<- L’arkivio degli articoli
giugno
2006
Solennità della Santissima Trinità
|
U |
na domenica dedicata alla Trinità può sembrare superflua, ma
– se non si riduce a un velleitario tentativo di spiegare il mistero con l’aiuto
di triangoli, trifogli o le fiamme di tre candele accese che si fondono in
un’unica fiamma – potrebbe davvero diventare, dopo la conclusione del tempo
pasquale e all’inizio del tempo ordinario, un’occasione per riassumere in
termini biblici, cioè storici-salvifici, il mistero di Dio in rapporto alla
storia di questo mondo.
Questo è, del resto, il suggerimento che ci viene dalle
letture di questo giorno, le quali non tentano neppure di definire l’essenza di
Dio, ma ne danno la vera identità riportando le azioni del Padre, del Figlio e
dello Spirito santo per noi (1ª e 2ª lettura).
Di Dio, infatti, non si può tanto parlare: se ne fa
soprattutto l’esperienza. Forse il Manzoni esprime molto bene questa esperienza
di Dio nel dialogo fra l’Innominato e il Cardinale Federigo: “Dio, Dio! Se lo
vedessi, se lo sentissi! Dov’è questo Dio?”. “Voi me lo domandate? Voi? E chi
più di voi l’ha vicino? Non ve lo sentite in cuore che vi opprime, che v’agita,
che non vi lascia stare e nello stesso tempo vi attira, vi fa presentire una
speranza di quiete, di consolazione, d’una consolazione che sarà piena,
immensa, subito che voi lo riconosciate, lo confessiate, l’imploriate?”
Tutta la nostra vita è inquieta come la notte
dell’Innominato. Ci agitiamo, ci affanniamo per tante cose, ma sentiamo che la
nostra vita è soprattutto circondata da un mistero che sfugge al controllo dei
computers più sofisticati. Tutto è importante nella vita, ma ogni cosa svanisce
nel nulla se non trova una collocazione nel mistero di quel Dio che ci ha
creati, che ha operato prodigi per un piccolo popolo di schiavi, che in Cristo
ci ha fatto eredi della sua gloria e che per mezzo dello Spirito ci ha resi
figli.
Essere battezzati nel nome della Trinità significa diventare
partecipi di questa grandiosa e misteriosa storia di salvezza.
Il mistero della Trinità non ha lo scopo di costituire un
insolubile rompicapo per l’uomo; esso costituisce piuttosto l’espressione
globale dell’amore di Dio che crea, redime e dà la vita. E come non è possibile
spiegare con le parole l’amore umano, a maggior ragione non è possibile ridurre
in termini chiari e distinti l’amore di Dio. Lo si vive e basta!
Assemblea parrocchiale Straordinaria
|
I |
l Consiglio Parrocchiale
straordinario, aperto a tutti, quello che si è tenuto mercoledì scorso, per
approfondire la questione della collocazione di un nuovo crocifisso nell’aula
liturgica si è svolto all’insegna della libertà di proposte.
Se ne parlava da qualche tempo, ma il
discorso ha avuto un’accelerazione da quando ci è stata segnalata la
disponibilità di un crocifisso in marmo dello scultore Pio Fedi.
Grazie all’opera dei nostri
“maghi” del computer, i presenti hanno potuto vedere come apparirebbe, da
diverse posizioni, il crocifisso di Pio Fedi collocato in posizione centrale dietro
l’altare o in prossimità dell’attuale crocifisso, vicino al fonte battesimale.
Sono state prospettate anche altre soluzioni, con crocifissi di diverso
materiale collocati non dietro, ma sospesi sopra l’altare.
La discussione che si è sviluppata dopo la visione delle
varie immagini sullo schermo della sala, compresi primi piani del Cristo di
Fedi, è stata, come ormai fa parte del nostro stile, franca e serena. Ognuno ha
espresso le proprie considerazioni con la massima libertà, esternando
apprezzamenti, perplessità, motivi di contrarietà.
Nessuna conclusione, come è
ovvio, per il momento, ma la convinzione per tutti di andare avanti.
Come passo ulteriore verrà coinvolta
Il direttore del CP E. Badii
Mala tempora currunt
|
Q |
uando i nostri vecchi avevano da
lamentarsi dei brutti fatti del momento, esprimevano il loro sconforto con la
frase latina che titola queste poche righe, e con quella, magari imparata da
qualche prete, facevano anche sfoggio di una certa cultura. Nel nostro linguaggio attuale quella frase
significa che “sono momentacci”, ma questo tutti già lo sanno. E che siano davvero momentacci lo dimostra il
fatto che ormai non c’è più rispetto nemmeno per
Aldo C.
Amiamo
riportare la lettera che ci ha inviato suor Silvana:
“Carissimo don Mario,
ieri le consorelle
di Bougui mi hanno comunicato che sono arrivati sei pacchi di medicinali dalla
Medear e quando ci sarà occasione me li faranno pervenire. Grazie per aver
ancora una volta risposto alle nostre esigenze. Il Signore vi ricompensi.
Grazie a voi e ad altri possiamo curare gratuitamente i malati che non hanno i
soldi per pagarsi le cure. Così con il
vostro aiuto e il nostro operato possiamo curare chi non ha la possibilità di
farlo e sono tanti.
Domenica scorsa è arrivata una donna con una emorragia interna. Su una
bicicletta ha fatto
Dopo sei mesi e tre settimane, dove abbiamo sofferto
un caldo terribile, è arrivata finalmente la pioggia. La natura a iniziato a
rinverdire e anche noi respiriamo meglio.
La situazione nel paese è sempre precaria, la gente
non ha soldi e non è pagata. Insomma non è cambiato niente. La speranza della
gente in questo momento è nell’agricoltura e si spera in una buona stagione
delle piogge per avere un buon raccolto, così di aver di che mangiare.
E da voi come va ? Adesso con la nuova direzione
politica tutta di un colore ? Speriamo bene !
Un caro saluto a tutti e grazie a tutta la comunità.
Un grazie particolare a chi si è occupato di
reperire le medicine e tutto il resto.
Ricordatemi nelle vostre preghiere, anch’io vi
ricordo al Signore.
Saluti carissimi sr.
Silvana.”
Al centro lo Spirito Santo
|
Q |
uando sarà possibile rendere
“centrale” nella nostra esperienza cristiana lo Spirito Santo? Eppure è la
terza persona della santissima Trinità a sostenere la nostra vita di credenti,
la vita cristiana delle famiglie, la vita della comunità. È suggestivo un
pensiero di santa Caterina, la mistica senese, dottore della chiesa e patrona
d’Italia, che rivolgendosi alla Madonna dice: “Tu sei la farina che, con
l’acqua e il fuoco dello Spirito Santo, ci hai dato il pane fragrante della
vita”. Stupenda provocazione a mettere insieme Gesù eucaristico, lo Spirito
santo,
Uno degli insegnamenti del
Vaticano II è la centralità dell’azione dello Spirito santo nell’esperienza
ecclesiale. Ci facciamo aiutare da alcuni testi conciliari nella breve
riflessione sulla presenza dello Spirito santo nella chiesa.
Al centro della costituzione Dei
Verbum sulla parola di Dio sta l’affermazione che non è possibile
comprenderla e attualizzarla senza il soccorso dello Spirito santo. Se la sacra
Scrittura è stata redatta per “ispirazione” dello Spirito santo, occorrerà
sempre invocarlo ogni volta che ci si mette di fronte al sacro testo per il
“religioso” (non solo culturale ed esegetico) ascolto della parola di Dio; per
ricercare in essa orientamenti di vita e risposte di senso; per assumere e
diffondere i messaggi evangelizzatori.
Infine la costituzione “ponte”
tra
Possiamo applicare allo Spirito
santo quanto Gesù ha detto di se stesso: “Senza di me non potete fare nulla”
(Gv 15,5).
Solennità di Pentecoste Motivi per rendere
grazie
|
“D |
el tuo Spirito, Signore, è piena la terra”: il ritornello del
salmo situa in maniera appropriata l’azione dello Spirito/soffio vitale di Dio.
La nostra esultanza in questo giorno è motivata proprio da questa universalità
dell’agire divino, che dona la vita a ogni creatura e giustifica pienamente
l’affermazione della predicazione apostolica: “In lui viviamo, ci muoviamo
ed esistiamo” (At 17,28). Troppo poco si riflette sull’importanza del
vivere e del morire nel Signore, che è come dire: “Nessuno di noi vive per
se stesso e nessuno muore per se stesso” (Rm 14,7).
Una conseguenza immediata di questo insegnamento è richiamata
dalla seconda lettura: “Quelli che sono di Cristo hanno crocifisso la loro carne
(il loro egoismo) con le sue passioni e i suoi desideri”; è un altro
motivo di esultanza che ispira il rendimento di grazie.
Nella Pentecoste lasciarsi guidare dallo Spirito consiste
proprio nel non essere mai trascinati, nei propri comportamenti, dal cieco
egoismo, ma dall’apertura agli altri e alle loro esigenze. È importante far sì
che la nostra vita diventi, giorno dopo giorno, un graduale far spazio allo
Spirito.
Parole chiave
Pentecoste. La festa porta questo nome
perché cadeva cinquanta giorni dopo
Il senso nuovo cristiano della festa è spiegato in
Atti 2,1-11 (prima lettura): è la celebrazione della venuta dello Spirito che
offre la salvezza operata da Gesù e costruisce l’unità del genere umano: segno
di una salvezza arrivata, luce che aiuta la comunità a prendere coscienza della
sua vocazione missionaria e ecumenica, anticipo del grande raduno finale: temi
questi tutti presenti nel racconto di Luca.
Carne e Spirito.
Specialmente in Paolo e in Giovanni si legge con frequenza la contrapposizione
“carne” e “spirito”. Ecco alcune frasi molto note: “Ciò che è nato dalla carne
è carne, ciò che è nato dallo Spirito è Spirito” Gv 3,6. “È lo Spirito che
vivifica, la carne non giova a nulla” Gv 6,63. “La carne ha desideri opposti
allo Spirito, e lo Spirito desideri opposti alla carne” Galati 5,17.
Contrariamente a quanto potrebbe sembrare, in queste
frasi la contrapposizione carne e spirito non equivale a corpo e anima. La
carne è l’uomo lasciato a se stesso, l’uomo chiuso nel suo mondo e nel suo
egoismo; lo spirito è l’uomo aperto allo Spirito di Dio, aperto alla grazia e
all’amore, rivolto al mondo di Dio.
Il cero pasquale
|
O |
ggi il cero pasquale si spegne, ma non viene messo in
un polveroso ripostiglio come forse avveniva in un tempo non tanto lontano. Il
messale romano prescrive di “portare il cero pasquale nel battistero e di
conservarlo con il debito onore. Alla fiamma del cero si accendono, nella
celebrazione del Battesimo, le candele dei neo-battezzati”.
La presenza del cero accanto al fonte battesimale non
solo è in funzione dei futuri battesimi, ma resta anche un richiamo battesimale
per tutti noi battezzati, che, forse, troppo facilmente dimentichiamo che
Dare senso e profondità a tutte le cose, anche le
più insignificanti
|
G |
esù sale al cielo e gli apostoli sono
invitati a guardare la terra. Nel cammino cristiano sono due le tentazioni:
quella verticale e quella orizzontale.
È difficile oggi parlare di cielo, l’uomo
di oggi non sembra molto desideroso di andare in cielo, è molto impegnato nei
richiami del mondo presente, delle sue gioie e delle sue sofferenze. Anche le
virtù teologali tendono a diventare virtù puramente umane. La speranza che
diventa desiderio di un mondo migliore; la carità che diventa filantropia. È
difficile oggi parlare di vita eterna, di vivere in Dio.
Le tentazioni sono due: da una parte la
fuga dal mondo che si rifugia in un misticismo evanescente, un devozionalismo
che giustamente è stato definito “oppio dei popoli”; dall’altra la tentazione
di assolutizzare la realtà presente, la realtà terrestre come fine di tutto.
Gli apostoli, dopo aver guardato al
cielo, sono invitati a guardare alla terra, a dar vita alla Chiesa come
presenza di Cristo oggi qui sulla terra. Le nostre comunità sono chiamate oggi
a coniugare impegno concreto e preghiera, facendo molta attenzione che la magìa
o la superstizione non soffochino la fede, che il credere nella presenza e
nella azione di Satana non cancelli la presenza di Dio.
“Predicate il Vangelo
ad ogni creatura”
Il Cristo non è più “presente”. Sarà
compito degli apostoli renderlo presente con la loro parola e con la loro vita.
Nasce
Il cristiano sarà chiamato con Cristo a
essere capace di amare, e di amare fino alla fine. Ad amare anche i nemici, a
perdonare, a condividere.
Maria diventa il simbolo altissimo di
questo “divino” potere e il Magnificat ne è la traduzione: “Grandi cose ha
fatto in me l’Onnipotente”. Maria sa rendere sacre e grandi tutte le cose.
Il cristiano è chiamato come Cristo a dare senso e profondità divina a tutte le
cose, anche alle più piccole e insignificanti.
40a Giornata
Mondiale delle Comunicazioni Sociali
“I Media: una rete a
servizio dell’umanità”
|
"C |
ontribuire
costruttivamente alla diffusione di tutto quanto è buono e vero" (cfr. Messaggio n. 2),
questo, secondo Benedetto XVI, è l'atteggiamento che deve guidare tutti coloro che operano
nelle comunicazioni sociali. Solo ponendosi a servizio di ciò che è "buono
e vero" i media potranno costruire realmente una "rete di
comunicazione, comunione e cooperazione". È questo il cuore e il senso del
Messaggio del Santo Padre per la 40a Giornata
Mondiale delle Comunicazioni
sociali, che si celebrerà il prossimo 28 maggio.
In primo luogo occorre
focalizzare e promuovere i beni fondamentali, tra cui la "dignità della
persona umana" al fine di essere "più responsabili e più aperti agli
altri, soprattutto ai membri della società più bisognosi e più deboli" (n.
4).
In
particolare poi è necessario "sostenere ed incoraggiare la vita
matrimoniale e familiare" perché da essa dipende il bene delle persone e
dell'intera società, a partire dai processi educativi (n. 3). L'attenzione a
ciò che è bene, infine, favorisce la crescita di una società sempre più
solidale, capace di generare giustizia e pace per ogni uomo e per tutti i
popoli, realizzando quella rete di comunione che dovrebbe essere il fine
stesso dei media.
Nel mese di maggio
un polittico di riflessione su Maria
5) Maria vedova
|
I |
l lasso di
tempo che separa l’intervento di Maria alle nozze di Cana dal dramma di Gesù
sul Calvario, è interrotto dalla presenza di lei (sola) in due episodi citati
da Marco (3,31-35) e da Luca (8,19-21), con il silenzio assoluto già in queste
occasioni sulla figura di Giuseppe. Ciò ha dato luogo alla supposizione che Giuseppe
sia già da allora del tutto scomparso e che di conseguenza Maria abbia vissuto
entro e oltre questo spazio in assoluto stato di vedovanza. Non si sa da quando
e per quanto. E il titolo di Maria santa vedova non ha trovato riscontro
sensibile nella devozione mariana. È una lacuna che tento in parte di colmare
accennandone a conclusione di questo polittico, perché se è vero come è vero
che nella nostra realtà demografica le vedove costituiscono una categoria
rilevante che in tanti modi si rende utile per svariate mansioni,
dall’educazione dei figli e dei nipoti, alle tante altre attività culturali e
sociali di enorme e insostituibile rilevanza, è giusto dare spazio a questo
aspetto della vita di Maria che la presenta come modello di vita per tutte le
vedove e come patrona della loro condizione civile.
Come avrà vissuto Maria
questa realtà, fonte per molte vedove di chiusura in se stesse, di
atteggiamento rinunciatario e di doloroso isolamento mentre per tante altre
essa è occasione e stimolo ad aprirsi al dialogo con Dio, alla socializzazione,
alla sensibilizzazione verso i bisogni altrui?
Noi immaginiamo
ovviamente che chi, pur aiutandolo a crescere è stato alla scuola di Gesù,
unica nel suo genere, abbia continuato a rimanere nella semioscurità in cui era
vissuta da sempre, sostenuta dalla profonda fede in Dio, dall’accettazione
generosa della sua volontà e sia diventata modello di vita e punto di
riferimento per gli apostoli stessi e per tutti i discepoli di suo Figlio.
Adesso vorremmo che lei fosse la consolatrice per tutte le donne che vivono la
tragedia della perdita di un figlio o di un marito, perché non vivano di puro
rimpianto di amori perduti, ma mantengano la consapevolezza che l’esperienza
affettiva vissuta nel matrimonio e nella genitorialità sia una spinta a
impreziosire il tempo di vita ancora a loro concesso in impegno di crescita
nell’amore di Dio e nel servizio ai fratelli. L’importante è che non si faccia
spazio a nessuna ombra di depressione talvolta frutto della solitudine, tal
altra della incomprensione e si possa dire con san Paolo: “Sia benedetto Dio,
Padre del Signore nostro Gesù Cristo, Padre misericordioso e Dio di ogni
consolazione, il quale ci consola in ogni nostra tribolazione, perché possiamo
anche noi consolare quelli che si trovano in qualsiasi genere di afflizione con
la consolazione con cui siamo stati consolati noi stessi da Dio” (2Cor 1,3-4).
don
Arturo (fine)
Il Testamento di Gesù
|
È |
questo
l’ultimo vangelo prima dell’Ascensione al cielo. Ha il sapore forte di un
testamento e, di fatto, lo è. Quanto è descritto succede nel Cenacolo,
all’ultima cena. È una serata di addio, di tradimenti… e il Signore offre il
suo testamento.
L’apostolo Giovanni – presente come sempre – è il
testimone che ricorda e, oggi, racconta. Gesù confida ai dodici apostoli che il
Padre lo ama di un amore infinito e poi assicura i suoi amici lì convocati:
anch’io vi amo, con lo stesso amore con cui sono amato dal Padre mio; anzi,
voglio spingere il mio amore fino al dono della vita per voi.
Dio è amore!
Così l’apostolo Giovanni condensa la sua personale esperienza di vita accanto
al Signore. E questa risulta essere la più esaltante e perfetta definizione di
Dio. Dio, da tanti riconosciuto come l’artefice sommo del creato, o considerato
l’origine e la causa di tutto… è chiamato da Gesù: “Padre!”. Ma con geniale e
tenerissima intuizione, Giovanni afferma: “Dio è amore!”.
L’amore però è esigente…
sempre, Infatti Gesù quella medesima sera, consegna agli apostoli la sua
impegnativa richiesta: “rimanete nel mio amore”. Gli Apostoli comprendono bene
che rimanere nella sua amicizia comporta: riconoscer tutti gli uomini, ogni
uomo… come fratello e, nella vita quotidiana, portare frutti di bene che
rimangono per sempre. Ma con Gesù gli Apostoli stanno anche imparando che
permanere in Lui è garanzia di un immediato e impagabile effetto: la
gioia piena. É proprio questa la letizia e la pace che avevano veduto e
assaporato nella vita del Signore Gesù; ora sono consapevoli che era l’esito
del suo rimanere nel Padre. Vivere in tal modo è quindi davvero desiderabile
per se stessi e augurabile ad ogni uomo.
Lasciamoci pervadere da questa certezza di
Cristo; essa è anche la massima “convenienza” per la nostra esistenza: “Come il
Padre ha amato me, così anch’io ho amato voi. Rimanete nel mio amore”. La vita
– come convenienza cristiana – consiste proprio nell’accogliere in noi la vita
che Dio dona attraverso il Figlio suo; questa vita è l’amore stesso di Dio. Chi
ne fa esperienza può riconoscere – come l’Apostolo Giovanni
riconobbe – che Dio è amore!
“Deus Caritas Est”
|
C |
i pare opportuno e appropriato in questa domenica
nella quale i brani della liturgia ruotano sinfonicamente attorno a un unico
tema, che è poi il cuore del messaggio cristiano: l’amore di Dio -, riportare
la prima parte del testo dell’introduzione che Papa Benedetto ha voluto
premettere alla enciclica “Deus caritas est”. Il testo può costituire anche un
incentivo a leggere o… rileggere il bellissimo documento del Papa.
1. «Dio è amore; chi sta
nell’amore dimora in Dio e Dio dimora in lui» (1Gv 4, 16). Queste parole della Prima
Lettera di Giovanni esprimono con singolare chiarezza il centro della fede
cristiana: l’immagine cristiana di Dio e anche la conseguente immagine
dell’uomo e del suo cammino. Inoltre, in questo stesso versetto, Giovanni ci
offre per così dire una formula sintetica dell’esistenza cristiana:«Noi
abbiamo riconosciuto l’amore che Dio ha per noi e vi abbiamo creduto ».
Abbiamo creduto all’amore di Dio - così il cristiano può esprimere la scelta
fondamentale della sua vita. All’inizio dell’essere cristiano non c’è una
decisione etica o una grande idea, bensì l’incontro con un avvenimento, con una
Persona, che dà alla vita un nuovo orizzonte e con ciò la direzione decisiva.
Nel suo Vangelo Giovanni aveva
espresso quest’avvenimento con le seguenti parole: «Dio ha tanto amato il mondo
da dare il suo Figlio unigenito, perché chiunque crede in Lui… abbia la vita eterna» (3, 16). Con la
centralità dell’amore, la fede cristiana ha accolto quello che era il
nucleo della fede d’Israele e al contempo ha dato a questo nucleo una nuova
profondità e ampiezza.
L’Israelita credente, infatti, prega ogni giorno con le parole del Libro del
Deuteronomio, nelle quali egli sa che è racchiuso il centro della sua
esistenza: «Ascolta, Israele: il Signore è il nostro Dio, il Signore è uno
solo. Tu amerai il Signore tuo Dio con tutto il cuore, con tutta l’anima e con
tutte le forze» (6,
4-5). Gesù ha
unito, facendone un unico precetto, il comandamento dell’amore di Dio con
quello dell’amore del prossimo, contenuto nel Libro del Levitico: «Amerai
il tuo prossimo come te stesso» (19, 18; cfr Mc 12, 29-31). Siccome Dio ci ha amati per primo (cfr 1 Gv 4,
10) l’amore
adesso non è più solo un « comandamento», ma è la risposta al dono
dell’amore, col quale Dio ci viene incontro.
In un mondo in cui al nome di Dio viene a volte collegata la vendetta o perfino il dovere dell’odio e della violenza, questo è un messaggio di grande attualità e di significato molto concreto. Per questo nella mia prima Enciclica desidero parlare dell’amore, del quale Dio ci ricolma e che da noi deve essere comunicato agli altri. […]
Nel mese di
maggio
un polittico di riflessione su Maria
4) Maria Madre
|
M |
aria sorella, Maria
vergine, Maria sposa, per arrivare soprattutto a presentarla come Madre. È il
titolo che sarà supremo, quello che è fonte di tutti gli altri, e intorno al quale
ruota la devozione della Chiesa.
Come proclamerà nel 431
il Concilio di Efeso, Maria è
Ma anche ogni ritratto
della Pietà scuote la sensibilità di tutti. Si conosce specialmente quella (non
unica) di Michelangelo. Però nessuno ha ancora scritto: la passione di Maria.
Iacopone da Todi se n’è fatto interprete nella sua famosissima lirica: “Il
pianto di Maria”.
Dal presepio al Calvario
questa Donna eccezionale ci descrive la parabola di una vita crocefissa per
amore, ma che oggi, assunta in cielo siede alla destra di suo Figlio e continua
a intercedere per gli altri suoi figli. A me personalmente rimane fisso il
quadro struggente di una donna “condannata” ad essere la “madre del Crocifisso”
che procede con la massima attenzione a non calpestare i rivoli di sangue che
gocciolano da suo Figlio sulla Via Crucis unica per tutti e due.
don Arturo
(continua)
Ancora
un “Vangelo” di rivelazione
|
È |
ancora un
“Vangelo” di rivelazione quello oggi proclamato: la “pietra scartata” diventa
“pietra angolare” e ha il diritto di rivelarsi in pienezza affermando: “Io
sono… il buon pastore, la vera vite…”
È interessante osservare come tutte le
tessere del mosaico della “rivelazione” che si viene componendo di domenica in
domenica ha tratti di tipo relazionale: nel rivelarsi Gesù non è l’unico
solitario abitatore di uno spazio immenso e vuoto. Egli rivelandosi, svela
tutto un tessuto di rapporti. Certamente egli è la vera vite, ma piantata dal
Padre, dal Padre amata e curata; ed è una vite ornata di tralci attraverso i
quali scorre linfa, la vitalità, e i frutti vengono generati.
Vien fatto di dire che rivelandosi
attraverso l’immagine della vite Gesù vuole affermare che la sua passione,
morte e risurrezione non hanno abolito la caratteristica dell’“alleanza”: al
contrario essa è assunta in pienezza e portata al livello della relazione di
intimità e di mutua inabitazione tra Cristo e il suo popolo.
È pure doveroso precisare che questa
intimità o inabitazione non si devono pensare solamente in maniera metaforica o
come qualcosa che avviene a un livello solamente psicologico. Tale relazione è
del tutto “reale”, è sacramentale e va compresa e vissuta come tale.
Altrove Gesù dice: “Io sono il pane
vero” e chiede di accoglierlo nella fede e nella “manducazione”
sacramentale, senza “scandalizzarsi”; qui dice: “Io sono la vite vera”;
dalla “vendemmia” e dalla “torchiatura” della passione sgorga il “vino nuovo”
della “definitiva alleanza”; tale vino va accolto nella fede e sacramentalmente
bevuto.
Così, tramite
questa complessa esperienza, si resta uniti alla vite, si diventa destinatari
della cura e della potatura operata dal Padre, si reca molto frutto…
“Dio è più grande
del nostro cuore”
|
È |
bellissima questa affermazione di Giovanni (1Gv
3.20) riportata nella liturgia di questa quinta domenica di
Pasqua. La tenerezza di Dio è la tenerezza della mamma anche quando noi non
oseremmo pretendere il perdono, anche quando noi non avremmo il coraggio di
perdonarci. Il figliol prodigo quando torna pensa di non essere più accolto
come figlio, il padre invece non sente neppure le scuse: lo abbraccia, lo
bacia… si fa festa. Il cuore del padre è molto più grande del cuore del figlio.
Dio mi ama più di quanto io sono capace di amarmi. Se abbiamo presente questo,
non abbiamo più bisogno di intercessori. Una certa devozione ai Santi e a Maria
è nata da una falsa immagine di Dio. Ritenere, come qualche volta si è sentito
dire, che Maria fa entrare dalla finestra quelli che Gesù non lascia entrare
dalla porta, non rispecchia certo la “verità” dell’amore di Dio verso l’uomo …
fiore vero
|
I |
fiori finti, confezionati in maniera plastica, per quanto belli e
verosimiglianti, hanno sempre qualcosa di freddo… Raccolgono facilmente la
polvere che conferisce loro un aspetto di morte… Insomma hanno qualcosa che fa
percepire l’assenza di vita! Non è bello metterli in Chiesa, né accanto
all’altare del Signore, né davanti ai santi. Piuttosto che la finzione dei
fiori in plastica, in chiesa è molto meglio la spoglia verità del niente.
Come la fredda e sterile bellezza dei
fiori finti, così è la vita del cristiano e della chiesa allorché ci si agita
per tante cose e si perde di vista l’intima e reale comunione di grazia con
Cristo. Feste, processioni, pellegrinaggi… tutto può diventare falsamente bello
come i fiori di plastica!
“Chi rimane in me porta molto frutto,
perché senza di me non potete fare nulla”.
Ogni attività liturgica, culturale,
catechistica, ricreativa, sociale porta frutto solo nella misura in cui è
espressione di vita secondo lo Spirito, cioè “non a parole, né con la lingua,
ma a fatti e nella verità” (2ª lettura).
In altre parole, l’autentica presenza
dello Spirito traduce la fede in concreti gesti d’amore; impedisce che le
diverse attività della chiesa siano sterili come fiori finti. Il fiore vero è
talvolta difettoso, certamente più delicato, appassisce e muore, ma esso ha un
seme che lo fa rivivere continuamente in novità di vita. Così è del cristiano e
della chiesa che immergendosi nella storia e nel tempo vive di precarietà, di
fragilità e talvolta porta anche i segni di ferite… Ma porta anche frutto come
il tralcio che è unito alla vite, e soprattutto come un seme che, lasciato
cadere in terra, nel dono totale, germoglia per una vita senza fine.
Nel mese di maggio ~ Un polittico di riflessione su Maria
3) Maria Sposa
Nella scena
dell’Annunciazione a Giuseppe, tipica del Vangelo di Matteo (1,18-25) si evidenzia
ripetutamente che Maria è sposa di Giuseppe, e che, ovviamente Giuseppe è sposo
di Maria. Così, anche se il Figlio che nasce non è frutto della carne e del
sangue (generò Cristo senza che Giuseppe la “conoscesse”), Maria però non cessa
di essere sposa, cioè innamorata e legata a un uomo. C’è una dimensione di
amore che Maria ben rappresenta.
A questo proposito è
molto bello il testo apocrifo “La storia di Giuseppe il falegname” tanto caro
alla Chiesa di Oriente, in cui si presenta non solo Giuseppe innamorato di
Maria, ma anche Maria innamorata di Giuseppe. Peccato che l’iconografia
classica che ci presenta il matrimonio tra i due (cfr. Raffaello, ma non solo
lui) e anche altri momenti della loro vita, come i presepi, ci diano di
Giuseppe un’immagine stereotipata (il vecchietto semicalvo con la barba bianca
e magari anche il bastone in mano) perché la preoccupazione di chi lo ritraeva
era quella di presentarlo più che sposo, custode della verginità di Maria. E
invece Giuseppe è il primo uomo che amò teneramente Maria, in seguito amata da
molti credenti.
In questa storia
Giuseppe dice: “Io l’ho amata in modo unico, col movimento della mia volontà e
dei miei sentimenti , col beneplacito del Padre celeste e col consiglio dello
Spirito Santo”. Egli vede dunque l’amore nei confronti di Maria come volontà di
Dio, tant’è che dopo il misterioso concepimento lui “che era giusto e non
voleva ripudiarla, decise di licenziarla in segreto” (v. 19). Quindi Maria
è vera sposa e quindi modello di tutte le spose.
In verità di questo
ruolo si parla generalmente ben poco e si scrive ancor meno anche nei trattati
di Mariologia, come vedremo del resto del ruolo di vedova.
Ma è soprattutto nella
devozione popolare che si trascurano spesso e volentieri queste dimensioni
umane di Maria, che, prima di essere Sposa dello Spirito Santo nell’ambito
soprannaturale, è sposa di Giuseppe nell’ambito naturale.
Se tutti gli sposi
cristiani imparassero da lei e a lei facessero riferimento, anche quando vivono
rapporti difficili col coniuge, in lei, alla luce della fede, troverebbero il
senso del loro “stare insieme”, del vivere, santamente il loro affetto
coniugale senza esaurirlo mai, intensificandolo continuamente nella preghiera, nella
comprensione reciproca e anche nella sofferenza accettata come dono misterioso
di Dio.
don Arturo (continua)
Un solo gregge e un solo pastore
|
L |
a preoccupazione, doverosa e motivata, del
precetto domenicale e festivo, ha fatto un po’ dimenticare che la celebrazione
eucaristica è fondamentalmente un convito, un banchetto familiare. Ora, un
convito, per natura sua, è un’espressione di comunione.
Il fine e lo scopo della messa è la costituzione
della chiesa, popolo di Dio. “L’Eucarestia fa la chiesa. Coloro che ricevono
l’Eucarestia sono uniti più strettamente a Cristo. Perciò stesso Cristo li
unisce a tutti i fedeli in un solo corpo: la chiesa. La comunione rinnova,
fortifica, approfondisce questa incorporazione alla chiesa, già realizzata
mediante il Battesimo. Nel battesimo siamo chiamati a formare un solo corpo.
L’Eucarestia realizza questa chiamata”.
È quindi un controsenso celebrare la messa in
senso privatistico, come una faccenda del tutto individuale. La celebrazione
della messa è azione di Cristo e del popolo di Dio gerarchicamente ordinato.
Non è senza una profonda ragione che nell’antica
tradizione romana sia nato il rito del fermentum, cioè di un pezzetto di
pane consacrato che il papa affidava ai suoi presbiteri, i quali lo portavano
nelle loro comunità e durante
È con questa consapevolezza che in ogni
preghiera eucaristica si pronuncia il nome del vescovo locale insieme a quello
del papa. Non si tratta di un semplice gesto onorifico. Si tratta di esprimere
il significato della Messa, che è pieno soltanto se in comunione con il proprio
vescovo e con il successore dell’apostolo Pietro.
La “eventuale” contestazione nei confronti
dell’autorità ecclesiale si può esprimere con altri “mezzi”, ma non con
l’eucarestia che di suo esprime la comunione con il vescovo. Infatti nella
preghiera eucaristica non si prega semplicemente per il papa e per il vescovo.
Si pronunciano i loro nomi precisi in segno di piena comunione con loro per
quanto riguarda l’ortodossia della fede.
Certo, si prega anche per loro perché possano
compiere con fedeltà e saggezza la loro missione di costruire l’unità
ecclesiale. “Ricordati, Padre, della tua chiesa diffusa su tutta la terra;
rendila perfetta nell’amore in unione con il nostro Papa (nome), il nostro
Vescovo (nome), e tutto l’ordine sacerdotale” (Preghiera eucaristica II).
D’altra parte, in ogni legittima assemblea
eucaristica è sacramentalmente presente la chiesa tutta intera. Per questo si
fa memoria anche di tutto il collegio episcopale “di tutto il clero e di
tutto il popolo redento” (Preghiera eucaristica III), compresi tutti i
giusti che hanno lasciato questo mondo. Ogni eucarestia infatti esprime anche
la comunione con quella parte di chiesa che ha già raggiunto l’ultimo traguardo
e gode in pienezza senza fine “con la beata Maria Vergine e Madre di Dio,
con i santi apostoli, i gloriosi martiri e tutti i santi”.
Questa parte della preghiera eucaristica diventa
per davvero un impegno e un invito a vivere la comunione ecclesiale.
Giornata Mondiale di preghiera per le Vocazioni
7 maggio 200 6,
IV di Pasqua Una data da ricordare
|
D |
a più di 40 anni,
Il tema proposto per
Lo slogan è rivolto a ognuno di noi ed è un
invito a vivere sempre più intensamente la nostra missione tra i fratelli
servendo il vangelo della speranza con la nostra semplice, serena e trasparente
testimonianza di fede e di amore. In modo
tutto particolare ciò vale per le nuove generazioni. Per due aspetti che è bene
sottolineare: il primo riguarda direttamente loro e
ricorda ad essi che soltanto un incontro personale, intimo, profondo con il
Signore, operato dallo Spirito Santo, conduce ad una vita secondo il suo cuore
e genera autentici testimoni. Da questa profondità e in questa profondità
sgorgano le condizioni per una scelta vocazionale resa così difficile da una
cultura secolarizzata e non di rado lontana dalle attese del cuore del
Creatore. Un secondo aspetto riguarda noi: la
testimonianza delle nostre comunità ed in particolare, al loro interno, del
ministero del presbitero, è essenziale per la fioritura delle vocazioni al
ministero ordinato e alla vita consacrata... Esse certamente vengono da Dio che
chiama ciascuno per nome,ma sono rese possibili dalla mediazione di fratelli e
di sorelle che servono la chiamata ed educano la risposta...E lo fanno prima di
tutto con una vita che testimonia la gioia e la bellezza della vocazione
all'amore che prende la via verginale della consacrazione e del celibato
per il Regno.
Nel mese di maggio un polittico di riflessione su Maria
2) MARIA Vergine Santa
|
L |
’opera di Dio in Maria ha trasceso tutte le vie degli uomini. Il
concepimento di Gesù è diverso da quello di tutti gli uomini e donne che
affiorano sulla superficie della terra. Persino diverso da quello di Giovanni
Battista del tutto fuori della norma ed eccezionale. Lì una donna sterile e
anziana vede Dio intervenire e renderla feconda. Dal suo grembo ormai arido e
chiuso, Colui che tutto può fa scaturire la vita bypassando tutte le possibili
vie dell’uomo. Però, sebbene determinata da Dio, la nascita di Giovanni è una
cosa umana (Giovanni è figlio di Elisabetta e Zaccaria).
Il concepimento di Gesù è tutt’altra cosa. Per esso agisce lo Spirito
Santo, colui che nasce è lo stesso “Figlio di Dio”. Non sarebbe stato uno
scandalo se fosse stato il frutto di Maria e Giuseppe , chiamato pure in causa
da Dio per fungere da custode amoroso di suo Figlio. Ma la verginità si
addiceva alla mamma di Gesù non tanto per compiacere il Padre (apparentemente
sostituendolo) e neppure per giustificare
Noi non siamo qui a discutere sul valore o meno della verginità in senso
fisico: sappiamo quanto può essere virtuosa oppure ingannevole, né ci preoccupa
la violazione della stessa che può essere frutto di ignobile violenza ma anche
di legittimo e/o doveroso approccio nell’ambito coniugale. Per noi ha
importanza ritenere che la verginità dello spirito, più che del corpo, in Maria
ha suscitato quell’interrogativo imbarazzato di una fanciulla tutta e solo
consacrata a Dio “Come è possibile? Non
conosco uomo” (Lc 1,34). Il suo cuore indiviso da sempre e per sempre è stato per lei la
migliore via per prepararsi ad accogliere suo Figlio. E questo ci basta per
poter tentare di imitarla o almeno disporsi, come nel motto episcopale di
Giovanni Paolo II, ad esserle totus tuus magari aggiungendovi: totus et semper tuus.
Allora verginità è uguale a santità in senso autentico e completo, che
abbraccia pensieri, parole, opere e non si riferisce solo alla cosiddetta
castità, ma… al cuore indiviso disponibile solo per Dio. don Arturo (continua)
“Sono proprio io”
|
D |
opo la sua risurrezione Gesù sembra avere
un’unica preoccupazione: convincere i suoi che egli non è un fantasma; è
veramente vivo e continua ad essere presente, sebbene in modo diverso. Infatti
non è immediatamente riconoscibile, come dimostra l’episodio della Maddalena
mentre piange di fronte al sepolcro vuoto e come dimostra anche l’episodio dei
discepoli di Emmaus. I muri e le porte chiuse non gli fanno ostacolo. E con
tutto ciò porta i segni dei chiodi e mangia.
In breve, il Signore vuole abituare i suoi ad
una presenza vera ma “sacramentale” che si realizza cioè misteriosamente
attraverso dei segni.
Fra questi emergono i segni del pane e del vino,
gli elementi che Cristo stesso, dando pieno compimento al rito della pasqua
ebraica, ha voluto come segni del suo sacrificio e della sua presenza durante
tutto il tempo di quel nuovo esodo che terminerà quando la storia di questo
mondo raggiungerà il suo traguardo nella nuova Gerusalemme.
È su questi segni che Gesù ha pronunciato quelle
chiare parole che ne fanno il sacramento più alto del culto cristiano: “Prendete
e mangiate: questo è il mio corpo offerto per voi. Prendete e bevetene tutti:
questo è il calice del mio sangue …”. Parole forti e inequivocabili che
riecheggiano in qualche modo nella più semplice affermazione del Risorto: “Sono
proprio io”.
La presenza del Risorto trova la sua massima
espressione sacramentale nel pane e nel vino, tuttavia questo modo di presenza
non è esclusivo. La celebrazione della messa non costituisce un complesso di
gesti e parole che fanno da semplice contorno alle parole dell’istituzione sui
segni del pane e del vino.
La costituzione conciliare sulla liturgia
afferma che «Cristo è sempre presente nella sua chiesa, in modo speciale nelle
azioni liturgiche. È presente nel sacrificio della Messa sia nella persona del
ministro, sia soprattutto sotto le specie eucaristiche… È presente nella sua
parola giacché è lui che parla quando nella chiesa si legge la sacra Scrittura.
È presente infine quando la chiesa prega e loda lui che ha promesso: “Dove
sono due o tre nel mio nome, là sono io, in mezzo a loro”» (SC7).
E perché questo testo non fosse interpretato
come una “licenza poetica”, Paolo VI, nella sua enciclica “Mysterium fidei” (3
settembre 1965), non ancora concluso il concilio, si preoccupa di affermare che
la presenza del Risorto nei segni del pane e del vino «si dice reale non per
esclusione, quasi che le altre non siano reali, ma per antonomasia, perché è
anche corporale e sostanziale, e in forza di essa, Cristo, uomo e Dio, tutto
intero si fa presente».
È quindi con questa consapevolezza che dobbiamo
partecipare alla Messa. Dai riti di introduzione fino al congedo, Cristo, pur
con segni e parole diverse, è personalmente presente per sollecitare la nostra
conversione, per comunicarci la sua parola e darci l’intelligenza delle
scritture.
È presente per farci dono del suo spirito così
che possiamo superare tutte le divisioni e diventare suo corpo ecclesiale.
Soltanto se sappiamo cogliere e accogliere le diverse modalità della sua reale
presenza possiamo essere in grado di partecipare fruttuosamente alla mensa
eucaristica.
L’Università Cattolica
|
I |
n occasione della Giornata per l’Università Cattolica che
si celebra proprio oggi, domenica 30 aprile, ci piace riportare la riflessione
che il biblista Bruno Maggioni propone sul tema stesso della Giornata:
«Verità e amore al centro della cultura».
|
N |
on è raro oggi sentire leggere, non senza qualche
punta polemica, che la prima carità è la verità. E questo è certamente giusto.
Ma è anche altrettanto facile sentire leggere che la carità è oggi l'unica
parola che l'uomo è ancora disposto ad ascoltare. E anche questo è vero. Già la
ragionevolezza di ambedue le affermazioni, che a prima vista sembrerebbero
elidersi, suggerisce che il rapporto verità/amore è probabilmente
circolare, e non si lascia catturare dentro schemi che dicano semplicemente il
prima e il dopo. Ma ci avverte anche che occorre precisare quale verità e quale
amore.
Chi sottolinea che la prima carità è la
verità è probabilmente mosso dalla preoccupazione che il cristianesimo non si
riduca ad un semplice operare caritativo, ad un fare generoso ma al tempo
stesso confuso, quasi incurante della necessità di idee ferme su Dio, l'uomo e
la morale. Chi invece sottolinea che la carità è l'unica cosa che conta, è
probabilmente mosso dalla preoccupazione di superare un cristianesimo di idee,
di verità astrattamente annunciate e proclamate, di molte parole, sottolineando
che il grande male di oggi non è l'esagerazione della carità, ma
l'indifferenza.
Ma anche questo ci obbliga a riflettere sul
significato evangelico di verità e di amore. Certo all'uomo non basta essere
amato né amare. Ha bisogno di sapere e di capire: l'uomo ha bisogno di verità.
Ma bisogna anche ricordare che il cen1ro del vangelo è l'amore di Dio per
l'uomo e, in risposta, l'amore de!l'uomo per i fratelli. Lo ripetiamo: l'uomo
ha bisogno non solo di amore, ma di senso. E vero che l'amore dell'uomo per
l'uomo non è ancora il senso. Il vangelo paria anzitutto dell'amore di Dio per
l'uomo, non semplicemente dell'amore dell'uomo per l'uomo. È soltanto quando si
guarda Dio e l'uomo in profondità che si comprende come verità e amore in un
certo modo si identificano. Nel modo comune di parlare verità equivale per lo
più a esattezza. Una definizione vera che descrive esattamente una cosa. Un
racconto è vero se narra esattamente ciò che è accaduto. Ma per il vangelo,
specialmente per il vangelo di Giovanni, la verità è chi è Dio per noi e chi
siamo noi per Lui. Gesù può dire di essere la verità perché la sua persona, le
sue parole e la sua vita sono la perfetta trasparenza di chi è Dio per noi e di
chi siamo noi per Lui. Volendo rendere visibile la sua verità, Gesù ha scelto
di vivere un'esistenza in dono, un'esistenza aperta, estroversa, costantemente
proiettata al di là di sé. La verità di Dio, la verità che veramente dà
senso, è appunto questo amore. Si comprende allora che - sempre per l'uomo
evangelico - essere amato e amare è veramente la verità
che gli dà senso, a patto però che si legga questa esperienza come la
trasparenza di un amore più grande che è il vero desiderio di ogni
uomo.
Bruno Maggioni,
Docente di Introduzione
alla teologia
all'Università Cattolica di
Milano
Nel mese di maggio
un polittico degli aspetti di Maria
1)
MARIA nostra sorella
|
A |
bituati come siamo a guardare a Maria Santissima con il giusto
atteggiamento che ne caratterizza la devozione vera a una “illustrissima
Signora” (per usare il linguaggio che san Luigi Gonzaga usava con la sua madre
terrena), e alquanto giustificati in questo fatto che le litanie mariane la
invocano innanzitutto con il titolo di Madre (Madre di Dio, madre di Cristo,
madre della Chiesa, madre nostra, madre della Divina Grazia), certamente non
dimentichiamo, ma forse non evidenziamo a sufficienza il fatto che Maria è
originariamente nostra sorella (sorella di natura perché donna, sorella di
grazia perché figlia dello stesso Padre, il Creatore, sorella nella santità
perché “figlia del suo figlio” santissimo, il Redentore, e, come tale così
profondamente unita a ciascuno di noi da essere scelta da Gesù a fungere da Refugium
peccatorum, colei davanti alla quale ci si prostra onde interceda a nostro
favore dopo che ne abbiamo offeso, maltrattato e ucciso il Figlio, oppure in
Lui, tanti nostri fratelli e sorelle, compagni del nostro itinerario terreno.
In tutto simile a noi, fuorché nel peccato, Lei non rimane solo l’ideale
cui ispirare il nostro cammino spirituale alla sequela di Cristo, ma ne diventa
campagna di vita, autentica sorella.
Si dice che i preti non avendo moglie né figli non hanno molta
sensibilità nei rapporti parentali. Si dimentica che in Cristo si possono amare
con intensità parenti amici e tantissimi conoscenti che fanno parte della
grande famiglia umana e che alla fine diventano un po’ tutti fratelli e sorelle
anche dei preti. L’amore non è un solvente che crescendo snatura e fa perdere
la forza unitiva delle sostanze in cui viene versato. Maria è la sorella di
tutti e di ciascuno. A una sorella si dicono cose che spesso non si dicono a
genitori od amici, magari per non farli stancare. La sintonia si crea sulla
base di quella connaturalità che fonda la fiducia reciproca. Di lei non si ha
mai paura. Per lei le corde del cuore si rendono più sensibili, le confidenze
più intime. Specialmente, se è una sorella maggiore – ed è il caso di Maria –
ci si sente colmati di fiducia e oggetto di tenerezza.
Maria è pronta a fare di tutto per noi, per la nostra salvezza, proprio
perché è nostra sorella.
don Arturo (continua…)
Alle
famiglie del Quartiere,
|
I |
l mese di maggio, pur nel nostro
tempo di secolarizzazione e di laicismo, non cessa di esercitare il suo richiamo
alla devozione verso Maria,
Maria, in maniera sommessa ma
intensamente suasiva, continua a “provocarci” cioè a interrogarci sul cammino
di purificazione e maturazione nella fede e nella carità, a cui il mistero
pasquale, che anche quest’anno ci è stato dato di celebrare, continuamente ci
sospinge.
La vera devozione mariana non può infatti non stimolarci a
riscoprire e valorizzare quei segni sacramentali – Battesimo, Cresima,
Eucarestia – che dalla Pasqua attingono vita e efficacia e che pur non mutando
nel suo aspetto esteriore la nostra vita, la purificano, la rendono più pura
nelle sue intenzioni e più evangelica nelle sue espressioni. La devozione a
Maria costituisce un ulteriore stimolo a uscire da quella situazione di stallo
e di mediocrità spirituale che neppure il vento dello Spirito può essere
riuscito a rimuovere.
Le varie celebrazioni eucaristico-mariane che in questo
mese di maggio si intendono promuovere nelle varie località del Quartiere per
concludersi l’ultima sera all’esterno del nostro complesso parrocchiale e alle
quali vorremmo partecipassero tante famiglie con tutti i loro membri (ragazzi,
giovani, adulti) mirano a questo intento: “ambizioso” ma insieme accessibile a
tutti i fedeli.
In queste due prime settimane sono
previste le seguenti celebrazioni:
mercoledì 3 in
Via Boito al n° 67/a;
giovedì 4 in
via Ragionieri presso il parcheggio comunale;
venerdì 5 in
via Pasolini presso il Centro Sociale “
lunedì 8 in
via Bellini nel giardino situato al n.29;
venerdì 12 in
via Calatafimi nello spazio antistante i condomini nn 38 A/B.
L’orario
è sempre alle ore 21:00
Ma
|
I |
ncontrare il Risorto non può lasciare
indifferenti. Non lascia indifferenti i discepoli che, dopo aver dubitato delle
donne che avevano visto il sepolcro vuoto, “gioirono nel vedere il Signore”
(Gv 20,20). Non lascia indifferente quel Tommaso
che tutti prendiamo a paradigma degli increduli, ma che dall’incontro con Gesù
esprimerà quella bella invocazione di fede “mio Signore e mio Dio” (Gv
9,28). E non lascia indifferente la comunità dei testimoni del
Risorto che “aveva un cuore solo e un’anima sola” (At
4,37).
Se crediamo nella risurrezione, il mondo non
sarà e non apparirà più quello di prima. Credere nella risurrezione è essere convinti
che, come dice la sequenza pasquale, “morte e vita si sono affrontate in un
prodigioso duello” e che la vita ha avuto il sopravvento.
Sembra quasi che la nostra esistenza sia
sopraffatta dalla morte che avanza.
Biologicamente tutto sembra orientato alla morte
e alla fine. Il progressivo invecchiamento, l’assopimento dei sentimenti e
degli slanci affettivi, la delusione per alcune lotte che poi si arenano sui
problemi di sempre, l’affermarsi di una cultura del profitto su quella della
solidarietà, ci prospettano anche la morte dei nostri ideali.
A volte, come comunità cristiana, ci fermiamo al
Gesù dell’ultima cena. Ci accontentiamo di un Signore che lava i piedi ai
discepoli e che condivide con noi il pane e il vino. Non siamo capaci di capire
che “il figlio dell’uomo sta per essere consegnato nelle mani degli uomini e lo
uccideranno; ma, una volta ucciso, dopo tre giorni risusciterà.
(Mc 9,31).
E questa risurrezione, che arriva solo dopo tre
giorni, cambia la vita. Cambia la vita perché la morte non ci fa più paura.
Cambia la vita perché, in una cultura che propone una visione dell’amore
funzionale al piacere, a trionfare non è chi coglie l’attimo o “il mordi e
fuggi”, ma è il dono progressivo e totale di sé.
Il Risorto è colui che non si accontenta di
riunirci attorno a un tavolo per parlarci, ma è quello che dà tutto per noi. È
colui che fa irruzione nella nostra vita: “mentre erano chiuse le porte… per
timore, venne Gesù” (Gv 20,19). È colui che ci
dà pace e serenità nei momenti di paura. E invece di rimproverare gli amici
alla prima occasione – come avremmo fatto noi – per averlo lasciato solo sul
Golgota, dona loro il potere di rimettere i peccati. Sembra paradossale, ma a
chi lo ha abbandonato nel momento della sofferenza, a dei “traditori” della sua
amicizia, dà la possibilità di perdonare chi sbaglia nei confronti del Padre.
All’incredulo Tommaso, Gesù non fa una… predica lunga, ma dice semplicemente: “Metti
qua il tuo dito e guarda le mie mani; stendi la tua mano e mettila nel costato”
(Gv 20,27).
Per questo “con grande forza gli apostoli
rendevano testimonianza della risurrezione del Signore Gesù” (At
4,33). Come potevano, infatti, restare indifferenti a un Dio che
ama così profondamente i suoi amici? Per loro incontrare il Risorto non era
vedere un fenomeno prodigioso, un morto ritornato in vita, ma era sentirsi
veramente amati fino in fondo. Gesù risorto è infatti l’“esemplare” di ogni
amante. E, dal sentirsi amati, nasce uno stile di vita nuovo dove “ogni cosa
era fra loro in comune” (At 4,32). È la
consapevolezza che “tutto ciò che è nato da Dio vince il mondo” (1Gv
8,4) e che quindi non servono più le sicurezze proprie del
mondo. Basta l’amore…
Otto giorni dopo
“La sera di quello stesso giorno, il primo dopo il sabato…” cioè il giorno
della risurrezione, il Risorto dona lo Spirito. “Otto giorni dopo i
discepoli erano di nuovo in casa e c’era con loro anche Tommaso…”
Questo insistente riferimento al primo giorno
dopo il sabato, otto giorni dopo, può essere un semplice dettaglio di cronaca?
Non sembra perché anche Paolo, circa vent’anni dopo la risurrezione di Gesù,
durante il suo terzo e ultimo viaggio, si ferma a Triade (città sulla costa del
mar Egeo, oggi Turchia) e in questa città celebra l’Eucarestia nel primo giorno
della settimana (Atti 20,7).
Ancora un caso? Non può essere certo casuale il
fatto che l’Apostolo Giovanni ponga la visione che costituisce il libro
dell’Apocalisse nel giorno del Signore (Ap 1,10). Anzi è proprio in questo
testo che appare per la prima volta l’espressione “giorno del Signore” da cui
il nostro termine “domenica” dall’espressione latina dies domenica (dal
latino dominus = Signore).
Non è quindi un caso la scelta di questo giorno
che la tradizione ininterrotta della Chiesa ha sempre collegato con la
celebrazione dell’Eucarestia.
Se la tradizione della chiesa ha posto in
seguito la celebrazione dell’Eucarestia anche in altri giorni, a cominciare
dalla memoria dei martiri, celebrando il sacrificio di Cristo sulla loro tomba,
fino a renderla quotidiana per ragioni diverse, ciò non toglie che il suo
contesto originario, e pertanto significativo, resta sempre l’assemblea
domenicale.
Perché la comunità cristiana non ha scelto il
giovedì, giorno nel quale, secondo la tradizione giovannea, fu istituita
l’Eucarestia? E perché non il venerdì che è il giorno in cui Cristo morì sulla
croce e offrì quel sacrificio perfetto che la celebrazione della Messa rende
sempre presente?
La ragione è che l’Eucarestia non è semplice
memoria del Cristo storico: essa celebra il Risorto, il Vivente.
Il modello rituale è la cena, ma il suo
contenuto è la risurrezione e la sua ultima venuta.
Così scrive la costituzione conciliare sulla
liturgia: «Secondo la tradizione apostolica, che ha origine dallo stesso giorno
della risurrezione di Cristo,
L’Eucarestia domenicale non è quindi una
devozione fra le altre, un optional, ma la carta d’identità dei cittadini del
Regno di Dio.
IN CAMMINO CON I GIOVANI
"E
|
I |
l nostro vicariato e quelli
vicini (Rifredi, Campi, Signa) hanno accolto la proposta del Cardinale di
Firenze di incontrare i giovani trascorrendo insieme una giornata di incontro,
di cammino e di riflessione.
E’ stata scelta la domenica 21 Maggio
2006, e la méta della giornata di cammino sarà Monte Morello.
Sono diversi i significati del
camminare nella nostra vita: si cammina per fare una passeggiata rilassante,
per contemplare la natura, per “staccare” dalle troppe attività che ogni giorno
ci assillano; si cammina per andare verso l'altro, per raggiungere una méta
importante, per imparare ad affrontare la fatica; si cammina perché la nostra
vita è un pellegrinaggio e ogni gesto, ogni tappa del percorso ci richiama ad
una realtà che va ben aldilà della semplice giornata di viaggio...
Si cammina perché non bastano gli
obiettivi limitati e a volte purtroppo vuoti che il mondo ci propone, e si
cerca così “di più” e “più in là”... si cerca Qualcuno che ci indichi quale
direzione dare al nostro viaggio.
Il programma della giornata sarà
presto segnalato nelle bacheche della Parrocchia. Si partirà al mattino, dalla
Piazza del Mercato di Sesto; chi non potesse venire dall'inizio, potrà
aggregarsi al gruppo a partire dal primo pomeriggio. La giornata si concluderà
con
Non è una giornata riservata agli
“addetti ai lavori”, ma a TUTTI I GIOVANI che non hanno paura di cercare e di
fare fatica per questo. Per una volta possiamo rischiare un po', andando aldilà
del “non ho tempo”, “non mi interessa”, “almeno la domenica voglio riposare!”,
“non fa per me...”. C'è bisogno, oggi, di giovani che trasmettano l’entusiasmo
di affrontare la vita, non la piattezza disarmante di chi è già “stanco” a
20-30 anni...
don
Giacomo
PS:
all'inizio di maggio (2 o 3 maggio, data da definire), si terrà un ultimo
incontro per preparare questa uscita insieme con i giovani degli altri
Vicariati. Chi volesse rendersi disponibile lo comunichi a don Giacomo, anche
se non avesse mai fatto esperienze del genere. Sul notiziario domenicale
saranno segnalati eventuali aggiornamenti.
|
N |
ella tradizione biblica,
Riassumendo l’opera di Dio compiuta in
Gesù di Nazareth, l’autore degli Atti la pre-senta come un’opera di
liberazione: “Dio ha consacrato in Spirito Santo e potenza Gesù di Nazareth,
che passò facendo del bene e sanando tutti quelli che erano sotto il potere del
diavolo”, sottolineando che la salvezza offerta da Dio non può certamente limitarsi
a cambiare l’esterno, quasi si trattasse di ottenere solo qualcosa di più e
qualcosa di meglio. No, una salvezza che si limitasse alla conservazione o al
mutamento delle condizioni sociali, non sarebbe degna di questo nome.
E tuttavia, bisogna anche dire che la
salvezza “dal potere del diavolo” riguarda la vita umana in tutte le sue
componenti: spirituali e fisiche, personali e relazionali.
Lo testimonia la coscienza messianica di
Gesù e la percezione che ne hanno avuto i primi testimoni: pieno di Spirito
Santo, Gesù passava tra gli uomini restituendo l’armonia del corpo e dello
spirito, reintegrando gli esclusi (samaritani, pubblicani…) nella comunità,
perdonando i peccati, ristabilendo rapporti giusti e fraterni… Questa è
Alleluia, Alleluia
|
N |
ella veglia pasquale, al canto del Gloria, suonano le campane
per annunciare ancora una volta al mondo che Cristo è risorto e vive per
sempre. Ma per la verità, più che il Gloria, antico inno composto nel IV
secolo, è il canto festoso dell’Alleluia che meglio esprime la gioia
incontenibile dell’uomo di fronte alla risurrezione di Cristo.
Dopo il “digiuno” durato quaranta giorni, l’Alleluia viene
ripreso nella notte pasquale con una particolare solennità. La norma che la
ispira prevede addirittura che, se possibile, sia colui che presiede la
celebrazione ad intonarlo e a ripeterlo tre volte in dialogo con l’assemblea.
Già la stessa struttura proposta dal lezionario è insolita.
Non si tratta infatti di cantare semplicemente l’Alleluia con il versetto che
anticipa il messaggio evangelico come avviene nelle altre circostanze.
L’alleluia costituisce il ritornello gioioso e insistente che accompagna il
salmo 117, il salmo conclusivo dell’hallel pasquale (salmi
112-117) che anche Gesù
cantò con i suoi discepoli al termine della sua ultima cena (cfr. Mt
26,30) e le cui parole
in quella particolare circostanza diventano una chiara profezia, come hanno
bene inteso in seguito i suoi discepoli (cfr. At 4,11-12) che anche Gesù cantò con i suoi
discepoli al termine della sua ultima cena (cfr. Mt 26,30) e le cui parole (“La pietra scartata
dai costruttori è divenuta testata d’angolo”) in quella particolare
circostanza diventavano una chiara profezia, come hanno bene inteso in seguito
i suoi discepoli (cfr. At 4,11-12).
L’Alleluia è un’espressione
ebraica che significa “lodate il Signore”. Acclamazione che si trova all’inizio
e alla conclusione di molti salmi e che entra prestissimo anche nel culto
cristiano come testimonia l’inno dell’Apocalisse: “Alleluia! Salvezza,
gloria e potenza sono del nostro Dio… Alleluia! Ha preso possesso del suo regno
il Signore nostro Dio, l’Onnipotente. Rallegriamoci ed esultiamo, rendiamo a
lui gloria, perché sono giunte le nozze dell’Agnello” (19,1-8).
Questa acclamazione non poteva non
entrare nella celebrazione più alta del culto cristiano che è l’Eucarestia.
Come ricorda il liturgista Silvano
Birboni, con la riforma del Messale Romano l’Alleluia ha recuperato la sua
dimensione di canto pasquale al punto che se non viene cantato, piuttosto che
essere recitato dimessamente, può essere omesso.
Auguri di Buona Pasqua
Riceviamo:
«Carissimo
don Mario,
a lei e a
tutta la comunità parrocchiale l’augurio, sostenuto dalla preghiera affinché il
Signore ci conceda di essere uomini e donne pasquali, dentro questo Sabato
Santo della storia.
Grazie le sorelle clarisse di Firenze»
«… Un
affettuoso augurio a tutti voi di una Buona Pasqua
da tutti i
nonni di Villa Solaria!»
“Cristo, nostra speranza, è risorto!”
Sia Gesù,
il Risorto a concederci il dono della sua presenza, ed un cuore capace di ricevere
il suo amore e donarlo ai fratelli.
Istituto S. Giuseppe
Carissimo
Don Mario,
È un po’ di tempo che non le scrivo.
Come sta? La sua salute? Lavora ancora tanto?
Con questo
scritto vengo a lei e alla comunità per un’ordinazione di medicinali, sempre se
è nelle vostre possibilità, probabilmente sarete già impegnati per altri
progetti in questa Quaresima, mi sono fatta coraggio perché vedo che in questo
periodo i pacchi arrivano, la prima necessità almeno per il mio lavoro sono i
medicinali, ne occorrono sempre tanti.
Io sto
bene, nonostante il grande caldo siamo nel periodo più pesante dell’anno per il
caldo. La situazione nel paese è sempre precaria, c’è sempre più miseria,
insicurezza, paura da parte della gente.
Pregate
per noi per questo paese.
Da voi
come va?
Speriamo bene per tutti ci vorrebbe la conversione del cuore e tutto andrebbe
meglio.
Tanti
saluti e auguri a tutti per
Grazie di
tutto e un ricordo nella preghiera.
Sr. Silvana
Riflessioni-Guida
per il grande Triduo Pasquale
Sera del
Giovedì Santo
Nell’ultimo giorno della sua vita mortale, Gesù, a
mensa con i suoi discepoli, li invita a ripetere i suoi gesti per mantenere nel mondo lo sua presenza
operante, che indichi nuovi traguardi all’umanità, che sia il segno di un altro modo d’intendere la
vita e di affrontarla. I gesti di Gesù messi inspiegabilmente nelle nostre
mani, affidati a noi, devono diventare per noi e per ogni comunità una
provocazione per rimettere in discussione ogni giorno la nostra vita e le
nostre scelte e ispirarle ogni giorno di più alle sue. “Fate questo”,
è un dono, un invito, un comando.
Venerdì Santo
La
morte di Gesù in croce è la conseguenza e il “frutto” del suo modo di esistere:
“per gli altri”. È la conclusione logica di una fedeltà estrema al proprio
mandato, alla missione affidatagli dal Padre. In colui che è stato elevato da
terra vediamo e contempliamo adoranti il servo - profeta
che adempie la sua missione fino al sangue. È il modello dei profeti uccisi prima e dopo
di Lui, uccisi anche oggi perché fedeli al mandato di annunciare il Vangelo ai
poveri.
Sabato Santo
Il crocifisso è sepolto in una tomba, luogo e
simbolo della totale assenza dei rapporti con Dio e con gli uomini. Il Sabato
Santo Gesù sperimenta fino in fondo che cosa significhi essere uomini: dei
votati all'assoluta solitudine, alla radicale impotenza.
Veglia Pasquale
Cristo è risorto! Il mondo ha bisogno di sapere che
Gesù è vivo. ''Presto, andate a dire ai suoi discepoli: è risuscitato dai
morti, e ora vi precede in Galilea”. Questo è il compito dei cristiani: annunciare la
presenza di
Gesù nella storia di oggi e nella consapevolezza della sua “vittoria” sulla
morte, deporre nella terra insieme a Lui i semi di speranza per un mondo nuovo;
un mondo da Lui inaugurato e la cui espansione ha affidato a ciascuno di noi.
Il nardo della solidarietà e l’aceto del rifiuto
|
I |
n questa domenica, che precede immediatamente
Agli estremi stanno due figure che in qualche modo
simboleggiano l’atteggiamento degli uomini di tutti i tempi di fronte
all’evento della passione: Maria di Magdala che, quasi presaga della passione,
unge il corpo del Signore di nardo profumato; e l’anonimo soldato che porge una
spugna inzuppata di aceto a Gesù morente sulla croce. Di qui, dunque, il nardo,
di lì l’aceto.
Al principio il nardo dell’amore, della
condivisione, della solidarietà; alla fine l’aceto dell’amarezza, del rifiuto,
della estraneità.
La passione del Signore, che avrebbe potuto e dovuto
essere per sempre, segno di unione, resta ancora oggi un segno di divisione:
fra quanti veramente credono, con tutta la forza della loro fede, che lì,
proprio sulla croce, Dio ha pienamente e definitivamente rivelato il suo amore,
e coloro che considerano Gesù un rivoluzionario sconfitto, un filantropo
incompreso, un profeta disarmato, magari anche il più grande maestro di morale,
ma pur sempre uomo fra gli uomini, la cui morte induce alla pietà, ma non alla
fede.
Non così per il credente, agli occhi del quale la
morte di Gesù non è la fine, non è il vuoto ma l’inizio della pienezza. Ma
questo avviene in virtù di una precisa scelta di campo. La passione esige
sempre, per ciascuno di noi, una decisione, obbliga a schierarsi: o il nardo, o
l’aceto.
Domenica delle Palme e della Passione del Signore
|
U |
na liturgia che tocca il cuore e lo fa vibrare di emozioni contrastanti
quella di questa giornata detta domenica delle Palme e della Passione del
Signore. Si vive un dramma diviso in due parti, cui corrispondono due riti
liturgici distinti, ma non separati:
1.
La processione con i rami di ulivo che ricostruisce, per farla rivivere, l’entrata trionfale di Gesù in Gerusalemme. L’episodio prima proclamato con
la lettura del
Vangelo, è poi tradotto in “azione”. Dovremmo, per quanto ci è possibile non
disperdere l’attenzione e non svisarne la fisionomia. Non si tratta di una
ricostruzione folcloristica, quanto di riconoscere e vivere i due elementi di
questo fatto: quello storico: Cristo entra in Gerusalemme per compiervi il suo
sacrificio, per consumarvi lo Sua immolazione; l’altro simbolico: quello
dell’incedere verso il tempio, verso l’aula liturgica; incedere che esprime
l’intendimento della comunità cristiana di camminare al seguito del suo Maestro
e di “entrare” con lui nel Mistero della Sua donazione.

Gesù muore solo, ma appena morto tutto si rovescia.
Dio non abbandona il suo Messia. Il velo del tempio si lacera dall’alto in basso. È un simbolo: il
tempio di Gerusalemme è finito - Gesù
aveva dunque ragione - e
un’epoca nuova si apre. E un pagano, vedendolo morire, riconosce in Lui il Figlio di Dio.
La storia di Gesù non è dunque finita ma ricomincia.
