Cosa ne pensa don Arturo a proposito di…

 

LE INDULGENZE, LORO VALORE E SIGNIFICATO

 

         Partendo dall'annuncio di Cristo nella sinagoga di Nazareth (Lc 4,16-30) che realizza quanto aveva predetto il III Isaia, P. Aldo Genesio ci ha presentato Lunedì 29 u.s. la figura di Gesù come personificatore della Grande Indulgenza che Dio manifesta nei confronti degli uomini, e ha interpretato il Giubileo come Anno di Grazia, durante il quale tutti dovremmo riflettere sul fatto che l'intera nostra vita è Grazia: ciò che siamo e ciò che abbiamo.

 

         Ma a sua volta la Grazia, che è sempre sovrabbondante, non è condizionata dall'agire dell'uomo, giusto o peccatore che sia, ma dalla sua apertura alla condiscendenza di Dio. E' la fede in questo amore che fa la differenza. Da una lunga serie di episodi evangelici, si è ricavata l'attenzione amorosa di Gesù verso gli uomini, dal punto di vista fisico e spirituale. In questo senso Dio non è mai a riposo (cfr. il sabato) e neppure l'uomo lo può essere verso i suoi fratelli bisognosi. L'importante è non chiudersi alla misericordia gratuita, ma anzi, fare come Cristo con il lebbroso (Mc 1,40-45): caricare se stesso dell'infermità altrui, toccandolo fino a rendersi "immondo", respinto dalla città e condannato a vivere e morire fuori dalle mura, da dove però "attirerà tutti a sé".

 

         Posta questa introduzione, da tener presente in questo e nei successivi incontri sul Giubileo, ora, per volerci calare nello "specifico" dell'anno giubilare, ho bisogno di porre due premesse fondamentali, onde svolgere il ben più ridotto tema assegnatomi: "Le indulgenze, loro valore e significato". Qui il discorso si restringe e per qualcuno potrebbe anche ridursi alla banalità, ma è naturale che quando noi, comunità visibile dei credenti, vogliamo in qualche nodo tradurre nella nostra realtà feriale i grandi concetti che esprimono l'essenza di Dio e il suo rapporto di infinita misericordia verso l'uomo, abbiamo bisogno di adattarli ai nostri limiti sia di linguaggio che di segno, quello che del resto facciamo anche con i segni sacramentali. Tutto questo non banalizza la realtà stessa (Gesù ha fatto altrettanto), ma la adegua alla nostra capacità di comprensione, senza celarci la sua grandezza. Toccherà poi a noi provocare la lode che Cristo rende al Padre, quando dice: "Ti benedico, o Padre, Signore del cielo e della terra, perché hai tenute nascoste questa cose ai sapienti e agli intelligenti e le hai rivelate ai piccoli" (Mt 11,25). L'importante è non scordarsi che essi vogliono, se pur inadeguatamente, tradurre il grandioso e inafferrabile concetto dell'amore infinito di Dio verso l'uomo, della sua indulgenza senza limiti, ma anche della sua chiamata a ciascuno di noi a porre il nostro contributo personale di apertura, per creare il terreno disponibile all'irruzione della sua Grazia.

 

         La prima di questa premesse è il Giubileo. Dobbiamo metterci in guardia tutti dal rischio di fare del Giubileo una cosa diversa da ciò che la tradizione ebraica e il suo compimento nel Nuovo Testamento ci impongono. Dobbiamo vigilare perché la celebrazione dell'Anno Santo non resti prigioniera della "macchina" organizzativa o ceda alla tentazione del trionfalismo. E' un momento evangelico, non mondano. Ricordiamoci che anche in un momento come questo è possibile servire due padroni... per evitare ciò, riferimento fondamentale è la concezione biblica del Giubileo, celebrazione della santità del tempo.

 

Già dal popolo d'Israele dell'Antico Testamento si celebrava l'anno sabbatico ogni sette anni e l'anno giubilare ogni cinquant'anni. Il primo era un'occasione per lasciar riposare la terra e gli uomini, il secondo perché fosse un anno pasquale che celebrava il Dio liberatore e traeva le conseguenze della sua strana signoria: i debiti erano condonati, la Terra ritornava al servizio di tutti, gli schiavi venivano liberati, si risistemava in qualche modo il mondo secondo le intenzioni di Dio. Il testo biblico non prevedeva il pellegrinaggio nelle norme sul Giubileo, e questo ci deve ricordare che il pellegrinaggio più autentico a cui ci chiama la Parola è quello che ci porta dalla logica della schiavitù a quella della solidarietà con i fratelli.

