IL
LIBRO DI GIOBBE
“Giobbe è il capolavoro della letteratura biblica. il lettore non abbia timore di inoltrarsi nel sentiero tracciato da Giobbe. Una cosa è certa: ne uscirà diverso e non guarderà più a Dio come prima. Parlerà di Dio, e soprattutto, parlerà con Dio in un modo nuovo e più vero.”
G. Borgonovo
Don Arturo Usubelli
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I |
niziamo
con una lettura, che prendo dagli scritti di un filosofo cristiano del secolo
scorso, Soren Kierkegaard;
poi proseguiremo con l'itinerario spirituale di Giobbe; quindi la lettura dei
primi due capitoli, poi alcune indicazioni e un po' di commento con alcune
impressioni mie personali.
Cominciamo
con il testo di Kierkegaard:
Giobbe, Giobbe, o Giobbe davvero non dicesti altro che queste belle parole: “Il
Signore ha dato, il Signore ha tolto: sia lodato il nome del Signore?" Non
dicesti di più? In tutta la
tua angustia seguitasti soltanto a ripeterle? Perché tacesti sette giorni e
sette notti? Cosa accadeva mai nella tua anima allorché l'esistenza intera ti
franò addosso e giacque come in cocci attorno a te? Trovasti subito la calma
sovrumana, trovasti subito la chiave dell'amore, l'ardimento della fiducia,
della fede?
Anche
la tua porta è chiusa all'afflitto? Altro conforto non gli riserverai da quello
misero che la saggezza mondana offre col recitare un paragrafo sulla perfezione
della vita? Non osi dire nulla di più? Non osi dire nulla di più di quanto i
consolatori di ufficio propinano per le spicce al
singolo, di quanto i consolatori di ufficio, formali come maestri di cerimonie,
prescrivono al singolo, “che nell'ora del bisogno è bene dire: Il Signore ha
dato il Signore ha tolto, sia lodato il nome del Signore?” Né più né meno,
proprio come si dice ‘salve’ a chi starnuta? No, tu che nei giorni della tua
prosperità eri la spada dell'oppresso e il bastone del vecchio e il sostegno
del prostrato, non deludesti gli uomini quando tutto
si infranse? Allora divenisti la voce del dolente e il grido dell'affranto e
l’urlo dello sgomento e un conforto per tutti coloro che ammutolivano tra i supplizi.
Un testimone fedele di tutto lo sconforto e lo strazio che può albergare in
cuore umano, un patrono leale che osò protestare nell'amarezza dell'anima e
contendere con Dio. Perché nasconderlo? Guai a chi divora vedove
e orfani frodandoli della loro eredità! Ma guai pure a chi vuoi carpire
all’afflitto la consolazione breve di dare fiato alla sua pena e questionare
con Dio. O forse il timore di Dio è oggi tanto grande che l’afflitto non ha bisogno
di ciò che era normale in quei giorni lontani? Forse non osiamo protestare
davanti a Dio? E' dunque aumentato il timore di Dio o la paura e la viltà?
(...) Il mistero, la forza vitale, il nerbo, l’idea di
Giobbe è che egli, nonostante tutto, ha ragione (...). Questa è la grandezza di
Giobbe: la sua passione della libertà non si lascia né soffocare né acquietare da una spiegazione
sbagliata (...).
Attualmente
si ritiene che l’espressione genuina dell’affanno e dell’angoscia, che il linguaggio
disperato della passione sia da lasciare ai poeti i quali allora, da bravi avvocati
di pretura, perorano la causa del dolente davanti al tribunale della
misericordia umana. Più in là nessuno si avventura. E quindi parla tu,
indimenticabile Giobbe; ripeti tutto quanto dicesti, patrono formidabile, che
appari al tribunale dell’Altissimo con l’ardire di un leone ruggente. Nel tuo discorso c’è vigore, nel tuo cuore c’è timor di Dio anche
quando protesti; quando difendi la tua disperazione dagli amici, i quali saltan su come briganti ad assalirti coi loro discorsi;
anche quando, esasperato degli amici calpesti la saggezza loro e disprezzi
l’apologia che fanno di Dio, quasi fosse il miserabile cavillo di un cortigiano
decrepito o di un abile ministro.
Di
te ho bisogno. Ho bisogno di uno che sappia protestare
così forte che il grido giunga ai cieli là dove Dio si intrattiene con Satana a
ordire piani e congiurare contro un uomo. Protesta: il Signore non ha paura,
può certo difendersi. Ma come potrebbe difendersi se nessuno osa protestare nel
modo che si addice alla dignità di una persona? Parla, leva la tua voce, parla
forte; Dio certo può parlare più forte - ha sempre il tuono -
ma pure il tuono è una risposta, una spiegazione sicura e attendibile,
genuina, una risposta che proviene da Dio stesso e che, sebbene schiantasse un
uomo, è magnifica più di tanti pettegolezzi sull’equità della provvidenza
inventati dalla saggezza umana e diffusi da comari e rammolliti.
Mio
indimenticabile benefattore, Giobbe dei tormenti, permetti di unirmi al tuo
seguito; posso ascoltarti? Non mi respingere. lo non
sto con doppi scopi al tuo mucchio di ceneri, le mie lacrime non sono false, anche
se non riesco a piangere solo per te. Come chi è lieto cerca la letizia e vi
partecipa, benché a renderlo più di tutto lieto sia la notizia che gli dimora
dentro, così l’afflitto cerca l’afflizione. Io non ho posseduto il mondo, non
ho avuto sette figli e tre figlie, ma può ben aver perduto tutto anche chi
possedeva solo poco, può ben dire di aver perso figli e figlie anche chi ha
perduto l’amata; e ben può dire di essere stato colpito da ulcere maligne anche
chi ha perduto l’onore e la fierezza e con essi, la
ragione e la forza di vivere.
(...) Il mistero, la forza vitale, il nerbo, l’idea di
Giobbe è che egli, nonostante tutto, ha ragione (...). Questa è la grandezza di
Giobbe: la sua passione della libertà non si lascia né soffocare né acquietare da una spiegazione
sbagliata (...). La grandezza di Giobbe non è quindi nelle parole
“Il Signore ha dato, il Signore ha tolto, sia benedetto il nome del Signore!”
che del resto dice una volta sola e neanche più tardi ripete, ma in questa
lotta che esaurisce tutte le lotte che l’uomo deve sostenere per giungere ai
confini della fede. (...). Giobbe pertanto non è la pace che gli eroi
della fede concludono, ma una tregua...
Questa
categoria della prova non è né estetica né dogmatica, ma del trascendente (...). e mette l’uomo in personale
opposizione con Dio, in una relazione in cui egli non può più contentarsi di
nessuna spiegazione di seconda mano.
Soren Kierkegaard, La
ripetizione.
Tra le tantissime parole suscitate da Giobbe, e che
io ignoro, queste che ho incontrato mi sembrano magnifiche e ho voluto farle
conoscere anche a voi. Non sono di un ateo, ma di un filosofo cristiano.
Teniamole presenti durante tutto il commento al libro, da cui attingiamo soltanto gli spunti principali.
Prima di iniziare il nostro percorso che avrà un taglio spirituale,
vorremmo fare una breve
considerazione preliminare. Riguarda il piano del libro di Giobbe da seguire da
parte di chi vorrà condurne una lettura integrale.
Dopo il prologo, desunto da un’antica storia
(capitoli 1-2) e la maledizione che Giobbe fa del “suo giorno” (capitolo 3), si
apre un dialogo serrato tra Giobbe e tre suoi amici che incarnano la teologia
ufficiale e che si chiamano Elifaz, Bildad e Zofar (capitoli 3-27).
Un intermezzo (capitolo 28), costituito da un inno
alla sapienza, ci introduce nel vertice del libro, il dialogo tra Giobbe (capitoli
29-31) e Dio (capitoli 38-42): un’inserzione, però, presente nei capitoli
32-37, mette in scena un quarto amico, Eliu, che
cerca di portare altre ragioni teologiche.
Il capitolo 42 contiene anche l'epilogo dell’antica
storia di partenza, dalla quale aveva preso spunto il
poeta sacro. Ne diamo a fianco un prospetto dettagliato e vi aggiungiamo alcune
annotazioni di Gianfranco Ravasi.
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A B C D E F G H I Y J K L M N O P Q R S T |
Cap 1-2 Cap. 3 Cap 4-5 Cap.6-7 Cap. 8 Cap. 9-10 Cap. 11 Cap. 12-14 Cap. 15 Cap. 16-17 Cap. 18 Cap. 19 Cap. 20 Cap 21 Cap. 22 Cap 23-24 Cap. 25 Cap. 26 Cap. 27 Cap. 28 Cap29-31 |
1° ciclo Prologo Parla Giobbe Parla Elifaz Parla Giobbe Parla Bildad Parla Giobbe Parla Zofar Parla Giobbe 2° ciclo Parla Elifaz Parla Giobbe Parla Bildad Parla Giobbe Parla Zofar Parla Giobbe 3°
ciclo Parla Elifaz Parla Giobbe Parla Bildad Parla Giobbe Parla Zofar Intermezzo Parla Giobbe |
(Maledicendo la sua vita) (Fiducia in Dio) (L’oppresso conosce solo la
sua miseria) (Il corso della giustizia divina) (La giustizia divina al
disopra del diritto) (Se ti converti sarai salvo) (C’è sapienza di Dio anche
nella disgrazia) (Giobbe, ti condanni da solo) (Gli uomini sono ingiusti, ma
Dio no) (La collera non vince la giustizia) (Al culmine delle pene c’è
Dio) (Dio punisce gli empi senza
eccezioni) (Non è vero. Tanti anzi stanno
bene) (Dio castiga solo chi fa il
male) (Dio è lontano e il male trionfa) (Dio è onnipotente) (Non rinuncerò alla mia integrità) (La sorte del malvagio) Elogio della Sapienza (Lamento o apologia e sfida a Dio |
Dialoghi tra Giobbe e Dio |
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U |
Cap. 32-37 |
I discorsi di Eliu |
(probabilmenre di altro autore) |
V
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Cap. 38-41 |
I discorsi di Jahvé |
(1° e 2°) |
Z
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Cap. 42 |
Ultima risposta di Giobbe Jahvé biasima i tre saggi Dio reintegra la fortuna di Giobbe |
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«Eccoci, dunque, davanti a un capolavoro della poesia universale: è il
libro di Giobbe, il testo che ci offrirà spunti per alcune riflessioni su temi
che artigliano il cuore e la vita di ogni uomo e di ogni donna.
