Cosa ne pensa don
Arturo a proposito di…
LE
INDULGENZE, LORO VALORE E SIGNIFICATO
Partendo dall'annuncio di Cristo nella sinagoga di Nazareth (Lc 4,16-30) che realizza quanto aveva predetto il III
Isaia, P. Aldo Genesio ci ha presentato Lunedì 29 u.s. la figura di Gesù come personificatore della
Grande Indulgenza che Dio manifesta nei confronti degli uomini, e ha
interpretato il Giubileo come Anno di Grazia, durante il quale tutti dovremmo
riflettere sul fatto che l'intera nostra vita è Grazia: ciò che siamo e ciò che
abbiamo.
Ma a sua volta
Posta questa introduzione, da tener presente in questo e nei successivi
incontri sul Giubileo, ora, per volerci calare nello "specifico"
dell'anno giubilare, ho bisogno di porre due premesse fondamentali, onde
svolgere il ben più ridotto tema assegnatomi: "Le indulgenze, loro valore
e significato". Qui il discorso si restringe e per qualcuno potrebbe anche
ridursi alla banalità, ma è naturale che quando noi, comunità visibile dei
credenti, vogliamo in qualche nodo tradurre nella nostra realtà feriale i
grandi concetti che esprimono l'essenza di Dio e il suo rapporto di infinita
misericordia verso l'uomo, abbiamo bisogno di adattarli ai nostri limiti sia di
linguaggio che di segno, quello che del resto facciamo anche con i segni
sacramentali. Tutto questo non banalizza la realtà stessa (Gesù
ha fatto altrettanto), ma la adegua alla nostra capacità di comprensione, senza
celarci la sua grandezza. Toccherà poi a noi provocare la lode che Cristo rende
al Padre, quando dice: "Ti benedico, o Padre, Signore del cielo e della
terra, perché hai tenute nascoste questa cose ai sapienti e agli intelligenti e
le hai rivelate ai piccoli" (Mt 11,25).
L'importante è non scordarsi che essi vogliono, se pur inadeguatamente,
tradurre il grandioso e inafferrabile concetto dell'amore infinito di Dio verso
l'uomo, della sua indulgenza senza limiti, ma anche della sua chiamata a
ciascuno di noi a porre il nostro contributo personale di apertura, per creare
il terreno disponibile all'irruzione della sua Grazia.
La prima di questa premesse è il Giubileo. Dobbiamo metterci in guardia
tutti dal rischio di fare del Giubileo una cosa diversa da ciò che la
tradizione ebraica e il suo compimento nel Nuovo Testamento ci impongono.
Dobbiamo vigilare perché la celebrazione dell'Anno Santo non resti prigioniera
della "macchina" organizzativa o ceda alla tentazione del
trionfalismo. E' un momento evangelico, non mondano. Ricordiamoci che anche in
un momento come questo è possibile servire due padroni... per evitare ciò,
riferimento fondamentale è la concezione biblica del Giubileo, celebrazione
della santità del tempo.
Già dal popolo d'Israele dell'Antico
Testamento si celebrava l'anno sabbatico ogni sette anni e l'anno giubilare
ogni cinquant'anni. Il primo era un'occasione per
lasciar riposare la terra e gli uomini, il secondo perché fosse un anno
pasquale che celebrava il Dio liberatore e traeva le conseguenze della sua
strana signoria: i debiti erano condonati,
Ma tutto ciò non era ancora il Giubileo
Cristiano, perché ancora mancava la remissione dei peccati, la grande novità
dell' "anno di Grazia" annunciato da Gesù
nella sinagoga di Nazareth (Lc 4,16-21). E' una
novità che cambia la concezione del tempo,
Cristo ne è
Ma il Giubileo è anche uno stimolo per
guardare avanti nel tempo. L'Anno Santo fa memoria della venuta di Gesù, ma è anche un prepararsi al suo ritorno. Nel Giubileo
ci poniamo in attesa del giudizio finale. E' un giudizio che ciascuno deve
invocare su di sé. Consapevoli che possiamo solo abbandonarci alla misericordia
di Dio, ma anche convinti che alla fine avverrà il compimento della giustizia
per tutti quelli che sono stati calpestati.