 

Ma tutto ciò non era ancora il Giubileo Cristiano, perché ancora mancava la remissione dei peccati, la grande novità dell' "anno di Grazia" annunciato da Gesù nella sinagoga di Nazareth (Lc 4,16-21). E' una novità che cambia la concezione del tempo, la Salvezza ci raggiunge nell' "oggi". Adesso. Nessun giorno è ormai più propizio degli altri per accedervi. Perché allora parlare di Giubileo? In sé non sarebbe necessario e infatti per 1.300 anni la Chiesa di Roma non lo ha celebrato e le altre chiese cristiane separate o riformate ancora oggi non lo celebrano. Tuttavia, come i Papi ci insegnano, è possibile, è utile viverlo come momento per rinnovare la fede dei cattolici. Un anno in cui mettere al centro la conversione, questa chiamata continua per il cristiano, ma soprattutto questa decisione di cambiare vita presa a livello non solo personale, ma comunitario.

 

Cristo ne è la Porta Santa: "Io sono la porta delle pecore" dice in Gv 10,7. E noi si apre la Porta Santa perché "il mondo ha bisogno di Cristo e di niente di meno!" (D. Bonhoeffer). Per i cristiani è Lui il centro della terra e della storia umana: in Gesù di Nazareth Dio si manifesta come principio e fine dell'uomo: l'Alfa e l'Omega. L'anno in cui è nato Cristo è stato il Giubileo del mondo: anno di grazia e di letizia: anno della visita di Dio al mondo e della lieta notizia data agli uomini: Dio ama il mondo e si fa uomo per rendere l'uomo divino.

 

Ma il Giubileo è anche uno stimolo per guardare avanti nel tempo. L'Anno Santo fa memoria della venuta di Gesù, ma è anche un prepararsi al suo ritorno. Nel Giubileo ci poniamo in attesa del giudizio finale. E' un giudizio che ciascuno deve invocare su di sé. Consapevoli che possiamo solo abbandonarci alla misericordia di Dio, ma anche convinti che alla fine avverrà il compimento della giustizia per tutti quelli che sono stati calpestati.

 

Detto questo, che in fondo è ciò che avete già ascoltato nelle precedenti conversazioni, pongo una seconda premessa che dedico alla cosidetta "pena temporale", per arrivare alla parte conclusiva che mi è stata assegnata: il discorso sulle indulgenze.

 

Si sa che le indulgenze, come la "soddisfazione sacramentale" servono a cancellare la pena temporale, di cui parleremo. Va precisato che Dio può sempre rimettere la colpa e la pena eterna, ma non può mai rimettere la pena temporale senza il concorso dell'uomo. L'uomo come tale, né angelo né animale, è dotato di libertà solo in quanto è donato alla propria libertà. Poiché è veramente libero ma dotato di una libertà limitata, cioè storica e in divenire, egli, quando confessa la propria colpa, sperimenta subito un nuovo orientamento della volontà. Se non fosse così, egli potrebbe cambiare per il fatto di "voler" cambiare.

 

Ma quanto diversa sia la realtà, lo sperimentiamo quando da fumatori cerchiamo di smettere di fumare. Volere non basta. La "volontà cattiva abituale" è più forte della volontà buona istantanea. Così, anche la conversione a Dio istantanea non può ancora tutto contro l'abitudine al peccato. Per questo il perdono della colpa non è ancora il condono della pena. Quando la colpa è perdonata, solo allora comincia propriamente quella pena che consiste nell'adeguare faticosamente muscoli, nervi, respiro e battiti cardiaci, al disegno della volontà divina e umana. In questo, Dio non può sostituirci. Noi, la comunità ecclesiale e il Signore Gesù al suo centro, assicurando la "comunione nella penitenza" attraverso la preghiera, esplicitiamo la nostra personale solitudine, cioè diamo questa necessaria risposta al Dio di misericordia.