Partiremo col tema della
solitudine, una realtà che diventa pesante e oppressiva soprattutto quando si è
nella malattia e nel dolore. Attorno al malato spesso si crea il vuoto perché chi
è sano si trova a disagio di fronte alla carne malata, al lamento,
all’esistenza ferita e alla persona umiliata.
Giobbe sperimenta e descrive
con vigore questa esperienza ricorrendo anche a immagini incisive e talora
folgoranti. Due sono le solitudini che prova. La prima è quella delle persone
che gli sono legate dai vincoli di sangue e dalla consuetudine della vita.
Ecco un brano illuminante al riguardo: «I miei fratelli sono lontani da me, i miei conoscenti sono divenuti estranei, sono scomparsi i vicini e i miei familiari mi ignorano. Come un forestiero mi trattano gli ospiti di casa e le serve, un intruso sono divenuto ai loro occhi. Chiamo uno schiavo, non mi risponde, devo implorarlo con la mia voce. A mia moglie ripugna il mio alito, faccio schifo ai figli del mio ventre».
L’intera famiglia sembra quasi distaccarsi dal sofferente e ignorarlo. I fratelli girano alla larga; scompaiono i parenti; i vicini di
casa e gli ospiti lo rifiutano; i servi non degnano di una risposta gli appelli
del loro signore. Ma la rottura più triste è quella che si. consuma con la moglie e coi figli.
Forte è l’immagine usata per descrivere il
distacco dalla propria compagna di vita: lei, che prima s’accostava con le
labbra per dargli un bacio, ora si volta dall’altra parte, nauseata dall’alito cattivo del marito malato. I figli si rivelano ancor più sbrigativi e crudeli: a loro,
pieni di vita, quel padre così impacciato e cadente fa ribrezzo, lo schivano e
lo rimuovono dal loro orizzonte.
Un altro vuoto che si crea attorno a Giobbe è per certi versi più sottile ma altrettanto cattivo. Come è noto,
dopo l'accumularsi su di lui di tante tragedie, si erano fatti avanti per consolarlo
e testimoniargli la loro vicinanza tre amici, Elifaz,
Bildad e Zofar. All'inizio
la loro sembrava una presenza partecipe e benefica.
Ben presto, però, ecco la svolta. Quando il dolore si fa lungo e chiede un
conforto e un sostegno motivato, s'insinua la freddezza. Essa lentamente si trasforma in fastidio e persino
in ripulsa e in giudizio.
Le loro parole sono senza calore e diventano taglienti
o distaccate: «Ho sentito un'infinità di ragionamenti - dirà a un certo momento
Giobbe -, siete proprio consolatori stomachevoli» (16,2). Anzi, comparerà i
loro consigli a un “decotto di malva insipida”.
Chiediamo, allora, al Signore di saper attraversare la
galleria oscura della solitudine nel dolore ripetendo le parole di san Tommaso
Moro, il celebre cancelliere di Enrico VIII d’Inghilterra, che in attesa della sua esecuzione capitale (avvenuta il 6
luglio 1535) così pregava: «Fammi la grazia, o Signore, di accettare la
solitudine, strappando il mio spirito dall'affanno. Fammi la grazia di
appoggiarmi al tuo misterioso conforto e all'attesa di te».
A questo punto possiamo proporre una considerazione conclusiva.
Sono sensazioni ed emozioni
vissute da tantissimi uomini e donne, che hanno voluto far capire
agli altri e a Dio di non essere solo un corpo malato e dolorante ma una persona
che s'interroga e dialoga.
«Lessi, non so dove,
meraviglie di quel libro e, tirato dall'argomento delle mie lezioni, gettai un
occhio sopra il libro di Giobbe. Rimasi atterrito. Non trovavo nella mia erudizione
classica niente di comparabile a quella grandezza. Portai le mie impressioni calde calde nella scuola.
Avevo già fatto una lezione
sopra l’origine del male e il significato di quel libro e fu udita con molta attenzione.
Ma quando lessi il libro tutto intero, la mia attenzione e la mia ammirazione
guadagnarono tutti». Così ricordava l'illustre critico e storico della
letteratura italiana Francesco De Sanctis (1817-1883) nella sua opera autobiografica La giovinezza il suo incontro
col libro di Giobbe
Egli era un “laico” di
tendenza liberale e anticlericale, ma quell’opera
biblica l’aveva sedotto non solo come capolavoro letterario ma anche come
profonda meditazione sul mistero della sofferenza umana.»
Gian Franco Ravasi
GIOBBE: LOTTA CONTRO O PER
DIO?
In
questi incontri non mi soffermerò su tutto il Libro ma
cercherò di seguire il cammino spirituale di Giobbe, che si può riassumere
brevemente cosi: inizia con una descrizione della giustizia e della felicità,
della virtù e della beatitudine di Giobbe, passa attraverso l’esercizio e
l’esperienza della virtù e dei frutti sociali che essa provoca; passa poi
attraverso il tema della congiura e dell’aggressione di Dio nei confronti
dell’uomo giusto e innocente; attraverso l’impoverimento totale, imprevisto, improvviso
e immeritato; e attraverso poi le reazioni suscitate negli amici da questa
esperienza cosi travolgente e sconvolgente, l’essere ridotto alla nudità
completa davanti a Dio e davanti agli uomini, per ritornare alla beatitudine e
felicità di Giobbe, ancora più grandi delle precedenti, alle quali però Giobbe
arriva attraverso la terribile e duratura prova, prova del dolore certamente ma
soprattutto prova dell’autenticità, della gratuità e del disinteresse della sua
fede. Perché è questo il tema centrale del Libro di Giobbe!
Prima di presentare e commentare il libro di Giobbe avrei preferito orientarvi verso il libro del Qoelet che è pure parola di Dio e che ha una visione così pessimista della vita da contenere le pagine più negative e tristi che si trovano nella Bibbia. Ne cito alcune: 1) vanità delle vanità, tutto è vanità –pessima traduzione di una espressione assai più realista: “Tutto è infinito vuoto”. “Giungeranno i giorni in cui tu dovrai dire: «Non ho più nessun gusto» cioè non ho più voglia”. È la nausea della vita. Nonostante i frammenti di felicità, la vita è un infinito nulla. Testualmente: “Se hai qualche piccolo piacere godilo, godi la vita con la sposa che ami, per tutti i giorni di questa vita vuota”.
Eppure le parole di Qoelet ci danno tre lezioni spirituali
importanti: la prima è questa: “Ogni tanto abbiamo bisogno di chiederci
che senso ha la nostra vita”. Seconda: “C’è un Dio sontuoso – quello dei Salmi, della Genesi, dell’Esodo, Dio
d’amore, Dio splendido che scopriamo nella dimensione della felicità e perfino
del dolore superato. Ma nel grigio c’è Dio? Nel silenzio vuoto c’è Dio? Qoelet ci
insegna che Dio è vicino, ci parla, anche sotto l’aspetto della crisi. Non è la
nostra specifica qualità essere gioiosi, questa è piuttosto qualità di Dio.
L’antichità classica affermava che la felicità è prerogativa
degli déi; l’Olimpo era sede dei beati. È il dolore a essere
proprio dell’uomo: Bonhoeffer scriveva: “Nel Cristo
Dio è impotente e debole, e così e soltanto così rimane con noi e ci aiuta.
Cristo non ci aiuta in virtù della sua onnipotenza, ma in virtù della sua sofferenza”.
Terza: ciò che Qoelet non sapeva e non sperava e
perciò scriveva: “Dio è nel cielo e tu sei sulla terra, perciò usa poche
parole” – oppure – “c’è un’immensa distanza tra l’imperatore e sudditi” è
superato dal fatto che Cristo è venuto vicino, pur restando Figlio di Dio.
Qoelet è l’uomo della notte, quello che rade al suolo tutte
le certezze e le mette in crisi; ma c’è una ragione. Infatti
il libro che viene subito dopo Qoelet è il Cantico dei Cantici, cioè la gioia,
la pace, l’amore. Però anche il Cantico dei Cantici non è l’ultima parola
perché vi sono due pagine in cui vi è la notte e la donna perde lo sposo (cap.
3 e 5). Invece Giobbe che ha conosciuto la gioia e ha accettato di rinunciarvi,
finisce con una dichiarazione di fede che è la grande Risurrezione. C’è un
abisso tra Qoelet e Giobbe. È falso metterli insieme. Qoelet resta impigliato
nei suoi interrogativi e non ne esce pur lasciando la porta aperta verso Qualcuno
che, forse, la troverà (Cristo), Giobbe invece trova risposte. Una risposta di
altissima mistica che però non spiega il senso del dolore e lascia immutate le
domande. Non è un libro sul dolore, ma su Dio e il suo mistero e quindi sulla
fede. I suoi amici rappresentano i teologi convinti che a Dio si può arrivare
ragionando e invece Dio non si lascia incapsulare dalla nostra piccola ragione.
Dio sovrasta tutto, supera, ma non diventa assurdo. Non si può negare il
mistero e Dio non l’ha in mano nessuno e guai a chi giudica al suo posto, e
stabilisce: questo è buono, questo è cattivo…
Vediamo allora alcune delle tappe percorse da Giobbe nel corso della sua vicenda:
1. l’adesione immediata e totale, senza condizioni, senza
proteste, ai gravi fatti che accadono nella sua vita e che Giobbe accoglie come
provenienti da Dio.
2. dopo sette giorni e sette notti di silenzio, abbiamo
l’esplosione dell’angoscia, un grido che arriva a maledire il giorno della
propria nascita, e a contestare radicalmente, il progetto e la decisione di Dio
su di lui, e a porre a Dio la fatidica domanda sul perché dare la vita a una
persona se poi questa si ritrova nel vicolo cieco dell’infermità e del dolore.
3. passeremo attraverso i discorsi di protesta e di contestazione:
Giobbe protesta contro Dio e contesta i discorsi della Chiesa (riferiti dai
suoi amici), i discorsi che
4. arriveremo poi alle parole di speranza, che sono poche
numericamente ma decisive dal punto di vista della qualità.