Detto questo, che in fondo è ciò che
avete già ascoltato nelle precedenti conversazioni, pongo una seconda premessa
che dedico alla cosidetta "pena temporale",
per arrivare alla parte conclusiva che mi è stata assegnata: il discorso sulle
indulgenze.
Si sa che le indulgenze, come la "soddisfazione
sacramentale" servono a cancellare la pena temporale, di cui parleremo. Va
precisato che Dio può sempre rimettere la colpa e la pena eterna, ma non può
mai rimettere la pena temporale senza il concorso dell'uomo. L'uomo come tale,
né angelo né animale, è dotato di libertà solo in quanto è donato alla propria
libertà. Poiché è veramente libero ma dotato di una libertà limitata, cioè
storica e in divenire, egli, quando confessa la propria colpa, sperimenta
subito un nuovo orientamento della volontà. Se non fosse così, egli potrebbe
cambiare per il fatto di "voler" cambiare.
Ma quanto diversa sia la realtà, lo
sperimentiamo quando da fumatori cerchiamo di smettere di fumare. Volere non
basta. La "volontà cattiva abituale" è più forte della volontà buona
istantanea. Così, anche la conversione a Dio istantanea non può ancora tutto
contro l'abitudine al peccato. Per questo il perdono della colpa non è ancora
il condono della pena. Quando la colpa è perdonata, solo allora comincia
propriamente quella pena che consiste nell'adeguare faticosamente muscoli,
nervi, respiro e battiti cardiaci, al disegno della volontà divina e umana. In
questo, Dio non può sostituirci. Noi, la comunità ecclesiale e il Signore Gesù al suo centro, assicurando la "comunione nella
penitenza" attraverso la preghiera, esplicitiamo la nostra personale
solitudine, cioè diamo questa necessaria risposta al Dio di misericordia.
Ma ecco che anche oggi, con il Giubileo
imminente del Duemila, si è alle prese con gente occupata a dare cattive
informazioni sulle indulgenze. Chi sono? Ma basta aprire le pagine dei
quotidiani o ascoltare i telegiornali per saperlo. La prima informazione
sbagliata è quella di confondere l'indulgenza con il perdono delle colpe. Un
cristiano, invece, sa che per avere la remissione dei peccati deve passare
attraverso il sacramento della Penitenza. Ma il penitente sa che neanche così
può considerarsi totalmente e definitivamente purificato, perciò deve scontare
una penitenza o in vita o in Purgatorio, cioè, secondo un modo invalso di dire,
deve dare "soddisfazione".
Ora,
La seconda informazione sbagliata è
quella che è stata sbandierata in questi giorni da giornali e tv: tu puoi
acquistare l'indulgenza facendoti il segno della croce in ufficio o sul posto
di lavoro. Altri esempi: se uno, fumatore accanito o gran bevitore di birra,
senza dover fare un viaggio a Roma, non tocca una sigaretta, almeno per un
giorno, o non beve un bicchiere, alla fine anch'egli acquista l'indulgenza del
Giubileo. Insomma, tutto sarebbe anche meglio dei tempi di Lutero, dovendoci
rimettere soltanto un pacchetto di sigarette e non un'offerta in danaro per
basiliche da costruire o crociate da finanziare.
Ora queste cose possono sì sostituire il
pellegrinaggio a Roma o alla Cattedrale, ma rimangono sempre le altre
condizioni necessarie: cioè la confessione, la comunione, il vero pentimento
interiore, la preghiera a Dio misericordioso e la rinnovazione della
professione di fede. Insomma, per il Giubileo occorrono, si, le cose esteriori,
ma quello che vale soprattutto è ciò che in quell'Anno
Santo, nasce dentro l'animo. E' la convinzione che il perdono di Dio
"ricco di misericordia e di compassione", scende sull'uomo pentito
che lo invoca.