 

Ma ecco che anche oggi, con il Giubileo imminente del Duemila, si è alle prese con gente occupata a dare cattive informazioni sulle indulgenze. Chi sono? Ma basta aprire le pagine dei quotidiani o ascoltare i telegiornali per saperlo. La prima informazione sbagliata è quella di confondere l'indulgenza con il perdono delle colpe. Un cristiano, invece, sa che per avere la remissione dei peccati deve passare attraverso il sacramento della Penitenza. Ma il penitente sa che neanche così può considerarsi totalmente e definitivamente purificato, perciò deve scontare una penitenza o in vita o in Purgatorio, cioè, secondo un modo invalso di dire, deve dare "soddisfazione".

 

Ora, la Chiesa ritiene che può ridurre questa "soddisfazione", facendo salire a Dio le sue suppliche, affinché ai peccatori siano applicati i meriti del Salvatore, della Vergine e dei santi, che costituiscono il "tesoro" della Chiesa. Questo avviene per mezzo di ciò che si chiama "la comunione dei santi", per cui la santità di alcuni porta beneficio agli altri. In questo sta il concetto di indulgenza: remissione della pena, non remissione dei peccati, che deve avvenire prima.

 

La seconda informazione sbagliata è quella che è stata sbandierata in questi giorni da giornali e tv: tu puoi acquistare l'indulgenza facendoti il segno della croce in ufficio o sul posto di lavoro. Altri esempi: se uno, fumatore accanito o gran bevitore di birra, senza dover fare un viaggio a Roma, non tocca una sigaretta, almeno per un giorno, o non beve un bicchiere, alla fine anch'egli acquista l'indulgenza del Giubileo. Insomma, tutto sarebbe anche meglio dei tempi di Lutero, dovendoci rimettere soltanto un pacchetto di sigarette e non un'offerta in danaro per basiliche da costruire o crociate da finanziare.

 

Ora queste cose possono sì sostituire il pellegrinaggio a Roma o alla Cattedrale, ma rimangono sempre le altre condizioni necessarie: cioè la confessione, la comunione, il vero pentimento interiore, la preghiera a Dio misericordioso e la rinnovazione della professione di fede. Insomma, per il Giubileo occorrono, si, le cose esteriori, ma quello che vale soprattutto è ciò che in quell'Anno Santo, nasce dentro l'animo. E' la convinzione che il perdono di Dio "ricco di misericordia e di compassione", scende sull'uomo pentito che lo invoca.

 

Quest'anno inoltre, contrariamente al passato, il Giubileo non sarà acquistabile una sola volta o pochissime volte durante un estenuante pellegrinaggio a Roma, ma i fedeli potranno conseguirlo anche ogni giorno in ogni luogo, sia per loro stessi, sia a suffragio dei defunti.

 

Ce n'è abbastanza dunque per misurare il cammino percorso da quando nel 1.517 Martin Lutero affisse alla porta della chiesa di Wittemberg le sue famose 95 tesi. E infatti la nuova edizione dell'Enchiridion si rifà in gran parte alla riforma con cui Paolo VI nel 1.967 ne fissò i presupposti teologici. Primo fra tutti il fatto che "la natura del peccato comporta una pena da scontare". E che "esiste un tesoro della Chiesa, costituito dai meriti di Cristo, della Beata Vergine e dei santi, che può essere messo a disposizione dei fedeli per mezzo della Chiesa", proprio per aiutarli a scontare quelle pene e a rafforzarsi nella vita cristiana.

 

In questa maniera, inoltre, la vera dottrina delle indulgenze riemerge dalle nebbie in cui l'avevano spinta nei secoli scorsi soprattutto due cause: il rifiuto di concederle da parte delle chiese riformate e la cosidetta "invenzione medievale del Purgatorio".

 

 

 

Siamo arrivati dunque al punto in cui va precisato il concetto di INDULGENZE conseguenza di quello della pena temporale. Precisiamo innanzitutto quest'ultima. Essa non è da confondere né col peccato (mortale o veniale), né con le sue conseguenze (purgatorio - inferno). L'uno e le altre si possono cancellare: il primo con la Confessione e il pentimento, le seconde si possono evitare ottenendo il perdono del primo. Ma quante volte bisognerà ancora ripetere che la pena temporale dei nostri peccati non è l'inferno o la dannazione (pena eterna), né il purgatorio, ma la debolezza insita in noi a riprendere il cammino e quindi bisognosa di preghiere, di opere di carità o di autocontrollo, così da reintegrare la nostra volontà e il nostro carattere in un cammino di crescita spirituale?