5. vedremo come Giobbe non ha paura di proclamare la propria
innocenza e la propria rettitudine davanti a Dio, davanti a una
Chiesa (perché quegli uomini sono uomini di chiesa) che si appella a una specie
di condizione umana universale che non può non essere toccata dalla colpa e dal
fallimento dell’uomo (un po’ come il nostro discorso sulla condizione di
peccato universale.) Contestando e protestando contro questa visione della
condizione umana, Giobbe protesta la sua innocenza appellandosi a Dio e al suo
giudizio, e sfidando e provocando Dio.
Interessante è notare. che
ciò che. Giobbe insegue non è il
recupero di quelle condizioni (economiche,
familiari, sociali) che nel passato lo avevano reso
felice ma ciò che egli cerca è il volto di Dio, l’incontro con Dio per parlare
faccia a faccia con Lui, per far valere le proprie ragioni davanti a Lui. È la nostalgia del tempo in cui la presenza di Dio era facilmente
individuabile e godibile; adesso che ha perso la capacità o la possibilità di
gustare la presenza di Dio e l’intimità con lui, Giobbe insegue Dio che sembra
sottrarglisi continuamente.
6. arriveremo infine alla risposta di Dio, alla teofania, alla rivelazione di Dio, imponente e spettacolare, nel corso della quale Dio realizza il desiderio di Giobbe di trovarsi faccia a faccia con Lui, con Dio che però si fa riconoscere attraverso la contemplazione del mondo. Potrà apparire strano questo modo di agire di Dio che vuole riportare Giobbe alla intimità e familiarità con Lui attraverso uno sguardo amorevole e ammirato sul mondo proprio mentre Giobbe è costretto a pensare continuamente alla sua carne che si disfa fino ai confini della morte.
7. arriveremo alla restaurazione, la ritrovata felicità di Giobbe, che non so se considerare una pagina di speranza o un insulto nei confronti di tutto il dolore precedente, quasi che tutto il suo dolore potesse essere ripagato raddoppiando i suoi beni, come se il dolore umano avesse un prezzo e come se Dio fosse una specie di assicuratore generoso che aumenta il rimborso per gli incidenti passati. Cercheremo di valutare questa pagina.
Da questo tentativo di ripercorrere l’itinerario
spirituale di Giobbe resta fuori l’analisi dei discorsi degli amici: accennerò
qualche volta senza approfondire, alla loro idea della verità, alla loro
intenzione di innalzarsi come custodi e difensori di Dio, ma sentiremo alla
fine che Dio non sa che farsene di questo tipo di persone che, convinte di
farlo per amore di Dio, recano in realtà offesa alla verità, venendo
meno all’onestà, alla lealtà, alla
giustizia; questi amici, che cominciano con le migliori intenzioni
ma finiscono con il trasformarsi in aggressori e carnefici di Giobbe,
alla fine dovranno appellarsi proprio alla capacità di perdono di Giobbe che
sarà chiamato a diventare l'intercessore, il mediatore di salvezza per quelli
che l’hanno tormentato e torturato spiritualmente.
LETTURA E ANALISI DI GIOBBE 1 E 2
Passiamo
dunque ai primi due capitoli di Giobbe: il racconto, che a prima vista sembra
di tipo popolare, in realtà è costruito con una grandissima abilità letteraria.
Notate mentre leggo la costruzione accurata del testo,
nell'alternarsi di scene in terra e in cielo
Prima scena (in terra): la virtù e la felicità di Giobbe, la sua
fede e religiosità.
Seconda scena (in cielo): assistiamo a una seduta del governo
celeste, Dio e i suoi figli e la sua corte, che fermano l’attenzione su Giobbe,
e il Tentatore che pone a Dio la grande domanda sulla qualità della fede e
della religiosità di Giobbe; nasce la sfida tra Dio e Satana.
Terza
scena (in terra): abbiamo l’esecuzione della prova: Giobbe è progressivamente privato
di tutte quelle cose buone che lo rendono felice. Prima grande risposta di Giobbe.
Quarta
scena (in cielo): sembra una ripetizione, ma non lo è, perché nel frattempo c’è
stata la grande, dolorosa aggressione nei confronti di Giobbe e la grande risposta
di lui. E si decide di passare ad una ulteriore,
decisiva prova.
Quinta scena (in terra): si dà esecuzione all’ultima prova:
Giobbe è provato nella sua carne, nelle sue ossa, al punto tale che gli si
salva soltanto il respiro. E qui vedremo l’intervento della moglie di
Giobbe e la seconda risposta decisiva di questi, decisiva
ma non ancora definitiva.
E questa prima parte si chiude con l’arrivo
dei tre amici di Giobbe.
Vedete come l’inizio del Libro è organizzato con molta maestria: dietro questo alternarsi di scene ora terrestri ora celesti c’è una certa concezione della storia, secondo la quale la nostra condizione terrena è caratterizzata dal non-sapere e dal non-potere: sulla terra i protagonisti vedono e vivono qualcosa di cui non conoscono la ragione, né il principio né la fine, né il fine; il tutto accompagnato dal silenzio degli esseri celesti. È una costruzione letteraria accurata, geniale per alcuni aspetti, ma problematica per altri, e ci ritorneremo più tardi, perché l’idea di Dio e dell’uomo che ne risulta può far nascere domande e reazioni molto serie.
L’immagine che chiude il cap. 2, Giobbe che si gratta
con un coccio, ci deve accompagnare per tutti gli incontri, perché mentre
discutono così animatamente, come se fossero a una tavola rotonda, e mentre
fanno grandi discorsi teologici, Giobbe si sta grattando, ed è seduto sulle
ceneri, più esattamente seduto sull’immondizia: lui che era il più glorioso dei. figli
d’Oriente adesso è seduto sui rifiuti, immagine emblematica del fatto che anche
lui è un rifiuto, un. emarginato, costretto a stare
fuori della città.
Riprendiamo
il testo dall'inizio.
In terra, troviamo Giobbe, collocato geograficamente a Uz, fuori dei confini del territorio ebraico che si esprime come un ebreo credente, profondamente radicato nella eredità spirituale del popolo di Dio, Israele. Nessuna indicazione o interessamento sui suoi antenati. La sua caratterizzazione morale e religiosa passa attraverso queste quattro indicazioni:
“era un uomo
integro e retto, temeva Dio ed era alieno dal male”.
•
era integro, cioè un uomo a cui non mancava nessuna virtù; il termine esprime proprio
l'idea di interezza, integrità: moralmente perfetto;
•
poi, retto: la rettitudine esclude la doppiezza,
la falsità, i compromessi, l’andar bene a tutti; Giobbe è l’uomo coerente,
trasparente, l’uomo senza finzioni, soggettivamente sincero e oggettivamente
aderente alla verità. L’uomo retto fa riferimento a un ordine oggettivo che ha
in Dio il suo fondamento e l’uomo che si inserisce in questo ordine, attraverso
la rettitudine, raggiunge Dio stesso e quindi anche la felicità umana;
•
temeva Dio: non semplicemente aveva paura di Dio ma aveva il
senso profondo del mistero di Dio, della sua grandezza e della sua santità,
unito però a una devozione amorosa, verso quel Dio che si intuisce come una Realtà-più-grande ma si riconosce come la più desiderabile,
la più dolce, la più bella. Il timore di Dio è quel sentimento profondissimo
che poi orienta comportamenti e scelte verso il Dio d’Amore. Infatti, Giobbe
•
era lontano dal male: non precisa cos’è male e
cos’è bene, riassume sinteticamente in alieno dal male, da ciò che era contrario ai comandi e agli insegnamenti di Dio.
Ciò che si vuole evidenziare qui è che l’adesione a Dio ha come
conseguenza l’astensione dal male, a livello personale, e sociale.
Quattro termini per dire: Giobbe era un santo, religiosamente e moralmente perfetto, con ogni virtù e senza vizi e difetti. Il frutto e l’effetto di una vita così virtuosa è la felicità, una vita benedetta, così come veniva concepita secondo i modelli sociali del tempo e definita attraverso forme ben precise, quali:
•
il numero dei figli (ricordate le benedizioni ai Patriarchi?) e per Giobbe
è una benedizione abbondante: sette figli, tre figlie. Prima benedizione una
famiglia numerosa e non possiamo non notare l’armonia e la concordia che regnano
all’interno di questa famiglia. Non soltanto il numero dei figli è benedizione
ma anche il fatto che i figli vivano nella fraternità e nella condivisione di
quello che è il benessere comune, in una serenità che, va al di là anche dei
pregiudizi del tempo e quindi anche le figlie vengono
chiamate a partecipare pienamente al benessere del padre. Se confrontiamo con
certe famiglie bibliche di nostra conoscenza, l’armonia all’interno della famiglia
di Giobbe non è certo un bene da sottovalutare.
•
il benessere economico, un benessere dalle dimensioni straordinarie; non si tratta
soltanto di un buon lavoro e un buon stipendio, Giobbe è ricco e straricco nelle forme del tempo ovviamente: ha la ricchezza dei
contadini (buoi e quindi terre da lavorare); la ricchezza dei pastori (pecore),
quella dei mercanti (cammelli), dei, lavoratori (schiavi e schiave senza
numero), è “più ricco di Abramo...”. Una ricchezza sovrabbondante.
•
il prestigio
sociale e politico: quest'uomo “era
il più grande fra tutti i figli d'Oriente”. Era una figura dominante,
importante: era un’autorità!
Provate a rileggere il
cap. 29 quando Giobbe, ormai nel tempo della sventura,
ricorda quella sua vita passata e felice, e troverete una descrizione articolata
anche per quanto riguarda i rapporti sociali, di questo Giobbe che è singolare
ed unico nella virtù, nella santità, nella benedizione, nella ricchezza, nel
prestigio e nel potere sociale. Inoltre, Giobbe svolge nei confronti dei figli
anche una funzione sacerdotale (1,5), si sente il loro custode anche spiritualmente.
Certamente si tratta di una descrizione paradisiaca, intenzionalmente
idealizzata, di un mondo costruito attorno a Giobbe, a lui affidato e messo al
suo servizio, e si tratta di una felicità senza ombre; caratterizzata dalla
rettitudine e santità di Giobbe. Questo è quanto accade in terra.
