IL LIBRO DI GIOBBE

 

 

“Giobbe è il capolavoro della letteratura biblica. il lettore non abbia timore di inoltrarsi nel sentiero tracciato da Giobbe. Una cosa è certa: ne uscirà diverso e non guarderà più a Dio come prima. Parlerà di Dio, e soprattutto, parlerà con Dio in un modo nuovo e più vero.

G. Borgonovo

 

INCONTRO PRELIMINARE CHE INTRODUCE ALLA LETTURA INTEGRALE DEL LIBRO

Don Arturo Usubelli

 

I

niziamo con una lettura, che prendo dagli scritti di un filosofo cristiano del secolo scorso, Soren Kierkegaard; poi proseguiremo con l'itinerario spirituale di Giobbe; quindi la lettura dei primi due capitoli, poi alcune indicazioni e un po' di commento con alcune impressioni mie personali.

Cominciamo con il testo di Kierkegaard:

Giobbe, Giobbe, o Giobbe davvero non dicesti altro che queste belle parole: “Il Signore ha dato, il Signore ha tolto: sia lodato il nome del Signore?" Non dicesti di più? In tutta la tua angustia seguitasti soltanto a ripeterle? Perché tacesti sette giorni e sette notti? Cosa accadeva mai nella tua anima allorché l'esistenza intera ti franò addosso e giacque come in cocci attorno a te? Trovasti subito la calma sovrumana, trovasti subito la chiave dell'amore, l'ardimento della fiducia, della fede?

Anche la tua porta è chiusa all'afflitto? Altro conforto non gli riserverai da quello misero che la saggezza mondana offre col recitare un paragrafo sulla perfezione della vita? Non osi dire nulla di più? Non osi dire nulla di più di quanto i consolatori di ufficio propinano per le spicce al singolo, di quanto i consolatori di ufficio, formali come maestri di cerimonie, prescrivono al singolo, “che nell'ora del bisogno è bene dire: Il Signore ha dato il Signore ha tolto, sia lodato il nome del Signore?” Né più né meno, proprio come si dice ‘salve’ a chi starnuta? No, tu che nei giorni della tua prosperità eri la spada dell'oppresso e il bastone del vecchio e il sostegno del prostrato, non deludesti gli uomini quando tutto si infranse? Allora divenisti la voce del dolente e il grido dell'affranto e l’urlo dello sgomento e un conforto per tutti coloro che ammutolivano tra i supplizi. Un testimone fedele di tutto lo sconforto e lo strazio che può albergare in cuore umano, un patrono leale che osò protestare nell'amarezza dell'anima e contendere con Dio. Perché nasconderlo? Guai a chi divora vedove e orfani frodandoli della loro eredità! Ma guai pure a chi vuoi carpire all’afflitto la consolazione breve di dare fiato alla sua pena e questionare con Dio. O forse il timore di Dio è oggi tanto grande che l’afflitto non ha bisogno di ciò che era normale in quei giorni lontani? Forse non osiamo protestare davanti a Dio? E' dunque aumentato il timore di Dio o la paura e la viltà?

(...) Il mistero, la forza vitale, il nerbo, l’idea di Giobbe è che egli, nonostante tutto, ha ragione (...). Questa è la grandezza di Giobbe: la sua passione della libertà non si lascia né soffocare né acquietare da una spiegazione sbagliata (...).

Attualmente si ritiene che l’espressione genuina dell’affanno e dell’angoscia, che il linguaggio disperato della passione sia da lasciare ai poeti i quali allora, da bravi avvocati di pretura, perorano la causa del dolente davanti al tribunale della misericordia umana. Più in là nessuno si avventura. E quindi parla tu, indimenticabile Giobbe; ripeti tutto quanto dicesti, patrono formidabile, che appari al tribunale dell’Altissimo con l’ardire di un leone ruggente. Nel tuo discorso c’è vigore, nel tuo cuore c’è timor di Dio anche quando protesti; quando difendi la tua disperazione dagli amici, i quali saltan su come briganti ad assalirti coi loro discorsi; anche quando, esasperato degli amici calpesti la saggezza loro e disprezzi l’apologia che fanno di Dio, quasi fosse il miserabile cavillo di un cortigiano decrepito o di un abile ministro.

Di te ho bisogno. Ho bisogno di uno che sappia protestare così forte che il grido giunga ai cieli là dove Dio si intrattiene con Satana a ordire piani e congiurare contro un uomo. Protesta: il Signore non ha paura, può certo difendersi. Ma come potrebbe difendersi se nessuno osa protestare nel modo che si addice alla dignità di una persona? Parla, leva la tua voce, parla forte; Dio certo può parlare più forte - ha sempre il tuono - ma pure il tuono è una risposta, una spiegazione sicura e attendibile, genuina, una risposta che proviene da Dio stesso e che, sebbene schiantasse un uomo, è magnifica più di tanti pettegolezzi sull’equità della provvidenza inventati dalla saggezza umana e diffusi da comari e rammolliti.

Mio indimenticabile benefattore, Giobbe dei tormenti, permetti di unirmi al tuo seguito; posso ascoltarti? Non mi respingere. lo non sto con doppi scopi al tuo mucchio di ceneri, le mie lacrime non sono false, anche se non riesco a piangere solo per te. Come chi è lieto cerca la letizia e vi partecipa, benché a renderlo più di tutto lieto sia la notizia che gli dimora dentro, così l’afflitto cerca l’afflizione. Io non ho posseduto il mondo, non ho avuto sette figli e tre figlie, ma può ben aver perduto tutto anche chi possedeva solo poco, può ben dire di aver perso figli e figlie anche chi ha perduto l’amata; e ben può dire di essere stato colpito da ulcere maligne anche chi ha perduto l’onore e la fierezza e con essi, la ragione e la forza di vivere.

(...) Il mistero, la forza vitale, il nerbo, l’idea di Giobbe è che egli, nonostante tutto, ha ragione (...). Questa è la grandezza di Giobbe: la sua passione della libertà non si lascia né soffocare né acquietare da una spiegazione sbagliata (...). La grandezza di Giobbe non è quindi nelle parole “Il Signore ha dato, il Signore ha tolto, sia benedetto il nome del Signore!” che del resto dice una volta sola e neanche più tardi ripete, ma in questa lotta che esaurisce tutte le lotte che l’uomo deve sostenere per giungere ai confini della fede. (...). Giobbe pertanto non è la pace che gli eroi della fede concludono, ma una tregua...

Questa categoria della prova non è né estetica né dogmatica, ma del trascendente (...). e mette l’uomo in personale opposizione con Dio, in una relazione in cui egli non può più contentarsi di nessuna spiegazione di seconda mano.

Soren Kierkegaard, La ripetizione.

 

Tra le tantissime parole suscitate da Giobbe, e che io ignoro, queste che ho incontrato mi sembrano magnifiche e ho voluto farle conoscere anche a voi. Non sono di un ateo, ma di un filosofo cristiano.


Teniamole presenti durante tutto il commento al libro, da cui attingiamo soltanto gli spunti principali.

Prima di iniziare il nostro percorso che avrà un taglio spirituale, vorremmo fare una breve considerazione preliminare. Riguarda il piano del libro di Giobbe da seguire da parte di chi vorrà condurne una lettura integrale.

Dopo il prologo, desunto da un’antica storia (capitoli 1-2) e la maledizione che Giobbe fa del “suo giorno” (capitolo 3), si apre un dialogo serrato tra Giobbe e tre suoi amici che incarnano la teologia ufficiale e che si chiamano Elifaz, Bildad e Zofar (capitoli 3-27).

Un intermezzo (capitolo 28), costituito da un inno alla sapienza, ci introduce nel vertice del libro, il dialogo tra Giobbe (capitoli 29-31) e Dio (capitoli 38-42): un’inserzione, però, presente nei capitoli 32-37, mette in scena un quarto amico, Eliu, che cerca di portare altre ragioni teologiche.

Il capitolo 42 contiene anche l'epilogo dell’antica storia di partenza, dalla quale aveva preso spunto il poeta sacro. Ne diamo a fianco un prospetto dettagliato e vi aggiungiamo alcune annotazioni di Gianfranco Ravasi.


 

A

B

C

D

 

E

F

 

G

H

 

 

I

Y

 

J

 

K

 

L

 

M

 

 

N

O

 

P

Q

 

R

S

T

 

Cap 1-2

Cap. 3

Cap 4-5

Cap.6-7

 

Cap. 8

Cap. 9-10

 

Cap. 11

Cap. 12-14

 

 

Cap. 15

Cap. 16-17

 

Cap. 18

 

Cap. 19

 

Cap. 20

 

Cap 21

 

 

Cap. 22

Cap 23-24

 

Cap. 25

Cap. 26

 

Cap. 27

Cap. 28

Cap29-31

1° ciclo

Prologo

Parla Giobbe

Parla Elifaz

Parla Giobbe

 

Parla Bildad

Parla Giobbe

 

Parla Zofar

Parla Giobbe

 

2° ciclo

Parla Elifaz

Parla Giobbe

 

Parla Bildad

 

Parla Giobbe

 

Parla Zofar

 

Parla Giobbe

 

3° ciclo

Parla Elifaz

Parla Giobbe

 

Parla Bildad

Parla Giobbe

 

Parla Zofar

Intermezzo

Parla Giobbe

 

 

(Maledicendo la sua vita)

(Fiducia in Dio)

(L’oppresso conosce solo la sua miseria)

(Il corso della giustizia divina)

(La giustizia divina al disopra del diritto)

(Se ti converti sarai salvo)

(C’è sapienza di Dio anche nella disgrazia)

 

(Giobbe, ti condanni da solo)

(Gli uomini sono ingiusti, ma Dio no)

(La collera non vince la giustizia)

(Al culmine delle pene c’è Dio)

(Dio punisce gli empi senza eccezioni)

(Non è vero. Tanti anzi stanno bene)

 

(Dio castiga solo chi fa il male)

(Dio è lontano e il male trionfa)

(Dio è onnipotente)

(Non rinuncerò alla mia integrità)

(La sorte del malvagio)

Elogio della Sapienza

(Lamento o apologia e sfida a Dio

Dialoghi tra Giobbe e Dio

U

Cap. 32-37

I discorsi di Eliu

(probabilmenre di altro autore)

V

Cap. 38-41

I discorsi di Jahvé

(1° e 2°)

Z

Cap. 42

Ultima risposta di Giobbe

Jahvé biasima i tre saggi

Dio reintegra la fortuna di Giobbe


 

«Eccoci, dunque, davanti a un capolavoro della poesia universale: è il libro di Giobbe, il testo che ci offrirà spunti per alcune riflessioni su temi che artigliano il cuore e la vita di ogni uomo e di ogni donna.