 

         L'Enchiridion delle indulgenze che è stato presentato alcune settimane fa alla stampa, conteneva questa dottrina in modo preciso, ma la stragrande maggioranza dei giornalisti sono corsi a leggere le esemplificazioni finali che sono un elenco minuto di azioni e di preghiere che staccato dalle premesse di questo discorso, si traducono maliziosamente in semibarzellette. Separando questo elenco dal contesto, si cade nel banale e nel convenzionale ironico che però offende una realtà che è ben più spessa e ben più determinante di come suonano agli incompetenti le singole esemplificazioni. Insomma, si deve considerare la disciplina nella sua articolazione, che è il distacco dal peccato, l'umiliazione di confessarsi peccatori, l'assoluzione che è del tutto gratuita ad opera della grazia di Dio, e, infine, l'indulgenza come pratica che rafforza il cammino intrapreso e manifesta una gratitudine per un perdono ottenuto.

 

Ma allora cos'è in definitiva questa pena temporale? Non è una contraddizione in termini, visto che essa, se non cancellata, si ripercuoterebbe in una dimensione eterna cioè extratemporale? Il Vangelo parla solo di Salvezza e di non salvezza (Perdizione): non ci sono vie di mezzo. Ha ragione Lutero nel negare l'efficacia delle indulgenze come conseguenza della negazione del Purgatorio.

 

Mi limito ad alcune esemplificazioni: al di là dei "peccati formali" più o meno gravi che il sacramento perdona, tendono a resistere in noi atteggiamenti che non raggiungono l'entità del peccato, ma ci avvicinano ad esso, allontanandoci da Dio.

 

Vogliamo individuarne alcuni?

 

Si può vivere senza tanta voglia di pregare, farlo senza convinzione, pregare con la propensione a lasciarsi distrarre, esagerare nel conversare, nel perdere il tempo, nel non favorire condizioni di preghiera come il raccoglimento e il silenzio; si può mantenere una certa... ruggine con Dio per i più svariati motivi, senza giungere alla bestemmia: uno sconcerto per le ingiustizie che tollera e le vittime che non soccorre, un netto rifiuto della sofferenza nostra e altrui, una... seccatura perché tutto ciò che piace è proibito e tutto ciò che è concesso non appàga; una difficoltà a capire perché dopo aver lavorato tanto, si ottiene così poco e altri che nulla fanno sono così fortunati; quella gelosia o invidiuzza che produce un certo malcontento nel veder premiati più gli operai dell'ultima ora che non i primi, o, al limite, confratelli o fratelli nella stessa fede che non s'affaticano più di tanto e riscuotono successo; quelle antipatie e allergie all'incontro con certe persone che si preferisce evitare, al contrario di quelle per cui si nutre una particolare simpatia, sperare che a farsi compagne siano più queste che quelle, senza nessuna intenzione cattiva evidentemente; quella impulsività indomata che non ne lascia cadere a terra nessuna, quella incapacità a dimenticare offese cosidette perdonate, quelle compiacenze non troppo caste nel ricordare situazioni ormai superate, quel linguaggio ambiguo di serietà che ancor non scade nella volgarità, ma che a volte è intriso di offese subdole o tentativi di voler apparire, modestia a parte, per quel che di più si ha o ci si sente; quello zelo di troppo nell'esplicitare i nostri meriti e talenti a danno forse o tacendo di quelli altrui, quella carità interessata che è retta sì, ma è mossa talvolta anche da qualche secondo fine; quell'istinto vendicativo che non arriverebbe mai ad augurar del male ad alcuno, ma, a volte, se capita, a sussurrare interiormente: "gli sta bene", soprattutto se è un criminale; quel lamentarsi per sé e non avere sufficiente attenzione al disagio altrui, quella incapacità, se non formale, di godere con chi gode e soffrire con chi soffre; il favorire "sempre" figli e nipoti e mai dare la precedenza a persone più bisognose, lontane dalle nostre amicizie e dalla nostra cultura o pratica di vita, se non addirittura avversarie; il diffidare sistematicamente di chi chiede un aiuto economico, ragionando sempre più con la testa che non con il cuore, il pregare insistentemente per i "nostri" malati e per i "nostri" morti e non per quelli degli altri, anzi il non degnarli di attenzione neppure negli ospedali.

