità non vedevano limiti nel loro agire a favore dei più provati.

I due santi si conobbero a Messina dove don Orione era giunto il 14 gennaio 1909, a meno di trenta giorni dal terremoto che aveva causato la morte di circa ottantamila persone e la distruzione della città.

E dato che i santi si attraggono, fin dal loro primo incontro si creò un grande feeling che sbocciò in una grande amicizia e una grande intesa spirituale che le macerie del terremoto resero ancora più ampia e cristallina.

Perfino quando si tratta di scegliere il nome dell’opera, don Orione volle che si adottasse la dicitura di “piccola Opera” o di “Piccolo Cottolengo”. Mentre Padre Annibale pensava la sua opera come “minima” e “piccolo seme”. Tutti e due hanno visto negli occhi dei poveri quelli di Cristo.

In una società come la nostra divisa tra global e local, consumista, tormentata dai problemi di demografia, con risorse mal distribuite, insofferente davanti a ogni principio etico, ideologicamente pluralista e moralmente secolarizzata, chiamata a dialogare sul fronte dei nascenti fondamentalismi religiosi e nazionalismi d’ogni tipo, don Orione e padre Annibale insegnano che esiste un linguaggio per comunicare con questa galassia così complessa. È quella della carità.

 

Tra i beati che il 16 maggio saranno iscritti nell’albo dei santi c’è anche la coraggiosa madre che rifiutò di combattere adeguatamente contro il cancro, scegliendo di morire per dare alla luce la sua quarta creatura: Gianna Beretta; nasce a Magenta (MI) il 4 ottobre 1922. proviene da una famiglia profondamente cristiana. Frequenta medicina a Milano, poi a Pavia dove si laurea in medicina e chirurgia e poi ancora a Milano dove si specializza in pediatria. Educata alla scuola della Azione Cattolica scoprirà che la volontà di Dio è che lei si formi una famiglia. Si innamora dell’ingegnere Pietro Molla, giovane impegnato in parrocchia a cui scriverà lettere traboccanti di amore e tenerezza, buonsenso e realismo. Alla vigilia del matrimonio: «Con l’aiuto e la benedizione di Dio faremo di tutto perché la nostra famiglia sia un piccolo cenacolo dove il Signore sia di casa, dove Gesù regni sopra ai nostri affetti, desideri e azioni…». Il 24 settembre 1955 il fratello don Giuseppe benedice le nozze di Pietro e Gianna. Racconta il marito: «Era una donna simpaticissima, serena e decisa. Aveva una profonda spiritualità e una fede schietta. Ci siamo innamorati presto. Viveva con gioia e vedeva in ogni cosa – nella montagna, nel mare, in tutto ciò che le piaceva e le capitava – un dono di Dio. Una donna meravigliosa, normale, equilibrata. Amava vivere, fare sport e sci, andava a teatro, al cinema, ai concerti. Sapeva dipingere, voleva viaggiare e, quando potevo, la portavo con me all’estero. Le piaceva la cucina e la moda. Una bravissima cuoca e un’eccellente padrona di casa, sempre elegante».

A 40 anni il dramma. Racconta Pietro: «Nella quarta gravidanza si presentò nel settembre 1961, un grosso problema all’utero: al secondo mese si rese indispensabile un intervento operatorio. Fu l’inizio di un calvario. Fedelissima ai suoi principi morali e religiosi, dispose senza esitare che il chirurgo si preoccupasse di salvare la vita della creatura».

Gianna come medico sa perfettamente ciò che l’attende e, con scelta libera e convinta, opta per la soluzione più rischiosa. La gravidanza procede, ma anche il cancro la devasta. È ricoverata all’ospedale di Monza e il 21 aprile 1962, dà alla luce una bimba, Gianna Emanuele. Emergono le temute complicazioni, entra in agonia. Sabato 28 aprile è trasportata a casa dove spira.

«Così si comportano le madri cristiane», commenta davanti all’equipe il primario che è ebreo.

E Giovanni Paolo II nel giorno in cui la beatifica – il 24 aprile 1994 – dice: «… Nessuno ha un amore più grande di questo, dare la vita per l’altro. Questo avviene in modo singolare quando una madre offre la vita per il suo bambino e quando, al prezzo della propria esistenza, dona la vita all’essere che da lei deve nascere…».

“In Parrocchia! La tua vocazione nella sua


P

aolo VI, quando nel 1964, sollecitato dalla crescente necessità di vocazioni al sacerdozio e alla vita consacrata, istituì la Giornata mondiale di preghiera per le vocazioni, volle che fosse caratterizzata da una intensa e unanime preghiera. Così si esprimeva nel suo Radiomessaggio per la prima giornata: “… La presente domenica, che nella liturgia prende dal Vangelo il nome del Buon Pastore, veda unite in un unico palpito di preghiera le schiere generose di cattolici di tutto il mondo, per invocare dal Signore gli operai necessari alla sua messe”.

 

Il messaggio del Papa. Dopo 41 anni Giovanni Paolo II nel suo messaggio per la Giornata rilancia con rinnovato vigore l’appello a tutta la chiesa per una corale e fiduciosa preghiera per le vocazioni, illustrandone le ragioni.

 

Perché pregare per le vocazioni? A questa domanda il Papa aveva già risposto nella “Pastores dabo vobis”, dove scriveva: “obbedendo al comando di Cristo, la chiesa compie, prima di ogni altra cosa, un’umile professione di fede: pregando per le vocazioni, mentre ne avverte tutta l’urgenza per la sua vita e la sua missione, riconosce che esse sono un dono di Dio e, come tali, sono da invocarsi con una supplica incessante e fiduciosa”.

La preghiera per le vocazioni, afferma il Papa, deve necessariamente caratterizzarsi come preghiera per i chiamati, che trova nell’Eucarestia il suo centro e la sua proposta vocazionale più efficace. “Il sacramento dell’altare riveste un valore decisivo per la nascita delle vocazioni e per la loro perseveranza, perché dal sacrificio redentore di Cristo i chiamati possono attingere la forza per dedicarsi totalmente all’annuncio del Vangelo…”

 

La Parrocchia. La Giornata Nazionale per le vocazioni, è accompagnata anche da uno slogan utile per contestualizzare la Giornata nel cammino della Chiesa Italiana.

“In parrocchia! La tua vocazione nella sua”. Lo slogan si propone di risvegliare in ogni parrocchia la responsabilità di essere, non solo una comunità che prega per le vocazioni, ma anche una comunità che testimonia l’accoglienza e la valorizzazione di tutte le vocazioni, e che avverte l’urgente necessità di “prestare la propria voce” perché i ragazzi e i giovani si sentano raggiunti dall’appello del Signore. La vocazione della parrocchia consiste , infatti, nell’aiutare i giovani a conoscere e accogliere la propria vocazione. Per questa conversione la pastorale vocazionale è di grande aiuto.

 

Perché?

Perché innanzitutto essa “costringe” la vita della parrocchia a non smarrire mai l’essenziale: condurre ogni fratello e sorella ad incontrarsi con il Signore e a suscitare nel loro animo l’interrogativo: “Che cosa vuoi, Signore che io faccia?”. Se un giovane percepisce la chiamata e decide nel suo cuore il santo viaggio per realizzarla, è perché normalmente è vissuto o ha trovato una comunità che ha creato le premesse per questa disponibilità obbedenzali.

E poi, è la seconda ragione, la pastorale vocazionale in parrocchia aiuta a passare da un richiamo generico e anonimo a una proposta personale, concreta, diretta, equilibrando l’attenzione alle singole persone e quella a tutta intera la comunità, senza che l’una soffochi o impedisca il realizzarsi dell’altra.

Oggi è necessario che la pastorale vocazionale coinvolga la parrocchia in un duplice modo che, usando un gergo calcistico, si potrebbe definire “marcamento a zona” e “marcamento a uomo”.

È innanzitutto indispensabile aiutare tutti coloro che si incontrano con la parrocchia a riscoprire che il dono della vita è “un bene ricevuto che tende per natura sua a diventare un bene donato” e che “l’uomo, il quale in terra è la sola creatura che Iddio abbia voluto per se stesso, non può ritrovarsi pienamente se non attraverso un dono sincero di sé”.

Occorre far maturare in ogni cristiano la consapevolezza che “ogni vita e tutta la vita” è vocazione; che “l’amore è la fondamentale e nativa vocazione di ogni essere umano” e che “ questa fondamentale e nativa vocazione all’amore… può realizzarsi nel matrimonio e nella verginità… i due modi di esprimere e di vivere l’unico mistero dell’alleanza di Dio con il popolo”.

Beato Annibale Maria Di Francia  Messina 1851 - 1927

Immaginetta del 1991 del Beato Annibale Maria Di Francia  (proprietà fam. Grifasi)Padre Annibale Maria Di Francia nacque a Messina il 5 luglio 1851, da famiglia nobile. Visse la sua giovinezza sempre in odore di virtù. A diciotto anni forte,improvvisa e sicura, sente la chiamata di Dio. Dedica subito la sua esistenza nel soccorrere ed aiutare i poveri in difficoltà e i ragazzi abbandonati per le strade dei quartieri poveri e malfamati della sua città. Nel 1887 fonda le Figlie del Divino Zelo. Nel 1897 fonda i Padri Rogazionisti del Cuore di Gesù e a loro affida questa opera.  Il suo carisma fu quello del Rogate, cioè della preghiera  e dell'azione a favore delle vocazioni. Proclamato Beato da Giovanni Paolo II  il 7 ottobre 1990 in piazza san Pietro a Roma, verrà canonizzato domenica 16 maggio.

Le sue spoglie sono custodite a Messina, nel Tempio della Rogazione Evangelica del Cuore di Gesù e  Santuario di sant'Antonio, inaugurato da Padre Annibale il 4 aprile 1926.

Società, Politica, Fede:  Scelte che richiedono coraggio


C

ome Pietro dal sommo sacerdote, anche noi siamo valutati da una società che non ritiene rilevante la presenza dei cristiani in quanto tali nella vita civile. Sembra di sentir dire da tante parti anche oggi: “Vi avevamo espressamente ordinato di non insegnare nel nome di costui, ed ecco voi avete riempito Gerusalemme della vostra dottrina e volete far ricadere su di noi il sangue di quell’uomo!”

Come Pietro siamo tenuti a rispondere: “Bisogna obbedire a Dio, piuttosto che agli uomini!” Forse – ammettiamolo – non sempre siamo “lieti di essere oltraggiati per amore del nome di Gesù Cristo”.

La giornata odierna – 25 aprile – anniversario della Resistenza – che coincide con la giornata per l’Università cattolica del Sacro Cuore, il 1° maggio – festa del lavoro –, le prossime consultazioni elettorali, sono tutte occasioni per ricordare e ribadire l’importanza e l’urgenza di suscitare nella società una cultura cristianamente ispirata e, come si esprimono i Vescovi toscani, per risvegliare le coscienze.