Partiremo col tema della solitudine, una realtà che diventa pesante e oppressiva soprattutto quando si è nella malattia e nel dolore. Attorno al malato spesso si crea il vuoto perché chi è sano si trova a disagio di fronte alla carne malata, al lamento, all’esistenza ferita e alla persona umiliata.

Giobbe sperimenta e descrive con vigore questa esperienza ricorrendo anche a immagini incisive e talora folgoranti. Due sono le solitudini che prova. La prima è quella delle persone che gli sono legate dai vincoli di sangue e dalla consuetudine della vita.

Ecco un brano illuminante al riguardo: «I miei fratelli sono lontani da me, i miei conoscenti sono divenuti estranei, sono scomparsi i vicini e i miei familiari mi ignorano. Come un forestiero mi trattano gli ospiti di casa e le serve, un intruso sono divenuto ai loro occhi. Chiamo uno schiavo, non mi risponde, devo implorarlo con la mia voce. A mia moglie ripugna il mio alito, faccio schifo ai figli del mio ventre».

L’intera famiglia sembra quasi distaccarsi dal sofferente e ignorarlo. I fratelli girano alla larga; scompaiono i parenti; i vicini di casa e gli ospiti lo rifiutano; i servi non degnano di una risposta gli appelli del loro signore. Ma la rottura più triste è quella che si. consuma con la moglie e coi figli.

Forte è l’immagine usata per descrivere il distacco dalla propria compagna di vita: lei, che prima s’accostava con le labbra per dargli un bacio, ora si volta dall’altra parte, nauseata dall’alito cattivo del marito malato. I figli si rivelano ancor più sbrigativi e crudeli: a loro, pieni di vita, quel padre così impacciato e cadente fa ribrezzo, lo schivano e lo rimuovono dal loro orizzonte.

Un altro vuoto che si crea attorno a Giobbe è per certi versi più sottile ma altrettanto cattivo. Come è noto, dopo l'accumularsi su di lui di tante tragedie, si erano fatti avanti per consolarlo e testimoniargli la loro vicinanza tre amici, Elifaz, Bildad e Zofar. All'inizio la loro sembrava una presenza partecipe e benefica.

Ben presto, però, ecco la svolta. Quando il dolore si fa lungo e chiede un conforto e un sostegno motivato, s'insinua la freddezza. Essa lentamente si trasforma in fastidio e persino in ripulsa e in giudizio.

Le loro parole sono senza calore e diventano taglienti o distaccate: «Ho sentito un'infinità di ragionamenti - dirà a un certo momento Giobbe -, siete proprio consolatori stomachevoli» (16,2). Anzi, comparerà i loro consigli a un “decotto di malva insipida”.

Chiediamo, allora, al Signore di saper attraversare la galleria oscura della solitudine nel dolore ripetendo le parole di san Tommaso Moro, il celebre cancelliere di Enrico VIII d’Inghilterra, che in attesa della sua esecuzione capitale (avvenuta il 6 luglio 1535) così pregava: «Fammi la grazia, o Signore, di accettare la solitudine, strappando il mio spirito dall'affanno. Fammi la grazia di appoggiarmi al tuo misterioso conforto e all'attesa di te».

A questo punto possiamo proporre una considerazione conclusiva. La Bibbia ammette che l'uomo nel giorno della prova più dura parli a Dio con sincerità, persino con brutalità. Giobbe è l’esempio della verità più assoluta nel lanciare verso l’alto il suo “perché?”, abbandonando ogni compostezza, giungendo al punto - come avremo occasione di vedere in seguito - di attaccare persino Dio, il suo silenzio, la sua assenza.

Sono sensazioni ed emozioni vissute da tantissimi uomini e donne, che hanno voluto far capire agli altri e a Dio di non essere solo un corpo malato e dolorante ma una persona che s'interroga e dialoga.

«Lessi, non so dove, meraviglie di quel libro e, tirato dall'argomento delle mie lezioni, gettai un occhio sopra il libro di Giobbe. Rimasi atterrito. Non trovavo nella mia erudizione classica niente di comparabile a quella grandezza. Portai le mie impressioni calde calde nella scuola.

Avevo già fatto una lezione sopra l’origine del male e il significato di quel libro e fu udita con molta attenzione. Ma quando lessi il libro tutto intero, la mia attenzione e la mia ammirazione guadagnarono tutti». Così ricordava l'illustre critico e storico della letteratura italiana Francesco De Sanctis (1817-1883) nella sua opera autobiografica La giovinezza il suo incontro col libro di Giobbe

Egli era un “laico” di tendenza liberale e anticlericale, ma quell’opera biblica l’aveva sedotto non solo come capolavoro letterario ma anche come profonda meditazione sul mistero della sofferenza umana.»

 

Gian Franco Ravasi


GIOBBE: LOTTA CONTRO O PER DIO?

 


In questi incontri non mi soffermerò su tutto il Libro ma cercherò di seguire il cammino spirituale di Giobbe, che si può riassumere brevemente cosi: inizia con una descrizione della giustizia e della felicità, della virtù e della beatitudine di Giobbe, passa attraverso l’esercizio e l’esperienza della virtù e dei frutti sociali che essa provoca; passa poi attraverso il tema della congiura e dell’aggressione di Dio nei confronti dell’uomo giusto e innocente; attraverso l’impoverimento totale, imprevisto, improvviso e immeritato; e attraverso poi le reazioni suscitate negli amici da questa esperienza cosi travolgente e sconvolgente, l’essere ridotto alla nudità completa davanti a Dio e davanti agli uomini, per ritornare alla beatitudine e felicità di Giobbe, ancora più grandi delle precedenti, alle quali però Giobbe arriva attraverso la terribile e duratura prova, prova del dolore certamente ma soprattutto prova dell’autenticità, della gratuità e del disinteresse della sua fede. Perché è questo il tema centrale del Libro di Giobbe!


 
DAL QOELET A GIOBBE

 


Prima di presentare e commentare il libro di Giobbe avrei preferito orientarvi verso il libro del Qoelet che è pure parola di Dio e che ha una visione così pessimista della vita da contenere le pagine più negative e tristi che si trovano nella Bibbia. Ne cito alcune: 1) vanità delle vanità, tutto è vanità –pessima traduzione di una espressione assai più realista: “Tutto è infinito vuoto”. “Giungeranno i giorni in cui tu dovrai dire: «Non ho più nessun gusto» cioè non ho più voglia”. È la nausea della vita. Nonostante i frammenti di felicità, la vita è un infinito nulla. Testualmente: “Se hai qualche piccolo piacere godilo, godi la vita con la sposa che ami, per tutti i giorni di questa vita vuota”.

     Eppure le parole di Qoelet ci danno tre lezioni spirituali importanti: la prima è questa: “Ogni tanto abbiamo bisogno di chiederci che senso ha la nostra vita”. Seconda: “C’è un Dio sontuoso – quello dei Salmi, della Genesi, dell’Esodo, Dio d’amore, Dio splendido che scopriamo nella dimensione della felicità e perfino del dolore superato. Ma nel grigio c’è Dio? Nel silenzio vuoto c’è Dio? Qoelet ci insegna che Dio è vicino, ci parla, anche sotto l’aspetto della crisi. Non è la nostra specifica qualità essere gioiosi, questa è piuttosto qualità di Dio. L’antichità classica affermava che la felicità è prerogativa degli déi; l’Olimpo era sede dei beati. È il dolore a essere proprio dell’uomo: Bonhoeffer scriveva: “Nel Cristo Dio è impotente e debole, e così e soltanto così rimane con noi e ci aiuta. Cristo non ci aiuta in virtù della sua onnipotenza, ma in virtù della sua sofferenza”. Terza: ciò che Qoelet non sapeva e non sperava e perciò scriveva: “Dio è nel cielo e tu sei sulla terra, perciò usa poche parole” – oppure – “c’è un’immensa distanza tra l’imperatore e sudditi” è superato dal fatto che Cristo è venuto vicino, pur restando Figlio di Dio. Qoelet è l’uomo della notte, quello che rade al suolo tutte le certezze e le mette in crisi; ma c’è una ragione. Infatti il libro che viene subito dopo Qoelet è il Cantico dei Cantici, cioè la gioia, la pace, l’amore. Però anche il Cantico dei Cantici non è l’ultima parola perché vi sono due pagine in cui vi è la notte e la donna perde lo sposo (cap. 3 e 5). Invece Giobbe che ha conosciuto la gioia e ha accettato di rinunciarvi, finisce con una dichiarazione di fede che è la grande Risurrezione. C’è un abisso tra Qoelet e Giobbe. È falso metterli insieme. Qoelet resta impigliato nei suoi interrogativi e non ne esce pur lasciando la porta aperta verso Qualcuno che, forse, la troverà (Cristo), Giobbe invece trova risposte. Una risposta di altissima mistica che però non spiega il senso del dolore e lascia immutate le domande. Non è un libro sul dolore, ma su Dio e il suo mistero e quindi sulla fede. I suoi amici rappresentano i teologi convinti che a Dio si può arrivare ragionando e invece Dio non si lascia incapsulare dalla nostra piccola ragione. Dio sovrasta tutto, supera, ma non diventa assurdo. Non si può negare il mistero e Dio non l’ha in mano nessuno e guai a chi giudica al suo posto, e stabilisce: questo è buono, questo è cattivo…


 

 

IL CAMMINO SPIRITUALE DI GIOBBE


 

 


Vediamo allora alcune delle tappe percorse da Giobbe nel corso della sua vicenda:

1.     l’adesione immediata e totale, senza condizioni, senza proteste, ai gravi fatti che accadono nella sua vita e che Giobbe accoglie come provenienti da Dio.

2.     dopo sette giorni e sette notti di silenzio, abbiamo l’esplosione dell’angoscia, un grido che arriva a maledire il giorno della propria nascita, e a contestare radicalmente, il progetto e la decisione di Dio su di lui, e a porre a Dio la fatidica domanda sul perché dare la vita a una persona se poi questa si ritrova nel vicolo cieco dell’infermità e del dolore.

3.     passeremo attraverso i discorsi di protesta e di contestazione: Giobbe protesta contro Dio e contesta i discorsi della Chiesa (riferiti dai suoi amici), i discorsi che la Sapienza di quel tempo era riuscita a mettere insieme per dire una parola che voleva essere di incoraggiamento e di conforto e anche di conversione, ma è una parola che da Giobbe viene definita come una tortura spirituale.

4.     arriveremo poi alle parole di speranza, che sono poche numericamente ma decisive dal punto di vista della qualità.