• il giudizio di Dio su Giobbe (1,8) che riprende e esplicita il giudizio dato dal narratore biblico, e Dio stesso riconosce che Giobbe è unico nella santità, giustizia, virtù: nessuno sulla terra è come lui. Dio crede alla possibilità di una integrale e perfetta giustizia umana. Lui che è il Santo, il Perfetto, il Giusto, l’Eterno, vede realizzata questa possibilità in Giobbe.
• ma facciamo attenzione alla domanda di Satana: “Forse che Giobbe teme Dio per nulla?” (v.9). La domanda è importantissima, fondamentale: Satana non nega che Giobbe teme Dio ed è alieno dal male, la giustizia e rettitudine di Giobbe sono visibili, nella loro radice e nei loro effetti e conseguenze. Il sospetto di Satana riguarda invece la motivazione che sta alla base del comportamento di Giobbe e che secondo Satana è l’interesse.
Certamente
Satana è disposto ad ammettere che essere santi non è facile, esige dedizione,
impegno, sacrificio; ma - aggiunge
- è un sacrificio che paga bene,
è una santità che rende, che fa venir
voglia di essere vissuta. Se il frutto della santità è questa benedizione,
questa pienezza di vita familiare, se porta come frutto una ricchezza sfondata
e sfrontata, se porta come risultato questo prestigio incommensurabile (vv. 2-4): è.una bella santità,
fruttuosa, conveniente, utile.1 Dunque Giobbe non è così retto e
trasparente come appare agli occhi di Dio ma dietro la maschera della santità
c’è l’interesse.
È chiaro
allora che la questione fondamentale in questo Libro non è quella del dolore
(quella è derivata e subordinata); la questione fondamentale è quella della fede, e non è, più il problema di Giobbe ma
è il mio, il tuo, il suo, è il problema di tutti noi: è possibile
un’adesione a Dio veramente gratuita e disinteressata? Oppure dietro ogni fede,
dietro ogni ricerca di Dio ci sta una forma di interesse?
Vedete
allora come la prova che si rende necessaria è proprio quella della privazione:
prova a togliere uno per uno tutti i motivi che rendono la vita piacevole,
che rendono la santità conveniente: la famiglia, il benessere, la stima, il
prestigio, il potere... Lascia l’uomo nudo e indifeso, fragile e ferito e
umiliato, e vedremo se ti benedice oppure... Va sottolineato come questa
osservazione non contiene soltanto il sospetto nei confronti di Giobbe ma – cosa molto più grave – contiene un rimprovero e
una contestazione nei confronti di Dio, il rimprovero di avere Lui, Dio,
educato l'uomo a questo rapporto interessato: “se sarai buono… se ascolterai la
mia voce… se seguirai i miei insegnamenti... tu sarai benedetto e avrai questo,
e questo, e quest'altro...”. È il rimprovero di avere contribuito Lui, Dio, a
formare una. fede interessata proprio attraverso
Abbiamo
quindi una domanda fondamentale sulla possibilità di una fede soggettivamente e
oggettivamente disinteressata, gratuita; e insieme una contestazione, sottile ma
profonda, di una visione della religione che si ritiene fondata da Dio stesso
attraverso l’istituzione dell’Alleanza. La questione del dolore è certamente coinvolgente ma non è quella fondamentale e, per rispetto al
testo, va sottolineato. Inoltre la questione della fede, così come ho cercato
di formularla, non è una questione puramente dottrinale ma
è una domanda profondamente esistenziale perché è la questione del rapporto
nostro con Dio, all’interno del quale sarà possibile vivere in un modo
piuttosto che in un altro, anche l’esperienza particolare del dolore.
La domanda di Satana e la
contestazione che questi muove, sia alla santità di Giobbe sia all’Alleanza
stipulata da Dio con Israele, è una domanda radicale, che sta cioè alla radice
di tutte le altre questioni. 3
1. Da questo punto di vista,
questo Autore è un po' il capostipite di una teoria sostenuta e sviluppata da
tanti “maestri del sospetto” i quali lungo i
secoli han sostenuto - e
sostengono - che la religiosità è sempre la
maschera di qualcosa d’altro, che lo religione è lo maschera che nasconde rapporti sociali deformati, spirito di rivalsa
per le umiliazioni subite, l'incapacità a vivere in un mondo difficile e quindi
ci si rifugia nella religione… E chi più ne ha, più ne metta.
2. Il personaggio Giobbe è radicato profondamente nell'ereditò spirituale di Israele, popolo di Dio, il fondamento
è l'Alleanza con Jhwh. E una delle
formulazioni principali dell'Alleanza è quella che si trova nel libro del
Deuteronomio al cap. 28, precisamente le benedizioni e le maledizioni riservate
agli uomini: le prime per chi avra obbedito al
Signore, le seconde per chi non lo avrà fatto.
Vi invito o rileggere attentamente queste pagine.
Era una domanda che serpeggiava nella chiesa di Israele
già dal
INDICAZIONI SUL TESTO
Se la questione posta
da Satana a Dio è una questione decisiva, la trattativa tra Dio e Satana solleva
tante e tante domande, almeno dal punto di vista letterario. Anzitutto:
sul modo di presentare Dio: qui sembra che Egli si lasci condizionare da Satana, insicuro
della propria conoscenza sull’uomo. Eppure Lui aveva sfidato Satana richiamando
la sua attenzione su Giobbe (1,8) e adesso sembra dubitare Lui stesso, sembra
vulnerabile, quasi fosse insicuro del Suo stesso giudizio
sull’uomo.
•
sulla risposta di
Dio: non appena il T entatore fa la proposta, subito Dio accetta: stendi la tua
mano, colpisci, portagli via tutto ma non toccare la sua persona (1,12). Anche questo modo di raccontare lascia perplessi: come se la morte
dei figli non fosse annientamento e svuotamento di un padre; come se la perdita
di tutto ciò che uno ha costruito nella vita non fosse lo svuotamento della sua
fatica; come se la perdita della propria dignità e del rispetto degli altri
fosse qualcosa di puramente esteriore.
Dunque
un Dio che si lascia tirare dentro in un gioco sporco da Satana,. anche
perché in cielo tutti sanno del grande esperimento ma non l'interessato; tutti
sanno che Dio agisce così non per inimicizia verso Giobbe o per l’ingiustizia
di questi, ma per trovare una risposta definitiva alla grande questione della
fede e dell’ alleanza. Ma quelli che stanno sulla terra - e l'interessato per primo -
ignorano chi decide
e il perché delle decisioni riguardo la
loro vita.
Di fronte a questa prima, tremenda
prova, Giobbe risponde con due serie di
azioni (1,20):
“allora Giobbe si alzò... si stracciò le vesti si rase
il capo...”
(i gesti che sono il segno del lutto) “si stese a terra e si
prostrò” (1,20b) (due gesti religiosi di adorazione)
una
reazione immediata e silenziosa; poi, in un secondo tempo, la sua parola spiega
il suo adorare Dio in questo frangente:
“nudo uscii... nudo vi ritornerò...” (1, 21a)
Forse
Giobbe vuole, con queste parole, dirci che i momenti decisivi della vita umana
sono l’inizio e la fine: lì risulta la verità dell’uomo, il quale è un essere
fragile che non è padrone di sé e della propria vita. Se l'uomo nasce nudo, e
nudo muore, allora vuol dire che tutto ciò che ha aggiunto o raggiunto nella
vita non gli appartiene in modo stabile ma gli viene
dato o affidato da altri, può esserci e un momento dopo venire a mancare.
Notate
come Giobbe accetta immediatamente, senza discutere, quello che secondo lui (ma
anche secondo l'opinione di sua moglie, dei suoi amici, dei conoscenti) viene da Dio: “il Signore ha dato il
Signore ha tolto... sia lodato il Signore” (21b).
“E
Giobbe in tutto questo non peccò” (v.22).
Pur privato della famiglia e dei suoi beni, Giobbe non smette di stare
attaccato a Dio, il quale aveva visto bene che la santità di Giobbe non era legata
alle benedizioni familiari, economiche e sociali ricevute da Dio.
Ho
richiamato l'attenzione su questa immediata reazione di Giobbe per dire che
l’Autore prepara un altro elemento significativo dal punto di vista del racconto:
quando, più avanti nel testo, introduce il tempo della riflessione, allora
Giobbe emergerà dal silenzio contestando fino ai limiti della bestemmia, prima
di accettare pienamente la prova.
ALCUNE OSSERVAZIONI PERSONALI
Voglio esprimervi alcune mie impressioni e reazioni
su questo testo, emozioni che io provo, come semplice lettore, di fronte ad esse.
Le pagine che abbiamo letto sono affascinanti, per la
capacità di porre in un modo cosi avvincente la questione della qualità della fede, e
rivelano che l’Autore è un grande
scrittore e un grande teologo. Ma sono anche tra le più ambigue, pericolose ed
irritanti che mi è capitato di leggere, tra le più orribili e scandalose, dal
punto di vista morale, sociale e religioso. Perché l’Autore del Libro di Giobbe
è un grande romanziere ma finisce con l’imbrogliarci
tutti. Infatti, se invece di Giobbe io avessi messo il nome di un grande e
famoso capitalista
e avessi detto:
“C'era un uomo che aveva tutti
questi beni, e quest’uomo era giusto, integro, retto, temeva Dio, ed era alieno dal male”, voi mi ridereste in faccia, perché, - mi direste - è impossibile che uno abbia
accumulato. una tale ricchezza e abbia raggiunto un
tale grado di potere, senza mai offendere la giustizia.
Però, senza che noi ce ne accorgessimo; l’Autore ha fatto
entrare in noi l’idea che si può, essere immensamente ricchi e immensamente
giusti. Io non nego che possano esserci i
miracoli, però vorrei chiedere a questo Autore perché non ha messo in scena un
pover'uomo invece di parlarmi della prova di un grande, immensamente ricco,
che, diventa ex-ricco e poi ritorna ancora più ricco di prima? Perché la
moltitudine dei poveri
si chiede come avrà fatto quest’uomo a raggiungere tutto questo senza mai offendere Dio quando a
noi, poveri cristi, se rubiamo un po’ sulle misure ci dicono che
facciamo peccato?
Sembra che questo abile scrittore e
teologo ci tiri un po’ in giro.