Alla luce dei valori essenziali per la società, ispirati dal cristianesimo e mediati dal magistrato ecclesiale, c’è da chiederci come abbiamo vissuto e stiamo vivendo il rapporto con gli schieramenti politici e le forze sociali. Si parla spesso e si sente ogni giorno di più la necessità di una nuova coscienza morale nell’impegno sociale e politico, ma c’è da interrogarsi quale formazione e quale occasione di formazione specifica cerchiamo. Come abbiamo risposto e stiamo rispondendo alle iniziative della Chiesa?

Si ripete spesso che i cristiani vogliono in politica e nella società “il bene comune”: quali momenti di riflessione comunitaria e personale accogliamo? Abbiamo espresso valutazioni e consensi su avvenimenti, scelte generali, uomini e formazioni politiche rispetto a varie tappe della storia del paese: donde abbiamo attinto tali valutazioni? Da un ascolto superficiale dei mass-media, da dialoghi improvvisati ed emotivi o da apporti più approfonditi? Riconosciamo per davvero che è giunto il momento di prendere più sul serio la vita della comunità con le problematiche della casa, del lavoro, della sanità, dell’uso dei beni, della scuola e della cultura, dell’assistenza e del tempo libero…?

L’anniversario della Resistenza pone anche il dovere di sottolineare i principi cristiani che hanno ispirato la Carta Costituzionale: ricordarlo qualche volta è un preciso dovere. Anche perché siamo in un paese a regime concordatario dove i rapporti tra i cristiani e il resto dei cittadini (più che tra chiesa e stato) vanno coltivati in positivo. Sono tempi in cui proclamare il valore della democrazia non può esaurirsi in facili e fin troppo ovvii slogan.

La festa del lavoro pone, una serie di drammatici interrogativi. La tentazione di limitarci a sentirli è forte. La solidarietà cristiana esige la nostra condivisione pagando anche il prezzo necessario perché tutti abbiano il lavoro, la casa e l’occupazione.

In questa settimana siamo posti di fronte a una esemplare figura di come si serve da cristiani il paese e la chiesa. Celebriamo la festa di santa Caterina da Siena patrona d’Italia. Parlando di lei Giovanni Paolo II ha detto: “Ha qualcosa di incredibile la vita di questa donna, morta a soli 33 anni, dopo aver svolto un ruolo di primo piano nella chiesa del suo tempo. Il segreto della sua eccezionale personalità era il fuoco interiore che la divorava: la passione per Cristo e per la Chiesa… un esempio di amore coraggioso e forte, uno stimolo a investire il proprio impegno in tutte le strategie di un costruttivo dialogo per edificare una pace sempre più stabile e vasta”.

Parole chiave


Tempo Pasquale. È il tempo dell’anno liturgico che va da Pasqua a Pentecoste (50 giorni). È il tempo dell’alleluia, della gioia della risurrezione, della speranza.

I temi principali che la liturgia svolge sono:

§   Un’educazione a scoprire la “nuova presenza” di Cristo, che non è più fisica (come al tempo del Cristo terrestre), ma spirituale (nei sacramenti, nei fratelli, nell’ascolto della Parola);

§   Un’educazione allo spirito comunitario e alla vita comunitaria , che è il tema principale degli Atti degli Apostoli, libro che la liturgia di questo tempo predilige;

§   Un’educazione a una vita nuova e diversa, vita di persone consapevoli di essere non solo destinate alla risurrezione futura, ma di avere già in sé il germe del Cristo risorto.

Atti degli Apostoli. È il secondo libro scritto da Luca verso gli anni 80: nel Vangelo si racconta la vita di Gesù, negli Atti la vita della Chiesa. Luca racconta le due vicende in modo da mostrarne i paralleli: la storia di Gesù continua nella storia della Chiesa. Ecco ciò che anzitutto Luca vuole dirci: il medesimo Spirito che ha guidato Gesù ora guida la Chiesa; la parola di Gesù continua a risuonare nella parola degli Apostoli; la croce di Gesù continua nella persecuzione di cui i primi cristiani sono oggetto.

Luca tratteggia la sua storia concentrando l’attenzione su tre grandi figure: la comunità primitiva di Gerusalemme, la figura di Pietro e la figura di Paolo. E i diversi fatti sono ordinati in modo da mostrare la forza inarrestabile del Vangelo, che da Gerusalemme raggiunge Roma.

 

 

Miracoli e prodigi


“Anche la folla delle città vicine a Gerusalemme accorreva, portando malati e persone tormentate da spiriti immondi e tutti venivano guariti” (Atti 5,16).

La storia biblica e la storia cristiana sono disseminate di miracoli, che però non vanno in nessun modo confusi con certe credenze e racconti popolari. Il miracolo è un gesto compiuto da Dio, un gesto insolito, che supera la forza della natura e che è sempre finalizzato a qualcosa di più importante.

Fra la mentalità degli uomini e della Bibbia e la nostra c’è una differenza. A tutto vantaggio della Bibbia. Di fronte a un miracolo noi ci chiediamo: come è potuto avvenire? Gli uomini della Bibbia invece si chiedono: perché Dio l’ha compiuto?

Noi cerchiamo le straordinarietà, gli antichi il messaggio.

I miracoli cristiani hanno sempre un messaggio. E avvengono sempre in un contesto degno di Dio e coerente con la sua rivelazione. Un contesto, ad esempio, di fede e di preghiera.

I miracoli, inoltre, non sono mai fine a se stessi, mai compiuti per il gusto di dare spettacolo.

E non sottraggono alle decisioni della fede, come appunto i miracoli di Gesù che non hanno impedito né l’incredulità né la Croce. Di fronte ai veri miracoli di Dio l’uomo può sempre, se vuole, rimanere incredulo.

I Vescovi della Toscana “spinti dallo scopo di contribuire al bene comune della nostra gente” hanno elaborato un documento per le prossime consultazioni elettorali europee e amministrative, fornendo dei preziosi richiami per risvegliare le coscienze. Il testo integrale


 


Il senso della domenica nel mondo secolarizzato


I

l contesto culturale nel quale la chiesa celebra la domenica nell’area occidentale non è più quello di “cristianità”. Siamo nell’età della secolarizzazione e delle tecnologie.

Come fa notare la nota pastorale su “Il giorno del Signore” della Conferenza Episcopale Italiana, la cultura contemporanea secolarizzata ha svuotato la domenica «del suo significato religioso originario e tende a sostituirlo con i nuovi riti di massa: lo sport, la sagra, la discoteca, il turismo…

Linguisticamente si è passati dal “giorno del Signore” al week-end”, dal “primo giorno della settimana” al “fine settimana”» (n. 18). Nessuno di questi fattori è di per sé cattivo o illegittimo «ma non si può negare che da tutto questo può derivare il pericolo della perdita della dimensione religiosa della vita e del tempo. Il giorno del Signore potrebbe ridursi così a semplice giorno dell’uomo» (n. 19).

 

Si apre in proposito uno dei più importanti impegni di rinnovamento pastorale che deve saper cogliere gli aspetti positivi del nuovo modo di vivere la domenica per valorizzarla e per consentire che i cristiani possano sempre celebrare degnamente il giorno del Signore.

 

Il suo nucleo essenziale è costituito dalla assemblea, dalla celebrazione della parola di Dio e dall’Eucarestia. Il riposo domenicale è subordinato a ciò che costituisce l’essenza stessa del giorno del Signore.

Cercare, riconoscere, amare: questo è risorgere


P

er importante che sia la constatazione del “sepolcro vuoto”, essa non è né l’unica né quella determinante ai fini della nostra fede nella Risurrezione di Cristo. Ce lo ha ribadito anche il Card. Piovanelli nelle sue preziose riflessioni.

Anche Maria di Magdala ha visto il sepolcro vuoto ed è scoppiata in pianto, temendo che qualcuno avesse trafugato e nascosto il cadavere del suo Gesù. Anche Simon Pietro e il “discepolo che Gesù amava”, han visto il “vuoto” ma non necessariamente hanno dedotto che Gesù fosse risorto, benché lui stesso gliel’avesse più volte predetto. Decisive saranno invece le parole dell’Angelo alle poche donne che rappresentano il nucleo originale dei “testimoni innamorati” che aumenteranno un giorno fino a formare la prima comunità del Risorto: la Chiesa. Ed esse subito si metteranno in cammino, cioè andranno alla ricerca di quel Gesù che non hanno più visto dalla sera del venerdì e che non han potuto avvicinare nella giornata del sabato, giorno in cui non si poteva svolgere alcuna attività, neppure quella di visitare un sepolcro e d’ungere un cadavere.

Ma alle persone che ubbidiscono e, fiduciose, si mettono in cammino, cercando, senza saper dove cercare, ma ben sapendo chi devono cercare, Lui stesso si farà incontro, e si farà trovare.

Bisogna cercare, bisogna camminare per trovarlo. Perché se Egli accompagna persino il cammino dei due discepoli di Emmaus che fuggono, ormai delusi, da Gerusalemme, non accompagnerà i passi di quanti lo cercano, compresi tutti noi, se coltiviamo profondamente e sinceramente questo desiderio? È persino andato incontro a Paolo che certamente non lo cercava; anzi, se pur in buona fede, perseguitava i suoi seguaci, l’ha disarcionato dal suo cavallo sulla strada di Tarso e ne ha fatto l’Apostolo delle Genti. Ma il segno di riconoscimento avverrà ancora al tavolo della locanda di Emmaus dove allo spezzar del pane, i due discepoli lo riconosceranno e ricominceranno una nuova vita, all’insegna del “Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue ha la vita eterna”. Sì, quella vita che non muore e che nel suo snodarsi avrà mille volte l’occasione di riconoscere Cristo non solo nell’Eucarestia, ma nel volto del fratello, l’ultimo se possibile, che può anche essere il lebbroso di san Francesco o gli affamati, gli assetati, i forestieri, gli stranieri, i malati, i carcerati del cap. 25 di Matteo o gli immigrati, gli schiavizzati, i disoccupati, i prostituiti dei nostri giorni.

Anche noi allora potremo dire con Giovanni: Siamo passati dalla morte alla vita, perché amiamo i fratelli (1Gv 3,14). “Non soltanto ci sentiremo risorti, ma saremo annunci di speranza e di vita per un mondo senza speranza”

(san Massimiliano Kolbe).

Per una vita “Pasquale”


F

orse dobbiamo tutti riconoscere che siamo arrivati alla Pasqua che è l’evento più grande della storia e dell’anno liturgico sempre un po’ impreparati. In Quaresima abbiamo fatto tante iniziative – nella settimana appena trascorsa gli esercizi spirituali guidati dal Cardinale Piovanelli, verso il quale i debiti di gratitudine crescono a dismisura anche ora, a servizio pastorale fiorentino cessato, prima degli esercizi spirituali la benedizione di tante famiglie, la Via Crucis del venerdì, le collette caritative, ecc – ma l’avvenimento di Cristo morto e risorto forse non lo sappiamo approfondire e vivere a sufficienza. Anche il tempo pasquale che segue e che è caratterizzato dalla celebrazione dei sacramenti dell’iniziazione cristiana (Battesimo, Cresima, Eucarestia) oltre che dalla memoria e dalla devozione a Maria (nel mese di maggio) non sempre sa rifarsi al fatto che ha cambiato la storia del mondo.