5.     vedremo come Giobbe non ha paura di proclamare la propria innocenza e la propria rettitudine davanti a Dio, davanti a una Chiesa (perché quegli uomini sono uomini di chiesa) che si appella a una specie di condizione umana universale che non può non essere toccata dalla colpa e dal fallimento dell’uomo (un po’ come il nostro discorso sulla condizione di peccato universale.) Contestando e protestando contro questa visione della condizione umana, Giobbe protesta la sua innocenza appellandosi a Dio e al suo giudizio, e sfidando e provocando Dio.

Interessante è notare. che ciò che. Giobbe insegue non è il recupero di quelle condizioni (economiche, familiari, sociali) che nel passato lo avevano reso felice ma ciò che egli cerca è il volto di Dio, l’incontro con Dio per parlare faccia a faccia con Lui, per far valere le proprie ragioni davanti a Lui. È la nostalgia del tempo in cui la presenza di Dio era facilmente individuabile e godibile; adesso che ha perso la capacità o la possibilità di gustare la presenza di Dio e l’intimità con lui, Giobbe insegue Dio che sembra sottrarglisi continuamente.

6.     arriveremo infine alla risposta di Dio, alla teofania, alla rivelazione di Dio, imponente e spettacolare, nel corso della quale Dio realizza il desiderio di Giobbe di trovarsi faccia a faccia con Lui, con Dio che però si fa riconoscere attraverso la contemplazione del mondo. Potrà apparire strano questo modo di agire di Dio che vuole riportare Giobbe alla intimità e familiarità con Lui attraverso uno sguardo amorevole e ammirato sul mondo proprio mentre Giobbe è costretto a pensare continuamente alla sua carne che si disfa fino ai confini della morte.

7.     arriveremo alla restaurazione, la ritrovata felicità di Giobbe, che non so se considerare una pagina di speranza o un insulto nei confronti di tutto il dolore precedente, quasi che tutto il suo dolore potesse essere ripagato raddoppiando i suoi beni, come se il dolore umano avesse un prezzo e come se Dio fosse una specie di assicuratore generoso che aumenta il rimborso per gli incidenti passati. Cercheremo di valutare questa pagina.

Da questo tentativo di ripercorrere l’itinerario spirituale di Giobbe resta fuori l’analisi dei discorsi degli amici: accennerò qualche volta senza approfondire, alla loro idea della verità, alla loro intenzione di innalzarsi come custodi e difensori di Dio, ma sentiremo alla fine che Dio non sa che farsene di questo tipo di persone che, convinte di farlo per amore di Dio, recano in realtà offesa alla verità, venendo meno all’onestà, alla lealtà, alla giustizia; questi amici, che cominciano con le migliori intenzioni ma finiscono con il trasformarsi in aggressori e carnefici di Giobbe, alla fine dovranno appellarsi proprio alla capacità di perdono di Giobbe che sarà chiamato a diventare l'intercessore, il mediatore di salvezza per quelli che l’hanno tormentato e torturato spiritualmente.


 

 

LETTURA E ANALISI DI GIOBBE 1 E 2

 

 


Passiamo dunque ai primi due capitoli di Giobbe: il racconto, che a prima vista sembra di tipo popolare, in realtà è costruito con una grandissima abilità letteraria. Notate mentre leggo la costruzione accurata del testo, nell'alternarsi di scene in terra e in cielo


     Prima scena (in terra): la virtù e la felicità di Giobbe, la sua fede e religiosità.

     Seconda scena (in cielo): assistiamo a una seduta del governo celeste, Dio e i suoi figli e la sua corte, che fermano l’attenzione su Giobbe, e il Tentatore che pone a Dio la grande domanda sulla qualità della fede e della religiosità di Giobbe; nasce la sfida tra Dio e Satana.

     Terza scena (in terra): abbiamo l’esecuzione della prova: Giobbe è progressivamente privato di tutte quelle cose buone che lo rendono felice. Prima grande risposta di Giobbe.

     Quarta scena (in cielo): sembra una ripetizione, ma non lo è, perché nel frattempo c’è stata la grande, dolorosa aggressione nei confronti di Giobbe e la grande risposta di lui. E si decide di passare ad una ulteriore, decisiva prova.

     Quinta scena (in terra): si dà esecuzione all’ultima prova: Giobbe è provato nella sua carne, nelle sue ossa, al punto tale che gli si salva soltanto il respiro. E qui vedremo l’intervento della moglie di Giobbe e la seconda risposta decisiva di questi, decisiva ma non ancora definitiva.

E questa prima parte si chiude con l’arrivo dei tre amici di Giobbe.

Vedete come l’inizio del Libro è organizzato con molta maestria: dietro questo alternarsi di scene ora terrestri ora celesti c’è una certa concezione della storia, secondo la quale la nostra condizione terrena è caratterizzata dal non-sapere e dal non-potere: sulla terra i protagonisti vedono e vivono qualcosa di cui non conoscono la ragione, né il principio né la fine, né il fine; il tutto accompagnato dal silenzio degli esseri celesti. È una costruzione letteraria accurata, geniale per alcuni aspetti, ma problematica per altri, e ci ritorneremo più tardi, perché l’idea di Dio e dell’uomo che ne risulta può far nascere domande e reazioni molto serie.

L’immagine che chiude il cap. 2, Giobbe che si gratta con un coccio, ci deve accompagnare per tutti gli incontri, perché mentre discutono così animatamente, come se fossero a una tavola rotonda, e mentre fanno grandi discorsi teologici, Giobbe si sta grattando, ed è seduto sulle ceneri, più esattamente seduto sull’immondizia: lui che era il più glorioso dei. figli d’Oriente adesso è seduto sui rifiuti, immagine emblematica del fatto che anche lui è un rifiuto, un. emarginato, costretto a stare fuori della città.

Analisi dei capitoli 1 e 2

     Riprendiamo il testo dall'inizio.

            In terra, troviamo Giobbe, collocato geograficamente a Uz, fuori dei confini del territorio ebraico che si esprime come un ebreo credente, profondamente radicato nella eredità spirituale del popolo di Dio, Israele. Nessuna indicazione o interessamento sui suoi antenati. La sua caratterizzazione morale e religiosa passa attraverso queste quattro indicazioni:

     “era un uomo integro e retto, temeva Dio ed era alieno dal male”.

        era integro, cioè un uomo a cui non mancava nessuna virtù; il termine esprime proprio l'idea di interezza, integrità: moralmente perfetto;

        poi, retto: la rettitudine esclude la doppiezza, la falsità, i compromessi, l’andar bene a tutti; Giobbe è l’uomo coerente, trasparente, l’uomo senza finzioni, soggettivamente sincero e oggettivamente aderente alla verità. L’uomo retto fa riferimento a un ordine oggettivo che ha in Dio il suo fondamento e l’uomo che si inserisce in questo ordine, attraverso la rettitudine, raggiunge Dio stesso e quindi anche la felicità umana;

        temeva Dio: non semplicemente aveva paura di Dio ma aveva il senso profondo del mistero di Dio, della sua grandezza e della sua santità, unito però a una devozione amorosa, verso quel Dio che si intuisce come una Realtà-più-grande ma si riconosce come la più desiderabile, la più dolce, la più bella. Il timore di Dio è quel sentimento profondissimo che poi orienta comportamenti e scelte verso il Dio d’Amore. Infatti, Giobbe

        era lontano dal male: non precisa cos’è male e cos’è bene, riassume sinteticamente in alieno dal male, da ciò che era contrario ai comandi e agli insegnamenti di Dio. Ciò che si vuole evidenziare qui è che l’adesione a Dio ha come conseguenza l’astensione dal male, a livello personale, e sociale.

Quattro termini per dire: Giobbe era un santo, religiosamente e moralmente perfetto, con ogni virtù e senza vizi e difetti. Il frutto e l’effetto di una vita così virtuosa è la felicità, una vita benedetta, così come veniva concepita secondo i modelli sociali del tempo e definita attraverso forme ben precise, quali:

        il numero dei figli (ricordate le benedizioni ai Patriarchi?) e per Giobbe è una benedizione abbondante: sette figli, tre figlie. Prima benedizione una famiglia numerosa e non possiamo non notare l’armonia e la concordia che regnano all’interno di questa famiglia. Non soltanto il numero dei figli è benedizione ma anche il fatto che i figli vivano nella fraternità e nella condivisione di quello che è il benessere comune, in una serenità che, va al di là anche dei pregiudizi del tempo e quindi anche le figlie vengono chiamate a partecipare pienamente al benessere del padre. Se confrontiamo con certe famiglie bibliche di nostra conoscenza, l’armonia all’interno della famiglia di Giobbe non è certo un bene da sottovalutare.

        il benessere economico, un benessere dalle dimensioni straordinarie; non si tratta soltanto di un buon lavoro e un buon stipendio, Giobbe è ricco e straricco nelle forme del tempo ovviamente: ha la ricchezza dei contadini (buoi e quindi terre da lavorare); la ricchezza dei pastori (pecore), quella dei mercanti (cammelli), dei, lavoratori (schiavi e schiave senza numero), è “più ricco di Abramo...”. Una ricchezza sovrabbondante.

        il prestigio sociale e politico: quest'uomo “era il più grande fra tutti i figli d'Oriente”. Era una figura dominante, importante: era un’autorità!

     Provate a rileggere il cap. 29 quando Giobbe, ormai nel tempo della sventura, ricorda quella sua vita passata e felice, e troverete una descrizione articolata anche per quanto riguarda i rapporti sociali, di questo Giobbe che è singolare ed unico nella virtù, nella santità, nella benedizione, nella ricchezza, nel prestigio e nel potere sociale. Inoltre, Giobbe svolge nei confronti dei figli anche una funzione sacerdotale (1,5), si sente il loro custode anche spiritualmente. Certamente si tratta di una descrizione paradisiaca, intenzionalmente idealizzata, di un mondo costruito attorno a Giobbe, a lui affidato e messo al suo servizio, e si tratta di una felicità senza ombre; caratterizzata dalla rettitudine e santità di Giobbe. Questo è quanto accade in terra.