Ma la ragione più grave che mi fa parlare di un testo
scandaloso è il modo di parlare di Dio, che qui viene presentato come
un Dio insicuro di se stesso e della propria conoscenza; un Dio che si lascia irretire, che è
strumentalizzabile che si lascia spingere contro l’uomo come dirà più avanti:
“tu mi hai spinto contro di lui per nulla!” Capite che un Dio cosi è un Dio
arbitrario, capriccioso volubile, pronto ad accettare una violenza
intollerabile nei confronti del giusto. Ricordate la reazione dell'apostolo
Pietro all’arresto di Gesù, Pietro che è scandalizzato perché Dio non fa nulla
per difendere e
proteggere il giusto? Qui non solo Dio non fa nulla per
difendere il giusto ma autorizza la violenza!
E siccome si tratta di Dio, noi abbiamo paura a
sollevare queste domande: ma questo modo di descrivere Dio lo deforma. Difatti Giobbe lungo tutto il libro combatterà contro questo
Dio, questa caricatura e deformazione
di Dio.
Ancora, da questo testo emerge l’immagine di un Dio
insensibile al dolore, alla tragedia umana, che pur di vincere la scommessa non
tiene il conto delle vittime. Giobbe, dopo averci
pensato per una settimana, non gliele manderà a dire queste cose, arriverà ad
espressioni terribili "Dio se.la ride della
tragedia e della distruzione degli innocenti". Mi sembra una descrizione raccapricciante.
Di fronte a testi di questo tipo, il rischio è quello
di “non inciampare”, di scivolare sopra queste parole senza lasciarci
interrogare: se noi leggessimo queste pagine in un testo di un’altra religione,
diremmo subito che è inaccettabile.
E poi quella affermazione che suona cosi
bene, cosi suggestiva: “Il Signore ha dato il Signore ha tolto”. Ma
queste parole negano una delle grandi affermazioni che troveremo nell’Apostolo
Paolo: i doni
di Dio sono irrevocabili cioè Dio non ritira i doni fatti. Qui invece
ne risulta un Dio che prima dona e poi si pente e ritira il dono, è
un’affermazione che nega la realtà consolante di Dio che invece è fedele all'uomo. E la cosa è ancor più grave
perché dopo il primo esperimento e dopo tanto dolore inflitto senza ragione, sedotto e spinto di nuovo Dio ricade, e
ricade nel male, come vedremo al capitolo 2, la prossima volta.
Certamente ogni parola umana è inadeguata e precaria
per descrivere Dio ma di fronte a queste pagine rimane l’impressione che, nel
tentativo di dire qualcosa di grande sulla fede, si è tratteggiato un volto di
Dio deformato.
Pregare non è “dire le
preghiere”: esistono persone che dicono tante preghiere e, sostanzialmente, non
pregano mai; esistono persone che non dicono preghiere e pregano sempre. Di
questo dobbiamo renderei conto, perché noi pensiamo che la preghiera sia uno
snocciolare Ave Marie: io credo che a volte il
Signore abbia veramente i tappi alle orecchie per non ascoltare tanti sciami di
preghiere inutili.
Il punto di partenza è
Ricordiamo
sempre l'episodio del ritrovamento di. Gesù al Tempio, fra i dottori, quando egli
dà quella risposta: “Perché mi cercavate? Non sapevate che devo
essere attento alle cose del Padre mio?” e l'evangelista dice: “Essi non
compresero”.
Come si
afferma che una mamma continuamente genera il figlio, non solamente nel momento
in cui li concepisce o partoriste, ma tutto il processo educativo è una
generazione, così Maria ha continuamente generato il figlio, con lo stupore
dell’Annunciazione: “Ella rimase turbata a quel saluto”, dove il turbamento non
è la paura, ma lo stupore di fronte ad un mistero che ella non comprende e nel
quale avverte tutta la propria piccolezza.
Il metterci davanti al mistero proclamato è assumere
i sentimenti di Maria, che non capisce ma medita. Per
cui il Rosario, da questo punto di vista, ci fa intuire una grossa verità: non
siamo chiamati a capire Gesù, perché abbiamo tutta l'eternità per capirlo, ma
lo dobbiamo accogliere, in silenzio e in meditazione, come
IL CAMMINO SPIRITUALE DI GIOBBE: ANGOSCIA E PROTESTA
Comincio questa sera con la lettura dello scritto di un credente molto vicino a
noi per il tempo e per la conoscenza, padre Davide Maria Turoldo:
“Perché del Libro di Giobbe? Perché su questo Libro, antico di
millenni, su cui tanto si è scritto, al quale tuttavia l'umanità riflessiva
ritorna come a una fontana di ribellione e di lacrime, quasi fosse appena
sgorgata dalla roccia del nostro altrettanto vecchio cuore che vorrebbe farsi
insensibile e duro ma invece non finisce mai di
piangere. Proprio così: tale è la ragione che mi ha spinto nelle braccia di
quest’uomo, senza più carne, scheletrite, disegnanti nel vuoto della notte la
danza della sua violenta e totale disperazione. Perché Giobbe pria di dire con
le parole parla con il suo silenzio, con la sua voce non più umana, con le sue
ossa rosicchiate dalla lebbra, con i suoi occhi che tentano di forare il
tempo e il mistero fitto dell’esistenza, parla con le sue maledizioni e con il suo rancore.
Ci possono essere dei tempi
per tutte le altre opere umane, per tutti gli altri messaggi, perfino dei tempi
per i capolavori dell'umanità ormai dichiarati necessari come il pane, e
l’amore. Ma non so perché, e se per errore, queste opere, non sempre riescono a
consolarmi, e a redimermi. Non sempre mi riconciliano con me stesso, o con Dio,
o con gli altri. Io sono ritornato a Giobbe perché non posso vivere senza di lui, perché sento che il mio
tempo - come ogni tempo - è quello di Giobbe, e che se
ciò non si
avverte, è solo per incoscienza o illusione. Io ritorno a lui perché da lui
ricevo l'unica soluzione possibile della mia vita, il diritto a disperare. È di
Giobbe la disperazione come categoria della ragione, come evento positivo e
provvidenziale. E in un certo senso la sua parola è necessaria come quello di
Cristo: la sua è la parola della terra, quella di Cristo del cielo. E per
fortuna si richiamavano nello spazio dei secoli come ora si incrociano
e si integrano nella totalità di una medesima rivelazione, all’infuori della
quale non esiste che tenebra. Anzi, mentre non posso confondermi col Cristo, il
quale per quanto uomo è anche Dio, sento invece !’identità di Giobbe, e la sua
storia come !’inevitabile mia storia, che si ripete, che si perpetua nel giro;
di questo sangue, giorno per giorno, consumato dalla pena e dentro questa carne
destinata ai vermi, destinata ad essere cenere, per ricompormi poi nella nuova
forma in attesa di vedere con questi miei occhi il Salvatore”.
La volta, scorsa chiudevo
comunicandovi alcune impressioni personali sui primi due capitoli di Giobbe e soprattutto,sul modo, di presentare Dio. Qualcuno mi ha: chiesto
risposte a quelle mie domande ma non ho risposte
pronte da dare, anche se le cercheremo
insieme rileggendo questo Libro anche perché credo che il Libro di Giobbe non
sia il libro
delle risposte ma delle domande, crude ed inevitabili, alle quali - sempre secondo la mia impressione - la risposta verrà
data soltanto davanti a Dio. E non per
rimandare tutto a un ipotetico futuro ma
perché la risposta si potrà avere solo quando Dio
rivelerà direttamente il suo volto.
Noi umani siamo caratterizzati da una situazione di
“fuori tempo”: ora che viviamo nel tempo ci facciamo mille domande senza
la possibilità di trovare risposta; quando, non più nel
tempo, avremo la grazia di avere le risposte, non faremo più
domande. Sotto questo aspetto forse il Libro di Giobbe può insegnarci il
coraggio di convivere con delle domande in attesa del
momento in cui Dio darà una risposta, e sarà una risposta tale che supererà di
molto le nostre domande. In un tempo in cui tutto e tutti vogliono dare risposte
certe a tutte le nostre domande, è salutare, per provocare in modo autentico la
nostra umanità, sentirci rivolgere delle domande che siano
veramente essenziali ed aiutarci a convivere con questa continua attesa della
risposta che solo Dio può darci. Come dice quel canto: “Io so quanto amore
chiede questa lunga attesa del tuo giorno, o Dio...”.
Ci eravamo lasciati la volta scorsa sulla scena di Dio
che, pur avendo riconosciuto di essersi lasciato condizionare inutilmente da
Satana, si lascia di nuovo coinvolgere in un'altra prova ancora più crudele nei
confronti di Giobbe (2,7-8).
Continuando la lettura troviamo a questo punto due
interventi umani:
•
quello della moglie di Giobbe;
•
quello degli amici.
L’impressione
più forte che ci lascia la lettura di queste: righe è data dalla.risposta
immediata e tagliente di Giobbe, e cioè che sua moglie è “una stupida”. Ma la domanda
della donna è invece tra le più serie e più ragionevoli che ci siano ed è un' obiezione che nasce dall’amore; forse da un amore grande
e da una fede non altrettanto grande ma è la contestazione di una moglie che
vede il suo uomo soffrire, e patire in quel modo, dopo che lei stessa,
senza sua colpa, ha patito e subito con lui la perdita dei figli.
È
interessante notare come la madre e sposa viene qui
presentata solo in modo negativo, senza una parola per il “prima”, quando il
suo uomo ha perso ciò che avevano forse costruito insieme, quando hanno perso
il frutto del loro amore (i figli erano di entrambi) e l'attenzione del testo
era rivolta “al santo”, il cui splendore offusca la presenza della moglie e
madre. Quando allora questa donna emerge dallo sfondo come sposa che ama
veramente il suo uomo, stanca di una serie di prove che non comprende, e che
intuisce essere legate unicamente alla storia del marito, lo fa per porre questa
domanda: che senso ha una vita dalla quale sono state progressivamente tolte
tutte le ragioni per essere vissuta? Ella vede giorno per giorno il suo
compagno, amato e desiderato, ridotto a una larva umana, ad una
anticipazione della morte, e le sue parole danno voce ad un grido che è
insieme il grido dell’amore e del dolore, ma anche della ragione: è degna
ancora di essere vissuta una vita cosi? Ha ancora senso vivere? Ha ancora senso
stare attaccati a un Dio che sembra ricambiare col dolore la virtù e la
fedeltà? Non è una forma di masochismo spirituale lo stare attaccati a questo
Dio?