Vogliamo vedere Gesù” Ma lui ha il volto di ogni uomo
|
I |
l Vangelo di questa domenica –
Gesù in questo momento è all’apice della “gloria”
umana: “il mondo gli è andato dietro” si dicono l’un l’altro i farisei. La sua
fama infatti ha travalicato gli stretti confini della Galilea. E giungono anche
da fuori a chiedere di poterlo incontrare. Secondo una logica umana egli è
arrivato al “successo”: ha fatto miracoli, ha guarito gli storpi, ha
risuscitato un morto da tre giorni. A macchia d’olio si diffondono queste
notizie ed egli entra da trionfatore a Gerusalemme. Certamente tra i discepoli
serpeggia la tentazione della gloria umana, l’ambizione di condividere con il
Signore l’onore di trovarsi alla destra e alla sinistra del suo trono. In
questo contesto si pongono le parole dure di Gesù che parla di un’altra e
diversa glorificazione, una glorificazione che passa attraverso la morte.
Alla domanda riferitagli dagli Apostoli egli risponde
che la vera gloria è la capacità di morire e di donarsi nell’amore. La legge
dell’amore è “il codice genetico” del cristiano che la chiesa trasmette ai suoi
figli per mezzo del Battesimo, sviluppa nell’Eucarestia, si rafforza col dono
dello Spirito.
La morte accettata per amore rimane sempre avvolta
nel mistero e rappresenta per tutti un fatto traumatico. Anche Gesù chiede di
esserne liberato. Ma il Padre risponde alla richiesta del Figlio non esimendolo
dall’esperienza della Croce, ma facendogliela abbracciare e vincere.
Per il cristiano l’esperienza della morte non si
racchiude solo nell’estremo saluto alla vita, ma è un’esperienza che si vive giorno
per giorno nella capacità di morire a se stessi, al proprio tornaconto, ai
propri interessi, per servire con il cuore libero i più poveri nei gesti
quotidiani di condivisione e di solidarietà.
Il gesto offertoriale che siamo chiamati a compiere
oggi, nella giornata diocesana della carità e che deve rappresentare un gesto
di libertà nei confronti delle cose che abbiamo e che ci condizionano spesso in
modo servile, vuole essere il segno di un atteggiamento che deve ispirare e
accompagnare tutta la vita: una vita vissuta come quella di Gesù fatta di una
continua “consegna”, di una continua obbedienza al Padre a vantaggio dei
fratelli.
“Chi non ama
rimane nella morte”
E’ difficile accettare l’idea della morte come nuovo
inizio, e forse lo è divenuto ancora di più oggi. Il presente sembra l’unico
tempo che ci è dato da vivere, il futuro una dimensione opaca, che incute
timore. Un futuro che abbiamo rinunciato a costruire giorno per giorno,
seguendo il ritmo della natura e seminandovi sopra i nostri sogni, affinché
germoglino e portino frutti, magari non più a noi ma a chi viene dopo. “Se il
chicco di grano caduto in terra non muore, rimane solo” non produce ricchezza e
nuova vita. Ma “se muore produce molto
frutto”, risponde Gesù a Filippo e Andrea che gli sottopongono la richiesta dei
Greci di poterlo incontrare. Il Salvatore sa che la sua ora è vicina. Gesù vede
incombere la croce e prova l’umano timore per la morte che viene: “Ora l’anima
è turbata… ma proprio per questo sono venuto”. È un’inquietudine profondamente
umana e vera, che però non cerca rifugi e protezioni, perché sa che il seme
deve cadere in terra e morire per dare frutti e non restare solo.
Oggi, come in un pericoloso delirio, come fosse un
gioco di potere e di prestigio, vorremmo invece moltiplicare il frumento e la
vita in laboratorio, meccanicamente, al di là della pioggia e del vento, della
fatica e del rischio.
Ci sembra saggio, utile o redditizio, mentre
scordiamo che così muoiono i sogni e nascono i mostri, si spegne l’amore per la
semina e la gioia del raccolto.
Vengono in mente le parole e soprattutto i gesti del
grande seminatore di pace che fu don Tonino Bello. Anche alla vigilia della
morte il Vescovo di Molfetta ha continuato a regalare nuovi semi di impegno,
esortando a sognare a occhi aperti. “Questi sogni diurni” – diceva – “si
realizzano sempre”. Investire desideri, progettare nuova vita, scommettere sul
futuro: è questo il senso profondo della semina e della speranza come ci ha
ricordato il Cardinale Piovanelli mercoledì scorso. Invece diceva don Bello
“siamo troppo chiusi nella prudenza della carne, non dello spirito. Per cui
sembriamo notai dello status quo, dell’esistente, e non i profeti
dell’aurora che irrompe, del futuro nuovo, dei cieli nuovi, delle terre nuove.”
|
È |
una poesia del cambiamento, quella stessa che ci
viene consegnata dal Vangelo, e che ci spinge a non temere di perdere la vita,
poiché essa si smarrisce veramente solo quando rimane tenacemente chiusa nel
presente come in una cassaforte, quando diventa sorda e cieca al grido dei
poveri. “Chi ama la propria vita la perde”, chi invece ama gli uomini –
e non le cose terrene – la conserva: perdersi nei sogni diurni, nell’opera di
solidarietà, nella voglia di giustizia, vuol dire allora salvarsi, rinascere.
Il sacrificio alto ed estremo dei martiri, ma anche
quello silenzioso e quotidiano dei più, è una promessa di risurrezione per
tutti. “Noi sappiamo di essere passati dalla morte alla vita perché amiamo i
fratelli. Chi non ama rimane nella morte” (1Gv 3,14).
Nel Passato recente
Mercoledì 29 marzo la nostra
comunità, dopo circa due anni, ha avuto il privilegio della visita di S.E. il
Cardinale Silvano Piovanelli. L’attesa era molto sentita, tanto che i fedeli in
buon numero hanno partecipato all’incontro, che aveva come tema l’espressione
di Pietro “Dare ragione alla speranza che è in noi”, ma ben maggiore
avrebbe potuto essere la partecipazione stante la preziosità dell’occasione.
Come sempre la parola del
Cardinale è stata di grande efficacia, ricca di citazioni bibliche, feconda di
stimoli e di incoraggiamenti. I fedeli sono stati sollecitati ad abbandonare
ogni forma di pessimismo – pur non disconoscendo le varie difficoltà del tempo
presente – e ad essere sempre gioiosi, perché ciascun cristiano porta il
Risorto nel proprio cuore, e a confidare sempre nello Spirito che è stato
presente in tutte le fasi cruciali della vita terrena di Gesù – dal
concepimento alla morte – e che il Signore ha donato a ciascuno di noi.
La serata, caratterizzata
dall’interesse e dalla grande gioia, si è conclusa con un grande applauso che
intendeva rappresentare un abbraccio colmo di amore verso una guida così
illuminata.
Eminenza di nuovo tante grazie! Sappiamo bene che è
molto impegnato e che tante comunità come la nostra desiderano la sua presenza,
però la preghiamo caldamente… torni presto tra noi, e… Buona Pasqua
Carlo G
È Lui la salvezza
|
G |
esù parla con Nicodemo, dialogo non facile, oggi
potremmo definirlo “tosto”, e rivolto a questo esponente del Sinedrio gli dice:
“Bisogna che sia innalzato il Figlio dell’uomo, perché chiunque crede in lui
abbia la vita eterna”. Cristo, innalzato sulla croce come un condannato,
diviene il segno vivo dell’amore del Padre; l’assurdità della croce è posta
come parola irrevocabile di una fedeltà e di una passione per l’uomo. “Io
quando sarò elevato da terra attirerò tutti a me”.
Ci
sembra che il centro del colloquio stia nella domanda: “cosa vuol dire
credere?”. Una cosa è certa: non vuol dire proclamarsi credenti di fronte agli
altri. Il rischio più grande per un credente è quello di aver chiaro tutto, di
aver tutte le risposte, persino più di quelle che Gesù potesse pensare. La fede
è un affidarsi quotidianamente al suo progetto di amore, un ripensare continuo
se stessi e i propri progetti alla luce dei suoi. È riconoscere che la vita
senza tramonto non è fondata suoi tuoi meriti, ma trova la sua radice
nell’infinita ricchezza della misericordia di Dio. Tutto ti è dato per grazia e
diventa un dono gratuito per te, reso fruttuoso se accolto e riposto nel solco
della tua vita attraverso la fede. Al dono di Dio non possiamo che rispondere
con la nostra fede: lasciarci amare da Dio, purificati nei nostri pensieri
talvolta contorti e nelle scelte non sempre trasparenti, per sperimentare la
sola speranza che si appoggia in lui.
Ma il mistero d’amore propostoci oggi è anche
affidarci quando non ci è chiaro tutto, o meglio, continuare la ricerca nel
dubbio e nel combattimento. La fede è un salto che richiede di abbandonare le
proprie certezze, per entrare nelle certezze di Dio, in un orizzonte che va
oltre il limite della visibilità e della razionalità umana.
Una fede invece fatta di eccessive “certezze” può
portare a gravi deviazioni. In nome di una presunta offesa alle proprie
convinzioni, si può innescare una spirale di odio pericolosa. Ogni ideologia
nasce per soggiogare ed egemonizzare le altre. La differenza che distingue il
messaggio evangelico è proprio questa: Gesù indica una via, ma non obbliga
nessuno a percorrerla. Gesù propone un incontro mentre il rintanarsi nella
propria solitudine e nel proprio egoismo è rifiutare la luce discreta che
illumina il proprio tragitto terreno.
A ciascuno è offerto un cammino originale,
irripetibile. Ed è questa la bellezza della sequela: ognuno ha il suo percorso,
a volte tortuoso, a volte oscuro, ma originale e unico, come le impronte
digitali.
Possiamo sbagliare, ma abbiamo un Maestro che ci
corregge, facendolo in modo originale per ciascuno, proprio come ha fatto con
Nicodemo, Zaccheo e gli altri.
L’invito di Gesù oggi è quello di purificare la
propria fede, rendendola più matura, più consapevole. Il cristiano non deve
godere di privilegi in questa società, anzi ne deve diventare l’anima critica
anche a costo del sacrificio.
Bisogna che sia innalzato
|
L |
a croce, a proposito e a sproposito, è diventata un
oggetto assai familiare nella nostra vita quotidiana. È diventata un diffuso
monile che oggi si trova appeso non soltanto più al collo, ma anche agli
orecchi di uomini e donne che forse conoscono a malapena Gesù Cristo e che
probabilmente non hanno alcun interesse al suo vangelo.
Per Erodoto (…
Da strumento di obbrobrio e di morte, alla luce della
risurrezione, la croce diventa simbolo di vittoria e di vita. Tant’è che la prima
apparizione della croce nel culto pubblico non comportava affatto l’immagine
del Cristo crocifisso. Questa raffigurazione del Cristo in croce incominciò
soltanto verso la fine del V secolo in oriente, in relazione alle eresia
monofisita per affermare la morte dell’uomo Gesù e le due nature nella stessa
persona. Ma anche in questo caso il Cristo veniva rappresentato in croce vivo e
trionfante, con gli occhi aperti e indossando una tunica regale.
È con questa dimensione gloriosa che la croce entra
nel culto liturgico. Ne è prova la stessa liturgia del venerdì santo,
soprattutto dopo la riforma di Pio XII nel 1955. Infatti le rubriche parlano
sempre di croce, di adorazione della croce, senza riferimento al crocifisso,
anche se la tradizione popolare ama rendere culto alla croce unitamente alla
visione di quella sofferenza di Cristo che danno un senso a tutte le umane
ferite. Proprio per questa ragione, soprattutto nel corso del XIII secolo, la
particolare sensibilità spirituale verso l’umanità di Cristo conduce a far
prevalere l’elemento realistico e doloroso della passione e Gesù viene
rappresentato sulla croce in modo sofferente.
Tuttavia la normativa liturgica continua a parlare
sempre e soltanto di croce come nella tradizione antica.
“Per la celebrazione della santa Messa vi sia sopra
l’altare o accanto ad esso una croce ben visibile allo sguardo dell’assemblea
riunita”.
La croce non è un semplice arredo, ma un oggetto di
culto. Nel patrimonio iconografico è l’elemento più importante. Come per le
immagini della Beata Vergine e dei santi, a maggior ragione anche per la croce
non si dovrebbe abbondare, anzi l’ideale sarebbe la sua unicità.
Questi rilievi tratti da un articolo del liturgista Silvano
Sirboni che si conclude con un richiamo perché il patrimonio iconografico delle
chiese non diventi come un “pantheon” cristiano, ma esprima l’essenzialità e la
sobrietà del culto liturgico, possono orientare la riflessione che la nostra
comunità è chiamata a fare in vista della Croce da collocare nell’aula liturgica.
Il tempio del suo corpo
|
N |
onostante il linguaggio dei documenti conciliari e di
tutti quelli postconciliari, sono ancora abbastanza diffuse – come faceva
osservare la prof. Nadia Toschi nella bella e profonda conferenza di venerdì
sera – espressioni del tipo: “il prete dice Messa; vado a sentire
Proprio il testo evangelico di questa terza domenica
di quaresima riporta quelle parole di Gesù che Giovanni commenta facendo notare
che il nuovo tempio di Dio è il corpo stesso di Cristo. Quel corpo che, dopo la
sua risurrezione, è formato da tutti i battezzati come chiaramente afferma
l’apostolo Pietro: “Anche voi venite impiegati come pietre vive per la
costruzione di un edificio spirituale, per un sacerdozio santo, per offrire
sacrifici spirituali, graditi a Dio, per mezzo di Gesù Cristo” (1Pt, 2,5).
Da questa realtà teologica e non semplicemente da un’esigenza
di carattere pedagogico, nasce il dovere della partecipazione attiva di tutta
l’assemblea, ciascuno secondo il proprio ruolo, come afferma la costituzione
conciliare: “La madre chiesa desidera ardentemente che tutti i fedeli
vengano guidati a quella piena, consapevole e attiva partecipazione delle
celebrazioni liturgiche, che è richiesta dalla natura stessa della liturgia e
alla quale il popolo cristiano… ha diritto e dovere in forza del Battesimo”
(S.C.
14).
Tutti i problemi, i temi, le discussioni relative
alla liturgia non si possono affrontare correttamente se non partendo
dall’acquisizione fondamentale che l’assemblea è il soggetto principale e
integrale della celebrazione.
È alla base di questa verità che il Catechismo della
Chiesa cattolica conclude la parte dedicata al soggetto celebrante con queste
parole: “Nella celebrazione dei sacramenti tutta l’assemblea è liturga,
ciascuno secondo la propria funzione, ma nell’unità dello Spirito che agisce in
tutti” (CCC 1144).
XIV
Giornata di preghiera e digiuno per i missionari martiri – venerdì 24 marzo
2006
Uccisi perché
testimoni del Risorto
|
I |
l secolo scorso è stato
definito dal Santo Padre Benedetto XVI “un tempo di martirio”, tanto è stato
elevato il numero dei cristiani che hanno testimoniato la loro fede fino a dare
la vita con il martirio. Ma chi sono i martiri cristiani? Che differenza c’è
tra loro e molti altri che sono morti e che continuano a morire per non tradire
la loro patria o per essere fedeli alla loro ideologia?
Martire, martys, nel Nuovo Testamento,
significa testimone di quello che Gesù ha detto e fatto, e proprio per questa
loro testimonianza esplicita alcuni vengono anche uccisi! Il martire è il
testimone di Gesù, morto e risorto, che resta fedele fino allo spargimento del
sangue; è colui che ha visto un fatto e ne dà testimonianza. I cristiani
pertanto sono martiri perché testimoni di Cristo; professano la loro fede in
Lui e proprio per questo motivo vengono perseguitati ed uccisi.
Gesù l’aveva apertamente detto ai suoi discepoli: “Se
hanno perseguitato me, perseguiteranno anche voi” (Gv.
15,20). Anche l'evangelista Luca, nel libro degli Atti degli
Apostoli ci racconta la sorte e le sofferenze che hanno dovuto sopportare la
prima comunità cristiana e i discepoli per essere fedeli testimoni del maestro.
Pietro e Giovanni vengono incarcerati (cfr. 4,3); Stefano è
il primo a testimoniare Gesù fino al martirio (cfr. 6-7) e
l'apostolo Giacomo, fratello di Giovanni viene ucciso di spada (cfr. 12,
2). Tutti i discepoli di Gesù vengono a trovarsi, prima o dopo, in una
situazione simile a quella del maestro: si vive come ha vissuto Lui, sapendo
molto spesso che come Gesù ha dato la vita fino all’effusione del sangue, lo
sarà anche per loro. Significativo il parallelismo che troviamo nel libro degli
Atti tra la morte di Gesù e la morte di Stefano, perfetta imitazione della
passione e morte del maestro: tutti e due sono accusati da falsi testimoni e
affrontano la morte con totale affidamento al Padre.
Versare il sangue per testimoniare il Vangelo si
potrebbe pensare realtà di altri tempi, del periodo degli inizi della Chiesa, e
non della nostra società di oggi. Eppure la realtà ci costringe a dire
altrimenti. Lo testimonia il lungo elenco di martiri del ventesimo secolo
iscritti nel libro del martirologio e anche i ventisette missionari uccisi per
testimoniare Gesù risorto nel 2005.
Appunti…:
Ä
Si coglie l’occasione per rinnovare ai fedeli l’invito a contribuire a
realizzare l’Opera-Segno fissata dalla Diocesi per
Ä
Sempre in Quaresima, nella domenica 26 marzo si vuole proporre ai fedeli
l’acquisto di pubblicazioni molto utili per la propria formazione: tra di esse
non può non primeggiare l’enciclica di
Papa Benedetto: “Deus caritas est” e insieme ad essa interessanti opere tra le
quali quella del missionario Valentino Salvoldi tanto cariche di passione per
il Regno.
È bello per noi stare qui
|
È |
un
paradosso, ma ogni assemblea liturgica è convocata per potersi sciogliere. I
cristiani non si radunano per una ricerca di autogratificazione, ma per
alimentare la loro capacità di uscire sulle strade del mondo e lì testimoniare
la presenza del Risorto con uno stile di vita che susciti l’ammirazione di
tutti gli uomini. La tentazione di fare della religione una forma di
gratificante evasione è sempre in agguato e persino comprensibile. È sempre
forte, infatti, la tentazione di raggiungere un traguardo scansando la fatica.
Ma si sa che questa è una pericolosa illusione.
Lo stesso brano evangelico di questa seconda domenica di
quaresima evidenzia questa comune tentazione e nello stesso tempo indica la
strada per un suo felice superamento. Un certo tipo di spiritualità intimistica
ha condotto a considerare la preghiera in genere e anche la celebrazione
eucaristica, come un momento di evasione, come un semplice rifugio, una fuga
dalle preoccupazioni quotidiane. Senza dubbio
Dio non ha bisogno dei nostri inni di lode. Nel
cristianesimo il culto è funzionale alla vita cristiana. Non si va a Messa “per
far contento il Signore” come talvolta si suole ingenuamente dire. Si va a
Messa e si partecipa alla mensa eucaristica per conformarci a quel Gesù che
scende dal monte della trasfigurazione per salire su un altro monte, molto più
basso, il Calvario, dove attraverso il versamento del sangue umano, rivela le
dimensioni dell’amore divino.
La celebrazione dell’Eucarestia non ha niente a che fare
con quelle assemblee esaltanti, dove canti, musiche e gesti servono in qualche
modo a far dimenticare le angustie della vita quotidiana, ad evadere
momentaneamente da esse. La celebrazione cristiana non è un surrogato religioso
della droga. I problemi della vita non si risolvono ignorandoli, né affidandoli
al miracolismo o allo sfoggio del “solenne”. La celebrazione cristiana, e in
modo particolare l’Eucarestia, serve ad illuminare la vita quotidiana alla luce
della Parola di Dio e della vita di Cristo per intuirne il “senso” e per
imparare a scoprire l’agire misterioso di Dio nella storia del mondo e nella
vita di ciascuno di noi.
Incontro sulla Malattia
con
|
L |
’incontro sul tema “La malattia” tenuto dalla
Dott.ssa Giachetti è stato molto interessante e ha messo in luce i vari aspetti
di una realtà molto cruda che può colpire chiunque e che pone diverse
problematiche. Con grande sensibilità e professionalità lei ha dato delle
indicazioni molto utili
Come
comportarsi di fronte ad un malato di malattia grave e invalidante tipo
Alzeimer:
A. Malato
affetto da questo o da altri morbi similari è un banco di prova molto difficile
per i familiari che vedono il cambiamento radicale nel comportamento del loro
congiunto per la sua perdita di comunicazione relazionale, una stravolgimento
della personalità È utile rivolgersi a lui con frasi brevi, aiutarsi con il
sorriso che serve a tranquillizzarlo poiché è particolarmente vulnerabile in
campo emotivo e cognitivo.
B. Malato
affetto da un ictus recente che ha comportato la paralisi di un lato del corpo,
tenderà ad escludere con il cervello la parte malata. È importante posizionarsi
da quella parte quando ci si siede accanto a lui e questo può portare degli
stimoli positivi alle cellule nervose preposte alla funzionalità motoria.
C. Il malato
cardiopatico grave, costretto a vivere tra letto e poltrona, con frequenti
ricoveri ospedalieri, acquista una particolare sensibilità verso l’ambiente che
lo circonda e quindi bisogna trattarlo con molta calma dandogli sicurezza.
D. Il malato
con insufficienza respiratoria grave spesso è stato un fumatore accanito, non
inferiamo su questo punto altrimenti si colpevolizzerà del proprio male.
Cosa
significa la malattia grave per il malato e i suoi familiari? Per il
malato uno sconvolgimento della propria vita sia dal punto di vista del lavoro,
rapporto con gli altri, devastazioni per il proprio corpo, il pensiero della sofferenza
e della morte più o meno imminente.
Altro grosso problema è
quello di “come” descrivere al malato la gravità della sua malattia. Va
sottolineato che il malato in questi casi ha bisogno di essere ascoltato e la
possibilità di volgere il suo sguardo smarrito e impaurito in quello di
qualcuno che gli sta vicino che lo guarda in silenzio stringendogli la mano per
esprimere la sua solidarietà. La mano nella mano è un atto terapeutico per
il malato; non è necessario portare paragoni, dire parole di conforto a volte
banali.
Lo scenario comune della
malattia è la solitudine da parte della famiglia del malato che si trova
in forte disagio: deve avere la capacità di discernere sul cosa fare e come
muoversi sia con il malato che con le terapie, la burocrazia. La famiglia
odierna è spesso composta da pochi elementi impegnati tutto il giorno con il
lavoro fuori casa ed è sempre più difficile e complicato avere permessi per
poter seguire il familiare ammalato e lo affidano alle cure di “badanti”
straniere...
Le persone che hanno già
sofferto o vivono a contatto con i malati possono meglio comprendere i suoi
reali bisogni che si possono sintetizzare in alcuni punti:
a. il
bisogno fisico cioè fare il modo di attenuare la sofferenza
attuando la terapia del dolore e la terapia contro l’ansia che modifica anche
la soglia del dolore in un malato.
b. il
bisogno di compagnia: il malato si sente solo nel suo dolore in un letto
di ospedale. È un’opera buona quando un medico può stare qualche minuto accanto
al letto di un malato e fargli capire che gli è vicino, ascoltando le sue
richieste, le sue paure, regalandogli un sorriso.
c. il
bisogno di capire il “senso” del dolore, dare un senso alla malattia. Non
occorre fare vivere il malato come in un limbo. Andare alla “scuola del malato”
ricordandoci che è più quello che riceviamo rispetto a quello che diamo. Il
malato insegna ai sani ad apprezzare le cose essenziali. La malattia ci trova
un’identità comune: di essere fragili di fronte agli altri. Ecco che subentra una
solidarietà tra i malati che è una grande risorsa. Il malato deve
essere considerato da medici, infermieri, familiari una persona con la propria
dignità che non va calpestata mai.
d. “Niente
andrà perduto” della nostra esperienza; la fede nella resurrezione dona
la speranza che nessun sacrificio, nessuna lacrima andrà persa: che Dio saprà
trarre dal dolore nella malattia qualcosa di bene per la nostra futura salvezza
eterna.
A. Rosi
Siamo tutti catecumeni
|
Q |
uale
itinerario a Cristo
È bene ricordare
come un tempo
Ma
chi non è in qualche modo un catecumeno? Anche il credente lo è, e lo è sempre,
perché in perenne cammino verso un incontro con Cristo sempre più consapevole,
sempre più vero, sempre più vitale e pieno. Di fatto, c’è ancora e sempre un
non-cristiano (un pagano), ci sono ancora e sempre spazi di non credenza (di
paganesimo) in chi già crede ed è cristiano. Del resto il ritorno annuale della
Quaresima non significa una ricorrente sollecitazione a ricominciare sempre e
di nuovo il nostro catecumenato a Cristo. Siamo insomma un po’ tutti in qualche
modo sempre dei catecumeni e come tali ci sentiamo impegnati tutti a percorrere
il cammino quaresimale incontro a Cristo.
|
“L |
o Spirito
sospinse Gesù nel deserto ed egli vi rimase quaranta giorni, tentato da
satana”. Gesù e satana si affrontano in una lotta che abbraccia tutti i tempi,
tutti i luoghi, tutte le persone, tutte le vicende, fino all’ultimo frammento
di vita.
Questa
lotta viene ribadita da Gesù al momento della Passione: “Ora è il giudiziosi
questo mondo; ora il principe di questo mondo sarà gettato fuori… Vi ho detto
queste cose perché abbiate pace in me. Voi avrete tribolazioni nel mondo, ma
abbiate fiducia, io ho vinto il mondo!” (Gv 12,31; 16,33).
Il regno
di Dio e il regno di satana sono antitetici e in lotta continua fra loro; la
vittoria di Cristo è già segnata, ma si concluderà pienamente nell’ultimo
giorno. Così la pace promessa non è statica, ma dinamica; non è possesso
tranquillo, ma frutto agonistico.
Sullo
sfondo di questa verità, il concilio ha scritto una pagina meravigliosa sulla
“natura della pace”, a livello interiore,ma anche sociale e politico,
strettamente connessa con la lotta, che è destinata a protrarsi “fino alla
venuta di Cristo”.
Dice
infatti: “La pace non è la semplice assenza della guerra, né può ridursi al
solo rendere stabile l’equilibrio delle forze contrastanti, né è effetto di una
dispotica dominazione, ma essa viene con tutta esattezza definita “opera della
giustizia” (Is 32,17). Poiché infatti il bene comune del genere umano è
soggetto, con il progresso del tempo, a continue variazioni, la pace non è
stata mai qualcosa di stabilmente raggiunta, ma è un edificio da costruire
continuamente. Poiché inoltre la volontà umana è labile e ferita per di più dal
peccato, l’acquisto della pace esige il costante dominio delle passioni di
ognuno e la vigilanza della legittima autorità.
Tuttavia
questo non basta. Tale pace non si può ottenere sulla terra se non si è
tutelato il bene delle persone e se gli uomini non possono scambiarsi con
fiducia e liberamene le ricchezze del loro animo e del loro impegno. La ferma
volontà di rispettare gli altri uomini e gli altri popoli e la loro dignità, e
di praticare la fratellanza umana è assolutamente necessaria per la costruzione
della pace. E così la pace è frutto anche dell’amore, il quale va oltre la
semplice giustizia.
La pace
terrena tuttavia è immagine ed effetto della pace di Cristo, che promana dal
Padre. Il Figlio incarnato infatti, principe della pace, per mezzo della sua
croce ha riconciliato tutti gli uomini con Dio e, nella gloria della sua
risurrezione, ha diffuso lo Spirito di amore nel cuore degli uomini.
Pertanto
tutti i cristiani sono fortemente chiamati a “praticare la verità nell’amore”
(Ef 4,15) e a unirsi a tutti gli uomini sinceramente amanti della pace per
implorarla e attuarla.
Cosa dice la
regola: “L’importante non è
la rinuncia ma la conversione”
|
L |
e indicazioni pratiche su come vivere, alla luce del
Concilio, la pratica del digiuno sono contenute nella Nota pastorale sul «Il
senso cristiano del digiuno e dell’astinenza» pubblicata dalla Cei nel 1994. Il
testo spiega che per rispettare la regola del digiuno (obbligatorio nei giorni
delle Ceneri e del Venerdì Santo) si deve «fare un unico pasto durante la
giornata», ma il precetto non proibisce di «prendere un po’ di cibo al mattino
e alla sera».
L’astinenza invece, da praticare nei venerdì di Quaresima,
proibisce l’uso non solo della carne ma, in generale, di «cibi e bevande
particolarmente ricercati e costosi». Alla legge del digiuno sono tenuti tutti
i fedeli dai 18 ai 60 anni; all’astinenza i fedeli dai 14 anni in su. Non si
tratta comunque, spiega
Chi, per motivi di salute o per altre ragioni, non può
osservare il digiuno può sostituirlo con altre rinunce (sigarette,
televisione…) che devono sempre essere accompagnate con la preghiera e con i
gesti di carità. Scrive infatti san Pietro Crisologo: «Queste tre cose,
preghiera, digiuno, misericordia, sono una cosa sola, e ricevono vita l’una
dall’altra. Il digiuno è l’anima della preghiera e la misericordia la vita del
digiuno. Nessuno le divida, perché non riescono a stare separate. Colui che ne
ha solamente una e non tutte insieme, non ha niente. Perciò chi prega, digiuni.
Chi digiuna, abbia misericordia».
L’Opera segno per
|
A |
nche quest’anno viene riproposto come opera segno della
carità per
Una novità importante nasce dalla possibilità, emersa in
corso d’opera, di realizzare ulteriori spazi all’interno dello stabile in
ristrutturazione per accogliere una Comunità Religiosa – le Suore Figlie della
Carità – che aiuteranno non solo a gestire la struttura, ma ad essere costante
testimonianza dell’amore di Dio verso i fratelli, come è nel loro carisma.
La struttura ospiterà:
Centro diurno anziani: un ambiente
dove sia possibile, per i non più giovani, trascorrere insieme ore serene in
amicale compagnia...
Centro Giovani: per
incontrarsi, conoscersi e...danzare insieme la vita...
Consultorio “
Alloggio temporaneo per
famiglie bisognose: per una prima accogliente risposta a chi è
provvisoriamente senza casa...
Centro di prima accoglienza per uomini: per offrire
un posto letto caldo di amicizia...
Casa-famiglia per
persone in disagio psichico: per favorire la guarigione ed il reinserimento nel
tessuto sociale...
Casa delle suore: per una
costante presenza espressione di unità e servizio...
Digiunare a Carnevale, e Prima e… dopo
|
D |
ue sono
i piedi per camminare e due le ali per volare nella vita spirituale: preghiera
e mortificazione. Come non si può camminare con un piede solo, né volare con un’ala
sola, così non si può avanzare nella vita spirituale senza l’una o l’altra di
queste due cose. Non si possono tenere contemporaneamente aperte tutte le due
porte: quella che dà sul mondo e quella che dà su Dio. La sobrietà è per la
preghiera quello che il silenzio è per la musica. Come non si può sentire della
buona musica se si è immersi nel frastuono e nel chiasso, così non si può
pregare se il cuore rigurgita di pensieri, ricordi, moti e affanni mondani.
Occorre
una costante potatura.
Oggi c’è
una forma di sobrietà e di digiuno che è particolarmente importante: il
“digiunare dal mondo”. In particolare digiunare dalle vane notizie, dai
pettegolezzi e dalle immagini del mondo. Viviamo nell’era delle comunicazioni
di massa. Ventiquattro ore su ventiquattro i mezzi trasmettono le ultime
notizie. Se ci si lascia prendere dal bisogno di tener dietro a tutto e a
tutti, è la fine di ogni vita spirituale. Il regno di Dio ha le sue notizie
eterne, sempre nuove da ascoltare e da proclamare. Ma se ci lasciamo prendere
dalle notizie del mondo, non le capiamo più. Ci sembrano solo vecchie, trite.
Non le proclameremo con forza, perché esse non vivono con forza dentro di noi.
L’altro
digiuno, oggi necessario, è quello delle immagini, che sono il veicolo
privilegiato dell’ideologia mondana. La “concupiscenza degli occhi” (1Gv 2,16)
è più che mai forte. Un certo digiuno da immagini vane, violente o lascive è
più necessario perfino del digiuno dai cibi. Nessun cibo è per sé impuro,
proclama
San Giovanni della Croce invita a “custodirci in
solitudine per il Signore”, a “raccoglierci in unità per il Signore”. Maria,
sempre attenta a se stesa e a Dio, è divenuta figura della chiesa, che attende
con amore vigilante lo Sposo. Ella interceda per noi per la prossima Quaresima
e per… tutto l’anno e ci ottenga la grazia di “rinnegare l’empietà e i desideri
mondani e vivere con sobrietà, giustizia e pietà in questo mondo, nell’attesa
della beata speranza e della manifestazione della gloria del nostro grande Dio
e Salvatore Gesù Cristo” (Tt 2,12-13).
Tempo di Quaresima
|
L |
a
Quaresima è, per
La
liturgia quaresimale “guida alla celebrazione del mistero pasquale sia i
catecumeni – in parrocchia ne abbiamo tre – attraverso i diversi gradi della
iniziazione cristiana, sia i fedeli, per mezzo del ricordo del Battesimo e
della penitenza”.
Lezionario
Le
letture bibliche proposte nelle cinque domeniche di quaresima ci guidano
all’approfondimento delle dimensioni più importanti di questo cammino.
La
1ª domenica, con il brano evangelico delle tentazioni, e la 2ª domenica in cui
si legge il racconto della Trasfigurazione, ci introducono nella duplice realtà
del mistero pasquale: il digiuno, l’essenzialità, la lotta ci richiamano al
morire a noi stessi per poter sperimentare la gloria e lo splendore del Signore
Risorto nella nostra vita.
Le letture della 3ª, 3ª, 5ª domenica
dell’anno corrente (B) mettono in luce la novità salvifica realizzata in Cristo:
il Vangelo della 3ª domenica (Gv 2,13-25) ci riporta Gesù che scaccia i
venditori del tempio e che parla del suo corpo come tempio vivo; il Vangelo
della 4ª domenica (Gv 3,14-21) mostra Gesù come nuovo serpente innalzato nel
deserto per la salvezza degli uomini; il Vangelo della 5ª domenica (Gv
12,20-33) parla del chicco che, solo morendo, può dare frutto.
E così,
anche le letture degli altri due anni (A e C) trattano temi e aspetti
profondamente complementari che si richiamano a vicenda.
Le Ceneri
Il
tempo della Quaresima si estende dal mercoledì delle Ceneri al Giovedì Santo,
prima dell’Eucarestia in coena Domini. Esso ha inizio con un atto
comunitario segno dell’inizio di un itinerario di conversione.
Le Domeniche
Le
domeniche costituiscono tappe di avvicinamento verso
Il Sacramento della
Riconciliazione
Il
cammino di conversione quaresimale trova nella confessione dei peccati uno dei
momenti fondamentali per il rinnovamento interione. I cristiani sono invitati a
prepararsi a questo incontro col Signore e a celebrarlo nella preghiera e nella
distensione. È bene che i fedeli non aspettino il Sabato Santo per accostarsi
alla Confessione ma, per quanto è possibile, partecipino alla celebrazione
comunitaria del Sacramento della Riconciliazione in prossimità della Pasqua.
Il digiuno e l’astinenza per
Il
digiuno e l’astinenza insieme alla preghiera, all’elemosina e alle opere di
carità appartengono da sempre alla vita e alla prassi penitenziale della
Chiesa. Rispondono infatti al bisogno del cristiano nel suo cammino di
conversione che si esprime nell’amore verso i fratelli. Il digiuno e
l’astinenza devono essere osservati il Mercoledì delle Ceneri e il Venerdì
Santo, l’astinenza deve essere osservata in tutti i venerdì di Quaresima.
Durante
questo periodo liturgico non si canta l’Alleluia e alla domenica non si
proclama il Gloria né si recita il Te Deum all’Ufficio delle
Letture. Il suono dell’organo e di altri strumenti musicali è consentito
soltanto per sostenere il canto dell’assemblea.
Anche
l’aula della celebrazione è improntata alla severità quaresimale, senza fiori e
ornamenti festivi, eccetto le solennità e le feste. Nella quarta domenica
possono essere portati alcuni fiori, primizia della primavera, segno della
prossima fioritura pasquale.
Alzati e cammina
|
C |
os’è
Forse un semplice obbligo domenicale del quale liberarsi nel
minore tempo possibile e con il minore impegno. Per altri si riduce ad un rito
tradizionale per alcune occasioni, come
Ora,
Di fronte all’episodio del brano evangelico di oggi, del
paralitico guarito e al quale vengono rimessi i peccati, il nostro pensiero va
giustamente e immediatamente al sacramento della penitenza che comunica, nel
suo modo proprio, al battezzato peccatore il perdono e la riconciliazione che
Cristo ha acquistato per tutti sulla croce. Tuttavia spesso dimentichiamo che
l’eucarestia, in quanto celebrazione globale del mistero pasquale, è fonte e
culmine di tutti i sacramenti e ne possiede in qualche modo la grazia particolare.
In altre parole, l’eucarestia rinnova e conferma la grazia dei sacramenti già
ricevuti. Pertanto il battezzato non può partecipare all’eucarestia senza
ribadire il proprio impegno battesimale, senza accogliere il dono dello Spirito
che viene invocato in ogni preghiera eucaristica per avere la forza di portare
a compimento l’itinerario battesimale della vita cristiana. Non è quindi
possibile partecipare veramente all’eucarestia senza ribadire la volontà di
proseguire in quell’itinerario di conversione che sta alla base dell’essere
cristiani.
La celebrazione eucaristica non è quindi una “cerimonia” per
tutte le occasioni: essa presuppone il sincero pentimento dei peccati e ne
ottiene anche il perdono. Se la chiesa interpretando autorevolmente il mandato
di Cristo, prescrive, se possibile, la previa confessione e assoluzione
sacramentale dei peccati gravi per poter partecipare alla mensa eucaristica,
tuttavia, chi è ben disposto, riceve attraverso la celebrazione stessa
dell’eucarestia il perdono di tutte le colpe come ricorda il Catechismo
della chiesa cattolica: “L’Eucarestia non può unirci a Cristo senza
purificarci, nello stesso tempo, dai peccati commessi e preservarci da quelli
futuri…” (n. 1393).
La partecipazione alla Messa non può dunque essere ridotta a
una semplice convenienza sociale, a un rito tradizionale, ma è un gesto
impegnativo perché suppone l’atteggiamento di conversione. Un impegno che è
compensato dalla certezza di un perdono che purifica continuamente i nostri
cuori. “…L’Eucarestia fortifica la carità che, nella vita di ogni giorno, tende
ad indebolirsi; la carità così vivificata cancella i peccati veniali” (CCC
1394).
Ricentrarsi su
Cristo
|
“C |
ome mettere insieme l’urgenza della missione e il
dialogo tra le religioni?”. È una domanda che si sente viva nel momento in cui
l’invito ad approfondire il dialogo ecumenico si accompagna alla constatazione
della presenza, anche nel nostro quartiere, di tante persone che professano una
religione diversa da quella cattolica.
Cosa si può rispondere? C’è da precisare che san
Paolo non annunciava Cristo spinto dal pensiero che, altrimenti, la gente si
sarebbe dannata, ma perché era spinto dall’immensità del dono che era per lui
il Cristo. Perché era stato “afferrato” da lui. “Guai a me se non evangelizzo”.
Non annunciare Cristo è un nascondere il dono, un defraudare il mondo di
qualcosa che gli spetta, un soffocare la verità. Insomma, una terribile
infedeltà e responsa-bilità. Chi ama Gesù Cristo percepisce l’urgenza di
comunicarlo, perché egli è per tutti. “L’amore di Cristo ci spinge” (2Cor 5,14) non
significa solo il nostro amore per Cristo, ma soprattutto l’amore di Cristo per
noi. “L’amore di Cristo per tutti gli uomini ci spinge”: è così che si dovrebbe
tradurre.
Lo slancio di evangelizzazione nasce più a monte.
Dipende cioè dal posto che Cristo occupa nel cuore dei cristiani. Bisogna
rimettere continuamente il Cristo al primo posto. Bisogna rimettere “a fuoco”
la figura di Cristo. Da un Cristo “sfuocato” non può venire che un annuncio
debole e “smorto”.
Il Concilio Vaticano II ha concentrato, e
giustamente, la sua attenzione sulla chiesa: sulla sua natura, la sua liturgia,
il suo rapporto con il mondo… E questi, di conseguenza, sono stati pure i temi
che hanno dominato anche nel periodo postconciliare.
Occorre forse ormai decentrarci da noi stessi e
ricentrarsi, o concentrarci, su Cristo. Per essere dei veri evangelizzatori
dovremmo tutti, nella chiesa, cercare di innamorarci di Gesù Cristo. Bisogna
cominciare dall’incontro a tu per tu con Gesù Salvatore, per aprirsi poi a
tutto il resto: dottrina, istituzione, liturgia, devozioni…
Nella Chiesa Gesù deve essere
Il compito della Chiesa è di ritrovare tutta la
propria fede nel Cristo vivente dentro di lei, riscoprire il suo stesso
mistero, in modo da poter gridare al mondo intero, in modo nuovo: “Vi annunzio
una grande gioia, che sarà di tutto il popolo: oggi è nato per voi un
Salvatore”. Anzi, oggi nasce per voi un Salvatore!
|
È |
in corso la
consegna della lettera alle famiglie che riguarda la “Benedizione Pasquale”.
Essa si svolgerà durante
Quest’anno è la volta della sola parte sud della
parrocchia, di quella parte cioè che si usava definire, ai tempi in cui c’era
la cappellina, “di via Busoni” e che comprende le strade tra via del Termine e
via della Gora.
Chi risiede in queste vie è invitato a segnalare il
proprio consenso compilando il modulo in calce alla lettera e a consegnarlo in
parrocchia.
Le altre famiglie, non incluse nella zona, possono concordare
con i sacerdoti l’appuntamento per un incontro di preghiera a carattere
condominiale.
Anche noi lebbrosi!
|
D |
avanti a una persona che soffre proviamo spesso
indignazione: ci chiediamo che senso ha la sofferenza, ci domandiamo perché certe
cose sono tollerate agli occhi di Dio.
Ma questa indignazione diventa sgomento quando ci si accorge
che alla sofferenza fisica si accompagna quella morale: se la malattia è
ritenuta contagiosa o frutto dell’incoscienza personale, allora si accompagna
all’emarginazione. Ai bambini si dice di stare lontani da quelli che si
presentano vestiti male, noi facciamo fatica ad allungare una moneta agli
straccioni che possono contagiarci, rifuggiamo chi puzza e che potenzialmente è
portatore di malattie.
Accanto al problema della sofferenza c’è la paura del
contagio, dell’essere “infettati” da un altro. Tutta la storia è ricca di fobie
collettive relative al contagio: basta pensare alle grandi paure seicentesche
della peste, ben descritta dal Manzoni nei Promessi Sposi, e alla moderna paura
dell’aids.
Gesù si presenta oggi come noi: “si indigna” davanti alla
duplice condizione del lebbroso, sofferente ed emarginato.
Questa indignazione però non è rivolta, come facciamo noi, verso
Dio ma verso la radice della sofferenza che sta nell’emarginazione, nell’isolamento e poi nella malattia.
Noi ci fermiamo al dolore e allo sdegno, Gesù invece traccia la via per
alleviare la sofferenza: “mosso a compassione, stese la mano, lo toccò”
(Mc 1,419) gli parlò, lo guarì, gli ordinò di tacere. Noi di fronte ai nuovi e
vecchi lebbrosi ci lasciamo percorrere solo da un movimento della emozione: li
compatiamo, ci indigniamo per la loro condizione, imprechiamo per un po’ e poi
ritorniamo alle nostre case… Se per pietà, facciamo qualche cosa in più per
loro, desideriamo che tutti ne siano a conoscenza.
Da Gesù dobbiamo imparare a rimuovere le cause del male che
spesso si annidano nel nostro egoismo: i lebbrosi di allora e di oggi vanno
accolti come fratelli, vanno ascoltati ed abbracciati.
Se il Levitico imponeva ai lebbrosi di gridare “immondo,
immondo” (Lv 13,45), cioè sporco, impuro, contagioso, essere cristiani
dovrebbe suggerire a noi di gridare “siamo immondi”. Sì, “siamo impuri” finché
la nostra ricchezza e il nostro benessere non sono utilizzati per vincere il
male dei poveri. Finché malattie curabili, come la lebbra, uccidono ancora
bambini e mamme. Finché la società in cui viviamo alza steccati contro i
poveri, invece di migliorare le loro condizioni di vita. Siamo “immondi” finché
spendiamo le nostre risorse pubbliche non per vincere le malattie e le
emarginazioni, ma per difenderci da esse.
Raoul Follerau diceva: “Signore ecco i veri lebbrosi, gli
egoisti, gli empi… i comodi, i paurosi, coloro che sciupano la loro vita!”
Gesù si presenta come coloro che accoglie e guarisce un
lebbroso, senza voler per questo essere osannato dalle folle, ma solo per
amore. Come cristiani dovremmo essere capaci di stendere la mano almeno verso
una forma di lebbra, per amore.
“Crudele, dolcissimo amore”
|
I |
n occasione della Giornata Mondiale del Malato può
essere utile riportare un’antologia di pensieri tratti dal libro di Chiara M.
dal titolo “Crudele, dolcissimo amore” ed San Paolo, Cinisello B. (MI) 2005 pp 180
€ 12,00 definito dal teologo P. Coda “una delle cose più belle che ho letto in
assoluto”.
Un’autobiografia che parte da lontano, dal matrimonio
dei suoi genitori e dalla prima infanzia felice, amata e coccolata (“ero una
bambina molto vivace, sempre allegra, con una risata argentina e contagiosa”) che,
a un tratto, si trasforma in diario puntualissimo, anche se non quotidiano.
Chiara, ormai da qualche tempo infermiera professionale – attività che lei ama
moltissimo – si ammala: nel '77 il primo della lunghissima serie di ricoveri in
ospedale. Un male devastante, che lei tiene rigorosamente anonimo, doloroso,
progressivo, invalidante, inguaribile.
Ma a prevenire eventuali interpretazioni fuorvianti
dei pensieri di Chiara, occorre ancora una volta ribadire che il cristianesimo
non fa l’apoteosi del dolore, non propone il masochismo. La croce è una
pedagogia divina, un crogiolo di purificazione, accompagnato dalla paura, dalla
ribellione, dal dubbio.
E ecco finalmente alcuni dei pensieri di Chiara sul
dolore, la morte e la vita (è una prospettiva “rovesciata”…).
22 luglio 1994 «Io sono poca cosa di fronte a
Te. Un nulla. Ma voglio essere un nulla pieno di Te».
16 settembre 1994 (a C. Lubich)
«… la sensazione che ho dentro è che mi sto
consumando lentamente ma inesorabilmente come una candela… tutto crolla prima o
poi. Anch’io forse non l’avrei capito se non avessi avuto questa malattia che
mi “stacca” dal campo fisico mi permette di tirare fuori il divino che ho
dentro…»
Senza data «Questa malattia mi ha procurato
due cose: da una parte mi ha spezzato le ali – appena avute – impedendomi di
volare, dall’altra mi ha dato l’opportunità di crescere dentro ad una velocità
incredibile».
21 novembre 1994 «Mi da fastidio tutto.
L’ambiente, le persone, ma soprattutto mi da fastidio… me stessa. Il “come”
sono con i miei limiti – che sono tanti – e con il mio voler essere che non è
come vorrei. Non mi accetto, mi sembra di scoppiare, non riesco ad accettare
questo nuovo aspetto di Gesù Abbandonato. Non riesco a dirti di sì subito. Ho
un senso di ribellione verso il dolore».
2 febbraio 1995 «Non riesco a parlare
direttamente della mia malattia. Sono anni di convivenza con lei che però non
mi hanno ancora dato la libertà di chiamarla per nome, soprattutto nel dialogo
con le altre persone… Ogni giorno lei si mangia qualcosa di me. Ogni giorno
minuscole, infinitesimali particelle del mio corpo si modificano. È graduale ma
costante quello che io chiamo un autentico sfacelo e a questo non mi abituo e
non mi abituerò mai. Ogni volta che mi guardo allo specchio, noto qualcosa di
nuovo, prodromo di un “cambiamento” che è sempre una perdita… Quando poi mi
hanno consegnato un certificato con la percentuale del mio handicap, ho capito
che era finita. O meglio, avevo attraversato il ponte che divide il mondo dei
cosiddetti sani da quello dei malati… Io che vorrei poter camminare sempre
quando lo decido oppure correre quando lo desidero. E invece, come adesso, sono
sdraiata in un letto d’ospedale, attaccata a una flebo…»
27 agosto 1996 «… dolori violentissimi…
tagliano la carne viva… In questi momenti alle volte mi assale lo sconforto, la
paura di non farcela… Ho paura del “come” mi ridurrò alla fine, del dolore che
dovrò ancora patire e non sempre riesco ad accettarlo… Forse abissi di dolore
portano vette alte di purissima gioia. Altre volte mi sembra che tu dica:
“Lasciati amare senza paura, senza timore, lasciati amare».
Senza data «In questi anni ho ascoltato
centinaia di persone, soprattutto al telefono… ho incontrato molte storie,
molte vite diversissime. Le persone con me si aprono spontaneamente. “Sto
raccogliendo una valle di lacrime, ne sono quasi inzuppata…” Così scrivevo un
giorno dopo ore ininterrotte di colloqui. In un tempo come il nostro così
caotico, frenetico, urlante è difficile trovare qualcuno che ti ascolti
veramente. Il dolore è silenzio. È qualcosa che non può, non deve avere fretta.
È il momento del raccoglimento, della condivisione profonda, senza tempo. Nel
dolore le maschere cadono. Solo attraverso il dolore si arriva
all’essenziale…».
Dal Messaggio dei Vescovi Italiani per la 28a
Giornata per la vita (5 febbraio 2006)
RISPETTARE
«In
principio era il Verbo, il verbo era presso Dio e il Verbo
era Dio. In lui era la vita e la vita era la luce degli uomini»
(Gv 1,1.4).
|
L |
a Vita precede il creato e l'uomo: l'uomo -e con lui ogni
realtà vivente- è reso partecipe della vita per un gesto di amore libero e
gratuito di Dio. Ogni uomo è riflesso del Verbo di Dio. La vita è perciò un
bene "indisponibile"; l'uomo lo riceve, non lo inventa; lo accoglie
come dono da custodire e da far crescere, attuando il disegno di Colui che lo
ha chiamato alla vita; non può manipolarlo come fosse sua proprietà esclusiva.
|
L |
a vita umana viene prima di tutte le
istituzioni: lo Stato, le maggioranze, le strutture sociali e politiche;
precede anche la scienza con le sue acquisizioni. La persona
realizza se stessa quando riconosce la dignità della vita e le resta fedele, come
valore primario rispetto a tutti i beni dell'esistenza, che conserva la sua
preziosità anche di fronte ai momenti di dolore e di fatica.
|
C |
hi non vuole essere libero e felice e non fa tutto il
possibile per realizzare questa sua massima aspirazione? Ognuno ha racchiusa
nel segreto del suo cuore la propria strada verso la libertà e la
felicità. Ma per tutti vale una condizione: il rispetto della vita. Nessuno
potrà conquistare liberta e felicità oltraggiando la vita, sfidandola
impunemente, disprezzandola, sopprimendola, scegliendo la via della morte.
|
Q |
uesto vale per tutti, ma in modo speciale per i giovani, tra
i quali non manca chi sembra ricercare la libertà e la felicità con espressioni
esasperate o estreme. L'uso pervasivo delle droghe, che in taluni ambienti sono
così diffuse da essere considerate cose normali; l'assunzione di stimolanti
nella pratica sportiva; le ubriacature e le sfide in auto o in moto e altri
comportamenti analoghi non sono semplicemente gesti di sprezzo della morte, un
gioco tanto infantile quanto incosciente. No, essi dicono soprattutto
indifferenza per la vita e i suoi valori; scarso amore per se stessi e
per gli altri.
|
U |
na società che tollera una simile deriva e non si interroga
sulle cause e sui rimedi, o che la considera una malattia passeggera da
prendere alla leggera, da cui si “guarisce” crescendo, non si rende conto della
reale posta in gioco: chi da giovane non rispetta la vita, propria e altrui,
difficilmente la rispetterà da adulto. È nostro dovere, perciò, aiutare
quei giovani che si trovano in particolare disagio e difficoltà a ritrovare la
speranza e l'amore alla vita, a guardare con fiducia e serenità a progetti
di matrimonio e famiglia, a servire la cultura della vita e non quella della
morte.
|
U |
n fattore importante che incide sulla vitalità e sul futuro
della nostra società, ma tuttora trascurato, è sicuramente oggi quello
demografico: sono molti i coniugi infatti, che hanno meno figli di quanti ne
vorrebbero. Ma, oltre alla mancanza di politiche organiche a sostegno della
natalità, resta grave nel nostro Paese il problema della soppressione diretta
di vite innocenti tramite l'aborto, dietro al quale spesso ci sono gravi drammi
umani ma a cui, a volte, si ricorre con leggerezza. Vanno valorizzati quegli
aspetti della stessa “legge
|
I |
l rispetto della vita, infatti, comincia dalla tutela della
vita di chi è più debole e indifeso. Nessuno può dirsi padrone e signore
assoluto della vita propria, a maggior ragione di quella altrui. Rispettare la
vita, in questo contesto, significa anche fare tutto il possibile per salvarla.
Quando pensiamo a un nascituro, vogliamo, perciò, pensare a un essere umano che
ha il diritto, come ogni altro essere umano, a vivere e a ricercare la libertà
e la felicità.
|
R |
ispettare la vita significa, ancora, mettere al primo posto
la persona. La persona governa la tecnica, e non viceversa; la persona e non la
ricerca o il profitto, è il fine. Chiedere l'abolizione di regole e limitazioni
che tutelano la vita fin dal concepimento in nome della libertà e della
felicità è un tragico inganno, che produce al contrario la schiavitù e
l'infelicità di chi lascia che a costruire il futuro siano da un lato i propri
desideri soggettivi, dall'altro una tecnica fine a se stessa e sganciata da
ogni riferimento etico. Occorre continuare un capillare e diffuso lavoro di
informazione e sensibilizzazione per aiutare tutti a comprendere meglio il
valore della vita, le potenzialità e i limiti della scienza, il dovere sociale
di difendere ogni vita dal concepimento fino al suo termine naturale.
|
S |
e nel cuore cerchi la libertà e aspiri alla felicità, rispetta lo vita, sempre e
a ogni costo.
“Alla scuola del Malato”
|
Q |
uesto è il titolo del messaggio della CEI per
«Nei confronti del dolore umano e del malato che in
modo particolare lo incarna, la cultura di oggi appare in difficoltà, segnata
spesso da una resa passiva, dal rifiuto oppure da atteggiamenti di infantile
presunzione. Mettersi umilmente alla scuola del malato e del sofferente può
aprire percorsi sapienziali per costruire una diversa visione della vita, della
salute, della fragilità e della cura.
Il malato –è il documento della CEI a
ricordarlo– con la sua stessa presenza ci aiuta a riflettere sull’importanza
del valore della vita, in ogni istante e situazione, sul dono della salute,
sull’esperienza del limite, della vulnerabilità e della morte come realtà
esistenziali; ci ricorda la necessità di una personale e collettiva responsabilità nel prevenire le
cause di malattia assumendo uno stile sano di vita e lavorando per un ambiente
ecologico e sociale, che lo renda possibile, ma richiama anche l’urgenza che la
persona in condizione di malattia non sia lasciata sola e venga debitamente
curata. Accanto al malato che, nella fede, vive il suo soffrire siamo aiutati a
comprendere che anche la nostra sofferenza, pur restando sorgente di domande
spirituali forti, di ribellione e di lacerazione interiore, nell’unione con il
Crocefisso risorto trova un significato che va oltre la semplice valorizzazione
umana.
L’atteggiamento di chi si accosta al malato deve
essere quello di testimoniare che non si è condizionati dalla frettolosità,
dall’individualismo, dall’approccio devozionale o dal facile richiamo alla
rassegnazione, ma si è capaci di instaurare dialoghi aperti e sananti, di
individuare bisogni e risorse, di chi si sente impegnato a lavorare in
comunione con gli altri.»
Santi nel matrimonio
|
N |
ella
chiesa ha faticato non poco ad affermarsi la consapevolezza della dignità del
matrimonio come risposta ad una chiamata vocazionale. Tuttavia, soprattutto a
partire dal Concilio Vaticano II, si è evidenziata la dimensione di
consacrazione nel sacramento del matrimonio, che rende l’unione dell’uomo e
della donna una piccola chiesa, nell’ambito della quale i coniugi sono
consacrati sulla via della santità e della perfezione.
Ben presto, dopo i primi tempi del cristianesimo, si è
cercato la donazione totale a Dio prevalentemente nel distacco dal mondo e dai
vincoli di amore terreno, come se il rapporto di coppia fosse incompatibile con
una scelta cristiana radicale. Rari, fino ai giorni nostri, gli sposati
riconosciuti ufficialmente santi dalla chiesa.
Indubbiamente Paolo non svilisce il matrimonio, riconosciuto
da lui stesso come il grande mistero sacramentale, come segno cioè, dell’unione
di Cristo con la chiesa (cfr. Ef 5,31-32).
Nel brano della liturgia di oggi, tratto dalla prima lettera
ai Corinzi, Paolo più che trattare del matrimonio e della verginità, sembra
rispondere a delle domande precise che gli sono state poste, sottolineando
apparentemente la superiorità della scelta verginale consacrata.
In realtà né la donazione totale a Dio con la rinuncia a
legami coniugali, né la via del matrimonio sacramento mettono automaticamente
al riparo dall’egoismo e dall’idolatria. Ambedue le scelte si presentano come
strade che, completandosi in qualche modo a vicenda, possono condurre alla
santità unicamente se rispondono alla vocazione personale e all’impegno e alla
disponibilità di far sì che l’amore abiti in noi e nei nostri cuori.
Purtroppo l’affermazione di sé a scapito dell’altro, la
viltà, la ricerca non equilibrata di beni e di interessi, le relazioni
immature, la gestione del potere non finalizzata al bene comune, la
superficialità, l’indifferenza e altre meschinità sono molto frequenti sia fra
persone sposate che fra persone celibi/vergini anche consacrate.
È quindi inopportuno ritenere che la superiorità sia legata
a una condizione oggettiva: essa è legata solo a una maggiore o minore capacità
di amare Dio e il prossimo nella condizione in cui ci troviamo.
In ascolto delle povertà del mondo
|
I |
n occasione della Giornata Mondiale dei malati di lebbra amiamo
riportare alcuni passaggi dei vari scritti e messaggi inviati da Raoul
Follereau, morto nel 1977 dopo una vita spesa a rendere loro amore e giustizia.
«Se avete voglia di mangiare, non dite: “ho fame”, ma pensate ai 400
milioni di giovani che oggi non potranno mangiare. se siete raffreddati, non
dite: “Dio mio come sono malato, ma pensate a quelli che soffrono, agli 800
milioni di esseri umani che non hanno mai visto un medico» (1961).
«Che cosa preferite? Un nuovo prototipo di bombardiere con il suo
equipaggiamento o 75 ospedali di 1.000 letti? Che cosa preferite? Un nuovo prototipo di
bombardiere con il suo equipaggiamento o 30 facoltà capaci di accogliere
ciascuna 1.000 studenti? O 250.000 insegnanti per il terzo mondo, dove un
giovane su due non sa né leggere né scrivere? Che cosa preferite? Un nuovo prototipo di
bombardiere con il suo equipaggiamento o 50.000 trattori o 15.000 mietitrici?» (1965).
«In questo mondo che cammina titubante tra gli sperperi insultanti e le
carestie disperate, tra i ventri vuoti e i ventri troppo pasciuti voi
manifesterete il primato dell’amore, dell’amore senza il quale ogni scienza è
vana ed empia»
(1967).
«Cercate uno scopo alla vostra vita? Mancano nel mondo tre milioni di
medici: diventate medici. Più di un miliardo di esseri umani non sanno né
leggere né scrivere: diventate insegnanti. Due uomini su tre non mangiano a
sufficienza: diventate agricoltori, e, dalle terre incolte, fate spuntare i
raccolti che li sazieranno». (1968)
«L’amore non è una parola farfallina, che volteggia su labbra
profanate, ma lavoro, lacrime. Talvolta sangue. Si tratta di costruire e di seminare…
Gettate ponti tra gli uomini. Scavalcate gagliardamente il materialismo
fangoso, le pozzanghere stagnanti dell’inerzia, l’egoismo e le sue parole
nauseabonde».
(1970)
«Perché la vita? Per servire. Quello che noi sappiamo di più certo
quaggiù è che gli altri hanno bisogno di noi. Il denaro vi mente. Esso pretende
di bastare a tutto e di rendervi liberi: in realtà vi incatena e vi umilia». (1971)
«Non perdete il vostro tempo a giudicare: costruite. Costruite una
città a dimensione d’uomo, tale che serva all’uomo senza opprimerlo. Costruite
una città libera, priva di superstizioni, falsificazioni, vigliaccherie. Una
vita leale verso Dio». (1972)
Candelora
|
Q |
uaranta
giorni dopo la nascita “compiuto il tempo della purificazione, secondo la
legge di Mosè, portarono Gesù a Gerusalemme per presentarlo al Signore”.
Così racconta l’evangelista Luca (2,22). La festa
della “Presentazione di Gesù” che si celebra il 2 febbraio, risale al secolo
IV. Un tempo era detta della “Purificazione di Maria” o anche di “san Simeone”,
perché fu il vecchio Simeone a riconoscere nel bambino il Messia, “luce per
illuminare le genti”. Ma poiché in questo giorno ha luogo anche la
tradizionale benedizione delle candele, la festa è ricordata per lo più come
“la candelora”. Le candele benedette (come poi l’ulivo la domenica delle
Palme), vengono conservate nelle case e accese in particolari occasioni. In
ricordo della “purificazione” di Maria, un tempo le puerpere si recavano alla
Chiesa a 40 giorni dal parto per un rito purificatorio. I contadini
dall’andamento della stagione traevano previsioni per l’inizio della primavera
(“per la candelora dell’inverno siamo fôra”).
Oggi del folclore è rimasto poco e la liturgia si
limita sobriamente alla benedizione delle candele, con delle preghiere e
letture che richiamano i temi del Natale e anticipano gli eventi della Passione
(la predizione di Simeone a Maria: “Una spada ti trapasserà l’anima”).
Il
tempo si è fatto breve
|
I |
l brano
della lettera ai Corinzi, anche se segue un percorso autonomo da quello del
Vangelo, è facilmente collegabile ad esso. Nel Vangelo è presente l’annuncio
della vicinanza del Regno: “Il tempo è compiuto e il regno di Dio è vicino”;
e questa vicinanza cambia la situazione in cui ci troviamo a vivere.
Paolo,
scrivendo ai Corinzi, cerca di definire il significato di una vita proiettata
verso il futuro di Dio. “Il tempo si è fatto breve” scrive; e usa, in
greco, un verbo del linguaggio marinaro: “il tempo ha imbrogliato le vele”.
Assomiglia,
il tempo, a una nave che sta giungendo in porto e che deve chiudere le vele
perché la furia del vento non la faccia schiantare contro la riva. La storia
del mondo è ormai in vista del suo traguardo; il comportamento degli uomini
deve prenderne atto e modificarsi di conseguenza. Come? “D’ora innanzi,
quelli che hanno moglie vivano come se non l’avessero; coloro che piangono come
se non piangessero e quelli che godono come se non godessero…”.
San
Paolo non vuole dire che tutte queste esperienze esistenziali non hanno alcun
valore e debbano essere più subite che vissute. Vuol dire invece che tutte
queste esperienze mostrano ormai la loro relatività e debbono quindi essere
vissute con una profonda libertà del cuore, senza perdersi in esse. Per il
cristiano il pianto non dovrà mai dilatarsi tanto da ricoprire tutta la vita
così che vivere e piangere finiscano per identificarsi. Così la gioia, per
quanto intensa, non potrà mai cancellare del tutto il senso della lontananza da
Cristo e quindi la percezione dolorosa dell’incompletezza della propria
esperienza.
Insomma,
niente può presentarsi al cristiano con la pretesa di essere tutto. E
l’apostolo Paolo detta per i cristiani di Corinto la motivazione per vivere con
libertà cristiana ogni situazione di vita. La risurrezione di Gesù inaugura il tempo
nuovo e rende precarie tutte le strutture mondane. Perciò nessuna situazione
vitale, da quella degli sposati a quella di chi ha una posizione di potere, ha
un valore definitivo e assoluto. Quello che conta è la relazione col Signore
risorto che dà valore e significato ad ogni scelta e stato di vita.
È
proprio questa relazione col Signore risorto che rende possibile un uso delle
cose in piena libertà. Come Paolo scriveva ai Filippesi: “Sono iniziato a
tutto, in ogni maniera, alla sazietà e alla fame, all’abbondanza e
all’indigenza. Tutto posso in colui che mi dà forza”.
Settimana dell’unità dei cristiani
Quando siamo uniti Cristo è tra noi
|
I |
1
tema della Settimana di Preghiera per l’Unità dei Cristiani che nel 2006 come
ogni anno si svolge dal 18 al 25 di gennaio, è suggerito dai versetti del
Vangelo di Matteo in cui Gesù promette: «Se due o tre si riuniscono per
invocare il mio nome, io sono in mezzo a loro» e «Dove sono due o tre riuniti nel mio nome, io sono in
mezzo a loro» (cfr. Mt 18,18-20). «Due o tre»: ma oggi quelli che pregano
insieme nel nome di Gesù - cattolici, evangelici ed ortodossi - sono molto più numerosi, grazie
alla «epoca di grazia ecumenica» auspicata da Giovanni Paolo II nell'Enciclica
dedicata al dialogo tra le Chiese e Comunità Ecclesiali, Ut unum sint, pubblicata
nel 1995, e al nuovo clima ingenerato dalla «Charta Oecumenica» firmata
nel 2001 dai presidenti del Consiglio delle Conferenze Episcopali Europee e
della Conferenza delle Chiese Europee. Sono numerosissimi, quelli riuniti nel
nome di Gesù, perché, come recita il paragrafo introduttivo della
Charta, «Dall’Atlantico agli Urali, da Capo Nord al Mediterraneo ... noi
[cristiani d'Europa] vogliamo impegnarci con il Vangelo per la dignità della persona
umana, creata ad immagine di Dio, e contribuire insieme come chiese alla
riconciliazione dei popoli e delle culture».
Non
è quindi solo l'Euro a far sperare un nuovo livello di collaborazione - una concreta seppur limitata
«unità» - dei cittadini del vecchio continente, ma un nuovo statuto di vita
comune: fatto, questo, importante per Firenze, perché nel 2006 il capoluogo
toscano ospiterà il Terzo Convegno Ecumenico Italiano, con la partecipazione
dei massimi organismi cristiani nazionali (
Il
dialogo tra cristiani crea poi i presupposti per un dialogo con i
non-cristiani, e per il terzo anno di seguito
Quest’anno
riconduciamo perciò l’«andare avanti nella speranza» alla promessa del Signore
secondo cui laddove due o tre sono riuniti nel suo nome, lui stesso, Gesù
Cristo, è «in mezzo a loro». È un’impresa di particolare urgenza per i
cattolici, perché - come scrisse nel 2000 l’allora Cardinale Joseph Ratzinger
nella Dichiarazione circa l’unicità e l’universalità salvifica di Gesù Cristo e
della Chiesa Dominus Jesus, «la mancanza d’unità tra i cristiani è
certamente una ferita per
La
stessa fedeltà all'identità cattolica richiede perciò il dialogo ecumenico: se
non lavoriamo con altri per guarire la ferita all'unicità della Chiesa non
possiamo considerare la nostra fede «cattolica» - parola greca che significa
«universale». Ma il dialogo a sua volta impone il rispetto dell'interlocutore,
in cui devo imparare a vedere un fratello con una sua identità diversa dalla
mia ma analogamente esigente fedeltà. Frequentando l'ambito ecumenico vedo
chiaramente che è proprio lui, Cristo, in mezzo a noi cattolici che preghiamo,
e lo stesso Cristo in mezzo ad altri che pregano nel suo nome, che infonde (in
noi e in loro) il desiderio di pregare insieme. Il necessario rispetto per
l'identità cristiana dell'altro mi fa conoscere cioè il Signore dell'unica
Chiesa come colui che conduce il lavoro ecumenico, facendo maturare una comune
disponibilità a lasciar guarire la memoria, un comune proposito a camminare
insieme fino a quando non potremo mangiare insieme alla sua mensa.