In cielo, vediamo la grande assemblea, il Signore seduto in trono e la corte celeste intorno a Lui; e poi l’attenzione si restringe su due personaggi, Dio e Satana, il quale fa parte anche lui della corte celeste (non soffermiamoci sul nome ma osserviamo la funzione di questo personaggio), creatura tra le creature che vanno a presentarsi al loro Signore. Ed è uno che conosce la terra (1,7b) per quello che realmente è. Vediamo qui l’incontro e il confronto di due giudizi, due posizioni opposte nei confronti dell’umanità:

        il giudizio di Dio su Giobbe (1,8) che riprende e esplicita il giudizio dato dal narratore biblico, e Dio stesso riconosce che Giobbe è unico nella santità, giustizia, virtù: nessuno sulla terra è come lui. Dio crede alla possibilità di una integrale e perfetta giustizia umana. Lui che è il Santo, il Perfetto, il Giusto, l’Eterno, vede realizzata questa possibilità in Giobbe.

        ma facciamo attenzione alla domanda di Satana: “Forse che Giobbe teme Dio per nulla?” (v.9). La domanda è importantissima, fondamentale: Satana non nega che Giobbe teme Dio ed è alieno dal male, la giustizia e rettitudine di Giobbe sono visibili, nella loro radice e nei loro effetti e conseguenze. Il sospetto di Satana riguarda invece la motivazione che sta alla base del comportamento di Giobbe e che secondo Satana è l’interesse.

      Certamente Satana è disposto ad ammettere che essere santi non è facile, esige dedizione, impegno, sacrificio; ma - aggiunge - è un sacrificio che paga bene, è una santità che rende, che fa venir voglia di essere vissuta. Se il frutto della santità è questa benedizione, questa pienezza di vita familiare, se porta come frutto una ricchezza sfondata e sfrontata, se porta come risultato questo prestigio incommensurabile (vv. 2-4): è.una bella santità, fruttuosa, conveniente, utile.1 Dunque Giobbe non è così retto e trasparente come appare agli occhi di Dio ma dietro la maschera della santità c’è l’interesse.

     È chiaro allora che la questione fondamentale in questo Libro non è quella del dolore (quella è derivata e subordinata); la questione fondamentale è quella della fede, e non è, più il problema di Giobbe ma è il mio, il tuo, il suo, è il problema di tutti noi: è possibile un’adesione a Dio veramente gratuita e disinteressata? Oppure dietro ogni fede, dietro ogni ricerca di Dio ci sta una forma di interesse?

La prova, e la risposta di Giobbe

      Vedete allora come la prova che si rende necessaria è proprio quella della privazione: prova a togliere uno per uno tutti i motivi che rendono la vita piacevole, che rendono la santità conveniente: la famiglia, il benessere, la stima, il prestigio, il potere... Lascia l’uomo nudo e indifeso, fragile e ferito e umiliato, e vedremo se ti benedice oppure... Va sottolineato come questa osservazione non contiene soltanto il sospetto nei confronti di Giobbe ma – cosa molto più grave – contiene un rimprovero e una contestazione nei confronti di Dio, il rimprovero di avere Lui, Dio, educato l'uomo a questo rapporto interessato: “se sarai buono… se ascolterai la mia voce… se seguirai i miei insegnamenti... tu sarai benedetto e avrai questo, e questo, e quest'altro...”. È il rimprovero di avere contribuito Lui, Dio, a formare una. fede interessata proprio attraverso la Sua Parola e attraverso la struttura fondamentale dell’Alleanza2 stipulata con il popolo di Israele. Di aver educato gli uomini ad essere buoni per avere la benedizione, le cui forme concrete erano le forme del benessere e della felicità.

     Abbiamo quindi una domanda fondamentale sulla possibilità di una fede soggettivamente e oggettivamente disinteressata, gratuita; e insieme una contestazione, sottile ma profonda, di una visione della religione che si ritiene fondata da Dio stesso attraverso l’istituzione dell’Alleanza. La questione del dolore è certamente coinvolgente ma non è quella fondamentale e, per rispetto al testo, va sottolineato. Inoltre la questione della fede, così come ho cercato di formularla, non è una questione puramente dottrinale ma è una domanda profondamente esistenziale perché è la questione del rapporto nostro con Dio, all’interno del quale sarà possibile vivere in un modo piuttosto che in un altro, anche l’esperienza particolare del dolore.

     La domanda di Satana e la contestazione che questi muove, sia alla santità di Giobbe sia all’Alleanza stipulata da Dio con Israele, è una domanda radicale, che sta cioè alla radice di tutte le altre questioni. 3



1. Da questo punto di vista, questo Autore è un po' il capostipite di una teoria sostenuta e sviluppata da tanti “maestri del sospetto” i quali lungo i secoli han sostenuto - e sostengono - che la religiosità è sempre la maschera di qualcosa d’altro, che lo religione è lo maschera che nasconde rapporti sociali deformati, spirito di rivalsa per le umiliazioni subite, l'incapacità a vivere in un mondo difficile e quindi ci si rifugia nella religione… E chi più ne ha, più ne metta.

2. Il personaggio Giobbe è radicato profondamente nell'ereditò spirituale di Israele, popolo di Dio, il fondamento è l'Alleanza con Jhwh. E una delle formulazioni principali dell'Alleanza è quella che si trova nel libro del Deuteronomio al cap. 28, precisamente le benedizioni e le maledizioni riservate agli uomini: le prime per chi avra obbedito al Signore, le seconde per chi non lo avrà fatto.

Vi invito o rileggere attentamente queste pagine.

 

3. In questi passi è presente, in prospettiva, il grande tentativo di rispondere a una domanda che ha occupato e preoccupato per secoli la vita della chiesa (così devo chiamare il popolo di Dio, Israele, perché questi è la chiesa di Dio), e precisamente questa: che senso ha credere se la fede non mi porta niente di buono?

Era una domanda che serpeggiava nella chiesa di Israele già dal 750 a.C., nel contesto della dominazione Assira, una dominazione che ha minacciato non soltanto l'esistenza dello Stato ma ha costantemente minacciato anche l'esistenza della chiesa, della comunità dei credenti; i quali. si interrogavano non solo sul buono o cattivo governo ma, in quanto credenti, si interrogavano sulla fedeltà di Dio all'Alleanza, sul senso della fede, sull'utilità di continuare ad essere credenti in un mondo in cui lo fede sembrava perfettamente inutile, perché ciò che contavano erano gli eserciti e il potere derivante dalle strutture economiche del tempo. L’Autore quindi affronta con queste parole non soltanto una situazione personale ma una questione che riguarda tutta la Chiesa.


 

INDICAZIONI SUL TESTO


 


        Se la questione posta da Satana a Dio è una questione decisiva, la trattativa tra Dio e Satana solleva tante e tante domande, almeno dal punto di vista letterario. Anzitutto:

sul modo di presentare Dio: qui sembra che Egli si lasci condizionare da Satana, insicuro della propria conoscenza sull’uomo. Eppure Lui aveva sfidato Satana richiamando la sua attenzione su Giobbe (1,8) e adesso sembra dubitare Lui stesso, sembra vulnerabile, quasi fosse insicuro del Suo stesso giudizio sull’uomo.


          sulla risposta di Dio: non appena il T entatore fa la proposta, subito Dio accetta: stendi la tua mano, colpisci, portagli via tutto ma non toccare la sua persona (1,12). Anche questo modo di raccontare lascia perplessi: come se la morte dei figli non fosse annientamento e svuotamento di un padre; come se la perdita di tutto ciò che uno ha costruito nella vita non fosse lo svuotamento della sua fatica; come se la perdita della propria dignità e del rispetto degli altri fosse qualcosa di puramente esteriore.

Dunque un Dio che si lascia tirare dentro in un gioco sporco da Satana,. anche perché in cielo tutti sanno del grande esperimento ma non l'interessato; tutti sanno che Dio agisce così non per inimicizia verso Giobbe o per l’ingiustizia di questi, ma per trovare una risposta definitiva alla grande questione della fede e dell’ alleanza. Ma quelli che stanno sulla terra - e l'interessato per primo - ignorano chi decide e il perché delle decisioni riguardo la loro vita.

Di fronte a questa prima, tremenda prova, Giobbe risponde con due serie di azioni (1,20):

“allora Giobbe si alzò... si stracciò le vesti si rase il capo...

(i gesti che sono il segno del lutto) “si stese a terra e si prostrò” (1,20b) (due gesti religiosi di adorazione)

una reazione immediata e silenziosa; poi, in un secondo tempo, la sua parola spiega il suo adorare Dio in questo frangente:

“nudo uscii... nudo vi ritornerò...” (1, 21a)

Forse Giobbe vuole, con queste parole, dirci che i momenti decisivi della vita umana sono l’inizio e la fine: lì risulta la verità dell’uomo, il quale è un essere fragile che non è padrone di sé e della propria vita. Se l'uomo nasce nudo, e nudo muore, allora vuol dire che tutto ciò che ha aggiunto o raggiunto nella vita non gli appartiene in modo stabile ma gli viene dato o affidato da altri, può esserci e un momento dopo venire a mancare.

Notate come Giobbe accetta immediatamente, senza discutere, quello che secondo lui (ma anche secondo l'opinione di sua moglie, dei suoi amici, dei conoscenti) viene da Dio: il Signore ha dato il Signore ha tolto... sia lodato il Signore” (21b).

“E Giobbe in tutto questo non peccò” (v.22). Pur privato della famiglia e dei suoi beni, Giobbe non smette di stare attaccato a Dio, il quale aveva visto bene che la santità di Giobbe non era legata alle benedizioni familiari, economiche e sociali ricevute da Dio.

Ho richiamato l'attenzione su questa immediata reazione di Giobbe per dire che l’Autore prepara un altro elemento significativo dal punto di vista del racconto: quando, più avanti nel testo, introduce il tempo della riflessione, allora Giobbe emergerà dal silenzio contestando fino ai limiti della bestemmia, prima di accettare pienamente la prova.



ALCUNE OSSERVAZIONI PERSONALI



Voglio esprimervi alcune mie impressioni e reazioni su questo testo, emozioni che io provo, come semplice lettore, di fronte ad esse.

Le pagine che abbiamo letto sono affascinanti, per la capacità di porre in un modo cosi avvincente la questione della qualità della fede, e rivelano che l’Autore è un grande scrittore e un grande teologo. Ma sono anche tra le più ambigue, pericolose ed irritanti che mi è capitato di leggere, tra le più orribili e scandalose, dal punto di vista morale, sociale e religioso. Perché l’Autore del Libro di Giobbe è un grande romanziere ma finisce con l’imbrogliarci tutti. Infatti, se invece di Giobbe io avessi messo il nome di un grande e famoso capitalista e avessi detto: “C'era un uomo che aveva tutti questi beni, e quest’uomo era giusto, integro, retto, temeva Dio, ed era alieno dal male”, voi mi ridereste in faccia, perché, - mi direste - è impossibile che uno abbia accumulato. una tale ricchezza e abbia raggiunto un tale grado di potere, senza mai offendere la giustizia.