Quest'anno inoltre, contrariamente al passato, il Giubileo non sarà
acquistabile una sola volta o pochissime volte durante un estenuante
pellegrinaggio a Roma, ma i fedeli potranno conseguirlo anche ogni giorno in
ogni luogo, sia per loro stessi, sia a suffragio dei defunti.
Ce n'è abbastanza dunque per misurare il
cammino percorso da quando nel 1.517 Martin Lutero
affisse alla porta della chiesa di Wittemberg le sue
famose 95 tesi. E infatti la nuova edizione dell'Enchiridion
si rifà in gran parte alla riforma con cui Paolo VI nel 1.967 ne fissò i
presupposti teologici. Primo fra tutti il fatto che "la natura del peccato
comporta una pena da scontare". E che "esiste un tesoro della Chiesa,
costituito dai meriti di Cristo, della Beata Vergine e dei santi, che può
essere messo a disposizione dei fedeli per mezzo della Chiesa", proprio
per aiutarli a scontare quelle pene e a rafforzarsi nella vita cristiana.
In questa maniera, inoltre, la vera
dottrina delle indulgenze riemerge dalle nebbie in cui l'avevano spinta nei
secoli scorsi soprattutto due cause: il rifiuto di concederle da parte delle
chiese riformate e la cosidetta "invenzione
medievale del Purgatorio".
Siamo arrivati dunque al punto in cui va
precisato il concetto di INDULGENZE conseguenza di quello della pena temporale.
Precisiamo innanzitutto quest'ultima. Essa non è da
confondere né col peccato (mortale o veniale), né con le sue conseguenze
(purgatorio - inferno). L'uno e le altre si possono cancellare: il primo con
L'Enchiridion delle indulgenze che è stato
presentato alcune settimane fa alla stampa, conteneva questa dottrina in modo
preciso, ma la stragrande maggioranza dei giornalisti sono corsi a leggere le
esemplificazioni finali che sono un elenco minuto di azioni e di preghiere che
staccato dalle premesse di questo discorso, si traducono maliziosamente in
semibarzellette. Separando questo elenco dal contesto, si cade nel banale e nel
convenzionale ironico che però offende una realtà che è ben più spessa e ben
più determinante di come suonano agli incompetenti le singole esemplificazioni.
Insomma, si deve considerare la disciplina nella sua articolazione, che è il
distacco dal peccato, l'umiliazione di confessarsi peccatori, l'assoluzione che
è del tutto gratuita ad opera della grazia di Dio, e, infine, l'indulgenza come
pratica che rafforza il cammino intrapreso e manifesta una gratitudine per un
perdono ottenuto.
Ma allora cos'è in definitiva questa
pena temporale? Non è una contraddizione in termini, visto che essa, se non
cancellata, si ripercuoterebbe in una dimensione eterna cioè extratemporale? Il
Vangelo parla solo di Salvezza e di non salvezza (Perdizione): non ci sono vie
di mezzo. Ha ragione Lutero nel negare l'efficacia delle indulgenze come
conseguenza della negazione del Purgatorio.
Mi limito ad alcune esemplificazioni: al
di là dei "peccati formali" più o meno gravi che il sacramento
perdona, tendono a resistere in noi atteggiamenti che non raggiungono l'entità
del peccato, ma ci avvicinano ad esso, allontanandoci da Dio.
Vogliamo individuarne alcuni?