Le
parole della moglie sono un invito alla ribellione, non
irragionevole e irrazionale, ma una ribellione in nome dell’amore alla vita, ai
propri figli, al proprio uomo. Ed è l’invito più serio e più appassionato
perché è la persona più vicina a Giobbe, ed è la tentazione più seria,
l’ostacolo più duro che Giobbe deve superare. Poi,
verranno gli amici, verrà la società, e con loro altre tentazioni e altri
grandi ostacoli.
Queste righe
ci pongono di fronte ad alcune considerazioni sul dolore e sulle sue
conseguenze: il dolore può diventare sì l’occasione in cui un amore si rinsalda ma un dolore grande può dividere, può travolgere e
separare ciò che l'amore e Dio stesso hanno unito, moglie e marito appunto; e poi
può dividere dagli amici da Dio, dalla propria vita. E quando un uomo arriva ad
odiare la propria vita e a desiderare la morte, arriva alla rottura interiore
più profonda, perché ha perso se stesso, e non nell'immensità di Dio ma
nell'abisso della morte. Ed ecco l'invito della moglie: “benedici Dio e poi muori” cioè
rinuncia a un Dio che non ti è più padre, creatore, amore misericordioso ma è
solo causa della tua infelicità e muori: almeno morirai, nella dignità di un uomo
che si è ribellato a un Dio disumano e mostruoso.
Giobbe però giudica negativamente questa
posizione della sua sposa e su questa prova i valori si dividono, la visione della vita si divide
e Giobbe si rivolge alla sua sposa, a colei che ha amato, con la
quale ha vissuto e dalla quale la avuto dei figli, e le dice: “sei una stolta” e spiega il suo
giudizio con queste parole: “se da Dio accettiamo il bene perché non dovremmo
accettare il male?”
È questa una ulteriore espressione della
fede di Giobbe il quale considera il suo passato felice come un dono ricevuto
da :Dio (“da Lui abbiamo ricevuto il bene”); ed ora questa disponibilità e
prontezza a riconoscere il bene e a renderne, grazie, rende Giobbe capace di accettare
quel male terribile che ora sta vivendo e che lo porta ai confini della morte.
La capacità di Giobbe di dare questa risposta
immediata non è semplicemente e soltanto frutto di una reazione automatica
dettata dalla Tradizione religiosa ma è il frutto di una religiosità e
di una fede che lo ha guidato per tutta la vita ed è la religione della
gratuità e della riconoscenza:
“Il molto abbiamo ricevuto da Dio...”.
Giobbe in questi anni ha vissuto
tutto come un dono e allora anche la sofferenza che sta vivendo in questo
periodo non sembra scalfire quella fiducia che si è coltivata e si è costruita
fino a quel momento. Neanche un male così sconfinato sembra vincere
quell’esperienza di vita: chi ha vissuto in familiarità con Dio, chi ha accolto
ogni giorno come donato da Lui, continua a sentirselo vicino, come suo Dio,
anche se il dono ora è un dono di lacrime e di dolore. E allora come ha accolto
la benedizione subito
accetta ora anche ciò che tormenta, ferisce, umilia: “e
in tutto questo Giobbe non peccò con le sue labbra” (2,10).
GLI AMICI DI GIOBBE (2, 11-13)
Di loro per prima cosa
si dice che vengono da lontano: sono persone che non sono rimaste indifferenti
alla notizia
del dolore del loro amico, non hanno avuto paura anzi, questo
dolore li ha richiamati, vicino a Giobbe,
ed è una reazione che merita di essere ricordata, perché sappiamo per
esperienza quanto la notizia del dolore di un amico possa tenero, lontano, per
imbarazzo o paura. La prima cosa che questi amici fanno è superare: la distanza ed essere vicini a Giobbe.
Secondo passo,
anche loro compiono questi gesti che esprimevano la solidarietà nel dolore: e allora
si strappano le vesti, si ricoprono di polvere, gli si siedono vicini, e stanno
in silenzio vicino a Giobbe, vegliando con lui, condividendo
e portando con lui il peso di una tragedia così immane che ha prosciugato anche
la parola: non sanno cosa dire perché troppo grande è il dolore: “Sedettero
accanto a lui in terra, per sette giorni e sette notti...”: Veramente questa è
amicizia, è compassione, patire insieme il peso di un dolore sconfinato anche
se poi vedremo che le strade si dividono, quando ognuno comincia a parlare.
Il secondo
capitolo si chiude con questa immagine degli amici: che, seduti per terra,
condividono il dolore di Giobbe, in silenzio, per sette giorni e sette notti.
GIOBBE CONTESTA DIO (Cap. 3)
Ho detto molte volte che
la risposta di Giobbe è stata immediata, non ho detto non-pensata
ma immediata, espressione di una fede che accetta tutto come proveniente
da Dio senza contestare; una fede che “mette la firma” - senza condizioni - su quella pagina drammatica scritta da Dio sulla sua carne. Ma il tempo e il
silenzio possono intervenire in molti modi: capovolgendo lo schema solito con
il quale gli uomini rispondono alle prove, prima Giobbe
accetta subito quella pagina scritta su di lui da un Dio strumentalizzato da
Satana; ma quando ci
pensa - e avendoci pensato - non arriva
alla soggezione ma alla rivolta.
Il tempo non guarisce ma ferisce; non introduce
uno stato d'animo più disponibile all’accoglienza ma sembra aggravare,
aumentare questa rabbia interiore, contro Dio e forse contro se stesso, contro la vita, contro tutto...
Sette giorni e sette notti: un periodo
lungo di un silenzio pesante come un macigno, nel quale si coltivano pensieri,
si elaborano parole, discorsi soffocati, fino ad arrivare alla grande
esplosione: maledetto il giorno in cui nacqui. Provo a
leggere questa pagina al cap. 3 del Libro di Giobbe: Giobbe il santo, il servo
nel quale Dio si è compiaciuto, il perfetto, l’integro, alieno dal male e che
teme Dio; Giobbe, il meglio che l'umanità ha espresso; Giobbe che risponde immediatamente
con fede a quelle terribili prove... Questo Giobbe, dopo sette giorni e sette
notti aprì la bocca e maledì il suo giorno; prese a dire: “Maledetto il
giorno in cui nacqui... Non ho requie...” (Giobbe, 3).
“Il tempo è Galantuomo”
dice un proverbio. Il tempo rivela la
verità. Che avesse ragione Satana? Nell'immediato Giobbe non ha detto niente ma aspetta a compiacerti, o Dio; passa una settimana
e le cose si capovolgono. Che cosa produce il tempo? Che cosa elabora il
silenzio? Nel silenzio cresce la vita; nel silenzio si possono
coltivare anche parole di rabbia e di rancore; il tempo fa nascere un grande
albero da un piccolo seme; ma il tempo può portare l’angoscia. Non è
automaticamente vero che il tempo attenua il dolore ma
al contrario può ingrandirlo e farlo maturare verso una parola smisurata ed eccessiva.
È questa un'altra tappa
del cammino spirituale di Giobbe. Abbiamo visto la volta scorsa il tempo della
felicità, della virtù benedetta e della beatitudine; sia mo passati
attraverso il tempo della privazione e delle conseguenze della virtù, perché è
in quanto virtuoso che Giobbe viene provato e privato
di tutto; abbiamo visto il tempo della fede, una fede eroica, rassegnata e
immediata; abbiamo visto il tempo del silenzio; (il Narratore ha concentrato
tutto in poche righe ma in realtà ogni tappa quanto tempo richiede!) e
arriviamo adesso a questa nuova tappa, al tempo della parola che dice
l’angoscia e la disperazione. Giobbe non maledice Dio (Satana dopotutto non ha
avuto ragione!) ma contesta e mette in discussione
l’opera di Dio per quanto riguarda se stesso, la sua vita, la sua, storia
personale. In questo ragionamento Giobbe capovolge sistematicamente e
coerentemente tutte le grandi affermazioni, tutti i grandi ideali della
comunità credente, e cioè:
-
la nascita è il segno della benedizione di Dio;
-
la notte del concepimento di un figlio, è una notte
gioiosa per un amore benedetto e perciò fecondo;
-
la nascita è il giorno dell’accoglienza di una vita;
-
la terra è dono di Dio, benedetta e fecondata da Lui
perché diventasse la casa dell'uomo, il luogo del suo benessere.
Giobbe capovolge queste
grandi verità, sovvertendole una ad una. L’Autore introduce volutamente questo
metodo per farci capire la forza sconvolgente del dolore: il dolore sconvolge
non soltanto emozioni e sentimenti personali ma sconvolge anche la ragione, il
modo di vedere la realtà; e nella realtà il posto occupato da una persona.
Quindi il dolore sconvolge tutta la persona:
- mutano i rapporti tra Giobbe e la moglie;
- si alterano i rapporti tra Giobbe e gli amici;
- la felicità si tramuta in agonia;
- ti precipita dal piacere alla disperazione;
- dall’amore per la vita alla seduzione della morte;
- dall’ amore alla terra al fascino dello sheol.
Ma, oltre a tutto questo, il dolore sconvolge anche le
grandi verità di fede insegnate e testimoniate da una comunità di credenti.
Quindi c’è anche questa ulteriore separazione tra Giobbe e la comunità dei
credenti che dice: la vita, il generare, il vivere sulla terra, sono doni,
benedizioni di Dio, e il tempo passato sulla terra è lode e riconoscenza a Dio.
Il frutto di questo grande dolore è che Giobbe capovolge tutti questi valori, e
non a livello emotivo, non attraverso invettive, ma con un ragionamento che
smonta pezzo per pezzo i valori costitutivi della fede in Dio creatore. Non a
caso Ravasi parla di questo testo come
dell’anti-Genesi, e dice bene:
- e Dio disse “sia la luce...”
- la successione dei giorni e delle notti narrano la
gloria di Dio creatore
- il giorno della sua origine è il giorno della benedizione...
- quel giorno sia tenebra...
- Giobbe, se potesse, interromperebbe la catena che
trasmette la buona notizia di Dio creatore, cancellando dal calendario i suoi
giorni;
- Giobbe convoca maghi e streghe perché “maledicano il
suo giorno”...