Però, senza che noi ce ne accorgessimo; l’Autore ha fatto entrare in noi l’idea che si può, essere immensamente ricchi e immensamente giusti. Io non nego che possano esserci i miracoli, però vorrei chiedere a questo Autore perché non ha messo in scena un pover'uomo invece di parlarmi della prova di un grande, immensamente ricco, che, diventa ex-ricco e poi ritorna ancora più ricco di prima? Perché la moltitudine dei poveri si chiede come avrà fatto quest’uomo a raggiungere tutto questo senza mai offendere Dio quando a noi, poveri cristi, se rubiamo un po’ sulle misure ci dicono che facciamo peccato? Sembra che questo abile scrittore e teologo ci tiri un po’ in giro.

Ma la ragione più grave che mi fa parlare di un testo scandaloso è il modo di parlare di Dio, che qui viene presentato come un Dio insicuro di se stesso e della propria conoscenza; un Dio che si lascia irretire, che è strumentalizzabile che si lascia spingere contro l’uomo come dirà più avanti: “tu mi hai spinto contro di lui per nulla!” Capite che un Dio cosi è un Dio arbitrario, capriccioso volubile, pronto ad accettare una violenza intollerabile nei confronti del giusto. Ricordate la reazione dell'apostolo Pietro all’arresto di Gesù, Pietro che è scandalizzato perché Dio non fa nulla per difendere e proteggere il giusto? Qui non solo Dio non fa nulla per difendere il giusto ma autorizza la violenza!

E siccome si tratta di Dio, noi abbiamo paura a sollevare queste domande: ma questo modo di descrivere Dio lo deforma. Difatti Giobbe lungo tutto il libro combatterà contro questo Dio, questa caricatura e deformazione di Dio.

Ancora, da questo testo emerge l’immagine di un Dio insensibile al dolore, alla tragedia umana, che pur di vincere la scommessa non tiene il conto delle vittime. Giobbe, dopo averci pensato per una settimana, non gliele manderà a dire queste cose, arriverà ad espressioni terribili "Dio se.la ride della tragedia e della distruzione degli innocenti". Mi sembra una descrizione raccapricciante.

Di fronte a testi di questo tipo, il rischio è quello di “non inciampare”, di scivolare sopra queste parole senza lasciarci interrogare: se noi leggessimo queste pagine in un testo di un’altra religione, diremmo subito che è inaccettabile.

E poi quella affermazione che suona cosi bene, cosi suggestiva: “Il Signore ha dato il Signore ha tolto”. Ma queste parole negano una delle grandi affermazioni che troveremo nell’Apostolo Paolo: i doni di Dio sono irrevocabili cioè Dio non ritira i doni fatti. Qui invece ne risulta un Dio che prima dona e poi si pente e ritira il dono, è un’affermazione che nega la realtà consolante di Dio che invece è fedele all'uomo. E la cosa è ancor più grave perché dopo il primo esperimento e dopo tanto dolore inflitto senza ragione, sedotto e spinto di nuovo Dio ricade, e ricade nel male, come vedremo al capitolo 2, la prossima volta.

Certamente ogni parola umana è inadeguata e precaria per descrivere Dio ma di fronte a queste pagine rimane l’impressione che, nel tentativo di dire qualcosa di grande sulla fede, si è tratteggiato un volto di Dio deformato.

Pregare non è “dire le preghiere”: esistono persone che dicono tante preghiere e, sostanzialmente, non pregano mai; esistono persone che non dicono preghiere e pregano sempre. Di questo dobbiamo renderei conto, perché noi pensiamo che la preghiera sia uno snocciolare Ave Marie: io credo che a volte il Signore abbia veramente i tappi alle orecchie per non ascoltare tanti sciami di preghiere inutili.

Il punto di partenza è la Parola di Dio che dobbiamo meditare: non è l'atteggiamento di Maria?

Ricordiamo sempre l'episodio del ritrovamento di. Gesù al Tempio, fra i dottori, quando egli dà quella risposta: “Perché mi cercavate? Non sapevate che devo essere attento alle cose del Padre mio?” e l'evangelista dice: “Essi non compresero”. La Madonna non ha mai capito il Figlio, ma Maria meditava tutte queste cose: la grandezza che noi cogliamo nella dinamica del Rosario è accogliere la Parola, per meditarla nel silenzio. Noi ascoltiamo la Parola e la meditiamo; Maria vedeva l'avvenimento della vita del Figlio e lo meditava.

Come si afferma che una mamma continuamente genera il figlio, non solamente nel momento in cui li concepisce o partoriste, ma tutto il processo educativo è una generazione, così Maria ha continuamente generato il figlio, con lo stupore dell’Annunciazione: “Ella rimase turbata a quel saluto”, dove il turbamento non è la paura, ma lo stupore di fronte ad un mistero che ella non comprende e nel quale avverte tutta la propria piccolezza.

Il metterci davanti al mistero proclamato è assumere i sentimenti di Maria, che non capisce ma medita. Per cui il Rosario, da questo punto di vista, ci fa intuire una grossa verità: non siamo chiamati a capire Gesù, perché abbiamo tutta l'eternità per capirlo, ma lo dobbiamo accogliere, in silenzio e in meditazione, come la Madonna. Allora se questo primo elemento è fondamentale, il secondo passaggio è che dobbiamo con Maria meditare il mistero.



IL CAMMINO SPIRITUALE DI GIOBBE: ANGOSCIA E PROTESTA


 

Comincio questa sera con la lettura dello scritto di un credente molto vicino a noi per il tempo e per la conoscenza, padre Davide Maria Turoldo:

“Perché del Libro di Giobbe? Perché su questo Libro, antico di millenni, su cui tanto si è scritto, al quale tuttavia l'umanità riflessiva ritorna come a una fontana di ribellione e di lacrime, quasi fosse appena sgorgata dalla roccia del nostro altrettanto vecchio cuore che vorrebbe farsi insensibile e duro ma invece non finisce mai di piangere. Proprio così: tale è la ragione che mi ha spinto nelle braccia di quest’uomo, senza più carne, scheletrite, disegnanti nel vuoto della notte la danza della sua violenta e totale disperazione. Perché Giobbe pria di dire con le parole parla con il suo silenzio, con la sua voce non più umana, con le sue ossa rosicchiate dalla lebbra, con i suoi occhi che tentano di forare il tempo e il mistero fitto dell’esistenza, parla con le sue maledizioni e con il suo rancore.

Ci possono essere dei tempi per tutte le altre opere umane, per tutti gli altri messaggi, perfino dei tempi per i capolavori dell'umanità ormai dichiarati necessari come il pane, e l’amore. Ma non so perché, e se per errore, queste opere, non sempre riescono a consolarmi, e a redimermi. Non sempre mi riconciliano con me stesso, o con Dio, o con gli altri. Io sono ritornato a Giobbe perché non posso vivere senza di lui, perché sento che il mio tempo - come ogni tempo - è quello di Giobbe, e che se ciò non si avverte, è solo per incoscienza o illusione. Io ritorno a lui perché da lui ricevo l'unica soluzione possibile della mia vita, il diritto a disperare. È di Giobbe la disperazione come categoria della ragione, come evento positivo e provvidenziale. E in un certo senso la sua parola è necessaria come quello di Cristo: la sua è la parola della terra, quella di Cristo del cielo. E per fortuna si richiamavano nello spazio dei secoli come ora si incrociano e si integrano nella totalità di una medesima rivelazione, all’infuori della quale non esiste che tenebra. Anzi, mentre non posso confondermi col Cristo, il quale per quanto uomo è anche Dio, sento invece !’identità di Giobbe, e la sua storia come !’inevitabile mia storia, che si ripete, che si perpetua nel giro; di questo sangue, giorno per giorno, consumato dalla pena e dentro questa carne destinata ai vermi, destinata ad essere cenere, per ricompormi poi nella nuova forma in attesa di vedere con questi miei occhi il Salvatore”.

La volta, scorsa chiudevo comunicandovi alcune impressioni personali sui primi due capitoli di Giobbe e soprattutto,sul modo, di presentare Dio. Qualcuno mi ha: chiesto risposte a quelle mie domande ma non ho risposte pronte da dare, anche se le cercheremo insieme rileggendo questo Libro anche perché credo che il Libro di Giobbe non sia il libro delle risposte ma delle domande, crude ed inevitabili, alle quali - sempre secondo la mia impressione - la risposta verrà data soltanto davanti a Dio. E non per rimandare tutto a un ipotetico futuro ma perché la risposta si potrà avere solo quando Dio rivelerà direttamente il suo volto.

Noi umani siamo caratterizzati da una situazione di “fuori tempo”: ora che viviamo nel tempo ci facciamo mille domande senza la possibilità di trovare risposta; quando, non più nel tempo, avremo la grazia di avere le risposte, non faremo più domande. Sotto questo aspetto forse il Libro di Giobbe può insegnarci il coraggio di convivere con delle domande in attesa del momento in cui Dio darà una risposta, e sarà una risposta tale che supererà di molto le nostre domande. In un tempo in cui tutto e tutti vogliono dare risposte certe a tutte le nostre domande, è salutare, per provocare in modo autentico la nostra umanità, sentirci rivolgere delle domande che siano veramente essenziali ed aiutarci a convivere con questa continua attesa della risposta che solo Dio può darci. Come dice quel canto: “Io so quanto amore chiede questa lunga attesa del tuo giorno, o Dio...”.

Ci eravamo lasciati la volta scorsa sulla scena di Dio che, pur avendo riconosciuto di essersi lasciato condizionare inutilmente da Satana, si lascia di nuovo coinvolgere in un'altra prova ancora più crudele nei confronti di Giobbe (2,7-8).

Continuando la lettura troviamo a questo punto due interventi umani:

        quello della moglie di Giobbe;

        quello degli amici.



LA MOGLIE DI GIOBBE (2,9-10)



L’impressione più forte che ci lascia la lettura di queste: righe è data dalla.risposta immediata e tagliente di Giobbe, e cioè che sua moglie è “una stupida”. Ma la domanda della donna è invece tra le più serie e più ragionevoli che ci siano ed è un' obiezione che nasce dall’amore; forse da un amore grande e da una fede non altrettanto grande ma è la contestazione di una moglie che vede il suo uomo soffrire, e patire in quel modo, dopo che lei stessa, senza sua colpa, ha patito e subito con lui la perdita dei figli.