+Timoty Verdon
Domenica
15 gennaio
Giornata Mondiale delle Migrazioni
|
È |
stato il Papa san Pio X nel
Da
molti anni
Traiamo
dalla rivista “Servizio Migranti” qualche spunto di riflessione proposto dal
Direttore Generale della Fondazione Migrantes, Mons. Luigi Petris.
«
Le
migrazioni sono appunto segno e sfida per la nostra società, lo sono tanto più
per noi cristiani, perché ci provocano a domandarci se il il grande
precetto dell'amore, che sta nel cuore del Vangelo, rimane formula abitudinaria
e logora, vuota ed evanescente o si traduce nella concretezza della vita
quotidiana in sentimenti e gesti di accoglienza, di solidarietà, di comunione
verso chi ci è evangelicamente “prossimo”, anche se viene da lontano; ci
provocano soprattutto a manifestare in quale Dio noi crediamo, se in un Dio
fatto su misura della nostra grettezza di mente e di cuore tutta provinciale o
nel Dio di Gesù Cristo, la cui paternità universale diventa per noi imperativo
categorico per una fraternità altrettanto universale.
Le
migrazioni sono segno di un mondo non integro, come era uscito dalle mani di
Dio, ma squilibrato e corrotto dalla miseria umana.
C'è un
piccolo mondo del benessere, corrispondente al 20% della popolazione mondiale,
che vive e prospera non soltanto nell’indifferenza, ma pure nello sfruttamento
del grande mondo della privazione dei beni essenziali il quale, per istinto di
sopravvivenza, è spinto a fuggire altrove. Questa è la migrazione odierna: non
libera scelta ma dura necessità.
Chi è
attento alla Parola di Dio constata l’attualità della parabola del ricco
epulone e non si rassegna a questa sperequazione, a questo peccato che grida
vendetta al cospetto di Dio. Anche sotto questo profilo si è di fronte a un
segno dei tempi che si traduce in una sfida all’autenticità - che esige
innanzitutto la giustizia - della nostra professione cristiana.
Tanti,
troppi anche in Italia vedono nelle migrazioni un segno di burrasca minacciosa
e gridano che bisogna correre ai ripari, spazzando via dai cieli d’Italia
queste nubi burrascose. Le migrazioni però come le nubi hanno percorsi che
nessuna forza umana può spazzare via o arrestare, come un’esperienza più che
secolare sta a dimostrare. Si torna a dire che non si vuol essere ingenui; le
migrazioni portano con sé qualcosa di scabroso, ma sono in se stesse una forza
vitale, che tocca a noi incanalare, regolare e non contrastare quasi fossero
all'origine di tanti nostri guai. Sono dunque una sfida da affrontare con
coraggio quale segno dei tempi, in fedeltà alla Parola di Dio.»
La chiamata
|
N |
el mondo in cui viviamo l’uomo è spesso visto come uno strumento, un
pezzo del sistema nel quale è assoggettato a un modo di vivere in cui c’è poco
spazio per l’iniziativa personale. A quest’uomo è difficile parlare di un piano
di Dio nei suoi riguardi; un piano nel quale l’uomo è chiamato a mettere in
gioco tutta la sua libertà responsabile.
Ogni uomo è un chiamato. Ogni uomo per il fatto stesso che
esiste, è in situazione di “vocazione”.
Ci troviamo a esistere per un misterioso intreccio di cause, di eventi
le cui fila risalgono direttamente a Dio. L’uomo non è una cosa fatta in serie,
su una comune catena di montaggio. L’uomo ha una sua originalità, una sua
individualità unica, irripetibile. Non c’è uomo uguale a un altro. Dio ci ha
pensati uno ad uno.
Anche
se la scienza oggi è in grado di mettere le sue mani sull’uomo all’inizio
stesso della sua esistenza con le sue tecniche dell’ingegneria genetica, l’uomo
rimane sempre un essere che dipende da Dio. Toccarlo, manipolarlo fin dal
momento del suo concepimento è una violenza.
Scoprire la propria vocazione significa scoprire il progetto di vita
che Dio ha su ciascuno di noi. È Lui, Dio, che chiama per primo. La nostra vita
è vera quando si fa risposta positiva e attiva: “Parla, perché il tuo servo
ti ascolta”. “Ecco, io vengo, Signore, per fare la tua volontà” (cfr. I
lettura e Vangelo).
La chiamata non è un fatto esterno all’uomo ma passa attraverso ciò che
la nostra persona è, con tutte le sue capacità d’intelligenza, di volontà, di
sentimento, di forze fisiche. Ad ogni uomo va fatto sentire l’imperativo:
diventa ciò che sei; sviluppa tutte le tue capacità.
L’uomo va educato (“educare” = tirar fuori) come l’artista tira
fuori dal marmo la statua secondo il progetto del suo genio.
La chiamata è un servizio. Dio ci ha pensati per realizzare un immenso piano
in cui ciascuno ha il suo posto, il suo compito, la sua funzione. Il piano di
Dio è come un meraviglioso organismo vivente in cui ogni membro del corpo è
funzionale al tutto: il capo, le braccia, le gambe, gli occhi, il cervello.
La persona è una realtà aperta all’altro: tanto più si realizza, tanto
più si dona…
Che la nostra vita, come quella di Samuele, degli apostoli, sia il
frutto della Parola accolta: “Non lasciò andare a vuoto una sola delle
parole di Dio”.
Nella nostra esistenza abbiano a scoccare, se non sono già scoccate,
quelle quattro del pomeriggio in cui, come i due discepoli, abbiamo
incontrato Gesù per stare sempre con lui.
In margine al pomeriggio con le “badanti”
Nell’incontro
comunitario festoso di domenica 8 gennaio con le Assistenti Domiciliari extra comunitarie
impegnate nell’assistenza a persone anziane e malate della nostra Parrocchia
sono emerse alcune sottolineature importanti. Tutte queste giovani donne hanno
nel loro paese lontano una famiglia da mantenere e di cui hanno tanta
nostalgia. Sono contente di lavorare qui ma desiderano essere capite e
considerate, non sentirsi guardate con sospetto e a volte con disprezzo.
Accogliamo il loro accorato appello e sappiamo essere grati a queste persone
che svolgendo un lavoro spesso disagevole ci aiutano nell’assistenza ai nostri
anziani che possono così rimanere nella loro casa. Anna R.
Dal Seminario Arcivescovile di Firenze
|
D |
omenica 8 gennaio 2006 si celebra
Attualmente il Seminario di Firenze accoglie
i seminaristi di quattro diocesi toscane: Grosseto, Pistoia, San Miniato,
Volterra. A questi si aggiungono due seminaristi della diocesi di Kottayam
(India) che in essa rimarranno incardinati pur svolgendo servizio, una volta
ordinati presbiteri, nella nostra Chiesa per alcuni anni. I seminaristi di
Firenze sono 23 dei quali 15 provengono dalle nostre comunità parrocchiali, 8
da fuori Firenze. Quest’anno il Signore ci ha benedetto con 6 nuovi ingressi.
Sappiamo che in molte parrocchie è
stabilito un giorno (settimanale o mensile) in cui si prega per il Seminario e
per le nuove vocazioni: è una vera grazia per il Seminario e per la nostra
Chiesa. Siamo convinti che la preghiera rimane l’azione più efficace perché
aumentino gli operai nella messe del Signore.
Vogliamo con questa lettera
chiedere ancora la tua preghiera e quella della tua comunità. Per questo ti
ringraziamo e ti auguriamo ogni bene nel Signore.
Il Battesimo: dono e
impegno
|
“N |
oi tutti siamo stati battezzati in un solo spirito per
formare un solo corpo” scriveva san Paolo indirizzandosi ai Corinzi. E
scrivendo ai Galati così specificava: “Voi tutti siete figli di Dio in virtù
della fede nel Cristo Gesù. E in effetti tutti voi, battezzati nel Cristo,
avete rivestito il Cristo: non c’è più né Giudeo né Greco, non c’è più schiavo
né uomo libero, non c’è più né uomo né donna; poiché tutti fate una sola cosa
nel Cristo Gesù”.
Sono due passi, tra i tanti che
Dovremmo rimeditarli spesso, certi brani, perché solo così
si può risalire alla condizione effettiva in cui ci ha situati il battesimo,
che non è solo la liberazione dal peccato originale, ma è ricezione di un dono
e assunzione di un impegno di vita che riassume tutto ciò che qualifica
l’essere cristiani: dal restare in conversione permanente per spogliarci di
continuo del “vecchio uomo” al dover essere “Chiesa”, al dover farci “tutto in
tutti”.
Difficile impegno, si capisce, ma anche dolce se si
considera che i frutti dello Spirito, come spiega ancora san Paolo, quasi a disegnare
il modello ideale del battezzato, vogliono essere “carità, gioia, pace, longanimità,
disponibilità al servizio, bontà, confidenza negli altri, dolcezza, dominio di
sé”.
DIO CI HA DATO DUE MANI: UNA PER RICEVERE, L’ALTRA PER DARE.
|
I |
n occasione della recente “GIORNATA DEL DONO”,
celebrata nella festa dell’Epifania, nella quale i fedeli della comunità sono
stati sollecitati a guardare e a pensare alle necessità materiali della “loro
casa”, che richiede cura, assistenza, oculata manutenzione e gestione, ci piace
portare a conoscenza quello che la comunità ha potuto fare nel
|
Nel 2005 abbiamo |
ricevuto |
e
donato |
|
Ø per le Missioni |
|
|
|
- al Centro Diocesano |
1.259,56 |
2.110,00 |
|
- a Suor Silvana |
1.410,00 |
2.035,47 |
|
- missioni in Amazzonia e India |
260,00 |
285,00 |
|
- missione del Mato Grosso |
500,00 |
500,00 |
|
- a Suor Emanuela (suora indiana) |
|
50,00 |
|
Ø per i lebbrosi |
913,64 |
500,00 |
|
Ø per i terremotati dello Tsunami e del Centro America |
6.907,41 |
9.000,00 |
|
Ø per gli alluvionati |
1.175,40 |
1.000,00 |
|
Ø per la Terrasanta |
252,73 |
500,00 |
|
Ø a sostegno della carità del Papa |
450,60 |
500,00 |
|
Ø per il Centro di Don Giacomo Stinghi |
600,00 |
1.000,00 |
|
Ø alla Caritas Diocesana per il Progetto di S. Maria a Scandicci |
1.023,56 |
1.000,00 |
|
Ø a sostegno del Centro Ascolto di Sesto |
|
650,00 |
|
Ø alle famiglie del quartiere in difficoltà |
100,00 |
3.898,20 |
|
Ø in aiuto ai poveri |
581,30 |
938,50 |
|
Ø dalla “Fiera di Beneficenza” |
1.242,98 |
|
|
Totale
attività della Caritas parrocchiale €
|
16.677,18 |
23.967,17 |
Carissimi fedeli,
all’alba
del nuovo anno solare in cui, ancora una volta, ci piace augurare che sia anno
di grazia e di pace, il nostro sguardo non può non spingersi indietro al tempo
che è trascorso e non sentirsi sollecitato a rendere grazie a Dio. Dobbiamo
riconoscere che nonostante le afflizioni, le preoccupazioni, le prove, le
difficoltà incontrate, Egli non ci ha mai lasciato mancare i suoi doni e il suo
soccorso: in nessun giorno, mese, anno della nostra vita.
Quando
annualmente nella festa della Epifania si celebra la “giornata del dono”, non
si vuole disturbare nessuno, si vuole soltanto invitare tutti a considerare gli
abbondanti doni che Dio ci ha fatto e, dalla riconosciuta rievocazione di
quelli, lasciare sgorgare la nostra gratitudine nelle più svariate forme: il
“grazie” sincero della preghiera, il gesto della carità ai fratelli, specie i
più bisognosi, il sostegno concreto alle iniziative parrocchiale, compresa la
premura per la gestione di quel monumento di generosità che sono gli ambienti
parrocchiali che si rivelano sempre più utili e anche più bisognosi di quella
manutenzione necessaria per mantenerli nella piena efficienza e decorosità.
Nelle
celebrazioni liturgiche della festa dell’Epifania, al momento della
presentazione del pane e del vino, vi invitiamo pertanto a compiere, insieme ai
fedeli raccolti in assemblea, il gesto della vostra offerta segno della vostra
generosità e condivisione.
“Ti benedica il Signore e ti protegga”
|
B |
ilanci, ricordi, diari, agende nuove, cose da salvare,
avvenimenti da dimenticare, sono in questi giorni di fine anno il motivo di
fondo di tante trasmissioni televisive e di tanti articoli di quotidiani e
riviste.
La liturgia percorre altre strade. La sera del 31 dicembre
ci invita a cantare il Te Deum; senza fare bilanci abbiamo solo da
rendere grazie per quanto ci è stato donato, senza legarlo all’aneddotica
quotidiana, pure importante. Il “render grazie” è un atteggiamento del cuore
non legato all’immediato: è importante educarci a proclamare la bellezza della
vita e della chiamata alla fede, sempre!
Il primo giorno dell’anno solare ci pone sotto lo sguardo di
Maria, madre di Dio, che invoca con noi la benedizione del Padre. “Il
Signore rivolga su te il suo volto e ti conceda pace”. Non è un’illusione;
la benedizione del Signore è una certezza, una mano posata con tenerezza sul
nostro capo.
Dopo la richiesta della benedizione del Padre, Paolo ci dice
“Non sei più schiavo, ma figlio”. In altre parole, non sei più sotto
leggi e precetti, sotto programmi e progetti, ma sei figlio ed erede di chi
conduce la storia.
Per noi cristiani è buono l’anno passato e sarà buono l’anno
futuro, non perché abbiamo occhi che non vedono il male, o siamo sciocchi e
superficiali, ma perché ieri, oggi e domani Dio rivolge su di noi il suo
sguardo, il suo Figlio Gesù si dona alla nostra adorazione e ci salva.
Maria, donna semplice, totalmente fondata sull’ascolto,
osserva l’agire di Dio e lo medita nel suo cuore. L’evento messo al centro
anche oggi è l’incarnazione, che perde quasi l’eccezionalità e diviene
quotidiano: Maria e Giuseppe e il Bambino riposano, i pastori tornano indietro
e si compiono i riti previsti per ogni bambino ebreo. Ogni gesto che riguarda
l’evento dell’incarnazione però, per quanto normale, porta a rendere gloria e
lode a Dio, perché ci è stato mostrato concretamente il suo amore infinito,
perché lui, creatore, chiama madre una sua creatura.
Oggi celebriamo anche la giornata della pace, dono per
eccellenza dell’Emmanuele. Nella verità è la pace, ci dice il messaggio del
Papa. Dunque, se vogliamo accogliere il messaggio che la liturgia di oggi ci
propone, potremmo sintetizzarlo così: accorgersi della benevolenza del Padre e
dei doni che ogni giorno ci elargisce, sapersi eredi di questo munifico Padre,
lodarlo e vivere per ingrandire il suo “patrimonio”.
È l’impegno e il proposito per l’anno nuovo. Lo condividiamo
con tanti fratelli, perché possano riconoscere lo sguardo attento di Maria, la
benedizione del Padre, l’accompagnamento del Figlio e il sostegno dello
Spirito.
“Maria, da parte sua serbava tutte queste cose
meditandole nel suo cuore”
L’esempio di Maria
|
L |
a riforma liturgica
ha voluto promuovere la partecipazione attiva nella consapevolezza che
l’assemblea è il soggetto principale, è il corpo ecclesiale di Cristo che prega
e non può ridursi a una massa di muti spettatori (cfr. SC
48). Ma questa partecipazione attiva non è priva di malintesi e
rischia spesso di trasformarsi in attivismo ossessivo dove tutti debbono fare
per forza qualcosa e dove si debba sempre dire qualcosa. Ora, una vera
partecipazione attiva è fatta anche di silenzi. I principi e norme del Messale
Romano dicono così: “Si deve anche osservare a suo tempo, come parte della
celebrazione, il sacro silenzio. La sua natura dipende dal momento in cui ha
luogo nelle singole celebrazioni. Così, durante l’atto penitenziale e dopo
l’invito alla preghiera, il silenzio aiuta il raccoglimento; dopo la lettura o
l’omelia, è un richiamo a meditare brevemente ciò che si è ascoltato, dopo la
comunione, favorisce la preghiera interiore di fede e di ringraziamento”. (N. 23 Principi e norme per l’uso del Messale
Romano)
Come si vede non si tratta semplicemente di riesumare
quel silenzio che un tempo accompagnava
Non solo nel primo giorno
dell’anno, ma in ogni inizio di settimana, in ogni domenica, la celebrazione
eucaristica offre questi spazi di
silenzio perché l’incontro con Dio non si riduca a un profluvio di parole e di
gesti, ma diventi umile accoglienza del mistero, momento di intima comunione
con Dio, non per chiuderci in uno splendido isolamento, ma, al contrario, per
alimentare ancora di più la capacità di comunicare con gli altri. Quella
comunione che non è determinata dalla quantità dei gesti e delle parole, ma
dalla loro “qualità”, dalla ricchezza interiore.
Gli auguri di Natale
di Suor Silvana.
Carissimi don
Mario e Amici,
in occasione
delle feste natalizie mi è caro farvi giungere i miei auguri. L’augurio più
bello è che il Signore ci faccia dono di conoscerlo sempre di più per amarlo
meglio.
Come state ?
Vi penso tutti bene e sempre impegnati nelle vostre differenti attività. Io sto
bene, qui i soliti problemi di insicurezza, miseria, etcetra… ma con l’aiuto
del Signore speriamo sempre in un avvenire migliore per questo paese.
Saluti e un
ricordo nella preghiera
Suor Silvana
NATALE
|
L |
a ricca liturgia del
Natale con le tre messe della notte, dell’aurora e del giorno non si ferma a
ricordare solo il fatto storico della nascita di Gesù, ma da questo risale a
cogliere nella fede la realtà più profonda dell’evento: il Figlio di Dio si fa
uomo, perché l’uomo diventi figlio di Dio.
Il Natale è mistero di salvezza. Il mistero
della natività di Cristo ha un valore salvifico. I diversi fatti narrati dai
vangeli sono la parte visibile del mistero del Natale, ma l’essenza del mistero
si trova nell’unione dell’umanità con la divinità nell’unica persona divina del
Verbo. Lo scopo di questo mistero è di salvare l’umanità; è quindi
essenzialmente un mistero di salvezza mediante il quale è data all’uomo la
grazia della riconciliazione.
Il
mistero è tuttora operante nella chiesa mediante la celebrazione liturgica. Il
sacramento della festa odierna appartiene a ogni tempo e a tutti i fedeli. Esso
rinnova per noi il Santo Natale di Gesù.
Non
solo. La nascita di Cristo è l’origine del popolo cristiano: il Natale
del capo è anche il Natale del corpo. Con l’incarnazione è iniziato il
misterioso processo dell’unificazione di tutta l’umanità in Cristo. “Con
l’incarnazione”, ha affermato il Concilio Vaticano II, “il figlio di Dio si è
unito in certo modo ad ogni uomo” (GS 22). Il mistero del Verbo fatto carne
implica quindi la solidarietà del Figlio di Dio con tutta la famiglia umana. In
tal modo Cristo ha elevato l’unità naturale degli uomini a una superiore unità,
la cui origine sta nell’unità di un solo Dio nella Trinità delle persone
divine.
Il
mistero del Natale non ci offre soltanto un modello da imitare nella povertà
del Signore che giace nella mangiatoia, ma ci dona la grazia di essere simili
a lui. La vera spiritualità del Natale di conseguenza non consiste nell’imitazione
di Cristo “dal di fuori”, ma nel “vivere Cristo che è in noi” e manifestarlo
con la vita nel suo mistero di puro amore, povertà, obbedienza, umiltà.
San
Leone Magno invita i cristiani a prendere coscienza di tanta dignità: “Riconosci,
cristiano, la tua dignità e, reso partecipe della natura divina, non voler
tornare alla abiezione di un tempo con una condotta indegna. Ricordati che,
strappato al potere delle tenebre, sei stato trasfigurato nella luce del regno
di Dio.”
Il
frutto spirituale de Natale consiste allora nell’impegno morale a vivere la
grazia della redenzione e a custodire interiormente lo Spirito Santo che ci fa
figli di Dio.
Domenica… Mariana
|
Q |
uesta domenica è l’ultima tappa preparatoria alla grande
festa ed è tutta piena di gioiosa attesa. Anche
L’attesa sta per raggiungere la meta : lo si sente in modo
tangibile. Ebbene: chi ci guiderà nei suoi ultimi momenti? Chi potrebbe
insegnarci come passare dall’attesa alla accoglienza?
La quarta domenica d’Avvento è squisitamente “mariana”. La
liturgia dell’Avvento – dopo aver dato spazio agli antichi profeti e a Giovanni
Battista – ci presenta Maria come colei che, in primo piano, ha preparato la
nascita storica di Gesù Cristo, e per questo ce l’addita quale modello della
nostra immediata preparazione alla nascita del Signore nel mistero.
Il tono di questa domenica è dato principalmente dal testo
evangelico. L’episodio narrato ci presenta il sì pronunciato da Maria:
essa ha detto sì e si è fatta serva del suo Signore. Non ha fatto altro, ma è
proprio questo sì e questo servizio che ha permesso al progetto di Dio
di farsi storia; e Natale è esattamente questo…
Maria dice sì e si consegna a Dio nell’atteggiamento
di chi si mette a servizio e assume un impegno che d’ora in avanti la
identifica.
Il progetto e l’iniziativa di Dio entrano nella sua vita.
Il suo essere umano e femminile ne è come travolto: è a
questo che Maria ha detto sì, senza sapere che cosa poi sarebbe
accaduto, perché Dio ha diritto di prenderci così… di irrompere così… se no che
Dio è?… Che Amore è?
Se al principio il sì e il servizio di Maria sono
imperscrutabili, acquisteranno però, di giorno in giorno, i tratti di un
cammino.
Ed eccola frettolosa a cercare l’uomo, con le intenzioni
della carità e dell’amore. Se un tempo Dio ha rifiutato di stare in quel
“tempio materiale” che Davide voleva costruire, ora non disdegna di prendere
dimora nella carne di Maria, la “povera”, la “vergine” che diviene così
autentica “arca”. Non porta qualcosa, ma Qualcuno.
Ecco la duplice fecondità del sì di Maria!
“Ti saluto o piena di grazia…”
|
L |
’angelo Gabriele la saluta con il
nome “chekaritomene”. La parola è intraducibile. Bisogna ricorrere ad una
perifrasi: “oggetto del favore di Dio”. Questo participio perfetto, secondo la
lingua greca, indica permanenza, stabilità. Si tratta quindi di un favore
stabile e definitivo. C’è di più, questa denominazione le è data dall’alto; è il
vero nome di Maria davanti a Dio, il suo nome di grazia. “È colei che ha
trovato grazia” secondo il commento dell’angelo Gabriele.
Alla
pienezza del favore di Dio per lei, Maria risponde con la pienezza della sua
totale dedizione: “Eccomi, sono la serva del Signore, avvenga di me quello che
hai detto.”
AVVENTO DI FRATERNITÀ 2005:
Sostegno
alle popolazioni colpite dall'Uragano "Stan" attraverso
|
Q |
uesti ultimi mesi sono
stati colpiti da drammatiche calamità. La più forte, che ha mobilitato energie
in tutto il mondo, è stata lo tsunami che il 26 Dicembre ha colpito le coste
che si affacciano sull'Oceano indiano. Buona eco ha poi avuto il terremoto che
1'8 Ottobre scorso ha colpito il Kashmir, con epicentro in Pakistan. In questo
avvento vorremmo appuntare la nostra attenzione su una calamità che invece è
rimasta un po' oscurata nella percezione di tutti
Il lunedì 3 ottobre,
durante la notte, cominciò in America Centrale una forte pioggia con violente
raffiche di vento, che continuò con la stessa intensità fino al giovedì 6. Era
l'uragano "Stan" che ha colpito vaste aree dell' America Centrale e
del Messico. I danni occasionati in tutto il paese superano quelli
provocati dal più celebre uragano "Mitch" di qualche anno fa tramite
alcune religiose abbiamo preso contatto con
- il 30% dei
villaggi distrutti,
- il 40% dei
morti,
- il 16% dei
dispersi,
- l'8% dei feriti,
- il 38% di
quanti hanno subito danni,
- il 17 % degli sfollati,
- il 62% della
case danneggiate,
- il 62% delle
case distrutte.
A
questo c'è da aggiungere i danni provocati alle coltivazioni e agli allevamenti
di animali.
I danni sono stati causati
non tanto dalla violenza del vento quanto dall'enorme quantità di acqua caduta
che ha causato inondazioni, frane, smottamenti in tutta l'area. Gran parte
delle vittime è stata sepolta dal fango e molti lì sono rimasti. Interi
villaggi sono stati dichiarati dal governo "cimiteri" ed è stata
sparsa calce viva sul fango per prevenire le epidemie.
Una caratteristica dei danni arrecati è stata l'impossibilità
di comunicazione fra capoluoghi comunali, paesi e piccoli villaggi, fino a
raggiungere casi estremi in cui alcuni paesi hanno potuto comunicare con il
comune soltanto dal 19 Ottobre in poi. A livello nazionale sono stati
danneggiati 91 ponti, di cui 31 distrutti. Di questi ultimi 12 erano nel
Dipartimento di San Marcos. Questo dà un'idea della difficoltà per far giungere
gli aiuti.
Il Guatemala, già da prima della tormenta, aveva problemi
a livello strutturale, quali la concentrazione della proprietà e della
terra in poche mani, il 2% della popolazione concentra il 72% delle terre, che
fa sì che il 57% della popolazione si trovi in uno stato di povertà e il 21 %
in uno stato di estrema povertà. Guatemala è il paese dell'America latina che
raggiunge i vertici più estremi della disuguaglianza. Ciò significa che, in
questo Paese, su 12 milioni di abitanti, come appare nei dati, quasi 7 milioni
sopravvivono con 2 dollari al giorno. È ovvio che le famiglie che vivono in
queste condizioni non possono abitare in luoghi sicuri, manca loro un tetto
degno, oltre ad essere esclusi da quelli che sono i servizi basilari, in altre
parole "non hanno futuro". Come di regola succede sono state le più
colpite dal disastro.
Le perdite provocate nell'agricoltura e nell'economia
agricola non sono state calcolate dallo stato, ma la realtà dimostra che i
contadini sono rimasti privi dell'alimento basico: il mais. Il ciclo
produttivo del mais comincia in Marzo del 2006 ed i raccolti saranno in
Novembre o Dicembre, cosa che mette in pericolo la sicurezza di possibilità di
alimentazione della maggioranza della popolazione colpita dall'uragano
"Stan".
Quanto raccolto nel corso
dell'Avvento di fraternità verrà inoltrato direttamente alla Diocesi di San
Marcos in Guatemala.
Siate generosi.
Il Centro Missionario Diocesano
Tempo d’Avvento
|
I |
l tempo di Avvento,
“ha una doppia caratteristica: è tempo di preparazione alla solennità del
Natale, in cui si ricorda la prima venuta del Figlio di Dio fra gli uomini, e
contemporaneamente è il tempo in cui, attraverso tale ricordo, lo spirito viene
guidato all’attesa della seconda venuta del Cristo alla fine dei tempi”.
Questi due aspetti, il
fare memoria della nascita di Gesù a Betlemme e l’attesa fiduciosa del suo
ritorno glorioso, rendono per eccellenza l’Avvento il tempo di attesa del
compimento della salvezza: attesa sorrette dalla certezza che il Signore è già
venuto, continua e continuerà a venire finché il mondo e l’uomo non saranno
fatti nuovi attraverso la salvezza di Cristo e l’azione dello Spirito Santo.
Tutto questo ci è
stato ricordato e sottolineato, nei giorni appena trascorsi, dagli Esercizi
Spirituali. È stato un continuo richiamo alla attesa vigilante, all’ottimismo
teologale, alla speranza fondata sulla fedeltà di Dio, alla sua promessa già
realizzata con la venuta del Messia.
In questa attesa del
“compimento” della salvezza, attesa che oltre a essere propria della
spiritualità dell’Avvento è la costante della vita cristiana, si colloca come
modello impareggiabile Maria.
Come per la prima
venuta nel mondo del Verbo eterno fu necessario, per divino disegno, il sì di
Maria, così la presenza della Vergine non cessa di farsi sentire nell’attesa
dell’ultima venuta del Salvatore. Dice l’Apocalisse: “Ecco sto alla porta e
busso. Se qualcuno ascolta la mia voce e mi apre la porta, io verrò da lui,
cenerò con lui ed egli con me…” Si può dire che Maria è colei che per primo
ha aperto la porta, anzi l’ha spalancata, al Signore che viene, ed è per questo
che il cristiano di ogni epoca può trovare nella madre di Dio un modello ed un
esempio.
Ecco perché l’avvento
è da sempre considerato il tempo mariano per eccellenza, il tempo in cui ogni
cristiano, fissando lo sguardo a Maria può apprendere da lei
quell’atteggiamento che permette di sperimentare l’incontro con il Veniente.
Il Cardinale
Ratzinger, in un commento all’enciclica di Giovanni Paolo II Redemporis
Mater scriveva: “L’avvento è nella liturgia della chiesa un tempo mariano,
il tempo in cui Maria ha fatto spazio nel proprio grembo al Redentore del
mondo, il tempo in cui portò in sé l’attesa e la speranza dell’umanità.
Celebrare l’avvento significa divenire mariani, unirsi al sì di Maria”.
E tuttavia, è bene
ricordare, in ogni tempo liturgico è sempre la domenica il momento centrale del
cammino cristiano personale e comunitario. Questo vale anche per l’avvento.
L’Eucarestia è celebrata “nell’attesa della sua venuta”. Chi vi partecipa in
atteggiamento di vigilante attesa realizza veramente il lento e paziente
ritorno del Signore nella storia dell’umanità.
Partecipare
all’Eucarestia con la sensazione che la venuta del Signore è estranea alla
storia degli uomini è mentire all’Eucarestia stessa; è non capire il vero
significato della venuta del Signore ieri, oggi e alla fine dei tempi.
Visita alle Famiglie
|
N |
el notiziario della settimana scorsa si riferivano le
proposte concrete suggerite dal Consiglio Pastorale all’intera comunità come frutto
e impegno dell’Anno Eucaristico appena concluso. Si sottolineava l’impegno ad
animare la liturgia domenicale attraverso il coinvolgimento dei gruppo operanti
in parrocchia, si ribadiva il momento settimanale della Adorazione Eucaristica
al giovedì (18 – 19) e si annunziava anche l’intendimento della visita
pastorale alle famiglie del quartiere da parte del sacerdote e di qualche
fedele laico, iniziando da quelle di via Puccini.
Ora, proprio per illustrare ai fedeli lo scopo e lo spirito
di questa iniziativa viene riportato il testo della lettera che viene
recapitata alle famiglie di volta in volta direttamente interessate.
«Distinta famiglia,
la
ricorrenza del mio cinquantesimo di sacerdozio celebrato proprio in questo anno
Per
questa ragione, per soddisfare cioè questo desiderio intenso di conoscervi, di
ascoltare, di capire, di amare, ho maturato la decisione di procedere con
gradualità e sistematicità alla visita di amicizia di tutte le famiglie del
Quartiere.
L’intenzione
è quella di fare conoscenza con tutti; battezzati e non, cristiani e non e di
procedere anche a una registrazione all’anagrafe parrocchiale, che è qualcosa
di diverso da un censimento sia civico che economico, perché non ha alcun
significato fiscale, ma è solo uno strumento per raccogliere e aggiornare dati
opportuni ad aversi per qualsiasi occorrenza di natura pastorale.
Non
è quindi una visita a carattere strettamente “religiosa”, tipo la benedizione
delle famiglie che viene fatta soltanto dietro esplicita richiesta di chi è
interessato; e questo per rispettare le opinioni e le scelte di tutti. Tanto
meno lo scopo è quello di “convertire” (come avviene da parte di alcune sette),
perché ogni persona eventualmente arriva o ritorna alla fede e alla pratica
religiosa solo in forza di una conversione maturata interiormente e stimolata
dall’esterno dalle testimonianze di chi crede.
È
un incontro di persone, voi ed io, che vivono nello stesso ambiente, cercano di
non essere estranei gli uni agli altri, senza sentirsi tentati di mimetizzarsi
e far coincidere ad ogni costo i propri modi di pensare.
A
me costerà fatica e tempo, ma lo faccio volentieri perché, ripeto, più passo il
tempo del mio stare con voi, e più cresce anche il desiderio di conoscervi
meglio, di condividere le speranze, le attese, i problemi, la vita.
A tutti voi credo che
l’iniziativa non dispiaccia. L’importante per me e per voi è che abbiamo a
cogliere nel gesto dell’incontro il suo vero significato: quello di intessere
rapporti umani, di aprirci a una pluralità di voci e situazioni, di sentirci un
po’ più fratelli, superando quella distanza… psicologica che spesso crea
pregiudizi o indifferenza. »
In
preparazione al convegno ecclesiale di Verona
|
P |
er dare voce alle attese e
alle speranze presenti nel cuore degli uomini e delle donne, quelle attese e
quelle speranze che gli Esercizi Spirituali hanno purificato e alimentato e
anche per sentirci in qualche misura coinvolti e partecipi al Convegno
Ecclesiale di Verona (si svolgerà nell’ottobre del 2006 e avrà come tema la
“Speranza”), verrà distribuito nelle celebrazioni eucaristiche di domenica 4
dicembre, un semplice cartoncino contenente una domanda sulla speranza.
I fedeli sono invitati a
scrivere sul retro la propria risposta e a depositarla lungo la settimana (fino
a domenica 11) nel contenitore già predisposto nell’aula liturgica o nella
cappella feriale.
L’attesa e
|
R |
iprende il cammino di avvento
e ci tornano familiari le parole “vegliare” e “attesa” che nel tempo ordinario
mettiamo un po’ in sordina
Nella vita quotidiana
l’attesa è piuttosto fastidiosa, la consideriamo spesso una perdita di tempo,
un inciampo nella nostra tabella di marcia. La veglia, forse, va un po’ più di
moda, con le grandi città che organizzano notti bianche e i giovani che vivono
la notte come il giorno. Non che chi frequenta le notti viva la veglia,
piuttosto sta sveglio, non dorme, facendo attività che spesso si potrebbero
benissimo svolgere di giorno. È quindi una veglia esattamente contraria a
quella a cui ci richiama il periodo dell’Avvento.
È vero anche che in
famiglia e in comunità non c’è bisogno di un periodo d’avvento per imparare a
vegliare, cioè a farsi attenti e dediti a qualcuno, o ad aspettare. Sono
atteggiamenti che si hanno o che si dovrebbero avere sempre, anche se in
qualche momento si fanno più evidenti.
L’avvento però ci
chiede di dare il giusto senso al vegliare e all’attendere e a mettere quest’atteggiamento
in relazione al Dio in cui diciamo di credere. Dal Vangelo di Marco prendiamo
dunque il via per il nostro cammino fino a Natale: “State attenti, vegliate,
perché il padrone di casa non giunga all’improvviso trovandovi addormentati”.
Abbiamo a disposizione
un mese per porre attenzione, per vedere e contemplare l’opera del Signore, per
svolgere al meglio il compito che ci è stato affidato, per vivere in pienezza
la nostra vocazione che significa in definitiva “attendere” il Signore; e così
sempre ogni giorno, ogni momento del giorno:
questo ci chiede il Vangelo di oggi.
Ma come fare, com’è
possibile, nell’infinito rumore che viviamo ogni giorno?
Non solo: se Gesù nel
Vangelo chiede all’uomo di vegliare, i brani odierni di Isaia e di Paolo fanno
una richiesta inversa: Signore veglia su di noi. “Squarcia i cieli e scendi”
invoca Isaia; “risveglia la tua potenza e vieni in nostro soccorso”
chiede il salmista; “fedele è Dio dal quale siete stati chiamati alla
comunione del Figlio”, dichiara solennemente san Paolo.
Un cammino d’avvento
da non fare da soli. Certo con la comunità dei fratelli, ma soprattutto portati
per mano dal Padre per incontrare il suo Figlio donato.
Quante giornate
chiudiamo con la certezza che il Padre ci ha condotti, sostenuti, guidati,
arricchiti di doni e quante altre volte invece andiamo a letto dopo esserci
sentiti soli contro tutti o bravi per quello che abbiamo fatto?
La nostra parte in
questo cammino, a ben pensarci,è di farci da parte per lasciare agire il Padre;
è farci sensibili ai suoi molti interventi; è farci più silenziosi per sentire
i passi di chi arriva; è farci più coscienti del suo infinito amore e
restituirlo a piene mani; è farci più attenti a non lasciarsi travolgere da
luci e nenie, e mettersi in cammino dietro a molti segni, pronti ad adorare il
bambino.
“Da te più non ci allontaneremo, ci
farai vivere e invocheremo il tuo nome”.
Rendiamo vive e vere
queste parole del Salmo mentre prepariamo ancora una volta il presepe, mentre
pensiamo ai nostri fratelli specie a chi è nel bisogno: è il compito di questo
Avvento.
Buon cammino.
Cosa
è e cosa non è l’Avvento
|
I |
l tempo dell’Avvento non è il ricordo
dell’attesa ebraica del Salvatore; non è il tempo, quindi, di un sacro dramma in
cui le nostre assemblee liturgiche recitano la parte degli ebrei prima di
Cristo. Sarebbe davvero una strana commedia.
Il tempo dell’Avvento non è soltanto
preparazione al Natale ma è il tempo per crescere nella speranza della venuta
ultima gloriosa di Cristo. Il richiamo di Gesù nel Vangelo è forte: “State
attenti, vegliate”. Non si può dormire, non si può essere distratti quando
si vive il tempo dell’attesa del Signore che viene.
“Lo dico a tutti”- ripete Gesù - “Vegliate!”.
Il futuro celebrato dall’Avvento e che
attendiamo nella fede e nella speranza non è il risultato della nostra
programmazione, ma è il futuro che ci viene donato da Dio; ancora di più: il
nostro futuro è Dio stesso, veduto come egli è e goduto per sempre.
La speranza cristiana pertanto, non è speranza di
questo mondo, ma speranza fondata su Dio salvatore per questo mondo.
L’Avvento è celebrato in ogni Messa:
“Annunciamo la tua morte, Signore; proclamiamo
la tua resurrezione, nell’attesa della tua venuta”.
L’Eucarestia è la nostra memoria, è il nostro
presente, è il nostro futuro definitivo.
Ogni Eucaristia è il grido pieno di speranza
della Chiesa: Vieni Signore Gesù !
Nella partecipazione all’unico pane spezzato
noi troviamo l’aiuto per essere confermati nella fedeltà sino alla fine, “irreprensibili
nel giorno del Signore nostro Gesù Cristo” (I Cor. 1,8)
Dal Consiglio Pastorale
|
N |
ell’ottobre scorso è finito l’anno
dell’Eucarestia, l’anno cioè nel quale i fedeli accompagnati e stimolati dalla
bellissima lettera apostolica di Giovanni Paolo II: “Mane nobiscum Domine”
hanno avuto modo di approfondire, gustare e vivere il grande mistero che
costituisce il cuore della nostra fede.
Ad anno eucaristico concluso e all’inizio
dell’anno pastorale, nelle sue due prime riunioni (del 20 ottobre e del 17
novembre) il Consiglio Pastorale si è interrogato su quali potevano essere i
segni o i frutti o gli impegni da proporre alla comunità e, pur non ignorando
le difficoltà che presentano nella loro reale attuazione, ha maturato queste
proposte:
Ø Curare l’animazione
delle Messe festive attraverso il coinvolgimento dei vari gruppi operanti in
parrocchia: i membri del Consiglio Pastorale, i catechisti e gli animatori con
i loro ragazzi, i moderatori dei gruppi di ascolto nelle famiglie, il gruppo
caritas, quello missionario, quello dell’apostolato della preghiera, i cantori,
ecc. e, a coordinare ogni cosa, il gruppo liturgico.
Ø Dedicare la sera di
ogni giovedì –dalle ore 18 alle 19– alla adorazione
eucaristica: la preghiera silenziosa, raccolta, magari anche sobriamente
guidata, viene considerata una risorsa interiore preziosa per assicurare una
attività catechistica, caritativa e missionaria veramente evangelica.
Ø La visita pastorale
alle famiglie del Quartiere da parte del sacerdote e di qualche fedele laico,
come segno di apertura e di ascolto, iniziando da quelle di Via Puccini.
Le proposte così
enunciate, senza il contesto in cui sono maturate possono apparire un po’…
fredde e cadute dall’alto. Se ne dovrebbe scoprire il significato, il valore e
ci auguriamo, i frutti, cammin facendo, sotto la guida dello Spirito…
Una regalita’ diversa
|
L |
’anno liturgico volge
al termine e
L’unico modello di
confronto può esserci offerto dalla vicina monarchia inglese, ma, come è noto,
il ruolo politico, economico e militare della regina d’Inghilterra non ha più
alcuna consistenza, se non per una tradizione secolare.
Eppure Cristo è re: ma
che re? e con quale regno? con quale potere? quali sudditi? di che monarchia si
tratta?
Le difficoltà pastorali
ed ecclesiali nel decifrare il senso e la portata di questa solennità si
accompagnano a quelle teologiche nel comprendere la regalità di Cristo. Di
fatto, il dialogo sulla regalità tra Gesù e Pilato si è sviluppato nella
difficoltà di comprendere il senso della regalità di Cristo: “Il mio regno
non è di questo mondo; se il mio regno fosse di questo mondo, i miei servitori
avrebbero combattuto perché non fossi consegnato ai giudei… Dunque tu sei re?” (Gv 18,36-37).
Gesù non esita a
presentarsi come messia regale, ma il suo regno è atipico perché non è
identificabile in uno spazio e in un tempo: è un regno senza possesso visibile,
senza un esercito materiale, diremmo senza soldati. E come può essere definito
re colui che ha subìto la morte di croce e per giunta con la derisoria
iscrizione dell’INRI? Nessun re ha scelto come trono della sua regalità la
croce, come corona un intreccio di spine e come mantello una tunica. Dunque,
senza negare la regalità di Cristo, questa si presenta come contraddittoria,
anzi come paradossale perché pretende di avere un potere sugli altri quando non
ne possiede uno neppure sul proprio corpo crocifisso. Non di meno Cristo è re;
e la chiesa colloca questo riconoscimento al vertice dell’anno liturgico che
con esso si chiude.
Signore del tempo e dello spazio
Il versetto
alleluiatico permette di comprendere la consistenza della regalità di Cristo,
nonostante le apparenze: “Io sono l’alfa (diremmo la “a”) e l’omega
(diremmo la “zeta”), colui che è, che era e che viene” (Ap 1,8).
Per i credenti Gesù è innanzitutto Signore del tempo e dello spazio, ossia
delle coordinate fondamentali di ogni esistenza: a lui appartiene il passato,
il presente e il futuro; anzi egli stesso è il tempo o il centro del tempo che
ci viene donato. Per questo la chiesa invita a celebrare con solennità le
memorie di Cristo re: nessuno dimentichi che, se siamo pervenuti alla fine di
un anno liturgico per aprirne un altro, è per pura grazia, che si deve al
Signore del tempo e dello spazio.
Tuttavia Gesù non è
soltanto re del tempo e dello spazio; egli è anche il Signore che giudica la
nostra esistenza alla fine della storia, come dimostra la parabola di Matteo
del giudizio finale.
Essa è davvero una
parabola che incute terrore in qualsiasi ascoltatore: il Figlio dell’uomo
separerà le pecore dai capri e giudicherà tutti gli uomini in base all’amore
per il prossimo. Il criterio del giudizio verterà sul bene o sul male fatto ai
poveri, agli ammalati, ai carcerati, agli affamati e agli assetati. Non terrà
conto del nostro ruolo nella chiesa in quanto tale, ma di come questo ruolo è
stato svolto per il bene dei poveri.
L’evangelista
sottolinea in modo particolare questa prospettiva lasciando obiettare ad
entrambe le categorie di persone chiamate in giudizio che non sapevano di aver
a che fare con Cristo quando venivano o meno incontro ai bisogno dei poveri:
“Ogni volta che avete fatto (o non avete fatto) queste cose a uno solo di
questi miei fratelli più piccoli, l’avete fatto (o non l’avete fatto) a me”.
Non c’è alibi per nessuno perché tutti saranno giudicati sull’amore dal
re-giudice che per amore di tutti gli uomini ha donato la sua vita.
Il povero: santuario di Dio
|
N |
el Vangelo non vengono descritti i pellegrinaggi
fatti da Gesù, pur sapendo che questa pratica religiosa era ben comune fra gli
ebrei. C’è stato solamente tramandato quell’angosciante viaggio di ritorno a
Gerusalemme da parte di Maria e di Giuseppe, con Gesù quasi indifferente della
loro affannosa ricerca. Possiamo immaginare che fosse più preoccupato d’insegnare
all’uomo quel viaggio che conduce alla verità della propria esistenza e del
proprio rapporto con Dio.
L’altro percorso che Gesù compie è quel lungo
tragitto verso Gerusalemme. Esso è preludio del viaggio di ogni uomo fatto di
morte e di risurrezione. Infatti la tomba vuota rimane il vero luogo di
pellegrinaggio per tutto il Nuovo Testamento.
Ma c’è un posto ancora più privilegiato in cui
oggi Gesù si fa trovare e verso cui i nostri passi sono invitati a muoversi. “Ho
avuto fame e mi avete dato da mangiare, ho avuto sete e mi avete dato da bere;
ero forestiero e mi avete ospitato, nudo e mi avete vestito, carcerato e siete
venuti a trovarmi” (Mt 25, 35-36). È autentica
conversione a 360 gradi se questa pagina del Vangelo ci fa compiere l’unico
autentico pellegrinaggio: quello che ci porta al santuario di Dio che si trova
negli ultimi.
Non ci verrà chiesto se abbiamo fatto
pellegrinaggi nei più prestigiosi luoghi della cristianità. Ci verrà invece
domandato se ci siamo chinati sull’uomo piegato dalle sue sofferenze materiali
e morali. Se l’abbiamo invitato alla nostra mensa. Se ha avuto un posto di
privilegio nella nostra comunità.
Atteggiamenti
da vivere
San Pietro ci ricorda che la “carità copre una moltitudine di peccati” (1Pt 2,8). Il povero diventa così itinerario di purificazione e di conversione. Visitando il fratello che si trova in necessità e difficoltà (infermi, carcerati, anziani in solitudine, handicappati ecc.) è come se si compisse un pellegrinaggio verso Cristo presente in loro.
I talenti della Chiesa
|
«V |
oi tutti infatti
siete figli della luce e figli del giorno»: splendida la
definizione dei cristiani data da san Paolo ai Tessalonicesi. Una definizione
per gente attiva, pienamente inserita nella storia e nelle vicende umane.
La parabola dei
talenti può suggerire moltissime interpretazioni e applicazioni: personali,
familiari, comunitarie. Siamo invece poco abituati a leggere la storia della
chiesa universale e quella delle chiese particolari come un insieme di
“talenti” portati a frutto e che hanno segnato la storia universale e locale.
Siamo ancora nel
“mese dei santi” ognuno di essi è stato un “insieme di talenti” che hanno
portato molti frutti. A modo di esempio, guardiamo a ritroso, nei giorni appena
trascorsi, alcuni di questi cristiani “ben riusciti”.
San Leone Magno (10 novembre) salì sulla cattedra di Pietro nel 440. Il suo nome
è legato alla difesa della fede in momenti difficili dal punto di vista
dottrinale circa la persona di Gesù Cristo: vero Dio e vero uomo. Ha impedito
lo “svuotamento” della vera realtà del Figlio di Dio fatto uomo. Una pietra
basilare nella “costruzione” della chiesa fedele al vero Signore.
Ma non dimenticò la
sua gente. Convinse Attila, re degli Unni, a non saccheggiare Roma e ridusse al
minimo i danni quando fu occupata da Genserico, re dei Vandali (455). Il suo
talento fu quello di saper coniugare l’ortodossia con l’ortoprassi. Amò Gesù
Cristo nella sua pienezza e seppe amarlo in ogni componente del suo popolo.
San Martino di Tours (11 novembre): uno tra i santi più popolari. La leggenda, o forse
la tradizione poetica di uno dei suoi gesti abituali lo rese famoso capace di
spartire i suoi beni – anche essi “talenti” – tra i più bisognosi. Secondo
questo stile costruì comunità monastiche e… parrocchiali. A lui si attribuisce
una delle più pure preghiere cristiane: “Signore, se sono ancora necessario
al tuo popolo, non ricuso la fatica: sia fatta la tua volontà”. Martino
spende la sua vita, ricca di “talenti”, fino all’ultimo.
San Giosafat (12 novembre) vescovo e martire. Un ucraino (1580-1623) nato
nell’ortodossia, ma vissuto nel cattolicesimo. Disse di lui Pio XI nel 1923,
elevandolo agli onori degli altari: “Sentendosi mosso da ispirazione divina a
ristabilire dappertutto la santa unità della Chiesa, comprese che molto avrebbe
giovato a ciò il ritenere nell’unione con la chiesa cattolica il rito orientale
e l’istituto monastico di san Basilio”. Premessa una diligente preparazione,
egli si accinse a trattare, con forza e soavità insieme, la causa dell’unità,
ottenendo frutti copiosi da meritare dagli stessi avversari il titolo di
“rapitore delle anime”. Morì martire portando i suoi “talenti” fino alla
donazione massima: quella del sangue. Fu profeta di un incontro tra chiesa
cattolica e chiesa ortodossa i cui frutti si possono già intravedere.
Anche la sensibilità
ecumenica è un “talento”: va coltivato e vissuto come “servizio” a beneficio
dell’intera comunità ecclesiale…
|
U |
na vita di fede
vigilante, “sapiente”, come ci dicevano le letture di domenica scorsa, è anche
una vita “operosa”: nel senso che – come sottolineano le letture di oggi non si
sottrae al “rischio della responsabilità”. La venuta improvvisa del Signore non
permette di aspettare a trafficare i doni ricevuti. Non osare può sembrare
prudenza, ma alla fine è prova di pigrizia.
Nella celebrazione
dell’Eucarestia, noi viviamo un momento fatto di parola proclamata, di
silenzio, di risposta acclamante, professante, orante: è la liturgia della
Parola.
In un’esperienza di
questo genere, va osservato che la parola udita non interessa tanto e
soprattutto per quel che indica, quanto per il fatto che “interpella”: quella
parola mi chiama, fonda la necessità e la possibilità di una mia risposta, mi
rende “responsabile”, mi fa soggetto di responsabilità. È una voce che crea ed
esige “comunicazione”, non ci considera un numero, ci parla e ci propone le
“cose essenziali”. Una voce che, mentre siamo nell’attesa, ci presenta un
programma e un indirizzo di marcia; ci indica con chiarezza la meta…
Una vita intesa come
edificio di un piano solo, rigorosamente coperto dal tetto e assunzione di
“responsabilità” non stanno insieme. Se tutto inizia, culmina, si risolve entro
un ristretto guscio, se non spalanco porte e finestre, se non guardo oltre il
tetto… come posso pensarmi chiamato, interpellato, destinatario di un
messaggio; come posso dispormi a fare della vita una “risposta”?
Attendere, vigilare,
sperare non è una fuga; è l’unico modo per scardinare chiusure soffocanti, per
non vivere da sedentari che non hanno più nulla da cercare e da trovare.
Il significato
autenticamente cristiano di “responsabilità” si rintraccia allora là dove si è
aperti alle sorprese di Dio, là dove c’è ascolto perseverante della sua parola
e del suo silenzio per lasciarsi guidare da lui.
Perché non metterci di
fronte ad un’“icona” vivente della “responsabilità”? Maria di Nazaret, perché
capace di ascolto vigile, può “rispondere” offrendo tutta se stessa, il suo
corpo e il suo cuore, la sua fatica di sposa e di madre.
Esercizi Spirituali
nel Quotidiano
|
N |
ell’ultima intera
settimana di novembre, quella che va dalla festa di Cristo Re
(dom. 20) alla prima domenica di Avvento
(dom. 27) tutte le parrocchie della Diocesi, come già è
stato detto in diverse occasioni, si ritrovano per una sosta di ascolto della
Parola di Dio, di riflessione e di preghiera. Il tema al quale faranno riferimento
i vari momenti di riflessione è quello indicato dal Vescovo “Testimoni della speranza” ed espresso nel
versetto della lettera ai Romani (12,12) “Siate lieti
nella speranza, forti nelle tribolazioni, perseveranti nella preghiera”.
Si è già insistito perché
siano tanti i fedeli a valorizzare questa opportunità di grazia e per questa
ragione si suggerisce di interrompere anche i vari appuntamenti e riunioni che
si svolgono normalmente a livello parrocchiale.
Ora indichiamo il
calendario-programma della settimana e le guide che animeranno le serate,
riservandoci di comunicare gli orari precisi nel notiziario di domenica
prossima.
Ø Domenica
20 Nelle celebrazioni eucaristiche consegna dell’invito alla
partecipazione agli Esercizi Spirituali.
Ø Lunedì
21 Santa Messa votiva dello Spirito Santo per
invocare i suoi doni sui fedeli che intendono partecipare agli esercizi.
Ø Martedì
22 Riflessione guidata dal Prof. Pietro Domenico
Giovannoni: “Fidarsi della Promessa” (Abacuc 2,1-4).
Ø Mercoledì
23 Riflessione guidata dal Prof. Grossi don
Stefano: “Annunciare la speranza con parole e segni” (Geremia 29 e
seg.).
Ø Giovedì
24 Riflessione guidata dal Prof. Grossi don Stefano: “Alimentare
la speranza di un popolo” (Baruc 4-5).
Ø Venerdì
25 Riflessione guidata dalla Dott. Laura Giochetti e dalla
Pediatra Giuseppina Venerusu sul testo dell’Annunciazione (Luca
1,39-56): “Leggere la storia con occhi di speranza”
Celebrazioni penitenziali.
Ø Sabato
26 Alle ore 21:00 in Cattedrale, Veglia di Avvento
presieduta dal Cardinale.
I molti ambiti del vigilare
«Vegliate
dunque, perché non sapete né il giorno né l’ora!».
I cristiani sanno di dovere vivere
coscienti di una scadenza per i loro giorni: una “scadenza a termine”, non
datata! Questa verità, che non esclude nessuno, e che perciò andrebbe
costantemente ricordata, non per suscitare false paure, ma per alimentare il
senso della responsabilità, rischia talvolta di proiettare tutto verso l’attesa
dell’ultimo giorno, trascurando il dipanarsi dei giorni, uno dopo l’altro, che
viviamo. Aspettando l’“allora”, dimentichiamo l’“ora”. La “vigilanza” per i
cristiani non è quella per una “buona morte”: è l’impegno per una “buona vita
quotidiana”.
Rimuovere
il timore della morte, o censurarne la verità quasi non dovesse succedere,
costituisce un grave danno per la propria formazione e maturazione umana e
cristiana, ecclesiale e civile. Dimenticare che ogni giorno “veglia “ il
Signore non solo per giudicare, ma per sostenere e accompagnare, è un grosso
errore e una grave perdita. La “Sapienza” di cui parla oggi la prima lettura,
offre, se cercata e ascoltata, questa globale prospettiva della”vigilanza”.
Nella lettera pastorale proposta dal Cardinale Martini ai suoi fedeli
diversi anni fa, intitolata “Sto alle porte” viene sottolineato che il «vigilare
non è un atteggiamento marginale della vita cristiana, ma ne riassume la
tensione caratteristica verso il futuro di Dio congiungendola con la cura e
l’attenzione per il momento presente». Viene detto ancora nella lettera: «Il
vigilare diviene particolarmente attuale in tempo di crisi e di smarrimento,
quando cioè la mancanza di prospettive storiche, unita a una certa abbondanza
di beni materiali, rischia di addormentare la coscienza nel godimento egoistico
di quanto possiede, dimenticando la gravità dell’ora e il bisogno di scelte
coraggiose e austere. Ora, questo tempo di crisi è il nostro!».
Può
essere utile per nostra riflessione sollecitata dalla seconda lettura: “Fratelli
non vogliamo lasciarvi nell’ignoranza circa quelli che sono morti” (san Paolo
non risponde tanto al legittimo quesito sul “dopo morte”, ma stimola i
cristiani a vivere scrupolosamente l’“oggi” della comunità quale
fedeltà al Signore) a ricordare ancora i richiami del Cardinale Martini che
costituiscono i capitoli del suo scritto.
Ä“Non ho tempo”: è l’affermazione
tipica di tutti noi, segno di una nevrosi sociale che ignora il vero valore del
tempo e si lascia attrarre nel vortice della fretta e dell’angoscia;
Ä“Dio ha tempo per l’uomo!”: egli
“sta alla porta” di ognuno per farci dono del “suo tempo”, cioè del suo modo di
essere, della sua vita, della sua parola, dei suoi sacramenti, dei suoi
carismi…;
Ä“Nell’attesa della sua venuta”:
sono gli atteggiamenti suggeriti dall’etica e dalla spiritualità della
vigilanza.
Chi accetta di vivere in questa
prospettiva è costretto a modificare tanti stili e abitudini di vita perché si
rende conto ogni giorno di più di dover vivere in una società di trascinati,
modellati, sedotti dal succedersi di tanti messaggi confusi e contradditori.
Gli ambiti del “vigilare” e del
discernere diventano sconfinati…
“A mezzanotte si levò un grido: Ecco
lo sposo, andategli incontro”
|
C |
i avviciniamo alla
fine dell’anno liturgico, e quasi preludiando al suo inizio, il tempo
dell’avvento in cui il tema dell’attesa si fa più vivido. Mentre lo scorrere
del tempo liturgico fa presagire la fine del tempo, annunciamo che il Signore
sta per venire e che bisogna essere pronti e accorti: è il messaggio del
Vangelo.
Soprattutto occorre
cercare la vera saggezza, l’abbandono attivo di tutto il nostro essere nelle
mani di Dio che si è rivelato, una volta nella legge, oggi nel nostro unico
Legislatore e Maestro. La fretta è stoltezza, come quella delle ragazze
imprevidenti che si fanno trovare nella notte, senza l’olio nelle lampade.
Insieme all’attesa si
affaccia il tema del vigilare come viene sottolineato nella riflessione
accanto. Nei Vangeli sinottici è l’invito più pressante che Gesù fa ai suoi,
proprio nell’imminenza della sua passione. Preghiera incessante e carità
operosa diventano per i credenti quella scorta d’olio che può alimentare una
prolungata attesa del compiersi definitivo di una storia d’amore e di nozze tra
Dio e il suo popolo: “Ecco lo sposo
andategli incontro”. A ragione, allora,
all’inizio dell’assemblea eucaristica oggi si prega: “O Dio, la tua sapienza va in cerca di
quanti ne ascoltano la voce, rendici degni di partecipare al tuo banchetto e fa
che alimentiamo l’olio delle nostre lampade, perché non si estinguano nell’attesa,
ma quando tu verrai siamo pronti a correrti incontro, per entrare con te alla
festa nuziale”.
Nel futuro prossimo
|
N |
ell’ultima settimana
di novembre, quella che va dalla festa di Cristo Re alla prima domenica
d’Avvento, da diversi anni si svolge una preziosa iniziativa pastorale,
promossa per tutta
È una iniziativa che
possiamo bene a ragione definire preziosa e opportuna: si offre a tutti i
fedeli della comunità l’occasione provvidenziale per ritagliarsi uno spazio di
tempo e porsi in religioso ascolto di quello che lo Spirito dice alla sua
Chiesa locale, quella fiorentina, attraverso la parola, sempre attuale e sempre
da approfondire, dei profeti. I temi proposti e sui quali indugeremo qualche
momento a riflettere, corrispondono a quel bisogno diffuso che tutti avvertiamo
e soffriamo: il bisogno di una speranza autentica. Non illusoria o artificiale,
quel bisogno che costituisce anche la ragione e la guida del prossimo Convegno
Ecclesiale (Verona, 16-20 ottobre 2006) “Testimoni della Speranza”.
La speranza, la
speranza grande, non la speranza piccola, fragile e effimera, ma
Il programma
dettagliato, dei giorni, degli orari, dei temi e dei conferenzieri verrà quanto
prima comunicato.
I falsi maestri
|
S |
baglieremmo tutto se
ritenessimo il vangelo di oggi esclusivamente rivolto ai farisei, cioè agli
altri. In realtà il discorso del capitolo 23 è rivolto alla comunità cristiana,
ossia a noi. L’evangelista non intende riferirsi soltanto al giudaismo del suo
tempo, ma intende smascherare atteggiamenti possibili e reali della stessa
comunità cristiana. Ne sono prova i vv. 8-12 che sono rivolti ai discepoli.
Il brano evangelico
risulta di due quadri: il fariseo descritto come la caricatura del vero
discepolo (vv. 2-7) e la figura del vero discepolo (vv. 8-12).
Gesù non nega l’autorità
di scribi e farisei e riconosce che sono interpreti autorevoli della legge.
Vanno perciò ascoltati: “Quanto vi
dicono, fatelo e osservatelo”. Ma è appunto sulla base di questo riconoscimento
che nasce la critica.
Due sono i rimproveri che muove loro Gesù: l’incoerenza e la ricerca di
sé.
Anzitutto l’incoerenza: sono doppi e praticano due misure. Vivono una
profonda dissociazione fra il dire e il fare (peggio: fra “l’insegnare” e il
fare), fra ciò che pretendono dagli altri e ciò che esigono da se stessi
(severi con gli altri e indulgenti con se stessi) “Legano fardelli pesanti e
insopportabili”: l’esatto contrario di Gesù, che può dire di essere “mite e di
cuore” e che “il suo giogo è dolce e il suo carico leggero”.
Dopo l’incoerenza, la ricerca di sé: cercano i posti di onore e amano i
titoli onorifici. Loro compito dovrebbe essere quello di annunziare una parola
che non è loro e di attirare l’attenzione su Dio, e invece si pongono al centro
e la parola che annunciano serve alla loro vanità.
Analoghi rimproveri verso i maestri si leggono anche nell’Antico
Testamento, come testimonia il passo di Malachia (prima lettura). I rimproveri
del profeta ai sacerdoti si pongono a due livelli: una vita che smentisce
quanto dovrebbe insegnare (cattivo esempio, interpretazione della legge a
proprio uso, rivalità), e una ricerca di sé anziché della gloria dell’unico
Signore.
La seconda lettura (1 Ts 2,7 – 9,11) presenta Paolo
come il modello del vero maestro, tutto il contrario dello scriba che Gesù ha
rimproverato. Le qualità del pastore sono l’amore e la dedizione (che Paolo
paragona all’affetto di una madre e di un padre); la disponibilità al dono di
sé (“avremmo desiderato darvi la nostra stessa vita”); la fatica incessante
(“lavorando notte e giorno”); il totale disinteresse (“per non essere di peso
ad alcuno”); la preoccupazione di annunciare la parola di Dio, non la propria.
Una riflessione sulla festa dei santi
|
P |
erché la tradizione liturgica
cristiana ha conosciuto assai presto la celebrazione dei martiri, dei santi?
Per offrire buoni esempi da imitare, per avere dei patroni, per usufruire della
loro intercessione? Senza dubbio possiamo riconoscere tutta una serie di motivi
simili… Ma, forse, possiamo trovare un motivo più forte ancora: un motivo che
riguarda il modo stesso con cui la fede nasce ed esiste. In realtà all’inizio
di ogni atto di fede vi è qualcuno che ci “racconta” Dio.
Sì perché il nostro Dio è
innanzitutto un Dio di altri: è il Dio di Abramo, di Mosè, di Elia, di Giovanni
il Battista, di Maria di Nazareth, di Gesù Cristo, di Pietro, di Paolo, di
Lucia e di Agnese, di Francesco e di Massimiliano Kolbe…, di quella moltitudine
immensa che sta davanti al trono dell’Agnello e grida a gran voce: “La salvezza
appartiene al nostro Dio seduto sul trono e all’Agnello!”
Il Dio che ci è stato rivelato si
manifesta come un “Dio di qualcuno”; un Dio che assume un nome in riferimento a
coloro che egli chiama, fin quasi a nascondersi dietro il nome dei suoi eletti.
Anche quando Dio rivela a Mosè dal
roveto ardente il suo nome ineffabile: Io sono, subito riconduce questo
nome al legame avuto e ancora vivo con i padri. “Tu dirai ai figli
d’Israele: il Signore Jahvè, il Dio dei nostri padri, il Dio di Abramo, il Dio
di Isacco, il Dio di Giacobbe mi ha mandato a voi”.
Allora Dio prima di essere il mio
Dio è il Dio degli altri e io non posso conoscerlo senza ascoltare quelle
parole già rivolte agli eletti, senza ascoltare ciò che questi hanno raccontato
di lui avendolo ascoltato e accolto dentro alla loro quotidiana esistenza.
Ecco perché le comunità
cristiane leggono, meditano, celebrano le “memorie” dei santi: perché essi sono
la vivente esperienza di Dio fatta da amici suoi (dai suoi amanti). In loro il
dono della salvezza è divenuto storia personale; in loro la vita “cristiana” si
è resa quotidianità… Facendo memoria di loro, la comunità cristiana si pone in
ascolto di chi “narra le misericordie del Signore” e a sua volta narra quello
che ha esperimentato e sperimenta ogni giorno…
una preghiera~esperienza di don Luigi Orione sui nostri morti
«La fede mi
fa sentire la vicinanza dei miei cari defunti, come si sente nel silenzio il
battito del cuore di un amico che veglia su di noi. La persuasione che presto
mi incontrerò coi loro sguardi mi incoraggia a vivere in modo da non dover
arrossire davanti a loro e non mi rincresce più lasciare questo mondo.
O fede! Come
consoli l’anima in questi giorni in cui tutto è mestizia e dolore!
Ogni foglia
che cade mi avverte che la vita si dilegua; ogni rondine che emigra mi ricorda
i miei cari che lasciarono la terra per l’eternità e mentre la natura non mi
parla che di dolore, la fede non mi parla che di speranza.
Sei tu, o
santa Chiesa cattolica, che sola porti sul sepolcro la consolazione e la luce!
Ci assicuri che tutti quelli che vivranno e crederanno come Gesù prescrive, non
morranno in eterno. E in segno di questa speranza tu prepari ai nostri morti
una terra benedetta e ve li deponi con l’affetto di una madre che adagia la
sera il suo bambino nella culla e lo bacia in fronte per rivederlo l’indomani.
Sei tu, o cara e santa Chiesa di Gesù Crocifisso, che, nel dare alla terra le
nostre spoglie mortali, nelle tue preci vai ripetendo che la morte è la terra
della speranza, in cui la croce sta per guardia e il cielo per volta.»