 

Sono semplici esempi tratti dalla realtà quotidiana e che noi giustamente non riteniamo di solito peccati e non confessiamo, ma che, assommati, raggiungono una quota elevata di pena temporale che esige una "soddisfazione" acquisibile, innanzitutto con la penitenza sacramentale, non solo, ma anche con tante altre forme di penitenza, atti di carità, sofferenze accettate di buon grado, preghiere, e, con quei mezzi suggeriti ad hoc dalla Chiesa, quali le indulgenze, tra cui spicca per importanza il Giubileo.

 

Nell'elencazione imprecisa e sommaria che ne ho fatto, a qualcuno può sembrare siano inclusi veri e propri peccati, gravi o veniali; ma non è questa la mia intenzione e non vorrei si facessero confusioni. La pena temporale è ciò che resta, perdonato il peccato, di traccia del medesimo, di legame implicito, di zona d'ombra, di cicatrice, che facilmente, se non "soddisfatta" diventa tendenza alla recidività.

 

Inoltre vorrei richiamarvi il concetto già espresso nelle lettera recapitata a tutte le famiglie della Parrocchia proprio in vista del Giubileo. Non vi sono peccati che rimangano strettamente personali: il peccato riguarda tutto il corpo di Cristo che è la Chiesa. La rottura con Dio viene guarita dall'assoluzione sacramentale. Rimangono le conseguenze del peccato: scorie e dipendenze che fatalmente ti condizionano. Quanto è lungo il cammino per purificare l'anima e renderla libera, disponibile a Dio! Ecco allora che la Chiesa stessa interviene. In questo cammino di purificazione è lei stessa che cammina con te e ti conforta. E' lei che mette a disposizione il suo tesoro (la somma di bene che tutte le persone hanno fatto, non solo i meriti infiniti di Cristo, la sua Passione e morte, ma anche quelli della Vergine Maria, di tutti i Santi e tutto il bene che c'è nel mondo.)

 

L'indulgenza è un aiuto straordinario, un dono perché io possa riprendere il cammino. Si, può apparire anche troppo semplice il modo stabilito per ottenerla, questo dire poche preghiere alla tomba di San Pietro o in altro luogo designato. Ma questo è solo il segno e i segni sono sempre piccoli... Anche la formula della Messa è piccola rispetto al mistero grande che si compie; anche la formula del matrimonio è piccola rispetto al Sacramento che si celebra. Piuttosto importante è lo spirito con cui ci si avvicina: è il cammino penitenziale che noi ci impegniamo a compiere. Quindi non un giochetto più o meno furbastro, ma un impegno serio e profondo di conversione, il ripudio totale di ogni attaccamento al peccato anche veniale. L'indulgenza è sempre proporzionata a questo atteggiamento interiore di conversione. Un atto d'amore pieno, cosiddetto perfetto, una disponibilità assoluta e leale ti garantisce un'indulgenza che la Chiesa chiama plenaria. E infine, per ripeterci, dalla dottrina cristiana sull'indulgenza si deve soprattutto imparare che anche l'espiazione del peccato ci lega insieme: noi e i Santi, noi e nostri morti. Un solo cammino. Un solo impegno le ritrovare Dio e la sua Grazia. Il Giubileo è riscoperta di quella misteriosa solidarietà nel bene e nel male, ed è occasione di carità spirituale esercitata verso tutti, i vivi e i morti. Ma è soprattutto tempo di conversione. Non solo dal peccato alla grazia, ma dallo scadere nella mediocrità al tendere verso la santità.

 

Esiste adunque il Purgatorio, come mezzo di cancellazione dei peccati veniali e insieme anche della pena temporale, ma proprio per questo in molti lo ritengono nell'ambito del tempo, e lo si vive nella sofferenza terrena, nella pratica religiosa - confessione compresa - nell'esercizio della carità e soprattutto del perdono, nella pratica delle virtù, nel suffragio che raggiungo o mi raggiunge attraverso la comunione dei santi, nel misterioso passaggio da questa all'altra vita, l'agonia, nel cui spazio si può inserire qualunque atto di purificazione da parte di Dio. La Chiesa afferma il Purgatorio ma non ne specifica né la natura, né il momento, né la durata. Come lo si può evitare? La Confessione resta il mezzo privilegiato, ma ancor di più l'Eucarestia, come segno della perfetta intimità con Dio, però anche tutte le opere sopra accennate, il suffragio, anche quello previsto (per Dio non c'è passato e futuro, ma tutto è presente, è l' "oggi" di Dio) e soprattutto la ricerca accurata e umile di tutto ciò che ci tiene lontano dall'atto o meglio dall'abito di amore perfetto, cioè da quella che comunemente diciamo causa del Purgatorio stesso.