Si può vivere senza tanta voglia di
pregare, farlo senza convinzione, pregare con la propensione a lasciarsi
distrarre, esagerare nel conversare, nel perdere il tempo, nel non favorire
condizioni di preghiera come il raccoglimento e il silenzio; si può mantenere
una certa... ruggine con Dio per i più svariati motivi, senza giungere alla
bestemmia: uno sconcerto per le ingiustizie che tollera e le vittime che non
soccorre, un netto rifiuto della sofferenza nostra e altrui, una... seccatura
perché tutto ciò che piace è proibito e tutto ciò che è concesso non appàga; una difficoltà a capire perché dopo aver lavorato
tanto, si ottiene così poco e altri che nulla fanno sono così fortunati; quella
gelosia o invidiuzza che produce un certo malcontento
nel veder premiati più gli operai dell'ultima ora che non i primi, o, al
limite, confratelli o fratelli nella stessa fede che non s'affaticano più di
tanto e riscuotono successo; quelle antipatie e allergie all'incontro con certe
persone che si preferisce evitare, al contrario di quelle per cui si nutre una
particolare simpatia, sperare che a farsi compagne siano più queste che quelle,
senza nessuna intenzione cattiva evidentemente; quella impulsività indomata che
non ne lascia cadere a terra nessuna, quella incapacità a dimenticare offese cosidette perdonate, quelle compiacenze non troppo caste
nel ricordare situazioni ormai superate, quel linguaggio ambiguo di serietà che
ancor non scade nella volgarità, ma che a volte è intriso di offese subdole o
tentativi di voler apparire, modestia a parte, per quel che di più si ha o ci
si sente; quello zelo di troppo nell'esplicitare i nostri meriti e talenti a
danno forse o tacendo di quelli altrui, quella carità interessata che è retta
sì, ma è mossa talvolta anche da qualche secondo fine; quell'istinto
vendicativo che non arriverebbe mai ad augurar del male ad alcuno, ma, a volte,
se capita, a sussurrare interiormente: "gli sta bene", soprattutto se
è un criminale; quel lamentarsi per sé e non avere sufficiente attenzione al
disagio altrui, quella incapacità, se non formale, di godere con chi gode e
soffrire con chi soffre; il favorire "sempre" figli e nipoti e mai
dare la precedenza a persone più bisognose, lontane dalle nostre amicizie e
dalla nostra cultura o pratica di vita, se non addirittura avversarie; il
diffidare sistematicamente di chi chiede un aiuto economico, ragionando sempre
più con la testa che non con il cuore, il pregare insistentemente per i
"nostri" malati e per i "nostri" morti e non per quelli
degli altri, anzi il non degnarli di attenzione neppure negli ospedali.
Sono semplici esempi tratti dalla realtà
quotidiana e che noi giustamente non riteniamo di solito peccati e non
confessiamo, ma che, assommati, raggiungono una quota elevata di pena temporale
che esige una "soddisfazione" acquisibile, innanzitutto con la
penitenza sacramentale, non solo, ma anche con tante altre forme di penitenza,
atti di carità, sofferenze accettate di buon grado, preghiere, e, con quei
mezzi suggeriti ad hoc dalla Chiesa, quali le indulgenze, tra cui spicca per
importanza il Giubileo.
Nell'elencazione imprecisa e sommaria
che ne ho fatto, a qualcuno può sembrare siano inclusi veri e propri peccati,
gravi o veniali; ma non è questa la mia intenzione e non vorrei si facessero
confusioni. La pena temporale è ciò che resta, perdonato il peccato, di traccia
del medesimo, di legame implicito, di zona d'ombra, di cicatrice, che
facilmente, se non "soddisfatta" diventa tendenza alla recidività.
Inoltre vorrei richiamarvi il concetto
già espresso nelle lettera recapitata a tutte le famiglie della Parrocchia
proprio in vista del Giubileo. Non vi sono peccati che rimangano strettamente
personali: il peccato riguarda tutto il corpo di Cristo che è
L'indulgenza è un aiuto straordinario,
un dono perché io possa riprendere il cammino. Si, può apparire anche troppo
semplice il modo stabilito per ottenerla, questo dire poche preghiere alla
tomba di San Pietro o in altro luogo designato. Ma questo è solo il segno e i
segni sono sempre piccoli... Anche la formula della Messa è piccola rispetto al
mistero grande che si compie; anche la formula del matrimonio è piccola
rispetto al Sacramento che si celebra. Piuttosto importante è lo spirito con
cui ci si avvicina: è il cammino penitenziale che noi ci impegniamo a compiere.
Quindi non un giochetto più o meno furbastro, ma un impegno serio e profondo di
conversione, il ripudio totale di ogni attaccamento al peccato anche veniale.