Dal mensile della Caritas Italiana
~ Ottobre 2005
L’esortazione:
«Prima di Sidney, pensate ai poveri»
|
L |
’arcivescovo di Perugia, monsignor
Giuseppe Chiaretti, ha rivolto un appello ai giovani che hanno partecipato alla
Gmg di Colonia. È un’esortazione a non dimenticare quell'esperienza, ma anche a
viverla per i prossimi tre anni nel concreto della propria quotidianità
spirituale e materiale.
«Cari giovani - scrive monsignor Chiaretti
- sento affiorare di nuovo un interrogativo nel mio cuore: “Dove sono i giovani
della Gmg durante l'anno? Cosa fanno? Sono i Papa boys, come ama
dipingerli qualcuno, una delle tante tribù giovanilistiche?”.
Questo incontro non passa certo
dalle parole, che ormai non convertono più nessuno, tanto alto è il frastuono
del mondo, ma solo da una vita spesa bene, che profuma d'amore.
Cari giovani, vi esorto perciò,
prima di pensare a Sidney 2008: nei luoghi in cui vivete c'è bisogno urgente di
portare con la vita la grande gioia dell’incontro con il Signore! Come?
Visitando gli anziani, i malati, i carcerati, le vedove, i soli; aiutando i
bambini, i poveri, i tanti emarginati, ed anche i parroci... Non possiamo
essere Magi per un giorno, ma dobbiamo fare l’esercizio quotidiano di
inginocchiarci, piegarci, farci piccoli, anche se costa molta, molta fatica».
L’appello dell’Arcivescovo di
Perugia ai giovani si auspica venga accolto anche da chi a Colonia non è
andato: la tentazione di rimandare ad altri momenti o occasioni straordinarie
gli impegni di servizio e di carità richiesti nel quotidiano, è una “blandizia”
che corriamo tutti…
Distinzione non separazione
|
L |
a cultura moderna ha il merito di aver affermato la
consistenza propria della vita civile rispetto a quella religiosa. Spesso però
è arrivata – lo ha già più volte richiamato Papa Benedetto – a considerare la
fede un affare privato, irrilevante in ambito sociale e politico. “La
tolleranza, che ammette per così dire Dio come opinione privata, ma gli rifiuta
il dominio pubblico, la realtà del mondo e della nostra vita, non è tolleranza
ma ipocrisia” ha ripetuto all’apertura del Sinodo episcopale il 2 ottobre
scorso.
Il cristiano accetta la distinzione delle realtà terrene da
quelle eterne e spirituali, ma non la separazione.
Sa che ogni dimensione della realtà ha leggi proprie ed
esige un metodo ed una competenza specifici, ma ritiene che tutto debba essere
finalizzato ad obiettivi coerenti con la dignità e la vocazione dell’uomo,
rivelate pienamente solo dalla parola di Dio.
Gesù non è un asceta alla maniera di Giovanni Battista:
vive in mezzo alla gente, ha simpatia per il mondo. Però vive per il Padre,
ancorato al suo amore, disponibile alla sua volontà.
Per testimoniare la fiducia assoluta in lui e dedicarsi
totalmente al suo Regno, assume una vita povera e itinerante, invia i discepoli
in missione alleggeriti da ogni zavorra, ammonisce la gente a non lasciarsi
suggestionare dalla ricchezza e dalla tentazione di dominare sugli altri.
Il servizio messianico di Gesù è una dura lotta contro
tutte le potenze nemiche della vita, per la piena liberazione dell’uomo.
Gesù libera e fa crescere: è il Signore della storia e
dell’universo.
Affidando a lui la propria vita, i cristiani sono liberi
dall’idolatria, dalla paura e dalla suggestione.
“Molti diffidano della politica, preferiscono starsene
fuori. Altri vi entrano per affermare interessi personali o di parte. Altri,
infine, ne fanno una specie di messianismo, in grado di liberare l’uomo da
tutti i suoi mali.
«
“Ai fedeli laici, occupati nella gestione della
cosa pubblica,
n
... Come missionarie e
missionari, siamo testimoni di tante guerre dimenticate, di molte
contraddizioni della politica, delle conseguenze di un sistema economico che
privilegia pochi, lasciando al margine sempre più numerosi poveri. Siamo
testimoni dell'effetto nefasto del commercio legale e clandestino delle armi.
Perfino dello squallore del turismo sessuale che mercifica il corpo stesso dei
piccoli e dei poveri. Cresce in noi la consapevolezza che il fuoco della
missione porta in sé una imprescindibile esigenza di giustizia... Spesso la
voce dei poveri non ha che la nostra per risuonare...
n “Testimoni
di Gesù Risorto, speranza del mondo” Su questo tema
L’accento cadrà di nuovo sulla dimensione missionaria della
Chiesa, che richiede ai credenti di farsi “testimoni credibili del Risorto,
annunciando uno stile di vita coerente.
“...non abbiate paura di
Cristo! Egli non toglie nulla e dona
tutto. Sì, aprite, spalancate le porte a Cristo
e troverete la vera vita.
Benedetto XVI
Le
parole del Cardinale:
«Partecipare fedelmente all'Eucaristia domenicale, anche
con sacrificio […].
Partecipare ben disposti: a riguardo raccomando la frequentazione
assidua del sacramento della riconciliazione, che i sacerdoti devono favorire,
ridimensionando, se necessario, il tempo dato ad altre attività. Partecipare in modo attivo e consapevole:
nessuno deve assistere come uno spettatore […]. Partecipare con il cuore
vibrante di amore, di gioia, di lode e di gratitudine, aperto alla intercessione, in
unità con Cristo, per le necessità spirituali e materiali di tutta la famiglia
umana»
Un abito
firmato
|
Q |
uale è l’abito nuziale che mi fa accedere
al banchetto del Padre in qualità d’invitato, spinto dalla sua pressante
richiesta? Questa è la domanda che sembra cogliere il lettore di fronte al duro
finale del Vangelo ascoltato questa domenica. Le amare parole che concludono il
brano sembrano quasi far dimenticare l’invito, così gratuito e magnanimo, che
il padrone del banchetto ha offerto a gente apparentemente sconosciuta.
L’abito nuziale che il Signore
chiede non corrisponde a lunghi strascichi bianchi o a impeccabili vestiti
firmati. Per accostarci alla tavola, per appartenere al suo Regno, neppure
abbiamo bisogno di inviti speciali o riservati. C’è già Colui che con energia e
insistenza ci spinge in quel luogo a cui siamo attirati fin dall’eternità. Non
occorre nemmeno la nostra carta d’identità con l’indicazione dei nostri titoli
accademici e prestigiosi o benemerenze, per avere quel lasciapassare tanto
agognato.
L’abito nuziale e l’invito al
banco dell’infinito amore gratuito di Dio ci sono dati. C’è un abito in cui
ogni giorno il Padre ci riveste e lo fa con una cura ben più grande di come
ricopre i gigli del campo. La veste che ci offre è il suo amore. Siamo avvolti
dalla calorosa carità di Dio. San Paolo scrive: “Rivestitevi dunque come
amati da Dio, santi e diletti, di sentimenti di misericordia, di bontà, di
umiltà, di pazienza…al di sopra di tutto poi vi sia la carità che è vincolo di
perfezione” (Col
3, 12-14). Quindi, non la carità che facciamo, ma innanzi tutto la
carità che riceviamo ogni giorno abbondantemente dalle sue infinite risorse di
amore. La nostra carità non è altro che traboccare del suo amore. È questo
amore che spinge anche noi a cercare ai “crocicchi delle strade” chi, con lieta
sorpresa, accoglie quell’invito inaspettato.
È la nostra umanità che va
rivestita di carità nelle sue relazioni quotidiane, all’interno degli spazi di
lavoro e del tempo libero. Il proprio lavoro, se rivestito della carità, spezza
la coltre del puro interesse personale e dei freddi rapporti economici per
raggiungere l’uomo come persona. Il tempo libero non sarà solo finalizzato al
godimento personale, ma sarà offerto anche alle persone che per età o per
salute aspettano che le loro giornate vengano riempite da nuove amicizie e da
una speranza spesso perduta.
Nel passato recente …
È
facile e insieme difficile relazionare sulla festa che la comunità ha celebrato
per la ricorrenza dell’anniversario – il XVIII – della consacrazione della sua
chiesa e dell’inaugurazione del suo complesso.
Facile
perché basta ricordare i vari momenti che si sono succeduti e che hanno visto
la realizzazione delle iniziative programmate.
Difficile
perché ognuna di esse ha suscitato negli spettatori o partecipanti le più vive
e svariate sensazioni e emozioni.
Dalla
recita devota e corale dei vespri di sabato al simpaticissimo e vivacissimo
spettacolo dei giovanissimi alla sera; dalla celebrazione presieduta dal
delegato vescovile per i presbiteri, don Elio Agostini, con la sostanziosa
riflessione sulla carità, dono e compito dei cristiani, ai giochi pomeridiani
per i fanciulli organizzati dai loro animatori con originalità creativa, al
bellissimo concerto della Banda Musicale di Sesto che ha riscosso un
apprezzatissimo consenso dagli ascoltatori trascinati da una esecuzione davvero
intensa, vibrante, variegata nei colori e nei volumi, guidata da un direttore –
Cinzia Boncompagni – preciso e puntuale.
Nella
Messa di lunedì, nella quale si è voluto ricordare i defunti – sacerdoti e
fedeli – e in particolare quelli che hanno profuso tante energie per la
edificazione della chiesa e della comunità, don Lorenzo, che presiedeva la
concelebrazione, ha insistito perché la loro memoria fosse fatta nello spirito
di letizia, proprio di chi crede che la morte non è lontananza o punizione di
Dio, ma celebrazione della sua venuta.
La
festa si è chiusa con la serata di ballo condotto dall’orchestra Seven Sound e
brillantemente animato dalla cantante Sonia Alicervi.
Fin qui
la cronaca, facile a riferire. Meno facile è raccontare le emozioni che le
diverse iniziative hanno suscitato nell’animo e nel cuore dei tanti
intervenuti. C’è chi ha apprezzato e colto il forte messaggio che gli
adolescenti con spirito “goliardico” hanno saputo trasmettere, chi ha
gustato i brani musicali eseguiti dalla Banda Musicale con grande bravura
chiedendone il bis come “Aria sulla IV Corda” di J.S. Bach, chi si è lasciato
coinvolgere dal ballo finale e chi ha saputo valorizzare i vari momenti di
preghiera facendo tesoro delle profonde riflessioni ascoltate.
Per
tutti, ne siamo certi, la ricorrenza è stata significativa e a tutti deve aver
lasciato qualcosa: di gioia, di riconoscenza al Signore, di fraternità. Siano
rese grazie a Dio e a chi ne è stato strumento…
Le parole del
Cardinale:
«La sensibilità
religiosa di oggi si concentra sugli eventi straordinari intensamente emotivi e sui riti di passaggio
che scandiscono le grandi tappe della vita. Invece avverte scarsamente
l'importanza della frequenza regolare alla messa domenicale.»
Dove e come si
“adora” il Signore
|
P |
er capire un po’ il valore del “tempio” e quindi anche
della nostra chiesa di cui celebriamo il XVIII anniversario di consacrazione,
può essere utile partire dal brano del Vangelo di Giovanni riportato poco
prima di quello proposto dalla liturgia odierna, quello di Gesù che, con insolita
violenza, contesta il commercio – pur legittimo – che si svolgeva nel cortile
del tempio di Gerusalemme. Il racconto termina con un dialogo tra Gesù e i
farisei. “Con che autorità hai fatto questo?” gli domandano. Ed egli, in
maniera assai enigmatica: “Distruggerete questo tempio e io in tre giorni ve
lo ricostruisco” (2,19). L’affermazione fu così decisiva,
che divenne un capo d’accusa in sede di processo contro Gesù: “Ha detto che
avrebbe distrutto il tempio” (Mt 26,61).
Ora, egli mai aveva detto questo, anche
se in realtà aveva preannunciato che il tempio di Gerusalemme sarebbe stato
distrutto. Ma qui, lo nota esplicitamente l’evangelista, egli intendeva
parlare della distruzione del suo corpo, della morte in croce. È questo il
“tempio” che egli avrebbe ricostruito in tre giorni con la sua risurrezione.
Dunque per Gesù l’unico tempio destinato a sussistere, a “rimanere” è il suo
“corpo”.
Noi entriamo allora nel tempio, cioè nel luogo dove si
incontra Dio, solo quando attraverso la memoria della fede penetriamo nella
vita di Cristo e ci immedesimiamo in lui. La prima lettera di Pietro ce lo
spiega, paragonando la chiesa, appunto, ad un edificio sacro. Cristo è il
fondamento. Noi, i credenti, siamo pietre collocate sul fondamento che è Cristo
e compaginate fra loro nella costruzione della comunità cristiana. Questo è
l’edificio sacro nel quale si offre a Dio il vero sacrificio, costituito
dall’esistenza dei cristiani, un’esistenza animata dallo Spirito e vissuta
nella sequela
di Gesù.
Bisognerebbe ricordare in
proposito, perché tutto questo diventi più comprensibile, la lettera agli
Ebrei, secondo la quale Gesù è l’unico vero
sacerdote. L’antica casta sacerdotale, a cui
lui non apparteneva, aveva il compito della mediazione fra Dio e il popolo. Dio
è infinitamente più alto dell’uomo e l’uomo ne è lontano a causa del peccato.
Allora sembrava che solo persone consacrate con riti speciali potessero, sacrificando
degli animali, ricongiungere il popolo con Dio. Ispirazione illusoria, dirà la
lettera agli Ebrei, perché “il sangue degli animali non purifica le
coscienze”.
Invece, unico fra gli uomini
divino e santo, pur senza essere sacerdote, Gesù ha compiuto l’opera di mediazione,
perché la sua totale dedizione a Dio e agli uomini, culminata nel dono di tutta
la sua vita sulla croce, ha potuto colmare l’abisso del peccato che separava
l’uomo da Dio. Per questo egli è la vittima, il sacerdote e il tempio
dell’umanità. Costruire il tempio significa solo costruire su di lui la propria
esistenza ed edificare la comunità cristiana nella quale ogni uomo possa
incontrare Gesù e vivere fondandosi su di lui.
Anche
Non è che non sia importante
l’edificio chiesa: lo hanno sperimentato tanti di noi che sono qui presenti,
ma certamente è solo uno strumento nel quale la comunità celebra nei sacramenti
quella memoria di Cristo, nella quale egli ha promesso di rendersi presente ai
suoi.
E questo, è bene ricordarlo, vale
per tutte le istituzioni ecclesiastiche: esse sono puramente strumentali, sono
al servizio della “edificazione” del tempio santo che è la comunità vivente in
Cristo.
La festa
di oggi vorremmo servisse a ricordare a noi stessi tutto questo…
Segni nuovi per
|
M |
artedì scorso, presenti il Direttore del Museo Diocesano di
Bergamo, don Giuseppe Sala insieme ad altri due sacerdoti bergamaschi, si è
svolta una riunione informale alla quale hanno partecipato alcuni rappresentanti
del Consiglio Pastorale, il Comitato della Chiesa, il Pievano di Sesto don
Silvano Nistri e l’architetto Giancarlo Zetti, per avviare, o meglio,
approfondire il discorso sulla scelta e sulla collocazione di un segno
all’interno dell’aula liturgica, che risulti più espressivo e significativo per
la nostra comunità: l’immagine del Crocifisso. Si è parlato a lungo circa
l’espressività che questo segno deve assumere e rivelare soprattutto per la
nostra comunità che alla Croce è dedicata. E se ne parlerà ancora a lungo in
seno alla comunità che potrebbe essere sollecitata a valorizzare la collocazione
di questo segno attraverso un cammino di riscoperta e di riattualizzazione di
questo stesso segno che è il distintivo essenziale della nostra fede.
È stata ribadita l’opportunità di prendere contatti con
l’ufficio diocesano di Firenze per l’arte sacra e insieme di prendere visione
di esempi presenti nel vasto territorio di Firenze, già ricco e dotato di
modelli.
È emerso il desiderio di procedere e realizzare questo
segno, magari in contemporanea con la ristrutturazione dell’altare e del
tabernacolo.
Si devono evitare i due estremi: la fretta e la
precipitazione che non sono buone consigliere e l’immobilismo che rende
permanente lo status quo.
Riceviamo
e pubblichiamo
Batangafo 25 agosto 05
Carissimo
don Mario,
Non
posso lasciar passare la festa della Parrocchia senza farvi giungere i miei
saluti e il mio ricordo. Come sta? la salute? Auguro a tutti una buona ripresa dell’anno
pastorale senza tanti problemi. Anch’io sto bene. Oltre ai soliti problemi ci
si mette anche il tempo: da noi piove poco, per cui la gente avrà un misero
raccolto mentre a Bangui le piogge torrenziali hanno distrutto migliaia di
case.
Un
caro saluto a tutti.
Vi
ricordo nella preghiera
Con affetto Sr. Silvana
Le
parole del Cardinale:
«La mia lettera vuole soprattutto
essere un aiuto a ravvivare la consapevolezza e la gioia dell' essere Chiesa e
dell'essere parrocchia. Vorrei trasmettervi un amore forte per
«Con l'autorizzazione del Vescovo è possibile
sperimentare, in qualche parrocchia che lo desiderasse, il ritorno alla successione,
teologicamente più corretta, Battesimo - Cresima - Eucaristia, conferendo gli
ultimi due sacramenti verso i dieci anni e continuando poi la formazione
catechistica come mistagogia per l'accoglienza vitale del dono di Dio fino
all'età di circa sedici anni, quando dovrebbe celebrarsi una solenne festa
della professione di fede, come risposta pubblica di adesione a Cristo e alla
Chiesa».
Prove di dialogo tra vittime e colpevoli
Dal
mensile della caritas italiana settembre2005.
«Avvicinare
i carnefici alle vittime e farli dialogare. Poi portare gli uni a chiedere il
perdono e gli altri a concederlo. È il senso della cosiddetta “mediazione
penale”, attuata per conciliare un detenuto con chi ha subito gli effetti
negativi del reato da lui commesso.
Don
Virgilio Balducchi è il cappellano del carcere di Bergamo e il delegato dei cappellani
della Lombardia. Coordina un progetto, chiamato "Poveri, ma
cittadini", finalizzato alla formazione di dodici volontari per la
mediazione penale, che opereranno nell'istituto penitenziario di Bergamo.
L'iniziativa, realizzata in collaborazione con Caritas Italiana nell'ambito dei
finanziamenti otto per mille, ha visto chiudere i corsi di formazione a giugno:
i volontari opereranno a partire da settembre.
“La
mediazione penale - attacca don Balducchi - è prevista dalla legge per i reati
di competenza del giudice di pace e per quelli commessi da minorenni. In Italia
è poco diffusa: stiamo iniziando ora, altri paesi sono molto più avanti di noi.
La mediazione è contemplata nei reati adulti solo quando il giudice stabilisce
che il detenuto possa accedere a misure alternative di pena.
In
questo caso, colui che ha commesso il reato può beneficiare di una forma di
detenzione alleggerita, solo se chiede e ottiene il perdono dalla propria
vittima o dai famigliari di quest'ultima”.
La
lettera dei figli dell'ucciso
Una
situazione del genere è capitata
realmente a don Balducchi: “Un uomo, in carcere da dieci anni per aver commesso
un omicidio, ha ottenuto dal tribunale la possibilità di accedere a una misura
di pena alternativa e meno dura di quella che aveva scontato fino a quel momento. La
condizione era chiedere perdono ai figli della persona uccisa, riconoscendo di
aver commesso un atto assolutamente sbagliato e di cui si dichiarava pentito.
lo e un altro volontario abbiamo avvicinato i famigliari della vittima e
abbiamo intrapreso con loro un dialogo finalizzato a un cammino di mediazione.
Queste persone sono state molto comprensive e hanno scritto una lettera al
giudice, nella quale si dichiaravano disponibili a perdonare. In questa vicenda
ha contato molto la fede. I figli della persona uccisa sono molto credenti e il
loro gesto è stato un atto da cristiani. Non hanno chiesto garanzie
particolari, hanno solo voluto che il detenuto continuasse a fare bene il suo
percorso di reinserimento sociale. Hanno detto molto chiaramente che per loro si riaprivano delle ferite, ma hanno ritenuto che il perdono
fosse la cosa più giusta che potessero fare. Non è stata
una mediazione in senso stretto, essa avviene in un'altra maniera: detenuto e
vittima si incontrano effettivamente alla presenza di una terza persona che fa
da mediatore e ha il compito di far dialogare le due parti, far esprimere loro
i propri vissuti affinché trovino una soluzione al proprio conflitto”. […]
Don
Balducchi racconta che, in quanto cappellano, spesso è chiamato in causa dai
detenuti o dalle vittime che cercano di riconciliarsi. "Una volta -
conclude - l'avvocato di una signora a cui avevano svaligiato il negozio mi ha
contattato perché la sua assistita voleva ritirare la denuncia al rapinatore, a
patto che egli si facesse curare in una comunità per tossicodipendenti. Questo
dimostra che, a fronte di tante persone che chiedono maggiori condanne, c'è
anche gente che ammette che ci possono essere strumenti migliori del carcere
per risolvere i problemi di giustizia. È proprio quello che ci prefiggiamo di
fare con la mediazione penale”».
In vista della festa di …
|
D |
omenica prossima, ultima del
mese, celebriamo il XVIII anniversario della Consacrazione della nostra chiesa
e della inaugurazione del nostro complesso parrocchiale.
Il pensiero e il ricordo dei
parrocchiani non più giovanissimi vanno immediatamente a quel pomeriggio di
pioggia torrenziale – domenica 27 settembre 1984 – nel quale si è posta la
prima pietra ad opera del Cardinale Piovanelli e, insieme, alla indimenticabile
giornata di festa – domenica 27 settembre 1987 – della Dedicazione della Chiesa
sempre ad opera del Cardinale Piovanelli (nell’anno stesso in cui don Stefano
Grossi veniva ordinato sacerdote).
Il pensiero e il ricordo vanno
subito anche verso quelle persone – sacerdoti e laici – che quelle due
“giornate” le hanno preparate e vissute con grande passione e entusiasmo:
ricordiamo con perenne gratitudine i sacerdoti don Lucio Gaspari e don Pasquale
Ghilardi, e, tra i laici, Mauro Poggiali, Guido Verdiani e Renzo Grupelli: la
loro memoria sarà particolarmente viva nella celebrazione eucaristica prevista
per lunedì 26 settembre.
È bello ricordare anche quei
segni che la comunità ha posto, specie nella ricorrenza dei primi anniversari,
per dotare la struttura muraria dell’arredamento necessario: le panche, le
campane, i confessionali, la sagrestia, l’organo, la sistemazione degli esterni
con la collocazione dell’immagine mariana.
In seguito si è cercato di rispondere
alle sollecitazioni di solidarietà giunte dal Centro Caritas san Martino e
dalla Missione di Suor Silvana nella Repubblica Centroafricana, senza
dimenticare i bisogni di casa nostra e senza trascurare i lavori di
manutenzione ordinaria e… straordinaria del nostro complesso.
Ora sembra giunto il momento di
soddisfare due esigenze che si avvertono sempre di più: la posa in opera di un
“Crocifisso” che meglio evidenzi il significato del nome di cui la nostra
comunità si fregia: “Santa Croce” e anche la collocazione o la modifica del
tabernacolo che ne esalti sempre più il valore anche come segno permanente
dell’Anno dell’Eucarestia che si sta per concludere. Con il consiglio di
esperti intendiamo nel prossimo futuro rispondere a queste due sollecitazioni.
Intanto rendiamo grazie a Dio
che ci ha permesso di disporre di una struttura che, anche dopo diciotto anni
continua a rispondere bene alle esigenze della comunità.
Continuiamo anche a assicurare
quella cura di tutti gli ambienti fin d’ora garantita dall’opera infaticabile e
appassionata di tanti volontari, quella cura che è segno di gratitudine verso
chi ha lavorato prima o insieme a noi, quella cura che vuole essere il primo
segno di accoglienza verso tutti.
È uscita la nuova
del
nostro Arcivescovo dal titolo: “
Inserita
nel cammino biennale, dopo l’anno di discernimento e di proposta,
Il
testo della lettera è molto denso e anche in certi tratti provocatorio. Sul
“Notiziario” pensiamo di riportare gradualmente alcuni passaggi che ci sembrano
più significativi.
Se ne
raccomanda la lettura intera anche perché il testo non è molto lungo ed è
reperibile in parrocchia insieme alla lettera apostolica “Mane nobiscum
Domine” di Papa Woityla.
Le parole del
Cardinale:
«Per edificare la parrocchia come
comunità-segno non occorre in primo luogo moltiplicare le attività, ma curare
la spiritualità, la mentalità, gli atteggiamenti, le relazioni fraterne. Fate
bene le cose ordinarie, arricchendole di nuovi significati, cercando di educare
una coscienza ecclesiale e un forte senso di appartenenza»
|
L |
a festa della “glorificazione”
della Croce è molto antica: è nata in oriente, dove si celebra con solennità
paragonabile a quella della Pasqua. Trova la sua origine nel fatto della
dedicazione al culto delle due grandi basiliche che Costantino eresse sul
Calvario e sul sepolcro; dedicazione che avvenne il 13 settembre del 335. Il
giorno seguente – con grande solennità si mostrò al popolo ciò che restava del
santo legno della croce. Da questo uso ebbe origine la festa che celebriamo
oggi.
Questa celebrazione ci chiede di “rendere grazie” per
quell’avvenimento salvifico realizzatosi sulla croce e attraverso di essa: è,
dunque, occasione per riflettere e per rinnovare la nostra fede nel mistero
della croce “unica speranza per il cristiano”.
Quando si parla del messaggio
cristiano non c’è parola che sia tanto spesso ripetuta; il segno della croce, infatti,
è uno dei primi gesti che si insegnano ai bambini.
Probabilmente questo termine ci
mette istintivamente sulla… difensiva: il messaggio cristiano è bello,
interessante, condividibile… ma la croce!
Se scorriamo i testi evangelici
dobbiamo riconoscere che le sezioni più ampie sono quelle in cui la croce
campeggia: siamo tutti posti crudamente di fronte alla completa descrizione
della passione di Gesù, della tortura a cui è sottoposto.
Qua e là, nei testi evangelici,
appare chiara e precisa la scandalosa proposta di Gesù: andargli dietro
significa “caricarci della croce”.
Al culmine dell’annunzio
evangelico sta un’incredibile proclamazione: “Gesù Nazareno che cercate, il
crocefisso, è risorto!”
Ecco dunque: la croce di Gesù,
la nostra croce, il trionfo della croce. Questi elementi appaiono
costitutivi della realtà cristiana; non sempre e non da tutti compresi in modo
autentico, soprattutto quando si prescinde dall’uno o dall’altro elemento.
C’è una verità fondamentale,
quella che rende il cristianesimo esperienza autenticamente “liberante”: è la
proclamazione del fatto che la morte di Gesù in croce è stata vinta dalla vita.
Perché il vero significato della
croce è questo: è l’amore e la forza di Dio che si rivela in Gesù crocifisso e
risorto.
Le scuole
stanno per riaprire i battenti
|
N |
el condividere lo stupore di chi
si avventura nell’esperienza scolastica di ciascun grado (materne, elementari,
medie, superiori, università), e un po’ anche la nostalgia di vacanze, vorremmo
incoraggiare tutti ad assumere un atteggiamento di gioia per l’occasione che
viene offerta a ogni allievo: di arricchirsi di nuova cultura, di socializzare
e familiarizzare con i propri coetanei, di crescere nella propria educazione e
statura umana.
Un augurio e un incoraggiamento
amiamo farlo anche al ceto insegnante che vede ogni giorno aumentare le
difficoltà di trasmettere alle nuove generazioni l’indispensabile patrimonio
culturale e contenere l’irrefrenabile vivacità di tanti allievi.
Una fatica spesso non riconosciuta
dai loro genitori ai quali suggeriamo un sempre maggior coinvolgimento e
controllo di quello che la scuola offre, partecipando di prima persona a
quell’azione che può essere altamente educativa o del tutto diseducante, se la
famiglia è latitante e scarica su altri quelle responsabilità che le competono
prioritariamente anche se pur non esclusivamente.
Un augurio a tutti pertanto, che è
poi lo stimolo a fare bene ognuno la sua parte. Buon Anno Scolastico !
15 settembre, memoria liturgica della Vergine addolorata
|
M |
aria sofferente accanto alla Croce è da sempre un tema di riflessione, ma
la “devozione” all’Addolorata fiorì solo alla fine del Medioevo. Ne fanno fede
le varie “Pietà” tra cui la più famosa quella di Michelangelo. La tradizione
popolare enumerò anche i dolori di Maria: sette, riferendosi ai fatti evangelici: profezia di Simeone; fuga in Egitto;
smarrimento di Gesù; salita con
L’Ordine dei Servi di Maria, nel 1667, ottenne di poter celebrare una
particolare festa dell’Addolorata, che fu poi estesa a tutta
Dall’omelia tenuta dal Papa a
Colonia nella Messa
di chiusura della Giornata
Mondiale della Gioventù
« … L’Eucarestia deve diventare il centro della nostra vita…
Qualche volta, in un primo momento, può risultare piuttosto
scomodo dover programmare nella domenica anche
ponete impegno, constaterete poi che è proprio questo che dà il giusto
centro al tempo libero. Non lasciatevi dissuadere dal partecipare alla
Eucarestia domenicale ed aiutate anche gli altri a riscoprirla. Certo, perché
da essa si sprigioni la gioia di cui abbiamo bisogno, dobbiamo imparare a
comprenderla sempre di più nella sua profondità, dobbiamo imparare ad amarla.
Impegniamoci in questo senso – ne vale la pena! Scopriamo l’intima ricchezza
della liturgia della Chiesa e la sua vera grandezza: non siamo noi a far festa
per noi, ma è invece lo stesso Dio vivente a preparare per noi una festa.
Con l’amore per l’Eucarestia riscoprirete anche il
Sacramento della Riconciliazione, nel quale la bontà misericordiosa di Dio
consente sempre un nuovo inizio della nostra vita.
Chi ha scoperto Cristo deve portare altri verso di Lui.
Una grande gioia non si può tenere per sé. Bisogna
trasmetterla. In vaste parti del mondo esiste oggi una strana dimenticanza di
Dio. Sembra che tutto vada ugualmente anche senza di Lui. Ma al tempo stesso
esiste anche un sentimento di frustrazione, di insoddisfazione di tutto e di
tutti.
Vien fatto di esclamare: “ Non è possibile che questa sia la
vita”. Davvero no. E così insieme con la dimenticanza di Dio esiste un “boom”
del religioso. Non voglio screditare tutto ciò che c’è in questo contesto… Ma,
per dire il vero, non di rado la religione diventa quasi un prodotto di
consumo. Si sceglie quello che piace, e certuni sanno anche trarne un profitto.
Ma la religione cercata alla maniera del “fai da te” alla
fin fine non ci aiuta. È comoda, ma nell’ora della crisi ci abbandona a noi
stessi.
Aiutate gli uomini a scoprire la vera stella che ci indica
la strada: Gesù Cristo! »
All’inizio dell’Anno Pastorale…
… si porge il ben tornato a tutti coloro che hanno
potuto godere di una pausa di riposo dopo un anno di lavoro ininterrotto e
faticoso.
Si rinnova anche il saluto fraterno a chi per le più
svariate ragioni non ha potuto allontanarsi dalle mura della propria
abitazione.
E si ama ricordare con amore e gratitudine i fedeli
che mancano all’appello perché in questo periodo estivo (luglio-agosto) il
Signore li ha chiamati a sé; li vogliamo menzionare in segno di affetto e
riconoscenza:
Remo Vannoni (Via P.P. Pasolini 263),
Giuseppe Masini (Via Sassaiola 55),
Francesco Buonfiglio (Via Gramsci 550),
Pasquale Innocenzo (Viale Toscanini 65),
Roberto Bini (Via Strozzi 7),
Antonina Binaggia ved. Parrino (Via Boito 48),
Umberto Marzanti (Via Ragionieri 26),
Amelia Conte in Bellucci (Via Mascagni 18),
Salvatore Deriu (Via Marsala 35).
|
E |
ora, dopo la pausa estiva, riprendiamo i
nostri impegni con gratitudine e diligenza. È una grazia infatti, di cui
purtroppo, talvolta non ci rendiamo conto, riprendere la nostra attività e
assolvere i nostri impegni con dedizione e fedeltà. Certo essi comportano
talvolta anche fatica, ma è sempre gratificante prendere coscienza che la
nostra attività e il nostro impegno, se guidati dalla buona intenzione e
ispirati dalla carità, diventano espressioni di quel servizio per il Regno che
dà alla vita il senso più pieno.
|
S |
i vuole cogliere anche la
opportunità all’inizio del nuovo anno pastorale per consigliare a tutti i
fedeli a tenere presenti nella impostazione della propria giornata i due
versanti che richiedono di integrarsi perché sono sempre o quasi complementari:
1)
C’è il versante che riguarda la propria vita
personale in tutti i suoi aspetti, la vita coniugale, professionale, civile ed
ecclesiale: questo versante è il terreno primario su cui si gioca e si verifica
l’autenticità, la veridicità, la serietà e la responsabilità della propria
esistenza;
2)
E c’è il versante che riguarda l’ambito o gli ambiti
del volontariato. Le espressioni del volontariato sono molteplici. Viverle
tutte è impossibile. Ma trovare il modo per dedicare almeno parte del proprio
tempo libero (che in tanti casi risulta essere superiore a quello che
comunemente si pensa) a uno di quegli ambiti che risultano più utili in
determinate situazioni e magari più congeniali alla propria sensibilità e
attitudine, questo forse e senza forse può essere possibile. Si pensi per
esempio alla caritas, ai gruppi di ascolto nelle famiglie, alla catechesi ai
ragazzi, alla liturgia, alle Missioni e anche all’ambito dei vari servizi che
richiedono tempo e braccia…
Le ragioni che spesso si adducono
per giustificare le proprie… latitanze sono sempre le stesse:
Ä
ci sono già tante persone volonterose;
Ä
io non sono preparato e non sono all’altezza;
Ä
non mi posso impegnare…
Si dimentica che la comunità è
una grande famiglia e l’apporto di ognuno diventa prezioso e per certi versi…
insostituibile…
Giugno
2005
Grazie a
tutti
|
I |
l grazie per la bella festa di domenica 12 giugno è più di un
dovere, una esigenza del cuore. Lo partecipo a tutti:
-
a coloro che mi hanno ricordato al
Signore nella loro preghiera;
-
a coloro che hanno espresso il loro
augurio, a voce, per scritto, nei gesti e nei segni;
-
a tutti i fedeli della comunità, a
quelli che si sono trasferiti in altre e conservano legami affettivi con
questa, ai fedeli di altre comunità e che per varie ragioni frequentano e
gravitano intorno a questa;
-
ai parenti che hanno voluto intervenire
alla festa, e a quelli che, pur desiderandolo, non lo hanno potuto fare;
-
alle varie comunità religiose che hanno
voluto significare la loro condivisione: le Monache del Monastero di san
Benedetto di Bergamo, le Suore della Provvidenza in Roma, le Suore del Divino
Zelo di Firenze, le Suore dell’Istituto san Giuseppe e di Maria Riparatrice in
Sesto Fiorentino;
-
alle diverse comunità parrocchiali: di
santa Barbara in Bondo Petello di Albino, di san Giustino in Roma, del
Vicariato di Sesto-Calenzano;
-
lo partecipo ai vari sacerdoti
intervenuti: al fratello don Arturo e a don Giacomo, l’ispiratore e il
coordinatore di ogni cosa, al nipote, don Luigi, agli ex viceparroci don
Giacomo Cagnoni e don Lorenzo Cenati, agli amici Sacerdoti bergamaschi Maconi
don Giampietro e Luigi Rossoni, ai sacerdoti del Vicariato di Sesto-Calenzano e
al “quintigiano” don Stefano Grossi, al gesuita P. Enrico Deidda;
-
alle istituzioni e ai loro
rappresentanti: il Sindaco di Sesto, L’Associazione Comunale Anziani di Quinto,
il Gruppo Frates e Unitalsi di Sesto, l’Avis Comunale,
Per ragioni di spazio mi limito a riportare l’augurio
di Mons. Claudio Maniago, quello del Parroco di Bondo Petello, don Adriano
Peracchi e, tra i tanti “messaggini” quello di una sorella inferma della nostra
parrocchia, quello di una famiglia che si è trasferita in altra comunità e,
ultimo, quello di una famiglia qui residente.
Carissimo Don
Mario,
nel compiacermi
del tuo costante operare per il bene della nostra Diocesi, ti auguro ogni bene
e prego per Te in occasione del 50° anniversario della tua Ordinazione
Sacerdotale.
Il Signore ti
sia sempre vicino e ti guidi con amore paterno in questo importante ministero.
X Claudio Maniago
Bondo Petello
11.6.05
A don Mario, che
in terra fiorentina ormai da trent’anni mantiene le sue radici in quell’angolo
di verde prospiciente Bondo, di nome “Ama”. Nel servizio sacerdotale di 50 anni
questo nome si è fatto programma di vita in te, nel carisma del “Paradiso”, che
per
Un grazie per
una vita che si fa Eucarestia oggi 12 Giugno, Giorno del Signore, nella
gratitudine e nella comunione.
Un Dio che è gratuitamente
per gli altri. Un sacerdote che è per gli altri, non può essere altrimenti.
Anche per i
gruppi di adolescenti di Bondo che in questi anni hanno goduto di una squisita
accoglienza a Quinto Basso. Grazie e auguri per molti anni ancora.
don Adriano Peracchi
Ringraziandola di tutte le sue visite anche nel pieno inverno
portandomi la
Santa Eucarestia
Le faccio i più cari e migliori auguri di Buon Proseguimento
Tina T.
Partecipiamo con
gioia alle sue Nozze d’oro sacerdotali e ringraziamo il Signore per il dono del
suo sacerdozio e dei tanti benefici elargiti al servizio di tutta
Con affetto e
gratitudine per i consigli affettuosi che mai ci ha fatto mancare nei lunghi
anni della nostra amicizia, Le porgiamo gli auguri più fervidi.
Giorgio e Simonetta M.
Rev.mo Don
Mario,
mentre inviamo i
più fervidi rallegramenti per i suoi 50 anni di Sacerdozio, tanti dei quali
passati al servizio appassionato e devoto della Parrocchia e dei suoi
parrocchiani, formuliamo infiniti auguri per il proseguimento della sua
fervente missione e preghiamo perché il Signore Le dia sempre tanta forza e
salute.
Enrica e Maria Chiara R.
E finalmente la mia gratitudine la esprimo ai fedeli che si sono
adoperati nel progettare, organizzare, collaborare nei vari ambiti di impegno
(liturgico, economico, conviviale, ludico, ecc. ecc.) per la migliore riuscita
della festa e del suo splendido preludio musicale di sabato con i solisti
Maestro Alessandro Belotto di Roma (organo), Maestra Chiara Capanni
(pianoforte) e Maestro Leonardo Matucci (violinista).
A conclusione di questa lunga carrellata di “grazie” e con
l’intento di prolungare la “festa” ad ogni domenica e a tutti i giorni della
vita, mi piace riportare qualche parola dell’intervento che Mons. Bruno Forte
ha fatto a Bari in occasione del recente congresso eucaristico nazionale: «Al
cuore della Chiesa, “sacramento del tempo”, c’è la domenica, come al centro
della domenica”splendore del tempo”, c’è l’Eucarestia, “memoriale della Pasqua
di Gesù”, “sorgente di bellezza”, “convito sacrificale” e “pegno della gloria
futura”.
Se l’Eucarestia è “sorgente di bellezza”, lo è anzitutto per il
sacerdote celebrante che, mediante la continuità ininterrotta della successione
apostolica, nella quale è inserito attraverso l’ordinazione, è legato all’unico
sommo ed eterno sacerdote, il pastore bello che, nella sera della cena, confidò
ai suoi apostoli e ai loro successori il mandato di celebrare il suo memoriale
per la salvezza del mondo»
L’augurio allora che faccio a me stesso e la preghiera che innalzo
al Signore è che opera ogni giorno di più la inesauribile sorgente di bellezza
costituita dall’Eucarestia.
Don Mario
Viene riportato il testo del telegramma inviato
dal Cardinale Angelo Sodano, Segretario di Stato di Sua Santità:
AL REVERENDO DON MARIO USUBELLI CHE RICORDA 50.MO
ANNIVERSARIO ORDINAZIONE PRESBITERALE SOMMO PONTEFICE ESPRIME FERVIDI AUGURI ET
MENTRE INVOCA SU DI LUI ULTERIORI FAVORI CELESTI PER UNA CRESCENTE FEDELTA' AT
CRISTO SOMMO ET ETERNO SACERDOTE ET GENEROSO SERVIZIO ECCLESIALE GLI INVIA DI
CUORE IMPLORATA BENEDIZIONE APOSTOLICA ESTENSIBILE AT QUANTI PRENDONO PARTE SUA
SPIRITUALE LETIZIA.
CARDINALE ANGELO SODANO SEGRETARIO DI STATO DI SUA
SANTITA'
«Abbiamo bisogno di questo pane
per affrontare le fatiche e le stanchezze del viaggio. La domenica, giorno del Signore,
è l’occasione propizia per attingere forza da Lui, che è il Signore della vita.
Il precetto festivo non è quindi semplicemente un dovere imposto dall’esterno.
Partecipare alla celebrazione domenicale e cibarsi del pane eucaristico è un
bisogno del cristiano, il quale può così trovare l’energia necessaria per il
cammino da percorrere. Un cammino, peraltro, non arbitrario: la strada che Dio
indica mediante la sua legge va nella direzione iscritta nell’essenza stessa
dell’uomo. Seguirla significa per l’uomo realizzare se stesso; smarrirla
equivale a smarrire se stesso.»
Questo è uno dei passaggi dell’omelia di Papa Benedetto XVI
tenuta durante
Il prete?!
Queste
parole sono dirette a chi è prete, perché ricordi i suoi poteri e la sua
gloria, per usare una espressione del romanziere inglese Graham Greene; sono
indirizzate a chi crede nei preti perché li sappia capire, apprezzare e
aiutare; sono rivolte a chi non crede in nulla e tanto meno nella Chiesa e nei
preti, perché impari a conoscerli.
“Nella notte in cui fu tradito prese il pane, lo
spezzò, lo diede ai suoi discepoli e disse: “Prendete e mangiatene tutti,
questo è il mio corpo”. Allo stesso
modo prese il calice del vino, lo benedì e disse: “Prendete e bevetene
tutti, questo è il calice del mio sangue... Fate questo in memoria di me”.
Sottolineamo
quel “Fate questo in memoria di me”. Da quel preciso istante gli
apostoli ricevettero gli stessi poteri divini di Cristo. E allora ecco la
domanda che si affaccia: chi è il prete?
Diamo
la parola a persone più... preparate, a scrittori, letterati, poeti, vescovi,
papi, santi.
Ha
scritto il cardinale Emmanuel Suhard: “Il sacerdozio è stato inventato
dall'amore, è lo stesso Amore, l'ultimo dono del Signore. Con l'amore tutto
diventa chiaro sul prete... Egli ha scelto l'Amore”.
È
difficile, per non dire impossibile, capire il mistero del prete: “Esattamente
parlando, non esistono cattivi preti; esistono uomini cattivi che sono preti e
che sono peggiori degli altri perché sono preti, ma il prete, che è in loro, è
Gesù Cristo”
(J. Green).
Vediamo
di scandagliare questo enorme mistero facendoci aiutare dallo scrittore
Domenico Giuliotti: “Il prete è un uomo, ma da più degli angeli; è un
peccatore, ma rimette i peccati; è un servo, ma il Signore gli obbedisce”.
Gesù
così parla ai suoi sacerdoti: “Ho bisogno di te. Ho bisogno delle tue mani per
continuare a benedire ho bisogno delle tue labbra per continuare a parlare, ho
bisogno del tuo corpo per continuare a soffrire, ho bisogno del tuo cuore per
continuare ad amare, ho bisogno di te per continuare a salvare.”
Per
tenere i piedi per terra diremo che “il prete non è un angelo...
è
un uomo come gli altri...
Il
prete non è un mago...
Il
prete non è l'uomo del miracolo...
Il
prete non è un superuomo”.
C’è sempre qualcosa da dire sui preti:
·
Se il prete una
volta parla dieci minuti più a lungo – è un parolaio;
·
Se durante una
predica parla forte – allora urla;
·
Se non predica
forte – non si capisce niente;
·
Se possiede
un'auto personale – è capitalista, è mondano;
·
Se non ha
un'auto personale – non è capace di adattarsi ai tempi;
·
Se visita i suoi
fedeli fuori parrocchia – allora gironzola dappertutto;
·
Se frequenta le
famiglie – non è mai in casa;
·
Se rimane in
casa – non visita mai le famiglie;
·
Se parla di
offerte e chiede qualcosa – non pensa ad altro che a far soldi;
·
Se non organizza
feste, gite, incontri – nella parrocchia non c'è vita;
·
Se in
confessionale si concede tempo – è interminabile;
·
Se fa in fretta
– non è capace di ascoltare;
·
Se comincia
·
Se ha un piccolo
ritardo – fa perdere tempo a un monte di gente;
·
Se abbellisce la
chiesa – getta via i soldi inutilmente;
·
Se non lo fa –
lascia andare tutto alla malora;
·
Se parla da solo
con una donna – c’è sotto qualcosa;
·
Se parla da solo
con un uomo – eh!... ;
·
Se prega in
chiesa – non è un uomo d'azione;
·
Se si vede poco
in chiesa – non è un uomo di Dio;
·
Se si interessa
agli altri – è impiccione;
·
Se non si interessa
– è un egoista;
·
Se parla di
giustizia sociale – fa della politica;
·
Se cerca di
essere prudente – è di destra;
·
Se ha un po' di
coraggio – è di sinistra;
·
Se è giovane –
non ha esperienza;
·
Se è vecchio -
non si adatta ai tempi;
·
Se muore – non c'è
nessuno che lo sostituisce !!!
(Questo
simpatico manifesto è stato affisso
a
Pereta, frazione di Magliono-Grosseto,
sul
portale della chiesa parrocchiale)
da AVVENIRE del 25/5/2005
Intervista al card. Ennio Antonelli di Luigi Geninazzi
Mancano pochi giorni al referendum sulla legge che
regola la fecondazione assistita ma in giro c’è una grande confusione
sull’argomento. La materia è complessa, gli schieramenti non sono affatto
definiti e tanta gente è disorientata. Ci sarebbe più di un motivo per essere
preoccupati. Ma il cardinale Ennio Antonelli è molto sereno e tranquillo.
«Sono rammaricato che sia stato voluto ad ogni costo il referendum – dice
l’arcivescovo di Firenze –. Ma sono fiducioso che tutto andrà bene».
Eminenza, la battaglia referendaria
si concentra ormai sul raggiungimento del quorum. Cosa ne pensa?
Il ricorso al referendum per decidere su temi complessi come quello della fecondazione assistita è inappropriato e pericoloso. È difficile per il cittadino comune comprendere i quattro quesiti referendari e acquisire le conoscenze necessarie per entrare nel merito dei problemi con una valutazione obiettiva ed equilibrata. Occorrerebbe un’informazione seria sui dati scientifici e una riflessione attenta sui valori fondamentali che sono in gioco. Anzi, prima di promuovere il referendum abrogativo, sarebbe stato ragionevole sperimentare la legge almeno per un tempo conveniente, per verificarne realisticamente le conseguenze. Invece i pregiudizi ideologici hanno scatenato una immediata campagna referendaria, che viene portata avanti soprattutto a forza di slogans semplicisti e ingannevoli.
Lei, Eminenza, in un discorso
pubblico che ha tenuto recentemente ha invitato i cristiani ad essere
coraggiosi. Ma quel che viene rimproverato alla Chiesa in questi giorni è
proprio la mancanza di coraggio: la scelta astensionista tradirebbe la paura
dei cattolici di affrontare l’avversario a viso aperto…
È del tutto fuori luogo considerare l’astensione una mancanza di coraggio, come se ci si sottraesse al confronto democratico. È vero esattamente il contrario. In questo caso il non voto significa sia un’opposizione decisa al tentativo di peggiorare la legge, sia un netto dissenso rispetto all’uso inopportuno del referendum.
Sempre in quel discorso lei ricordava
che «i cattolici devono prendere chiaramente posizione anche a rischio di
trovarsi minoritari o isolati». Alludeva alla battaglia referendaria?
Mi riferivo alla necessaria coerenza con il Vangelo e con la dottrina della Chiesa e quindi al dovere di non scendere a compromessi e di non essere timidi o accomodanti quando si tratta di scelte che riguardano i valori etici fondamentali, la dignità e il futuro dell’uomo. Tali sono senz’altro anche le scelte che riguardano la vita umana e la famiglia.
Sul referendum del 12 giugno molti
uomini politici si sono richiamati al principio della libertà di coscienza.
Qual è il suo giudizio?
Se libertà di coscienza significa farsi un convincimento personale, motivato e responsabile, senza seguire supinamente le logiche di schieramento politico e di appartenenza partitica, sono d’accordo. Se invece libertà di coscienza significa una scelta soggettiva che non tiene conto della verità, allora non sono affatto d’accordo.
Proprio questo è il nocciolo del
problema: a quanto pare sull’embrione ci sono tante verità…
È un fatto scientificamente provato e indiscutibile che l’embrione è un organismo nuovo, distinto dalla madre e dal padre, dotato di informazione genetica completa, capace di comportarsi da protagonista e di interagire con la madre, autonomo e in grado di svilupparsi finalisticamente in un processo vitale continuo. A partire da questa base scientifica, non c’è alcun motivo filosofico ragionevole per negare che l’embrione sia già un essere umano e un soggetto personale. Si può aggiungere che, se anche rimanesse qualche dubbio, l’embrione va trattato come persona. È doveroso scegliere per lui ciò che è più rispettoso e sicuro, come nei trapianti d’organo si deve accertare la morte prima dell’espianto, come nelle catastrofi si devono ricercare i dispersi finché c’è una minima possibilità di trovarli in vita. Il principio di precauzione, che in campo ecologico viene invocato a favore di piante e animali, a maggior ragione deve valere per l’embrione umano.
Cosa direbbe ad un suo fedele che
intende recarsi alle urne per votare no?
Gli direi che, se vuole davvero tutelare i valori della vita umana e della famiglia che sono in gioco in questo referendum, deve farlo nel modo più efficace e sicuro e quindi, se è coerente, deve scegliere l’astensione. Inoltre aggiungerei che il non voto nei referendum abrogativi, a differenza delle elezioni politiche e amministrative, è pienamente legittimo.
Recentemente alcuni scienziati, in
Corea del Sud e in Inghilterra, hanno prodotto embrioni umani clonati allo
scopo di curare alcune patologie. E tanta gente si dichiara a favore della
libertà di ricerca se può servire a curare delle malattie o a salvare delle
vite umane. Siamo di fronte ad un contrasto fra scienza e fede?
Non si tratta di un contrasto tra scienza e fede; tanto è vero che gli scienziati sono divisi e schierati sui due fronti opposti e molti non credenti sono schierati accanto ai credenti sul fronte della protezione dell’embrione umano. Si tratta invece di stabilire se l’essere umano debba o no essere considerato sempre un fine e mai un mezzo. Non è lecito uccidere un essere umano a scopo di ricerca scientifica e neppure per curare malattie e salvare un altro uomo. Produrre deliberatamente embrioni per poi sopprimerli è ancora più grave che commettere un aborto; è ancora più chiaramente riduzione dell’essere umano a una cosa di cui si può disporre a piacimento.
I sostenitori del referendum, gli
stessi che hanno fatto la battaglia in favore dell’aborto, dicono che abrogando
questa legge si dà spazio alla vita ed alla possibilità di avere più figli.
Cosa prova nel sentire questo tipo di argomentazioni?
Provo amarezza
perché non vedo autentico rispetto per la vita e la dignità della persona. Sia
nel caso dell’aborto sia nel caso della manipolazione dell’embrione vedo
piuttosto la riduzione del più debole a oggetto per soddisfare i desideri degli
adulti.
Alla base del dibattito in corso
sull’utilizzo delle cellule embrionali c’è il desiderio di molte coppie sterili
di avere un figlio. Non è un’aspirazione comprensibile?
Il desiderio delle coppie sterili di avere un figlio è non solo comprensibile ma anche nobile. Deve però essere attuato rispettando i diritti del nascituro: alla vita, alla salute, all’identità genetica, ad avere una vera famiglia, unita e stabile. Non per niente l’ordinamento giuridico prevede in molti casi che il bene dei figli debba prevalere sui desideri degli adulti.
Lei, Eminenza, per molti anni è stato
insegnante ai licei e poi docente di teologia. A suo avviso quale pedagogia
dovrebbe usare
La comunità cristiana deve testimoniare con il suo comportamento la dignità di ogni persona, specialmente se debole e indifesa; deve invitare gli uomini di oggi a dare più peso alla ragione che alle impressioni e agli interessi individuali, sollecitandoli alla coerenza nelle scelte sulla vita umana.
C’è il rischio che con questo
referendum si riapra lo scontro tra laici e cattolici in Italia?
La questione posta dal referendum non è una questione
propriamente religiosa, ma etica e razionale. Nel 1976 Giorgio
L’Eucarestia, mistero di luce
per gli uomini del nostro tempo
|
I |
n consonanza piena con l’Anno
Eucaristico che
L’uomo contemporaneo è un assetato
di luce nel cuore e nella mente. L’Eucarestia è la risposta più appropriata e
pertinente a questa sete. La luce emanata dall’Eucarestia dirada le ombre
proprie del nostro tempo e del nostro cuore e rende ancora più sfolgoranti le
pur tante luci che rendono questo mondo amabile e degno di essere vissuto.
Non solo. I cristiani sono
chiamati a diffondere questa luce laddove regnano le tenebre. Bisogna
riconoscere che la missione dei cristiani ha già prodotto tante luci, motivo di
gioia e di speranza per il futuro: la crescita stessa della Chiesa, il suo
risveglio nelle anime e nei cuori, con una promettente fioritura di santità ;
l’apporto costante dei cristiani nella difesa della dignità e dei diritti in
tutto il mondo; l’entusiasmo e l’impegno che distinguono tanti giovani
cristiani, le “sentinelle del mattino”; la lotta indefessa per la cultura della
vita, della solidarietà con i poveri e con gli indifesi; la crescente sensibilità
verso il creato, da onorare come un dono della bontà e della bellezza di Dio e
da salvaguardare come risorsa primaria di vita. Tutto ciò è stato sempre
compreso e compiuto nella luce dell’Eucarestia, che continuamente accompagna il
popolo di Dio pellegrinante nella storia.
Se focalizziamo l’attenzione sul mistero
dell’Eucarestia, ci rendiamo conto di quali siano le sorgenti che sprigionano
la luce per l’uomo. È il Papa che nella Lettera Mane nobiscum Domine
indica una prima sorgente nella Parola di Dio, proclamata nella
celebrazione eucaristica. Mai come oggi i cristiani hanno avuto la possibilità
d’accostarsi alla Parola di Dio, distribuita dalla liturgia in maniera così
abbondante e interpretata dalla celebrazione stessa in modo così efficace e penetrante
per la vita. Ancor più, tra i princìpi teologico-liturgici che governano il
rapporto tra celebrazione e Parola di Dio vi è quello che
Una seconda sorgente di luce
il Papa la individua in quella seconda mensa del Corpo e del Sangue del Signore
a cui il cristiano partecipa nella celebrazione eucaristica. Essa è insieme
sacrificio e convito. Attraverso la grande preghiera eucaristica l’assemblea
dei fedeli è trasportata nella fede, in forza dello Spirito Santo a quel giorno
unico e irripetibile dell’ultima Cena del Signore con i suoi apostoli, in cui
nei simboli del pane e del vino espresse il sacrificio del suo Corpo e del suo
Sangue per la remissione dei peccati che si sarebbe realizzato il giorno dopo
sulla croce, fino all’evento che ha determinato il cambiamento della storia,
cioè la sua risurrezione.
Nell’Eucarestia è racchiuso il
centro della salvezza. Partecipandovi, i cristiani rinnovano se stessi nel
sacrificio di Cristo e assumendo il suo Corpo e il suo Sangue, fanno comunione
con Lui, ossia entrano nei suoi stessi sentimenti e nella sua logica d’azione e
dunque escono dalla celebrazione con cuore e volto di testimoni, di missionari,
di martiri, realizzando l’appello del Maestro: “Voi siete la luce e il sale
della terra”.
Dal grande mistero di luce nascono
così già da ora un nuovo cielo e una nuova terra(cfr.Ap 21,1).
|
“O |
ggi
non ho voglia di andare a Messa”. “Sono stufo di sentire la solita predica”.
“Andiamo ad ascoltare quella Messa dove c’è quel sacerdote che è… simpatico e
parla molto bene”… Messa boicottata, Messa sopportata, Messa che vale a seconda
delle qualità del sacerdote, misurate su criteri… soggettivi, opinabili. Tante
sono le cause per una certa disaffezione all’incontro domenicale con Cristo
risorto, nel mondo giovanile e non…
Può
essere molto suggestivo partecipare alla processione del Corpus Domini come
alcuni di noi hanno fatto giovedì scorso, può essere molto appagante
trascorrere un’ora in adorazione dell’Eucarestia, come diversi di noi hanno
fatto ancora giovedì scorso e intendono fare venerdì prossimo Festa del Sacro
Cuore di Gesù, ma tutto questo avrà veramente senso se sarà espressione di una
franca e concreta donazione di sé all’altro.
L’Eucarestia
non va solo celebrata e adorata, ma soprattutto vissuta, altrimenti, come dice
san Paolo “mangiamo e beviamo la nostra condanna”. Ma pare utile a
questo proposito riconoscer che il cristianesimo non è una religione rituale,
nel senso che i riti ci sono e sono significativi solo se, e nella misura in
cui, esprimono un atteggiamento esistenziale. La fede cristiana, e quindi anche
l’Eucarestia, non si esauriscono in un fatto celebrativo, ma traducono
un’esperienza, altrimenti non hanno senso. Quello che esprimiamo facendo la
comunione è il desiderio di vivere una vita di comunione con gli uomini e con
Dio. Per questo è importante celebrare l’Eucarestia in comunità, nell’assemblea
domenicale, e non andare alla ricerca di una bella esperienza personale,
solitaria, in luoghi mistici, che possono anche comunicare delle belle
sensazioni, ma che non ci impegnano a cambiare atteggiamento e a convertirci al
servizio.
Il
corpo dato e il sangue versato sono l’espressione di una vita donata, non una
volta, ma ogni giorno, spesa nel servizio dell’altro e nella testimonianza resa
al Signore. L’Eucarestia impegna a costruire relazioni di comunione, a farsi
carico dell’altro nella sua concretezza, non dell’altro in versione ideale, ma
dell’altro che mi dà fastidio, mi annoia, si ripete, e non è mai attento alle
mie esigenze.
Solo
vivendola così si comprende che
Giornata Comunitaria
|
A |
conclusione
dell’Anno Pastorale, il Consiglio Parrocchiale nella riunione del 19 maggio ha
proposto una giornata comunitaria da trascorrere presso il Santuario di
Cercina.
La giornata fissata è la domenica 19 giugno. Ci si
ritrova con i propri mezzi presso gli spazi esterni del complesso parrocchiale
verso le ore 10, per raggiungere, entro le 10:45 il Santuario e di aver modo di
preparare comunitariamente la liturgia della Messa che viene celebrata alle
11:30.
Segue il momento conviviale e di fraternità. Alle 15
scambio di esperienze e di valutazioni della vita della comunità e sul cammino
fatto e… da fare.
Alle 16 recita del Rosario e
dei Vespri.
Gloria
al Padre, al Figlio, allo Spirito Santo: a Dio che è, che era e che viene”
(cfr. canto al Vangelo).
Mistero
fondamentale e caratteristico del cristianesimo è il dogma dell’esistenza di
Dio in tre persone uguali e distinte nell’unità della natura. La rivelazione di
Dio Trinità è propria del Nuovo Testamento (anche se in alcuni passi
dell’Antico si potrebbe intravedere un annuncio di ciò che solo con Gesù
maturerà consapevolmente). Troviamo
Nell’ultimo
capitolo del Vangelo di Matteo è Gesù stesso che inviando i suoi ad
evangelizzare le genti suggerisce la formula per il conferimento del Battesimo:
“Andate dunque e ammaestrate tutte le nazioni, battezzandole nel nome del
Padre e del Figlio e dello Spirito Santo” (Mt 28,19). Nel quarto Vangelo si
precisa che lo Spirito Santo procede dal Padre e dal Figlio: “Quando però
verrà lo Spirito di verità, egli vi guiderà alla verità tutta intera, perché
non parlerà da sé, ma dirà tutto ciò che avrà udito e vi annunzierà le cose
future. Egli mi glorificherà, perché prenderà del mio e ve l’annuncerà. Tutto
quello che il Padre possiede è mio; per questo ho detto che prenderà del mio e
ve l’annunzierà” (Gv 16, 13-15).
Frequentemente
Paolo usa formule trinitarie per parlare 1) del mistero trinitario: “Quando
venne la pienezza del tempo, Dio mandò il suo Figlio, nato da donna, nato sotto
la legge perché ricevessimo l’adozione a figli. E che voi siate figli, ne è prova
il fatto che Dio ha mandato nei nostri cuori lo Spirito del suo Figlio che
grida: «Abbà, Padre»” (Gal 4, 4 ss). 2) e della realtà della vita cristiana
“Tutti quelli infatti che sono guidati dallo Spirito di Dio, costoro sono
figli di Dio. E voi non avete ricevuto uno spirito da schiavi per ricadere
nella paura, ma avete ricevuto uno spirito da figli per mezzo del quale
gridiamo: «Abbà, Padre!» Lo Spirito stesso attesta al nostro spirito che siamo
figli di Dio. E se siamo figli, siamo anche eredi: eredi di Dio, coeredi di
Cristo, se veramente partecipiamo alle sue sofferenze per partecipare anche
alla sua gloria” (Rom 8,14-17).
Anche
nella prima lettera di Pietro il saluto augurale è fatto in nome della Trinità:
“Pietro, apostolo di Gesù Cristo, ai fedeli
dispersi nel Ponto, nella Galazia, nella Cappadocia, nell’Asia e nella Bitinia,
eletti secondo la prescienza di Dio Padre, mediante la santificazione dello
Spirito, per obbedire a Gesù Cristo e per essere aspersi del suo sangue: grazia
e pace a voi in abbondanza” (1Pt
1,1 ss).
C’è da auspicare che la lettura e la rilettura di
questi testi “trinitari”, stupendi e pregnanti, ci aiuti a formarci una
spiritualità trinitaria autentica e a renderci consapevoli del valore e del
significato del segno di croce che spesso viene ridotto a scaramanzia… e
si smentisca quella affermazione secondo la quale dal tempo delle eresie
trinitarie, sofferenza e prova della chiesa, siamo giunti al tempo della…
irrilevanza trinitaria…
Pensieri di Padre Balducci
|
M |
ercoledì scorso si è svolto in parrocchia l’annunciato incontro sul
tema attuale e complesso della procreazione promosso dal Circolo M.C.L. insieme
alla Parrocchia. Non è possibile riassumere in questa sede i contenuti dei vari
conferenzieri che hanno rivelato grande competenza e serietà. Utilizziamo il
poco spazio che ci è concesso per ritornare su un tema che è certamente
elemento nodale sul dibattito: il rapporto tra scienza e fede; se alla scienza
è tutto lecito. Riferiamo tre pensieri di Padre Balducci presi dal volume di
Andrea Corsini “In nome
dell’uomo. Per conoscere Padre Balducci”:
1.
Tutto
ciò che la scienza può, è lecito: è un luogo comune che è difficile mettere in
discussione. E invece va messo in discussione. Non che il conoscere violi di
per sé la responsabilità dell'uomo.
Conoscere il male non vuoi dire fare il male, conoscere le zone delicate
dell'atomo fisico e dell'atomo genetico, diciamo così, non vuoi dire manipolare
la realtà, vuoI dire trovarsi nel rischio di farlo. Ecco perché il conoscere
scientifico va continuamente collegato con un atteggiamento di carattere
generale, con un'opzione di fondo che, se è di servizio alla vita, ci porta a
sbocchi positivi, se è di dominio ci porta a sbocchi spaventosi.
2.
Noi dobbiamo porre lo scienziato di fronte alla sua
responsabilità etica che lo propone non al servizio del principe, ma al
servizio dell'uomo. Provvidenzialmente l'ideologia del dominio è in debacle.
Siamo tutti qui a constatare che cosa ha prodotto l'ideologia dell'uomo
dominatore della natura. Noi siamo di fronte a segnali apocalittici, che del
resto gli stessi scienziati avallano con le loro dichiarazioni [...]. Lo scotto
storico che noi paghiamo per questa sicurezza dell'uomo
dominatore è il pessimismo diffuso, è il dilagare degli atteggiamenti apocalittici
che prosperano anche in gruppi religiosi, che esprimono l'indifferenza assoluta
per il futuro, l'accettazione della catastrofe come orizzonte dell’
esistenza.
3.
Noi siamo ai primi passi di questa intromissione
dell'uomo dentro il sistema vivente senza la garanzia dell'autocontrollo e
senza il sentimento di responsabilità verso il futuro della vita in genere e
della vita umana in particolare per cui sento di poter dire che il
nuovo imperativo categorico dello scienziato, nella fase del conoscere e nella
fase applicativa tecnologica, è questo: agisci in modo che le conseguenze delle
tue azioni siano compatibili con una vita autenticamente umana sulla terra. È
il nuovo imperativo che gli scienziati oggi devono far proprio. E' finita
dunque la storia della scienza irresponsabile, che non tien conto se non delle
esigenze del puro conoscere, e comincia l'era di una scienza che deve assumersi
le responsabilità del futuro mondo, fino ad arrivare a porre limiti a se stessa
e ad accettare delle frontiere invalicabili.
Congresso Eucaristico
|
I |
temi eucaristici che si svolgono a Bari nella
settimana del Congresso costituiscono una preziosa miniera per scoprire il
valore dell’Eucarestia e della domenica che ne costituisce il cuore. Amiamo
riportarli:
IL CALENDARIO DEL CONGRESSO
ÄSabato 21: Inaugurazione del XXIV Congresso Eucaristico Nazionale.
Tema: “Senza la domenica non possiamo vivere”;
ÄDomenica 22: La domenica giorno del Risorto – L’Eucaristia, dono della Trinità;
ÄLunedì 23: La domenica giorno della festa - L'Eucaristia
illumina la vita dell’uomo;
ÄMartedì 24: La domenica e la città dell’uomo – L’Eucaristia sorgente di un
mondo nuovo;
ÄMercoledì 25: La domenica giorno per la riconciliazione dei
cristiani;
ÄGiovedì 26: La domenica giorno della Chiesa – L’Eucaristia cuore della
domenica;
ÄVenerdì 27: La domenica giorno della carità – L’Eucaristia pane di fraternità;
ÄSabato 28: La domenica giorno della missione.
Ä Domenica 29 maggio: Celebrazione conclusiva del XXIV Congresso Eucaristico
Nazionale - Riuniti dal Risorto attorno
all’Eucaristia - Testimoni di Cristo speranza del mondo che libera l’uomo.
Amiamo
ancora una volta ritornare sull’argomento del Congresso Eucaristico Nazionale
servendoci questa volta di quelle preziose riflessioni che vengono riportate
sul foglio della liturgia di questa settimana.