 

         L'Inferno c'è ed è nella fase eterna, costituisce un rischio per ciascuno, la sua esistenza è segno di rispetto della libertà umana da parte di Dio, ma spero che non ci vada nessuno, perché la misericordia di Dio è più grande di ogni peccato, compresa l'impenitenza finale. E quel Dio che mi comanda di perdonare anche a chi non si pente del male fattomi, è probabile, ma non scontato, che non condanni alcuno all'eternità della pena; la quale, è forse ora di smetterla di definirla con le metafore del fuoco e della fornace ardente, del pianto e dello stridor di denti, usate pure da Gesù, ma sempre metafore, come quella del Paradiso descritto come un banchetto eterno. "l'inferno è essenzialmente il non essere col Dio che è amore" dice Julien Green, o come dice G.F. Ravasi, è "un essere lontano da Dio, sorgente d'amore e dai fratelli e dalle sorelle; è come vivere in un perpetuo inverno, in una specie di Siberia dell'anima."

 

         Per il passato molti cristiani hanno coltivato opinioni spesso stravaganti sulle indulgenze. E' giusto che le sfatiamo, ed a farlo non siamo noi, è il magistero ordinario della Chiesa.

 

         Il Catechismo della Chiesa Cattolica dice testualmente, citando tra l'altro la Costituzione Apostolica di Paolo VI, che "l'indulgenza è la remissione dinanzi a Dio della pena temporale per i peccati, già rimessi quanto alla colpa, remissione che il fedele, debitamente disposto e a determinate condizioni, acquista per intervento della Chiesa, la quale, come ministra della redenzione, autoritativamente dispensa ed applica il tesoro delle soddisfazioni di Cristo e dei santi. L' indulgenza è parziale o plenaria secondo che libera in parte o in tutto dalla pena temporale dovuta per i peccati".

 

         Le indulgenze possono essere applicate ai vivi o ai defunti. Esse sono ottenute mediante la Chiesa, che, in virtù del potere del legare e di sciogliere accordatole da Gesù Cristo, interviene a favore di un cristiano e gli dischiude il tesoro dei meriti di Cristo e dei santi, perché ottenga dal Padre delle misericordie la remissione delle pene temporali dovute per i suoi peccati. Così la Chiesa non vuole soltanto venire in aiuto a questo cristiano, ma anche spingerlo a compiere opere di pietà, di penitenza e di carità.

 

         E poiché i fedeli defunti sono anch'essi membri della medesima comunione dei santi, noi possiamo aiutarli, come loro possono aiutare noi, ottenendo per loro delle indulgenze, in modo tale che anche "ante praevisa merita" (cioè anche in previsione dei futuri suffragi), siano sgravati dalle pene temporali dovute per i loro peccati. Questo non demolisce la certezza del Purgatorio, ma ne relativizza le nostre idee in materia e tutto colloca nel mistero di Dio.

 

         Seppelliamo definitivamente le barzellette sui giorni delle indulgenze, da qualcuno ancora intesi come riduzione dei giorni da trascorrere in purgatorio, benché da sempre si sia cercato, a torto o a ragione, di insegnare che l'indulgenza parziale (ad es. di 300 giorni) non significa questo, ma indicherebbe una riduzione di pena pari a quella che con altrettanti giorni di penitenza si sarebbe potuto scontare. E usciamo definitivamente da una sorta di contabilità sulla dimensione ultraterrena che non spetta a nessuno in questo mondo, rimettendo il tutto nelle sapienti e misericordiose mani di Dio.

 

         Val la pena di ricordare che il primo Giubileo con annessa indulgenza fu celebrato nel 1300, e lo stesso Dante Alighieri, a dargli un valore che poi rimase appiccicato alla Comedia definita Divina, collocò il suo viaggio poetico tra Inferno, Purgatorio, Paradiso nella Settimana Santa del Giubileo del 1300. Ne risultò, oltre l'irraggiungibile altezza poetica, un viaggio di purificazione, di penitenza, di elevazione spirituale. Dal peccato alla grazia, dalla perdizione alla salvezza.