L'indulgenza è sempre proporzionata a questo atteggiamento interiore di
conversione. Un atto d'amore pieno, cosiddetto perfetto, una disponibilità
assoluta e leale ti garantisce un'indulgenza che
Esiste adunque
il Purgatorio, come mezzo di cancellazione dei peccati veniali e insieme anche
della pena temporale, ma proprio per questo in molti lo ritengono nell'ambito
del tempo, e lo si vive nella sofferenza terrena, nella pratica religiosa -
confessione compresa - nell'esercizio della carità e soprattutto del perdono,
nella pratica delle virtù, nel suffragio che raggiungo o mi raggiunge
attraverso la comunione dei santi, nel misterioso passaggio da questa all'altra
vita, l'agonia, nel cui spazio si può inserire qualunque atto di purificazione
da parte di Dio.
L'Inferno c'è ed è nella fase eterna, costituisce un rischio per
ciascuno, la sua esistenza è segno di rispetto della libertà umana da parte di
Dio, ma spero che non ci vada nessuno, perché la misericordia di Dio è più
grande di ogni peccato, compresa l'impenitenza finale. E quel Dio che mi
comanda di perdonare anche a chi non si pente del male fattomi, è probabile, ma
non scontato, che non condanni alcuno all'eternità della pena; la quale, è
forse ora di smetterla di definirla con le metafore del fuoco e della fornace
ardente, del pianto e dello stridor di denti, usate
pure da Gesù, ma sempre metafore, come quella del
Paradiso descritto come un banchetto eterno. "l'inferno è essenzialmente
il non essere col Dio che è amore" dice Julien
Green, o come dice G.F. Ravasi,
è "un essere lontano da Dio, sorgente d'amore e dai fratelli e dalle
sorelle; è come vivere in un perpetuo inverno, in una specie di Siberia
dell'anima."
Per il passato molti cristiani hanno coltivato opinioni spesso stravaganti
sulle indulgenze. E' giusto che le sfatiamo, ed a farlo non siamo noi, è il
magistero ordinario della Chiesa.
Il Catechismo della Chiesa Cattolica dice testualmente, citando tra
l'altro
Le indulgenze possono essere applicate ai vivi o ai defunti. Esse sono
ottenute mediante
E poiché i fedeli defunti sono anch'essi membri della medesima comunione
dei santi, noi possiamo aiutarli, come loro possono aiutare noi, ottenendo per
loro delle indulgenze, in modo tale che anche "ante praevisa
merita" (cioè anche in previsione dei futuri suffragi), siano sgravati
dalle pene temporali dovute per i loro peccati. Questo non demolisce la
certezza del Purgatorio, ma ne relativizza le nostre idee in materia e tutto
colloca nel mistero di Dio.
Seppelliamo definitivamente le barzellette sui giorni delle indulgenze,
da qualcuno ancora intesi come riduzione dei giorni da trascorrere in
purgatorio, benché da sempre si sia cercato, a torto o a ragione, di insegnare
che l'indulgenza parziale (ad es. di 300 giorni) non significa questo, ma
indicherebbe una riduzione di pena pari a quella che con altrettanti giorni di
penitenza si sarebbe potuto scontare. E usciamo definitivamente da una sorta di
contabilità sulla dimensione ultraterrena che non spetta a nessuno in questo
mondo, rimettendo il tutto nelle sapienti e misericordiose mani di Dio.
Val la pena di ricordare che il primo Giubileo con annessa indulgenza fu
celebrato nel 1300, e lo stesso Dante Alighieri, a dargli un valore che poi
rimase appiccicato alla Comedia definita Divina,
collocò il suo viaggio poetico tra Inferno, Purgatorio, Paradiso nella
Settimana Santa del Giubileo del 1300. Ne risultò, oltre l'irraggiungibile
altezza poetica, un viaggio di purificazione, di penitenza, di elevazione
spirituale. Dal peccato alla grazia, dalla perdizione alla salvezza.