Invece è proprio da questo mistero pasquale che prende luce tutto il resto, perché è dalla meta finale che si imposta e si orienta tutto il resto. Non dobbiamo dimenticare che il nucleo originario del Vangelo è stato incentrato sulla Passione e Risurrezione di Cristo: da lì si è poi ripartiti per raccogliere gli episodi dell’infanzia di Gesù, i miracoli, gli insegnamenti, le polemiche e gli altri episodi salienti della sua esistenza. La Quaresima ha senso se c’è la Pasqua, altrimenti diventa un esercizio di carattere etico o ascetico e non salvifico: gli inviti alla preghiera, al digiuno, alla carità, pur validi e necessari, esprimono solo la disposizione del cuore ad aprirsi al dono del Risorto.

La Pasqua cristiana non è neanche un “tema” da richiamare soltanto in occasione dei funerali dei cristiani: è un evento che ha una valenza molto più grande, oltre il tempo e lo spazio, una valenza universale e cosmica: tocca la vita di ciascuno e insieme il traguardo e la prospettiva ultima del vivere di ieri, di oggi, di domani.

Contemplare e vivere la Pasqua aiuta a capire che il cristianesimo non è una dottrina, un insieme di precetti o di riti: è una persona, Cristo, crocifisso e risorto. Lo ripete il Papa: “Di fronte alle grandi sfide del nostro tempo non una formula ci salverà, ma una Persona, Cristo stesso, da conoscere, amare, imitare per vivere con Lui la vita trinitaria e trasformare con Lui la storia fino al suo compimento nella Gerusalemme celeste” (N.M.I. n° 9).

 


Triduo pasquale


N

ei giorni di lunedì 5, martedì 6 e mercoledì 7 aprile 2004 si è tenuto il triduo di ascolto della Parola di Dio in preparazione della Santa Pasqua.

Quest’anno la nostra parrocchia ha avuto il grande privilegio di avere come guida Sua Eminenza il Cardinale Silvano Piovanelli, indimenticabile pastore della Chiesa Fiorentina per tantissimi anni.

L’occasione era veramente ghiotta e infatti tanti, veramente tanti, fedeli non l’hanno persa; hanno avuto ragione, la Parola del Signore portata dal Cardinale Piovanelli, se possibile, è stata ancora più preziosa, ricca di citazioni, di commenti, di chiarimenti, di aneddoti: un forziere colmo di perle e pietre preziose da cui si è attinto a piene mani.

Grazie… grazie… grazie Eminenza! Il dono che ci ha voluto fare è stato bellissimo: ci ha portato pace, serenità, commozione, amore e soprattutto la gioia di averci rafforzati nella certezza che Cristo è veramente risorto…

Porteremo il ricordo di queste splendide serate nel più profondo del cuore dove già fin da ora alberga il desiderio molto forte di riaverla presto in mezzo a noi.

Buona Pasqua!

 

Carlo G. a nome della comunità

 

Dal n. 12 di TOSCANA OGGI del 21 marzo 2004

Condanna e verità

Documento dei Vescovi toscani sugli attentati terroristici di giovedì 11 marzo a Madrid e costati la vita ad oltre 200 persone.


1. Di fronte alla gravissima strage di Madrid e ai tanti atti di violenza omicida e suicida che insanguinano la Terra Santa e altre nazioni del Medio Oriente e del mondo, ferma e assoluta è, come ha detto Giovanni Paolo II, la condanna del terrorismo, condivisa del resto dalla nostra gente. Almeno su questo – e non è poco – siamo tutti concordi. Semmai, mentre passano i giorni non bisogna dimenticare la pietà e la preghiera per le tantissime vittime innocenti e per le loro famiglie.


2. Fanno paura le dimensioni del terrorismo: le sue menti diaboliche, il fanatismo falsamente religioso e nazionalistico che lo genera e lo alimenta (si pensi a quello che si ispira al fondamentalismo islamico), il potere devastante che possiede a livello mondiale, la sua capacità di colpire in modo tremendo e imprevedibile.


Nessun dubbio che esso vada scovato, combattuto e vinto. Ma perché la sua sconfitta sia facilitata – insieme ad un’azione intelligente, onesta ed efficace di polizia nazionale ed internazionale – è necessaria un’intelligente e onesta ricerca della verità circa le cause che lo hanno scatenato e che favoriscono la sua forza. Questo è il compito della cultura e della politica. Spesso, però, nel campo dell’una e dell’altra non si ama la verità tutta intera, ma si cercano e si danno interpretazioni di parte e di comodo. Il che non aiuta quella strategia anti-terroristica condivisa ed efficace, che invece è del tutto urgente.


3. Dinanzi a fatti e timori così gravi i cristiani possono avere «una marcia in più» se – anche per recare un contributo culturale e politico alla comprensione e alla soluzione dei problemi – sanno fare tesoro del magistero sociale della Chiesa e, prima ancora, degli insegnamenti del Vangelo.

Gesù (Luca 13, 1-9) va alla radice più profonda delle cose e delle vicende umane insegnandoci, in sostanza, che le tragedie del mondo devono spingere tutti a rivedere, cambiare o migliorare mentalità e comportamenti, cioè a convertirsi. È il peccato di tutti e non il fatalismo o la sola iniquità dei malfattori, a causare tanti drammi paurosi della storia. Al tempo stesso la paziente misericordia del Padre dà a tutti il tempo e la grazia di nuove stagioni fruttuose e belle.


Ecco, l’Occidente, che purtroppo spesso dimentica le sue radici cristiane o che nasconde dietro facciate religiose interessi di altra natura, deve fare l’esame di coscienza a tutti i livelli. Non si possono rammentare i sicuri valori e diritti dell’Occidente senza verificare al tempo stesso le sue colpe storiche, le ingiustizie perpetrate o tollerate, le menzogne ideologiche diffuse sulla terra, l’egoismo praticato sul piano della sua politica e della sua economia interna e internazionale, le sue colpevoli divisioni. Non paga, alla fine, mescolare i propri interessi legittimi con interessi di mero dominio. Si deve capire che la guerra, come di continuo ha ripetuto Giovanni Paolo II, non risolve ma complica i problemi e che la forza va usata con saggezza e giustizia. Il regime democratico e lo stato di diritto hanno bisogno anzitutto di basarsi sulla pratica integrale della democrazia e l’osservanza del diritto, e non sulla sola potenza, per essere difesi ed esportati nel mondo. Il «realismo» politico va coniugato con l’etica della giustizia e col diritto internazionale rispettato da tutti. Non si comprende a sufficienza e non si può superare la tragedia del terrorismo senza capire e praticare questi valori. Il terrorismo, pur essendo un crimine esecrabile contro l’umanità e contro Dio, non è l’unico malanno del mondo attuale. Per questo tutti sul piano personale e sociale sono chiamati alla conversione che deve coinvolgere non solo i cristiani ma anche i musulmani, gli ebrei e i seguaci di ogni religione.


4. È necessario che i cattolici si facciano testimoni di questa visione cristiana delle cose in ogni ambito sociale e civile e che portino ovunque il contributo della loro identità e ispirazione evangelica. Di più, in un clima sociale e politico confuso e rissoso, sappiano confrontarsi senza «divorarsi» tra loro. La debolezza della presenza, della cultura e dell’azione sociale e politica di autentica ispirazione cristiana in Europa e nel mondo indebolisce l’«intelligenza» dei fatti, la vittoria sui mali e sulle tragedie e la prospettiva di una civiltà del diritto, dell’unione e dell’amore.


Nelle nostre comunità si cerchi di riflettere, di comunicare e di pregare di più in questo passaggio storico così carico di interrogativi.

 

I Vescovi della Toscana

 

Giuseppe, umile e prezioso

L

a festa di san Giuseppe rischia di essere dimenticata.

È bene ricordare che in tutto il percorso che prepara l’avvento di Gesù nel mondo c’è questo semplice personaggio che in umile e silenziosa obbedienza alla volontà di Dio realizza la sua vocazione e missione.

Questo personaggio è san Giuseppe. Egli è l’uomo giusto che porta a compimento il cammino di speranza iniziato dai giusti dell’Antico Testamento: egli è il giusto che vive di fede e la sua persona silenziosa accanto a Maria e a Gesù mostra tutta la profondità e pienezza di questa sua fede. Egli è presente come sposo promesso di Maria all’Annunciazione; vive l’amarezza del dubbio, che alla luce di Dio, diventa gioia; percorre con Maria la faticosa via che porta da Nazareth a Betlemme, contempla con la sua Vergine sposa il Figlio di Dio nato in una grotta, si fa esule in Egitto per salvare il Bambino, e infine aiuta il bambino Gesù a crescere in sapienza, età e grazia presso Dio e presso gli uomini.

 

Parole chiave


Penitenza

Fra le parole cristiane più frequenti, e oggi non troppo di moda, c’è la parola penitenza. Non significa semplicemente, come spesso si intende, far sacrifici, mortificazioni, fatica. Fare penitenza significa cambiare. Cambiare innanzitutto la mente, il modo di ragionare, di valutare, di scegliere. La Bibbia anziché parlare di mente preferirebbe parlare di cuore, intendendo con questa parola il centro della persona.

 

Conversione

È chiaro però che il cambiamento dal cuore deve passare alla vita, deve tradursi in pratica, deve diventare cioè un modo nuovo di vivere, di instaurare rapporti, di lavorare, di incontrarci. Qui la parola più adatta non è più penitenza, ma conversione, altra parola fondamentale del linguaggio cristiano. Significa fare una giravolta, cambiare direzione nel modo di camminare.

La parabola del figlio prodigo nel cap. 15 di Luca che ascolteremo domenica prossima è quasi la sceneggiatura di questo ritorno-conversione: non per nulla si designa al centro del racconto la strada su cui il padre vede profilarsi la figura di suo figlio che “ritorna” alla casa abbandonata.

La scelta di “cambiare mente” e quindi vita è stata la sostanza anche dell’appello di Giovanni Battista: “Convertitevi, perché il regno dei cieli è vicino; convertitevi e credete al Vangelo!” (Mc 1,15).

Cristo affiderà ai suoi discepoli e quindi alla sua Chiesa lo stesso impegno: “Nel mio nome saranno predicati a tutte le genti la conversione e il perdono dei peccati” (Lc 24,47).

Lungi dall’essere un semplice richiamo alla penitenza, l’appello che risuona anche in questa Quaresima è in definitiva un invito chiaro e intenso rivolto alla libertà dell’uomo perché compia la scelta radicale per il bene e per il Vangelo.