È interessante notare come la madre e sposa viene qui presentata solo in modo negativo, senza una parola per il “prima”, quando il suo uomo ha perso ciò che avevano forse costruito insieme, quando hanno perso il frutto del loro amore (i figli erano di entrambi) e l'attenzione del testo era rivolta “al santo”, il cui splendore offusca la presenza della moglie e madre. Quando allora questa donna emerge dallo sfondo come sposa che ama veramente il suo uomo, stanca di una serie di prove che non comprende, e che intuisce essere legate unicamente alla storia del marito, lo fa per porre questa domanda: che senso ha una vita dalla quale sono state progressivamente tolte tutte le ragioni per essere vissuta? Ella vede giorno per giorno il suo compagno, amato e desiderato, ridotto a una larva umana, ad una anticipazione della morte, e le sue parole danno voce ad un grido che è insieme il grido dell’amore e del dolore, ma anche della ragione: è degna ancora di essere vissuta una vita cosi? Ha ancora senso vivere? Ha ancora senso stare attaccati a un Dio che sembra ricambiare col dolore la virtù e la fedeltà? Non è una forma di masochismo spirituale lo stare attaccati a questo Dio?

     Le parole della moglie sono un invito alla ribellione, non irragionevole e irrazionale, ma una ribellione in nome dell’amore alla vita, ai propri figli, al proprio uomo. Ed è l’invito più serio e più appassionato perché è la persona più vicina a Giobbe, ed è la tentazione più seria, l’ostacolo più duro che Giobbe deve superare. Poi, verranno gli amici, verrà la società, e con loro altre tentazioni e altri grandi ostacoli.

     Queste righe ci pongono di fronte ad alcune considerazioni sul dolore e sulle sue conseguenze: il dolore può diventare sì l’occasione in cui un amore si rinsalda ma un dolore grande può dividere, può travolgere e separare ciò che l'amore e Dio stesso hanno unito, moglie e marito appunto; e poi può dividere dagli amici da Dio, dalla propria vita. E quando un uomo arriva ad odiare la propria vita e a desiderare la morte, arriva alla rottura interiore più profonda, perché ha perso se stesso, e non nell'immensità di Dio ma nell'abisso della morte. Ed ecco l'invito della moglie: benedici Dio e poi muori” cioè rinuncia a un Dio che non ti è più padre, creatore, amore misericordioso ma è solo causa della tua infelicità e muori: almeno morirai, nella dignità di un uomo che si è ribellato a un Dio disumano e mostruoso.

      Giobbe però giudica negativamente questa posizione della sua sposa e su questa prova i valori si dividono, la visione della vita si divide e Giobbe si rivolge alla sua sposa, a colei che ha amato, con la quale ha vissuto e dalla quale la avuto dei figli, e le dice: “sei una stolta” e spiega il suo giudizio con queste parole: “se da Dio accettiamo il bene perché non dovremmo accettare il male?” È questa una ulteriore espressione della fede di Giobbe il quale considera il suo passato felice come un dono ricevuto da :Dio (“da Lui abbiamo ricevuto il bene”); ed ora questa disponibilità e prontezza a riconoscere il bene e a renderne, grazie, rende Giobbe capace di accettare quel male terribile che ora sta vivendo e che lo porta ai confini della morte.

      La capacità di Giobbe di dare questa risposta immediata non è semplicemente e soltanto frutto di una reazione automatica dettata dalla Tradizione religiosa ma è il frutto di una religiosità e di una fede che lo ha guidato per tutta la vita ed è la religione della gratuità e della riconoscenza: “Il molto abbiamo ricevuto da Dio...”. Giobbe in questi anni ha vissuto tutto come un dono e allora anche la sofferenza che sta vivendo in questo periodo non sembra scalfire quella fiducia che si è coltivata e si è costruita fino a quel momento. Neanche un male così sconfinato sembra vincere quell’esperienza di vita: chi ha vissuto in familiarità con Dio, chi ha accolto ogni giorno come donato da Lui, continua a sentirselo vicino, come suo Dio, anche se il dono ora è un dono di lacrime e di dolore. E allora come ha accolto la benedizione subito accetta ora anche ciò che tormenta, ferisce, umilia: “e in tutto questo Giobbe non peccò con le sue labbra” (2,10).


 

GLI AMICI DI GIOBBE (2, 11-13)

 


Di loro per prima cosa si dice che vengono da lontano: sono persone che non sono rimaste indifferenti alla notizia del dolore del loro amico, non hanno avuto paura anzi, questo dolore li ha richiamati, vicino a Giobbe, ed è una reazione che merita di essere ricordata, perché sappiamo per esperienza quanto la notizia del dolore di un amico possa tenero, lontano, per imbarazzo o paura. La prima cosa che questi amici fanno è superare: la distanza ed essere vicini a Giobbe.

     Secondo passo, anche loro compiono questi gesti che esprimevano la solidarietà nel dolore: e allora si strappano le vesti, si ricoprono di polvere, gli si siedono vicini, e stanno in silenzio vicino a Giobbe, vegliando con lui, condividendo e portando con lui il peso di una tragedia così immane che ha prosciugato anche la parola: non sanno cosa dire perché troppo grande è il dolore: “Sedettero accanto a lui in terra, per sette giorni e sette notti...”: Veramente questa è amicizia, è compassione, patire insieme il peso di un dolore sconfinato anche se poi vedremo che le strade si dividono, quando ognuno comincia a parlare.

      Il secondo capitolo si chiude con questa immagine degli amici: che, seduti per terra, condividono il dolore di Giobbe, in silenzio, per sette giorni e sette notti.


GIOBBE CONTESTA DIO (Cap. 3)

 


     Ho detto molte volte che la risposta di Giobbe è stata immediata, non ho detto non-pensata ma immediata, espressione di una fede che accetta tutto come proveniente da Dio senza contestare; una fede che “mette la firma” - senza condizioni - su quella pagina drammatica scritta da Dio sulla sua carne. Ma il tempo e il silenzio possono intervenire in molti modi: capovolgendo lo schema solito con il quale gli uomini rispondono alle prove, prima Giobbe accetta subito quella pagina scritta su di lui da un Dio strumentalizzato da Satana; ma quando ci pensa - e avendoci pensato - non arriva alla soggezione ma alla rivolta.

     Il tempo non guarisce ma ferisce; non introduce uno stato d'animo più disponibile all’accoglienza ma sembra aggravare, aumentare questa rabbia interiore, contro Dio e forse contro se stesso, contro la vita, contro tutto... Sette giorni e sette notti: un periodo lungo di un silenzio pesante come un macigno, nel quale si coltivano pensieri, si elaborano parole, discorsi soffocati, fino ad arrivare alla grande esplosione: maledetto il giorno in cui nacqui. Provo a leggere questa pagina al cap. 3 del Libro di Giobbe: Giobbe il santo, il servo nel quale Dio si è compiaciuto, il perfetto, l’integro, alieno dal male e che teme Dio; Giobbe, il meglio che l'umanità ha espresso; Giobbe che risponde immediatamente con fede a quelle terribili prove... Questo Giobbe, dopo sette giorni e sette notti aprì la bocca e maledì il suo giorno; prese a dire: “Maledetto il giorno in cui nacqui... Non ho requie... (Giobbe, 3).

     “Il tempo è Galantuomo” dice un proverbio. Il tempo rivela la verità. Che avesse ragione Satana? Nell'immediato Giobbe non ha detto niente ma aspetta a compiacerti, o Dio; passa una settimana e le cose si capovolgono. Che cosa produce il tempo? Che cosa elabora il silenzio? Nel silenzio cresce la vita; nel silenzio si possono coltivare anche parole di rabbia e di rancore; il tempo fa nascere un grande albero da un piccolo seme; ma il tempo può portare l’angoscia. Non è automaticamente vero che il tempo attenua il dolore ma al contrario può ingrandirlo e farlo maturare verso una parola smisurata ed eccessiva.

     È questa un'altra tappa del cammino spirituale di Giobbe. Abbiamo visto la volta scorsa il tempo della felicità, della virtù benedetta e della beatitudine; sia mo passati attraverso il tempo della privazione e delle conseguenze della virtù, perché è in quanto virtuoso che Giobbe viene provato e privato di tutto; abbiamo visto il tempo della fede, una fede eroica, rassegnata e immediata; abbiamo visto il tempo del silenzio; (il Narratore ha concentrato tutto in poche righe ma in realtà ogni tappa quanto tempo richiede!) e arriviamo adesso a questa nuova tappa, al tempo della parola che dice l’angoscia e la disperazione. Giobbe non maledice Dio (Satana dopotutto non ha avuto ragione!) ma contesta e mette in discussione l’opera di Dio per quanto riguarda se stesso, la sua vita, la sua, storia personale. In questo ragionamento Giobbe capovolge sistematicamente e coerentemente tutte le grandi affermazioni, tutti i grandi ideali della comunità credente, e cioè:

-      la nascita è il segno della benedizione di Dio;

-      la notte del concepimento di un figlio, è una notte gioiosa per un amore benedetto e perciò fecondo;

-      la nascita è il giorno dell’accoglienza di una vita;

-      la terra è dono di Dio, benedetta e fecondata da Lui perché diventasse la casa dell'uomo, il luogo del suo benessere.

 

     Giobbe capovolge queste grandi verità, sovvertendole una ad una. L’Autore introduce volutamente questo metodo per farci capire la forza sconvolgente del dolore: il dolore sconvolge non soltanto emozioni e sentimenti personali ma sconvolge anche la ragione, il modo di vedere la realtà; e nella realtà il posto occupato da una persona. Quindi il dolore sconvolge tutta la persona:

-      mutano i rapporti tra Giobbe e la moglie;

-      si alterano i rapporti tra Giobbe e gli amici;

-      la felicità si tramuta in agonia;

-      ti precipita dal piacere alla disperazione;

-      dall’amore per la vita alla seduzione della morte;

-      dall’ amore alla terra al fascino dello sheol.

 

Ma, oltre a tutto questo, il dolore sconvolge anche le grandi verità di fede insegnate e testimoniate da una comunità di credenti. Quindi c’è anche questa ulteriore separazione tra Giobbe e la comunità dei credenti che dice: la vita, il generare, il vivere sulla terra, sono doni, benedizioni di Dio, e il tempo passato sulla terra è lode e riconoscenza a Dio. Il frutto di questo grande dolore è che Giobbe capovolge tutti questi valori, e non a livello emotivo, non attraverso invettive, ma con un ragionamento che smonta pezzo per pezzo i valori costitutivi della fede in Dio creatore. Non a caso Ravasi parla di questo testo come dell’anti-Genesi, e dice bene:

 

Genesi

-      e Dio disse “sia la luce...”

-      la successione dei giorni e delle notti narrano la gloria di Dio creatore

-      il giorno della sua origine è il giorno della benedizione...