Fino al
Seguirà un periodo turbolento, segnato dal conflitto tra il Papa Bonifacio VIII e il re Filippo il Bello. Il Papa sarà fatto
prigioniero, morirà nel 1303, e il suo successore Clemente V davanti ai
disordini che sconvolgevano Roma si trasferirà ad Avignone. E lì si
succederanno i Papi fino al 1377, quando se ne deciderà il rientro a Roma,
soprattutto per merito di S. Caterina da Siena. Nel frattempo si apre il
secondo grande Giubileo nel 1350. Da Natale a Pasqua, Roma accolse 1.200.000
pellegrini, una cifra enorme per quei tempi. Tra di loro un poeta già celebre,
Francesco Petrarca, il quale in una lettera scritta a
Giovanni Boccaccio diciassette anni dopo, parla del
suo rinnovamento spirituale vissuto nell'Anno Santo.
A conclusione di tutta questa chiacchierata sul Giubileo e
sull'Indulgenza, vorrei che da parte di nessuno si smarrisse il concetto che al
centro di tutto va collocato Gesù, e nessuno colloca
al centro del suo interesse qualcuno o qualcosa di cui non è innamorato. E
l'innamoramento per noi che siamo per definizione cercatori di bellezza, non
può avvenire se non nella conoscenza e nella sequela di Gesù,
il Figlio di Colui del quale il Libro della Sapienza scrive: "Dalla
bellezza delle creature si conosce l'autore" (Sap
13,5). Il discorso sull'aspetto fisico di Gesù, bello
e dignitoso pur nel suo abito modesto, capace di affascinare le donne e gli
uomini del suo tempo, non è marginale alla vigilia del Giubileo.
Anzi, ne costituisce il centro. Conoscere Gesù,
nella sua interezza di uomo-Dio, muovendo dal Vangelo, che lo presenta nella
sua concretezza di persona umano-divina, nella immediatezza del suo vivere e
nel continuo rimando alla sua infinità, è il fine ultimo del Giubileo. In esso
e per esso si rischia di fare tante cose, ma di dimenticare il festeggiato.
Presi dall'euforia di preparativi, festeggiamenti, abbellimenti di chiese e di
edifici pubblici, dall'organizzazione di viaggi, visite, dalla pubblicazione di
mille guide, tutti impegni necessari, ma non primari, possiamo dedicarci a
tutto, all'infuori dell'essenziale, il motivo unico del Giubileo. Che è solo
un'occasione privilegiata per incontrare, o re-incontrare, Gesù.
I credenti con la fede che lo fa riconoscere come "il più bello tra i
figli dell'uomo" (Sal 45,3), i non credenti con
l'interesse che comunque Cristo suscita in chiunque con cuore sincero e senza
pregiudizi, e con una sensibilità aperta alla bellezza, si chiedono chi sia
l'"abisso di luce" davanti al quale "bisogna chiudere gli occhi
per non precipitarvi" (Kafka).
Ma questo atteggiamento richiede amore, e "il vuoto indispensabile
per l'amore" (E.De Luca). Vuoto di immagini, di
frastuono, di disperazione, per l'immersione in una bellezza che porta
all'ammirazione e alla preghiera. Il vero Giubileo, che è giubilo del cuore in
festa, nasce dall'adorazione dell'amore.
E' per questo che all'inizio dell'anno giubilare abbiamo collocato anche
un'iniziativa non strettamente religiosa ma comunque valorizzatrice della
bellezza più o meno artistica, nella serata di Sabato 8 gennaio, dal titolo:
"Non saranno famosi", convinti come siamo che ognuno di noi, fratello
e seguace, anzi, vorrei dire innamorato della vera bellezza che è Cristo, anche
se non si sente particolarmente dotato dal punto di vista della creatività
artistica, possiede un germe di vita che può far sbocciare anche solo un fiore,
piccolo, ma pur sempre delicato e meritevole di attenzione, a omaggio del più
bello tra i figli dell'uomo, e a sollievo e salvezza di tutti quelli meno belli
di Lui, come noi.