 

Liturgia e vita


D

ove arrivava Madre Teresa di Calcutta le folle accorrevano… Stadi, teatri, arene, ogni luogo diventava piccolo. Così, almeno in qualche misura, è per ogni persona che al di là delle parole, porta sul proprio corpo, nella propria vita, i segni inequivocabili della presenza di Dio. Persone dalle quali non vorremmo mai staccare gli occhi, che ascolteremmo per ore senza mai stancarci perché in loro si perpetua nel tempo il prodigio della trasfigurazione; in loro vediamo il volto luminoso del Figlio di Dio.

Ma questa luce che emana dai testimoni di Dio è frutto di una conquista a caro prezzo; al prezzo della croce, come fu per Cristo. Non sono certo coloro che vivono per se stessi, preoccupati del proprio tornaconto che diventa il loro dio, che possono diventare specchi della gloria e della presenza del Signore.

Nel cammino, spesso difficile, della nostra vita il Signore ci dona l’esempio dei suoi eroici testimoni non perché noi piantiamo le tende in una loro devozionale contemplazione, ma perché troviamo l’incoraggiamento a seguirli, a non perdere la fiducia nella croce, nel dono di sé, nel bene compiuto a qualsiasi costo. Solo così diventiamo gli uni per gli altri rivelazione della presenza di Dio. È questo che Gesù domanda ai suoi discepoli.

La luce che un giorno trasparì dal volto di Gesù sul monte e che traspare dai santi di ogni tempo, ci invita a camminare coraggiosamente verso la nostra Gerusalemme, dove, attraverso la croce, Dio darà pieno compimento al suo disegno di salvezza, trasformando il nostro corpo mortale nel corpo glorioso di Cristo.

Alleanza

N

ella prima lettura ricorre il termine “alleanza”, riferita ad Abramo (Gen 15).

Che cos’è l’alleanza? L’ebraico usa il termine “berit” che normalmente viene reso uniformemente con “alleanza”. Ma, osservando bene i testi biblici, ci si accorge che non è sempre una versione esatta. Infatti con Abramo e Noè (Gen 9), la “berit” di Dio assume la forma di un discorso di promessa, è un impegno con cui Dio vuole stabilire un legame con l’uomo: meglio sarebbe, in tali casi, tradurre con “impegno – promessa”. Si tratta di un impegno gratuito di Dio, di una “grazia” data all’uomo, al quale non si chiede una prestazione, un’opera, ma soltanto di credere, cioè di accogliere il dono divino. San Paolo, nella lettera ai Romani 4, si rifà appunto a questo tipo di berit per rimarcare la gratuità della grazia divina che ci salva.

Invece, in un’altra tradizione – chiamata deutoronomica dagli specialisti – la “benedizione” può essere tradotta con “alleanza”. Infatti il libro del Deuteronomio ripensa il legame Dio-uomo alla luce della categoria, diffusa nella sua epoca (sec. VII a.C.) cioè quella del “trattato” o “contratto”. In questo caso la versione “alleanza” è appropriata: si tratta di un vero e proprio trattato tra Dio e il suo popolo, con le clausole (le leggi) la cui osservanza o infrazione comporta benedizione o maledizione. L’esilio è stato interpretato, in questa tradizione, come la rottura del patto del Sinai da parte di Israele infedele: così si riteneva finita l’alleanza sinaitica.

Da allora riprese a farsi valere la “berit” di Dio con Abramo, che è pura grazia e dono irrevocabile di Dio che nessuna infedeltà umana può far ritrarre.

C’è da precisare comunque che anche quando il rapporto con Dio viene presentato nella forma di un contratto, non cade nel legalismo perché interpella sempre il “cuore” e la libertà intelligente dell’uomo.

La parola biblica “berit” esprime in conclusione l’incontro della libertà divina e quella umana, l’esigenza di una comunione reciproca tra Dio e il suo popolo.

 

Storia della Salvezza

L

’espressione “Storia della Salvezza” è divenuta di uso comune nella catechesi e nella predicazione. Ma che cosa significa di preciso? I suoi significati sono molteplici, anche se tutti collegati e con tratti comuni. Il significato preciso va deciso di volta in volta in base al contesto. Ecco i principali significati:

§         la storia raccontata dalla Bibbia, la storia di Dio e di Israele, di Gesù e della Chiesa primitiva; una volta era frequente l’espressione “storia sacra”, ma dicendo “storia della salvezza” si vuole sottolineare che le vicende raccontate non solo hanno Dio come protagonista (accanto all’uomo ovviamente), ma anche che sono dirette secondo un disegno salvifico per l’uomo;

§         è la storia cristiana che si innesta nella storia biblica e che continua secondo le medesime leggi, in cammino verso la venuta di Cristo e il Regno finale;

è l’intera storia umana (la storia biblico-cristiana ne è  come il centro propulsore) che è tutta amata e guidata da Dio, in cammino verso la salvezza. La storia della salvezza non è, in fondo, diversa dalla storia umana; di questa mette in luce la presenza di Dio, la direzione e il senso.

 

Siamo tutti catecumeni

C

ome è stato più volte scritto, specie nei documenti della Chiesa, e ripetuto oralmente, in tempo di Quaresima rappresentava per i catecumeni (i pagani cioè in attesa del Battesimo) il periodo della loro preparazione prossima all’incontro con Cristo nella fede e nel Battesimo (conferito comunitariamente la notte di Pasqua). Era per loro un tempo di catechesi sistematica; erano giorni di “illuminazione” sul mistero di Cristo, di iniziazione e di “addestramento” nella vita cristiana.

Ma chi non è in qualche modo catecumeno?

Anche il credente lo è, e lo è sempre, perché in perenne cammino verso un incontro con Cristo sempre più consapevole, sempre più vero, sempre più vitale e pieno. Di fatto, c’è ancora e sempre un non-cristiano (un pagano), ci sono ancora e sempre spazi di non-credenza (di paganesimo) in chi si crede ed è cristiano. Del resto il ritorno annuale della Quaresima non significa una ricorrente sollecitazione a ricominciare sempre e di nuovo il nostro catecumenato a Cristo? Siamo insomma un po’ tutti e in qualche modo sempre dei catecumeni e come tali dovremmo augurarci a vicenda di percorrere il cammino quaresimale incontro a Cristo. 


 

 

A proposito…  di digiuno

 

I

l digiuno e l’astinenza prescritti dalla Chiesa hanno valore di segno: segno che, partendo dal cuore, è destinato ad attraversare tutta la vita. La vita, infatti, già nella prospettiva umana, comporta misura, limitazione, sobrietà, moderazione . Sono atteggiamenti richiesti dalla”legge” naturale e che vengono esaltati nella vita cristiana perché aiutano a purificare il cuore e la mente da attaccamenti disordinati e affinano l’udito interiore all’ascolto della parola di Dio.

La Chiesa con le norme “disciplinari” vuole educare i fedeli a scoprire e a vivere questi valori.

·          Il digiuno e l’astinenza dalle carni sono prescritti il mercoledì delle ceneri e il venerdì santo;

·          L’astinenza dalle carni si estende a tutti (e a i soli) venerdì di Quaresima (in tutti gli altri può essere sostituita con un’altra opera di penitenza).

Si precisa che l’obbligo di digiuno riguarda le persone dai 18 ai 59 anni compiuti, quello dell’astinenza dai 14 anni.

 

“Guarire con la solidarietà”


L

a riflessione proposta dai nostri Vescovi in occasione della Giornata Mondiale del malato e dell’operatore sanitario, dal titolo “Guarire con la solidarietà”, celebrata in coincidenza con la memoria liturgica della Beata Vergine Maria di Lourdes, merita qualche ulteriore sottolineatura anche all’indomani della celebrazione stessa.

Oggi si parla molto di solidarietà, ma prevale di fatto l’individualismo e la conseguente insensibilità che spingono ad andare oltre chi soffre. Il termine solidarietà, entrato anche nel linguaggio politico, rischia “un uso inflazionato”.

Il significato della parola “solidarietà” viene colto dalla parabola del buon samaritano, chiamata “la parabola della solidarietà” perché supera l’interrogativo “chi è il mio prossimo?”, ponendo l’interrogativo opposto: “come posso rendermi prossimo?”. “Solidarietà significa perdersi, uscire da se stessi, portarsi al di fuori, servire”.

Il documento della CEI parla di “teologia della solidarietà” perché tale virtù, “prima di essere una qualifica dell’operato di Gesù, è attributo trinitario. Dio è solidale nella sua intima natura… Trinità è sinonimo di amore, di reciprocità, di solidarietà in azione”.

Se tale è il nostro Dio, anche la comunità cristiana è chiamata a diventare “la casa della misericordia e dell’amore” dove “i poveri, i sofferenti, gli umiliati, i malati, i morenti saranno i privilegiati del suo amore, i beneficiari delle sue prime carezze, il tesoro più prezioso da custodire nel nome di Dio”.

La solidarietà è un dono che Dio ha inserito nel cuore umano e trova in Lui la sua sorgente.

A livello psicologico, la solidarietà viene presentata come accoglienza, come un camminare insieme: “Il malato porta la povertà nella sua stessa pelle, sperimenta sul suo corpo la presenza del male e la paura della morte. Specialmente in certi casi (quando non ha più mani, più piedi, più bocca, più gesti autonomi), egli appare veramente il più povero dei poveri”. Verso di lui deve andare la preferenza del cristiano attraverso la lotta contro la malattia, in un primo tempo e, quando arriverà il tempo della rassegnazione, in un’assistenza ancora più amorosa.

Le malattie – ricorda ancora il testo – non sono uguali. “Disabili, non udenti, malati mentali, alcolisti, anziani, malati non autosufficienti, persone sofferenti di malattie rare, i colpiti dall’aids, cancerosi, morenti”: tutte queste categorie hanno i loro bisogni e i loro caratteri specifici. Il cristiano è chiamato a offrire a tutti “un’appropriata opera di sostegno e di conforto”. La comunità è chiamata a diventare “la specialista del male in tutta la sua estensione” e a “non lasciare sola alcuna famiglia sotto il peso della malattia”

La riflessione dei Vescovi conclude invitando a contemplare Maria, modello di solidarietà e di speranza: “una solidarietà da vivere in ogni parrocchia, in ogni struttura e istituzione sanitaria, in ogni realtà umana dove una persona malata e sofferente ci chiede di farci prossimo e riconoscerla come tale”.