 

Giobbe

-      quel giorno sia tenebra...

-      Giobbe, se potesse, interromperebbe la catena che trasmette la buona notizia di Dio creatore, cancellando dal calendario i suoi giorni;

-      Giobbe convoca maghi e streghe perché “maledicano il suo giorno”...

 

Quest’uomo umiliato e schiacciato ingigantisce nel dolore, e con la parola e la ragione si erge come anti-Dio, contro il Dio creatore della tradizione della scrittura, della comunità, e giunge al punto di desiderare che “quella notte” non sia mai avvenuta; desiderando di essere morto, meglio ancora di non essere mai nato, perché - dice - il nascere è il tempo dell’oppressione, dell’infelicità, della solitudine... È il grande inganno di Dio verso l'uomo! Giobbe arriva a sognare la morte come ideale, sogna lo sheol come luogo di pace, di giustizia, come “terra promessa” (vv. 17-23). Perché non sono morto? Perché dare la vita a chi desidera e sogna la morte come un tesoro, a “un uomo la cui vita è nascosta e che Dio da ogni parte ha sbarrato” un preciso riferimento, questo, all'espressione di Satana in 1,9: ma ora la siepe che Dio ha costruito tutto intorno all'uomo non è più di benedizione ma è una siepe che lo imprigiona, dentro la quale l'uomo si aggira ferito e impotente.

In questo capitolo comincia il grande tema del “processo a Dio” da parte di Giobbe, processo a Dio e alla sua opera ma - attenzione! - non all'esistenza di Dio, che non viene mai messa in discussione. Si discute la qualità di, Dio: che Dio è mai questo che offre una vita come dono avvelenato? Giobbe il credente è in rivolta contro il modo in cui Dio gli appare, a partire dalla sua esperienza personale.


4 Abbiamo in Genesi 1 e 2, la celebrazione del!’opera di Dio creatore, opera che ha al centro l'uomo fatto a immagine e somiglianza di Dio e lo capacità di essere pro-creatore insieme con Lui. Qui abbiamo l'anti-Genesi: Giobbe, per quanto riguarda la sua esperienza personale, comincia a demolire la storia costruita da Dio, e la smonta pezzo per pezzo.


 


 

GIOBBE CONTESTA LA SOCIETÀ (capp. 29 e 30)


 

     Saltiamo per ora il ciclo di discorsi in cui si dibattono Giobbe e i suoi amici, e passiamo ai cc. 29 e 30, là dove troviamo Giobbe che ricorda i giorni della beatitudine passata.

 

A.   I giorni passati: 29,1-25

     Giobbe ci viene qui presentato come una figura regale all’interno di una città ben organizzata, è uno che vive in una situazione paradisiaca (v.6). Intorno a lui c'è una società, un’opinione pubblica fatta di rispetto, di un rispetto che arriva ad un riconoscimento concorde delle sue opere (v. 7-11), della sua misericordia, del suo essere rappresentante di Dio, del suo essere il volto di Dio all’interno di quella società (vv.12-20). La reazione unanime è il rispetto, che si esprime nel silenzio davanti a lui (vv. 21-22), e nel timore reverenziale nell’attesa della sua parola decisiva e benefica (v.29).


 

B.   L'angoscia del presente:

cap. 30,1-14

     Qui Giobbe descrive il capovolgimento avvenuto nell’opinione pubblica: colui che era il consacrato adesso è l'esecrato, è passato dall’adorazione all’odio e alla persecuzione. Questo testo introduce la questione dei meccanismi sociali: Giobbe è innocente, lo abbiamo sentito e lo sentiremo lungo tutto il Libro e il suo agire, la sua religione, la sua etica, non sono cambiati ma è cambiata la sua situazione esteriore, le sue possibilità, e la società è passata anch’essa, improvvisamente e senza ragione, dall’adorazione all’aggressione e al rifiuto.

Giobbe è un capro espiatorio. Così come prima la società era unanime nell’idolatrarlo, era unita attorno a lui e a lui sottomessa, adesso, cominciando proprio dai più derelitti, tutti gli sputano in faccia, lo aggrediscono, lo


insultano. Ecco uno dei motivi che fanno soffrire Giobbe, una causa del suo lamento stranamente non ricordata: tra coloro - antichi e moderni - che hanno osservato più pazientemente questo testo, ebrei, protestanti, ortodossi, cattolici, credenti o no, tutti si sono trovati d’accordo nel riconoscere che nel Libro di Giobbe si fa il processo a Dio; quasi nessuno ha notato questo lamento di Giobbe nei confronti della società, pochi hanno prestato attenzione al fatto che Giobbe denuncia e contesta la società del suo tempo, e non soltanto gli amici. Certamente c’è la contestazione a quegli amici, teologi, quali rappresentanti di un clero custode di una verità dogmatica, soffocante, contraria al libero pensiero; ma nessuno o quasi ha veramente ascoltato Giobbe quando contesta e denuncia questo cambiamento arbitrario e improvviso di una opinione pubblica che, prima adora e poi aggredisce, prima accoglie e grida “osanna al figlio di David” e poi grida: “crocifiggilo!”: e tutto questo senza ragione! Qualcuno dirà che la ragione c’è per questo cambiamento, perché se Dio è contro Giobbe... Ma quale Dio? Che cosa hanno visto quegli uomini per dire che Dio è contro Giobbe? L’unica cosa che vedono è l'infelicità di un uomo. Guardate invece la complicità dell’opinione pubblica che pretende di essere la voce di Dio, pretende di essere alleata di Dio nel dare addosso a colui che - si ritiene- è stato da Dio maledetto e rifiutato. Ma non dimentichiamo che invece è innocente. Quindi Giobbe si lamenta. per tutto il libro di questa aggressione, di questo irragionevole capovolgimento del comportamento verso di lui, pretestuosamente giustificato nel nome di Dio; perché essi sacralizzano la loro persecuzione nel nome di Dio così come prima, nel nome di Dio, sacralizzavano il successo e il benessere di Giobbe.

     Allora il processo e la contestazione di Giobbe non riguarda solo Dio, non solo i teologi amici, ma riguarda il prossimo, gli altri, la società,la comunità che è pronta ad osannare e subito dopo a crocifiggere, a idolatrare e subito dopo a distruggere.

     Istintivamente il tema del processo a Dio ci seduce: l’esperienza della prova ha segnato, chi più chi meno, un po’ tutti e tutti ci siamo sentiti qualche volta vittime di Dio. Avete sentito Keerkegard, avete sentito padre Turoldo, sull’identificazione con Giobbe: e allora l’accorrere come compagni, come prossimo di Giobbe, è immediato, spontaneo e forse anche consolante; ma non il sentirci parte di quella folla così facile a cambiare arbitrariamente comportamento nei confronti della vittima designata, sulla quale scaricare tutti i problemi e tutte le colpe e quindi da emarginare e disprezzare. Metterci dentro quella folla non ci viene affatto spontaneo e non è affatto piacevole, e forse è questa una delle ragioni per cui su questo argomento quasi sempre si sorvola mentre il Libro di Giobbe denuncia in modo evidente proprio questo meccanismo attraverso il quale una società fabbrica letteralmente delle vittime innocenti, e come è stata unanime nella lode ora è unanime nel rifiuto e nel disprezzo. Contro questa realtà Giobbe non smetterà di gridare.



PER CONCLUDERE


 


            Due parole sugli amici. Al cap. 19 Giobbe dirà:

“Fino a quando mi tormenterete mi opprimerete con le vostre parole? Son dieci volte che mi insultate e mi maltrattate senza pudore... (vv. 2-3)

     sta parlando a quei tre “amici”: purtroppo non potremo approfondire questo discorso del modo di essere vicini ad una persona, ma sarebbe interessante riprenderlo. Certo, per sette giorni hanno condiviso nel silenzio ma quando hanno aperto bocca, le cose son cambiate, al punto che Giobbe li definisce “torturatori”. Son partiti forse con la buona intenzione di consolarlo ma, di fatto, finiscono col tormentarlo e opprimerlo (v.5); e non potendo rinfacciargli alcuna colpa se non indebitamente, gli rinfacciano il cambiamento di posizione sociale, come se questo sovvertimento fosse conseguenza di una colpa. Una colpa che in realtà non esiste ma che - la Storia ci insegna - i carnefici vogliono in tutti i modi far confessare all’innocente, così che essi - i carnefici - possano alla fine sentirsi giustificati nelle loro azioni dall’ammissione stessa dell’innocente: i tre compagni di Giobbe vogliono proprio fare questo.

     Sono dunque due i processi che emergono da queste pagine, e che dobbiamo tenere ben presenti:

-      il processo a Dio, che ci attira e ci seduce;

-      il processo alla società, che ci mette in questione.


 

 

Telefonare gratis



Si dice che un famoso musicista asserisse: «Se tralascio di esercitarmi allo strumento per un giorno lo noto io; se tralascio di esercitarmi per due giorni lo notano i miei amici; se, tralascio di esercitarmi per tre giorni lo nota il pubblico».

 

Nel mio caso questa affermazione si applica alla preghiera: se tralascio di' pregare per un giorno lo nota Dio; se tralascio di pregare per due giorni lo noto io; se tralascio di pregare per tre giorni lo nota chi mi circonda.

 

Pregare è un po' come telefonare a Dio: solo che è completamente gratuito. E non risponde mai con il segnale di occupato, come invece può succedere a noi... Si può pregare ovunque, non solo in chiesa: quando si lavora, quando si fanno le compere, allo stadio o nell'autobus. Come prego? Semplicemente parlando con Dio di tutto quello che mi tiene occupato in quel momento e poi così come ci ha insegnato la stesso Gesù con il Padre Nostro. Provate anche voi un po’ più spesso: val più la pratica che la teoria!



«CHI MANGIA DI ME VIVRÀ PER ME»­L'Eucaristia fa la Chiesa mediante comunione

 

Un filosofo ateo ha detto: «L'uomo è ciò che mangia», intendendo dire, con ciò, che nell’uomo non esiste una differenza qualitativa tra materia e spirito, ma che tutto, in esso, si riduce alla componente organica e materiale. Ma, ancora una volta, è avvenuto che un ateo ha dato, senza saperlo, la migliore formulazione a un mistero cristiano. Grazie all’Eucaristia, il cristiano è veramente ciò che mangia! Scriveva già, tanto tempo fa, S. Leone Magno: «La nostra partecipazione al corpo e al sangue di Cristo non tende ad altro che a farci diventare quello che mangiamo» (Serm. 12 sulla Passione 3, 7).