«I CONGRESSI Eucaristici sono una sosta di
impegno e di preghiera a cui una comunità o Chiesa locale invita le Chiese
della medesima regione o della stessa nazione o del mondo intero, per approfondire
un qualche aspetto del mistero eucaristico... » (Cfr Rito della Comunione fuori della messa e culto eucaristico n. 105).
Tutte le Chiese d'Italia sono
invitate dunque a "sostare" con
tema infatti che viene
sottolineato e approfondito è tratto dagli Atti dei Martiri, precisamente dalla risposta di Emerito
al carnefice durante la persecuzione, ad Abitene nell'attuale Tunisia, sotto
l'imperatore Diocleziano (303), alla domanda: .Perché vi siete riuniti?». Anche
a nome dei suoi 48 compagni, Emerito rispose: «Non possiamo non riunirei,
senza la domenica non possiamo vivere».
La domenica fa l'identità del
cristiano: "La domenica è il giorno dei cristiani, è il nostro giorno!»,
dice san Girolamo. Si fa domenica partecipando al banchetto eucaristico! Da essa parte
un'onda di carità che si espande su tutta la vita dei fedeli. La domenica è il giorno fatto dal
Signore con le sue apparizioni di Risorto; è il giorno che anticipa il Giorno.
...È il giorno
che libera l'uomo.
Suor Cristina Cruciali
Credo nello Spirito Santo
|
S |
econdo il Vangelo di Giovanni, il
giorno stesso di Pasqua, Gesù appare ai suoi discepoli e dona loro lo Spirito
santo. Anzi lo “soffia” su di loro con un gesto insolito, che sembra richiamare
consapevolmente l’attività creatrice di Dio nel libro della Genesi (Dio “soffiò
nelle sue narici un alito di vita e l’uomo divenne un essere vivente” Gen 2,7).
L’azione di Gesù va collegata immediatamente con il comando di missione: “Come
il Padre ha mandato me, anch’io mando voi”. S’intende bene: non ci sono due
missioni successive (quella di Gesù e quella dei discepoli) la seconda delle
quali dovrebbe cercare di assomigliare alla prima; c’è un’unica missione,
voluta dal Padre, affidata a Gesù e continuata infine dai discepoli. Si
potrebbe tradurre il testo di Giovanni così: “Siccome il Padre ha mandato me,
anch’io…”. Siccome il Padre vuole che tutti gli uomini ricevano la pienezza
della vita e per questo ha mandato me nel mondo, anch’io, partecipe della
volontà stessa del Padre, mando voi nel mondo perché andiate e portiate il
frutto del Vangelo e trasmettiate a tutti gli uomini la vita che avete
ricevuto.
Spirito Santo e missione della
Chiesa
Si capisce allora che gli apostoli
abbiano bisogno dello Spirito. Può forse bastare l’intelligenza umana o
l’abilità umana, la buona volontà umana per compiere la missione di Cristo? Non
c’è un’enorme sproporzione? Per agire “come” Gesù e “in nome” di Gesù i
discepoli devono diventare nuove creature, devono essere rigenerati da quello
Spirito per opera del quale Cristo stesso è stato concepito. Perciò “ricevete
lo Spirito santo…”. Solo così i discepoli potranno, con la loro opera,
“rimettere i peccati” e cioè combattere e sconfiggere le forze negative del peccato
e la sua nefasta influenza sul mondo. Era stato il compito essenziale di Gesù,
“l’agnello di Dio che toglie i peccati del mondo” (Gv 1,29); sarà il compito
storico della chiesa: “a chi rimetterete i peccati saranno rimessi”
Quello che Giovanni colloca nel
giorno stesso di Pasqua, Luca lo riporta alla festa di Pentecoste, cinquanta
giorni dopo. Ma qui gli effetti del dono dello Spirito sono espressi in modo
diverso e originale. Il gruppo dei discepoli è radunato insieme nello stesso
luogo; appaiono lingue di fuoco che si posano su ciascuno dei presenti; allora
“essi furono tutti pieni di Spirito santo e cominciarono a parlare in altre
lingue come lo Spirito dava loro il potere d’esprimersi”.
Certo si può e si deve
sottolineare il coraggio di parlare, che lo Spirito comunica a persone che,
fino a poco prima, erano apparse timide e impaurite. Ma si deve insistere
soprattutto sul discorso profetico che gli apostoli diventano capaci di
comunicare. Non solo hanno il coraggio di parlare, ma hanno la capacità di dire
le parole di Dio, di interpretare e annunciare il disegno salvifico di Dio.
Certo, la parola di Dio è Gesù
Cristo; ma la parola che gli apostoli annunciano non è una cosa diversa da Gesù
Cristo, è piuttosto Gesù Cristo nella forma del discorso umano. San Paolo
scrive ai Tessalonicesi: “Quando avete accolto da noi la parola della
predicazione, l’avrete accolta non quale parola di uomini ma, come è veramente,
quale parola di Dio che opera in voi che credete” (1 Ts 2,13). Non è certo la
propria acutezza mentale che permette all’apostolo di pronunciare una parola di
Dio autentica; è piuttosto, secondo san Luca, il dono dello Spirito.
“Senza
|
è |
il tema del Congresso Eucaristico Nazionale,
che si svolge a Bari dal 21 al 29 maggio. Il Congresso ci aiuta a vivere meglio
questo “Anno dell’Eucarestia”, anno particolarmente ricco di grazia.
Riscopriamo, custodiamo e viviamo pienamente la domenica come giorno del
Signore e giorno della Chiesa.
“Senza la
domenica non possiamo vivere” è un’espressione pronunciata da Emerito, uno dei
martiri di Abitène (una località dell’attuale Tunisia), che nel 304,
disobbedendo ai divieti dell’Imperatore Diocleziano, hanno preferito andare
incontro alla morte piuttosto che tradire la fede nel Cristo, rinunciando a
celebrare l’Eucarestia domenicale. I martiri hanno capito che c’è una ragione
per cui vale la pena di dare la vita: l’amore di Dio e dei fratelli.
La
testimonianza di questi “martiri della domenica” interpella, oggi, anche noi e
ci sollecita a riscoprire il senso e il valore della domenica. Il Papa Giovanni
Paolo II, nella lettera apostolica scritta all’inizio di questo Anno
dell’Eucarestia, ci ha esortato, ancora una volta, a dare “particolare
rilievo all’Eucarestia domenicale e alla stessa Domenica, sentita, come giorno
speciale della fede, giorno del Signore risorto e del dono dello Spirito, vera
Pasqua della settimana” (Mane nobiscum Domine,n°. 8).
È uno degli
obiettivi indicati dai Vescovi italiani per questo decennio: «La comunità
cristiana potrà essere una comunità di servi del Signore soltanto se custodirà
la centralità della domenica, “giorno fatto dal Signore” (Sal
118,24), “Pasqua settimanale”, con al centro la
celebrazione dell’Eucarestia» (Comunicare il Vangelo in un mondo
che cambia, N. 47).
Se Egli non
fosse risorto, la nostra fede sarebbe senza fondamento. Per questo, fin
dall’inizio, quell’anonimo “primo giorno dopo il sabato” è diventato per i
cristiani il “giorno del Signore”.
Giornata mondiale delle
Comunicazioni Sociali
In
occasione della 39ª Giornata mondiale delle Comunicazioni Sociali, riportiamo
il Messaggio che Papa Giovanni Paolo II aveva redatto per l’opportunità:
“Cari
fratelli e sorelle
1: Nella
Lettera di San Giacomo leggiamo «E dalla stessa bocca che esce benedizione e
maledizione. Non deve essere così, fratelli miei» (Gc 3,10). Le Sacre
Scritture ci ricordano che le parole hanno un potere straordinario e possono
unire i popoli o dividerli, creando legami di amicizia o provocando ostilità.
Questo è valido non solo per le parole pronunciate da una persona nei confronti
di un'altra: lo stesso concetto si applica anche alla comunicazione, a
qualsiasi livello essa avvenga. Le moderne tecnologie hanno a loro disposizione
possibilità senza precedenti per operare il bene, per diffondere la verità
della nostra salvezza in Gesù Cristo e per promuovere l'armonia e la
riconciliazione. Eppure, il loro cattivo uso può fare un male incalcolabile,
dando origine all'incomprensione, al pregiudizio e addirittura al conflitto. Il
tema scelto per
2. Un modo pregevole per
raggiungere questo scopo è l'educazione. I media possono educare milioni di
persone circa altre parti del mondo e altre culture. A buon motivo, sono stati
definiti “il primo Areopago dell'era moderna... per molti il principale
strumento informativo e formativo, di guida e di ispirazione per i
comportamenti individuali, familiari, sociali” (Redemptoris
missio, 37). Un'attenta conoscenza promuove la
comprensione, dissipa il pregiudizio e incoraggia ad imparare di più. Le
immagini in particolare hanno il potere di trasmettere impressioni durevoli e
di sviluppare determinati comportamenti. Insegnano alla gente come considerare
i membri di altri gruppi e nazioni, influenzando sottilmente se considerarli
amici o nemici, alleati o potenziali avversari.
Quando gli altri vengono
rappresentati in modo ostile, si spargono semi per un conflitto che può
facilmente sfociare nella violenza, nella guerra, addirittura nel genocidio.
Invece di costruire l'unità e la comprensione, i media possono demonizzare
altri gruppi sociali, etnici e religiosi, fomentando la paura e l'odio. I
responsabili dello stile e dei contenuti di quanto viene comunicato hanno il serio
dovere di assicurare che questo non avvenga. Anzi, i media hanno un potenziale
enorme per promuovere la pace e costruire ponti di dialogo tra i popoli,
rompendo il ciclo fatale di violenza, rappresaglia e nuova violenza, oggi così
diffuso. Come afferma San Paolo nelle parole che costituiscono la base del
Messaggio per
3. Se un tale contributo alla
realizzazione della pace è uno dei modi in cui i media possono avvicinare i
popoli, un altro è la loro influenza per realizzare una veloce mobilitazione di
aiuti in risposta ai disastri naturali. E stato consolante vedere quanto
velocemente la comunità internazionale ha risposto al recente tsunami che ha
provocato vittime incalcolabili. La rapidità con cui oggi si propagano le
notizie accresce chiaramente la possibilità di prendere in tempo misure
pratiche per offrire il maggior sostegno possibile. In questo modo i media
possono conseguire un'immensa quantità di bene.
4. Il Concilio Vaticano II ha
ricordato: “Per usare rettamente questi strumenti è assolutamente necessario
che coloro i quali se ne servono conoscano le norme della legge morale e le
osservino fedelmente" (Inter mirifìca, 4). Il principio etico fondamentale
è il seguente: “La persona umana e la comunità umana sono il fine e la misura
dell'uso dei mezzi di comunicazione sociale. La comunicazione dovrebbe essere
fatta da persone a beneficio dello sviluppo integrale di altre persone” (Etica
nelle comunicazioni sociali, 21). Prima di tutto, dunque, i comunicatori stessi
devono mettere in pratica nella propria vita i valori ed i comportamenti che
sono chiamati ad insegnare agli altri. In particolare, questo richiede un
impegno autentico per il bene comune - un bene che non è confinato nei limitati
interessi di un determinato gruppo o di una nazione, ma che abbraccia i bisogni
e gli interessi di tutti, il bene dell'intera famiglia umana (cfr Pacem in
terris, 132). I comunicatori hanno l'opportunità di promuovere una vera cultura
della vita prendendo loro stessi le distanze dall'attuale cospirazione a danno
della vita (cfr Evangelium vitae, 17) e trasmettendo la verità sul valore e la
dignità di ogni persona umana.
5. Il modello e l'esempio di ogni
comunicazione si trova nella Parola di Dio. "Dio, che aveva già parlato
nei tempi antichi molte volte e in diversi modi ai padri per mezzo dei profeti,
ultimamente, in questi giorni, ha parlato a noi per mezzo del Figlio" (Eb
1,1). Il Verbo incarnato ha stabilito un nuovo patto tra Dio e il suo popolo un
patto che unisce anche noi in comunione gli uni con gli altri. “Egli è la
nostra pace, colui che ha fatto dei due un popolo solo, abbattendo il muro di
separazione che era frammezzo, cioè l’inimicizia” (Ef 2,14). In occasione della
Giornata Mondiale delle Comunicazioni Sociali di quest'anno, la mia preghiera
chiede che gli uomini e le donne dei media facciano la loro parte per abbattere
il muro di ostilità che divide il nostro mondo, muro che separa popoli e
nazioni alimentando l'incomprensione e la sfiducia; affinché sappiano
utilizzare le risorse a loro disposizione per consolidare i vincoli di amicizia
e di amore che indicano chiaramente l'inizio del Regno di Dio qui sulla terra.”
L’omelia
tenuta da Papa Benedetto XVI
|
R |
iportiamo parte della bellissima
omelia tenuta da Papa Benedetto XVI in occasione della Messa di inizio del suo
Pontificato. Consigliamo vivamente a tutti i fedeli di leggere ed approfondire tale
omelia, possibilmente in tutta la sua interezza.
“[…] Invece di esporre un
programma io vorrei semplicemente cercare di commentare i due segni con cui
viene rappresentata liturgicamente l'assunzione del Ministero Petrino; entrambi
questi segni, del resto, rispecchiano anche esattamente ciò che viene
proclamato nelle letture di oggi. Il primo segno è il Pallio, tessuto in pura
lana, che mi viene posto sulle spalle. Questo antichissimo segno, che i Vescovi
di Roma portano fin dal IV secolo, può essere considerato come un'immagine del
giogo di Cristo, che il Vescovo di questa città, il Servo dei Servi di Dio,
prende sulle sue spalle. Il giogo di Dio è la volontà di Dio, che noi
accogliamo.
E questa volontà non è per noi un
peso esteriore, che ci opprime e ci toglie la libertà. Conoscere ciò che Dio
vuole, conoscere qual è la via della vita - questa era la gioia di Israele, era
il suo grande privilegio. Questa è anche la nostra gioia: la volontà di Dio non
ci aliena, ci purifica, magari in modo anche doloroso, e così ci conduce a noi
stessi. In tal modo, non serviamo soltanto Lui ma la salvezza di tutto il
mondo, di tutta la storia. In realtà il simbolismo del Pallio è ancora più
concreto: la lana d'agnello intende rappresentare la pecorella perduta o anche
quella malata e quella debole, che il pastore mette sulle sue spalle e conduce
alle acque della vita. La parabola della pecorella smarrita, che il pastore
cerca nel deserto, era per i Padri della Chiesa un'immagine del mistero di
Cristo e della Chiesa. L'umanità noi tutti - è la pecora smarrita che, nel
deserto, non trova più la strada. Il Figlio di Dio non tollera questo; Egli non
può abbandonare l'umanità in una simile miserevole condizione. Balza in piedi,
abbandona la gloria del cielo, per ritrovare la pecorella e inseguirla, fin
sulla croce. La carica sulle sue spalle, porta la nostra umanità, porta noi
stessi. Egli è il buon pastore, che offre la sua vita per le pecore. Il Pallio
dice innanzitutto che tutti noi siamo portati da Cristo. Ma allo stesso tempo
ci invita a portarci l'un l'altro. Così il Pallio diventa il simbolo della
missione del pastore, di cui parlano la seconda lettura ed il Vangelo. La santa
inquietudine di Cristo deve animare il pastore: per lui non è indifferente che
tante persone vivano nel deserto. E vi sono tante forme di deserto. Vi è il
deserto della povertà, il deserto della fame e della sete, vi è il deserto
dell'abbandono, della solitudine, dell'amore distrutto. Vi è il deserto
dell'oscurità di Dio, dello svuotamento delle anime senza più coscienza della
dignità e del cammino dell'uomo. I deserti esteriori si moltiplicano nel mondo,
perché i deserti interiori sono diventati così ampi.
Perciò i tesori della terra non
sono più al servizio dell'edificazione del giardino di Dio, nel quale tutti
possano vivere, ma sono asserviti alle potenze dello sfruttamento e della
distruzione.
Noi soffriamo per la pazienza di
Dio. E nondimeno abbiamo tutti bisogno della sua pazienza. Il Dio, che è
divenuto agnello, ci dice che il mondo viene salvato dal Crocifisso e non dai
crocifissori. Il mondo è redento dalla pazienza di Dio e distrutto
dall'impazienza degli uomini.
Una delle caratteristiche
fondamentali del pastore deve essere quella di amare gli uomini che gli sono
stati affidati, così come ama Cristo, al cui servizio si trova. «Pasci le mie
pecore», dice Cristo a Pietro, ed a me, in questo momento. Pascere vuol dire
amare, e amare vuol dire anche essere pronti a soffrire. Amare significa: dare
alle pecore il vero bene, il nutrimento della verità di Dio, della parola di
Dio, il nutrimento della sua presenza, che egli ci dona nel Santissimo
Sacramento. Cari amici - in questo momento io posso dire soltanto: pregate per
me, perché io impari sempre più ad amare il Signore. Pregate per me, perché io
impari ad amare sempre più il suo gregge - voi,
“[…]Il secondo segno, con cui
viene rappresentato nella liturgia odierna l'insediamento nel Ministero
Petrino, è la consegna dell'anello del pescatore. La chiamata di Pietro ad
essere pastore, che abbiamo udito nel Vangelo, fa seguito alla narrazione di una
pesca abbondante: dopo una notte, nella quale avevano gettato le reti senza
successo, i discepoli vedono sulla riva il Signore Risorto. Egli comanda loro
di tornare a pescare ancora una volta ed ecco che la rete diviene così piena
che essi non riescono a tirarla su; 153 grossi pesci: «E sebbene fossero così
tanti, la rete non si strappò» (Gv 21, 11). Questo racconto, al termine del
cammino terreno di Gesù con i suoi discepoli, corrisponde ad un racconto
dell'inizio: anche allora i discepoli non avevano pescato nulla durante tutta
la notte; anche allora Gesù aveva invitato Simone ad andare al largo ancora una
volta. E Simone, che ancora non era chiamato Pietro, diede la mirabile
risposta: Maestro, sulla tua parola getterò le reti! Ed ecco il conferimento della
missione: 'Non temere! D'ora in poi sarai pescatore di uomini (Lc 5, 1
11)".
"Anche oggi viene detto alla
Chiesa e ai successori degli apostoli di prendere il largo nel mare della
storia e di gettare le reti, per conquistare gli uomini al Vangelo - a Dio, a
Cristo, alla vera vita. I Padri hanno dedicato un commento molto particolare
anche a questo singolare compito. Essi dicono così: per il pesce, creato per
l'acqua, è mortale essere tirato fuori dal mare. Esso viene sottratto al suo
elemento vitale per servire di nutrimento all'uomo. Ma nella missione del
pescatore di uomini avviene il contrario. Noi uomini viviamo alienati, nelle
acque salate della sofferenza e della morte; in un mare di oscurità senza luce.
La rete del Vangelo ci tira fuori dalle acque della morte e ci porta nello
splendore della luce di Dio, nella vera vita. È proprio così nella missione di
pescatore di uomini, al seguito di Cristo, occorre portare gli uomini fuori dal
mare salato di tutte le alienazioni verso la terra della vita, verso la luce di
Dio. È proprio così: noi esistiamo per mostrare Dio agli uomini. E solo laddove
si vede Dio, comincia veramente la vita. Solo quando incontriamo in Cristo il
Dio vivente, noi conosciamo che cosa è la vita. Non siamo il prodotto casuale e
senza senso dell'evoluzione. Ciascuno di noi è il frutto di un pensiero di Dio.
Ciascuno di noi è voluto, ciascuno è amato, ciascuno è necessario. Non vi è
niente di più bello che essere raggiunti, sorpresi dal Vangelo, da Cristo. Non
vi è niente di più bello che conoscere Lui e comunicare agli altri l'amicizia
con lui. Il compito del pastore, del pescatore di uomini può spesso apparire
faticoso. Ma è bello e grande, perché in definitiva è un servizio alla gioia,
alla gioia di Dio che vuol fare il suo ingresso nel mondo".
"Vorrei qui rilevare ancora
una cosa: sia nell'immagine del pastore che in quella del pescatore emerge in
modo molto esplicito la chiamata all'unità. «Ho ancora altre pecore, che non
sono di questo ovile; anch'esse io devo condurre ed ascolteranno la mia voce e
diverranno un solo gregge e un solo pastore» (Gv 10, 16), dice Gesù al termine
del discorso del buon pastore. E il racconto dei 153 grossi pesci termina con
la gioiosa constatazione: «sebbene fossero così tanti, la rete non si strappò»
(Gv 21, 11). Ahimè, amato Signore, essa ora si è strappata! vorremmo dire
addolorati. Ma no - non dobbiamo essere tristi! Rallegriamoci per la tua
promessa, che non delude, e facciamo tutto il possibile per percorrere la via
verso l'unità, che tu hai promesso. Facciamo memoria di essa nella preghiera al
Signore, come mendicanti: sì, Signore, ricordati di quanto hai promesso. Fà che
siamo un solo pastore ed un solo gregge! Non permettere che la tua rete si
strappi ed aiutaci ad essere servitori dell'unità! In questo momento il mio
ricordo ritorna al 22 ottobre 1978, quando Papa Giovanni Paolo II iniziò il suo
ministero qui sulla Piazza di San Pietro. Ancora, e continuamente, mi risuonano
nelle orecchie le sue parole di allora: 'Non abbiate paura, aprite anzi spalancate
le porte a Cristo!' Il Papa parlava ai forti, ai potenti del mondo, i quali
avevano paura che Cristo potesse portar via qualcosa del loro potere, se lo
avessero lasciato entrare e concesso la libertà alla fede. Sì, egli avrebbe
certamente portato via loro qualcosa: il dominio della corruzione, dello
stravolgimento del diritto, dell'arbitrio. Ma non avrebbe portato via nulla di
ciò che appartiene alla libertà dell'uomo, alla sua dignità, all'edificazione
di una società giusta. Il Papa parlava inoltre a tutti gli uomini, soprattutto
ai giovani. Non abbiamo forse tutti in qualche modo paura - se lasciamo entrare
Cristo totalmente dentro di noi, se ci apriamo totalmente a lui paura che Egli
possa portar via qualcosa della nostra vita? Non abbiamo forse paura di
rinunciare a qualcosa di grande, di unico, che rende la vita così bella? Non
rischiamo di trovarci poi nell'angustia e privati della libertà? Ed ancora una
volta il Papa voleva dire: no! chi fa entrare Cristo, non perde nulla, nulla -
assolutamente nulla di ciò che rende la vita libera, bella e grande. No! Solo
in quest'amicizia si spalancano le porte della vita. Solo in quest'amicizia si
dischiudono realmente le grandi potenzialità della condizione umana. Solo in
quest'amicizia noi sperimentiamo ciò che è bello e ciò che libera.
Così, oggi, io vorrei, con grande
forza e grande convinzione, a partire dall'esperienza di una lunga vita
personale, dire a voi, cari giovani: non abbiate paura di Cristo! Egli non
toglie nulla, e dona tutto. Chi si dona a lui, riceve il centuplo. Sì, aprite,
spalancate le porte a Cristo e troverete la vera vita. Amen".
Il mese di maggio
|
S |
iamo
all’inizio del mese di maggio, mese dedicato tradizionalmente a Maria e quindi
adatto a risvegliare la devozione a Lei, vera Madre di Gesù e, per questo,
anche Madre nostra.
Ci
rivolgiamo a lei con particolare fervore per implorare, per la sua
intercessione, quei doni, quelle grazie che ci sembrano tanto importanti per la
serenità della nostra vita. Sono tanti i bisogni che ci portiamo appresso e che
ci rendono trepidanti: la salute nostra e di tanti fratelli e sorelle;
l’armonia coniugale e familiare spesso compromessa o minacciata; il vuoto
creato dalla scomparsa di persone particolarmente care; l’incomprensione da
parte di coloro da cui ci si aspetta aiuto e attenzione; problemi di natura
economica che per pudore si preferisce tacere; difficoltà educative nei
confronti dei figli; difficoltà nel lavoro o per il lavoro… Se poi si allarga
lo sguardo su orizzonti un po’ più ampi, si presentano drammi agghiaccianti: le
guerre, il terrorismo, la violenza, i disastri ambientali, le malattie, la
fame, l’analfabetismo, lo sfruttamento…
Quale
rimedio può rappresentare in questo panorama la devozione a Maria? Non può
costituire un pretesto o un rifugio per chiudere gli occhi e giustificare il
proprio disimpegno? Noi siamo convinti del contrario. Siamo convinti cioè che
la preghiera fiduciosa, quella che eleviamo confidente e filiale a Maria , in
particolar modo nel mese di maggio, ci aiuti ad affrontare le varie situazioni
e problemi con uno spirito più tenace e concreto, meno astratto e retorico; ci
confermi nell’intendimento di lottare per cambiare quello che è possibile,
misurando le proprie forze e capacità.
Il 13
maggio a tre bambini di Fatima appare Maria. Fa tenerezza questo fatto: sempre
la medesima linea da parte di Maria, il medesimo metodo.
È con
questo spirito che intendiamo promuovere anche quest’anno per il mese di maggio
celebrazioni eucaristico-mariane nelle varie località del Quartiere: verranno
mano a mano comunicate. La prossima settimana sono previste le seguenti tutte
alle ore 21: in Via Ragionieri – martedì 3; in Via Boito – mercoledì 4; in Via
del Termine – giovedì 5; in Via Bellini – venerdì 6.
In
parrocchia poi, ogni sera, prima della Messa vespertina verrà recitato il santo
Rosario, mentre l’ultimo giorno del mese, nella festa liturgica della
Visitazione di Maria ad Elisabetta, verrà conferito agli anziani, infermi e
malati, alle ore 10 il Sacramento della santa Unzione e alla sera chiuderemo
devotamente il mese mariano con la preghiera all’esterno del complesso, davanti
all’effigie della Madonna, presso il tabernacolo
sistemato
dai fedeli dopo i danni causati dal maltempo.
Infine ci
è sempre motivo di gioia precisare le celebrazioni liturgiche di questo ultimo
periodo dell’anno pastorale:
Øil conferimento della Cresima a
un piccolo gruppo di giovani-adulti nella Veglia di Pentecoste: sabato 14
maggio ore 21;
Øle prime Confessioni per un
nutrito gruppo di bambini: domenica 8 ore 15;
Øla prima Comunione per un altro
cospicuo gruppo di bambini nelle domeniche 22 e 29;
Sono tutte
occasioni di festa e di riconoscenza al Signore al cui rendimento di grazie
intendiamo dedicare l’intera giornata di giovedì 26 nel corso della settimana
del Congresso Eucaristico Nazionale che si celebra a Bari. Il rendimento di
grazie lo sentiamo in forma impetuosa anche perché siamo ancora tutti
felicemente sorpresi per l’elezione del nuovo Papa, Benedetto XVI. Anche se
chiamato a succedere ad un Pontefice “santo e grande” siamo certi che non
deluderà le attese e speranze più ardite. Egli più volte ha sollecitato la
preghiera di tutti i cristiani. Noi non vogliamo rifiutargliela anzi, diventa
per noi un impegno gratificante per meglio accreditare al Signore e a sua Madre
le tante richieste che ci stanno a cuore.
Gesù, la verità che
diventa vita
|
L |
’affermazione centrale del vangelo
di questa domenica: “Io sono la via, la verità e la vita” esprime in
termini concettuali quanto la liturgia aveva già proposto per via
esperienziale: il cammino verso Emmaus dei due discepoli scoraggiati, l’apertura
dei loro occhi sulla verità del Risorto, la corsa verso Gerusalemme per
l’annuncio pasquale.
Gesù non è un maestro di dottrina,
non offre formule segrete per accedere al mistero di Dio. Il Dio di Gesù è il
Padre amoroso verso tutti i suoi figli: “Nella sua casa ci sono molti
posti”. La verità di Gesù – la verità che è Gesù – è che Dio è amore,
e la vita di Gesù è tutta manifestazione e offerta di questo amore.
Nella vita di Gesù non c’è niente
che non sia sempre, solo e totalmente amore. Le azioni e gli insegnamenti di
Gesù, i suoi silenzi e la sua preghiera, le parabole e i miracoli, cenare con i
suoi e lavare loro i piedi, lasciarsi spogliare e mettere in croce: tutto è
dettato dall’amore.
Gesù non insegna la verità, non
trasmette nozioni su Dio, non detta norme cultuali e morali: Gesù è la verità
perché ama, una verità certa perché vista, udita, toccata con mano da quelli
che lo hanno seguito. Per questo la verità è inseparabile dalla via,
non si può credere alla verità di Gesù e andare per un’altra strada; se Gesù ci
fa “vedere il Padre”, è perché impariamo a vivere da figli.
|
Q |
uesto è il senso della affermazione
che Gesù è la vita; camminare per questa strada è vivere. La ricerca di
cose accertabili da parte di Tommaso – facci conoscere la via – e poi di
Filippo – mostraci il Padre – indicano resistenza, svelano la fatica di
lasciarsi andare e quasi la pretesa di “possedere” il mistero anziché lasciarsi
abbracciare e portare.
La vita poi si afferma, si dilata,
sviluppa infinite possibilità: “Chi crede in me, compirà le opere che io
compio e ne farà di più grandi…”. È la vita dei discepoli, il loro cammino
per le vie del mondo, la verità dell’amore che si dispiega nella storia
attraverso i testimoni del Vangelo. La vera storia della Chiesa è la storia dei
santi: evangelizzatori, educatori, contemplativi, missionari, maestri, vescovi
e… papi. Uomini e donne che per vie diverse e originali non hanno aderito a una
dottrina, ma hanno accolto il Signore Gesù come via, verità e vita.
|
A |
l termine della Messa, le parole “Nel
nome del Signore andate in pace” non significano: arrivederci a domenica
prossima, e nel frattempo ognuno va per la sua strada, si occupa delle proprie
cose… L’andare del congedo liturgico significa prendere sul serio
l’affermazione che Gesù è la via, e che il vivere dei cristiani è
annuncio, missione, testimonianza, fedeltà alla verità, cioè a Dio-Amore.
Vivere da cristiani è dire questa verità, proporla con il linguaggio dei fatti
e con la testimonianza delle opere: affermazione della dignità di ogni persona,
adesione leale e coraggiosa a ogni causa di giustizia, fecondità e accoglienza
in ogni famiglia: andare in pace nel senso di andare a costruire la pace!
Consiglio Pastorale ~ 14 aprile e
C.P. vicariale ~ 19 aprile
Le parrocchie in cammino verso
l’assemblea diocesana
|
I |
nsieme a tutte le comunità parrocchiali della
diocesi, ci stiamo preparando all’assemblea pastorale. Il Cardinal Antonelli ci
ha chiesto di esaminare uno schema di proposizioni che riguardano gli
indirizzi della pastorale per i prossimi anni, predisposto dal C.P. Diocesano.
Ci siamo confrontati con lo schema proposto e
abbiamo suggerito alcuni cambiamenti tesi a rendere le indicazioni contenute
più vicine alla nostra esperienza quotidiana e, ci pare, più aperte nel
linguaggio. Un lavoro simile è stato fatto anche dalle altre parrocchie del
Vicariato di Sesto-Calenzano e, nella riunione di martedì scorso, abbiamo messo
in comune le varie ipotesi di modifica trovando una buona convergenza e
sintonia. Il nostro direttore, Marco Cerruti, porterà al C.P.Diocesano la
sintesi del nostro lavoro, dove convergeranno anche quelle degli altri
vicariati.
è bello pensare che stiamo camminando tutti insieme,
nella nostra comunità e con tutte le altre sparse in un territorio così
vasto... sosteniamo con la preghiera questo cammino perché lo Spirito lo diriga
secondo
|
“ |
«La rapidità con cui è avvenuta
l’elezione - prosegue il Vescovo ausiliare - è un bel segno dell’unità
che ha caratterizzato il Collegio Cardinalizio e che è desiderio di tutta
«La preghiera intensa che anche a
Firenze ha accompagnato l'ultima fase della vita di Giovanni Paolo II e il
conclave - conclude mons. Maniago - è la stessa che offriamo con affetto al
nuovo Papa, rispondendo volentieri alla sua richiesta».
|
I |
l nuovo Papa, Benedetto XVI, a
conclusione della Messa celebrata la mattina di mercoledì 20 aprile nella
Cappella Sistina, ha letto il messaggio che indica le linee maestre alle quali
intende ispirarsi nel suo ministero pastorale.
Ne trascriviamo, data la
limitatezza dello spazio, solo il paragrafo 4 che fa da stimolo autorevole e
puntuale a vivere l’attuale Anno Pastorale dedicato all’Eucarestia:
“In maniera quanto mai
significativa, il mio Pontificato inizia mentre
L'Eucaristia rende costantemente
presente il Cristo risorto, che a noi continua a donarsi, chiamandoci a
partecipare alla mensa del suo Corpo e del suo Sangue. Dalla piena comunione
con Lui scaturisce ogni altro elemento della vita della Chiesa, in primo luogo
la comunione tra tutti i fedeli, l’impegno di annuncio e di testimonianza del
Vangelo, l’ardore della carità verso tutti, specialmente verso i poveri e i
piccoli.
In questo anno, pertanto, dovrà essere celebrata con
particolare rilievo
Il primo discorso di Papa
Benedetto XVI
“Cari fratelli e care
sorelle, dopo il grande Papa Giovanni Paolo II, i Signori Cardinali hanno
eletto me, un semplice e umile lavoratore della vigna del Signore. Mi consola
il fatto che il Signore
sa lavorare e agire
anche con strumenti insufficienti e soprattutto mi affido alle vostre
preghiere, nella gioia del Signore risorto, fiduciosi del Suo aiuto permanente.
Andiamo avanti, il Signore ci aiuterà, e Maria,
Sua Santissima Madre, sta dalla nostra parte.”
Un
Papa che non ha fatto sconti
|
È |
risaputo il fatto che Giovanni Paolo II ha
calamitato a sé milioni di persone e soprattutto giovani. Quello che non si evidenzia
di primo acchito è che, a differenza di tanti leaders religiosi e di tante
personalità anche ecclesiastiche, il Papa è sempre stato coerente, aperto, ma
non ha mai indicato strade facili da percorrere. Anzi, in tante occasioni ha
invitato i giovani e meno giovani a diffidare dalle vie facili, dalle false
lusinghe. Ai giovani ha detto: “Siate i santi del terzo
millennio!” E i giovani lo hanno capito. Ha sempre
invitato tutti a non temere e a spalancare le porte a Cristo, come disse
all’inizio del suo pontificato. Con la stessa coerenza non ha mai nascosto
nulla, specialmente le difficoltà. Ci ha insegnato a non avere paura della
malattia, del dolore, fino alla fine, sopraggiunta, significativamente, in
periodo pasquale – la festa del Cristo morto e risorto – e nel giorno dedicato
alla misericordia di Dio.
|
I |
n occasione della giornata Mondiale
di Preghiera per le vocazioni ci piace riportare l’ardente preghiera al Padre
celeste che, fin dall’11 agosto del 2004, il Papa Giovanni Paolo II ha voluto
comporre per ottenere “ferventi e santi sacerdoti ad ogni porzione del suo
gregge”.
Gesù, Figlio di Dio,
in
cui dimora la pienezza della divinità,
Tu chiami tutti i tuoi
battezzati a "prendere il largo",
percorrendo
le vie della santità.
Suscita
nel cuore dei giovani il desiderio
di
essere nel mondo di oggi
testimoni
della potenza del tuo amore.
Riempili con il tuo Spirito
di fortezza e di prudenza
che
li conduca nel profondo del mistero umano
perché
siano capaci di scoprire la piena verità
di
sé e della loro vocazione.
Salvatore
nostro,
mandato dal Padre per
rivelarne l'amore misericordioso
fa'
alla tua Chiesa il dono di giovani pronti
a
prendere il largo, per essere tra i fratelli
manifestazione della tua
presenza che rinnova e salva.
Vergine
santa, Madre del Redentore,
guida sicura nel cammino
verso Dio e il prossimo,
tu che hai conservato le sue
parole nell'intimo del cuore,
sostieni
con la tua materna intercessione
le
famiglie e le comunità ecclesiali,
affinché
aiutino gli adolescenti e i giovani
a rispondere generosamente
alla chiamata del Signore.
Amen.
Quando
a morire sono dei veri cristiani
|
L |
’esempio eclatante della morte di Papa
Giovanni Paolo 2° sembra quasi unico nel suo genere anche per tutta la
mobilitazione dei mass-media. Eppure in dimensioni assai meno appariscenti
troviamo tante persone addirittura sconosciute ai più, ma che hanno speso la
loro esistenza per la gloria di Dio e per il bene degli altri. Sappiamo anche
che la risurrezione di Cristo è stata un fatto unico nella storia. Agli uomini
non è dato risorgere se non alla fine dei secoli per congiungersi a Lui. Ma Dio
ci ha offerto tanti modi di sopravvivere già ora. Tra gli altri c’è anche
quello di rimanere con una presenza feconda di bene nel cuore di chi si è
amato, non tanto mediante solenni funerali, ricordi affettuosi e meno ancora
necrologi, fiori, monumenti, ma attraverso quelle persone a cui lasciano in
eredità il tesoro della fede e dell’amore, come questa mamma di cui riportiamo
la lettera trovata nel comodino dopo la sua morte.
Profondamente toccato da questa lettera
ricevuta da Bergamo, don Arturo ha consentito di pubblicarla, ovviamente senza
indicare nominativi per evidenti motivi di privacy.
“Carissimo Don Arturo,
mi
scusi anzitutto per il ritardo con cui rispondo alla sua affettuosa e
graditissima lettera, ma l’ultimo periodo dell’anno scolastico è sempre
strapieno di impegni e solo oggi ho trovato il tempo per farlo.
Anzitutto voglio ringraziarla di cuore
per la sua partecipazione al dolore mio e della mia famiglia.
Le sue condoglianze mi erano arrivate
tempe-stivamente, il giorno stesso del funerale, tramite […] ed anche qualcun
altro di cui, per la con-fusione del momento, non riesco però a ricordare
l’identità.
Sinceramente è stato un momento triste,
perché il distacco dalle persone che ci sono state tanto care è sempre molto
doloroso, anche se abbiamo la certezza che vanno a stare meglio… Specialmente
nei primi tempi ci si chiede come fa-remo ad andare avanti senza il loro
affetto, il loro appoggio, la loro vicinanza… Ma ora sono sicura che la mamma,
come il papà e tutti gli altri familiari, mi siano comunque vicini e che
l’amore che ci ha legati continui a tenerci uniti, grazie all’infinito amore
misericordioso del Padre, testimoniatoci da Gesù.
Ci è stato anche di conforto veder
spirare sere-namente nel sonno la nostra cara mamma, pro-prio come aveva
desiderato poche ore prima di perdere la conoscenza. «Vorrei addormentarmi e
non svegliarmi più» aveva detto e ringrazio il Signore per averla accontentata.
Almeno le ultime ore non ha sofferto, anche perché aveva già sofferto
abbastanza per la sua malattia, tra interventi, medicazioni, chemioterapia…
Eppure, anche nei momenti più difficili, è sempre stata un modello di fede e di
pazienza infinita, sopportando il dolore senza lamentarsi, preoccupata soltanto
di non procurare “disturbo” ai suoi figli.
Nel dolore per la sua perdita c’è stato
anche il conforto di un riavvicinamento tra noi fratelli. Non che ci siano mai
stati contrasti, ma ci si vede sempre poco: ognuno ha la sua famiglia, il suo
lavoro, i suoi impegni. Ci si ritrova tutti per Natale e in poche altre
occasioni. Gli ultimi giorni della mamma e il periodo successivo alla sua morte
sono stati momenti che ci hanno permesso di riscoprire il valore dei legami
famigliari e l’affetto che ci lega profondamente, anche se lo esprimiamo
raramente con le parole.
Ci resta senz’altro l’impegno (e io lo
sento in modo particolare, essendo la figlia maggiore) di seguire l’esempio dei
nostri genitori, di far fruttare tutto quello che abbiamo ricevuto, sperando di
essere all’altezza dei loro insegnamenti.
Tra le carte della mamma abbiamo trovato
questa preghiera, che desidero inviarle:
Preghiera della Mamma per i Figli
Signore ti affido i miei figli.
Veglia su di loro.
Li ho fatti crescere nella tua conoscenza.
Ho fatto loro conoscere ed amare il Tuo Amore.
Ora sono grandi,
si sono a poco a poco distaccati da me.
Ho cercato con impegno attento
di abituarli a fare a meno di me.
Di me, non di te, Signore.
Tu me li hai donati e affidati,
io li ho educati nel tuo nome.
Ora sono io che li affido a Te.
A Te che li puoi seguire dovunque,
meglio di quanto non abbia mai potuto fare io.
Signore io non ti prego di allontanare da loro
le difficoltà,
ma fa’ che essi trovino in Te la forza per
superarle;
così cresceranno spiritualmente.
Non ti prego di allontanare da loro i pericoli:
ma fa’ che li sappiano affrontare con coraggio
e bontà.
Non ti prego di evitare ad essi le delusioni
della vita
ma di conservare loro
solo così potranno rendere il mondo migliore.
E se di certo non mancherà ad essi,
Signore,
la loro parte di dolore quotidiano,
da’ ad essi, ti prego,
la forza di viverlo cristianamente e di
offrirlo a Te:
così diventeranno santi.
Veglia,
ti prego,
sui miei figli.
Che posso aggiungere? Prego il Signore
che mi aiuti a seguire il suo esempio e non potrò mai ringraziarla abbastanza
per tutto quello che mi ha dato. La ringrazio per avermi fatto incontrare anche
lei, carissimo Don Arturo e tutti gli altri amici del “gruppo”.
Sono ricordi belli, incancellabili e
stimolanti an-che adesso, all’impegno, alla responsabilità, per rendere il
mondo migliore.
La ringrazio, la
saluto e la ricorderò sempre nelle mie preghiere.
Con tanto affetto
Rossana
Per
una cultura dell’amore
|
I |
l
tempo pasquale vuole spingere la comunità cristiana a una più profonda esperienza
di fede nel Cristo risorto mediante la comprensione delle divine Scritture e la
partecipazione all’unico pane spezzato.
Gesù
risorto apre la mente e il cuore degli apostoli a comprendere la sua pasqua di morte-risurrezione.
Occorre convertirsi dalle false speranze umane, fondate sul concetto che Dio
vince se vinciamo noi, alla speranza fondata sulla vittoria del Dio-amore. La
vittoria pasquale di Cristo, infatti, non è nella linea del potere che elimina l’avversario,
ma nella linea dell’amore che, donandosi fino al sacrificio della vita, salva
anche l’avversario.
Questo
amore passa attraverso una vera sconfitta umana cioè la passione e la morte in
croce di Cristo; effettivamente, però, segna la vittoria dell’amore, vittoria
che appare in tutta la sua potenza nella risurrezione. Rimaniamo “stolti e
tardi di cuore” fino a quando non ci apriamo a questa misteriosa logica del
morire per vivere.
L’evento pasquale,
che fonda la chiesa, costituisce la legge perenne della comunità cristiana.
Questa comunità non si contrappone alla comunità civile, ma è lievito e luce in
forza della sua testimonianza d’amore. La chiesa sa di essere tanto più vera
quanto più soffre con Cristo per l’annuncio e la testimonianza del Vangelo. La
vittoria della chiesa – come quella di Cristo – non si misura in termini di
potere umano, ma in termini di coscienza liberata dal peccato e aperta alla
verità e all’amore. Non possiamo dimenticare quello che il Papa Giovanni Paolo
II ha scritto nella esortazione “Christifideles laici”: «Accogliendo e annunciando il Vangelo
nella forza dello Spirito la chiesa diviene comunità evangelizzata ed
evangelizzante e proprio per questo di fa serva degli uomini. In essa i
fedeli laici partecipano alla missione di servire la persona e la società.
Certamente la chiesa ha come supremo fine il regno di Dio, del quale
“costituisce in terra il germe e l’inizio” ed è quindi consacrata alla
glorificazione del Padre. Ma il Regno è fonte di liberazione piena e di salvezza
totale per gli uomini: con questi, allora, la chiesa cammina e vive, realmente
e intimamente solidale con la loro storia» (n. 36).
IL CAPITALISMO
La disoccupazione crea in chi
ne è vittima una grave situazione di emarginazione. E non bisogna che il denaro
sia l’unica preoccupazione, giacché ha il potere di rendere schiave le anime.
Dio ha detto: “Non uccidere”.
Il popolo della Sicilia ama la vita e non può vivere sotto la paura, di una
cultura di morte.Uomini della mafia, convertitevi. Una volta verrà il giudizio
di Dio.
La
guerra non è mai una fatalità, è una sconfitta per l'umanità. Diventa sempre
più urgente annunciare il vangelo della pace ad una umanità fortemente tentata
dalla violenza e dall’odio.
Papa
dei Poveri, Papa di Tutti
|
S |
i
sono dette e scritte tante cose sulla vita e sulla morte di Papa Wojtyla da far
sembrare superfluo aggiungerne delle altre. Eppure, al di là di quello che è
stato detto in TV o scritto sui giornali sulla radicalità evangelica dei suoi messaggi,
sul suo instancabile lavoro per arrivare a portare Cristo in ogni nazione del
mondo, sul suo immergersi nella gente, ma anche sulla sua cordiale accoglienza
dei grandi del mondo, sì da farlo veramente essere il Papa di Tutti, restano
due aspetti poco evidenziati dai commenti dei giornalisti: da una parte la
severità con se stesso e la sua disponibilità a compiere qualsiasi sacrificio
per diffondere li messaggio di Cristo e quindi la sua spiritualità, che è poi
stata la principale anima del suo apostolato e che avremo tempo di evidenziare.
Ma poi c’è un altro aspetto quasi sottaciuto dai grandi media, così onnivori
davanti a questo evento che ha scosso i cuori delle persone in ogni angolo del
mondo. Abbiamo ascoltato corrispondenze a raffica dalle grandi capitali,
giustamente tante attenzione è stata dedicata al pianto della sua Cracovia;
qualche media si è spinto fino in India, forse più per compiacimento esotico
che per reale attenzione sociale. Ma nessuno si è spinto fino a quelle
periferie del mondo che Giovanni Paolo 2° aveva tanto a cuore. Insomma, questa
gerarchia di attenzioni è assolutamente asimmetrica rispetto a quelle che
invece sono state per ventisei anni le attenzioni centrali del Papa. Perché
Giovanni Paolo 2° è stato soprattutto il Papa dei Poveri.
Intendiamoci,
Wojtyla non ha mai fatto della lotta alla povertà una battaglia ideologica. È
significativo quel discorso tenuto all’inizio del pontificato durante il suo
viaggio in Brasile davanti alle migliaia di cattolici della favela di Vidigal.
Disse loro che “Gesù nelle Beatitudini aveva parlato dei poveri di spirito come
forma perfetta di povertà”. Ma poi rese completo il suo punto di vista
aggiungendo “Le parole di Cristo sui poveri di spirito farebbero forse
dimenticare le ingiustizie? Permettono forse che noi lasciamo senza soluzione i
problemi che sorgono nell’insieme di quello che si chiama il problema sociale?”.
Sono
domande che a partire da quel 1980 Giovanni Paolo 2° non ha smesso di porre con
precisione sempre più incalzante in tutti i consessi in cui si è trovato a
parlare.
Rileggere
oggi un’enciclica come la “Sollecitudo rei socialis” scritta per celebrare i
vent’anni di un’altra celebre enciclica la “Popolorum progressio” di Paolo VI,
mette in un certo senso i brividi. Il Papa fa una disamina impietosa della
distanza sempre crescente che separa i livelli di vita del mondo ricco da
quello povero. “Ai tempi dell’enciclica di Paolo VI, scrive Wojtyla, si
era creato un certo entusiasmo sulla possibilità di colmare il ritardo economico
dei paesi poveri. Invece è accaduto esattamente il contrario. Nel mondo sono
aumentate le moltitudini umane prive di tutto. E questo, dice il Papa,
non è avvenuto certo per fatalità dipendenti dalle condizioni naturali. È
avvenuto perché certe forme di imperialismo moderno spiegano tante loro
decisioni con l’alibi delle leggi economiche. In realtà dietro si
nascondono vere forme di idolatria: del denaro, dell’ideologia, della
tecnologia”. La condanna del Papa è senza mezze misure: queste scelte,
scrive, portano a “strutture di peccato”. I duecento capi di stato che
hanno partecipato ai solenni funerali di Giovanni Paolo 2° avrebbero dovuto
pensare a queste cose. Noi riflettiamo su queste sue parole come su quelle che
appaiono nei tre piccoli riquadri di questa facciata.
un grazie a … don carlo matulli
|
A |
l termine del servizio
diligente prestato da sac. Carlo Matulli nell’accompagnare i fedeli animatori
dei vari gruppi di ascolto nelle famiglie attraverso la lettura e la
spiegazione del libro dell’Esodo proposto dal vescovo a tutta
Il giorno fatto dal Signore
|
L |
’evangelista
Giovanni mette in risalto il fatto dell’incontro con Gesù risorto “otto giorni
dopo”, cioè la domenica successiva alla prima domenica della risurrezione. Da quella
domenica – così denominata perché “giorno del Signore risorto”, giorno fatto
dall’evento pasquale – la chiesa, nata dalla Pasqua e investita della potenza
dello Spirito nella Pentecoste, non ha mai tralasciato di riunirsi per
incontrare il Suo Signore.
Questo
giorno deve essere riscoperto per quello che è veramente, cioè come “festa
primordiale” della comunità cristiana; il “giorno fatto dal Signore”,
quindi dono prezioso che Dio fa al suo popolo; il giorno della fedeltà della Chiesa
al suo Signore; il giorno dell’assemblea, cioè dell’incontro coi fratelli per
ascoltare
La quadruplice
perseveranza
La
liturgia della Parola oggi evidenzia che l’assemblea dei credenti, convocata
nel giorno del Signore, è impegnata a una quadruplice “perseveranza”:
a)
La perseveranza nell’ascoltare
l’insegnamento degli apostoli, quale criterio
fondamentale per l’autenticità della fede. La fede nasce dall’ascolto;
b)
La perseveranza nella comunione fraterna,
ossia nell’amore di Cristo reciprocamente vissuto fino all’unità: un cuor solo
e un’anima sola, perché il mondo creda che Gesù è l’inviato del Padre.
c)
La perseveranza nella frazione del pane
cioè nella memoria efficace del sacrificio pasquale di Cristo mediante il segno
della cena e del rendimento di grazie al Padre.
d)
La perseveranza nella preghiera
vivendo il rapporto filiale, personale e comunitario con Dio. Non c’è cristiano
e non c’è chiesa senza preghiera; la preghiera, infatti, appartiene all’intima
essenza della Chiesa.
Questi
sono i connotati essenziali della comunità cristiana descritti da Luca negli
atti degli apostoli (cfr. 1ª lettura),
e a questi connotati ogni comunità cristiana deve sempre guardare.
Nella memoria del Martirio
di Mons. Oscar Romero
|
I |
n occasione della adorazione eucaristica del
giovedì santo che coincideva con il 25° anniversario della uccisione di Mons.
Oscar Romero, si sono ascoltati alcuni stupendi brani di questo
martire-profeta. Ne trascriviamo uno che ci è parso particolarmente intenso.
“Sono
stato spesso minacciato di morte. Devo dire che come cristiano non credo nella
morte senza resurrezione: se mi uccidono risusciterò nel popolo salvadoregno.
Glielo dico senza presunzione alcuna, con la più grande umiltà. Come pastore
sono obbligato, per mandato divino, a dare la vita per coloro che amo, e sono
tutti i salvadoregni, anche quelli che mi vogliono uccidere. Se arrivassero a
compiere le minacce, sin da questo momento offro a Dio il mio sangue per la redenzione
e la resurrezione del Salvador. Il martirio è una grazia di Dio che non credo
di meritare. Ma se Dio accetta il sacrificio della mia vita, possa il mio
sangue essere semente di libertà e segno che la speranza sarà presto realtà. Se
è accettata da Dio, possa la mia morte servire alla liberazione del mio popolo
ed essere testimonianza di speranza nel futuro. Se arrivassero ad uccidermi
potrei dire che perdono e benedico coloro che lo faranno. Possano così
convincersi che perderanno il loro tempo, morirà un vescovo, ma la chiesa di
Dio che è il popolo non perirà mai”.
L'esempio di Mons. Romero
Monsignor Oscar Romero ha vissuto pienamente l'Eucaristia che stava
celebrando nella cappella dell'ospedale, insieme con gli ammalati, nel momento
della sua uccisione. Cadde ai piedi del crocifisso, mescolando il vino che
stava offrendo durante l'offertorio con il suo sangue, segno evidente di quel
legame inscindibile tra martirio ed Eucaristia. Scriveva: “In questo calice
il vino diventa sangue che è il prezzo della salvezza. Possa questo sacrificio
di Cristo donarci il coraggio di offrire il nostro corpo e il nostro sangue per
la giustizia e la pace del nostro popolo”.
|
È |
il momento più importante
della storia. Anche per chi non crede. Perché questo fatto dell’uomo di Galilea
che, dopo essere stato crocifisso ed essere morto, risorge il terzo giorno, ha
dato tutt’altro corso alla vicenda umana. Ancor oggi, in quasi tutto il mondo,
gli anni si contano dalla nascita di Gesù: e non perché sia nato, e nemmeno
perché ha predicato ed è morto in quel modo. Ma perché è risorto; o si è detto
fosse risorto. Dunque, è il momento più importante della storia. E nonostante
questo, coloro che l’hanno vissuto (e che ne hanno afferrato tutta la
grandezza, tanto da versare sangue per testimoniarlo) ne parlano con uno stile
con cui si riferisce una scenetta da cortile. Pare di essere in un villaggio
dove sia stata rubata una gallina.
Una
donna (Maria di Magdala) lo riferisce trafelata ai due “proprietari” (Pietro e
Giovanni), che corrono a vedere le “penne” sparse che ancora lo attestano. Non
ci si scandalizzi per questo linguaggio. Si ringrazi invece Iddio che ci ha
dato, con quello stile rozzo e preciso, la prova morale che quel fatto è vero,
che quei semplicioni non ne potevano essere gli “inventori”. Pensiamo a quella
corsa affannosa, il giovane innanzi, il più anziano indietro; il giovane che
arriva prima, ma poi aspetta (paura? ossequio?) che nel sepolcro lo preceda
l’anziano, e a quelle bende per terra, quel “prezioso” sudario, “non per terra
con le bende, ma piegato in un luogo a parte”.
Si
crede, a questo punto, che è successo il Fatto inconcepibile. Ma si crede
anche, e prima ancora, che Pietro e Giovanni e
Fare Pasqua
|
F |
are Pasqua è la carta d’identità del cristiano.
Talora, anzi spesso, è un residuo di coscienza di un passato più o meno
lontano. Ma fare Pasqua non è il riprendere una consuetudine che risale
all’infanzia per tornare alla fede “approssimativa” di prima. Fare Pasqua
significa entrare in una vita nuova, di grazia, di amicizia con il Signore. Non
a caso
Ogni settimana c’è un giorno, l’unico con un nome
cristiano: è il giorno del Signore,
Un augurio, allora. Non lasciamoci defraudare della
Pasqua, quella settimanale. Non mancano le avvisaglie di tentativi di furto nel
cuore dei credenti: si vuole infatti trasformare la domenica in un giorno
qualsiasi. Ma dopo sei giorni non c’è un altro giorno di lavoro. C’è invece il
giorno del Signore: il giorno dell’uomo, della famiglia, della comunità, della vita,
chiamata a rinnovarsi per vivere con senso l’esistenza feriale.
Risorgere in Cristo
«Fratelli, se
siete risorti con Cristo, cercate le cose di lassù, dove si trova Cristo assiso
alla destra di Dio; pensate alle cose di lassù, non a quelle della terra.
Voi infatti
siete morti e la vostra vita è ormai nascosta con Cristo in Dio! Quando si
manifesterà Cristo, la vostra vita, allora anche voi sarete manifestati con lui
nella gloria.» (Col 3,1-4)
|
P |
er Paolo i nuovi comportamenti, che sono il segno e il frutto
della risurrezione di Cristo e della nostra, sono riassunti in due imperativi: “Cercate le cose di lassù, pensate alle cose di
lassù”. Dunque il pensiero e
la vita, i progetti e l’esecuzione, la coscienza e le scelte. Il rinnovamento
va alla radice.
Ma il rinnovamento così tracciato rimane generico, e Paolo perciò
lo precisa nelle righe successive (che la liturgia ha tralasciato, ma che è
indispensabile leggere).
Paolo prosegue: “Uccidete
dunque quella parte di voi che appartiene alla terra” (3,5). E più avanti: “Deponete anche voi tutte queste cose”
(3,6). E infine: “Rivestitevi
come amati da Dio, santi e diletti…” (3,12). Come si vede, la necessità di un cambiamento radicale è
costantemente ribadita.
Ma quali sono le cose di lassù da cercare e le cose di quaggiù
da evitare? E quale è quella parte di noi che dobbiamo scrollarci di dosso,
deponendola come un vestito logoro e sdrucito?
Il vestito da deporre non è la parte corporea che deve essere
mortificata per esaltare lo spirito, né gli impegni del mondo che devono essere
abbandonati per ritirarsi nella solitudine o in se stessi. Paolo non ragiona in
questi termini. Il vecchio vestito sono i valori illusori, distruttori e
egoistici: il libertinaggio, le passioni egoistiche e soprattutto
quell’istinto del possesso che tanto spesso si trasforma in idolatria (3,5). E il vestito nuovo è il superamento delle divisioni che oppongono
l’uomo all’uomo, popolo a popolo, razza a razza: “Qui non c’è più
greco o giudeo, circonciso o incirconciso, barbaro o sciita, schiavo o libero,
ma Cristo è tutto in tutti.” (3,11).
Vestito nuovo sono “i
sentimenti di misericordia, di umiltà, di pazienza; sopportandovi a vicenda e
perdonandovi scambievolmente”(3,12-13).
La vita nuova che il Cristo morto e risorto ci rende possibile
comporta dunque una concreta pratica morale, che ne è la verifica. Noi siamo
incamminati verso il cielo “dove il Cristo è assiso alla destra di Dio” e la parte più profonda di noi stessi è “nascosta con Cristo in Dio”: questa è la nostra
fede.
Ma siamo sulla terra e qui, e non altrove, devono avvenire le nostre
scelte; qui devono svolgersi i nostri impegni.
Il Triduo Pasquale
“Il centro di tutto l’anno
liturgico è il Triduo del Signore crocifisso e risorto: così viene annunciata la
data della Pasqua nel giorno dell’Epifania. Il mistero della morte e
risurrezione del Signore conferisce senso alla storia umana, riscattandola
dalla sua precarietà e frammentarietà.
In questa sede ci limitiamo a tre
osservazioni:
1)
Il Triduo non è una sorta di preparazione alla
Pasqua, come la novena di Natale o altre consuetudini che precedono le grandi
festività. Il Triduo, nella sua unità, è la celebrazione della Pasqua.
2)
Questi tre giorni vengono però contati secondo la
consuetudine ebraica: non iniziano con l’alba, ma con il tramonto e giungono
fino al tramonto del nuovo giorno. E così, il Triduo si apre alla sera del
giovedì, con la celebrazione della Cena del Signore, nella quale Egli ha
interpretato e rappresentato la sua morte imminente attraverso i segni del pane
e del vino donati per noi, consegnandoli alla comunità come memoriale per
sempre della sua Pasqua.
Domenica delle Palme e
della Passione di Gesù
|
S |
e
la denominazione “Domenica delle palme” richiama i fatti preparatori delle
vicende pasquali – l’ingresso di Gesù nella città santa, acclamato dai
discepoli e dalle folle – l’altra denominazione che l’accompagna: “Domenica
della Passione del Signore” fa un’anticipazione rispetto al mistero che il
triduo commemora. Pertanto il suo inserimento nella settimana santa non è
destituito di fondamento e di significato.
La
liturgia medesima di questa domenica indica l’“ambivalenza” di questa
celebrazione: dalla festosa processione con i rami d’ulivo che conduce il
Messia al suo “trionfo” alle letture della Messa che risuonano degli accenti
delle sofferenze del Servo di Dio. Dall’iniziativa piena di fervore del popolo
cristiano che loda il suo Signore all’ascolto attonito del racconto della
Passione.
Ciò
che lega i due momenti celebrativi è la fede: colui che è stato confessato
Signore e Messia, redentore e salvatore, è proprio quello che è stato tradito,
abbandonato, torturato, schernito, processato, condannato, crocifisso e ucciso.
È
importante cogliere insieme questo “movimento” della liturgia, per potervi
entrare con pienezza. Solo per questa strada il ramo d’ulivo recato in
processione e portato a casa quale segno e augurio di pace diventa “vero”: è la
passione di Gesù l’evento redentore, riconciliatore e perciò pacificatore.
Chi
oggi ascolta la narrazione della passione dovrà ricordare che quella vicenda
non finisce al sepolcro.
Ogni
evangelista ha un suo modo di narrare le vicende che conducono Gesù alla morte.
Matteo, l’evangelista che ci accompagna in questo anno liturgico, lo fa con la
preoccupazione di spiegare alla comunità credente come quella storia tremenda
che culmina nella glorificazione e nella salvezza, costituisce adempimento e
pienezza delle Scritture. È concreta attuazione di un progetto d’amore del
Padre al quale il Figlio, con identico amore, ha aderito: da sempre e per
sempre; fino alla morte di croce. È questo l’“evangelo” che siamo tenuti oggi
ad annunciare, senza assumere con “chiusure nostre” l’insuperabile eloquenza
della croce.
Il “Golgota”
|
«G |
iunti a un luogo detto Golgota, che
significa Luogo del Cranio..., lo crocifissero». La narrazione della Passione
di Gesù ha come sua meta ideale questo sperone roccioso di pochi metri che ora
è inglobato nella basilica del S. Sepolcro di Gerusalemme
Infatti, come sanno i pellegrini che varcano
il portale crociato della basilica, subito a destra si erge una ripida scaletta
che conduce a una cappella divisa tra i Francescani e i Greci ortodossi. Lassù
un grande Cristo crocifisso, rappresentato secondo lo stile delle icone
(con le vesti d'argento sbalzato e le parti del corpo dipinte), domina
l'altare collocato sopra un disco d'argento che indicherebbe il luogo
ove era piantata la croce di Cristo. Al centro del disco un'apertura permette
di toccare la roccia del Golgota, ormai levigata dalle mani dei fedeli
nei secoli. La denominazione. Golgota è aramaica e indica di per sé
il “teschio”, il “cranio” nudo (in latino calvaria, donde il nostro "Calvario”)
Forse il termine evocava
un'altura rocciosa tondeggiante e spoglia che si levava fuori dalle mura di
Gerusalemme. Ma questa modesta collina è divenuta un segno
elevato nei popoli, immaginato dalla pietà popolare e dall'arte in mille
forme e considerato quasi un centro cosmico. E questo valore
simbolico è stato esaltato da un elemento curioso, presente
proprio ai piedi dell'attuale cappella del Calvario. Sotto ad essa, infatti, si
apre la cosiddetta Cappella di Adamo. Un'antica credenza immaginava che il Golgota
era stato anche la sede del sepolcro di Adamo, il primo uomo: il sangue di
Cristo colando dalla croce era sceso sul teschio di Adamo purificando dal
peccato originale lui e l'intera umanità. Una tradizione suggestiva,
ancor oggi replicata in quelle “Crocifissioni” che hanno appunto un teschio
ai piedi della croce di Cristo.
Gianfranco Ravasi
Un mondo di fratelli
|
A |
volte può sorgere in noi una certa
curiosità nei riguardi di Gesù. Vorremmo sapere di più del suo aspetto,
conoscere qualche aneddoto sfuggito agli evangelisti. I vangeli raramente
saziano questo nostro desiderio di penetrare nella vita privata di Gesù. Uno
dei pochi esempi è la descrizione, appena pennellata ma intensa, della amicizia
con Gesù.
Ci piace
vedere Gesù recarsi familiarmente fra le mura di quella abitazione di Betania.
Una nuova famiglia fatta di sorelle e fratelli. Quasi simbolo di una nuova
grande famiglia che pian piano “contagerà” tutta l’umanità. È l’immagine delle
nuove relazioni che Cristo è venuto a portare, regolata da rapporti di sincera
amicizia e di concreta fraternità. In questa piccola casa si può intravedere il
desiderio di Dio di fare di questa terra una grande casa in cui possa regnare
il suo comandamento d’amore.
Oggi si
parla sempre più del mondo come villaggio globale per quanto riguarda i
rapporti economici, le informazioni, i contatti, i viaggi, mentre non scorgiamo
grandi segnali per far nascere una nuova società a dimensione di vero
villaggio, in cui ci si conosce, ci si aiuta, si partecipa della vita
dell’altro.
Qualcuno
vede il rischio di una globalizzazione a favore di pochi, per una società
ancora più competitiva e attenta unicamente alla produttività. In questo quadro
saranno le fasce deboli ad essere fortemente penalizzate.
Come unica
famiglia di Dio i cristiani sono chiamati a vivere un’autentica mondialità
facendosi carico della umanità in termini concretamente solidali.
Nella
costruzione di una fraternità universale
Occorre incrementare la
collaborazione e la partecipazione vivendo la tentazione dell’anonimato e della
indifferenza. Helder Camara diceva ai giovani: “Nessuno è tanto povero che non
possa aiutare, e nessuno è tanto ricco che non abbia bisogno di aiuto”.
“Tuo fratello risusciterà”
|
L |
e parole di Gesù a
Marta accompagnano ormai ogni cristiano e danno speranza a tutti coloro che
piangono o addirittura si disperano per aver perso qualcuno che era caro.
Danno anche speranza
di fronte ad ogni tipo di morte: da quelle serene in casa, a quelle nel gelido
abbandono di una camera di rianimazione in ospedale. Anche davanti a chi ha
cercato esplicitamente la morte (e oggi i suicidi sono sempre più frequenti in
ogni età a partire da quella giovanile) abbiamo il diritto di sentire la voce
ferma di Gesù, il Risorto, che assicura per tutti la vita eterna. Per questo
Il catechismo della
Chiesa cattolica scrive: «
«L’Eucarestia è il
cuore della realtà pasquale della morte cristiana. È allora che
Primo: vedere
“La mia
primavera è fatta soltanto del profumo dei fiori perché sono cieco”. Chi scrive
è un bambino di Tokio. Una piccola frase per raccontare il dramma di tante
persone private della vista.
Anche Gesù
si è imbattuto in un uomo cieco fin dalla nascita. Il Vangelo di Giovanni non
dice che quell’uomo gli abbia chiesto di guarire. È Gesù che gli si avvicina,
compie quei gesti, gli dà degli ordini. Inaspettata arriva anche per quell’uomo
la guarigione. Una guarigione, un gesto di carità che lo porta pian piano a
conoscere Gesù e a riconoscerlo come Dio: “se costui non fosse da Dio, non
avrebbe potuto fare nulla”. Il gesto di amore concreto di Gesù si trasforma da
dono di salute a dono di fede. Ancora una volta la carità di Dio ha fatto
breccia nel cuore dell’uomo e lo ha portato ad avvicinarsi a lui tanto da
essere accusato dai farisei: “tu sei suo discepolo”.
C’è però
un’altra cecità che Gesù è venuto a guarire. È quella che l’uomo si porta
dentro da quando ha rinunciato a prendersi cura del fratello bisognoso.
Il clima
sociale odierno spesso è diventato ottuso, se non ostile, a situazioni di emarginazione.
Pensiamo
per esempio all’immigrato: siamo portati a guardarlo come colui che toglie
spazi e luoghi lavorativi, o peggio, importatore di nuova delinquenza.