Quest’uomo
umiliato e schiacciato ingigantisce nel dolore, e con la parola e la ragione si
erge come anti-Dio, contro il Dio creatore della tradizione della scrittura,
della comunità, e giunge al punto di desiderare che “quella notte” non sia mai
avvenuta; desiderando di essere morto, meglio ancora di non essere mai nato,
perché - dice - il nascere è il tempo dell’oppressione, dell’infelicità, della
solitudine... È il grande inganno di Dio verso l'uomo! Giobbe arriva a sognare
la morte come ideale, sogna lo sheol come luogo di
pace, di giustizia, come “terra promessa” (vv.
17-23). Perché non sono morto? Perché dare la vita a chi desidera e sogna la
morte come un
tesoro, a “un uomo la cui vita è nascosta e che Dio da ogni parte ha sbarrato” un preciso riferimento,
questo, all'espressione di Satana in 1,9: ma ora la siepe che Dio ha costruito
tutto intorno all'uomo non è più di benedizione ma è
una siepe che lo imprigiona, dentro la quale l'uomo si aggira ferito e
impotente.
In questo capitolo comincia il grande tema del
“processo a Dio” da parte di Giobbe, processo a Dio e alla sua opera ma - attenzione! - non
all'esistenza di Dio, che non viene mai messa in discussione. Si discute la qualità di,
Dio: che Dio è mai questo che offre una vita come dono avvelenato? Giobbe il credente
è in rivolta contro il modo in cui Dio gli appare, a partire dalla sua esperienza
personale.
4 Abbiamo in Genesi 1 e 2, la celebrazione del!’opera
di Dio creatore, opera che ha al centro l'uomo fatto a immagine e somiglianza
di Dio e lo capacità di essere pro-creatore insieme
con Lui. Qui abbiamo l'anti-Genesi: Giobbe, per quanto riguarda la sua esperienza
personale, comincia a demolire la storia costruita da Dio, e la smonta pezzo
per pezzo.
GIOBBE CONTESTA
Saltiamo per
ora il ciclo di discorsi in cui si dibattono Giobbe e i suoi amici, e passiamo
ai cc. 29 e 30, là dove troviamo Giobbe che ricorda i
giorni della beatitudine passata.
Giobbe ci viene qui presentato come una figura regale all’interno di
una città ben organizzata, è uno che vive in una situazione paradisiaca (v.6).
Intorno a lui c'è una società, un’opinione pubblica fatta di rispetto, di un
rispetto che arriva ad un riconoscimento concorde delle sue opere (v. 7-11),
della sua misericordia, del suo essere rappresentante di Dio, del suo essere il
volto di Dio all’interno di quella società (vv.12-20). La reazione unanime è il
rispetto, che si esprime nel silenzio davanti a lui (vv.
21-22), e nel timore reverenziale nell’attesa della sua parola decisiva e
benefica (v.29).
B.
L'angoscia
del presente:
cap. 30,1-14
Qui Giobbe descrive il
capovolgimento avvenuto nell’opinione pubblica: colui che era il consacrato
adesso è l'esecrato, è passato dall’adorazione all’odio e alla persecuzione.
Questo testo introduce la questione dei meccanismi sociali: Giobbe è innocente,
lo abbiamo sentito e lo sentiremo lungo tutto il Libro e il suo agire, la sua
religione, la sua etica, non sono cambiati ma è
cambiata la sua situazione esteriore, le sue possibilità, e la società è
passata anch’essa, improvvisamente e senza ragione, dall’adorazione
all’aggressione e al rifiuto.
Giobbe è un capro espiatorio. Così come prima la
società era unanime nell’idolatrarlo, era unita attorno a lui e a lui
sottomessa, adesso, cominciando proprio dai più derelitti, tutti gli sputano in
faccia, lo aggrediscono, lo
insultano. Ecco uno dei motivi che fanno soffrire
Giobbe, una causa del suo lamento stranamente non ricordata: tra coloro - antichi e moderni - che hanno osservato più pazientemente questo testo,
ebrei, protestanti, ortodossi, cattolici, credenti o no, tutti si sono trovati
d’accordo nel riconoscere che nel Libro di Giobbe si fa il processo a Dio;
quasi nessuno ha notato questo lamento di Giobbe nei confronti della società, pochi
hanno prestato attenzione al fatto che Giobbe denuncia e contesta la società
del suo tempo, e non soltanto gli amici. Certamente c’è la contestazione a
quegli amici, teologi, quali rappresentanti di un clero custode di una verità
dogmatica, soffocante, contraria al libero pensiero; ma nessuno o quasi ha veramente
ascoltato Giobbe quando contesta e denuncia questo
cambiamento arbitrario e improvviso di una opinione pubblica che, prima adora e
poi aggredisce, prima accoglie e grida “osanna al figlio di David” e poi grida:
“crocifiggilo!”: e tutto questo senza ragione! Qualcuno dirà che la ragione c’è
per questo cambiamento, perché se Dio è contro Giobbe... Ma
quale Dio? Che cosa hanno visto quegli uomini per dire che Dio è contro Giobbe?
L’unica cosa che vedono è l'infelicità di un uomo. Guardate invece la
complicità dell’opinione pubblica che pretende di essere la voce di Dio,
pretende di essere alleata di Dio nel dare addosso a colui che - si ritiene-
è stato da Dio maledetto e rifiutato. Ma non dimentichiamo che invece è innocente.
Quindi Giobbe si lamenta. per tutto il libro di questa
aggressione, di questo irragionevole capovolgimento del comportamento verso di
lui, pretestuosamente giustificato nel nome di Dio; perché essi sacralizzano la
loro persecuzione nel nome di Dio così come prima, nel nome di Dio,
sacralizzavano il successo e il benessere di Giobbe.
Allora il
processo e la contestazione di Giobbe non riguarda solo Dio, non solo i teologi
amici, ma riguarda il prossimo, gli altri, la società,la
comunità che è pronta ad osannare e subito dopo a crocifiggere, a idolatrare e
subito dopo a distruggere.
Istintivamente il tema del processo a Dio
ci seduce: l’esperienza della prova ha segnato, chi più chi meno, un po’ tutti
e tutti ci siamo sentiti qualche volta vittime di Dio.
Avete sentito Keerkegard, avete sentito padre Turoldo, sull’identificazione con Giobbe: e allora
l’accorrere come compagni, come prossimo di Giobbe, è
immediato, spontaneo e forse anche consolante; ma non il sentirci parte di
quella folla così facile a cambiare arbitrariamente comportamento nei confronti
della vittima designata, sulla quale scaricare tutti i problemi e tutte le
colpe e quindi da emarginare e disprezzare. Metterci dentro quella folla non ci
viene affatto spontaneo e non è affatto piacevole, e forse è questa una delle
ragioni per cui su questo argomento quasi sempre si sorvola
mentre il Libro di Giobbe denuncia in modo evidente proprio questo
meccanismo attraverso il quale una società fabbrica letteralmente delle vittime
innocenti, e come è stata unanime nella lode ora è unanime nel rifiuto e nel disprezzo.
Contro questa realtà Giobbe non smetterà di gridare.
PER CONCLUDERE
Due parole sugli amici. Al cap. 19
Giobbe dirà:
“Fino a quando mi tormenterete mi opprimerete con le vostre parole?
Son dieci volte che mi insultate e mi maltrattate senza pudore...” (vv.
2-3)
sta parlando a quei tre “amici”: purtroppo non
potremo approfondire questo discorso del modo di essere vicini ad
una persona, ma
sarebbe interessante riprenderlo. Certo,
per sette giorni hanno condiviso nel silenzio ma quando hanno aperto bocca, le
cose son cambiate, al punto che Giobbe li definisce “torturatori”. Son partiti
forse con la buona intenzione di consolarlo ma, di fatto, finiscono col
tormentarlo e opprimerlo (v.5); e non potendo rinfacciargli alcuna colpa se non indebitamente, gli rinfacciano il
cambiamento di posizione sociale, come se questo sovvertimento fosse
conseguenza di una colpa. Una colpa che in realtà non esiste ma che -
Sono dunque
due i processi che emergono da queste pagine, e che dobbiamo tenere ben presenti:
- il processo a Dio, che ci attira e ci seduce;
-
il processo alla società, che ci mette in questione.
Si dice che un famoso
musicista asserisse: «Se tralascio
di esercitarmi allo strumento per un giorno lo noto io; se tralascio di
esercitarmi per due giorni lo notano i miei amici; se, tralascio di esercitarmi
per tre giorni lo nota il pubblico».
Nel mio caso questa
affermazione si applica alla preghiera: se tralascio di' pregare per un
giorno lo nota Dio; se tralascio di pregare per due
giorni lo noto io; se tralascio di pregare per tre giorni lo nota chi mi
circonda.
Pregare è un po' come
telefonare a Dio: solo che è completamente gratuito. E non risponde mai con il
segnale di occupato, come invece può succedere a noi... Si
può pregare ovunque, non solo in chiesa: quando si lavora, quando si fanno le
compere, allo stadio o nell'autobus. Come prego? Semplicemente parlando con Dio
di tutto quello che mi tiene occupato in quel momento e poi così come ci ha
insegnato la stesso Gesù con il Padre Nostro. Provate
anche voi un po’ più spesso: val più la pratica che
la teoria!
«CHI
MANGIA DI ME VIVRÀ PER ME»L'Eucaristia fa
Un filosofo ateo ha detto: «L'uomo è ciò che
mangia», intendendo dire, con ciò, che nell’uomo non esiste una differenza qualitativa
tra materia e spirito, ma che tutto, in esso, si
riduce alla componente organica e materiale. Ma, ancora una volta, è avvenuto
che un ateo ha dato, senza saperlo, la migliore formulazione
a un mistero cristiano. Grazie all’Eucaristia, il cristiano è veramente ciò che
mangia! Scriveva già, tanto tempo fa, S. Leone Magno: «La nostra partecipazione
al corpo e al sangue di Cristo non tende ad altro che a farci diventare quello
che mangiamo» (Serm.
12 sulla Passione 3, 7).
Ma ascoltiamo cosa dice, a questo proposito,
Gesù stesso: Come il Padre, che ha la vita, ha mandato me e io vivo per il
Padre, così anche colui che mangia di me vivrà per me (Gv
6, 57). La preposizione «per», in questa frase, indica due cose o due
movimenti: un movimento di provenienza e un movimento di destinazione;
significa che chi mangia il corpo di Cristo vive «da» lui, cioè in forza della
vita che proviene da lui, e vive «in vista di» lui, cioè per la sua gloria, il
suo amore, il suo Regno. Come Gesù vive del Padre e per il Padre, cosi,
comunicandoci al santo mistero del suo corpo e del suo sangue, noi viviamo di
Gesù e per Gesù.