Ma ascoltiamo cosa dice, a questo proposito, Gesù stesso: Come il Padre, che ha la vita, ha mandato me e io vivo per il Padre, così anche colui che mangia di me vivrà per me (Gv 6, 57). La preposizione «per», in questa frase, indica due cose o due movimenti: un movimento di provenienza e un movimento di destinazione; significa che chi mangia il corpo di Cristo vive «da» lui, cioè in forza della vita che proviene da lui, e vive «in vista di» lui, cioè per la sua gloria, il suo amore, il suo Regno. Come Gesù vive del Padre e per il Padre, cosi, comunicandoci al santo mistero del suo corpo e del suo sangue, noi viviamo di Gesù e per Gesù.


Io guardo lui e lui guarda me

 

Ma cosa significa, concretamente, fare contemplazione eucaristica? In se stessa, la contemplazione eucaristica non è altro che la capacità, o meglio il dono, di saper stabilire un contatto da cuore a cuore con Gesù presente realmente nell'Ostia e, attraverso lui, elevarsi al Padre nello Spirito Santo. Tutto questo, il più possibile nel silenzio, sia esteriore che interiore; il silenzio è lo sposo prediletto della contemplazione che la custodisce, come Giuseppe custodiva Maria.

 

I grandi maestri di spirito hanno definito la contemplazione: «Uno sguardo libero, penetrante e immobile» (Ugo di S. Vittore), oppure: «Uno sguardo affettivo su Dio» (S. Bonaventura). Faceva perciò ottima contemplazione eucaristica quel contadino della parrocchia di Ars che passava ore ed ore immobile, in chiesa, con lo sguardo rivolto al tabernacolo e che, interrogato dal Santo Curato cosa facesse così tutto il giorno, rispose: «Niente, io guardo lui e lui guarda me! ». Questo ci dice che la contemplazione cristiana non è mai a senso unico, né è rivolta al «Nulla» (come è quella di certe religioni orientali, e in particolare del Buddismo); sono sempre due sguardi che si incontrano: il nostro sguardo su Dio e lo sguardo di Dio su di noi. Se a volte si abbassa e viene meno il nostro sguardo, non viene mai meno, però, quello di Dio. La contemplazione eucaristica si riduce, talvolta, semplicemente nel tenere compagnia a Gesù, nello stare sotto il suo sguardo, donando anche a lui la gioia di contemplare noi, che, per quanto creature da nulla e peccatrici, siamo però il frutto della sua passione, coloro per i quali egli ha dato la vita: «Egli guarda me!».

La contemplazione eucaristica non è dunque impedita, per sé, dall’aridità che a volte si può sperimentare, sia essa dovuta alla nostra dissipazione, sia invece permessa da Dio per la nostra purificazione. Basta dare ad essa un senso, rinunciando anche alla nostra soddisfazione derivante dal fervore, per far felice lui e dire, come diceva Ch. de Foucauld: «La tua felicità, Gesù, mi basta! »; cioè: mi basta che sii felice tu. Gesù ha a disposizione l’eternità per far felici noi; noi non abbiamo che questo breve spazio del tempo per far felice lui: come rassegnarsi a perdere questa occasione che non tornerà mai più in eterno?



IL CAMMINO SPIRITUALE DI GIOBBE: SPERANZA E APPELLO A DIO


 

      Continuando la rilettura del cammino spirituale di Giobbe, questa sera vorrei soffermarmi sulla sua protesta e contestazione, per arrivare poi al motivo della speranza e dell'appello estremo a Dio, un appello che ha come tema centrale l’affermazione dell’innocenza di Giobbe, dimostrata attraverso il suo comportamento.

     Per un momento ritorniamo alle parole di Giobbe alla fine del capitolo terzo: parole che non sono solo un semplice sfogo emotivo e affettivo ma contengono una riflessione coerente, sistematica, anche se contraria a quanto affermato nella Genesi. Se noi fossimo stati al posto dei suoi amici, ascoltando questo discorso (3,2-26) come avremmo reagito? Forse commiserandolo (poverino!) e svalutando il significato e la ragione del suo dolore? Oppure avremmo riconosciuto la validità dei suoi argomenti ma avremmo preferito tacere, ritenendo Giobbe non in condizione di accogliere una risposta?

     Gli amici di Giobbe prendono sul serio il suo. discorso e vedendo in esso una contestazione radicale all’agire di Dio, imbastiscono una risposta che è soprattutto dottrinale e personale.



UNA OSSERVAZIONE DI CARATTERE GENERALE



     Se dovessimo descrivere i fatti accaduti a Giobbe, potremmo dire che sono una serie di disgrazie causate dalla natura e/o dalla società. Per adesso anche io, come Giobbe, non so altro di quello che è accaduto: ...e vennero i Sabei... E vennero i Caldei... Ci fu un fuoco dal cielo... E fu colpito da una piaga purulenta... Questo è quanto si vede.

            Poi comincia l'interpretazione dei fatti e qui bisogna anzitutto tenere presente che sia gli amici sia lo stesso Giobbe partono, nelle loro valutazioni, da alcuni grandi principi radica ti nel monoteismo e precisamente:

        primo: tutto ciò che accade all’uomo e al mondo, direttamente o indirettamente viene da Dio, il quale non può essere pensato estraneo a nulla di quanto accade. Ci possono essere modi diversi di pensare e spiegare questa relazione tra Dio e tutto ciò che accade nel mondo, ma il principio fondamentale è questo: tutto viene da Dio.

        Secondo: la giustizia di Dio. Gli amici di Giobbe, uomini di chiesa, e con loro tutta la società, dicono: Dio agisce con giustizia, applicando il principio della retribuzione e della proporzione, vale a dire: Dio dà a ciascuno secondo i suoi meriti, premia secondo i meriti o castiga secondo le colpe. Dunque esiste una relazione tra le azioni buone e il bene che si raccoglie, tra le azioni malvagie e il male che ne può venire.

        Terzo: chiarito questo, cosa vedono gli amici? Vedono un uomo che dall’alto di una situazione privilegiata di famiglia, salute, benessere, precipita improvvisamente nella privazione di tutto questo.

Allora questo è il ragionamento: se tutto viene da Dio, e viene da Dio secondo un principio di giustizia e di distribuzione proporzionale, tutto quello che è accaduto a Giobbe è da considerare una punizione e un castigo. Il che vuol dire che dietro ci sta una colpa. Quindi Giobbe è colpevole.

      A partire da questi principi e dal giudizio che, in conseguenza, danno su Giobbe, l'azione degli amici sarà quella di convincere Giobbe di essere colpevole aiutarlo nella individuazione di una colpa nascosta; portarlo alla confessione di questa colpa, e poi a pentirsi e convertirsi, ritornare a Dio, nella certezza e nella fiducia che percorrendo fino in fondo questo cammino, alla fine Dio lo ricompenserà con una felicità ancora più grande di quella data prima.

     Ma per fare questa apologia di Dio, per applicare quei principi, questi uomini devono negare l’innocenza e la giustizia dell’uomo: se Dio è giusto, se Dio ha ragione, l’uomo (Giobbe) è colpevole.

     E se Giobbe rifiuta di riconoscersi colpevole? Se protesta e contesta contro questo discorso, e li accusa di essere dei falsi avvocati di Dio? Se Giobbe insiste che Dio non è come loro dicono? Allora quegli uomini di chiesa, amici di Giobbe vedranno nel suo comportamento una ostinazione segno di malizia e di malvagità, vedranno nella sua protesta di innocenza quella tendenza originaria dell’uomo a giustificarsi gettando la colpa su altri (ricordate Adamo?). E di fronte a questa ostinazione nell’affermare e nel difendere la propria onestà davanti a Dio, gli amici passeranno alle minacce tu sei empio e la tua fine sarà ancora più terribile, se ti ostinerai a rifiutare “questa verità” che, noi ti diciamo, viene da Dio, che è confermata dalla ragione, che è condivisa da tutta la comunità in cui tu vivi, una verità che può essere verificata dalla esperienza: noi abbiamo visto che è cosi, noi ti diciamo che è così. Per cui tanto più Giobbe protesta la sua innocenza e contesta le verità degli amici, tanto più appare a loro quale peccatore sempre più ostinato, un peccatore che rifiuta con tutte le proprie forze l’offerta di perdono e si proclama nemico della verità su Dio insegnata dalla chiesa. A questo punto, per gli amici Giobbe non è più il santo ma è il peccatore e peccatore ostinato, che per difendersi arriva al confine della bestemmia contro Dio. Alla fine Giobbe è l’ateo. E in questo giudizio gli amici sono sostenuti dalla società, che irride e deride Giobbe e gli sputa in faccia: siamo di fronte ad una chiesa che difende e afferma una verità, che è supportata anche dalla ragione e dalla esperienza quotidiana e, in nome di questa verità, processa Giobbe.

     Ricordiamoci di questo, quando alla fine del Libro sentiremo proclamare che Giobbe è in realtà santo e giusto, perché il giudizio che verrà dato su quegli amici e su quella società sarà in realtà il giudizio su quella chiesa.


 

IL PUNTO DI VISTA DI GIOBBE


     Anche Giobbe condivide il principio fondamentale che tutto viene da Dio; anche per Giobbe Dio ricompensa il bene e castiga il male; ma - e qui c’è la differenza - Giobbe mette di fronte a Dio la testimonianza della sua coscienza, che per lui è più importante della sua stessa vita: è disposto a presentarsi a Dio “con la pelle tra i denti” pur di proclamare la verità della propria innocenza. La sua coscienza gli testimonia che il modo in cui ha vissuto e realizzato la sua umanità, è un modo buono, vero, giusto, è un modo che il vero Dio non può non riconoscere; ed è disposto a difendere questa verità, negata e contraddetta dalla chiesa e dalla società, anche davanti a Dio, anche a rischio della propria vita.

     Ma a partire da questa testimonianza della sua coscienza cambia tutta la sua prospettiva, perché di conseguenza Dio appare come uno che tortura arbitrariamente e ingiustamente un innocente e per Giobbe non c'è altra possibilità se non quella di negare la credibilità di un Dio così mostruoso, crudele, prepotente, arbitrario: la conclusione è una forma di ateismo. Da qui nascono i discorsi di protesta di Giobbe e le rappresentazioni di Dio terribili e mostruose.

     Finché Giobbe e gli amici restano nell’ottica di spiegare la realtà dentro quel principio della retribuzione secondo i meriti, non possono avere che queste due possibilità:

-      o la negazione dell'uomo, della sua          giustizia, della sua dignità;

-      o la negazione di Dio e della sua credibilità.

      Finché si resta prigionieri di quel modo di pensare, non ci possono essere altri esiti.