Nell’avvicinarsi all’altro occorre innanzi tutto saper guardare. Si scopre
spesso allora che certe problematiche di emarginazione stanno proprio nel
condominio dove si abita e solo quando esplodono in modo incontrollato e
drammatico colpiscono la nostra attenzione. Si è ciechi quando non si vede il
male perché assuefatti alla sua presenza, perché ormai è reso addomesticato,
ospite quotidiano di tante nostre piccole scelte. Si è ciechi quando non si
vede più il bene che si potrebbe fare e non si fa.
Una
preghiera eucaristica chiede a Dio: “Donaci occhi per vedere le necessità e le
sofferenze dei fratelli” (V/c).
Occorre far crescere
nella comunità questa sensibilità di una chiesa che inserita in un territorio,
ha qualcosa da offrire all’uomo d’oggi. Incominciamo a vedere con occhi diversi
ciò che ci sta vicino: in famiglia, nel quartiere, in comunità. Scopriremo
richieste e urgenze
|
P |
iù che interessanti le due serate
del giovedì 24 febbraio e del venerdì 25. Il superiore dei Gesuiti di Firenze
P. Deidda ci ha intrattenuti da par suo su due temi inerenti al mistero
dell’Eucarestia: l’Eucarestia dono e sfida per il credente e poi Senza
la domenica non possiamo vivere. Riassumere in poco spazio la ricchezza
degli spunti offertici alla riflessione non è impresa facile e in un certo
senso è controproducente perché riduce l’abbondanza dei medesimi e forse a
qualcuno può sembrare sufficiente ciò che invece è necessariamente impoverito
da una scarna sintesi. Ma tacere del tutto non ci sembrava giusto, perché si è
trattato di un avvenimento gradito e anche valorizzato, stando al numero dei
partecipanti alle due serate. Allora è bene si sappia che chi stende queste
poche righe non ha intendimento di riassumere, ma solo di indicare alcune
risonanze del tutto personali che lo hanno colpito. Il lettore, o, meglio,
l’ascoltatore attento potrà averne avute anche altre, magari diverse, ma senza
dubbio più congeniali alla sua sensibilità.
Della prima serata mi hanno
colpito questi concetti che nell’Eucarestia si traducono a livello
sacramentale; innanzi tutto: quel “E il Verbo si fece carne e venne ad
abitare in mezzo a noi” (Gv 1,14). Ciò sta ad esprimere non un
cambio di residenza, ma un diverso modo di rendersi presente. Per cui Gesù è in
cielo ma è anche realmente presente nel mondo, ne diventa il centro, e la sua
non è una visita di cortesia, né un viaggio turistico; è un “abitare in mezzo a
noi” è un fissare la sua dimora nel mondo, nella Chiesa, nella società umana,
in me, in te. Si realizza così quella che è la frase conclusiva di Gesù nel
Vangelo di Matteo “Ecco io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del
mondo” (28,20).
Ma volendosi rendere nostro
compagno di vita, ha voluto condividere in tutto, fuorché nel peccato, la
nostra realtà e pertanto ha fatto suo anche il nostro dolore. E tutto questo
per quella follia di amore che lo ha portato a nascere, a soffrire, a morire
per noi. Il cristiano deve quindi capire che non è il dolore in sé che lo
salva, neanche quello portato all’estremo in Cristo; anzi Cristo ha combattuto
il male fisico (non ha guarito tutti i malati che ha incontrato?), ma ha fatto
capire che il valore salvifico della sofferenza non è nel sacrificio che
comporta, ma nell’amore con cui viene accettata. E allora tutto il dolore è
reso sacro dall’amore che lo motiva e necessariamente si associa allo stesso
soffrire di Cristo.
Ne consegue che il cristiano che
partecipa alla Messa, soprattutto in domenica, cioè nel giorno del Signore,
ossigena la propria anima come fa il sangue che partendo dal cuore schizza in
tutte le più piccole parti del nostro corpo e ci permette di vivere.
Ma perché è così importante venire
alla Messa alla domenica e parteciparvi pienamente (soprattutto ricevendo la
santa Comunione)? Perché non è un fatto che riguarda solo il singolo, ma tutti
noi che non siamo solo vocati=chiamati, ma convocati, cioè chiamati da Cristo a
fare comunità con lui e con tutti nel rendimento di grazie a Dio (Eucarestia =
ringraziamento) nella preghiera, nella richiesta di perdono, nella condivisione
del corpo e del sangue di Cristo e dei beni essenziali che ci consentono una
vita (come il pane e il vino assunti non a simboleggiare soltanto, ma a rendere
concreti il corpo e il sangue di Gesù). Occorre anche tener presente che la
domenica non è il settimo giorno della settimana, ma il primo, tutta la
settimana vive nella scia luminosa della domenica che la apre. È il giorno
della nuova creazione perché è il giorno della Risurrezione, base portante
dell’edificio ecclesiale. Questa è la chiave interpretativa della domenica e
sta qui la differenza costitutiva col sabato ebraico che sembra designato a
chiudere il ciclo della creazione con il riposo del Creatore. Anche la nostra
gente è convinta che la domenica è il giorno della festa e del riposo dopo una
settimana lavorativa. Non è così, perché la domenica non è in funzione dei giorni
feriali, ma i giorni feriali han motivo di essere perché c’è stata la domenica
che è il giorno della vita, il giorno del Sole il giorno di Cristo risorto e
dell’umanità intera che risorgerà come lui. Per questo ha motivo d’essere lo
slogan: “Senza
È la domenica che dà senso a tutti
i giorni che ne seguono. Concludendo con Jean Marie Lustiger, arcivescovo di
Parigi:
“Noi partecipiamo alla messa la
domenica (che comincia il sabato sera secondo l’antica usanza liturgica) perché
il Signore Gesù ci cambia, lo Spirito Santo ci raduna e Dio nostro Padre ci ha
donati come discepoli al Figlio suo”.
Don Arturo
In margine al corso diocesano sulla
liturgia
|
È |
ormai un incontro
atteso e puntuale quello che la diocesi promuove ogni anno su temi riguardanti
la liturgia. Essendo questo l’anno Eucaristico, che culminerà con il Congresso
Eucaristico Nazionale a Bari, l’argomento che ha guidato le tre serate si può
dire che era quasi d’obbligo: “Convocati nel giorno del Si-gnore”. Per altri
versi però questo può sembrare un tema ormai logoro. Infatti, anche nella
nostra comunità, è da settembre, cioè da quando è cominciato il nuovo anno
pastorale, che si parla della domenica, o meglio della celebrazione eucaristica
domenicale; ne ab-biamo discusso in tutte le salse e in tutte le occasioni; in
più è una vita che ogni domenica andiamo alla Messa. Cosa ci può essere ancora
di nuovo da dire? Invece ci sono stati offerti tanti spunti su cui meditare e
tante rifles-sioni hanno acquistato nuove luci e nuovi significati. Non ne
siamo stupiti, infatti, tutto ciò che riguarda l’esperienza cristiana porta in
sé un senso di “infinito” e di “insaziabilità” in quanto si riferisce al
mistero di Cristo. È come avere a disposizione un pozzo senza fondo e riuscire
a bere solo qualche boccata d’acqua.
È la sensazione che si prova nella lettura della Parola,
nella preghiera, nel rapporto di amore fraterno con il prossimo, ma è ovvio che
là do-ve il mistero di Cristo si realizza per eccellen-za, cioè
nell’Eucarestia, questa sensazione di-venta così viva da essere tangibile.
Tra i tanti spunti che ci sono stati offerti mi pia-ce
soffermarmi e pensare a questo: “È lo stesso Signore che la domenica invita
ciascu-no di noi a unirsi ai fratelli di fede per rendere visibile la sua
Chiesa e Lui stesso si fa presente in essa come suo Capo”.
Come dicevo prima può sembrare una formula da Catechismo
troppo nota, ma acquisirne una vera consapevolezza non è così facile e
scontato. Presuppone prima che la comprendiamo, poi che ci crediamo, poi che vi
aderiamo con la mente e con il cuore. Dopodiché
la partecipazione alla Messa domenicale non potrà più essere svogliata e
superficiale, tanto per adempiere un precetto, ma si trasformerà in un
autentico atto di fede e di risposta alla chiamata del Signore, capace quindi
di distinguerci nella nostra identità cristiana.
Ancora una volta si tratta di capire, di credere e di
accettare che il protagonista è il Signore, soprattutto la domenica.
Questo non è facile al giorno d’oggi, perché la società ci
ha insegnato a contare sulle proprie forze, a fare perno sulle proprie
capacità: chi arriva più in alto è meglio di chi è rimasto più in basso, se non
altro perché ha saputo gesti-re le sue qualità. C’è nella mentalità comune un
rapporto diretto tra successo e valore della persona; l’indipendenza è un bene
assoluto tanto da essere confusa con l’individualismo e l’autosufficienza. A
dimostrazione di questo basta pensare al ruolo che malati, vecchi, poveri,
diversi hanno nella nostra società. A volte sono tollerati, più spesso
emarginati e abbandonati a se stessi. Ancora una volta Cristo rovescia le
categorie comuni e dice: “Ti benedico, o Padre,… perché hai tenuto nascoste
queste cose ai sapienti e agli intelligenti e le hai rivelate ai piccoli” (Mt
11,25).
Riconoscere la domenica come giorno del Signore, aderire al
Suo richiamo che ci invita ad entrare in comunione con il mistero della Sua Pasqua
significa riconoscere in Cristo il Signore della vita, del Tempo e della Storia
e confessare la totale dipendenza da Lui.
Il Suo richiamo è rivolto a ciascuno e a tutti e mette in
evidenza, oltre all’importanza del no-stro rapporto personale con Cristo,
l’aspetto comunitario e universale della Chiesa. Riunirsi in assemblea
liturgica è anche manifestare la propria riconoscenza per il dono del Battesimo
che ci costituisce parte della Chiesa e la necessità che sentiamo di
appartenervi. Il legame che ci unisce con i fratelli nella fede è così profondo
e necessario da chiarire le parole di Gesù: “chi è mia madre e chi sono i miei
fratelli?… chiunque fa la volontà del Padre mio che è nei cieli, questi è per
me fratello, sorella e madre” (Mt 17,49-50).
Nel giorno del Signore e riassunto il fine cristiano, che è
quello di far posto a Cristo nella propria vita, nella società, nella Storia.
Donandosi nell’Eucarestia ogni domenica Egli ci invita a lasciarci trasformare
in Lui e si attende che questa trasformazione sia piena e totale da propagarsi
attraverso
Gloria Frosali
I
lontani
|
I |
lontani non sono poi
così tanto lontani. Anzi possiamo dire che spesso i lontani ci sono molto
vicini. Può essere l’inquilino del piano inferiore che non saluta mai e che non
trova nessuno che gli faccia visita. È la famiglia del condominio accanto, di
cui si conosce vita e miracoli per ciò che la gente dice o per quello che si
riesce ad afferrare quando il tono della voce è così alto da permettere di
seguire nei dettagli lo svolgersi dei litigi.
Il Vangelo riporta una lunga lista di persone che vengono
liberate dal “ruolo” in cui l’opinione pubblica li aveva relegate. Gesù le
colloca in prima fila, invitati speciali alla mensa di Dio.
Zaccheo, Maddalena, la peccatrice, l’indemoniato, il
paralitico alla piscina del tempio… sono lì a raccontare un incontro che ha
cambiato la loro vita. In questo variegata compagnia c’è anche lei, la
samaritana, la donna del pozzo. È lì che il Signore la incontra. Essa sa che la
sua storia è ricca più di pettegolezzi che di comprensione. Nessuno si
avvicina. Per l’opinione pubblica è meglio evitarla. Solo un amore che va al di
là della facciata sa accogliere la sua vera storia.
Il nostro mondo è pieno di ultimi. Il fatto stesso che ci
sia una lotta spietata per i primi posti comporta che a qualcuno venga
consegnata la maglia nera. Proviamo a raccogliere attorno a noi questi ultimi.
Spesso non si tratta di povertà economiche ma di relazioni.
Da tempo ci si interroga su che cosa fare. La prassi di
Gesù ci indica alcune semplici attenzioni.
Innanzi tutto ci si avvicina in modo gratuito. Non si vuole offrire soluzioni. Si fa sentire la concretezza di una presenza che è lì ad ascoltare. Si accoglie incondizionatamente il loro vissuto, qualunque esso sia, con discrezione gli si fa vedere una via di liberazione, offrendo loro una speranza, un’alternativa a quello che finora hanno vissuto. Un modo nuovo di vedere la propria vita, di relazionarsi. Alla fine li fai partecipi mettendoli dentro a una responsabilità vera.
Occorre sapere privilegiare il
contatto personale con chi vive ai margini dei rapporti sociali. Si parte da
una occasione di necessità che a volte, inaspettatamente, la vita offre: un
lutto, una malattia. Ma anche da un’occasione di gioia: la nascita di un
figlio, una festa di compleanno, una ricorrenza felice…
Non si tratta di fare chissà quali
scelte o quali conversioni. Una visita, una telefonata, un invito a pranzo,
sono occasioni che nella loro piccolezza e quotidianità riescono a fare breccia
in coloro che attendono un’attenzione…
Trasfigurazione
significa tra l’altro:
Non accontentarti di come sei – cambia,
convertiti: la fede non è quiete ma movimento, uscita da se stessi e dal
proprio piccolo paradiso terrestre per affrontare le difficoltà quotidiane di
un cammino di miglioramento che costa ogni giorno un prezzo da pagare e che non
paga quasi mai con una pace una gioia immediata, ma che richiede sforzo e
sacrificio in una prospettiva di calvario e di croce duri da accettare, ma
obbligatori da percorrere per giungere alla Risurrezione, di cui il Tabor e la
trasfigurazione sono uno spiraglio breve di assaggio e non un punto di arrivo.
Un altro significato è il monito di Cristo ad aprirti alla tua
comunità che non è il gruppo omogeneo degli amici, ma è la realtà nella quale
Lui ti ha posto e che per me, per te, è la comunità di Quinto, quella in cui
vivi, fatta di belli e di brutti, di buoni e di cattivi, di generosi e di
indifferenti, di peccatori in misura diversa ma che solo Dio conosce; e tu non
puoi stare isolato o con alcuni intimi, devi immergerti in quella, vedere i
bisogni di quella, familiarizzare e fraternizzare con tutti quelli che ti
stanno attorno, simpatici e no, dialogare, ascoltare, accettare, non escludere,
non discriminare. E il tuo non è un compito di star a guardare, contemplare o
criticare, ma servire, aiutare, collaborare, gratuitamente, generosamente,
indiscriminatamente.
È soffrire e morire per essa. E solo per essa. Quando avrai capito
che far comunità significa amalgamarsi con chi ti è a fianco e puzza
fisicamente o moralmente, e che non sono gli altri soltanto ad essere una
difficoltà per te, ma lo sei anche tu per loro, e ciononostante ci si deve
amare, servire aiutare, anche se dall’altra parte non si riceve né amore, né
stima, né aiuto, ma forse solo critica e maldicenza, allora imparerai anche a
guardare ben oltre i ristretti confini della tua comunità parrocchiale, e ti
farai sensibile ai bisogni delle altre persone, delle missioni, dell’intera
comunità ecclesiale, dell’intera comunità umana.
E questo lungi dall’impoverirti , ti arricchirà di una dimensione
umana e cristiana e ti farà sentire umile più che utile, ma nello stesso tempo
coinvolto in un disegno più grande di te, il disegno di Dio, che ti chiama ad
essere il sale della terra, il lievito che non si separa, non si distingue
dalla pasta, ma cerca, buttandosi, di fermentarla, fino a celare la propria
identità e disperdersi in essa, purché lei viva e si realizzi il progetto di
Dio.
Cristiano è bello
“Che bello, che forte! Restiamo ancora qui per qualche giorno!”
Non si tratta di una traduzione moderna dell’acclamazione che i discepoli
fecero sul monte Tabor, quando Gesù si trasfigurò davanti a loro.
Espressioni
come questa si sentono di frequente specialmente tra i giovani alla fine di
esperienze particolarmente significative.
Può
essere il servizio fatto in una struttura che accoglie persone con
handicap, può essere la cura prestata a persone ammalate in
occasione di un pellegrinaggio, l’esperienza vissuta in un campo di profughi,
l’animazione svolta tra i bambini.
Queste
esperienze si vivono in un’atmosfera di serena letizia e di pace gioiosa.
L’esperienza dell’amore regalato fa toccare le dimensioni più profonde
dell’essere umano. È il “bello” che solo l’amore di Dio, proprio perché
gratuito e disinteressato, riesce a offrirci.
Nel
nostro modo di annunciare Cristo può mancare invece quella carica e
quell’entusiasmo che ci rimotivano e che hanno il potere di contagiare altre
persone. Si ha l’impressione di far incontrare Cristo in una dimensione
sterilizzata, a volte fredda e impersonale.
L’abbé
Pierre raccontava ai giovani che iniziò le sue comunità di Emmaus insieme a un
vecchio ergastolano che aveva tentato di suicidarsi. Nel suo primo incontro non
gli disse molte parole, gli disse solo: “Vieni ad aiutarmi a costruire una casa
per una famiglia senza alloggio”. Così iniziò e così restò con lui. In punto di
morte questo ex-ergastolano dirà all’ abbé Pierre: “Padre, se lei mi avesse
dato non so che cosa, avrei ritentato il suicidio. Infatti quello che mi
mancava non era qualcosa per vivere, ma i motivi per vivere… Ed ecco che avevo
trovato il motivo per vivere: amare, darsi da fare perché gli altri soffrano
meno”.
Un vero
servizio che possiamo offrire alle persone, è far sperimentare la “bellezza”
dell’essere cristiani attraverso la gioia del donare.
Ai giovani e non solo, delle
comunità cristiane vanno offerte esperienza di servizio all’interno di
associazioni di volontariato. Anche se l’estate sembra ancora molto lontana, è
bene pensare, già da adesso, ad un’esperienza da vivere in gruppo o
singolarmente che ci metta a contatto con una realtà di servizio all’interno di
situazioni e di bisogno.
La parola Quaresima non evoca
niente di piacevole: fa venire in mente qualcosa di lungo, di sgradevole, di
noioso… A qualcuno fa venire in mente un tempo (ben altri tempi) nel quale si
soleva fare digiuno e astinenza perché i ritmi di vita, si dice, lo
permettevano.
Dunque immagini tristi o realtà
sorpassate appaiono legate alla Quaresima.
Eppure anche quest’anno è
tornata; anche quest’anno la chiesa la ripropone come cammino verso
Oltre tutto la chiesa pensa di
fare un servizio non solo ai credenti, ma anche a tutti gli uomini proponendo
loro un tempo forte dentro il quale ascoltare un po’ di più, ricercare di più,
incontrare di più se stessi, aprirsi onestamente e umilmente alla proposta di
un Dio che per cercare l’uomo si fa uomo, si fa disponibile fino alla morte di
croce e risorgendo diventa speranza e certezza per l’uomo.
Quaresima… un itinerario che può
comportare nello stesso tempo, la gioia dell’incontro e l’esigenza di
un’ulteriore ricerca; la certezza della verità e il costante bisogno di nuova
luce…
Quaresima… un tempo che vuole
resti-tuirci ai veri desideri: potremo di nuovo imparare a meravigliarci, di
Dio e dei doni dei fratelli che egli mette sulle nostre strade.
Abbi pietà di me, o Signore – “Miserere mei Deus”
(Salmo 50: il salmo
penitenziale per eccellenza)
Questo
salmo è realmente il vertice dell’esperienza religiosa sul peccato e sul
perdono. Per viverlo occorre rifletterci sopra con molta disponibilità allo
Spirito se no se ne prende spunto per delle barzellette. Un giorno, dice
“Tu sei quell’uomo!”
Dall’accidia, alla
lussuria, all’ipocrisia, all’omicidio… ma infine… al pentimento sincero, quello
del Salmo 50.
In proposito sono
bellissime le espressioni del Salmo uscito dal cuore sincero del peccatore
Davide. Cancella = (letteralmente: tira una riga sopra) lavami (lett.
non lasciare traccia) mondami (lett. restituiscimi lo splendore).
L’importante è la sincerità del cuore e per comprendere meglio gli effetti
sperati si citano dei segni cosmici: Purificami con issopo (= pianta
medicinale), perché il peccato non pulluli, in quanto è una piaga ulcerosa,
cancerogena, metastatica che rinasce sempre (tanto più credi di averla
sradicata e più rispunta). Allora sarò più bianco della neve.
Esulteranno le ossa
che hai spezzato. Il peccato è sempre legato all’intera
persona, mi pesa in tutti gli ambiti del mio composto umano: dalle ossa che
hai spezzato, alle labbra che si sono chiuse (apri le mie labbra) alla
bocca che non proclama la tua lode… Il peccato si somatizza. Ma nella
misericordia di Dio c’è rimedio a tutto, purché si ritenga che uno spirito
contrito è sacrificio a Dio, un cuore affranto e umiliato tu, o Dio, non
disprezzi.
Allora gradirai i
sacrifici prescritti come il digiuno che è l’uso parco delle
cose per confessare che le cose sono dei beni relativi e non assoluti, per
dimostrare che nulla mi soddisfa perché ho la “nostalgia di Dio” (È il
dramma dei mistici che sentono di più la distanza di Dio, per cui niente li
soddisfa; digiunano per amore perché hanno noia delle creature e vogliono Dio.
Non sono degli anoressici come i bambini che non mangiano perché sono lontani
dalla mamma o come l’anziano che si lascia morire perché vive il dramma
dell’abbandono e della solitudine). Hanno solo capito che…“mi basta Dio, ma che
senza Dio nulla mi basta”. Questo è il senso del Miserere.
L’opera
segno indicata dalla Caritas Diocesana
per
|
C |
ome sempre
L’anno scorso aveva indicato “
La casa della solidarietà è già stata inaugurata dal
Card. Antonelli il 26 dicembre 2004. i progetti in Eritrea verranno ultimati
entro quest’anno.
Per
Ä Centro diurno di
socializzazione per anziani;
Ä Centro per attività
giovanili;
Ä Alloggiamento temporaneo per
famiglie bisognose;
Ä Consultorio familiare;
Ä Centro di pronta accoglienza
notturna per uomini;
Ä Casa-famiglia per persone
con disagio psichico.
La spesa prevista è grande.
Ma se tutti collaboriamo l’opera è realizzabile.
Messaggio per la 27a Giornata per la vita - 6 febbraio 2005
Il Messaggio per la 27a Giornata per la vita,
approvato dal Consiglio Episcopale Permanente nella sessione del 20-23 settembre
2004, intende richiamare l'attenzione sulla necessità di riconoscere il valore
della vita umana propria e altrui. Lo scorso anno si è sottolineato
il valore della vita come dono di Dio e perciò come un bene del quale
non si può fare mercato. Quest'anno l'accento è posto sul valore della
vita che, per natura sua, è relazione e, come ogni relazione, ha
bisogno di un clima di affidabilità. Da qui il titolo "Fidarsi della
vita". Dopo un rapido richiamo alla diffusa cultura dell'individualismo,
che soffoca l'indispensabile contesto di fiducia necessario all'accoglienza e
all'apprezzamento della vita, si prospettano due situazioni che chiamano in
causa l'atteggiamento di fiducia nella vita: una perché la nega: l'aborto;
l'altra perché la reclama: l'affido e l'adozione. Il riferimento a questa
seconda situazione è motivato dall'entrata in vigore della legge che
sancisce la chiusura degli istituti che accolgono bambini senza famiglia. Il
Messaggio si chiude con tono di incoraggiamento e di promessa, richiamando
la parola di Gesù: "Chi accoglie un fanciullo nel mio nome accoglie
me".
Fidarsi
della vita
La vita è un intreccio di relazioni e le relazioni richiedono
che ci si possa fidare gli uni degli altri.
Secondo una tendenza culturale diffusa, la vita degli
altri però, non è degna di considerazione e rispetto come la propria. In
particolare non riscuote un rispetto sacro la vita nascente, nascosta nel
grembo d'una madre; né quella già nata ma debole; né la vita di chi non ha i
genitori oppure li ha, ma sono assenti e aspetta di averli col rischio di
aspettare molto a lungo, forse addirittura di non averli mai. Così chi attende
di nascere, rischia di non vedere mai la luce; e chi attende in un Istituto
l'abbraccio di due genitori, rischia di vivere per tutta la vita con il
desiderio di un evento che mai accadrà. Scontiamo modi di pensare e di vivere
che negano la vita altrui, che non si fidano della vita perché diffidano degli
altri, chiunque essi siano. E invece: "Non è bene che l'uomo sia
solo!" (Gen 2,18): lo scopo dell'esistenza sta nella relazione. Con
l'Altro, che ci ha creati, ci ama da sempre e per sempre, e per noi ha in serbo
la vita eterna. E con gli altri, a cominciare da chi più ha fame e sete di vita
e di relazione: come il bambino non ancora nato o i molti bambini senza
genitori. C'è il bambino non ancora nato, icona e speranza di futuro: entrare
in relazione con lui, considerandolo da subito ciò che egli è, una persona, è
la più straordinaria avventura di due genitori. In questo senso, l'aborto, quando
è compiuto con consapevole rifiuto della vita, superficialmente o in obbedienza
alla cultura dell'individualismo assoluto, è la più terribile negazione
dell'altro, la più gelida affermazione dell'individuo che ignora l'altro,
perché riconosce soltanto se stesso.
In non poche circostanze, in verità, l'aborto è una scelta
tragica, vissuta nel tormento e con angoscia, sbocco di povertà materiale o
morale, di solitudine disperata, di triste insicurezza: in queste situazioni a
negare l'altro è, in ultima analisi, tutta una società, cieca nei riguardi dei
bisogni delle persone e insensibile al rispetto del figlio e della madre. Anni di esperienza inducono
a ritenere che la via maestra per vincere la cultura dell'individualismo, ma
anche per superare la fragilità che durante una gravidanza può nascere dalla
paura di non farcela, consiste nel fare compagnia alle madri in difficoltà,
aiutandole a capire che gli altri esistono, ti aiutano, non ti lasciano sola e
portando assieme a te il tuo peso, lo rendono sopportabile, fino a farti
scoprire che non di un peso si tratta, ma della gioia più grande. Ci sono poi molti
bambini e ragazzi che trascorrono la loro infanzia in un istituto, perché i
loro genitori li hanno abbandonati o per i più svariati motivi non sono in
grado di tenerli con sé. Il loro futuro è incerto e insicuro, perché tra pochi
mesi questi istituti saranno definitivamente chiusi. Si aprirà così per le
famiglie italiane – sia per quelle che godono già del dono di figli propri,
sia per quelle che vivono la grande sofferenza della sterilità biologica – una grande
opportunità per dilatare la loro fecondità attraverso l'adozione o l'affido
temporaneo.
Se una famiglia si dimostra disponibile, non va lasciata
sola. Deve avvertire attorno a sé una rete di solidarietà concreta, fatta non
solo di complimenti ed esortazioni, ma di tante forme di aiuto e di
solidarietà. E chi si rende disponibile per l'adozione o l’affido, deve
sentirsi parte di un'avventura collettiva, in cui gli altri ci sono, vivi e
presenti. Risuonano perciò particolarmente suadenti in questo momento, per le
famiglie e per le comunità, le parole di Gesù: "Chi accoglie questo
fanciullo nel mio nome, accoglie me; e chi accoglie me, accoglie colui che mi
ha mandato. Poiché chi è il più piccolo tra tutti voi, questi è grande"
(Lc 9,48).
Perché dunque non fidarsi della vita rispondendo a una sfida
che viene dagli eventi? Ne guadagnerebbero le famiglie nel vivere la esaltante
avventura di una fecondità coraggiosa che fa sperimentare che "vi è più
gioia nel dare che nel ricevere" (At 20,35). Ne guadagnerebbero molti
figli nel trovare finalmente l'affetto e il calore di una famiglia e la
sicurezza di un futuro. Ne guadagnerebbe l'intera società nel mettere in
evidenza segni convincenti che le farebbero prendere il largo nella civiltà
dell'amore.
La vita vincerà ancora una volta? Osiamo sperarlo e per
questo chiediamo a tutti una preghiere unita a un atto di amore accogliente e
solidale.
Vengono segnalate ai fedeli le
proposte molto semplici e concrete, utili per contraddistinguere questo tempo
della Quaresima ritenuto dalla Chiesa tanto importante e significativo per la
vita cristiana:
1.
Ogni
giovedì di Quaresima, a partire quindi dal 10 febbraio, dopo
2.
Ogni
venerdì alle ore 20 si tiene il pio esercizio della Via Crucis.
3.
Nelle
sere di giovedì 24 e venerdì 25 febbraio alle ore 18 il Gesuita P. Deidda
propone ai fedeli due meditazioni sul mistero dell’Eucarestia.
4.
Domenica 13 marzo –V domenica di Quaresima – si
celebra
(§) A proposito… di digiuno
Il
digiuno e l’astinenza prescritti dalla Chiesa hanno valore di segno: segno che,
partendo dal cuore, è destinato ad attraversare tutta la vita.
La vita, infatti, già nella prospettiva umana, comporta misura, limitazione,
sobrietà, moderazione . Sono atteggiamenti richiesti dalla”legge” naturale e
che vengono esaltati nella vita cristiana perché aiutano a purificare il cuore
e la mente da attaccamenti disordinati e affinano l’udito interiore all’ascolto
della parola di Dio.
· Il digiuno e l’astinenza dalle carni sono prescritti
il mercoledì delle ceneri e il venerdì santo;
· L’astinenza dalle carni si estende a tutti (e a i
soli) venerdì di Quaresima (in tutti gli altri può essere sostituita con
un’altra opera di penitenza).
·
Si precisa che l’obbligo di digiuno riguarda le persone dai 18 ai 59
anni compiuti, quello dell’astinenza dai 14 anni.
Giornata
mondiale dei malati di lebbra
|
S |
i celebra domenica 30 gennaio 2005, la giornata
mondiale dei malati di lebbra, istituita da Raoul Follereau nel 1954.
L’iniziativa mira a richiamare la nostra attenzione sul dramma della lebbra,
una malattia vecchia quanto il mondo, ma che non dovrebbe più esistere, perché
è completamente curabile. La lebbra, infatti, è ancora una drammatica realtà in
molti paesi impoveriti e in via di sviluppo. Anche il Papa, in occasione della
giornata mondiale, ha pronunciato parole di solidarietà e di sostegno verso i
malati di lebbra di tutto il mondo, esprimendo l’auspicio che la malattia sia
definitivamente sconfitta.
Sensibilizzare, prevenire, curare
La giornata rientra nell’ampia campagna
internazionale contro la diffusione della lebbra, che in Italia è sostenuta
dall’AIFO, l’Associazione italiana Amici di Raoul Follereau, con sede a
Bologna. La campagna si muove su tre direzione:
-
informare
sulla curabilità della malattia, per togliere quell’alone di paura che ancora
l’accompagna e che causa l’emarginazione dei malati;
-
favorire
la riabilitazione delle persone guarite, in modo che si possano reinserire
attivamente nella società;
-
sensibilizzare
l’opinione pubblica circa l’importanza delle donazioni, per potere offrire cure
tempestive che evitino danni irreversibili.
Un appuntamento di
solidarietà
La giornata mondiale
dei malati di lebbra è un grande appuntamento di solidarietà che si rinnova da
oltre quarant’anni. Capi di Stato, autorevoli ricercatori, persone semplici
offrono il proprio contributo per questa causa. Raoul Follereau che per il suo
impegno nella lotta alla lebbra fu definito “apostolo dei malati di lebbra”,
inseriva la lotta alla lebbra in un impegno più ampio di lotta ad ogni forma di
emarginazione e di ingiustizia e a un costante impegno per la pace.
Quest’anno la giornata
mondiale dei malati di lebbra è dedicata in modo particolare all’Africa secondo
le indicazioni del Papa: «l’Africa è un continente in cui innumerevoli
esseri umani – uomini e donne, bambini e giovani – sono distesi sul bordo della
strada, malati, feriti, impotenti, emarginati e abbandonati. Essi hanno bisogno
estremo di “buoni samaritani” che vengano loro in aiuto».
Un lebbroso al minuto,
forse due
Ogni minuto che passa,
c’è un nuovo malato di lebbra nel mondo. Ogni giorno, oltre 2000 persone si
ammalano di lebbra. Si stima che siano almeno altrettanti, quotidianamente, i
casi non identificati.
In realtà nessuno può
dire esattamente quanti siano i malati nel mondo. Quando si avviano piani di
ricerca sui casi di lebbra in aree difficili da raggiungere, si continuano a
scoprire tante persone affette dalla malattia, più di quanto non si pensasse.
Tra loro, la percentuale dei bambini rimane alta. E questo significa che il
livello d’infezione è alto.
La malattia è diffusa
soprattutto in quella che viene definita la cintura di povertà. È un’area vasta
del mondo in cui vivono un miliardo e trecento milioni di persone che sbarcano
il lunario con meno di un euro al giorno.
La lebbra è curabile,
ma non è curata
Da decenni, grazie a
Dio e ai progressi della medicina, la malattia è perfettamente curabile. Ma
ancora oggi sono tanti, troppi i malati che non sanno di cosa soffrono, né
possono avere le cure di base per fermare la malattia e guarire. Dovunque,
inoltre, questa malattia “bolla” le persone affette con il marchio indelebile
del rigetto sociale. Anche se completamente guarite, restano socialmente
emarginate. E guarire dalla cosiddetta lebbra sociale è un processo ancora più
lungo di quello richiesto per la guarigione fisica.
Occorre tanta
informazione, occorre soprattutto amore e sensibilità: «Con l’amore nulla è
impossibile» ripeteva Raoul Follereau.
Il mondo occidentale,
con un impegno minimo e un po’ di buona volontà, potrebbe debellare in poco
tempo malattia e paura…
“Beati
gli operatori di speranza”
|
N |
el Vangelo di questa settimana risuona una parola inconsueta per
tante persone: beati! Beatitudini che stridono con la condizione di sofferenza
e di dolore che tante persone vivono anche in questo preciso momento. La
felicità vera non deriva necessariamente da ciò che si sta vivendo. Essa nasce
dalla presenza di Dio nel cuore della storia umana e nel cuore delle situazioni
più disparate. Beatitudine è qualcosa che appartiene a Dio e che egli gratuitamente
offre nella misura in cui crediamo che solo lui rende felici.
Ma c’è anche una felicità che noi possiamo offrire. Beati coloro
che rendono felici gli altri con la loro vita, operando nella pace, nella
misericordia e nell’amore.
E dove si trovano persone così speciali?
Esse non sono così distanti da noi, spesso ci sono molto vicine.
Sono coloro che offrono un po’ di tempo, di energie, di competenze per
quell’opera tanto bella che noi chiamiamo volontariato.
È un mondo che non occupa gli spazi della curiosità e delle
cronache, ma che s’insinua nelle pieghe della società per irrorare speranza e
amore dove non affluisce il calore della solidarietà. È un mondo che, anche se
registra, come si faceva osservare domenica scorsa, nella giornata della “Misericordia”,
una sensibile contrazione numerica, rimane vivo e quanto mai necessario oggi
dove la cultura della gratuità si scontra con quella, di più larga risonanza,
dell’interesse e del tornaconto. È proprio il caso di ripetere: “Beati gli
operatori di speranza” che fanno entrare nel mondo lo stile di Dio.
Brevi note elaborate
dal Consiglio Pastorale e inviate al Centro Diocesano sul documento “Comunità
eucaristica per un mondo che cambia”
|
L |
a
nostra parrocchia ha fatto circolare, fin dai primi giorni di dicembre, la
scheda dal titolo “Comunità eucaristica per un mondo che cambia” elaborata
dalla Diocesi, che è stata oggetto di lettura e di riflessione da parte dei
membri del Consiglio parrocchiale. Un primo confronto su tale documento si è
sviluppato nella seduta del Consiglio parrocchiale del 9 dicembre, ma quello
più ampio è avvenuto nella riunione del 20 gennaio. Di quanto emerso in questa
riunione si riportano, in estrema sintesi, gli interventi espressi e
riguardanti considerazioni, rilievi positivi o negativi.
C’è
chi parla di consapevolezza da maturare in relazione al legame tra
momento della celebrazione eucaristica e vita di tutti i giorni: si viene in
chiesa per essere poi cristiani fuori. Un’ulteriore consapevolezza deve
svilupparsi nella valorizzazione dei rapporti interpersonali e soprattutto
familiari: essi riflettono quotidianamente una rivelazione della presenza di
Dio. Si sottolinea anche il rischio costituito dalla controtestimonianza.
Emerge pure l’importanza che i gruppi di ascolto possono assumere al fine di
aiutare nella riflessione sulla parola proclamata durante le celebrazioni.
C’è
anche chi rileva la difficoltà all’ascolto, conseguenza di una diffusa tendenza
del nostro tempo a far prevalere la parola.
C’è
poi chi parla di convinzione: per rendere efficace l’azione di
evangelizzazione occorre essere convinti. Ed è sempre un atteggiamento di
convinzione che porta a rendere gioiosa l’attesa della Messa per costruire
sempre più una comunità.
Altre
considerazioni riguardano il rispetto dei tempi: ci sono persone che,
con la partecipazione alla Messa, ritengono di aver esaurito il loro modo di
essere cristiani e altre che, pur desiderando vivere da cristiani, non riescono
a partecipare. Appare difficile spiegare, in uno spirito di missionarietà, a
chi non partecipa alla Messa che si può arrivare a questo traguardo in un
momento successivo. C’è poi chi affida al coniuge (più frequentemente la
moglie) il compito di avvicinare l’altro alla partecipazione.
Un’ultima riflessione porta a considerare la partecipazione alla Messa in un’ottica esperienziale più che dottrinale. Si riscontra una difficoltà diffusa a recepire il bisogno di Dio e si avverte che la partecipazione all’Eucaristia, se è priva del riconoscimento che la salvezza viene da Dio, si riduce ad una semplice abitudine.
Il
Direttore del CPP Enrico Badii
Finisce con
Martedì 25 gennaio
|
L |
a settimana di preghiera per l’unità dei cristiani che celebriamo ogni anno dal 18 al 25 gennaio può apparire a qualcuno un rito ripetitivo e quasi bugiardo. Quale progressi si sono fatti, in tanti decenni, nel cammino verso l’unità? Perché ricordarsi una settimana all’anno dello scandalo delle divisioni, per poi adattarvisi tranquillamente per il resto dell’anno?
C’è da ricordarsi che il
cammino verso l’unità è difficile, per le incrostazioni, i risentimenti e i
pregiudizi reciproci che le divisioni hanno creato nel corso del secoli. Per
tanti secoli le chiese si sono divise, si sono estraniate ogni giorno di più,
si sono ignorate, si sono anche combattute, infine hanno vissuto una vita del
tutto separata le une dalle altre.
Il cammino di riavvicinamento è
iniziato da nemmeno un secolo, eppure i rapporti tra le chiese sono cambiati in
maniera radicale. Ormai tutti i cristiani si sentono parte di un’unica
famiglia, il processo di riconciliazione è in atto, per mille vie diverse i
cristiani e le chiese hanno imparato a conoscersi, a collaborare, a pregare
insieme, ad affrontare insieme i problemi delle società di oggi. Per questo
essi possono ormai da molti decenni celebrare insieme anche questa settimana
per l’unità, riconoscendo in Cristo il principio e la sorgente della loro fede
e della loro chiesa.
Cristo è appunto la roccia, il
fondamento su cui è costruita
Il capitolo terzo della prima
lettera ai Corinti, proposto come base per la riflessione di tutta la
settimana, parte dalla constatazione che nella comunità di Corinto ci sono
delle divisioni, divisioni di cui abbiamo traccia in tutta la lettera. La presa
di coscienza della gravità di questi disaccordi invita a riflettere
sull’immaturità di questi fedeli, che si comportano come bambini o addirittura
come lattanti, incapaci di superare le loro invidie e discordie (1Cor. 3,1-4).
Riflettendo su quanto accadeva nella comunità di Corinto si può comprendere
quanto spesso le divisioni attuali fra le chiese siano il segno e il frutto di
una mentalità infantile, non ancora maturata nella fede, che dà importanza a
ciò che ha poca importanza, e che è incapace di riconoscere il disegno di Dio, che
ha stabilito l’unità della sua chiesa sul solido fondamento che è Gesù Cristo.
Il testo proposto alla
meditazione prosegue invitando a relativizzare il ruolo degli evangelizzatori,
degli apostoli. Che cosa è
La tendenza naturale nell’uomo
è quella di cercare di affermare se stesso e la propria comunità. Per questo
Paolo non cade nella trappola dell’autoesaltazione e richiama invece
severamente i ministri del Vangelo. Nessuno può pensare di appropriarsi della
chiesa o anche soltanto della comunità che gli fa corona attorno. Cercare di
farsi dei discepoli o dei seguaci in proprio sarebbe tradire il servizio del
Vangelo.
Su questo punto le chiese
cristiane possono interrogarsi: quando cercano di portare nel proprio seno dei
cristiani che appartengono ad altre chiese, esse vogliono veramente servire il
regno di Dio oppure intendono far crescere se stesse e la propria influenza?
In tanti altri ambiti le chiese
cristiane sono invitate a interrogarsi, ambiti che in questa sede è impossibile
anche solo enumerare: può bastare il detto di origine agostiniana e che è stato
fatto proprio dal Concilio Vaticano II (U.R.4):
“Unità nelle cose necessarie, libertà nelle
cose non necessarie, carità in ogni caso”.
Festa in Parrocchia
con le… “Badanti”
|
D |
omenica
pomeriggio ci siamo ritrovati insieme con queste giovani donne extra
comunitarie, che svolgono il loro servizio di assistenza ad anziani malati
nella nostra Parrocchia. Alcune sono venute con la persona che accudiscono,
altre vestite secondo i loro costumi variopinti e molto belli. Sollecitate da
alcune domande hanno fatto capire che non vogliono essere considerate straniere
perché si sentono parte integrante della nostra società né essere chiamate
“badanti”: magari “assistenti” o “collaboratrici” nomi che rispecchiano meglio
le loro attività. In modo unanime hanno detto di trovarsi bene nelle famiglie
dove prestano servizio, ma con tanta nostalgia del loro paese, dei loro cari
lontani. Commovente la testimonianza di una giovane ventenne peruviana che con
il suo lavoro mantiene la madre e cinque fratelli nel suo paese e quella di una
ragazza moldava felice che la sua signora la chiami “bambina sua”. È seguito un
rinfresco nel salone e il complesso “Arcinoti” ha rallegrato l’intero
pomeriggio suonando e cantando.
Ci auguriamo
che questi incontri possano verificarsi più di frequente, anche una volta al
mese, come segno di solidarietà verso queste persone che svolgono un faticoso e
indispensabile lavoro.
R. Anna
Testimoni dell’unità
|
N |
ella società
succede che per affrontare i problemi sempre più complessi i compiti e le
responsabilità vengano suddivisi. I risultati sono più efficaci, più incisivi.
Succede però che a volte, dopo un lungo cammino, si dimentichi, presi da mille
interessi e da mille problematiche, il motivo per cui si era partiti, ciò che
inizialmente ci sosteneva.
È troppo dire
che tale dinamica può ripetersi anche nella nostra comunità parrocchiale?
A volte si
perde il significato, il senso di ciò che si fa, del trovarsi, dell’operare,
dell’aiutare, del mettersi a disposizione. Se in una famiglia i componenti
compiono azioni di servizio, ma fra di loro non c’è comunione, non c’è unità,
il loro fare è niente, sono “un bronzo che risuona o un cembalo che
tintinna” (1Cor 13,1). Gli operatori, i gruppi, i singoli della comunità cristiana
devono avere una visione complessiva di ciò che stanno facendo. Sentire che
tutti stiamo lavorando nella stessa vigna. Ci accomuna un unico progetto,
quello di Dio: “fare di Cristo il cuore del mondo”. La via per arrivare a
questo disegno è costruire una comunità cristiana unita e testimone del Dio
Amore.
Il Vangelo di
oggi dice che in Gesù la predicazione del vangelo e la testimonianza della
carità vengono portate avanti insieme. Non sono realtà distinte, ma sono
modalità dello stesso amore per gli uomini:
“insegnando nelle loro sinagoghe e predicando la buona novella del
regno e curando ogni sorta di malattia e di infermità nel popolo”
(Mt
4,23).
La stessa
cosa vale per la chiesa:
“Se la comunità
ecclesiale è stata realmente raggiunta e convertita dalla parola del Vangelo,
se il ministero della carità è celebrato con gioia e armonia nella liturgia,
l’annuncio e la celebrazione del Vangelo della carità di Cristo non possono non
continuare nelle opere di carità testimoniata con la vita e col servizio”.
Una mentalità ecumenica
|
I |
l saluto con cui Paolo si rivolge alla
comunità cristiana di Corinto se lo rivolgono, con noi cattolici, tutti gli
appartenenti alle comunità cristiane ortodosse, protestanti, anglicane. Tale
saluto precede tutte le divisioni che, purtroppo, hanno spaccato i seguaci di
Cristo e che tuttora non sono state ricomposte. È un indiscutibile saluto
ecumenico, da tutti condivisibile. Tutti i seguaci del Vangelo dichiarano di
ritrovarsi in questo augurio/saluto paolino.
La prospettiva di Paolo è suffragata
dalle parole di Giovanni il battezzatore: “Ecco l’agnello di Dio, ecco colui
che toglie i peccati del mondo”. Sono espressioni antecedenti i concili (e
anche i dibattiti e le eresie cristologiche) che ci fanno chiedere come mai,
affermata l’adesione a Cristo che ha patito ed è morto per la salvezza
dell’umanità, poi ci si sia frantumati senza più riuscire nella
“ricomposizione” nonostante momenti di ottimismo come quelli vissuti nel Concilio
Vaticano II sfociati nel decreto “Unitatis
redintegratio”.
In questa settimana dal 18 al 25 gennaio
si celebra “l’ottava per l’unità dei cristiani”. Non è un’esperienza per
specialisti o “addetti ai lavori”. Per «movimento ecumenico –scrive il decreto
U. R.– si intendono le attività e le iniziative suscitate e ordinate a
promuovere l’unità dei cristiani, secondo le varie necessità della chiesa e
secondo le circostanze» (N. 4).
-Prima proposta:
la corretta testimonianza evangelica: «Non esiste un vero ecumenismo senza
interiore conversione» (N. 7).
-Seconda:
l’unione nelle preghiere private e pubbliche per l’unità dei cristiani: «Debbono
essere considerate come l’anima di tutto il movimento ecumenico e si possono
giustamente chiamare ecumenismo spirituale» (N. 8).
-Terza: reciproca
conoscenza: «bisogna conoscere l’animo dei fratelli separati. A questo scopo
è necessario lo studio e bisogna condurlo con lealtà e benevolenza. I
cattolici, debitamente preparati, devono acquistare una migliore conoscenza della
dottrina e della storia, della vita spirituale e liturgica, della psicologia
religiosa e della cultura propria dei fratelli» (N. 9).
-Quarta: la
cooperazione nella solidarietà e nella carità: «la cooperazione di tutti i
cristiani esprime vivamente l’unione già esistente tra di loro e pone in piena
luce il volto di Cristo servo» (N. 12).
Ricordare questi orientamenti significa
porre precise domande alle comunità cattoliche nelle loro varie componenti allo
scopo di risvegliare in tutti il desiderio dell’unità in Cristo. Il tema
dell’«ottava» di quest’anno, anch’esso concordato tra i responsabili delle
confessioni cristiane, è: “Cristo
unico fondamento della Chiesa”, esso richiama l’affermazione di
Paolo: «Nessuno può porre un fondamento diverso da quello che già si trova,
che è Gesù Cristo» (1 Cor 3,11). La base solida dei rapporti tra i
cristiani è la loro comune partecipazione alla vita di Cristo per il Sacramento
del Battesimo, e davanti a questa unità fondamentale ogni divisione storica
risulta secondaria: una ferita, ma non mortale.
Sull’unico fondamento – Cristo – comune
a tutti i cristiani è necessario alimentare l’unità che già c’è mediante una
salutare tensione verso quell’unità che ancora manca: l’unità perfetta per cui
Cristo pregò durante
IL TEMPO
ORDINARIO
|
C |
on questa
domenica inizia il tempo ordinario. A volte può scattare una sorta di rifiuto
per tutto ciò che sa di ordinario. Lo colleghiamo immediatamente a qualcosa di
già fatto, risaputo, che stancamente si ripete. Per non usare poi altre
espressioni che appiattiscono il nostro vivere come “routine”, “la solita
minestra”, “il tran tran di ogni giorno”… Per una mamma è svegliare i propri
figli, portarli a scuola, rifare i letti, uscire per la spesa, preparare i
pasti… Per un babbo è partire ogni mattina per il lavoro, l’incontro con i
colleghi, le pratiche e le mansioni che ogni giorno si ripetono…
La maturità
di una persona viene misurata dalla capacità di restare là dove si trova, là
dove ogni giorno vive. È facile cadere nel pericolo di non porre più attenzione
e cura in un’azione che si ripete o nella relazione o nella persona che
quotidianamente incontro e con la quale passo insieme parecchie ore.
Nell’ordinario
siamo chiamati a fare quello che Giovanni Battista ricorda oggi nella Parola
proclamata. Egli è colui che riconosce Cristo, la sua presenza fra gli uomini: “Ecco
colui che toglie i peccati del mondo”. Ecco colui che fa vivere e che dà
pienezza alle cose e alle vicende, spesso sbiadite della consuetudine. La sfida
dell’essere cristiani è rendere testimonianza di una presenza che rigenera e dà
calore e vita. È il tempo dell’ordinario, il tempo del quotidiano vivere, che
segna la capacità di amare e d’incarnare il Vangelo di Cristo. Guai a dare per
scontato o per risaputo ciò che giornalmente viviamo. Esso è sempre sorpresa,
meraviglia, novità. Non c’è niente nella vita che non abbia un significato
segreto, profondo, vero, anche e soprattutto dietro le situazioni di ogni
giorno. Non è facile rompere il velo del quotidiano e così scorgere la storia
dell’amore di Dio su di noi, ma questa è anche la ricetta del nostro “fare
bene” ciò che stiamo facendo. Dovremmo riscoprire la dimensione feriale della
carità che si manifesta nelle piccole cose, in gesti minimi, ma che sono
indispensabili per far comprendere una vicinanza e un amore che ci raggiunge
con assoluta gratuità e generosità.
Si racconta
che un giovane studente desideroso di impegnarsi per il bene dell’umanità si
presentò a san Francesco di Sales e gli chiese: “Che cosa devo fare per la pace
del mondo?" San Francesco di Sales gli rispose sorridendo : “Non sbattere
la porta così forte…” Anche un così piccolo gesto può essere riempito di
quell’amore che precede e sostiene ogni grande scelta.
C’è una
parola che dovremmo scrivere in ogni ambiente che frequentiamo: attenzione.
Attenzione a chi vive con noi, alle necessità di chi vive lontano da noi.
Attenzione a come preghiamo, alla parola di Dio e alla parola degli uomini.
Attenzione per andare al di là di ciò che si vede, al di là del quotidiano e
dell’ordinario.
“
|
L |
a nostra comunità,
sensibile come sempre alle necessità emergenti, ha risposto in maniera
encomiabile all’appello di aiuto “gridato” dalle immagini terrificanti
provenienti dal Sud-est asiatico. “La giornata del dono” introdotta da diversi
anni nella nostra comunità per la festa dell’Epifania per educare tutti al
dovere-bisogno della riconoscenza per tutti i doni ricevuti, si è trasformata
quest’anno in una intensa “giornata di condivisione e di solidarietà”.
La somma offerta contenuta nelle buste
presentate al momento offertoriale delle varie celebrazioni eucaristiche è
stata di 3.377,30 €uro.
Altri fedeli, impossibilitati a partecipare in
parrocchia alla Messa del 6 gennaio hanno consegnato complessivamente 560,00
€uro.
Il concerto Gospel tenuto la sera della vigilia
dell’Epifania ha permesso di raccogliere 1.281,70 €uro.
La somma raggiunta – 5.219,00 €uro - e arrotondata
di 1.781,00 €uro ricavati dalla mostra-mercato dei lavori femminili, è stata trasmessa
e consegnata alla Caritas Diocesana per complessivi 7.000,00 €uro.
Pubblichiamo un brano dall’omelia del
cardinale Antonelli del 31 dicembre 2004,
durante la tradizionale Messa di
ringraziamento in Cattedrale.
Tante domande senza risposta ma non possiamo processare Dio
|
Q |
uest’anno 2004 si conclude con la
tremenda catastrofe che ha colpito il sud-est asiatico.
L’immane tragedia non può non
coinvolgerci intensamente. Di giorno in giorno ingigantiscono le sue dimensioni
per il numero dei morti e dei feriti e per le rovine e le devastazioni. Un
senso di sgomento e di angoscia ci attanaglia il cuore. Come cristiani ci
sentiamo provocati alla solidarietà, alla preghiera e alla riflessione.
In situazioni come questa
riemergono dal profondo dell'anima gli interrogativi di sempre.
Perché tante sofferenze? Perché
la morte? Perché tanti innocenti (bambini) tra le vittime? Dov'è Dio? Dov'è
l'Amore infinitamente misericordioso? Dov'è il Padre che Gesù ha rivelato?
Proprio
Se Dio non esistesse o non ci
amasse, il male sarebbe senza rimedio. La morte avrebbe l'ultima parola. Non ci
potrebbe essere nessuna speranza di liberazione e di salvezza, nessuna speranza
neppure per le vittime innocenti.
Qualcuno però potrebbe obiettare: se Dio
è misericordioso e onnipotente, perché non ci preserva dal dolore e dalla
morte, invece di aiutarci a passare attraverso di essi? Non sarebbe meglio
impedire il male preventivamente? Perché lo permette? La risposta è: non lo
sappiamo. Dio ci ha rivelato in Gesù Cristo che il suo è un disegno di amore e,
in definitiva, di felicità. Tuttavia le modalità concrete di attuazione
rimangono imperscrutabili e misteriose. Nella Bibbia il libro di Giobbe sta a
dirci che è lecito sfogarsi con Dio ed esprimere davanti a lui la nostra
angoscia; ma è insensato volerlo mettere sotto processo come anche cercare di
difenderlo con le nostre povere giustificazioni.
Questa vita terrena è un grande
dono, ma è limitata e provvisoria. Siamo posti in un mondo che si trasforma
incessantemente, condizionandoci in senso positivo e negativo, mettendoci
davanti opportunità e ostacoli.
Tutto questo ci consente di
esplicare la nostra libertà sia nel fruire i beni sia nello sfidare i mali. Possiamo
così avere una storia personale e collettiva e cooperare con Dio
all'edificazione del suo Regno. Siamo chiamati ad accettare sia le opportunità
che le sfide, lodando Dio sempre e dovunque.
XArcivescovo di Firenze
Non è facile riconoscere Gesù in mezzo a quella folla di peccatori
che, sulle rive del Giordano, chiedono di essere battezzati da Giovanni.
Uno come tanti. Uno come noi. Tra quelle persone che chiedevano
conversione e perdono il nostro Dio vuole confondersi. Un gesto programmatico
per dire nei fatti quali fossero le persone che più gli stanno a cuore. “Non
sono venuto a chiamare i giusti, ma i peccatori”. Un impegno vissuto con
fedeltà e con un alto rischio a causa dell’impatto che questa sua predilezione
aveva per la cultura del tempo: “I farisei e gli scribi mormoravano: costui
riceve i peccatori e mangia con loro” (Lc 15,2).
La chiesa è testimone di Cristo e portatrice del suo Vangelo di
misericordia. Là dove la società punta il dito, la comunità cristiana porge una
mano tesa. Là dove spesso l’opinione pubblica lancia, non solo la prima
pietra,ma una fitta sassaiola, il cristiano, con la sua comunità, apre la porta
per una incondizionata e gratuita accoglienza.
Una grande sfida interpella ogni giorno la comunità cristiana,
chiamata a ripresentare il volto misericordioso del Padre e un segnale di
speranza a chi ricerca la verità e a chi ha bisogno di riscoprire il senso di
Dio e del suo amore e con ciò anche il senso del peccato.
Gesti di accoglienza e di fraterna vicinanza – tra cui amiamo
ricordare quello di domenica prossima verso le “badanti”, persone provenienti
da vari paesi – compiuti nel rispetto del loro vissuto, possono diventare germi
di speranza e di vita in chi sperimenta la profonda solitudine di una
situazione o di un giudizio che emargina.
In
silenzio con se stessi per ascoltare il Verbo
La quasi coincidente festa della divina maternità di Maria con la
seconda domenica di Natale che ripropone il prologo di Giovanni (già ascoltato alla
Messa del giorno propria di Natale) ci sollecita a meditare ancora una volta
sull’atteggiamento di ascolto di Maria nei confronti del Verbo che comunica il
mistero di Dio.
La premessa è che poche cose ci dicono gli evangelisti della
Vergine Maria e che la fantasia popolare, già a ridosso delle prime generazioni
cristiane (lo testimoniano i Vangeli Apocrifi) ha cercato di supplire a questa
carenza di notizie inventando una serie di pie leggende che talvolta hanno
lasciato tracce nella stessa pietà popolare. Per questa via, tuttavia, si è
raggiunta soltanto la superficie del mistero di Maria, non si è penetrati nel
suo nucleo profondo, costituito dall’ascolto e dalla meditazione della Parola:
delle scritture ebraiche, certo, ma anche dei “segni” che uno dopo l’altro
avevano modificato radicalmente la sua vita, dall’annunzio dell’angelo
all’incontro con Elisabetta, al canto dei pastori.
Decifrare
questo complesso di segni era il difficile compito di Maria e proprio per
questo le era necessario porsi in atteggiamento di raccoglimento e di
preghiera. Soprattutto in questo Maria è per noi tutti un modello di vita.
Grazie alla sua capacità di “custodire
Il
carisma di Maria è in qualche modo anche il nostro: ognuno di noi è chiamato a
sua volta a custodire
Dio ci benedice
Il nostro cammino dell’anno inizia nel segno di
Maria, Madre di Dio. Ci conduce sul cammino l’esortazione del salmo “Dio ci
benedica con la luce del suo volto” feconda di serenità e speranza.
Dio ci benedice, Abramo e Mosè ci benedicono, lo
sguardo dell’altro può benedirci. In famiglia, in comunità, nel lavoro, nelle
relazioni, benedirci con le parole e con i pensieri è il gesto che ci rivela
nella nostra identità di figli e di fratelli: io ti benedico, tu sei
benedizione per me!
Il breve versetto del salmo 66 ci offre
un’immagine di estrema intimità: “Dio ci benedica con la luce del suo volto”.
Quanti messaggi passano per il volto! Basta un sorriso, uno sguardo, per dire
“ti voglio bene”, “sei importante per me”, “sono qui”. Oppure “questo non va”,
“proprio non capisco”.
In famiglia in particolare si vivono dei piccoli
gesti, delle semplici espressioni che rivelano i sentimenti dell’altro, il suo
amore. Le parole sono spesso insufficienti per esprimerci nella nostra umanità:
abbiamo bisogno di un sorriso, di un fremito, di ascoltare la tensione della
voce. Auguriamoci che si realizzi una comunicazione aperta di chi alle maschere
preferisce la sfida della trasparenza, una comunicazione confidente e profonda
di chi sa usare il silenzio e dare il giusto peso alle parole.
E che a nostra volta sappiamo benedire la vita,
il futuro, la storia, perché il nostro cuore si apra alla speranza. “Nella
pienezza del tempo Dio mandò suo Figlio” nella nostra storia, nel nostro
quotidiano per renderlo tempo propizio, tempo della grazia, luogo di
rivelazione del progetto di Dio sull’uomo.
Dio continua a benedirci nello scorrere dei
giorni, nel fluire del tempo, invitandoci a cercarlo con attenzione e ad
accoglierlo nello stupore che si fa lode.
Accogliere la benedizione di Dio sulla nostra vita
vuol dire guardare al proprio futuro con un sorriso, certi di poter accogliere
la sfida del tempo che passa senza paura, perché il vero amore continuerà ad
essere nuovo ogni giorno, capace di non avvertire più di tanto il peso degli
anni, le sofferenze della vita e le esperienze che si accumulano.
E se ci sarà dato ancora di dare nuove vite se
siamo genitori, o di arricchirle di grazia se ne siamo ministri, continuiamo a
trasmettere loro questo messaggio di speranza: il futuro non è solo incerto e
confuso, si può benedire anche il futuro perché su di esso vigila il Signore.
Il futuro è come il grembo della Madre, fecondo di vita nuova.
Buon Anno: perché sono buoni gli anni e i
giorni vissuti nella speranza!
La festa del dono
Istituita
in parrocchia da diversi anni per sensibilizzare i fedeli circa il
bisogno-dovere, di esprimere gratitudine verso la comunità cristiana da cui
riceve e a cui reca tanti “benefici” in un meraviglioso scambio di doni, non
possiamo coglierla solo come opportunità per “guardare le cose di casa nostra”
e limitarci a considerare le nostre urgenze. Saremmo ciechi a non vedere le
immagini apocalittiche di questi giorni e a non recepire le necessità di aiuto
per i superstiti del cataclisma del Sud-Est dell’Asia.
Per
questa ragione, sollecitati anche dal Papa, che già nella preghiera dell’Angelus
di domenica
Mi
pare utile più di qualsiasi moralistica riflessione la conclusione di un
articolo a firma di Umberto Galimberti apparso su un quotidiano.
“Queste sono le due domande che il maremoto del sud
est asiatico ci pone:
1ª Che
rispetto abbiamo della natura noi uomini della tecnica che la visualizziamo
solo come materia prima? Non c’è nessun nesso tra l’incedere impetuoso dei
nostri dispositivi tecnici e lo sconvolgimento dell’acqua e della terra in
quell’area del mondo che è stata l’India e l’Indonesia, ma un monito sì. Non
dimentichiamo la potenza della natura e non abituiamoci a pensare che essa non
è che materia prima, o deposito di rifiuti.
2ª Che rispetto abbiamo degli altri uomini, e che
soccorso diamo a loro noi, ricchi della terra, che ammiriamo la loro natura nel
passatempo delle nostre vacanze?”
Se sapremo rispondere a queste due domande con
sincerità non fermeremo né i terremoti né i maremoti, ma eviteremo che per gran
parte dell’umanità, ogni sussulto della terra sia strage.
Le offerte che ci sentiamo
di fare per i sinistrati le potremo porre nelle buste preparate e portare al
momento offertoriale delle varie celebrazioni della festività dell’Epifania.

Con Giuseppe
verso il Natale
|
L |
’uomo che cammina in punta di piedi. È così che
Giuseppe si presenta nel vangelo, quasi a non voler distrarre il nostro sguardo
su Maria e su Gesù. Giuseppe nel vangelo non parla, lascia parlare gli altri,
lascia parlare i fatti. Lui è lì, pronto a prendere sul serio i messaggi di Dio
spediti nei sogni e ad eseguire con fedeltà ordini di scelte, spostamenti e
viaggi incomprensibili.
Solo una breve pennellata legata a un aggettivo
ci dà il tono e lo spessore di questo uomo così schivo, ma anche così
determinante. Di lui abbiamo solo un attributo che lo caratterizza e lo
definisce: giusto.
Di Giuseppe possiamo solo dire che era giusto.
Altre sue caratteristiche o particolarità ce le possono aggiungere solo registi
o letterati.
A noi però ci basta quel giusto. Un
essere giusti che supera perfino la legge e si fa carico dell’umanità più
debole e indifesa ed entra nell’unica legge del cristiano: quella dell’amore.
Dovremmo imparare a saper coniugare giustizia e
carità come facce di una medesima medaglia. Fare giustizia è già un atto
d’amore.
Un decreto conciliare ci ricorda che “siano
innanzitutto adempiuti gli obblighi di giustizia, perché non si offra come dono
di carità ciò che è dovuto a titolo di giustizia” (A.A. n. 8).
Fare carità attraverso la giustizia è ricordarsi
del forte squilibrio che c’è fra chi ha oggi la mensa piena e chi invece non
riesce neppure a mangiare le briciole che cadono dalla tavola.
Già sant’Agostino ci metteva in guardia:
“Abbandonata la giustizia a che si riducono i regni, se non a grandi
latrocini?” La terra in cui viviamo può garantire a tutti gli abitanti una vita
dignitosa se ci fosse una più giusta distribuzione dei beni. La sproporzione di
ricchezze fra noi e una grossa fetta del mondo è un grido a Dio per
un’ingiustizia macroscopica per la quale spesso non sentiamo nemmeno il
rimorso.
Per la verità da tempo comunità cristiane e
famiglie sono attente a vivere la carità come forte senso di giustizia. Esse si
aiutano, prelevando dal proprio reddito una percentuale da offrire a chi ha
meno, sia che si trovi nel sud del mondo o nel proprio mondo. Tante altre forme
e iniziative vengono promosse e attuate da tanti volontari sensibili e attenti
a queste problematiche. Anche l’iniziativa appena nata a Sesto della vendita
dei prodotti del commercio equo e solidale rientra in questo spirito e in
questo scopo. C’è solo da augurarsi che la cerchia dei “benintenzionati” si
allarghi e anche per questo vogliamo fare nostra questa preghiera:
“Signore
ho sentito stanotte il tuo grido.
Non
era un sogno, ma l’appello incessante di popoli che chiedono di essere guardati
e non dimenticati nelle loro sofferenze.
Tu
che ti fai voce di coloro che non sono difesi nei loro diritti fa’ che, animati
dalla giustizia e dalla carità, possiamo rivolgere occhi e cuore alla loro
attesa.
Ricordaci
che anch’essi fanno parte della tua famiglia e chiedono come i nostri cari, la
dignità di un posto a tavola.”
Leggere i segni
|
A |
pochi
giorni dal Natale siamo ormai sommersi dai segni che ci seguono implacabili.
Segni di festa, di luce di abbondanza, di bontà e anche di solidarietà e condivisione.
Impossibile non accorgersi che sta arrivando Natale. I segni forse hanno preso
il sopravvento sull’evento, con il rischio che, alla fine, non è il mistero
dell’incarnazione che attendiamo, ma i suoi segni più o meno mondani.
Ben conoscendo questo pericolo, Dio, per bocca
di Isaia dice: “Vi darò un solo segno e sarà diverso da quello che voi tutti
aspettate: vengo tra voi, vengo come voi, vengo in voi”.
Giuseppe davanti a tutto questo rimane prima sorpreso
ma, giusto com’è, da uomo cioè che cerca la volontà di Dio, riflette, pensa, e
poiché pensa non rifacendosi solo al proprio interesse, può anche ascoltare
l’angelo, l’annunciatore di Dio: “Non temere Giuseppe, sei in mezzo
all’avverarsi della profezia, fai parte del progetto di Dio, sei mattone della
storia della salvezza, autentico figlio di David”.
Allora il segno acquista senso e si arriva al
cuore del messaggio: “L’Emmanuele, il Dio con noi”.
E anche Paolo, servo di Cristo Gesù, è uomo
capace di leggere i segni, la storia di Israele, le Scritture, per arrivare al
nocciolo: il Figlio di Dio nato secondo la carne e risorto dai morti, nostro
Signore.
Ecco allora che di fronte al dono che ci
prepariamo ad accogliere, l’invito di questa domenica è di allontanare
veramente da noi tutti i segni fuorvianti per essere uomini e donne di una
generazione che cerca il volto di Dio, e lo cerca col cuore del giusto e del
servo, pronti a trovarlo, pronti a vedere il Dio-con-noi.
Se visto, questo Signore, non lascia che la
nostra vita continui come prima: egli ha uno sguardo così forte che trascina e
quasi impone la sua strada, la strada di chi nasce in una mangiatoia. Forse
proprio per questo tante volte sentiamo la tentazione di fermarci ai segni,
senza accoglierne il significato.