Io guardo lui e lui guarda me
Ma cosa significa,
concretamente, fare contemplazione eucaristica? In se stessa, la contemplazione
eucaristica non è altro che la capacità, o meglio il dono, di saper stabilire
un contatto da cuore a cuore con Gesù presente realmente nell'Ostia e, attraverso
lui, elevarsi al Padre nello Spirito Santo. Tutto questo, il più possibile nel
silenzio, sia esteriore che interiore; il silenzio è lo sposo prediletto della
contemplazione che la custodisce, come Giuseppe custodiva Maria.
I grandi maestri di spirito
hanno definito la contemplazione: «Uno sguardo libero, penetrante e immobile»
(Ugo di S. Vittore), oppure: «Uno sguardo affettivo su Dio» (S. Bonaventura). Faceva
perciò ottima contemplazione eucaristica quel contadino della parrocchia di Ars
che passava ore ed ore immobile, in chiesa, con lo
sguardo rivolto al tabernacolo e che, interrogato dal Santo Curato cosa facesse
così tutto il giorno, rispose: «Niente, io guardo lui e lui guarda me! ».
Questo ci dice che la contemplazione cristiana non è mai a senso unico, né è
rivolta al «Nulla» (come è quella di certe religioni orientali, e in
particolare del Buddismo); sono sempre due sguardi che si incontrano: il nostro
sguardo su Dio e lo sguardo di Dio su di noi. Se a volte si abbassa e viene
meno il nostro sguardo, non viene mai meno, però, quello di Dio. La contemplazione
eucaristica si riduce, talvolta, semplicemente nel tenere compagnia a Gesù,
nello stare sotto il suo sguardo, donando anche a lui la gioia di contemplare
noi, che, per quanto creature da nulla e peccatrici,
siamo però il frutto della sua passione, coloro per i quali egli ha dato la
vita: «Egli guarda me!».
La contemplazione
eucaristica non è dunque impedita, per sé, dall’aridità che a volte si può
sperimentare, sia essa dovuta alla nostra dissipazione, sia invece permessa da
Dio per la nostra purificazione. Basta dare ad essa un
senso, rinunciando anche alla nostra soddisfazione derivante dal fervore, per
far felice lui e dire, come diceva Ch. de Foucauld: «La tua felicità, Gesù, mi basta! »; cioè: mi
basta che sii felice tu. Gesù ha a disposizione l’eternità per far felici noi;
noi non abbiamo che questo breve spazio del tempo per far felice lui: come rassegnarsi
a perdere questa occasione che non tornerà mai più in eterno?
IL
CAMMINO SPIRITUALE DI GIOBBE: SPERANZA E APPELLO A DIO
Continuando
la rilettura del cammino spirituale di Giobbe, questa sera vorrei soffermarmi
sulla sua protesta e contestazione, per arrivare poi al motivo della speranza e
dell'appello estremo a Dio, un appello che ha come tema centrale l’affermazione
dell’innocenza di Giobbe, dimostrata attraverso il suo comportamento.
Per un
momento ritorniamo alle parole di Giobbe alla fine del capitolo terzo: parole
che non sono solo un semplice sfogo emotivo e affettivo ma contengono una
riflessione coerente, sistematica, anche se contraria a quanto affermato nella
Genesi. Se noi fossimo stati al posto dei suoi amici, ascoltando questo
discorso (3,2-26) come avremmo reagito? Forse commiserandolo (poverino!) e svalutando
il significato e la ragione del suo dolore? Oppure avremmo riconosciuto la
validità dei suoi argomenti ma avremmo preferito
tacere, ritenendo Giobbe non in condizione di accogliere una risposta?
Gli amici di
Giobbe prendono sul serio il suo. discorso e vedendo
in esso una contestazione radicale all’agire di Dio, imbastiscono una risposta
che è soprattutto dottrinale e personale.
UNA OSSERVAZIONE DI CARATTERE GENERALE
Se dovessimo
descrivere i fatti accaduti a Giobbe, potremmo dire che sono una serie di
disgrazie causate dalla natura e/o dalla società. Per adesso anche io, come
Giobbe, non so altro di quello che è accaduto: ...e vennero i Sabei... E vennero i Caldei... Ci fu un fuoco dal cielo... E fu colpito da una piaga purulenta...
Questo è quanto si vede.
Poi comincia l'interpretazione dei fatti e qui bisogna anzitutto tenere presente che sia gli amici sia lo stesso Giobbe partono, nelle loro valutazioni, da alcuni grandi principi radica ti nel monoteismo e precisamente:
• primo: tutto ciò che accade all’uomo e al mondo, direttamente o indirettamente viene da Dio, il quale non può essere pensato estraneo a nulla di quanto accade. Ci possono essere modi diversi di pensare e spiegare questa relazione tra Dio e tutto ciò che accade nel mondo, ma il principio fondamentale è questo: tutto viene da Dio.
• Secondo: la giustizia di Dio. Gli amici di Giobbe, uomini di chiesa, e con loro tutta la società, dicono: Dio agisce con giustizia, applicando il principio della retribuzione e della proporzione, vale a dire: Dio dà a ciascuno secondo i suoi meriti, premia secondo i meriti o castiga secondo le colpe. Dunque esiste una relazione tra le azioni buone e il bene che si raccoglie, tra le azioni malvagie e il male che ne può venire.
• Terzo: chiarito questo, cosa vedono gli amici? Vedono un uomo che dall’alto di una situazione privilegiata di famiglia, salute, benessere, precipita improvvisamente nella privazione di tutto questo.
Allora questo è il ragionamento: se tutto viene da
Dio, e viene da Dio secondo un principio di giustizia e di distribuzione
proporzionale, tutto quello che è accaduto a Giobbe è da considerare una punizione
e un castigo. Il che vuol dire che dietro ci sta una colpa. Quindi Giobbe è
colpevole.
A partire
da questi principi e dal giudizio che, in conseguenza, danno su Giobbe, l'azione degli
amici sarà quella di convincere Giobbe di essere colpevole aiutarlo nella
individuazione di una colpa nascosta; portarlo alla confessione di questa
colpa, e poi a pentirsi e convertirsi, ritornare a Dio, nella certezza e nella fiducia che percorrendo fino in fondo
questo cammino, alla fine
Dio lo ricompenserà con una felicità ancora più grande di quella data prima.
Ma per fare questa
apologia di Dio, per applicare quei principi, questi uomini devono negare
l’innocenza e la giustizia dell’uomo: se Dio è giusto, se Dio ha ragione,
l’uomo (Giobbe) è colpevole.
E se Giobbe
rifiuta di riconoscersi colpevole? Se protesta e contesta contro questo
discorso, e li accusa di essere dei falsi avvocati di Dio? Se Giobbe insiste
che Dio non è come loro dicono? Allora quegli uomini di chiesa, amici di Giobbe
vedranno nel suo comportamento una ostinazione segno
di malizia e di malvagità, vedranno nella sua protesta di innocenza quella
tendenza originaria dell’uomo a giustificarsi gettando la colpa su altri
(ricordate Adamo?). E di fronte a questa ostinazione nell’affermare e nel
difendere la propria onestà davanti a Dio, gli amici passeranno alle minacce tu
sei empio e la tua fine sarà ancora più terribile, se ti ostinerai a rifiutare
“questa verità” che, noi ti diciamo, viene da Dio, che è confermata dalla
ragione, che è condivisa da tutta la comunità in cui tu vivi, una verità che
può essere verificata dalla esperienza: noi abbiamo visto che è cosi, noi ti
diciamo che è così. Per cui tanto più Giobbe protesta la sua innocenza e contesta le verità degli amici, tanto più appare a loro
quale peccatore sempre più ostinato, un peccatore che rifiuta con tutte le proprie forze l’offerta di perdono e si proclama nemico della verità
su Dio insegnata dalla chiesa. A questo punto, per gli
amici Giobbe non è più il santo ma è il peccatore e peccatore ostinato,
che per difendersi arriva al confine della bestemmia contro Dio. Alla fine Giobbe è l’ateo. E in questo giudizio gli
amici sono sostenuti dalla società, che irride e deride Giobbe e gli sputa in
faccia: siamo di fronte ad una chiesa che difende e afferma una verità, che è
supportata anche dalla ragione e dalla esperienza quotidiana e, in nome di questa
verità, processa Giobbe.
Ricordiamoci
di questo, quando alla fine del Libro sentiremo proclamare che Giobbe è in realtà santo e giusto, perché il giudizio che verrà dato
su quegli amici e su quella società sarà in realtà il giudizio su quella
chiesa.
IL PUNTO DI VISTA DI GIOBBE
Anche Giobbe condivide il principio fondamentale che tutto viene da
Dio; anche per Giobbe Dio ricompensa il bene e castiga il male; ma - e qui c’è la differenza - Giobbe mette di fronte a Dio la testimonianza della sua coscienza,
che per lui è più importante della sua stessa vita: è disposto a presentarsi a
Dio “con la pelle tra i denti” pur di proclamare la verità della propria innocenza.
La sua coscienza gli testimonia che il modo in cui ha vissuto e realizzato la
sua umanità, è un modo buono, vero, giusto, è un modo che il vero Dio non può
non riconoscere; ed è disposto a difendere questa verità, negata e contraddetta
dalla chiesa e dalla società, anche davanti a Dio, anche a rischio della propria
vita.
Ma a partire
da questa testimonianza della sua coscienza cambia tutta la sua prospettiva,
perché di conseguenza Dio appare come uno che tortura arbitrariamente e
ingiustamente un innocente e per Giobbe non c'è altra possibilità se non quella
di negare la credibilità di un Dio così mostruoso, crudele, prepotente,
arbitrario: la conclusione è una forma di ateismo. Da qui nascono i discorsi di
protesta di Giobbe e le rappresentazioni di Dio terribili e mostruose.
Finché
Giobbe e gli amici restano nell’ottica di spiegare la realtà dentro quel
principio della retribuzione secondo i meriti, non possono avere che queste due possibilità:
- o la negazione dell'uomo, della sua giustizia, della sua dignità;
- o la negazione di Dio e della sua credibilità.
Finché si
resta prigionieri di quel modo di pensare, non ci possono essere altri esiti.