 

 

LA CARITAS FA POLITICA?          p. Gabriele Ferrari, sx

L

o scorso luglio, mentre boccheggiavamo per la canicola e non finivamo di lamentarci della siccità, a Roma c'era l'assemblea generale della Caritas internazionale, che raggruppa 164 Caritas di altrettanti paesi dei cinque continenti.
La Caritas è un'espressione visibile della chiesa locale, "la carta di presentazione della chiesa", come disse il cardinale Martini.
Pensavo a queste cose, mentre leggevo le critiche a questa organizzazione di buoni samaritani, apparse sulla stampa laica. In sostanza, si rimproverava alla Caritas internazionale di far politica.
Il bene di tutti
Ma si può dire che denunciare le situazioni di miseria e di degrado, che affliggono la gente, sia ingerirsi indebitamente nella politica?
E' noto che politica viene da polis; una parola greca che vuol dire città, stato, comunità umana. Far politica vuol dire cercare il bene di tutti e non solo di qualcuno o di qualche settore della comunità.
In questo senso, la Caritas, come ogni cristiano, deve fare questo genere di politica: deve curare quei mali della città che nessuna amministrazione sa curare. La Caritas è davvero il buon samaritano che vede e si ferma e dà una mano a chi, caduto nelle mani dei briganti, si trova sul bordo della strada senza riuscire a riprendere il cammino.
La verità dà fastidio

Certo fa fastidio quando la Caritas avverte - e lo scrive nel suo documento - che in questi vent'anni la ricchezza nel mondo è cresciuta di otto volte e gli investimenti di 17 volte; ma che, nello stesso tempo, il benessere si è concentrato in mano di pochi, sempre più pochi. Sicché la massa dei poveri è cresciuta, ad una velocità che è pari a quella della concentrazione dei beni, di cui abbiamo appena parlato.
Si cita sempre, come caso emblematico, questo intollerabile divario: dodicimila donne indonesiane, che lavorano per fabbricare le scarpe sportive della Nike, ricevono un salario complessivo (cioè tutte insieme) inferiore a quanto la stessa compagnia Nike dà ad un giocatore di basket, che sponsorizza le scarpe Nike.
Un pugno nello stomaco

La povertà cresce... anche nei paesi ricchi. In Canada, per esempio, i bambini poveri sono saliti dal 14,5 al 21 per cento. Nel 2000 nel mondo, sono morti un milione e trecento mila bambini, per malattie collegate alla cattiva qualità dell'acqua. [...]
Globalizzare la solidarietà
Per
tutto questo deterioramento della situazione generale nel mondo, la Caritas internazionale punta il dito sul capitalismo selvaggio, chiamato anche globalizzazione economica.

E il Papa, nel suo messaggio alla riunione della Caritas, non ha mancato di affermare un altro aspetto della situazione: la globalizzazione della solidarietà non è solo raccomandabile in se stessa, ma è il modo più adeguato per contrastare il fenomeno del terrorismo internazionale, che trova ragioni o pretesti (alla fine non c'è più differenza, quando ci scappano dei morti) proprio nel sottosviluppo del mondo, provocato e mantenuto dall'attuale sistema economico neo-liberista.
Ingerenza o dovere?

Questi non sono forse problemi politici? E allora, denunciarli è ancora una "indebita ingerenza", oppure è un sacrosanto dovere? Non è forse quello che dovremmo fare tutti? [...]

 

--ooOoo--

Vera Grupelli - Trentatre anni di presenza in questa comunità parrocchiale! Prima come “utente”. Partecipazione alla messa domenicale, richiesta dei sacramenti per i figli… poi piano piano inserita in un contesto più attivo, più sentito: con i bambini, il catechismo, il Consiglio Pastorale, gli incontri di formazione.

Una comunità in cammino, in preghiera, guidata sempre con serietà e fede profonda, senza trionfalismi né scoraggiamenti. Una comunità che guarda avanti, si guarda intorno, fa tesoro del passato. Una comunità che non esercita esclusioni né per situazioni familiari né per critiche costruttive. Ogni anno offre opportunità formative in parrocchia, per gruppi di ascolto nelle famiglie, per genitori dei bambini che si preparano a ricevere i Sacramenti. Aperta alle necessità dei più bisognosi vicini e lontani. Una comunità soprattutto che prega. Una preghiera forte, costante, intensa, che supera i confini della propria cerchia, che guarda al mondo, soprattutto al male che opprime questa nostra società. E non si ferma ad intercedere per le vittime della cattiveria umana, ma sull’insegnamento di Cristo rivolge uno sguardo “amoroso” a chi si è perduto nei meandri oscuri del male nell’attesa di una conversione, di un ritorno alla Casa del Padre. È forse il tipo di preghiera più difficile ma dal quale non possiamo esimerci.    

--ooOoo--

Don Renato Villa -  Non eravamo un gruppo numeroso quel 17 giugno 1978, quando in cattedrale, mentre fuori imperversava un furioso temporale, il vescovo Giulio ci impose le mani.  Se non eravamo molti, eravamo però molto diversi. C'era chi era cresciuto regolarmente nei vari settori delle associazioni ecclesiali o nel contesto dell'emarginazione, chi aveva fatto regolarmente tutto il curriculum del Seminario e chi aveva avuto spiccate simpatie per i movimenti rivoluzionari del tempo. Questa diversità è continuata anche dopo l'ordinazione; infatti pur limitati come numero, abbiamo occupato quasi tutti gli ambiti del vasto campo ecclesiale: dalla diplomazia vaticana ai vari settori dell'emarginazione, dalle missioni estere e italiane alla vita quasi eremitica senza trascurare le pastorale parrocchiale. Tutto questo mi sembra sia stato fonte di arricchimento, di reciproca stima e di totale assenza di rivalità. Al sottoscritto è toccato un cammino un po’... "strano".  Diventato prete per la "Comunità del Paradiso" con decisione avvenuta quasi all'ultimo momento, a motivo del manifestato desiderio di vivere una vita monastica diocesana, dopo neanche un mese mi trovavo alla periferia di Firenze nella parrocchia di SantaCroce a Quinto quando si celebrava ancora la messa in due fondi di altrettanti condomini adibiti a cappella.  Il parroco, don Mario Usubelli, mi accolse amorevolmente così com'ero, cercando di valorizzare quello che mi caratterizzava. Quasi subito ebbi la fortuna di conoscere il futuro card. Piovanelli, allora nominato da poco pro-vicario della Diocesi e di intessere con lui un rapporto filiale che mi sarebbe stato di grande aiuto nei momenti più delicati del mio cammino sacerdotale. Ai primi di dicembre del 1980, in seguito al tragico terremoto dell'Irpinia, con la Caritas Fiorentina raggiungevo Capodigiano (fraz. di Nuro Lucano) dove sarei stato in seguito parroco per quasi un paio d'anni. Anche questa, come la precedente, fu un'esperienza molto gratificante arricchita dall'affetto del vescovo locale mons. Giuseppe Vairo e della calda simpatia e cordialità della gente lucana. Dentro di me non si spegneva però il desiderio di una vita monastica diocesana che costantemente verificavo col vescovo Giuseppe, diventato mio padre spirituale e, a distanza, anche col vescovo Giulio.  Mi si presentò nel frattempo l'occasione, che sfruttai prontamente, di trascorrere un lungo periodo, dall'inizio di Avvento a dopo Pentecoste, all'Eremo di Camaldoli che frequentavo abitualmente sia prima che dopo l'ordinazione. Fu in questo periodo che il card. Piovanelli, divenne arcivescovo di Firenze e appoggiò apertamente il mio desiderio permettendomi di vivere un'esperienza solitaria in una cascina sulle colline attorno a Firenze. Dopo diverse peripezie, seguite alla ristrutturazione della Comunità del Paradiso e alla malattia del vescovo Oggioni, approdai quasi casualmente (o forse... provvidenzialmente?) a Roncobello dove il parroco di allora, don Walter Colleoni, mi mise a disposizione la casa parrocchiale di Baresi ormai disabitata. E così, colui che era ritenuto un "nomade irrequieto" divenne un "inamovibile sedentario"! Da allora infatti, prima per 6 anni nella casa canonica e poi da 10 anni "all'Oasi della pace", vivo alternando la preghiera al lavoro e accogliendo chi viene per dialogare, confessarsi o condividere per qualche giorno la mia esperienza vissuta seconda una "norma di vita" che mi sono dato e che il nostro vescovo Roberto ha benevolmente approvato e ha pubblicamente riconosciuto. Non posso che dire "grazie" di tutto cuore al Signore e a quanti Egli ha messo sul mio cammino in questi 25 anni di sacerdozio e mi rimane un rammarico, è per i "sì" non detti o detti a malincuore a Colui che, se qualcosa mi chiedeva, lo faceva solo per accrescere la mia gioia.

Omelia di don Mario per il funerale di Vera Grupelli – 20 settembre 2003

 

letture: Ebrei 12, 1-3

            Marco 9, 30-37

 

Mi trovo in particolare difficoltà oggi a prendere la parola in occasione del tuo funerale.

Un po’ perché le parole possono velare la luminosità di una vita vissuta nella propria carne e nel proprio spirito con assoluta trasparenza e fedeltà. E poi perché, ne sono certo, ognuno dei fedeli qui presenti (e anche quelli che non lo sono perché impediti), potrebbe raccontare o descrivere qualche lineamento, qualche tratto o episodio della tua vita, tanto ricca di fede e di umanità, tanto semplice e insieme tanto nobile di animo, tanto comprensiva e insieme tanto esigente, tanto restia a pensare e a parlare di te quanto sollecita a farsi carico delle difficoltà e dei problemi degli altri.

Tutto questo, senza ombra di esagerazione, lo possono testimoniare i famigliari, i parenti, i colleghi, i fedeli della nostra comunità e quelli di altre che ti hanno conosciuto; i bambini, i ragazzi, i giovani che ti hanno avuto come insegnante della scuola materna o come catechista in parrocchia.

Credo proprio che l’insegnamento di Gesù ascoltato nel Vangelo di questa domenica (“se uno vuole essere il primo sia l’ultimo e sia il servo di tutti”) completamente incompreso dai discepoli fino a quel momento e completamente opposto a quello che oggi respiriamo, abbia trovato in te una presa sempre più profonda, una obbedienza sempre più docile, filiale, naturale. Di questa attenzione ai piccoli, permettimi che io abbia a rileggere uno scritto da te composto e riportato sul notiziario proprio un anno fa in questo periodo, in occasione della festa della comunità, quando tu alternavi momenti di riposo a Popiglio o a casa a quelli di degenza all’ospedale di S. Marcello Pistoiese o a Careggi: è uno scritto che evidenzia la tua attenzione alla comunità, il tuo amore, il tuo attaccamento, e tra i suoi membri la tua premura per i piccoli, per quelli che non brillano come stelle di prima grandezza ma nascondono tesori tanto preziosi e necessari per conferire completezza e armonia al mosaico costituito dalla comunità.

“Carissimo don Mario,

            la linea tracciata dalla comunità che lei sogna è così bella, così completa che ci sono poche cose da aggiungere. Perciò quello che ho scritto io è quasi una copia della sua.