Possiamo resistere a questa tentazione,
lasciandoci guidare dall’angelo…

“Sono felice non perché ho
le cose che amo, ma perché amo le cose che ho”.
Alla soglia del santo Natale questa frase di Leone
Tolstoy ci aiuta ad aprire gli occhi di fronte alla preziosa e nuda semplicità
della stalla di Betlemme. Quanti affanni, quante preoccupazioni per avere le
cose che speriamo ci rendano felici. Maria ci offre l’unico regalo che può
procurarci la gioia: un bambino nudo in una stalla.
Il
segreto della vera gioia non sta nelle cose che accumuliamo fra le nostre mani,
ma in quella presenza che portiamo dentro il nostro cuore.
Conoscere Gesù
|
O |
gni generazione cristiana che
succede alla presente tocca il compito di “comprendere” il mistero
dell’incarnazione, di viverne la logica e di testimoniarla con semplicità e
convinzione tutti giorni e in tutte le situazioni.
E, poiché siamo generazioni
concatenate, potrebbe essere interessante analizzare che cosa, di generazione
in generazione, ci raccontiamo sul Natale.
Però, dopo di aver narrato a
vicenda come sono stati i nostri Natali, dovremmo anche essere capaci di dare
spazio alla verifica se e come il Natale di Gesù Cristo ha inciso sulla vita di
ciascuno di noi, sull’ambiente sociale ed ecclesiale in cui siamo inseriti e in
cui viviamo. Uno spunto per tale verifica lo offre san Paolo: “Il Dio della
perseveranza e della consolazione (non sono questi i due tipici doni
dell’incarnazione?) vi conceda di avere gli uni verso gli altri gli stessi sentimenti
ad esempio di Cristo Gesù, perché con un solo animo e una voce sola rendiate
gloria a Dio, Padre del Signore Nostro Gesù Cristo”.
Ecco il parametro per valutare
l’incidenza dei precedenti “Avvento” e “Natale”! Verificare lo stadio cui è
giunta la nostra conformità a Gesù: puntualizzare il personale e comunitario
cammino di conversione. Potremmo dirci a vicenda: “Come è cambiata dallo scorso
Natale la nostra vita? Non basta aver celebrato. Abbiamo cercato di conoscere
meglio Gesù, Vangelo vivente?”
Dal momento dell’incarnazione ha
inizio per il cristiano il dovere della “imitazione” di Cristo, che è proprio
l’antico cammino di conversione da percorrere.
Ma conosciamo Gesù Cristo? Chi è
Gesù Cristo per noi? Quesiti permanenti che l’Avvento e il Natale rendono più
attuali e stimolanti.
La colletta di oggi esprime con
altre parole il contenuto di quella conversione a cui la liturgia di questa
seconda domenica di Avvento la sollecita: “Dio
dei viventi, suscita in noi il desiderio di una vera conversione, perché
rinnovati dal tuo Santo Spirito sappiamo attuare in ogni rapporto umano la
giustizia, la mitezza e la pace, che l’incarnazione del tuo Verbo ha fatto
germogliare sulla nostra terra”.
Se questi tre valori:
giustizia, mitezza e pace, sembrano tanto lenti a fiorire e a maturare non si
può darne colpa allo Spirito: a renderlo infecondo è solo l’opposizione e
l’indolenza dell’uomo…
Il “sì” di Maria
Dire sempre di sì può
risultare difficile se non controproducente. A volte può essere sinonimo di
debolezza, perché un no potrebbe avere conseguenze spiacevoli per chi lo dice.
Dire di sì richiede fedeltà e
continuità, componenti che spesso appaiono latitanti nelle scelte definitive e
importanti di tante persone. Eppure sono i sì che il più delle volte
costruiscono il nostro futuro e permettono di crescere dentro la fedeltà di una
scelta. Anche Maria ha accettato tutta la portata del suo sì, del suo “eccomi”. Un sì che ha sconvolto la sua e la nostra
storia. Un sì che ha dovuto
combattere tanti no dettati dal buon senso e dalla ragione umana.
Maria ha insegnato la forza e le
conseguenze dei sì a Dio e al suo
amore. Con un sì Maria ha consentito
che Dio entrasse nella sua vita tanto intimamente da divenire sua carne. Anche
noi, con i nostri sì all’amore,
possiamo dare carne oggi alla presenza di Dio in una testimonianza di carità
concreta e visibile.
Se ci guardiamo con un po’ di
sincerità riconosceremo che sono i sì che
riempiono la nostra vita. Quando invece diciamo no: no all’incontro, no al
dialogo, no al perdono, no all’accettazione dell’altro, veniamo svuotati di una
possibilità di pienezza e ci lasciamo alle spalle incomprensioni e rancori.
Quando un suo amico chiese a don
Benzi, fondatore della Comunità Giovanni XXIII, come avesse fatto per diventare
una persona così carica di amore e di carità, lui candidamente rispose: “
Dicendo sì a ogni occasione di bene
che il Signore mi presentava”.
Diciamo il nostro sì all’amore quotidiano, quello che
entra per le finestre della ferialità e per le porte del presente: avremo la
gioia anche noi come Maria di sentirci appagati perché umili servi del Signore,
servi dell’amore.
C’è bisogno di uomini e donne del sì che si rendono disponibili alle
esigenze e alle richieste all’interno della nostra comunità. Sì a lavorare insieme per offrire il
vero volto della chiesa, umile serva di Dio e dell’uomo.
Preghiera
Maria, donaci il coraggio di dire sì a chi ci chiede
compagnia e tempo. Fà che crediamo che chi ci ha rubato un po’ del nostro tempo
su questa terra, ce lo ridonerà come tempo di amore che non si consumerà per
tutta l’eternità.
Maria,
donaci la saggezza nel dire sì affinché possiamo cogliere nel nostro gesto di
disponibilità quel Regno di amore che tuo Figlio ha portato e che avanza con la
forza dello Spirito Santo, ma che aspetta anche la nostra collaborazione perché
venga attuato tra gli uomini.
Ogni
Domenica in ogni parrocchia, il popolo cristiano è radunato da Cristo per
celebrare l’Eucarestia , in obbedienza al suo mandato: “Fate questo in memoria
di me”.
Ä
“Culmine dell’iniziazione cristiana, l’Eucarestia è
alimento di vita ecclesiale e sorgente della missione”.
Ä
“La vita
della Parrocchia ha il suo centro nel giorno del Signore e l’Eucarestia è il
cuore della domenica. Dobbiamo “custodire” la domenica e la domenica
“custodirà” noi e le nostre parrocchie,
orientandone il cammino, nutrendone la vita…”.
Don Mario insieme al
fratello don Arturo, commossi, ringraziano i fedeli della comunità che hanno
voluto significare la propria vicinanza e solidarietà per la morte della
sorella: con la preghiera, con la partecipazione alla Messa, con gli scritti,
con la presenza al funerale. Sono
grati a tutti.
il primo momento
dell’Anno Liturgico:
L’Avvento
Con la prima Domenica di Avvento ha inizio il
nuovo Anno liturgico, lungo il quale
L’Avvento, primo tempo dell’Anno
liturgico, ci prepara alla celebrazione della nascita del Signore (Natale) e
alla sua manifestazione come Signore della storia (Epifania). L’Avvento ha
anche una sua profonda connotazione escatologica: ci orienta, alla seconda
venuta del Signore, quella che
Su questa duplice “venuta” (come significa il
termine adventus) sono impostate le letture bibliche e le collette di
questa prima tappa dell’anno liturgico. Infatti il lezionario e il Messale
privilegiano nelle prime settimane il tema della “seconda venuta” per poi
dedicare gli ultimi giorni (a partire dal 17 dicembre) alla preparazione
immediata al Natale del Signore.
Le caratteristiche del tempo di Avvento sono
perciò dettate dalla liturgia stessa.
L’Avvento è il tempo dell’attesa: attesa
della salvezza definitiva e del compimento del Regno predicato da Gesù; attesa
del giudizio del Signore e della sua venuta nella Gloria.
Attesa fatta di invocazione, di fiducia, di
speranza, di santa collera.
L’Avvento è il tempo della vigilanza:
tra la prima e la seconda venuta di Gesù si colloca il tempo della Chiesa,
durante il quale essa è chiamata a tendere verso il Regno senza cedere alle
tentazioni, senza fermarsi o assopirsi o a voltarsi indietro. La vigilanza è
l’atteggiamento che caratterizza il tempo della Chiesa pellegrina nel mondo.
L’Avvento è il tempo della preghiera:
mentre
L’Avvento, è bene ricordarlo, è il vero tempo
mariano: nel contesto della duplice venuta di Gesù, Maria acquista la sua
vera grandezza di credente, di discepola, di Madre di Dio e della Chiesa, in
cammino verso la seconda venuta del Suo Signore.
Questi
semplici richiami a come vivere l’Avvento si possono considerare come un
prolungamento di quelli preziosi che ci è stato dato di ascoltare nel corso
degli Esercizi Spirituali appena conclusi.
Col
nuovo Anno Liturgico Nuovo Rito del Matrimonio
Non è solo una “formula da hall di albergo: io accolgo…”
la novità che viene introdotta proprio oggi, prima domenica dell’anno
liturgico, nell’ambito della riforma del Rito del Matrimonio. Esso fa parte di
una sequenza di innovazioni ben più significative, che, data la limitatezza di
spazio amiamo così sintetizzare:
3. La possibilità di anticipare la benedizione nuziale dopo il consenso e lo
scambio degli anelli.
1) La memoria del Battesimo mette in luce il fondamento teologico dell’atto
del consenso. È in forza del loro sacerdozio battesimale che gli sposi,
attraverso i gesti e le parole del consenso e degli anelli, partecipano al
mistero dell’alleanza pasquale e sono ministri del Sacramento. Il consenso è la
risposta degli sposi ad una parola di amore che li precede: la scelta libera
degli sposi si fonda sul dono battesimale che li ha iniziati alla possibilità
di amare. E così appare chiaro che lo stato matrimoniale è il modo proprio con
cui gli sposi vivono la grazia battesimale e perfezionano la loro identità
cristiana.
2) Le litanie dei santi; già presenti nella celebrazione di alcuni sacramenti (battesimo,
ordinazione) e in altri riti particolari (professione religiosa e monastica),
manifestano e attuano la dimensione ecclesiale del matrimonio: la preghiera
litanica, infatti, realizza la comunione della chiesa totale, quella pellegrina
e quella gloriosa. Tutta l’assemblea si fa solidale con gli sposi, implorando
per loro l’intercessione di quelle persone che hanno testimoniato sulla terra
fedeltà nell’amore sponsale. La presenza delle litanie, in cui si invocano i
santi che hanno vissuto l’esperienza coniugale (Gioacchino e Anna, Zaccaria e
Elisabetta fino… a Giovanna Beretta Molla) evidenzia il valore del sacramento
del matrimonio in rapporto con gli altri stati di vita.
3) La possibilità di anticipare la benedizione nuziale dopo il consenso e lo
scambio degli anelli sottolinea, nella stessa forma rituale, la connotazione
trinitaria del matrimonio.
Per quanto riguarda gli adattamenti dei testi è opportuno richiamare
anche solo quello che riguarda la manifestazione del consenso.
In esso l’espressione precedente “Prendo
te…” è stata sostituita con: “Ti accolgo…” che, insieme all’aggiunta
“con la grazia di Cristo” permette di caratterizzare l’esperienza del consenso
come la risposta a un dono e non come una presa di possesso.
Compare anche una nuova formula
per la manifestazione del consenso: Sposo: “N…, vuoi unire la tua vita alla
mia, nel Signore che ci ha creati e redenti?” Sposa: “Sì, con la grazia
di Dio, lo voglio. E tu, N…, vuoi unire la tua vita alla mia, nel Signore che
ci ha creati e redenti?” Sposo: “Sì, con la grazia di Dio, lo voglio.” Insieme:
“Noi promettiamo di amarci fedelmente, nella gioia e nel dolore, nella
salute e nella malattia, e di sostenerci l’un l’altro tutti i giorni della nostra vita”.
Sono innovazioni liturgiche molto
appropriate e significative che, come sempre, richiedono un contesto di fede
perché diventino espressive, autentiche e veritiere. È quello che, attraverso i
corsi, o meglio, i percorsi, in preparazione del matrimonio,
Un grido di
aiuto dal carcere di Bamenda
Avvento di fraternità
2004
Per l’Avvento di fraternità,
Anche la nostra parrocchia è chiamata a
rispondere all’appello della Diocesi e lo farà ridestando le sue più genuine
risorse di generosità e solidarietà, dono del Natale di Gesù.
Dal Messaggio del
Presidente della Cemi (Commissione Episcopale per le Migrazioni)
Mons. Lino Belotti per
“Il mondo come una casa: dalla diffidenza all’accoglienza”
«
È la più antica Giornata da celebrarsi:
risale al 1914 allorquando una marea di italiani dal sud e dal nord della
Penisola e delle isole lasciavano nazione, paese e famiglia per emigrare in
cerca di lavoro. Forse si ripetevano da noi le scene che sappiamo ripersi oggi
nei paesi donde partono migliaia di uomini, donne, bambini pronti ad affrontare
viaggi costosi e pericolosi per raggiungere il “sognato paradiso terrestre”
delle terre europee.
Forse si respirava anche allora
dai nostri connazionali, che si stanziavano oltre oceano o nelle nazioni
europee ricche di risorse e di lavoro, quel clima di sospetto e di diffidenza
che sovente respirano i numerosi immigrati appena mettono piede in Italia…
Fuggire dalla fame, dalla
violenza, dalla mancanza di lavoro, dai conflitti armati in cerca di pace, di
giustizia, di lavoro è dovere , è sacrosanta esigenza. Chi non lo capisce?
Accogliere queste persone senza tensioni, anzi con la gioia di farle trovare in
un luogo dove c’è pace e con la pace l’interazione di un processo dinamico e
partecipativo che coinvolge ogni fascia della società, dalla famiglia alla
scuola, alle varie istituzioni o organizzazioni, deve diventare l’ansia, il
desiderio, il sogno dei singoli e delle organizzazioni pubbliche e private.
Sappiamo che non è sempre e dovunque così.
La “casa”, come la pensa e la
immagina
Perciò ai migranti direi ciò che
Geremia diceva agli esuli: “Cercate il bene del paese in cui abitate,
pregate il Signore per esso perché dal suo benessere dipende il vostro
benessere” (Ger. 29,1-14). Ai nostri cittadini ripeterei le parole del
Deuterenomio: “Amate il forestiero, il migrante perché anche voi foste stranieri
e migranti” (cfr: Deut. 10,11).
Con queste bibliche direttive si
comincia a vedere l’altro con benevolenza, con simpatia, come vicino, come persona umana,
quindi portatrice di valori e ricchezze, non come straniero, non come
potenziale nemico come sembra guardarlo la legge o come incomodo da
allontanare, ma come membro di un’unica grande famiglia i cui legami sono
destinati ad essere sempre più stretti e costruttivi.
Dal vedere all’accogliere il
passo non è lungo anche se non sempre facile a farsi… Dipende dai gesti che
ognuno di noi pone: incontrandosi, aiutandosi, pregando assieme, attuando
attenzione reciproca, rispetto, capacità di leggere con realismo e slancio il
contesto…
È proprio impossibile essere
“segno” di una “casa” dove si vive la carità, dove si attua l’accoglienza, dove
si pratica il rispetto alla persona e al suo credo, dove ci si rapporta con
l’altro senza arroganza, senza paura, senza sospetto?
Quella “casa” è destinata ad
aprire brecce che diventano promesse per un futuro migliore, ad aprire nuove
vie di convivenza umana ed essere luogo di annuncio, di un messaggio al quale
Dio “darà incremento”…
È così che il mondo diventa una
casa ospitale, serena, dove ci accoglie, ci si rispetta e ci si ama.
Riusciremo a frenare la ferocia
della nostra società che non risparmia nessuno, nemmeno l’infanzia? E se questa
ferocia e crudeltà che non spunta dal nulla fosse un po’ la colpa di tanti che
cominciano col non rispettare più il vicino, il povero, il migrante?
Le condizioni dell’umanità sulla
terra sono così precarie, così grandi le disparità economiche, così facili i
gesti politici in cui i diritti umani sono violati, che i flussi migratori sono
più motivo di tensione e diffidenza che di solidarietà e di riconoscenza.
Riusciremo a “mantenere la consapevolezza che stiamo ricevendo doni nel momento
in cui offriamo accoglienza?…»
|
L |
a festa di Cristo Re conclude l’anno liturgico. La prima lettura (2 Samuele 5, 1-3) racconta un avvenimento importante dell’Antico Testamento: Davide è consacrato re, e come tale lo riconoscono tutte le tribù. Ma Davide è solo la figura, la profezia; Gesù è la realtà. Egli realizza la prefigurazione dell’Antico Testamento e insieme la approfondisce e la trasforma, come mostrano le altre due letture nel loro stupendo contrasto: il brano di Paolo (Colossesi 1,12-20) parla della gloria di Cristo, il Vangelo (Luca 23, 35-43) della sua Croce.
Il Vangelo ci dice che per capire la realtà di Gesù occorre partire dalla Croce. Sta qui la sua verità e la sua originalità, la sua diversità dalla regalità mondana. La regalità di Cristo risplende nell’ostinazione dell’amore, nel rifiuto di ricorrere alla potenza per salvare se stesso, nel servire. È la sua grandezza e la sua originalità. Ma è anche il motivo per cui il mondo non la comprende e non raramente si sforza di modificarla per renderla più convincente.
Quale futuro ci aspetta?
|
C |
he cosa deve ancora succedere? È la domanda che ci poniamo spesso
davanti alle immagini sconcertanti dei telegiornali che ogni giorno scorrono
davanti agli occhi. Sembra che gli uomini abbiano dimenticato la pietà e si
comportino come le belve, pronte a sbranarsi per un pezzo di pane o per un
fazzoletto di terra.
Vittime innocenti, visi di bambini straziati dalla violenza, madri
che piangono i loro figli morti in nome di un ideale o senza sapere il perché.
Guerre, distruzioni, bombe cosiddette intelligenti che seminano
morte, conflitti interminabili e puntualmente dimenticati…
Questo o simili potrebbero essere le parole di Gesù se il discorso
che leggiamo nella liturgia venisse pronunciato oggi. Eppure – egli ci dice –
questa non è ancora la fine, il tempo non è ancora giunto. E non sta a noi
sapere quando verrà, nonostante la nostra corsa agli oroscopi si faccia da qui
in poi, come ogni fine anno, sempre più frequente. “Quanto a quel giorno e a quell’ora
nessuno li conosce, neanche gli angeli del cielo e neppure il Figlio, ma solo
il Padre” (Mc 13, 32).
Quello di Gesù è un monito a non spaventarci di quello che vediamo
e viviamo, e a non farne un pretesto per chiuderci nel nostro comodo ad
ammirare le belle pietre del tempio, le nostre belle case, i nostri bei
bambini. Essere consapevoli di quello che succede attorno a noi non deve
portarci a fingere che tutto vada bene e nemmeno che la catastrofe sia
imminente. La disperazione, come l’indifferenza e la superficialità, sono
atteggiamenti che Gesù ci chiede di allontanare per metterci con fiducia nelle
mani del Padre.
È per questo motivo che non abbiamo bisogno di preparare la nostra
difesa; ci basta perseverare. Che bella parola! Perseverare significa
mantenerci fermi nei propositi, continuando a camminare sulla strada che Gesù
ha tracciato con la sua vita; significa fare le cose di sempre con lo spirito
del discepolo. Non ci viene chiesto di salvare il mondo da soli!
Ma c’è una certezza in mezzo a tutto questo: “Nemmeno un capello del vostro capo
perirà”. Allora comprendiamo come
la fiducia in Dio che è Padre e che “non toglie mai una gioia ai suoi figli, se non per darne una più
certa e più grande” (A.Manzoni) sia la strada attraverso la quale passare per superare la tribolazione.
Quando la
notte i nostri figli si svegliano piangendo, basta la voce della mamma o del
babbo a rassicurarli e quell’abbraccio nel quale essi chiedono di essere
tenuti, li tranquillizza e spesso tornano a dormire sereni. Così dovrebbe
essere la nostra fiducia nel Padre: “Io sono tranquillo e sereno come bimbo svezzato in braccio a sua
madre, come un bimbo svezzato è l’anima mia” (Sal 130).
Esercizi Spirituali nel
Quotidiano
|
N |
ell’ultima intera settimana di
novembre, come si è ripetuto in diverse occasioni, tutte le parrocchie della
Diocesi si ritrovano per una sosta di ascolto della Parola di Dio, di
riflessione e di preghiera. Il tema al quale faranno riferimento i vari momenti
di riflessione è quello indicato dal Vescovo ed espresso nei versetti
evangelici di Luca 21, 27-28: “Allora vedranno il Figlio dell’uomo venire su una
nube con potenza e gloria grande. Quando cominceranno ad accadere queste cose,
alzatevi e levate il capo, perché la vostra liberazione è vicina”.
Si è
già insistito perché siano tanti i fedeli a valorizzare questa opportunità di
grazia a tal punto da sembrare superfluo ribadirlo…
Ora indichiamo il
calendario-programma della settimana e le guide che animeranno le giornate,
riservandoci di comunicare gli orari esatti nel prossimo notiziario:
Ø
Domenica 21 ~ Nelle celebrazioni eucaristiche consegna dell’invito alla partecipazione
con il testo evangelico (Luca 21, 27-28) sul quale graviteranno le riflessioni.
Ø
Lunedì 22 ~ Santa Messa votiva dello Spirito Santo per invocare i suoi doni sui
fedeli che intendono partecipare agli esercizi.
Ø
Martedì 23 ~ Riflessione guidata dalla Dr.ssa Laura Giachetti.
Ø
Mercoledì 24 ~ Riflessione guidata dal Prof. Marco Cerruti.
Ø
Giovedì 25 ~ Riflessione guidata dai Padri Francescani.
Ø
Venerdì 26 ~ Giornata dedicata alle Confessioni.
Ø
Sabato 27 ~ Alle ore 21:00, in Cattedrale, Veglia di Avvento presieduta
dal Cardinale.
Nella settimana degli Esercizi,
per agevolare la partecipazione dei fedeli, è bene sospendere i vari
appuntamenti e riunioni che si svolgono normalmente nell’ambito pastorale.
“
|
S |
i è sviluppata sul tema della parrocchia la riflessione portata avanti
per buona parte del Consiglio parrocchiale del mese di ottobre. È infatti questo
uno dei punti nodali individuato dai vescovi e fatto proprio dalla nostra
diocesi, sul quale dovrà svilupparsi l’azione pastorale dei prossimi anni. La
realtà della parrocchia è considerata dai vescovi estremamente importante e
attuale; necessita di un continuo rinnovamento per affrontare i rapidi
cambiamenti che caratterizzano il tempo che stiamo vivendo. Così la parrocchia
è chiamata oggi a vivere una duplice fedeltà: al vangelo e alla gente, senza
scindere o accentuare uno dei due aspetti. Questa duplice fedeltà richiede che
la parrocchia diventi un centro di formazione per cristiani maturi e, al tempo
stesso, svolga il ruolo di soggetto attivo di azione missionaria.
Le
righe che seguono sono una breve sintesi della discussione che si è sviluppata
sulla nostra esperienza di parrocchia; righe scritte per informare tutti, ma
anche base sulla quale proseguire il confronto all’interno del Consiglio. Si
riconosce da più parti che il nostro ambiente (come la realtà più grande che lo
circonda) ha bisogno di testimonianza di gioia di vivere, di amore, di
recuperare un senso autentico di speranza. C’è chi vede nelle famiglie della
nostra parrocchia una importante risorsa per offrire una testimonianza che
risponda al bisogno di gioia. Si avverte che l’esperienza dei gruppi di ascolto
della Parola, costituiti da anni nelle nostre case, intercetta sempre più un
bisogno diffuso tra le persone della nostra comunità. Sul modo di avvicinarsi
agli altri, di essere missionari, si registrano una serie di considerazioni. C’è
chi sottolinea la necessità di una preparazione personale approfondita, per
essere poi in grado di porgere agli altri il messaggio cristiano e chi richiama
l’importanza della coerenza di vita. Si parla di difficoltà ad avvicinare
persone, in quanto, spesso, chi viene avvicinato mostra un senso di fastidio.
Si riferisce anche di atteggiamenti personali, più propensi a cercare risposte
immediate invece che di disponibilità a compiere un cammino insieme. Il bisogno
di crescere come comunità è una costante di diversi interventi; si individuano
le caratteristiche di questa crescita non tanto in un cammino didattico quanto
in una dimensione esperienziale, che porti ad avvertire sempre più il fascino
del Vangelo. Si auspica una crescita anche sul piano della liturgia, da vivere
in maniera sempre più viva e meno formale.
Il Direttore
E. Badii
«Un
discepolo andò dal maestro e gli disse: “Voglio trovare Dio”. Il maestro
sorrise. E siccome faceva molto caldo, invitò il giovane ad accompagnarlo a
fare un bagno nel fiume. Il giovane si tuffò e il maestro fece altrettanto. Poi
lo raggiunse e lo agguantò, tenendolo a viva forza sott’acqua. Il giovane si
dibatté alcuni istanti, finché il maestro lo lasciò tornare a galla. Quindi gli
chiese cosa avesse più desiderato mentre si trovava sott’acqua. “L’aria”,
rispose il discepolo. “Desideri Dio allo stesso modo?” gli chiese il maestro.
“Se lo desideri così, non mancherai di trovarlo. Ma se non hai in te questa
sete ardentissima, a nulla ti gioveranno i tuoi libri. Non potrai trovare la
santità, se non la desideri come l’aria per respirare.»
Questa famosa parabola dei padri del deserto
illustra efficacemente un aspetto della santità che sempre ci colpisce e che è
messo in luce anche nelle letture bibliche della liturgia della festa dei
Santi. La santità è totalità, dev’essere cercata e vissuta con tutto l’essere,
con tutta l’anima, il cuore, le forze. Non per nulla nella liturgia si
proclamano le Beatitudini che propongono un’adesione radicale che nasce dallo
“spirito” e dal “cuore” che è quasi istintiva come la fame e la sete, che
pervade tutte le dimensioni dell’esistenza, tutti gli impegni etici, dalla
povertà alla giustizia, dalla mitezza alla ricerca della pace, dalla purezza
alla misericordia, dal dolore alla speranza.
Eppure questo aspetto che riscontriamo nei
lineamenti spirituali di tutti i santi non è né il primo né l’esclusivo.
Infatti, come ricorda Giovanni nella sua prima lettera, ogni uomo è sempre
preceduto dall’amore di Dio: è quel “grande amore” che riesce a far diventare
noi, fragili e limitate creature, “figli di Dio”.
Il canto che gli eletti elevano a Dio nella
liturgia gloriosa del cielo riconosce che “la salvezza appartiene al nostro Dio
seduto sul trono e all’Agnello”. C’è, quindi, un primato assoluto di Dio.
Essere santi vuol dire accogliere un dono più che conquistarlo. Una volta
accolto, scatta l’impegno dell’uomo, la sua risposta d’amore all’amore divino.
All’amore si risponde amando.
Questo testimoniano i santi.
“Non dimenticare”
|
“N |
on dimenticare queste due cose:
che il Figlio di Dio è morto per te e che tu dovrai ben presto morire”.
Questo
monito “a non dimenticare” inviato in una lettera da un autore a un suo nipote,
lo facciamo nostro nella giornata dei defunti, giornata popolata di memorie, di
preghiere, di luci, di fiori e forse anche di una certa retorica della morte.
Il monito richiama, invece, le cose essenziali e, soprattutto nell’ordine giusto.
Due
sono le morti fondamentali.
E la prima è quella di Cristo,
radice e sostegno, sostanza e redenzione della seconda, la nostra morte, quella
che già portiamo iscritta nel nostro essere, anche se vogliamo cancellarla
dall’attenzione. Proprio perché quella morte divina ci precede, la seconda, la
nostra morte è segnata da una qualità e da direzione diversa. Cristo, morendo,
diventa veramente nostro fratello, condividendo il nostro limite, che ha nella
morte il suo segno più evidente. Eppure Egli non cessa di essere Dio. È per
questo, che attraversata e sperimentata da Lui, la nostra morte non è più
uguale a prima.
Essa è stata fecondata, irradiata
di luce e di eternità; il sepolcro rimane ma è aperto, l’agonia si affaccia non
sul baratro del nulla, ma su un orizzonte infinito.
Nel monito “a non dimenticare”
possiamo anche ravvisare l’implicita raccomandazione a comportarci degnamente
perché il nostro destino è la chiamata alla comunione eterna con Dio. Gesù,
poco prima di morire, ha pregato: “Padre, voglio che, anche quelli che mi
hai dato, siano con me dove sono io, perché contemplino la mia gloria” (Gv 17, 24). È con questa speranza che ci
inoltriamo nel sentiero della vita e della morte. Ed è ancora con questa
speranza che ci sentiamo uniti con quei fratelli e sorelle che ci sono stati
compagni nella vita: a tenerci uniti e a sentirci in comunione con loro è la
stessa fede in Colui che “non è Dio dei morti, ma dei vivi” (Lc 20, 38).
Cristo, pane disceso dal
cielo
|
“L |
a fame di pane e la fame di Dio”,
che procedono dall’unità del corpo e dello spirito, che è l’essere umano,
trovano armonicamente la loro realizzazione in Cristo che salva l’uomo nella
sua integrità.
Cristo infatti
è stato consacrato e inviato perché porti
Per
questo, nel messaggio e nella pratica evangelica è proibita ogni schizofrenia o
riduzione: lo spiritualismo come il materialismo, ambedue ledono la integrità
umana alla stessa maniera.
E bisogna che questo sia tenuto
ben presente, per non equiparare il cristianesimo a una gnosi sapienzale, tanto
di moda oggi per effetto delle religioni orientali sapienzali, quali il buddismo
e induismo, oppure alle teorie socio-politiche immanenti in cui si tende di
racchiudere tutta la realtà del mistero dell’uomo.
Ma allora che cosa porta il
Vangelo ai poveri? Certamente non la fine della loro fame, o la ricchezza di
una vita beata. Ma dà ai poveri una nuova dignità. I poveri , gli schiavi, gli
emarginati non sono più oggetti passivi di oppressione e di umiliazione; essi
sono soggetti con una propria coscienza, con tutta la dignità che viene loro
dall’essere figli di Dio. Il Vangelo non porta agli affamati il grano o il
riso, ma dà loro la garanzia della loro indistruttibile dignità.
Con questa coscienza i poveri, gli
umiliati, gli schiavi si possono alzare dalla polvere e camminare da soli. Essi
possono camminare con il capo eretto: Dio è dalla loro parte, e il futuro di
Dio appartiene a loro.
Gli uomini di violenza hanno
proibito e proibiscono loro ogni gusto della vita presente. Ma Dio ha gettato
davanti a loro il Suo futuro, e li fa eredi del Suo Regno che viene. La
promessa di Gesù non mette i poveri nella condizione di diventare ricchi, che è
sempre o quasi una via attraversata dalla violenza. Ma li inserisce in una
comunità che, come nel miracolo della moltiplicazione dei pani, è determinata dalla cultura
della condivisione, che è una condizione perché si realizzi il piano salvifico
di Dio: che tutti siano uno, che si realizzi la comunione tra Dio e gli uomini
e degli uomini tra loro. Ecco perché nel Vangelo è detto: “Questa è la vita
eterna: che conoscano Te, Dio vivo e vero, e il Figlio che hai mandato, Gesù
Cristo”.
La liberazione e la vittoria sulla
fame e su tutte le forme di schiavitù devono essere condotte nella logica della
debolezza di Dio.
Nulla è dovuto, tutto è donato
|
P |
er capire il messaggio di questa domenica
bisogna uscire dalla cultura di “tutto dovuto”, “tutto scontato” e “diritto
dell’avere”. In realtà niente è dovuto, tutto è donato. La cultura del dovuto
porta alla pretesa e all’arroganza. Il senso del dono e della gratuità evoca
umiltà, lode, ringraziamento, fede.
Siamo tutti debitori. Siamo creati dal nulla,
anzi il frutto dell’amore e del sacrificio dei genitori. La nostra crescita è
un atto eroico da parte dei genitori. La creazione, l’acqua, l’aria, le
montagne, il mare, il sole, la luna, le stelle, i fiumi, tutta l’opera di Dio è
gratuita. Io non ho fatto niente per avere tutto questo. La vita eterna, la
redenzione operata da Gesù Cristo, la sua croce, la sofferenza, la morte e la
risurrezione, i frutti dello Spirito Santo, tutto è opera di Dio. Non ho
meritato. Sono semplice debitore
Grazie Signore. Un maestro diceva ai suoi
discepoli: “niente è mio, tutto è Suo”. Il lebbroso che è tornato a dire grazie
a Gesù era un samaritano, “uno straniero”, l’ultimo della società, ritenuto
scomunicato, quindi incapace di un vero sentimento religioso e umano. E proprio
lui insegna che nella vita non dobbiamo prendere le cose in maniera scontata;
niente è dovuto, ma tutto è stato donato.
Dire grazie non è solo un atto di gentilezza e
di amore, ma molto di più. Il ritorno del Samaritano a lodare e “rendere gloria
a Dio” è una profusione di fede in Cristo Salvatore. Il ringraziamento è un
atto di adorazione: ringraziare è già un atto di fede.
Ogni Eucarestia è lode
e ringraziamento. La vita è un inno di gratitudine, va cantata ogni giorno
attraverso i piccoli gesti quotidiani per rendere grazie a Dio e al prossimo…
San Francesco, lo sposo di Madonna Povertà
|
S |
enza entrare nei dettagli biografici di un santo
già molto conosciuto, siamo sicuri di rendergli il miglior omaggio parlando
della sua sposa da lui spontaneamente scelta e fedelmente amata: Madonna
Povertà. Cosa è la povertà?
Povertà è innanzitutto aver coscienza di non
aver niente di proprio, ma di aver ricevuto in dono tutto quello che si ha.
Pertanto nessun vanto, nessuna compiacenza narcisistica,
nessuna concessione al proprio orgoglio e insieme nessuna idolatria che leghi
il cuore a qualsiasi creatura. Ciò che conta è Dio solo, la sua lode, il suo
regno, i suoi gusti, le sue predilezioni. Di conseguenza la povertà porta a
simpatizzare per i poveri, a cominciare da quelli che sono privi delle cose
necessarie per sopravvivere, i “piccoli” cioè i deboli, gli indifesi, gli
anonimi, i senza voce. Di questi poveri lui non è stato solo amico, ma socio
perché si è fatto povero come loro, lui per amore, loro per forza di cose.
Ma è stato anche
l’amico di quei poveri che anche se non poveri secondo la dimensione del
portafogli, lo erano secondo la dimensione dello spirito e ha cercato di
insegnare loro che la perfetta letizia sta nell’essere tra coloro che non
contano nella società, che sono sconosciuti, estranei, respinti. Perché così si
è più simili a Gesù, quel Gesù di cui lui ha ricevuto le stimmate e insieme
anche l’imperativo di “riparare la sua Chiesa”.
XVII
Anniversario della Dedicazione della
nostra Chiesa - 26 settembre 2004
|
C |
on la celebrazione odierna non vogliamo solo ricordare gli
anni dell'attesa, della progettazione e della realizzazione di questo complesso
parrocchiale e della consacrazione di questa chiesa, ma vogliamo raccontare ai
nostri bambini che non erano ancora nati o erano in tenera età in quel periodo
e a tutte le persone venute ad abitare nel nostro Quartiere in questi anni, la
storia di questa gioiosa e insieme faticosa avventura e invitare tutti a
rendere grazie a Dio di trovarci oggi dotati di una struttura che si rivela col
passare degli anni sempre più utile e necessaria.
Essa ci permette infatti di soddisfare con dignità le
esigenze di una comunità vasta, solidale, aperta, sensibile all'impegno
missionario di testimoniare nel proprio quartiere, nel proprio condominio,
nella propria famiglia e in tutto il mondo la bella notizia del Vangelo. E' la
ragione di essere della Chiesa e l'edificio che ne è al servizio, è necessario
non tanto e non solo perché permette un corretto svolgimento della liturgia, ma
perché è chiamato ad essere segno credibile di quelle due proprietà che Cristo
ha lasciato e affidato alla sua Chiesa: l'amore e l'unità.
Tornano in mente le parole risuonate a Camaldoli tanti anni
fa in occasione di un convegno liturgico: "Fino ad oggi nessuno si è
convertito per aver visto una bella chiesa, ma piuttosto per aver incontrato
una persona, una comunità..."
In questo senso
l'impegno a "costruire
Suor Silvana Gallerini ci scrive…
Carissimi Don
Mario e amici, Batangafo 3
settembre ‘04
c’è
un’occasione per l’Italia per cui voglio farvi giungere i miei saluti e Auguri per
le Feste del 14 e 26 settembre a voi tanto care. Il Signore Benedica tutte le
nostre intenzioni e iniziative di bene per la crescita della comunità e la fede
personale e una maggiore conoscenza del Signore Gesù. Penso che don Mario avrà
ricevuto la mia lettera di agosto con l’ordinazione dei medicinali. Non so se
vi sarà possibile. Comunque grazie sia per il sì che per il no.
Immagino tutto
il fermento che ci sarà nel riprendere l’anno pastorale; anche per noi è così,
a ottobre riprendono le attività di pastorale e di catecumenato. Continuate a
pregare per il Centroafrica perché la pace non è ancora stabile.
Un ricordo
nella preghiera, saluti cari
sr. Silvana
La richiesta di Suor Silvana è stata sollecitamente
esaudita: si è provveduto ad inviare alla “MEDEOR” la richiesta dei medicinali
e confidiamo che, come per il passato, possano arrivare in breve tempo
all’indirizzo della Missione. Anche questa volta
Ma quello che più ci è piaciuto e commosso nella lettera di
Suor Silvana è la vicinanza spirituale che abbiamo avvertito nel suo cuore che,
pur immersa nell’impegno assistenziale di tante mamme e di tanti bambini, non
dimentica il cammino della comunità a cui è legata come l’albero alle
radici…Grazie Suor Silvana e… buon cammino
Per il Consiglio Pastorale, Aldo C.
Pellegrinaggio Diocesano a Lourdes 12-16
settembre
Sotto la guida di Mons.
Antonelli, oltre mille pellegrini della Diocesi sono andati a Lourdes. C’erano
Mons. Maniago, Mons. Alberti, don Silvano Nistri, don Momigli, don Carlo di
Firenzuola, etc.… La roccia è stata il tema dominante del
pellegrinaggio. La roccia raffigura
A.Rosi
I Santi e il denaro
|
M |
artedì prossimo, 21 settembre celebreremo la
festa dell’apostolo san Matteo; lunedì 27 settembre celebreremo la “memoria” di
san Vincenzo De’ Paoli.
I santi sono “cristiani ben riusciti”: ricevono
pure la conferma ufficiale della chiesa che li inserisce nel calendario
liturgico come modelli di vita cristiana.
Questi due santi ci incoraggiano a credere
realizzabile nella vita quotidiana la parola di Dio della odierna liturgia il
cui tema è: l’uso dei beni (a partire da quelli economici) secondo Dio e non
secondo il nostro punto di vista o peggio quello di Satana: “Nessuno può
servire a due padroni: o odierà l’uno e amerà l’altro oppure si affezionerà all’uno
e disprezzerà l’altro. Non potete servire a Dio e mammona”.
Matteo è provocato da Gesù a riconsiderare la
maniera di procurarsi e di gestire i suoi beni. Fino all’incontro tra Maestro e
futuro discepolo, Matteo viveva secondo le “norme” dell’opinione pubblica:
esattore delle imposte, pubblicano. Con linguaggio attuale diremmo: uomo dalle
tangenti o pizzi facili, tacitamente fatti pagare. “Si usa così”: avrebbe
continuato a dire, se non gli fosse capitato quel pressante: “Vieni e
seguimi” rivolto da Gesù.
San Vincenzo De’ Paoli mostra, con tutta la sua
vita e con le congregazioni da lui suscitate o a lui ispirate, quale deve
essere il rapporto con il prossimo: la carità in senso plenario non una
occasionale elemosina; la rimozione delle cause della miseria, non solo la pur
doverosa beneficenza per immediate soluzioni.
San Vincenzo non disdegna il denaro; anzi lo
ricerca e lo sollecita. Ma subito lo “mette in circolo” con una fantasia di
soluzioni davvero stupefacenti, tuttora valide e anzi provocatrici di altre più
adatte ai poveri. Potremmo anche dire che con il suo stile san Vincenzo aiuta a
interpretare in maniera esatta la conclusione della parabola
dell’amministratore infedele: non incoraggiamento alla disonestà, ma invito a
usare intelligentemente i beni per la società e le persone: “I figli di
questo mondo, infatti verso i loro pari sono più scaltri dei figli della luce”.
I santi ancora una volta si rivelano i più
sapienti, i più “scaltri” e i più “acuti”…
Dio
silenzioso
|
D |
i fronte alla carneficina perpetrata nella scuola di Beslan, in
Ossezia e alle immagini strazianti comparse alla televisione e sui giornali,
siamo rimasti tutti sconcertati, muti, increduli.
I segni di solidarietà – fiaccolate, soccorsi, aiuti finanziari,
sussidi psicologici, farmaci, ecc. – sbocciati con spontaneità nel cuore di
tante persone, ci sono sembrati del tutto inadeguati a lenire il dolore
indicibile di tanti piccoli innocenti e di tutti i loro famigliari. La stessa
preghiera ci è parsa un’arma “spuntata” e quasi espressiva di un atto di
rivolta verso quel Dio che appare impotente e immobile e silenzioso di fronte
alla malvagità umana.
Sono riaffiorate alla memoria le parole di Padre Turoldo
(contenute nei “Canti ultimi”) sono una preghiera notturna, da Getsemani,
come scrive Gianfranco Ravasi: Dio è muto, il suo silenzio è sempre più
denso ed esplosivo e l’uomo è sempre più loquace con le sue parole amare, che
si affievoliscono in un balbettio, in un sussurro che fa germogliare sillabe
sparse, dal significato ignoto.
Tu sempre più muto:
silenzio che più si addensa
più esplode:
e ti parlo, ti parlo
e balbetto e sussurro sillabe
a me stesso ignote:
ma so che odi e ascolti
e ti muovi a pietà.
Allora anch’io mi acquieto
e faccio silenzio.
“So che odi
e ascolti e ti muovi a pietà”. I tre verbi sono significativi: il Signore “ode” la voce
dell’uomo, non è relegato in un mondo dorato come un imperatore impassibile; il
Signore “ascolta”, cioè partecipa al dramma della sua creatura, e alla fine “si
muove a pietà”, intervenendo con la sua parola. Infatti, la finale del canto è
avvolta nel silenzio; all’inizio il silenzio era quello divino , ora è quello
dell’orante che si è acquietato nell’abbraccio col suo Signore, vicino e
misterioso.
Alla fine
della supplica-lotta il credente afferma: “Io sono tranquillo e sereno come
bimbo svezzato in braccio a sua madre” (Salmo 132,2).
guardare il
Crocifisso
L
|
Può
essere utile per esempio ricordare come gli stessi evangelisti guardano e
presentano il Crocifisso in modi diversi.
Sì perché
ci sono molti modi di guardare il Crocefisso. Non mi riferisco alle crocette,
modeste o vistose, che pendono su parti del corpo di uomini e donne. Parlo
dell’Uomo che vi è stato inchiodato e che gli evangelisti contemplano in modo
diverso.
Marco vi
scorge l’abbandonato da tutti:”tutti fuggirono”. Anche il Padre sembra
aver abbandonato quel Figlio amato, che grida: “Perché?”.
Matteo scopre
che le scritture si sono attuate nella drammatica storia del Maestro.
Luca vede le
ferite, l’umiliazione, il dolore, ma contempla lo spettacolo del martire che
muore perdonando.
Giovanni ascolta
gli insulti; lo strazio dei chiodi gli ferisce l’anima; ma preferisce
contemplare il Re, che dona la vita e riunisce la sua comunità con l’effusione
dello Spirito.
Così
lungo i secoli: il Crocifisso sanguinante e piagato; il Crocifisso sereno e
quasi sorridente; il Crocifisso urlante e quasi disperato. Uno scultore
brasiliano del XVII secolo, vedeva nel Cristo il volto degli schiavi impiccati;
tutti i suoi Crocifissi soni segnati da un ematoma al collo: il segno della
corda.
Il
cristiano, davanti al Crocifisso, implora il perdono e la misericordia; ascolta
l’invito alla giustizia e alla pace; vede cancellata ogni violenza e percepisce
l’ansia di riunire l’umanità in una sola famiglia di fratelli e sorelle; scopre
la speranza di un mondo nuovo; vi ammira l’amore esploso per tutti e per
sempre. Contempla la bellezza di una vita donata, la meraviglia di una follia
che è sapienza e potenza di Dio, la parola vincente della croce.
Il
cristiano è un inguaribile malato di ottimismo e di speranza; lo è anche dopo
l’orrore della scuola di Beslan.
|
C |
he cosa significa questa realtà a
cui Gesù chiede di credere? Non è superfluo porsi questa domanda al termine di un
anno pastorale che ha visto promosse tante celebrazioni liturgiche, tante
iniziative pastorali che hanno richiesto la profusione di tante energie e
l’impegno di tante persone volonterose?
Non è sorprendente oltre tutto
che la “confessione di fede” da parte di Pietro e la sua “investitura” appaiano
così strettamente collegate con “l’annuncio della passione”? Questo fatto non
vorrà dire qualcosa a proposito di Vangelo e a proposito di “credere al
Vangelo”?
Noi comunemente identifichiamo il
Vangelo con il libro che contiene la vita e gli insegnamenti di Gesù… Tuttavia,
parlando di Vangelo non ci si riferisce primariamente a un libro; ci si
riferisce a una esperienza di importanza assolutamente singolare. Cosa si
intende dire?
Si intende dire che parlando di Vangelo
a cui credere, si vuole sottolineare che l’esperienza cristiana è, prima di
ogni altra cosa, esperienza di un “lieto annunzio”, di una “buona notizia” del
tutto insperata e capace di trasformarci. Dunque non una serie di doveri, di
castighi, di minacce, di precetti, di rimorsi: il Vangelo è l’esperienza di una
“grande gioia”.
Quale il contenuto di questa
notizia? Potremmo esprimerci così: Dio viene incontro all’uomo per offrirgli la
sua amicizia, senza badare ai suoi meriti, alla sua bontà o alla sua
cattiveria. A Dio non interessano solo le persone brave e oneste; Vangelo,
anzi, significa esattamente il contrario: Dio si interessa di chi è lontano, di
chi è più solo, amareggiato, di chi si sente abbandonato, perduto, triste,
sfiduciato, privo di un avvenire. Dio offre la sua amicizia soprattutto a
coloro che maggiormente soffrono nella loro vita.
L’esperienza fondamentale del
cristiano non dipende da qualcosa che facciamo noi, sforzandoci di essere
buoni, di migliorarci, di andare incontro a Dio. L’esperienza fondamentale è
l’iniziativa di Dio che ci salva. Potremmo, allora, dire che il Vangelo – la
“buona notizia” – ha il volto di Gesù Cristo e “credere al Vangelo” significa
credere a Lui. Significa accettare la testimonianza su Gesù, il crocefisso e il
risorto; significa l’adesione alla realtà concreta che è Gesù, accolta – nella
fede – come realtà di salvezza.
Credere al Vangelo non è quindi
solo accettare l’insegnamento religioso e morale di Gesù; è accettare che nella
sua persona e nella sua esistenza storica il Figlio eterno di Dio si è fatto
uomo realmente e per sempre.
“Credere al Vangelo” è, per dirla
con un pensatore famoso, non “scandalizzarsi dello scandalo per eccellenza”:
Gesù di Nazareth, questo concreto e limitato frammento di storia, è l’insuperabile
manifestazione dell’assoluto amore di Dio per tutti gli uomini.
È questo annunzio e solo questo
annunzio a costituire la ragione di essere della Chiesa e lo scopo della sua
missione e del suo impegno.
“Di
fronte al mistero di Gesù, che interpella e inquieta,
ogni uomo deve trovare
personalmente
|
N |
on è facile rispondere alla domanda “chi è Gesù”,
perché nella sua persona, nelle sue azioni e nelle sue parole c’è come una
tensione: da una parte, la sua pretesa di essere Figlio di Dio e di rivelare le
sue opere in questa luce; dall’altra la sua realtà così fragile, quotidiana,
che sembra smentirla. Da una parte i miracoli, dall’altra
Ma è proprio in questa tensione che sta
L’interrogativo “chi è Gesù?” è il filo conduttore dei vangeli. Essi si
presentano come racconti, all’interno dei quali si svolge un dibattito:
personaggi differenti, scorgendo ciò che accade, dicono il loro parere intorno
a Gesù e prendono posizione, chi in un modo, chi in un altro.
La messianicità e
La discriminante per accogliere e rifiutare Gesù è
È l’obbedienza che permette di intravedere
l’identità di Gesù. E l’obbedienza non è per Gesù la negazione della libertà:
Gesù non contrappone i due valori, ma li unifica nella categoria della verità e
dell’amore.
Senza verità e senza amore non c’è libertà. La vera
libertà è estroversa, la sua misura non è il proprio interesse, ma il dono di
se.
Volendo rendere visibile la sua verità, cioè la sua
identità di Figlio, Gesù ha scelto di vivere un’esistenza in dono.
Gesù ha vissuto per primo l’ideale proposto ai
discepoli: “Chi vorrà salvare la propria vita la perderà”.
|
L |
a festa del Corpus Domini contiene tanti messaggi. Tra i tanti
prendiamo in considerazione il carattere pubblico che viene evidenziato anche
dal segno della “processione” che è stato posto anche quest’anno, come sempre,
nel cuore di Firenze e anche al centro di Sesto, alla Pieve di San Martino,
oltre che in tante altre località disseminate nelle varie parrocchie.
Certo la fede nell’Eucarestia implica una dimensione di
silenzio adorante – la esprimiamo con l’adorazione eucaristica di venerdì
prossimo, festa del Sacro Cuore di Gesù, la esprimiamo con l’adorazione eucaristica
del I venerdì del mese, soprattutto con
E però almeno una volta l’anno è opportuno portare il
Sacramento dal nascondimento alla luce.
La processione eucaristica non fa uscire soltanto il
Protagonista di questo miracoloso gesto d’amore, ma anche il credente, colui
che si nutre di questo cibo, che si comunica a questo Corpo. Chi professa la
propria fede nell’Eucarestia, oggi è chiamato a dar conto del pane che mangia.
È lui, in fondo, che si espone insieme all’Eucarestia. Esposizione, ostensione
che non va confusa con l’ostentazione. L’ostentazione è un fatto puramente
esteriore, formale e può rappresentare persino una colpa. Testimoniare non vuol
dire esibire la propria fede. Il vero coraggio non va mai disgiunto dalla
modestia. Ma partecipare all’Eucarestia significa davvero “esporsi”,
“compromettersi”, “pagare” di persona. L’Eucarestia non è soltanto dolcezza,
intimità, raccoglimento devoto. È slancio, dinamismo di partecipazione, di
condivisione, esigenza di giustizia, impegno e passione di fraternità, di
solidarietà. È davvero esigente e coinvolgente il mistero dell’Eucarestia.
È
successo di maggio…
|
S |
i è
concluso, nella stessa incertezza climatica con la quale era iniziato, il mese
di maggio che ha visto un susseguirsi di impegni e di iniziative pastorali
davvero notevoli ed anche partecipate.
Il
cuore di tutti gli impegni sono stati ovviamente i due turni della Prima
Comunione vissuti da un notevole stuolo di fanciulli accompagnati da don
Giacomo e dai loro catechisti. Per un altro stuolo di fanciulli c’è stata poi
la “festa” della Prima Confessione, per un ristretto numero di adulti la
celebrazione della Cresima nella veglia di Pentecoste e poi, nell’ultimo giorno
del mese di maggio, l’Unzione degli infermi ad un gruppo di malati ed anziani.
Il
tutto incorniciato dalle varie celebrazioni eucaristico-mariane disseminate
lungo la varie “postazioni” del Quartiere, celebrazioni che si sono arricchite,
nell’ultima parte del mese, con l’omaggio “canoro” a Maria, il pellegrinaggio
al Santuario di Boccadirio, il Rosario meditato nell’aula liturgica l’ultimo
giorno del mese.
Tanti
ricordi, tante emozioni, e anche tante speranze suscitate dalle riflessioni
proposte dal Padre Rogazionista don Agostino Zamperini in preparazione alla
Pentecoste e anche tanto… ottimismo e incoraggiamento risvegliati dalla
professione perpetua espressa da Suor Moly a Pentecoste in un clima di festa e
di commozione.
“Siano
rese grazie a Dio…” per tutti quei suoi doni, inclusi quelli della… prima ora,
che sono i Battesimi: nove bambini e un’adulta nel mese di maggio… e siano rese
grazie a Dio – anche
come c’insegna a fare la liturgia– per
tutti i benefici che Egli ha dato in questa vita ai nostri defunti, come segno
della sua bontà e della comunione dei santi in Cristo, e che Lui ha chiamato a
sé proprio in questo mese dedicato a sua Madre; li amiamo ricordare per nome: Leopoldo Chionne, Amalia Bartalesi, Mario Cantini,
Elio Biancalani, Adriana Pillori.
In prossimità della consultazione elettorale dei
giorni 12 e 13 giugno sulla quale i nostri Vescovi della Toscana hanno già
elaborato un puntuale e articolato documento – il cui testo è disponibile sul
tavolo in fondo alla chiesa – ci pare opportuno, quale ulteriore stimolo alla
riflessione, riportare integralmente un articolo apparso sul periodico trimestrale “Opera Diocesana Ritiri
Spirituali” di Bergamo dell’Aprile scorso dal titolo:
|
E |
uropa
delle nazioni e degli stati una volta cristiani: hai esportato civiltà e
vangelo, hai allargato i confini del mondo antico e lo hai spartito in regni,
imperi e colonie. Ora, i poveri vengono a te da quella parte di mondo alla
quale hai tolto più di quello che hai dato. Sei andata da loro portando civiltà
e succhiando ricchezza. Molti arrivano da te ancora avvolti nei valori saldi di
civiltà plurimillenarie. Sono disposti a giocarsi il “niente” che hanno per il
“tutto” che sperano di trovare in mezzo a te.
Nel nuovo condominio europeo di razze, culture e religioni,
imparerai ad essere madre adottiva per coloro per i quali troppe volte sei
stata matrigna di dominio e di un benessere che fabbricavi per te, con
ricchezze non tue ?
I poveri ti assediano, invadono le baraccopoli che
credevamo esclusività del Terzo Mondo. I sopravvissuti degli esodi tragici per
terra e per mare, trovano posto accanto a noi, spesso in tuguri che affittiamo
a caro prezzo. Si insediano, si espandono. Da noi sono in parte tollerati e in
parte soccorsi, mentre in molti casi organizzazioni malavitose li controllano e
li sfruttano. Eppure, non pochi diventano una presenza dignitosa e riconosciuta.
Pur restando “diversi”, sono e saranno sempre più “alla pari” coi tuoi figli.
Per essere rispettata nel tuo diritto devi riconoscere il
loro diritto; per dare il meglio di te devi metterli in condizione di dare il
meglio di sé. In altre parole: devi aprirti ad un rispetto dei popoli che come
dominatrice hai ignorato e calpestato, pur vantandoti delle tue carte dei
“diritti dell’uomo e del cittadino”. Europa, riconosci il tuo debito verso chi
non estinguerà mai il suo con te.
Molti nuovi abitanti delle tue contrade seguono religioni
che hanno insito l’impeto della forza, della conquista e della sottomissione
degli “infedeli”. La loro cultura religiosa e politica ignora il “dialogo”. Tu
d’altro canto, ripudiando le radici cristiane perdi il senso della tua unità,
culturalmente reale e profonda. Loro provengono da attese secolari che oggi
scoppiano e potrebbero far esplodere il mondo. Ciò ti inquieta, fabbricante e
venditrice di armi, che provieni da due guerre “mondiali” e hai costruito la
tua pace accendendo fuochi di guerra in casa degli altri.
Arrogante per la potenza di cui, ancora disponi,
pretenderesti castigare chi emula i tuoi vizi e ad ogni nuovo scoppio di bombe
dentro le tue città, fai la voce grossa: “Li prenderemo!”. Come, dal momento
che non sei venuta a capo delle tue mafie, dei tuoi terrorismi interni,
politici è perfino religiosi? Che farai, Europa, che farai ? Ti basterà il
dolore sofferto e fatto soffrire alle nazioni sorelle, quando hai voluto
decidere il diritto con la forza ? Come intendi custodire la pace precaria che
ti resta ? Come saprai riparare la pace ferita? Sarai in grado di preparare
tempi nuovi di vera pace?
E tu, Chiesa europea: hai
imparato a tue spese quanto costa mescolare lo spirito del Vangelo con lo
spirito del mondo. Ti è stata indicata la via del dialogo e non degli anatemi.
Soffrendo la divisione, speri e persegui la via dell’unità. Stai imparando a
ripartire da Cristo e dal Vangelo, tua unica ricchezza e certezza.
Non ti vergognare di dirti peccatrice e di fare penitenza. Non smettere di
dire grazie, di chiedere perdono, di mostrare al mondo tutti i santi che lo
Spirito ha concepito e concepisce nel tuo seno. Continua ad essere sale della
terra e luce del mondo. Convertiti, forte e paziente, a ciò che sei. “Dio con
noi” è il Figlio-Servo, è l’Amico-Sposo, è il Salvatore-Crocifisso per tutti:
per te, Europa che fosti e sei cristiana, per i tuoi nuovi abitanti, per questo
mondo che Dio non cesserà di amare.
Lo Spirito Santo nella
Trinità
|
Q |
ualche
giorno fa – esattamente nella lettura liturgica di lunedì scorso – abbiamo
riascoltato l’episodio capitato a san Paolo con i discepoli di Efeso. Avendo
chiesto loro se avessero ricevuto lo Spirito Santo, si sentì rispondere che non
avevano neppure udito dire che c’era uno Spirito Santo (Atti 19,2).
I
cristiani devono invece rendersi conto che lo Spirito Santo esiste e che opera
e vuol operare nel loro cuore e nel mondo; a noi il compito di collaborare come
strumenti docili della sua azione, cominciando dalla conoscenza della
sua…esistenza che non sembra poi una cosa facile e scontata, come potrebbe
credersi.
Lo
Spirito Santo ci fa addentrare nella realtà più esaltante della nostra fede:
Noi
crediamo che Dio è Uno e Trino, Uno nella natura, Trino nelle Persone: Padre,
Figlio e Spirito Santo. Lo Spirito Santo procede dal Padre e dal Figlio; con il
Padre e il Figlio va adorato e glorificato. All’interno della Vita Trinitaria
il Padre genera il Figlio e si dona al Figlio; il Figlio è generato dal Padre e
si dona al Padre; lo Spirito Santo è il dono che si scambiano il Padre e il
Figlio, l’Amore personificato tra il Padre e il Figlio, l’Abbraccio, il Bacio
tra il Padre e il Figlio, l’Unità del Padre e del Figlio.
Del
Padre e del Figlio abbiamo una nozione teologica che trova un riscontro in
realtà umane. Lo Spirito Santo, invece, resta al di là di tutte le immagini e
concezioni; ci troviamo dinanzi al Mistero del Mistero di Dio che ci sarà
svelato soltanto in Cielo e c’immetterà nel Paradiso dell’Amore, c’immergerà in
pieno nell’Oceano Beatificante della Famiglia Trinitaria.
Ora lo
Spirito Santo va intravisto attraverso
«I media in famiglia, un rischio e una ricchezza»
|
N |
on è
difficile riconoscere il legame tematico tra la festa diocesana della famiglia
vissuta domenica scorsa a San Donnino sul tema: “Famiglia, casa della Pace” e il
messaggio del Papa per
Entrambe le occasioni servono a
ribadire ancora una volta la centralità della famiglia nella società e nella
comunità cristiana, le potenzialità che essa contiene e i rischi a cui essa è
esposta.
Lo ha ripetuto il Vescovo nella
sua omelia nella Messa concelebrata nell’immenso “Centro Spazio Reale” di San
Donnino, quando ha richiamato le scelte pastorali prioritarie, già indicate
nella lettera pastorale del giugno scorso dal titolo: “Evangelizzare oggi:
Comunità Cristiana e Ministeri” nel trinomio: parrocchia, famiglia,
giovani.
In essa già scriveva che
obiettivo della pastorale familiare “è quello di condurre insieme genitori e
figli all’incontro con Cristo e a uno stile cristiano di vita, facendo leva sul
fatto che la gran parte delle famiglie ancora chiede i sacramenti della
iniziazione cristiana… Un discorso analogo potrebbe essere fatto anche per la
preparazione al matrimonio, considerando che è ancora assai elevata la
percentuale di quelli che desiderano il matrimonio in chiesa…”
È il problema sul quale si è
dibattuto a lungo in varie riunioni del Consiglio Pastorale parrocchiale, anche
nell’ultima di giovedì scorso, oltre che in sede vicariale. È il problema che
costituirà materia di dibattito anche nell’Assemblea Diocesana di domenica 6
giugno.
Ma nella giornata odierna
dedicata alle “Comunicazioni Sociali” ci piace ritagliare almeno un brano del
Messaggio del Papa scritto per l’occasione:
“I genitori, come primi e più
importanti educatori dei figli, sono anche i primi a spiegare loro i mezzi di
comunicazione. Sono chiamati a formare i loro figli nell’uso moderato, critico,
vigile e prudenti di essi. Quando i genitori lo fanno bene e con continuità, la
vita familiare viene molto arricchita. Anche ai bambini molto piccoli si può
insegnate qualcosa d’importante sui mezzi di comunicazione, cioè che essi
vengono prodotti da persone desiderose di trasmettere messaggi, che questi
messaggi spesso invitano a fare qualcosa – ad acquistare un prodotto, a tenere
un comportamento discutibile – che non è nell’interesse del bambino o non
corrisponde alla verità morale, che i bambini non devono accettare o imitare in
modo acritico ciò che riscontrano nei mezzi di comunicazione sociale.
I genitori devono anche regolare
l’uso dei mezzi di comunicazione a casa. Questo significa pianificare e
programmare l’uso degli stessi, limitando severamente il tempo che i bambini
dedicano ad essi e rendendo l’intrattenimento un’esperienza familiare…
Soprattutto, i genitori devono dare ai bambini il buon esempio facendo un uso
ponderato e selettivo dei mezzi di comunicazione. Spesso possono ritenere utile
unirsi ad altre famiglie per studiare e
discutere i problemi e le opportunità
che emergono dall’uso dei mezzi di comunicazione sociale. Le famiglie
devono essere chiare nel dire ai produttori, a quanti fanno pubblicità e alle
autorità pubbliche ciò che a loro piace e ciò che non gradiscono…”.
Sono richiami forti, chiari,
puntuali… che chiedono soltanto di essere… ascoltati.
Lo Spirito Santo
E’ la terza persona della Trinità e i doni della sua presenza – stando ai
molti passi biblici del Nuovo Testamento che ne parlano – sono soprattutto
quattro:
§
per gli
Atti degli Apostoli la sua funzione è quella di guidare la missione della
Chiesa mantenendola fedele a Gesù e rendendola universale e coraggiosa;
§
secondo
compito è quello di guidare il credente “dentro la pienezza della volontà
di Gesù”. “Lo Spirito Santo vi ricorderà tutto ciò che vi ho detto. (Gv 14,26);
§
per
Paolo il suo compito è soprattutto quello di unificare i molti carismi,
rendendoli utili per la comune edificazione;
§
per
Giovanni un primo compito è la testimonianza nei confronti del mondo.
Nuovi santi per il nostro tempo
|
D |
omenica16 maggio il Papa proclamerà sei nuovi santi
tra i quali spiccano don Luigi Orione, padre Annibale Di Francia e Gianna
Beretta Molla per la loro testimonianza di amore e di dedizione agli altri.
Annibale Di Francia nacque a Messina il 5 luglio 1851; Luigi
Orione in provincia di Alessandria il 23 giugno 1872. il primo è il
fondatore dei Rogazionisti e delle figlie del Divino Zelo – hanno una bella
casa vicino a noi, sono le suore del “Pozzino” –; il secondo è il fondatore
della Piccola Opera della Divina Provvidenza e delle Piccole Suore Missionarie
della Carità.
Per l’anagrafe non erano coetanei, ma il loro
cammino si è rivelato quasi contiguo. Fondamentalmente tutti e due non
sopportavano la realtà frequente dell’innocenza tradita degli orfani e della
sofferenza dei poveri. Diventando due strateghi del bene e veri imprenditori di
carità non vedevano limiti nel loro agire a favore dei più provati.
I due santi si conobbero a Messina dove don Orione
era giunto il 14 gennaio
E dato che i santi si attraggono, fin dal loro
primo incontro si creò un grande feeling che sbocciò in una grande amicizia e
una grande intesa spirituale che le macerie del terremoto resero ancora più
ampia e cristallina.
Perfino quando si tratta di scegliere il nome
dell’opera, don Orione volle che si adottasse la dicitura di “piccola Opera” o
di “Piccolo Cottolengo”. Mentre Padre Annibale pensava la sua opera come
“minima” e “piccolo seme”. Tutti e due hanno visto negli occhi dei poveri
quelli di Cristo.
In una società come la nostra divisa tra global e
local, consumista, tormentata dai problemi di demografia, con risorse mal
distribuite, insofferente davanti a ogni principio etico, ideologicamente
pluralista e moralmente secolarizzata, chiamata a dialogare sul fronte dei
nascenti fondamentalismi religiosi e nazionalismi d’ogni tipo, don Orione e
padre Annibale insegnano che esiste un linguaggio per comunicare con questa
galassia così complessa. È quella della carità.
Tra i beati che il 16 maggio saranno iscritti
nell’albo dei santi c’è anche la coraggiosa madre che rifiutò di combattere
adeguatamente contro il cancro, scegliendo di morire per dare alla luce la sua
quarta creatura: Gianna Beretta; nasce a Magenta (MI) il 4 ottobre 1922.
proviene da una famiglia profondamente cristiana. Frequenta medicina a Milano,
poi a Pavia dove si laurea in medicina e chirurgia e poi ancora a Milano dove
si specializza in pediatria. Educata alla scuola della Azione Cattolica
scoprirà che la volontà di Dio è che lei si formi una famiglia. Si innamora
dell’ingegnere Pietro Molla, giovane impegnato in parrocchia a cui scriverà
lettere traboccanti di amore e tenerezza, buonsenso e realismo. Alla vigilia
del matrimonio: «Con l’aiuto e la benedizione di Dio faremo di tutto perché la
nostra famiglia sia un piccolo cenacolo dove il Signore sia di casa, dove Gesù
regni sopra ai nostri affetti, desideri e azioni…». Il 24 settembre 1955 il
fratello don Giuseppe benedice le nozze di Pietro e Gianna. Racconta il marito:
«Era una donna simpaticissima, serena e decisa. Aveva una profonda spiritualità
e una fede schietta. Ci siamo innamorati presto. Viveva con gioia e vedeva in
ogni cosa – nella montagna, nel mare, in tutto ciò che le piaceva e le capitava
– un dono di Dio. Una donna meravigliosa, normale, equilibrata. Amava vivere,
fare sport e sci, andava a teatro, al cinema, ai concerti. Sapeva dipingere,
voleva viaggiare e, quando potevo, la portavo con me all’estero. Le piaceva la
cucina e la moda. Una bravissima cuoca e un’eccellente padrona di casa, sempre
elegante».