 

         Fino al 1300, a memoria ecclesiastica, non esisteva la tradizione del Giubileo. Esso nasce "a furor di popolo", cioè come richiesta da una massa di pellegrini, onde ottenere indulgenze che sporadicamente in passato i Papi avevano concesso per la visita alle basiliche romane. Pressato da un'affluenza enorme, specie alla Basilica di S. Pietro che resta aperta giorno e notte, il Papa Bonifacio VIII il 22 febbraio promulga il primo Giubileo cristiano con una efficacia retroattiva, cioè dichiara aperto l'Anno Santo a partire dal giorno di Natale dell'anno precedente e lo chiuderà col Natale del 1300.

 

         Seguirà un periodo turbolento, segnato dal conflitto tra il Papa Bonifacio VIII e il re Filippo il Bello. Il Papa sarà fatto prigioniero, morirà nel 1303, e il suo successore Clemente V davanti ai disordini che sconvolgevano Roma si trasferirà ad Avignone. E lì si succederanno i Papi fino al 1377, quando se ne deciderà il rientro a Roma, soprattutto per merito di S. Caterina da Siena. Nel frattempo si apre il secondo grande Giubileo nel 1350. Da Natale a Pasqua, Roma accolse 1.200.000 pellegrini, una cifra enorme per quei tempi. Tra di loro un poeta già celebre, Francesco Petrarca, il quale in una lettera scritta a Giovanni Boccaccio diciassette anni dopo, parla del suo rinnovamento spirituale vissuto nell'Anno Santo.

 

         A conclusione di tutta questa chiacchierata sul Giubileo e sull'Indulgenza, vorrei che da parte di nessuno si smarrisse il concetto che al centro di tutto va collocato Gesù, e nessuno colloca al centro del suo interesse qualcuno o qualcosa di cui non è innamorato. E l'innamoramento per noi che siamo per definizione cercatori di bellezza, non può avvenire se non nella conoscenza e nella sequela di Gesù, il Figlio di Colui del quale il Libro della Sapienza scrive: "Dalla bellezza delle creature si conosce l'autore" (Sap 13,5). Il discorso sull'aspetto fisico di Gesù, bello e dignitoso pur nel suo abito modesto, capace di affascinare le donne e gli uomini del suo tempo, non è marginale alla vigilia del Giubileo.

 

         Anzi, ne costituisce il centro. Conoscere Gesù, nella sua interezza di uomo-Dio, muovendo dal Vangelo, che lo presenta nella sua concretezza di persona umano-divina, nella immediatezza del suo vivere e nel continuo rimando alla sua infinità, è il fine ultimo del Giubileo. In esso e per esso si rischia di fare tante cose, ma di dimenticare il festeggiato. Presi dall'euforia di preparativi, festeggiamenti, abbellimenti di chiese e di edifici pubblici, dall'organizzazione di viaggi, visite, dalla pubblicazione di mille guide, tutti impegni necessari, ma non primari, possiamo dedicarci a tutto, all'infuori dell'essenziale, il motivo unico del Giubileo. Che è solo un'occasione privilegiata per incontrare, o re-incontrare, Gesù. I credenti con la fede che lo fa riconoscere come "il più bello tra i figli dell'uomo" (Sal 45,3), i non credenti con l'interesse che comunque Cristo suscita in chiunque con cuore sincero e senza pregiudizi, e con una sensibilità aperta alla bellezza, si chiedono chi sia l'"abisso di luce" davanti al quale "bisogna chiudere gli occhi per non precipitarvi" (Kafka).

 

         Ma questo atteggiamento richiede amore, e "il vuoto indispensabile per l'amore" (E.De Luca). Vuoto di immagini, di frastuono, di disperazione, per l'immersione in una bellezza che porta all'ammirazione e alla preghiera. Il vero Giubileo, che è giubilo del cuore in festa, nasce dall'adorazione dell'amore.

 

         E' per questo che all'inizio dell'anno giubilare abbiamo collocato anche un'iniziativa non strettamente religiosa ma comunque valorizzatrice della bellezza più o meno artistica, nella serata di Sabato 8 gennaio, dal titolo: "Non saranno famosi", convinti come siamo che ognuno di noi, fratello e seguace, anzi, vorrei dire innamorato della vera bellezza che è Cristo, anche se non si sente particolarmente dotato dal punto di vista della creatività artistica, possiede un germe di vita che può far sbocciare anche solo un fiore, piccolo, ma pur sempre delicato e meritevole di attenzione, a omaggio del più bello tra i figli dell'uomo, e a sollievo e salvezza di tutti quelli meno belli di Lui, come noi.