Mi piacerebbe “vedere” la Comunità come un mosaico che rappresenta il volto di Cristo. Un mosaico formato da tante piccole tessere, ognuna con le proprie caratteristiche. Alcune lucenti, altre di colore intenso, altre sfumate. Levigate o ruvide, di fattura perfetta o squadrate, ognuna collocata al proprio posto, necessaria all’armonia della composizione totale. Siccome poi le pietruzze sono vive, ognuna è ricca di talenti. Alcune ne hanno un numero maggiore e scoprirli è più facile – anche se non sempre avviene – e stimolarli e valorizzarli viene più naturale. Altre ne hanno in numero minore e si deve porre più attenzione per trovarli. Ma chi ne ha uno solo a volte stenta a scoprirlo da se stesso e anche gli altri difficilmente lo sanno riconoscere, privando così il mosaico del suo apporto.

Ecco il compito della comunità: aiutare a scoprire i talenti di chi ne ha pochi o uno solo perché la mancanza di quel piccolo contributo può impoverire la ricchezza del mosaico.”

Se ci chiediamo: chi ti ha dato la forza, la costanza, la pazienza di vivere la vita cristiana così, sic et simpliciter, senza orpelli, senza aggettivi, senza fanatismi né compromessi, dobbiamo rispondere che prima di tutto te li ha dati il Signore, sono un dono suo: vengono in mente le parole di Paolo ai Corinzi “Per grazia di Dio però sono quello che sono, e la sua grazia in me non è stata vana; anzi ho faticato più di tutti loro, non io però, ma la grazia di Dio che è con me” (1 Cor 15,10): tu stessa lo hai riconosciuto con estrema semplicità nell’ultimo colloquio che abbiamo avuto lunedì mattina.

Però dobbiamo subito ammettere (non dico nulla di originale) che la grazia di Dio ha trovato in te una continua e crescente adesione e corrispondenza: davvero che la tua vita è sembrata non un cammino, ma una corsa, una corsa senza affanno ma vera, reale, nella quale hai saputo tenere fisso lo sguardo (non su cose frivole e meschine come talvolta possiamo fare noi) ma su Gesù Cristo, autore e perfezionatore della fede.

Per tutto questo ti siamo grati: sei stata maestra di scuola e di vita; la nostra comunità, in tutte le sue componenti, grandi e piccoli, laici e preti che in questi anni si sono susseguiti nell’esercizio del ministero e che in te hanno trovato una sorella attenta, discreta e sapiente, pronta a servire e pronta a lasciare spazio e a coinvolgere… ti dice il suo grazie sincero; e ancora ama ripetere con sant’Agostino: “Non ti chiediamo Signore perché ce l’hai tolta, ma ti ringraziamo perché ce l’hai donata”.

A me personalmente infonde tanta pace e serenità un’altra frase che dovrebbe essere di sant’Agostino. Dice:

“Non si perdono mai coloro che amiamo,

perché possiamo amarli in Colui che

non muore mai…”

“Solo per oggi”…

Posso ben fare, per dodici ore, ciò che mi sgomenterebbe se pensassi di doverlo fare per tutta la vita.

Ø      Solo per oggi cercherò di vivere alla giornata, senza voler risolvere il problema della mia vita tutto in una volta.

Ø      Solo per oggi avrò la massima cura del mio aspetto: vestirò con sobrietà; non alzerò la voce; sarò cortese nei modi; non criticherò nessuno; non pretenderò di migliorare o di disciplinare nessuno tranne me stesso.

Ø      Solo per oggi sarò felice nella certezza che sono stato creato per essere felice non solo nell'altro mondo, ma anche in questo.

Ø      Solo per oggi mi adatterò alle circostanze senza pretendere che le circostanze si adattino tutte ai miei desideri.

Ø      Solo per oggi dedicherò dieci minuti del mio tempo a qualche lettura buona, ricordando che come il cibo è necessario alla vita del corpo, così la buona lettura è necessaria alla vita dell'anima.

Ø      Solo per oggi compirò una buona azione e non lo dirò a nessuno.

Ø      Solo per oggi farò almeno una cosa che non desidero fare e se mi sentirò offeso nei miei sentimenti, farò in modo che nessuno se ne accorga.

Ø      Solo per oggi mi farò un programma: forse non lo seguirò a puntino, ma lo farò. E mi guarderò da due malanni: la fretta e l'indecisione.

Ø      Solo per oggi crederò fermamente, nonostante le apparenze contrarie, che la buona Provvidenza di Dio si occupa di me come se nessun altro esistesse al mondo.

Ø      Solo per oggi non avrò timori.

In modo particolare non avrò paura di godere di ciò che è bello e di credere alla bontà.

"Basta a ciascun giorno il suo affanno"   (Mt. 6,34)

 

Ogni popolo guardi il dolore dell'altro e la pace sarà vicina

 

Il Cardinale Carlo Maria Martini, tornando da Gerusalemme

T

orno da Gerusalemme avendo ancora negli orecchi il suono sinistro delle sirene della polizia e delle ambulanze dopo il terribile attentato di martedì 19 agosto. Ma ciò che sempre più ascolto dentro di me non è soltanto il dolore, lo sdegno, la riprovazione, che si estende a tutti gli atti di violenza, da qualunque parte provengano. È una parola più profonda e radicale, che abita nel cuore di ogni uomo e donna di questo mondo: non fabbricarti idoli! Questa parola risuona nella Bibbia a partire dalle prime parole del Decalogo e la percorre tutta quanta, dalla Genesi all'Apocalisse.

È dunque un comandamento che tocca profondamente il cuore di ebrei e cristiani e segna un principio irrinunciabile di vita e di azione. Ed è un comandamento anche molto caro all'Islam, che ne fa uno dei pilastri della sua concezione religiosa: c'è un Dio solo, potente e misericordioso, e nulla è comparabile a lui. Ma è anche un precetto segreto che risuona nel cuore di ogni persona umana: chi adora o serve in ogni modo un idolo ha una coscienza almeno vaga di voler «usare» la divinità o comunque un principio assoluto per i propri scopi, sente che sta strumentalizzando e sottoponendo ai propri interessi un sistema di valori a cui occorre invece rendere onore. Per questo chiunque adora un idolo intuisce che in qualche modo si degrada, sta facendo il proprio male e sta preparandosi a fare del male agli altri.

Ma non ci sono soltanto gli idoli visibili. Più radicati e potenti, duri a morire, sono gli idoli invisibili, quelli che rimangono anche quando sembra escluso ogni riferimento religioso. Tra essi vi sono gli idoli della violenza, della vendetta, del potere ( politico, militare, economico...) sentito come risorsa definitiva e ultima. E' l'idolo del volere stravincere in tutto, del non voler cedere in nulla, del non accettare nessuna di quelle soluzioni in cui ciascuno sia disposto a perdere qualche cosa in vista di un bene complessivo. Questi idoli, anche se si presentano con le vesti rispettabili della giustizia e del diritto, sono in realtà assetati di sangue umano.

Essi hanno una duplice caratteristica: schiavizzano e accecano. Infatti, come dice tante volte la Bibbia, chi adora gli idoli diviene schiavo degli idoli, anche di quelli invisibili: non può più sottrarsi ad esempio alla spirale perversa della vendetta e della ritorsione. E chi è schiavo dell'idolo diventa cieco riguardo al volto umano dell'altro. Ricordo la frase con cui alcuni giovani ex - terroristi degli anni '80 cercavano di descrivere come avessero potuto sparare e uccidere: "non vedevamo più il volto degli altri".

Le violenze che si scatenano oggi in tante parti del mondo sono il segno che c'è un'adorazione di questi idoli e che essi ripagano con la loro moneta distruttrice chiunque renda loro omaggio. Chi ha fiducia solo nella violenza e nel potere prima o poi tende a eliminare e distruggere l'altro e alla fine distrugge se stesso. Già san Paolo ammoniva: "se vi mordete e divorate a vicenda, guardate almeno di non distruggervi del tutto gli uni gli altri!". E ancora: "Non vi fate illusioni: non ci si può prendere gioco di Dio. Ciascuno raccoglierà quello che avrà seminato" (Lettera ai Galati 5,15 e 6,7).

Siamo nel vortice di una crisi di umanità che intacca il vincolo di solidarietà fra tutto quanto ha un volto umano. Nell'adorazione dell'idolo della potenza e del successo totale ad ogni costo è l'idea stessa di uomo, di umanità che viene offesa, è l'immagine stessa di Dio che viene sfigurata nell'immagine sfigurata dell'uomo. Ma proprio da questa situazione, dalla presa di coscienza di trovarsi in un tragico vicolo cieco di violenza - a cui ha fatto più volte allusione il Papa Giovanni Paolo II - può scaturire un grido di allarme salutare e urgente, più forte dell'idolatria del potere e della violenza.

È un grido che si traduce concretamente nel proclamare che non vi sono alternative al dialogo e alla pace. Lo sta da tempo ripetendo in tanti modi Giovanni Paolo II. Ma esso è un grido che precede le dichiarazioni pubbliche, per quanto accorate. Risuona infatti nel cuore di ogni uomo o donna di questo mondo che si ponga il problema della sopravvivenza umana. Di alternativo alla pace oggi vi è solo il terrore, comunque espresso. Quando la sola alternativa è il male assoluto, il dialogo non è solo una delle possibili vie di uscita, ma una necessità ineludibile. Per questo i leader di tutte le parti tra loro contrastanti debbono rischiare senza esitazioni il dialogo della pace.

Tutto ciò fa emergere ancora più chiaramente le responsabilità della comunità internazionale, quelle dell'Onu e quelle dell'Europa, quelle degli Stati Uniti, della Russia e dei paesi arabi. È necessario che tutti aiutino il processo di pace che si era appena iniziato, con una pressione forte e convinta a favore della Road Map e anche con la prontezza a fornire un sostegno politico e finanziario alle comunità che hanno il coraggio di rischiare la pace. Alla costruzione di muri di cemento e di pietra per dividere le parti contrastanti è preferibile un ponte di uomini che, pur garantendo la sicurezza di entrambe le parti, consenta alle due comunità di comunicare e di intendersi sempre più sulle cose essenziali e su quelle quotidiane.

Certamente l'odio che si è accumulato è grande e grava sui cuori. Vi sono persone e gruppi che se ne nutrono come di un veleno che mentre tiene in vita insieme uccide. Per superare l'idolo dell'odio e della violenza è molto importante imparare a guardare al dolore dell'altro. La memoria delle sofferenze accumulate in tanti anni alimenta l'odio quando essa è memoria soltanto di se stessi, quando è riferita esclusivamente a sé, al proprio gruppo, alla propria giusta causa. Se ciascun popolo guarderà solo al proprio dolore, allora prevarrà sempre la ragione del risentimento, della rappresaglia, della vendetta.