A 40 anni il dramma. Racconta Pietro: «Nella quarta
gravidanza si presentò nel settembre 1961, un grosso problema all’utero: al
secondo mese si rese indispensabile un intervento operatorio. Fu l’inizio di un
calvario. Fedelissima ai suoi principi morali e religiosi, dispose senza
esitare che il chirurgo si preoccupasse di salvare la vita della creatura».
Gianna come medico sa perfettamente ciò che
l’attende e, con scelta libera e convinta, opta per la soluzione più rischiosa.
La gravidanza procede, ma anche il cancro la devasta. È ricoverata all’ospedale
di Monza e il 21 aprile 1962, dà alla luce una bimba, Gianna Emanuele. Emergono
le temute complicazioni, entra in agonia. Sabato 28 aprile è trasportata a casa
dove spira.
«Così si comportano le madri cristiane», commenta
davanti all’equipe il primario che è ebreo.
E Giovanni Paolo II nel giorno
in cui la beatifica – il 24 aprile 1994 – dice: «… Nessuno ha un amore più
grande di questo, dare la vita per l’altro. Questo avviene in modo singolare
quando una madre offre la vita per il suo bambino e quando, al prezzo della
propria esistenza, dona la vita all’essere che da lei deve nascere…».
“In Parrocchia! La tua vocazione nella sua”
|
P |
aolo VI, quando nel 1964, sollecitato dalla crescente necessità di vocazioni
al sacerdozio e alla vita consacrata, istituì
Il messaggio del Papa. Dopo
41 anni Giovanni Paolo II nel suo messaggio per
Perché pregare per le vocazioni? A
questa domanda il Papa aveva già risposto nella “Pastores dabo vobis”, dove
scriveva: “obbedendo al comando di
Cristo, la chiesa compie, prima di ogni altra cosa, un’umile professione di
fede: pregando per le vocazioni, mentre ne avverte tutta l’urgenza per la sua
vita e la sua missione, riconosce che esse sono un dono di Dio e, come tali,
sono da invocarsi con una supplica incessante e fiduciosa”.
La preghiera per le vocazioni, afferma il Papa, deve necessariamente
caratterizzarsi come preghiera per i chiamati, che trova nell’Eucarestia
il suo centro e la sua proposta vocazionale più efficace. “Il sacramento dell’altare riveste un valore
decisivo per la nascita delle vocazioni e per la loro perseveranza, perché dal
sacrificio redentore di Cristo i chiamati possono attingere la forza per
dedicarsi totalmente all’annuncio del Vangelo…”
“In parrocchia! La tua vocazione nella sua”. Lo slogan si
propone di risvegliare in ogni parrocchia la responsabilità di essere, non solo
una comunità che prega per le vocazioni, ma anche una comunità che testimonia
l’accoglienza e la valorizzazione di tutte le vocazioni, e che avverte
l’urgente necessità di “prestare la propria voce” perché i ragazzi e i giovani
si sentano raggiunti dall’appello del Signore. La vocazione della parrocchia
consiste , infatti, nell’aiutare i giovani a conoscere e accogliere la propria
vocazione. Per questa conversione la pastorale vocazionale è di grande aiuto.
Perché?
Perché innanzitutto essa “costringe” la vita della parrocchia a non
smarrire mai l’essenziale: condurre ogni fratello e sorella ad incontrarsi con
il Signore e a suscitare nel loro animo l’interrogativo: “Che cosa vuoi,
Signore che io faccia?”. Se un giovane percepisce la chiamata e decide nel suo
cuore il santo viaggio per realizzarla, è perché normalmente è vissuto o ha
trovato una comunità che ha creato le premesse per questa disponibilità
obbedenzali.
E poi, è la seconda ragione, la pastorale vocazionale in parrocchia
aiuta a passare da un richiamo generico e anonimo a una proposta personale,
concreta, diretta, equilibrando l’attenzione alle singole persone e quella a tutta
intera la comunità, senza che l’una soffochi o impedisca il realizzarsi
dell’altra.
Oggi è necessario che la pastorale vocazionale coinvolga la parrocchia
in un duplice modo che, usando un gergo calcistico, si potrebbe definire
“marcamento a zona” e “marcamento a uomo”.
È innanzitutto indispensabile aiutare tutti coloro che si incontrano
con la parrocchia a riscoprire che il dono della vita è “un bene ricevuto che tende per natura sua a
diventare un bene donato” e che “l’uomo, il quale in terra è la sola creatura che
Iddio abbia voluto per se stesso, non può ritrovarsi pienamente se non
attraverso un dono sincero di sé”.
Occorre far maturare in ogni cristiano la consapevolezza che “ogni vita e tutta la vita” è vocazione; che “l’amore è
la fondamentale e nativa vocazione di ogni essere umano” e che “ questa
fondamentale e nativa vocazione all’amore… può realizzarsi nel matrimonio e
nella verginità… i due modi di esprimere e di vivere l’unico mistero
dell’alleanza di Dio con il popolo”.
Beato
Annibale Maria Di Francia Messina 1851 - 1927
Padre Annibale Maria Di Francia nacque a Messina il
5 luglio 1851, da famiglia nobile. Visse la sua giovinezza sempre in odore di
virtù. A diciotto anni forte,improvvisa e sicura, sente la chiamata di Dio. Dedica
subito la sua esistenza nel soccorrere ed aiutare i poveri in difficoltà e i
ragazzi abbandonati per le strade dei quartieri poveri e malfamati della sua
città. Nel 1887 fonda le Figlie del Divino Zelo. Nel 1897 fonda i Padri
Rogazionisti del Cuore di Gesù e a loro affida questa opera. Il suo carisma fu quello del Rogate, cioè
della preghiera e dell'azione a favore
delle vocazioni. Proclamato Beato da Giovanni Paolo II il 7 ottobre
Le sue spoglie sono
custodite a Messina, nel Tempio della Rogazione Evangelica del Cuore di Gesù
e Santuario di sant'Antonio, inaugurato
da Padre Annibale il 4 aprile 1926.
Società, Politica, Fede: Scelte
che richiedono coraggio
|
C |
ome Pietro dal sommo
sacerdote, anche noi siamo valutati da una società che non ritiene rilevante la
presenza dei cristiani in quanto tali nella vita civile. Sembra di sentir dire
da tante parti anche oggi: “Vi avevamo espressamente ordinato di non insegnare
nel nome di costui, ed ecco voi avete riempito Gerusalemme della vostra
dottrina e volete far ricadere su di noi il sangue di quell’uomo!”
Come Pietro siamo tenuti a
rispondere: “Bisogna obbedire a Dio, piuttosto che agli uomini!” Forse –
ammettiamolo – non sempre siamo “lieti di essere oltraggiati per amore del nome
di Gesù Cristo”.
La giornata odierna – 25
aprile – anniversario della Resistenza – che coincide con la giornata per
l’Università cattolica del Sacro Cuore, il 1° maggio – festa del lavoro –, le
prossime consultazioni elettorali, sono tutte occasioni per ricordare e
ribadire l’importanza e l’urgenza di suscitare nella società una cultura
cristianamente ispirata e, come si esprimono i Vescovi toscani, per risvegliare
le coscienze.
Alla luce dei valori
essenziali per la società, ispirati dal cristianesimo e mediati dal magistrato
ecclesiale, c’è da chiederci come abbiamo vissuto e stiamo vivendo il rapporto
con gli schieramenti politici e le forze sociali. Si parla spesso e si sente ogni
giorno di più la necessità di una nuova coscienza morale nell’impegno sociale e
politico, ma c’è da interrogarsi quale formazione e quale occasione di
formazione specifica cerchiamo. Come abbiamo risposto e stiamo rispondendo alle
iniziative della Chiesa?
Si ripete spesso che i
cristiani vogliono in politica e nella società “il bene comune”: quali momenti
di riflessione comunitaria e personale accogliamo? Abbiamo espresso valutazioni
e consensi su avvenimenti, scelte generali, uomini e formazioni politiche
rispetto a varie tappe della storia del paese: donde abbiamo attinto tali
valutazioni? Da un ascolto superficiale dei mass-media, da dialoghi
improvvisati ed emotivi o da apporti più approfonditi? Riconosciamo per davvero
che è giunto il momento di prendere più sul serio la vita della comunità con le
problematiche della casa, del lavoro, della sanità, dell’uso dei beni, della
scuola e della cultura, dell’assistenza e del tempo libero…?
L’anniversario della
Resistenza pone anche il dovere di sottolineare i principi cristiani che hanno
ispirato
La festa del lavoro pone,
una serie di drammatici interrogativi. La tentazione di limitarci a sentirli è
forte. La solidarietà cristiana esige la nostra condivisione pagando anche il
prezzo necessario perché tutti abbiano il lavoro, la casa e l’occupazione.
In questa settimana siamo
posti di fronte a una esemplare figura di come si serve da cristiani il paese e
la chiesa. Celebriamo la festa di santa Caterina da Siena patrona d’Italia.
Parlando di lei Giovanni Paolo II ha detto: “Ha qualcosa di incredibile la vita
di questa donna, morta a soli 33 anni, dopo aver svolto un ruolo di primo piano
nella chiesa del suo tempo. Il segreto della sua eccezionale personalità era il
fuoco interiore che la divorava: la passione per Cristo e per
Parole chiave
Tempo
Pasquale. È il tempo dell’anno liturgico che va da Pasqua a
Pentecoste (50 giorni). È il tempo dell’alleluia, della gioia della
risurrezione, della speranza.
I temi principali che la
liturgia svolge sono:
§
Un’educazione a scoprire
la “nuova presenza” di Cristo, che non è più fisica (come al tempo del Cristo
terrestre), ma spirituale (nei sacramenti, nei fratelli, nell’ascolto della
Parola);
§
Un’educazione allo
spirito comunitario e alla vita comunitaria , che è il tema principale degli
Atti degli Apostoli, libro che la liturgia di questo tempo predilige;
§
Un’educazione a una vita
nuova e diversa, vita di persone consapevoli di essere non solo destinate alla
risurrezione futura, ma di avere già in sé il germe del Cristo risorto.
Atti degli
Apostoli. È il secondo libro scritto da Luca verso gli anni
80: nel Vangelo si racconta la vita di Gesù, negli Atti la vita della Chiesa.
Luca racconta le due vicende in modo da mostrarne i paralleli: la storia di
Gesù continua nella storia della Chiesa. Ecco ciò che anzitutto Luca vuole
dirci: il medesimo Spirito che ha guidato Gesù ora guida
Luca tratteggia la sua storia concentrando
l’attenzione su tre grandi figure: la comunità primitiva di Gerusalemme, la
figura di Pietro e la figura di Paolo. E i diversi fatti sono ordinati in modo
da mostrare la forza inarrestabile del Vangelo, che da Gerusalemme raggiunge
Roma.
Miracoli
e prodigi
“Anche la folla delle città vicine a
Gerusalemme accorreva, portando malati e persone tormentate da spiriti immondi
e tutti venivano guariti” (Atti 5,16).
La storia biblica e la storia cristiana sono
disseminate di miracoli, che però non vanno in nessun modo confusi con certe
credenze e racconti popolari. Il miracolo è un gesto compiuto da Dio, un gesto
insolito, che supera la forza della natura e che è sempre finalizzato a
qualcosa di più importante.
Fra la mentalità degli uomini e della Bibbia
e la nostra c’è una differenza. A tutto vantaggio della Bibbia. Di fronte a un
miracolo noi ci chiediamo: come è potuto avvenire? Gli uomini della Bibbia
invece si chiedono: perché Dio l’ha compiuto?
Noi cerchiamo le straordinarietà, gli
antichi il messaggio.
I miracoli cristiani hanno sempre un
messaggio. E avvengono sempre in un contesto degno di Dio e coerente con la sua
rivelazione. Un contesto, ad esempio, di fede e di preghiera.
I miracoli, inoltre, non sono mai fine a se
stessi, mai compiuti per il gusto di dare spettacolo.
E non sottraggono alle decisioni della fede,
come appunto i miracoli di Gesù che non hanno impedito né l’incredulità né
I Vescovi della Toscana “spinti dallo scopo di contribuire al bene comune della nostra gente” hanno elaborato un documento per le prossime consultazioni elettorali europee e amministrative, fornendo dei preziosi richiami per risvegliare le coscienze. Il testo integrale
Il senso della domenica nel mondo
secolarizzato
|
I |
l contesto culturale nel quale la chiesa celebra la
domenica nell’area occidentale non è più quello di “cristianità”. Siamo
nell’età della secolarizzazione e delle tecnologie.
Come fa notare la nota pastorale su “Il giorno del
Signore” della Conferenza Episcopale Italiana, la cultura contemporanea
secolarizzata ha svuotato la domenica «del suo significato religioso originario e tende a sostituirlo con i
nuovi riti di massa: lo sport, la sagra, la discoteca, il turismo…
Linguisticamente si è passati dal “giorno del
Signore” al week-end”, dal “primo giorno della settimana” al “fine settimana”» (n. 18). Nessuno di questi fattori è di per sé
cattivo o illegittimo «ma non si
può negare che da tutto questo può derivare il pericolo della perdita della
dimensione religiosa della vita e del tempo. Il giorno del Signore potrebbe
ridursi così a semplice giorno dell’uomo» (n.
19).
Si apre in proposito uno dei più
importanti impegni di rinnovamento pastorale che deve saper cogliere gli
aspetti positivi del nuovo modo di vivere la domenica per valorizzarla e per
consentire che i cristiani possano sempre celebrare degnamente il giorno del
Signore.
Il suo
nucleo essenziale è costituito dalla assemblea, dalla celebrazione della parola
di Dio e dall’Eucarestia. Il riposo domenicale è subordinato a ciò che
costituisce l’essenza stessa del giorno del Signore.
Cercare, riconoscere, amare: questo è risorgere
|
P |
er importante che sia la constatazione del “sepolcro
vuoto”, essa non è né l’unica né quella determinante ai fini della nostra fede
nella Risurrezione di Cristo. Ce lo ha ribadito anche il Card. Piovanelli nelle
sue preziose riflessioni.
Anche Maria di Magdala ha visto il sepolcro vuoto ed è
scoppiata in pianto, temendo che qualcuno avesse trafugato e nascosto il
cadavere del suo Gesù. Anche Simon Pietro e il “discepolo che
Gesù amava”, han visto il “vuoto” ma non necessariamente hanno dedotto che Gesù
fosse risorto, benché lui stesso gliel’avesse più volte predetto. Decisive
saranno invece le parole dell’Angelo alle poche donne che rappresentano il
nucleo originale dei “testimoni innamorati” che aumenteranno un giorno fino a
formare la prima comunità del Risorto:
Ma alle persone che ubbidiscono e, fiduciose, si mettono in
cammino, cercando, senza saper dove cercare, ma ben sapendo chi devono cercare,
Lui stesso si farà incontro, e si farà trovare.
Bisogna cercare, bisogna camminare per trovarlo. Perché se
Egli accompagna persino il cammino dei due discepoli di Emmaus che fuggono,
ormai delusi, da Gerusalemme, non accompagnerà i passi di quanti lo cercano,
compresi tutti noi, se coltiviamo profondamente e sinceramente questo
desiderio? È persino andato incontro a Paolo che certamente non lo cercava;
anzi, se pur in buona fede, perseguitava i suoi seguaci, l’ha disarcionato dal
suo cavallo sulla strada di Tarso e ne ha fatto l’Apostolo delle Genti. Ma il
segno di riconoscimento avverrà ancora al tavolo della locanda di Emmaus dove
allo spezzar del pane, i due discepoli lo riconosceranno e
ricominceranno una nuova vita, all’insegna del “Chi mangia la mia carne e
beve il mio sangue ha la vita eterna”. Sì, quella vita che non muore e che
nel suo snodarsi avrà mille volte l’occasione di riconoscere Cristo non solo
nell’Eucarestia, ma nel volto del fratello, l’ultimo se possibile, che può
anche essere il lebbroso di san Francesco o gli affamati, gli assetati, i
forestieri, gli stranieri, i malati, i carcerati del cap. 25 di Matteo o gli
immigrati, gli schiavizzati, i disoccupati, i prostituiti dei nostri giorni.
Anche noi
allora potremo dire con Giovanni: Siamo passati dalla morte alla vita, perché
amiamo i fratelli (1Gv 3,14). “Non soltanto ci sentiremo
risorti, ma saremo annunci di speranza e di vita per un mondo senza speranza”
(san
Massimiliano Kolbe).
Per una vita “Pasquale”
|
F |
orse dobbiamo tutti riconoscere
che siamo arrivati alla Pasqua che è l’evento più grande della storia e
dell’anno liturgico sempre un po’ impreparati. In Quaresima abbiamo fatto tante
iniziative – nella settimana appena trascorsa gli esercizi spirituali guidati
dal Cardinale Piovanelli, verso il quale i debiti di gratitudine crescono a
dismisura anche ora, a servizio pastorale fiorentino cessato, prima degli
esercizi spirituali la benedizione di tante famiglie,
Invece è proprio da questo
mistero pasquale che prende luce tutto il resto, perché è dalla meta finale che
si imposta e si orienta tutto il resto. Non dobbiamo dimenticare che il
nucleo originario del Vangelo è stato incentrato sulla Passione e Risurrezione
di Cristo: da lì si è poi ripartiti per raccogliere gli episodi dell’infanzia
di Gesù, i miracoli, gli insegnamenti, le polemiche e gli altri episodi
salienti della sua esistenza.
Contemplare e vivere
Triduo pasquale
|
N |
ei giorni di
lunedì 5, martedì 6 e mercoledì 7 aprile 2004 si è tenuto il triduo di ascolto
della Parola di Dio in preparazione della Santa Pasqua.
Quest’anno la nostra parrocchia ha avuto
il grande privilegio di avere come guida Sua Eminenza il Cardinale Silvano
Piovanelli, indimenticabile pastore della Chiesa Fiorentina per tantissimi
anni.
L’occasione era veramente ghiotta e
infatti tanti, veramente tanti, fedeli non l’hanno persa; hanno avuto ragione, 
Grazie… grazie… grazie Eminenza! Il dono che ci ha voluto
fare è stato bellissimo: ci ha portato pace, serenità, commozione, amore e
soprattutto la gioia di averci rafforzati nella certezza che Cristo è veramente
risorto…
Porteremo il ricordo di queste
splendide serate nel più profondo del cuore dove già fin da ora alberga il
desiderio molto forte di riaverla presto in mezzo a noi.
Buona Pasqua!
Carlo G. a nome della comunità
Dal n. 12 di TOSCANA OGGI del 21 marzo 2004
Documento dei Vescovi
toscani sugli attentati terroristici di giovedì 11 marzo a Madrid e costati la
vita ad oltre 200 persone.
1. Di fronte alla gravissima strage di Madrid e ai tanti atti di violenza
omicida e suicida che insanguinano
2. Fanno paura le dimensioni del terrorismo: le sue menti diaboliche, il
fanatismo falsamente religioso e nazionalistico che lo genera e lo alimenta (si
pensi a quello che si ispira al fondamentalismo islamico), il potere devastante
che possiede a livello mondiale, la sua capacità di colpire in modo tremendo e
imprevedibile.
Nessun dubbio che esso vada scovato, combattuto e vinto. Ma perché la sua
sconfitta sia facilitata – insieme ad un’azione intelligente, onesta ed
efficace di polizia nazionale ed internazionale – è necessaria un’intelligente
e onesta ricerca della verità circa le cause che lo hanno scatenato e che
favoriscono la sua forza. Questo è il compito della cultura e della politica.
Spesso, però, nel campo dell’una e dell’altra non si ama la verità tutta
intera, ma si cercano e si danno interpretazioni di parte e di comodo. Il che
non aiuta quella strategia anti-terroristica condivisa ed efficace, che invece
è del tutto urgente.
3. Dinanzi a fatti e timori così gravi i cristiani possono avere «una marcia in
più» se – anche per recare un contributo culturale e politico alla comprensione
e alla soluzione dei problemi – sanno fare tesoro del magistero sociale della
Chiesa e, prima ancora, degli insegnamenti del Vangelo.
Gesù (Luca 13, 1-9) va alla radice più profonda delle cose e delle vicende
umane insegnandoci, in sostanza, che le tragedie del mondo devono spingere
tutti a rivedere, cambiare o migliorare mentalità e comportamenti, cioè a
convertirsi. È il peccato di tutti e non il fatalismo o la sola iniquità dei
malfattori, a causare tanti drammi paurosi della storia. Al tempo stesso la
paziente misericordia del Padre dà a tutti il tempo e la grazia di nuove
stagioni fruttuose e belle.
Ecco, l’Occidente, che purtroppo spesso dimentica le sue radici cristiane o che
nasconde dietro facciate religiose interessi di altra natura, deve fare l’esame
di coscienza a tutti i livelli. Non si possono rammentare i sicuri valori e
diritti dell’Occidente senza verificare al tempo stesso le sue colpe storiche,
le ingiustizie perpetrate o tollerate, le menzogne ideologiche diffuse sulla
terra, l’egoismo praticato sul piano della sua politica e della sua economia
interna e internazionale, le sue colpevoli divisioni. Non paga, alla fine,
mescolare i propri interessi legittimi con interessi di mero dominio. Si deve
capire che la guerra, come di continuo ha ripetuto Giovanni Paolo II, non
risolve ma complica i problemi e che la forza va usata con saggezza e
giustizia. Il regime democratico e lo stato di diritto hanno bisogno anzitutto
di basarsi sulla pratica integrale della democrazia e l’osservanza del diritto,
e non sulla sola potenza, per essere difesi ed esportati nel mondo. Il
«realismo» politico va coniugato con l’etica della giustizia e col diritto
internazionale rispettato da tutti. Non si comprende a sufficienza e non si può
superare la tragedia del terrorismo senza capire e praticare questi valori. Il
terrorismo, pur essendo un crimine esecrabile contro l’umanità e contro Dio,
non è l’unico malanno del mondo attuale. Per questo tutti sul piano personale e
sociale sono chiamati alla conversione che deve coinvolgere non solo i
cristiani ma anche i musulmani, gli ebrei e i seguaci di ogni religione.
4. È necessario che i cattolici si facciano testimoni di questa visione
cristiana delle cose in ogni ambito sociale e civile e che portino ovunque il
contributo della loro identità e ispirazione evangelica. Di più, in un clima
sociale e politico confuso e rissoso, sappiano confrontarsi senza «divorarsi»
tra loro. La debolezza della presenza, della cultura e dell’azione sociale e
politica di autentica ispirazione cristiana in Europa e nel mondo indebolisce
l’«intelligenza» dei fatti, la vittoria sui mali e sulle tragedie e la
prospettiva di una civiltà del diritto, dell’unione e dell’amore.
Nelle nostre comunità si cerchi di riflettere, di comunicare e di pregare di
più in questo passaggio storico così carico di interrogativi.
I Vescovi
della Toscana
Giuseppe,
umile e prezioso
|
L |
a
festa di san Giuseppe rischia di essere dimenticata.
È
bene ricordare che in tutto il percorso che prepara l’avvento di Gesù nel mondo
c’è questo semplice personaggio che in umile e silenziosa obbedienza alla
volontà di Dio realizza la sua vocazione e missione.
Questo
personaggio è san Giuseppe. Egli è l’uomo giusto che porta a compimento il
cammino di speranza iniziato dai giusti dell’Antico Testamento: egli è il
giusto che vive di fede e la sua persona silenziosa accanto a Maria e a Gesù
mostra tutta la profondità e pienezza di questa sua fede. Egli è presente come
sposo promesso di Maria all’Annunciazione; vive l’amarezza del dubbio, che alla
luce di Dio, diventa gioia; percorre con Maria la faticosa via che porta da
Nazareth a Betlemme, contempla con la sua Vergine sposa il Figlio di Dio nato
in una grotta, si fa esule in Egitto per salvare il Bambino, e infine aiuta il
bambino Gesù a crescere in sapienza, età e grazia presso Dio e presso gli
uomini.
Parole chiave
Penitenza
Fra le parole cristiane più frequenti, e oggi non
troppo di moda, c’è la parola penitenza. Non significa semplicemente, come
spesso si intende, far sacrifici, mortificazioni, fatica. Fare penitenza
significa cambiare. Cambiare innanzitutto la mente, il modo di ragionare, di
valutare, di scegliere.
Conversione
È chiaro però che il cambiamento dal cuore deve
passare alla vita, deve tradursi in pratica, deve diventare cioè un modo nuovo
di vivere, di instaurare rapporti, di lavorare, di incontrarci. Qui la parola
più adatta non è più penitenza, ma conversione, altra parola fondamentale del
linguaggio cristiano. Significa fare una giravolta, cambiare direzione nel modo
di camminare.
La parabola del figlio prodigo nel cap. 15 di Luca che
ascolteremo domenica prossima è quasi la sceneggiatura di questo
ritorno-conversione: non per nulla si designa al centro del racconto la strada
su cui il padre vede profilarsi la figura di suo figlio che “ritorna” alla casa
abbandonata.
La scelta di “cambiare mente” e
quindi vita è stata la sostanza anche dell’appello di Giovanni Battista: “Convertitevi,
perché il regno dei cieli è vicino; convertitevi e credete al Vangelo!” (Mc
1,15).
Cristo affiderà ai suoi discepoli e
quindi alla sua Chiesa lo stesso impegno: “Nel mio nome saranno predicati a
tutte le genti la conversione e il perdono dei peccati” (Lc 24,47).
Lungi dall’essere un semplice
richiamo alla penitenza, l’appello che risuona anche in questa Quaresima è in
definitiva un invito chiaro e intenso rivolto alla libertà dell’uomo perché
compia la scelta radicale per il bene e per il Vangelo.
Liturgia e vita
|
D |
ove arrivava Madre Teresa di Calcutta le folle accorrevano…
Stadi, teatri, arene, ogni luogo diventava piccolo. Così, almeno in qualche misura,
è per ogni persona che al di là delle parole, porta sul proprio corpo, nella
propria vita, i segni inequivocabili della presenza di Dio. Persone dalle quali
non vorremmo mai staccare gli occhi, che ascolteremmo per ore senza mai
stancarci perché in loro si perpetua nel tempo il prodigio della
trasfigurazione; in loro vediamo il volto luminoso del Figlio di Dio.
Ma questa luce che emana dai testimoni di Dio è frutto di
una conquista a caro prezzo; al prezzo della croce, come fu per Cristo. Non
sono certo coloro che vivono per se stessi, preoccupati del proprio tornaconto
che diventa il loro dio, che possono diventare specchi della gloria e della
presenza del Signore.
Nel cammino, spesso difficile, della nostra vita il Signore
ci dona l’esempio dei suoi eroici testimoni non perché noi piantiamo le tende
in una loro devozionale contemplazione, ma perché troviamo l’incoraggiamento a
seguirli, a non perdere la fiducia nella croce, nel dono di sé, nel bene
compiuto a qualsiasi costo. Solo così diventiamo gli uni per gli altri
rivelazione della presenza di Dio. È questo che Gesù domanda ai suoi discepoli.
La luce che un giorno trasparì dal volto di Gesù sul monte
e che traspare dai santi di ogni tempo, ci invita a camminare coraggiosamente
verso la nostra Gerusalemme, dove, attraverso la croce, Dio darà pieno
compimento al suo disegno di salvezza, trasformando il nostro corpo mortale nel
corpo glorioso di Cristo.
Alleanza
|
N |
ella prima lettura ricorre il
termine “alleanza”, riferita ad Abramo (Gen 15).
Che cos’è l’alleanza? L’ebraico
usa il termine “berit” che normalmente viene reso uniformemente con “alleanza”.
Ma, osservando bene i testi biblici, ci si accorge che non è sempre una
versione esatta. Infatti con Abramo e Noè (Gen 9), la “berit” di Dio assume la
forma di un discorso di promessa, è un impegno con cui Dio vuole stabilire un
legame con l’uomo: meglio sarebbe, in tali casi, tradurre con “impegno –
promessa”. Si tratta di un impegno gratuito di Dio, di una “grazia” data
all’uomo, al quale non si chiede una prestazione, un’opera, ma soltanto di
credere, cioè di accogliere il dono divino. San Paolo, nella lettera ai Romani
4, si rifà appunto a questo tipo di berit per rimarcare la gratuità della
grazia divina che ci salva.
Invece, in un’altra tradizione – chiamata
deutoronomica dagli specialisti – la “benedizione” può essere tradotta con
“alleanza”. Infatti il libro del Deuteronomio ripensa il legame Dio-uomo alla
luce della categoria, diffusa nella sua epoca (sec. VII a.C.) cioè quella del
“trattato” o “contratto”. In questo caso la versione “alleanza” è appropriata:
si tratta di un vero e proprio trattato tra Dio e il suo popolo, con le
clausole (le leggi) la cui osservanza o infrazione comporta benedizione o
maledizione. L’esilio è stato interpretato, in questa tradizione, come la
rottura del patto del Sinai da parte di Israele infedele: così si riteneva
finita l’alleanza sinaitica.
Da allora riprese a farsi valere
la “berit” di Dio con Abramo, che è pura grazia e dono irrevocabile di Dio che
nessuna infedeltà umana può far ritrarre.
C’è da precisare comunque che
anche quando il rapporto con Dio viene presentato nella forma di un contratto,
non cade nel legalismo perché interpella sempre il “cuore” e la libertà
intelligente dell’uomo.
La parola biblica “berit” esprime
in conclusione l’incontro della libertà divina e quella umana, l’esigenza di
una comunione reciproca tra Dio e il suo popolo.
Storia
della Salvezza
|
L |
’espressione “Storia della
Salvezza” è divenuta di uso comune nella catechesi e nella predicazione. Ma che
cosa significa di preciso? I suoi significati sono molteplici, anche se tutti
collegati e con tratti comuni. Il significato preciso va deciso di volta in
volta in base al contesto. Ecco i principali significati:
§
la storia raccontata dalla Bibbia, la storia di Dio
e di Israele, di Gesù e della Chiesa primitiva; una volta era frequente
l’espressione “storia sacra”, ma dicendo “storia della salvezza” si vuole
sottolineare che le vicende raccontate non solo hanno Dio come protagonista
(accanto all’uomo ovviamente), ma anche che sono dirette secondo un disegno
salvifico per l’uomo;
§
è la storia cristiana che si innesta nella storia
biblica e che continua secondo le medesime leggi, in cammino verso la venuta di
Cristo e il Regno finale;
è l’intera storia umana (la storia biblico-cristiana ne
è come il centro propulsore) che è tutta
amata e guidata da Dio, in cammino verso la salvezza. La storia della salvezza
non è, in fondo, diversa dalla storia umana; di questa mette in luce la
presenza di Dio, la direzione e il senso.
Siamo tutti catecumeni
|
C |
ome è stato più volte scritto, specie nei documenti della
Chiesa, e ripetuto oralmente, in tempo di Quaresima rappresentava per i
catecumeni (i pagani cioè in attesa del Battesimo) il periodo della loro
preparazione prossima all’incontro con Cristo nella fede e nel Battesimo
(conferito comunitariamente la notte di Pasqua). Era per loro un tempo di
catechesi sistematica; erano giorni di “illuminazione” sul mistero di Cristo,
di iniziazione e di “addestramento” nella vita cristiana.
Ma chi non è in qualche modo
catecumeno?
Anche il
credente lo è, e lo è sempre, perché in perenne cammino verso un incontro con
Cristo sempre più consapevole, sempre più vero, sempre più vitale e pieno. Di
fatto, c’è ancora e sempre un non-cristiano (un pagano), ci sono ancora e
sempre spazi di non-credenza (di paganesimo) in chi si crede ed è cristiano.
Del resto il ritorno annuale della Quaresima non significa una ricorrente
sollecitazione a ricominciare sempre e di nuovo il nostro catecumenato a
Cristo? Siamo insomma un po’ tutti e in qualche modo sempre dei catecumeni e
come tali dovremmo augurarci a vicenda di percorrere il cammino quaresimale
incontro a Cristo.
|
I |
l
digiuno e l’astinenza prescritti dalla Chiesa hanno valore di segno: segno che,
partendo dal cuore, è destinato ad attraversare tutta la vita.
La vita, infatti, già nella prospettiva umana, comporta misura, limitazione,
sobrietà, moderazione . Sono atteggiamenti richiesti dalla”legge” naturale e
che vengono esaltati nella vita cristiana perché aiutano a purificare il cuore
e la mente da attaccamenti disordinati e affinano l’udito interiore all’ascolto
della parola di Dio.
·
Il digiuno e
l’astinenza dalle carni sono prescritti il mercoledì delle ceneri e il venerdì
santo;
·
L’astinenza dalle
carni si estende a tutti (e a i soli) venerdì di Quaresima (in tutti gli altri
può essere sostituita con un’altra opera di penitenza).
Si precisa che l’obbligo di digiuno riguarda le persone dai 18 ai 59
anni compiuti, quello dell’astinenza dai 14 anni.
“Guarire con la solidarietà”
|
L |
a riflessione proposta dai nostri Vescovi in
occasione della Giornata Mondiale del malato e dell’operatore sanitario, dal
titolo “Guarire con la solidarietà”, celebrata in coincidenza con la memoria
liturgica della Beata Vergine Maria di Lourdes, merita qualche ulteriore
sottolineatura anche all’indomani della celebrazione stessa.
Oggi si parla molto di solidarietà, ma prevale di
fatto l’individualismo e la conseguente insensibilità che spingono ad andare
oltre chi soffre. Il termine solidarietà, entrato anche nel linguaggio
politico, rischia “un uso inflazionato”.
Il significato della parola “solidarietà” viene
colto dalla parabola del buon samaritano, chiamata “la parabola della
solidarietà” perché supera l’interrogativo “chi è il mio prossimo?”, ponendo
l’interrogativo opposto: “come posso rendermi prossimo?”. “Solidarietà
significa perdersi, uscire da se stessi, portarsi al di fuori, servire”.
Il documento della CEI parla di “teologia della solidarietà”
perché tale virtù, “prima di essere una qualifica dell’operato di Gesù, è
attributo trinitario. Dio è solidale nella sua intima natura… Trinità è
sinonimo di amore, di reciprocità, di solidarietà in azione”.
Se tale è il nostro Dio, anche la comunità cristiana
è chiamata a diventare “la casa della misericordia e dell’amore” dove “i
poveri, i sofferenti, gli umiliati, i malati, i morenti saranno i privilegiati
del suo amore, i beneficiari delle sue prime carezze, il tesoro più prezioso da
custodire nel nome di Dio”.
La solidarietà è un dono che Dio ha inserito nel
cuore umano e trova in Lui la sua sorgente.
A livello psicologico, la solidarietà viene
presentata come accoglienza, come un camminare insieme: “Il malato porta la
povertà nella sua stessa pelle, sperimenta sul suo corpo la presenza del male e
la paura della morte. Specialmente in certi casi (quando non ha più mani, più
piedi, più bocca, più gesti autonomi), egli appare veramente il più povero dei
poveri”. Verso di lui deve andare la preferenza del cristiano attraverso la
lotta contro la malattia, in un primo tempo e, quando arriverà il tempo della
rassegnazione, in un’assistenza ancora più amorosa.
Le malattie – ricorda ancora il testo – non sono
uguali. “Disabili, non udenti, malati mentali, alcolisti, anziani, malati
non autosufficienti, persone sofferenti di malattie rare, i colpiti dall’aids,
cancerosi, morenti”: tutte queste categorie hanno i loro bisogni e i loro
caratteri specifici. Il cristiano è chiamato a offrire a tutti “un’appropriata
opera di sostegno e di conforto”. La comunità è chiamata a diventare “la
specialista del male in tutta la sua estensione” e a “non lasciare sola
alcuna famiglia sotto il peso della malattia”
La riflessione dei Vescovi conclude invitando a
contemplare Maria, modello di solidarietà e di speranza: “una solidarietà da
vivere in ogni parrocchia, in ogni struttura e istituzione sanitaria, in ogni
realtà umana dove una persona malata e sofferente ci chiede di farci prossimo e
riconoscerla come tale”.
|
L |
o
scorso luglio, mentre boccheggiavamo per la canicola e non finivamo di
lamentarci della siccità, a Roma c'era l'assemblea generale della Caritas
internazionale, che raggruppa 164 Caritas di altrettanti paesi dei cinque
continenti.
La Caritas è un'espressione visibile della chiesa locale, "la carta di
presentazione della chiesa", come disse il cardinale Martini.
Pensavo a queste cose, mentre leggevo le critiche a questa organizzazione di
buoni samaritani, apparse sulla stampa laica. In sostanza, si rimproverava alla
Caritas internazionale di far politica.
Il bene di tutti
Ma si può dire che denunciare le situazioni di miseria e di degrado,
che affliggono la gente, sia ingerirsi indebitamente nella politica?
E' noto che politica viene da polis; una parola greca che vuol dire città,
stato, comunità umana. Far politica vuol dire cercare il bene di tutti e non
solo di qualcuno o di qualche settore della comunità.
In questo senso,
La verità dà
fastidio
Certo fa
fastidio quando
Si cita sempre, come caso emblematico, questo intollerabile divario: dodicimila
donne indonesiane, che lavorano per fabbricare le scarpe sportive della Nike,
ricevono un salario complessivo (cioè tutte insieme) inferiore a quanto la
stessa compagnia Nike dà ad un giocatore di basket, che sponsorizza le scarpe
Nike.
Un pugno nello
stomaco
La povertà
cresce... anche nei paesi ricchi. In Canada, per esempio, i bambini poveri sono
saliti dal 14,5 al 21 per cento. Nel 2000 nel mondo, sono morti un milione e
trecento mila bambini, per malattie collegate alla cattiva qualità dell'acqua.
[...]
Globalizzare
Per
E il Papa, nel suo messaggio alla
riunione della Caritas, non ha mancato di affermare un altro aspetto della
situazione: la globalizzazione della solidarietà non è solo raccomandabile in
se stessa, ma è il modo più adeguato per contrastare il fenomeno del terrorismo
internazionale, che trova ragioni o pretesti (alla fine non c'è più differenza,
quando ci scappano dei morti) proprio nel sottosviluppo del mondo, provocato e
mantenuto dall'attuale sistema economico neo-liberista.
Ingerenza o dovere?
Questi non sono
forse problemi politici? E allora, denunciarli è ancora una "indebita
ingerenza", oppure è un sacrosanto dovere? Non è forse quello che dovremmo
fare tutti? [...]
--ooOoo--
Vera Grupelli - Trentatre
anni di presenza in questa comunità parrocchiale! Prima come “utente”.
Partecipazione alla messa domenicale, richiesta dei sacramenti per i figli… poi
piano piano inserita in un contesto più attivo, più sentito: con i bambini, il
catechismo, il Consiglio Pastorale, gli incontri di formazione.
Una comunità
in cammino, in preghiera, guidata sempre con serietà e fede profonda, senza
trionfalismi né scoraggiamenti. Una comunità che guarda avanti, si guarda intorno,
fa tesoro del passato. Una comunità che non esercita esclusioni né per
situazioni familiari né per critiche costruttive. Ogni anno offre opportunità
formative in parrocchia, per gruppi di ascolto nelle famiglie, per genitori dei
bambini che si preparano a ricevere i Sacramenti. Aperta alle necessità dei più
bisognosi vicini e lontani. Una comunità soprattutto che prega. Una preghiera
forte, costante, intensa, che supera i confini della propria cerchia, che
guarda al mondo, soprattutto al male che opprime questa nostra società. E non
si ferma ad intercedere per le vittime della cattiveria umana, ma
sull’insegnamento di Cristo rivolge uno sguardo “amoroso” a chi si è perduto
nei meandri oscuri del male nell’attesa di una conversione, di un ritorno alla Casa
del Padre. È forse il tipo di preghiera più difficile ma dal quale non possiamo
esimerci.
--ooOoo--
Don Renato Villa - Non eravamo un gruppo
numeroso quel 17 giugno 1978, quando in cattedrale, mentre fuori imperversava
un furioso temporale, il vescovo Giulio ci impose le mani. Se non eravamo molti, eravamo però molto
diversi. C'era chi era cresciuto regolarmente nei vari settori delle
associazioni ecclesiali o nel contesto dell'emarginazione, chi aveva fatto
regolarmente tutto il curriculum del Seminario e chi aveva avuto spiccate
simpatie per i movimenti rivoluzionari del tempo. Questa diversità è continuata
anche dopo l'ordinazione; infatti pur limitati come numero, abbiamo occupato
quasi tutti gli ambiti del vasto campo ecclesiale: dalla diplomazia vaticana ai
vari settori dell'emarginazione, dalle missioni estere e italiane alla vita
quasi eremitica senza trascurare le pastorale parrocchiale. Tutto questo mi
sembra sia stato fonte di arricchimento, di reciproca stima e di totale assenza
di rivalità. Al sottoscritto è toccato un cammino un po’...
"strano". Diventato prete per
la "Comunità del Paradiso" con decisione avvenuta quasi all'ultimo
momento, a motivo del manifestato desiderio di vivere una vita monastica
diocesana, dopo neanche un mese mi trovavo alla periferia di Firenze nella
parrocchia di SantaCroce a Quinto quando si celebrava ancora la messa in due
fondi di altrettanti condomini adibiti a cappella. Il parroco, don Mario Usubelli, mi accolse amorevolmente
così com'ero, cercando di valorizzare quello che mi caratterizzava. Quasi
subito ebbi la fortuna di conoscere il futuro card. Piovanelli, allora nominato
da poco pro-vicario della Diocesi e di intessere con lui un rapporto filiale
che mi sarebbe stato di grande aiuto nei momenti più delicati del mio cammino
sacerdotale. Ai primi di dicembre del
letture: Ebrei 12, 1-3
Marco
9, 30-37
Mi trovo in particolare
difficoltà oggi a prendere la parola in occasione del tuo funerale.
Un po’ perché le parole possono
velare la luminosità di una vita vissuta nella propria carne e nel proprio
spirito con assoluta trasparenza e fedeltà. E poi perché, ne sono certo, ognuno
dei fedeli qui presenti (e anche quelli che non lo sono perché impediti),
potrebbe raccontare o descrivere qualche lineamento, qualche tratto o episodio
della tua vita, tanto ricca di fede e di umanità, tanto semplice e insieme
tanto nobile di animo, tanto comprensiva e insieme tanto esigente, tanto restia
a pensare e a parlare di te quanto sollecita a farsi carico delle difficoltà e
dei problemi degli altri.
Tutto questo, senza ombra di
esagerazione, lo possono testimoniare i famigliari, i parenti, i colleghi, i
fedeli della nostra comunità e quelli di altre che ti hanno conosciuto; i
bambini, i ragazzi, i giovani che ti hanno avuto come insegnante della scuola
materna o come catechista in parrocchia.
Credo proprio che l’insegnamento
di Gesù ascoltato nel Vangelo di questa domenica (“se uno vuole essere il
primo sia l’ultimo e sia il servo di tutti”) completamente incompreso dai
discepoli fino a quel momento e completamente opposto a quello che oggi respiriamo,
abbia trovato in te una presa sempre più profonda, una obbedienza sempre più
docile, filiale, naturale. Di questa attenzione ai piccoli, permettimi che io
abbia a rileggere uno scritto da te composto e riportato sul notiziario proprio
un anno fa in questo periodo, in occasione della festa della comunità, quando
tu alternavi momenti di riposo a Popiglio o a casa a quelli di degenza
all’ospedale di S. Marcello Pistoiese o a Careggi: è uno scritto che evidenzia
la tua attenzione alla comunità, il tuo amore, il tuo attaccamento, e tra i
suoi membri la tua premura per i piccoli, per quelli che non brillano come
stelle di prima grandezza ma nascondono tesori tanto preziosi e necessari per
conferire completezza e armonia al mosaico costituito dalla comunità.
“Carissimo don Mario,
la linea tracciata dalla comunità
che lei sogna è così bella, così completa che ci sono poche cose da aggiungere.
Perciò quello che ho scritto io è quasi una copia della sua.
Mi piacerebbe “vedere”
Ecco il compito della comunità:
aiutare a scoprire i talenti di chi ne ha pochi o uno solo perché la mancanza
di quel piccolo contributo può impoverire la ricchezza del mosaico.”
Se ci chiediamo: chi ti ha dato
la forza, la costanza, la pazienza di vivere la vita cristiana così, sic et
simpliciter, senza orpelli, senza aggettivi, senza fanatismi né compromessi,
dobbiamo rispondere che prima di tutto te li ha dati il Signore, sono un dono
suo: vengono in mente le parole di Paolo ai Corinzi “Per grazia di Dio però
sono quello che sono, e la sua grazia in me non è stata vana; anzi ho faticato
più di tutti loro, non io però, ma la grazia di Dio che è con me” (1 Cor
15,10): tu stessa lo hai riconosciuto con estrema semplicità nell’ultimo
colloquio che abbiamo avuto lunedì mattina.
Però dobbiamo subito ammettere
(non dico nulla di originale) che la grazia di Dio ha trovato in te una
continua e crescente adesione e corrispondenza: davvero che la tua vita è
sembrata non un cammino, ma una corsa, una corsa senza affanno ma vera, reale,
nella quale hai saputo tenere fisso lo sguardo (non su cose frivole e
meschine come talvolta possiamo fare noi) ma su Gesù Cristo, autore e
perfezionatore della fede.
Per tutto questo ti siamo grati:
sei stata maestra di scuola e di vita; la nostra comunità, in tutte le sue
componenti, grandi e piccoli, laici e preti che in questi anni si sono
susseguiti nell’esercizio del ministero e che in te hanno trovato una sorella
attenta, discreta e sapiente, pronta a servire e pronta a lasciare spazio e a
coinvolgere… ti dice il suo grazie sincero; e ancora ama ripetere con
sant’Agostino: “Non ti chiediamo Signore perché ce l’hai tolta, ma ti
ringraziamo perché ce l’hai donata”.
A me personalmente infonde tanta
pace e serenità un’altra frase che dovrebbe essere di sant’Agostino. Dice:
“Non si
perdono mai coloro che amiamo,
perché
possiamo amarli in Colui che
non muore
mai…”
“Solo per oggi”…
Posso
ben fare, per dodici ore, ciò che mi sgomenterebbe se pensassi di doverlo fare
per tutta la vita.
Ø Solo per oggi cercherò di vivere alla giornata, senza voler risolvere il problema della mia vita tutto in una volta.
Ø Solo per oggi avrò la massima cura del mio aspetto: vestirò con sobrietà; non alzerò la voce; sarò cortese nei modi; non criticherò nessuno; non pretenderò di migliorare o di disciplinare nessuno tranne me stesso.
Ø Solo per oggi sarò felice nella certezza che sono stato creato per essere felice non solo nell'altro mondo, ma anche in questo.
Ø Solo per oggi mi adatterò alle circostanze senza pretendere che le circostanze si adattino tutte ai miei desideri.
Ø Solo per oggi dedicherò dieci minuti del mio tempo a qualche lettura buona, ricordando che come il cibo è necessario alla vita del corpo, così la buona lettura è necessaria alla vita dell'anima.
Ø Solo per oggi compirò una buona azione e non lo dirò a nessuno.
Ø Solo per oggi farò almeno una cosa che non desidero fare e se mi sentirò offeso nei miei sentimenti, farò in modo che nessuno se ne accorga.
Ø Solo per oggi mi farò un programma: forse non lo seguirò a puntino, ma lo farò. E mi guarderò da due malanni: la fretta e l'indecisione.
Ø Solo per oggi crederò fermamente, nonostante le apparenze contrarie, che la buona Provvidenza di Dio si occupa di me come se nessun altro esistesse al mondo.
Ø Solo per oggi non avrò timori.
In modo particolare non avrò paura di godere
di ciò che è bello e di credere alla bontà.
"Basta a ciascun giorno il suo
affanno" (Mt. 6,34)
Ogni popolo guardi il dolore dell'altro e la pace
sarà vicina
Il Cardinale Carlo
Maria Martini, tornando da Gerusalemme
|
T |
orno da Gerusalemme avendo ancora
negli orecchi il suono sinistro delle sirene della polizia e delle ambulanze
dopo il terribile attentato di martedì 19 agosto. Ma ciò che sempre più ascolto
dentro di me non è soltanto il dolore, lo sdegno, la riprovazione, che si
estende a tutti gli atti di violenza, da qualunque parte provengano. È una
parola più profonda e radicale, che abita nel cuore di ogni uomo e donna di
questo mondo: non fabbricarti idoli! Questa parola risuona nella Bibbia a
partire dalle prime parole del Decalogo e la percorre tutta quanta, dalla
Genesi all'Apocalisse.
È dunque un comandamento che tocca profondamente il cuore di ebrei e cristiani
e segna un principio irrinunciabile di vita e di azione. Ed è un comandamento
anche molto caro all'Islam, che ne fa uno dei pilastri della sua concezione
religiosa: c'è un Dio solo, potente e misericordioso, e nulla è comparabile a
lui. Ma è anche un precetto segreto che risuona nel cuore di ogni persona
umana: chi adora o serve in ogni modo un idolo ha una coscienza almeno vaga di
voler «usare» la divinità o comunque un principio assoluto per i propri scopi,
sente che sta strumentalizzando e sottoponendo ai propri interessi un sistema
di valori a cui occorre invece rendere onore. Per questo chiunque adora un
idolo intuisce che in qualche modo si degrada, sta facendo il proprio male e
sta preparandosi a fare del male agli altri.
Ma non ci sono soltanto gli idoli visibili. Più radicati e potenti, duri a
morire, sono gli idoli invisibili, quelli che rimangono anche quando sembra
escluso ogni riferimento religioso. Tra essi vi sono gli idoli della violenza,
della vendetta, del potere ( politico, militare, economico...) sentito come
risorsa definitiva e ultima. E' l'idolo del volere stravincere in tutto, del
non voler cedere in nulla, del non accettare nessuna di quelle soluzioni in cui
ciascuno sia disposto a perdere qualche cosa in vista di un bene complessivo.
Questi idoli, anche se si presentano con le vesti rispettabili della giustizia
e del diritto, sono in realtà assetati di sangue umano.
Essi hanno una duplice caratteristica: schiavizzano e accecano. Infatti, come
dice tante volte
Le violenze che si scatenano oggi in tante parti del mondo sono il segno che
c'è un'adorazione di questi idoli e che essi ripagano con la loro moneta
distruttrice chiunque renda loro omaggio. Chi ha fiducia solo nella violenza e
nel potere prima o poi tende a eliminare e distruggere l'altro e alla fine
distrugge se stesso. Già san Paolo ammoniva: "se vi mordete e divorate a
vicenda, guardate almeno di non distruggervi del tutto gli uni gli
altri!". E ancora: "Non vi fate illusioni: non ci si può prendere
gioco di Dio. Ciascuno raccoglierà quello che avrà seminato" (Lettera ai
Galati 5,15 e 6,7).
Siamo nel vortice di una crisi di umanità che intacca il vincolo di solidarietà
fra tutto quanto ha un volto umano. Nell'adorazione dell'idolo della potenza e
del successo totale ad ogni costo è l'idea stessa di uomo, di umanità che viene
offesa, è l'immagine stessa di Dio che viene sfigurata nell'immagine sfigurata
dell'uomo. Ma proprio da questa situazione, dalla presa di coscienza di
trovarsi in un tragico vicolo cieco di violenza - a cui ha fatto più volte
allusione il Papa Giovanni Paolo II - può scaturire un grido di allarme
salutare e urgente, più forte dell'idolatria del potere e della violenza.
È un grido che si traduce concretamente nel proclamare che non vi sono
alternative al dialogo e alla pace. Lo sta da tempo ripetendo in tanti modi
Giovanni Paolo II. Ma esso è un grido che precede le dichiarazioni pubbliche,
per quanto accorate. Risuona infatti nel cuore di ogni uomo o donna di questo
mondo che si ponga il problema della sopravvivenza umana. Di alternativo alla
pace oggi vi è solo il terrore, comunque espresso. Quando la sola alternativa è
il male assoluto, il dialogo non è solo una delle possibili vie di uscita, ma
una necessità ineludibile. Per questo i leader di tutte le parti tra loro
contrastanti debbono rischiare senza esitazioni il dialogo della pace.
Tutto ciò fa emergere ancora più chiaramente le responsabilità della comunità
internazionale, quelle dell'Onu e quelle dell'Europa, quelle degli Stati Uniti,
della Russia e dei paesi arabi. È necessario che tutti aiutino il processo di
pace che si era appena iniziato, con una pressione forte e convinta a favore
della Road Map e anche con la prontezza a fornire un sostegno politico e
finanziario alle comunità che hanno il coraggio di rischiare la pace. Alla
costruzione di muri di cemento e di pietra per dividere le parti contrastanti è
preferibile un ponte di uomini che, pur garantendo la sicurezza di entrambe le
parti, consenta alle due comunità di comunicare e di intendersi sempre più
sulle cose essenziali e su quelle quotidiane.
Certamente l'odio che si è accumulato è grande e grava sui cuori. Vi sono
persone e gruppi che se ne nutrono come di un veleno che mentre tiene in vita
insieme uccide. Per superare l'idolo dell'odio e della violenza è molto
importante imparare a guardare al dolore dell'altro. La memoria delle
sofferenze accumulate in tanti anni alimenta l'odio quando essa è memoria
soltanto di se stessi, quando è riferita esclusivamente a sé, al proprio
gruppo, alla propria giusta causa. Se ciascun popolo guarderà solo al proprio
dolore, allora prevarrà sempre la ragione del risentimento, della rappresaglia,
della vendetta.
Ma se la memoria del dolore sarà anche memoria della sofferenza dell'altro,
dell'estraneo e persino del nemico, allora essa può rappresentare l'inizio di
un processo di comprensione. Dare voce al dolore altrui è premessa di ogni
futura politica di pace. Non fabbricarti idoli: idolo è anche porre se stesso e
i propri interessi al disopra di tutto, dimenticando l'altro, le sue
sofferenze, i suoi problemi. Il superamento della schiavitù dell'idolo consiste
nel mettere l'altro al centro, così da creare quella base di comprensione che
permette di continuare il dialogo e le trattative.
|
|
Da “L’Osservatore
Toscano” del 29 giugno 2003
«La famiglia fondata sul matrimonio di un uomo e di una donna, è realmente una forma sociale con funzioni proprie e insostituibili di fondamentale importanza». Pertanto, a poco più di una settimana dall'omelia nella festa diocesana della famiglia, il 15 giugno scorso a Sesto Fiorentino, monsignor Antonelli ribadisce che «la famiglia ha diritto ad essere tutelata e sostenuta dalle pubbliche istituzioni» e quindi il suo primato «rispetto ad altre forme di convivenza, soltanto private, va tutelato sul piano culturale, giuridico, sodale ed economico. Gli va riservata, per dir così, una corsia preferenziale, un po' come nella circolazione stradale si fa con le macchine di servizio pubblico rispetto a quelle di uso privato. A titolo esemplificativo, particolarmente auspicabili appaiono alcune forme di sostegno, come facilitazioni per la casa alle giovani coppie, riforme che promuovano le opportunità di lavoro per i giovani, armonizzazione per quanto possibile delle esigenze del lavoro con quelle della famiglia, fisco commisurato al reddito familiare complessivo, consistente alleggerimento della pressione fiscale in base al numero dei figli a carico, perché le famiglie con figli non siano penalizzate rispetto a quelle senza figli, parità scolastica che assicuri effettiva libertà di scelta senza oneri aggiuntivi per le famiglie».
L’Arcivescovo “approfitta” della solennità di San Giovanni Battista, patrono di Firenze, da sempre momento privilegiato per parlare ai fedeli e alle istituzioni. Nell'omelia in cattedrale, la mattina del 24 giugno, richiama così, oltre al valore della famiglia, il rispetto per la vita umana contro «la diffusa tendenza a giustificare e a banalizzare l'aborto» chirurgico o farmacologico, ma anche «contro le tentazioni del consumismo esasperato». Mentre sul fenomeno migratorio ha chiesto «di assumere un atteggiamento che sappia conciliare il più possibile la generosa accoglienza delle persone in stato di necessità con le esigenze della legalità e dell'ordine pubblico».
A.E
Decalogo
delle Vacanze
La vacanza è questione di stile prima ancora che di
gusto. Ebbene, ecco alcune proposte perché la tua sia una vacanza davvero
dignitosa e, nello stesso tempo, gioiosa:
QUALCHE
RIFLESSIONE SULLA FESTA DIOCESANA DELLA FAMIGLIA
|
D |
ire che è stata una bella festa riuscita
può suonare riduttivo perché è stata molto di più. Riuscita in tutti i numerosi
aspetti organizzativi e bella per il clima di gioia di una festa per la famiglia,
a dimensione della famiglia, preparata da famiglie, è stata divertimento,
condivisione, ed è stata soprattutto un occasione speciale per fermarci a
riflettere, sul nostro cammino, sulla nostra vocazione, su quello che a noi
coniugi chiamati due a due, viene richiesto dal Signore. Ci hanno molto colpito
le parole dell’Arcivescovo Monsignor
Ennio Antonelli, quando durante l’Omelia, ha paragonato la famiglia serena a
un’anticipazione del Paradiso, ma ha aggiunto, la famiglia può essere, e in
parecchi casi lo è, un’anticipazione dell’Inferno.
A pensarci bene, in nessun’altro ambiente
ci si può far del male come in famiglia.
La linea di demarcazione fra Inferno e
Paradiso non passa fuori dalla porta di casa nostra, non riguarda solo famiglie
lontane, emarginate, seguite dai servizi sociali, può riguardare anche la
nostra. Le ramificazioni dell’ Inferno sono tante, sottili, molte mascherate da
apparenti buone intenzioni. Si pensi ad esempio a genitori latitanti a causa di
un eccessivo impegno lavorativo, motivato dalla presunta necessità di dover
garantire agio e benessere superfluo alla famiglia. Si pensi inoltre ai tour
de force ai quali sottoponiamo i nostri figli con le giornate piene di
palestre, piscine, corsi di tutti i tipi per allenarsi a essere preparati e
vincenti in ogni occasione, e il bambino non protesti e non reclami pomeriggi
tranquilli e noiosi perché l’ha detto anche la maestra che lui ha proprio
bisogno di tutto questo, perché deve essere più dinamico ma meno giocherellone, più produttivo ma meno chiacchierone, più
preciso ma meno ostinato, più fantasioso ma meno tra le nuvole, più ordinato ma
nello stesso tempo più creativo. Praticamente un altro. E questo può essere
davvero l’Inferno per i nostri figli, un Inferno per di più non immediatamente
riconoscibile perché mascherato da Paradiso, attuato in perfetta buona fede e
la convinzione di farlo per il loro bene.
Può essere difficile riuscire a evitare
queste trappole perché gli input che riceviamo quotidianamente ci indirizzano
nella direzione dell’efficientismo e della competitività più spietata.
L’antidoto per non essere infettati da questi virus è fermarsi a riflettere,
interrogarsi, cercare di sintonizzarsi sulla lunghezza d’onda del messaggio
evangelico per capire quale sia il progetto di Dio su di noi e sui nostri
figli, riscoprire le infinite potenzialità connaturate nel nostro pur
imperfetto modo di essere. Un significativo indicatore direzionale era dato
dallo stesso slogan della festa: “Famiglia:
laboratorio di una umanità nuova”, non laboratorio di vincenti, non
risorsa consumistica acquisitrice di beni superflui. Gli strumenti per forgiare
una nuova umanità si chiamano amore incondizionato, accettazione, accoglienza,
attenzione, ascolto. Non fanno parte dei nostri istinti, anzi spesso l’istinto
ci porta nella direzione opposta. Sono talenti che si devono imparare,
coltivare e necessitano di esercizio continuo. La festa, con gli spunti di
riflessione proposti dai percorsi tematici, col vicendevole scambio di
esperienze, è stata anche una bella opportunità di crescita in questo
senso.
Rossana e Sergio M.
Il volto più segreto e nascosto di Dio
|
I |
l nostro concetto di
Dio è spesso basato sulla sua grandezza, sulla sua onnipotenza: così è
solitamente rappresentata l’immagine del Padre; lo stesso Gesù viene spesso
raffigurato nella sua gloria e nella sua forza, come il Cristo pantocrator,
potente e dominatore, anche se nell’arte più vicina a noi prevale un’immagine
del Cristo colta nella sua mitezza, nella sua umiliazione, nella sua povertà.
La liturgia di
Pentecoste ci propone un volto di Dio più segreto e nascosto, ci trasmette in
un certo senso l’immagine della sua “debolezza”.
Come tante pagine
della Bibbia ci ricordano, Dio è presente nella folgore e nel tuono, nella
potenza delle acque e nella forza impetuosa della natura, ma si manifesta anche
come tenue sussurro , come soffio leggero, attraverso segni percepibili solo da
chi si ponga in atteggiamento di disponibilità, di ascolto, di attenzione.
In un mondo spesso
dominato dalla forza e nel quale talvolta lo stesso nome di Dio viene
utilizzato strumentalmente a servizio della potenza delle armi,questo richiamo
allo Spirito, questo ricordare che la forza di Dio sceglie la strada
dell’apparente debolezza, sconvolge le nostre categorie mentali e i nostri
criteri di giudizio.
Circondati
dalle opere delle nostre mani e assordati dal rumore che noi stessi produciamo,
sembriamo ormai incapaci di cogliere il soffio lieve dello Spirito. Proprio per
questo la liturgia ci propone
A commento dei fatti drammatici che nel mondo
stanno accadendo, preferiamo cedere la parola a un personaggio come Giorgio
Già in quell'aprile
Ciò significa: soluzioni politiche di dignità, che spezzano sempre le catene coloniali; soluzioni economiche di intervento deciso per tutti i Paesi sottosviluppati, chiara affermazione dei valori "teologali" che danno misura di civiltà. Solo quando queste condizioni sono osservate prendono efficacia anche le sigle".
La
lettera:
Beatissimo Padre,
perdonate: ma questa crisi francese è tanto grave ed investe, purtroppo,
problemi tanto connessi e vitali per
Beatissimo Padre, diciamolo con cristiana franchezza: - come è meschina
questa politica dell'Occidente! E senza gusto; senza proporzioni; senza ideali;
è priva della sola luce che sarebbe capace di darle bellezza e forza: è priva
della luce di Dio!
Voi lo avete detto: quando questa luce manca vi è una carenza essenziale
nella struttura e nel movimento dei popoli e delle nazioni!
Ci vuole altro, Beatissimo Padre, che il petrolio del Sahara - o
dell'Irak o della Persia - per
contrapporre salutarmente un ideale storico "di alto potenziale" alla
fermentazione nazionale e religiosa che sta animando con ritmo ogni giorno più
accelerato i popoli arabi ed i popoli tutti africani ed asiatici!
Cosa mostra l'occidente (
Questo "ideale" della c.d. libertà economica e politica è un
ideale che non ha più né attrattiva né bellezza né efficacia: è stato
adulterato, nella sua stessa sostanza, da quella concezione
"liberale" del mondo che è sorta in contrasto con quella cristiana e
che sempre più è diventata materialista, oppressiva, atea.
Ed allora?
Ai popoli dell'Islam che sì arroccano, pregando, attorno alle loro
moschee; ai popoli dell'Asia che prendono coscienza della loro radice
"metafisica" e contemplativa; allo spazio comunista che viene animato
da una falsa mistica di giustizia sociale e di fraternità umana, cosa contrappone
l'occidente c.d. libero?
Beatissimo Padre, la domanda è drammatica perché non ha risposta:
Ciò significa: soluzioni politiche di dignità, che spezzino per sempre le
catene coloniali; soluzioni economiche di intervento deciso, amplissimo,
organico, per tutti i paesi sottosviluppati, chiara affermazione dei valori
"teologali" che danno la misura della civiltà: perché tanto è elevata
una civiltà, tanto ne è alto il livello, quanto ne è integrale e ordinata la
scala dei valori che hanno Dio come vertice! Solo quando queste condizioni sono
osservate prendono efficacia anche le sigle: solo allora si può, con sicura
coscienza, rinforzare la cintura di mura, e di torri destinate alla difesa di
Gerusalemme!
Altrimenti ogni difesa è vana: nisi Dominus custodierit civitatem
invanum laboraverunt qui custodierint eam.
E questo ciò che deve capire la classe dirigente delle nazioni cristiane:
che, cioè, bisogna cominciare con l'essere cristiana: bisogna cominciare con il
confessare che Cristo è la luce delle nostre nazioni!
Esagerazione? No: è l'esigenza più urgente dei tempo nostro.
E praticamente? Ebbene:
Questo tempo nostro è singolare: presenta per la prima volta, in termini
totalmente nuovi, il problema dei rapporti fra cristianità e islam; fra
cristianità ed Israele; fra cristianità e tutto il mondo dei
"gentili": e lo presenta in termini anche politici di estrema
importanza perché è condizionato dalla massiccia presenza del mondo comunista
ateo.
Come si può - nel considerare il problema di Algeria - prescindere da
questo quadro in cui esso è collocato?
Ecco, Beatissimo Padre, le nostre riflessioni e le nostre pene: sono cose
grandi, eventi di efficacia secolare (mille anni!), le cose e gli eventi, i
problemi e le situazioni, nelle quali Dio pone oggi la storia delle nazioni.
Algeri, Cairo, Nuova Dehli, Mosca, Tokyo e così via: quale
"sistema" di città, di popoli, di nazioni, che preme con tanta
energia creatrice sul "sistema" delle capitali di Occidente, ancora
attardate nel loro "ozio" e nel loro "sonno".
E tempo di svegliarsi: hora est iam de somno surgere! Come? A che
fine? Per produrre altre bombe nucleari? Ma no: per produrre la sola energia
nucleare capace di rinnovare il mondo: l'energia atomica della fede: haec
est victoria quae vincit mundum, fides vestra.
"Uenergia
teologale" della fede, della carità, della speranza; una energia
liberatrice: energia di dono, di giustizia, di conversione a Dio, di fraternità
effettiva degli uomini: energia fatta per servire e non per essere serviti.
Ideale astratto? Mito di poeti? No: è il solo ideale capace di operare in
concreto la salvezza dell'Occidente e la ripresa del suo "servizio"
di pilotaggio per il mondo intiero.
Ecco, Beatissimo Padre, come vanno viste le linee essenziali delle prospettive storiche odierne: a me,
riflettendo e pregando, le cose appaiono così.
Comunque: una cosa è certa: il problema algerino è grave: va risolto
prontamente: tocca
Sant'Agostino ed i santi africani ci aiutino in questo momento così
grave; un mornento peraltro che può trasformarsi in un momento di speranza e di
fioritura.
E
filialmente vostro in X.to.
LE PARTI DELLA MESSA
Riti di introduzione
·
Ingresso con canto; Saluto del sacerdote
· Atto penitenziale;
· Gloria (Preghiera di lode); Orazione (Colletta)
LITURGIA DELLA PAROLA
·
Prima Lettura (Dall’Antico Testamento,
o dagli Atti degli Apostoli).
· Salmo responsoriale
·
Seconda Lettura (Da una lettera degli Apostoli,
o dall’Apocalisse)
·
Canto al Vangelo
· Proclamazione del Vangelo
· Omelia
· Professione di fede (Credo)
· Preghiera universale (Preghiera dei fedeli)
LITURGIA EUCARISTICA
· Preparazione e presentazione dei doni (Offertorio)
· (Eventuale processione offertoriale e canto)
· Preghiera sulle offerte
· Preghiera eucaristica
· Memoriale
· Consacrazione
· Riti di Comunione
· Padre nostro
· Rito della pace
· Frazione del pane e canto «Agnello di Dio»
·
Comunione eucaristica del sacerdote e
dell’assemblea (processione per
·
Orazione dopo
Riti di conclusione
· Saluto
· Benedizione
· Congedo
Ø
Decalogo contro la pena di morte stilato dai ns. vescovi