Ma se la memoria del dolore sarà anche memoria della sofferenza dell'altro, dell'estraneo e persino del nemico, allora essa può rappresentare l'inizio di un processo di comprensione. Dare voce al dolore altrui è premessa di ogni futura politica di pace. Non fabbricarti idoli: idolo è anche porre se stesso e i propri interessi al disopra di tutto, dimenticando l'altro, le sue sofferenze, i suoi problemi. Il superamento della schiavitù dell'idolo consiste nel mettere l'altro al centro, così da creare quella base di comprensione che permette di continuare il dialogo e le trattative.

 

Da “L’Osservatore Toscano” del 29 giugno 2003
La Famiglia ? Insostituibile

«La famiglia fondata sul matrimonio di un uomo e di una donna, è realmente una forma sociale con funzioni proprie e insostituibili di fondamentale importanza». Pertanto, a poco più di una settimana dall'omelia nella festa diocesana della famiglia, il 15 giugno scorso a Sesto Fiorentino, monsignor Antonelli ribadisce che «la famiglia ha diritto ad essere tutelata e sostenuta dalle pubbliche istituzioni» e quindi il suo primato «rispetto ad altre forme di convivenza, soltanto private, va tutelato sul piano culturale, giuridico, sodale ed economico. Gli va riservata, per dir così, una corsia preferenziale, un po' come nella circolazione stradale si fa con le macchine di servizio pubblico rispetto a quelle di uso privato. A titolo esemplificativo, particolarmente auspicabili appaiono alcune forme di sostegno, come facilitazioni per la casa alle giovani coppie, riforme che promuovano le opportunità di lavoro per i giovani, armonizzazione per quanto possibile delle esigenze del lavoro con quelle della famiglia, fisco commisurato al reddito familiare complessivo, consistente alleggerimento della pressione fiscale in base al numero dei figli a carico, perché le famiglie con figli non siano penalizzate rispetto a quelle senza figli, parità scolastica che assicuri effettiva libertà di scelta senza oneri aggiuntivi per le famiglie».

L’Arcivescovo “approfitta” della solennità di San Giovanni Battista, patrono di Firenze, da sempre momento privilegiato per parlare ai fedeli e alle istituzioni. Nell'omelia in cattedrale, la mattina del 24 giugno, richiama così, oltre al valore della famiglia, il rispetto per la vita umana contro «la diffusa tendenza a giustificare e a banalizzare l'aborto» chirurgico o farmacologico, ma anche «contro le tentazioni del consumismo esasperato». Mentre sul fenomeno migratorio ha chiesto «di assumere un atteggiamento che sappia conciliare il più possibile la generosa accoglienza delle persone in stato di necessità con le esigenze della legalità e dell'ordine pubblico».

A.E


Decalogo delle Vacanze

La vacanza è questione di stile prima ancora che di gusto. Ebbene, ecco alcune proposte perché la tua sia una vacanza davvero dignitosa e, nello stesso tempo, gioiosa:

 


  1. Non correre. La fretta può guastare tutto. Fermati a contemplare, a parlare con persone e amici nuovi. Han detto bene che "il viaggiatore più svelto è quello che va a piedi ". Chi va a piedi non fa molta strada, ma arriva al cuore delle cose.
  2. Godi la bellezza del creato. La poesia delle vette, il sussurro del mare... Più che a passeggiare per il mondo impara a gustarlo.
  3. Fissa i momenti gentili, poetici; per ricordare, domani, il gabbiano in volo, la luna sul monte, il cielo che scoppia di stelle... Per ricordare... Perché chi non ricorda non vive !
  4. Rispetta gli usi e i costumi degli altri. Non imbrattare i paesi che vai a visitare con critiche, cattivi esempi, volgarità.
  5. Non darti arie. Fa tu la prima mossa: non aspettare che siano gli altri a salutarti, a parlarti. Contagia tutti con il tuo buon umore, con la tua faccia allegra. Altrimenti che vacanza è?
  6. Mattino e sera, un pensiero al buon Dio. In fondo, dopo tutto quello che ci dà, non si merita un bel "grazie" ?
  7. Coltiva qualche hobby. È vero che il lavoro fa l'uomo, ma è l’hobby che lo decora.
  8. Sorseggia un bel libro. Chi legge può viaggiare nei paesi più lontani, stando seduto. E poi, non è scritto da nessuna parte che in estate il cervello deve andare in vacanza. Le ferie sono, si, tempo libero, ma non tempo vuoto.
  9. Scopri le mille ricchezze nascoste nei luoghi nuovi, nelle loro tradizioni, nei modi di viveri diversi. Scopri e impara. Il viaggio incomincia veramente solo quando si capisce quello che si vede.
  10. Finalmente, ricordati di tutti quelli che non hanno la fortuna di andare in vacanza. È un pensiero che aiuta ad essere meno esigente e più riconoscente.

QUALCHE RIFLESSIONE SULLA FESTA DIOCESANA DELLA FAMIGLIA


D

ire che è stata una bella festa riuscita può suonare riduttivo perché è stata molto di più. Riuscita in tutti i numerosi aspetti organizzativi e bella per il clima di gioia di una festa per la famiglia, a dimensione della famiglia, preparata da famiglie, è stata divertimento, condivisione, ed è stata soprattutto un occasione speciale per fermarci a riflettere, sul nostro cammino, sulla nostra vocazione, su quello che a noi coniugi chiamati due a due, viene richiesto dal Signore. Ci hanno molto colpito le parole  dell’Arcivescovo Monsignor Ennio Antonelli, quando durante l’Omelia, ha paragonato la famiglia serena a un’anticipazione del Paradiso, ma ha aggiunto, la famiglia può essere, e in parecchi casi lo è, un’anticipazione dell’Inferno.

A pensarci bene, in nessun’altro ambiente ci si può far del male come in famiglia.

La linea di demarcazione fra Inferno e Paradiso non passa fuori dalla porta di casa nostra, non riguarda solo famiglie lontane, emarginate, seguite dai servizi sociali, può riguardare anche la nostra. Le ramificazioni dell’ Inferno sono tante, sottili, molte mascherate da apparenti buone intenzioni. Si pensi ad esempio a genitori latitanti a causa di un eccessivo impegno lavorativo, motivato dalla presunta necessità di dover garantire agio e benessere superfluo alla famiglia. Si pensi inoltre ai tour de force ai quali sottoponiamo i nostri figli con le giornate piene di palestre, piscine, corsi di tutti i tipi per allenarsi a essere preparati e vincenti in ogni occasione, e il bambino non protesti e non reclami pomeriggi tranquilli e noiosi perché l’ha detto anche la maestra che lui ha proprio bisogno di tutto questo, perché deve essere più dinamico ma meno giocherellone,  più produttivo ma meno chiacchierone, più preciso ma meno ostinato, più fantasioso ma meno tra le nuvole, più ordinato ma nello stesso tempo più creativo. Praticamente un altro. E questo può essere davvero l’Inferno per i nostri figli, un Inferno per di più non immediatamente riconoscibile perché mascherato da Paradiso, attuato in perfetta buona fede e la convinzione di farlo per il loro bene.

Può essere difficile riuscire a evitare queste trappole perché gli input che riceviamo quotidianamente ci indirizzano nella direzione dell’efficientismo e della competitività più spietata. L’antidoto per non essere infettati da questi virus è fermarsi a riflettere, interrogarsi, cercare di sintonizzarsi sulla lunghezza d’onda del messaggio evangelico per capire quale sia il progetto di Dio su di noi e sui nostri figli, riscoprire le infinite potenzialità connaturate nel nostro pur imperfetto modo di essere. Un significativo indicatore direzionale era dato dallo stesso slogan della festa: “Famiglia: laboratorio di una umanità nuova”, non laboratorio di vincenti, non risorsa consumistica acquisitrice di beni superflui. Gli strumenti per forgiare una nuova umanità si chiamano amore incondizionato, accettazione, accoglienza, attenzione, ascolto. Non fanno parte dei nostri istinti, anzi spesso l’istinto ci porta nella direzione opposta. Sono talenti che si devono imparare, coltivare e necessitano di esercizio continuo. La festa, con gli spunti di riflessione proposti dai percorsi tematici, col vicendevole scambio di esperienze, è stata anche una bella opportunità di crescita in questo senso.   

 

Rossana e Sergio M.

Il volto più segreto e nascosto di Dio


I

l nostro concetto di Dio è spesso basato sulla sua grandezza, sulla sua onnipotenza: così è solitamente rappresentata l’immagine del Padre; lo stesso Gesù viene spesso raffigurato nella sua gloria e nella sua forza, come il Cristo pantocrator, potente e dominatore, anche se nell’arte più vicina a noi prevale un’immagine del Cristo colta nella sua mitezza, nella sua umiliazione, nella sua povertà.

La liturgia di Pentecoste ci propone un volto di Dio più segreto e nascosto, ci trasmette in un certo senso l’immagine della sua “debolezza”.

Come tante pagine della Bibbia ci ricordano, Dio è presente nella folgore e nel tuono, nella potenza delle acque e nella forza impetuosa della natura, ma si manifesta anche come tenue sussurro , come soffio leggero, attraverso segni percepibili solo da chi si ponga in atteggiamento di disponibilità, di ascolto, di attenzione.

La Pentecoste può essere letta anche come il momento in cui Dio si manifesta per le vie della semplicità, del nascondimento, del silenzio, anche se frutto finale di questa venuta dello Spirito sarà la forza, sarà la coraggiosa franchezza con la quale gli apostoli e, dopo di loro, quanti fino a noi ne hanno seguito l’insegnamento, hanno saputo testimoniare, sino al martirio, Gesù risorto e glorioso.

In un mondo spesso dominato dalla forza e nel quale talvolta lo stesso nome di Dio viene utilizzato strumentalmente a servizio della potenza delle armi,questo richiamo allo Spirito, questo ricordare che la forza di Dio sceglie la strada dell’apparente debolezza, sconvolge le nostre categorie mentali e i nostri criteri di giudizio.

Circondati dalle opere delle nostre mani e assordati dal rumore che noi stessi produciamo, sembriamo ormai incapaci di cogliere il soffio lieve dello Spirito. Proprio per questo la liturgia ci propone la Pentecoste: come invito a fare silenzio per fare spazio a Dio. Solo così potremo percepire quel leggerissimo soffio dello Spirito che cerca di farsi strada nelle profondità del nostro essere, per trasformarci in testimoni di Dio sulle strade del mondo.


 


 

Documento dei Vescovi della Toscana

Ecco il testo del messaggio dei Vescovi toscani sulla difficile situazione internazionale.


 

«Nella nostra precedente assemblea (1° ottobre 2002) prendemmo ferma posizione in favore della pace di fronte alla diffusione di conflitti e violenze in varie parti del mondo. Adesso noi vescovi della Toscana per fedeltà al Vangelo della pace, in comunione con il magistero del Papa e condividendo il desiderio di pace del nostro popolo, constatando che gli organismi deputati all'esercizio del diritto internazionale si trovano di fatto esautorati e in particolare come l'Onu non sia posta in grado di intervenire con pari efficacia nei confronti di tutte le violazioni dei diritti umani, della libertà, della sicurezza e della democrazia, dovunque e da chiunque vengano perpetrate,

ESPRIMIAMO

un chiaro, preoccupato e deciso NO alla guerra, di fronte agli avanzati preparativi e al dispiegamento di forze in atto, con la prospettiva di azioni militari che potrebbero svilupparsi anche ignorando o forzando le norme del diritto internazionale;

CHIEDIAMO

al Parlamento e al Governo italiani, chiamati a prendere importanti e gravi decisioni di politica estera, di confrontarsi con responsabilità e coraggio con gli accorati appelli alla pace del Santo Padre Giovanni Paolo II – in particolare il messaggio per la Giornata della pace 2003 e il discorso al corpo diplomatico accreditato presso la Santa Sede – volti a promuovere il dialogo, la mediazione e la riconciliazione tra le parti in conflitto e quindi a scongiurare guerre sempre inutili e con dannosissimi effetti in primo luogo sulle popolazioni inermi;

INVITIAMO

tutte le comunità ecclesiali e ogni cristiano, insieme con tutti gli uomini e le donne di buona volontà, a convertirsi alla pace, a coltivare e diffondere pensieri e gesti di pace, a celebrare momenti comunitari di riflessione e preghiera, a digiunare per la pace, a manifestare con franchezza ai membri del Parlamento e del Governo il profondo desiderio di pace, di giustizia e di democrazia del nostro popolo e di tutti i popoli del mondo dicendo un fermo e chiaro NO all'ipotesi di partecipazione o sostegno alla guerra all'Iraq da parte dell'Italia e chiedendo invece di adoperarsi con ogni mezzo nonviolento perché in quel paese si affermino i diritti umani e la democrazia; come pure di moltiplicare le attenzioni e gli sforzi per la pace in Terra Santa e in tutte le altre situazioni di guerre e conflitti dimenticati;

RIAFFERMIAMO

l'esigenza di maggiore giustizia distributiva su base planetaria, come fonte di vita e di sviluppo per tutte le aree del mondo da liberare dalla fame e dalla miseria.

 

Firenze, 28 gennaio 2003»


LA PIRA, I CRISTIANI E L'ISLAM

A commento dei fatti drammatici che nel mondo stanno accadendo, preferiamo cedere la parola a un personaggio come Giorgio La Pira che il 18 aprile 1958, in un momento cruciale della crisi algerina, scriveva a Papa Pio XII una lettera di ispirazione profetica valida tutt'oggi. L'inedito è stato proposto il 5 novembre 2001 nel 24° anniversario della morte dell'ex sindaco di Firenze.

Già in quell'aprile La Pira si chiedeva: "Di fronte ai popoli dell'Islam che si arroccano, pregando attorno alle loro moschee, cosa contrappone l'Occidente cosiddetto libero?… La Nato e tutte le altre sigle non sono una risposta; sono il segno di un'evasione pigra e di una debolezza strutturale. La sola risposta efficace è di natura ideale, mistica: è quella cristiana.

Ciò significa: soluzioni politiche di dignità, che spezzano sempre le catene coloniali; soluzioni economiche di intervento deciso per tutti i Paesi sottosviluppati, chiara affermazione dei valori "teologali" che danno misura di civiltà. Solo quando queste condizioni sono osservate prendono efficacia anche le sigle".

La lettera:

Beatissimo Padre,

perdonate: ma questa crisi francese è tanto grave ed investe, purtroppo, problemi tanto connessi e vitali per la Chiesa medesima e per l'intero movimento della storia attuale del mondo!, Perché il problema algerino polarizza tutto il mondo arabo ed islamico: ed è un “perno" della intera politica comunista e della intera dinamica della storia!

Beatissimo Padre, diciamolo con cristiana franchezza: - come è meschina questa politica dell'Occidente! E senza gusto; senza proporzioni; senza ideali; è priva della sola luce che sarebbe capace di darle bellezza e forza: è priva della luce di Dio!

Voi lo avete detto: quando questa luce manca vi è una carenza essenziale nella struttura e nel movimento dei popoli e delle nazioni!

Ci vuole altro, Beatissimo Padre, che il petrolio del Sahara - o dell'Irak o della Persia  - per contrapporre salutarmente un ideale storico "di alto potenziale" alla fermentazione nazionale e religiosa che sta animando con ritmo ogni giorno più accelerato i popoli arabi ed i popoli tutti africani ed asiatici!

Cosa mostra l'occidente (la Francia, l'Inghilterra, l'America) come stella luminosa capace di creare centri di attrazione atti a far convergere verso di sé i popoli nuovi e le nuove nazioni? Questo è il problema! Quale "stella di Giacobbe" viene mostrata nello spazio c.d. libero del mondo? La stella della libertà? Beatissimo Padre, è una stella troppo sbiadita e troppo adulterata questa preziosissima stella che Dio ha creato perché si muovesse - però! - nell'orbita di Lui, che è orbita di giustizia e di bellezza; che è orbita di adorazione e di fraternità.

Questo "ideale" della c.d. libertà economica e politica è un ideale che non ha più né attrattiva né bellezza né efficacia: è stato adulterato, nella sua stessa sostanza, da quella concezione "liberale" del mondo che è sorta in contrasto con quella cristiana e che sempre più è diventata materialista, oppressiva, atea.

Ed allora?

Ai popoli dell'Islam che sì arroccano, pregando, attorno alle loro moschee; ai popoli dell'Asia che prendono coscienza della loro radice "metafisica" e contemplativa; allo spazio comunista che viene animato da una falsa mistica di giustizia sociale e di fraternità umana, cosa contrappone l'occidente c.d. libero?

Beatissimo Padre, la domanda è drammatica perché non ha risposta: la Nato, e tutte le altre sigle non sono una risposta; sono il segno di una evasione pigra e di una debolezza strutturale. La sola risposta efficace è di natura ideale, mistica: è quella cristiana.

Ciò significa: soluzioni politiche di dignità, che spezzino per sempre le catene coloniali; soluzioni economiche di intervento deciso, amplissimo, organico, per tutti i paesi sottosviluppati, chiara affermazione dei valori "teologali" che danno la misura della civiltà: perché tanto è elevata una civiltà, tanto ne è alto il livello, quanto ne è integrale e ordinata la scala dei valori che hanno Dio come vertice! Solo quando queste condizioni sono osservate prendono efficacia anche le sigle: solo allora si può, con sicura coscienza, rinforzare la cintura di mura, e di torri destinate alla difesa di Gerusalemme!

Altrimenti ogni difesa è vana: nisi Dominus custodierit civitatem invanum laboraverunt qui custodierint eam.

 

E questo ciò che deve capire la classe dirigente delle nazioni cristiane: che, cioè, bisogna cominciare con l'essere cristiana: bisogna cominciare con il confessare che Cristo è la luce delle nostre nazioni!

Esagerazione? No: è l'esigenza più urgente dei tempo nostro.

E praticamente? Ebbene: la Francia, se non vuole spegnersi come faro di civiltà cristiana, deve anzitutto regolare politicamente - e non poliziescamente - l'affare algerino: il popolo algerino vuole l'indipendenza: ne ha il diritto. non c'è petrolio che tenga davanti ad un problema che sta scuotendo il mondo inticro.

Questo tempo nostro è singolare: presenta per la prima volta, in termini totalmente nuovi, il problema dei rapporti fra cristianità e islam; fra cristianità ed Israele; fra cristianità e tutto il mondo dei "gentili": e lo presenta in termini anche politici di estrema importanza perché è condizionato dalla massiccia presenza del mondo comunista ateo.

Come si può - nel considerare il problema di Algeria - prescindere da questo quadro in cui esso è collocato?

Ecco, Beatissimo Padre, le nostre riflessioni e le nostre pene: sono cose grandi, eventi di efficacia secolare (mille anni!), le cose e gli eventi, i problemi e le situazioni, nelle quali Dio pone oggi la storia delle nazioni.

Algeri, Cairo, Nuova Dehli, Mosca, Tokyo e così via: quale "sistema" di città, di popoli, di nazioni, che preme con tanta energia creatrice sul "sistema" delle capitali di Occidente, ancora attardate nel loro "ozio" e nel loro "sonno".

E tempo di svegliarsi: hora est iam de somno surgere! Come? A che fine? Per produrre altre bombe nucleari? Ma no: per produrre la sola energia nucleare capace di rinnovare il mondo: l'energia atomica della fede: haec est victoria quae vincit mundum, fides vestra.

"Uenergia teologale" della fede, della carità, della speranza; una energia liberatrice: energia di dono, di giustizia, di conversione a Dio, di fraternità effettiva degli uomini: energia fatta per servire e non per essere serviti.

Ideale astratto? Mito di poeti? No: è il solo ideale capace di operare in concreto la salvezza dell'Occidente e la ripresa del suo "servizio" di pilotaggio per il mondo intiero.

Ecco, Beatissimo Padre, come vanno viste le linee essenziali delle prospettive storiche odierne: a me, riflettendo e pregando, le cose appaiono così.

Comunque: una cosa è certa: il problema algerino è grave: va risolto prontamente: tocca la Francia, tocca l'Europa, tocca tutte le nazioni: e, quel che più importa, tocca la Chiesa e la "dinamica espansiva" della Chiesa in Africa, in Asia e nel mondo intiero: ecco perché la Chiesa ha il diritto di parlare!

Sant'Agostino ed i santi africani ci aiutino in questo momento così grave; un mornento peraltro che può trasformarsi in un momento di speranza e di fioritura.

 

E la Madonna ce lo ottenga. Credetemi, Beatissimo Padre,

filialmente vostro in X.to.

LE PARTI DELLA MESSA

Riti di introduzione

·        Ingresso con canto; Saluto del sacerdote

·        Atto penitenziale;

·        Gloria (Preghiera di lode); Orazione (Colletta)

LITURGIA DELLA PAROLA

·        Prima Lettura (Dall’Antico Testamento,
o dagli Atti degli Apostoli).

·        Salmo responsoriale

·        Seconda Lettura (Da una lettera degli Apostoli,
o dall’Apocalisse)

·        Canto al Vangelo

·        Proclamazione del Vangelo

·        Omelia

·        Professione di fede (Credo)

·        Preghiera universale (Preghiera dei fedeli)

LITURGIA EUCARISTICA

·        Preparazione e presentazione dei doni (Offertorio)

·        (Eventuale processione offertoriale e canto)

·        Preghiera sulle offerte

·        Preghiera eucaristica

·        Memoriale

·        Consacrazione

·        Riti di Comunione

·        Padre nostro

·        Rito della pace

·        Frazione del pane e canto «Agnello di Dio»

·        Comunione eucaristica del sacerdote e dell’assemblea (processione per la Comunione)

·        Orazione dopo la Comunione

Riti di conclusione

·        Saluto

·        Benedizione

·        Congedo

 

Ø      Decalogo contro la pena di morte stilato dai ns. vescovi