ß

Il Vangelo di pace sbaragliò la notte

Anche in quella notte, come in ogni celebrazione domenicale, risuonerà nel “Credo” la frase che riassume il senso profondo del Natale: “Per noi uomini e per la nostra salvezza discese dal cielo e per opera dello Spirito Santo si è incarnato nel seno della Vergine Maria e si è fatto uomo”.

Lo sfondo spaziale entro cui lo incontriamo è quello di Betlemme “la città di Davide”: Gesù giunge a noi in uno spazio umano, fisico e spirituale, legato a un territorio, ma anche ad una promessa divina. All’interno di questo spazio l’attenzione di Luca si fissa su due punti topografici.

Il primo è quello della nascita di Gesù, una mangiatoia per animali probabilmente scavata nella roccia (la stessa su cui oggi si erge la splendida basilica della Natività). Ma il cuore della devozione cristiana è laggiù, in quello spazio misero.

Il Battista era nato nella casa del padre sacerdote, Cristo invece nasce nell’emarginazione, privo persino di un guanciale. L’altro punto geografico è “il campo dei pastori”, un accampamento di seminomadi. Due residenze provvisorie, quindi due località misere, due segni di quotidiana povertà, che diventano però il centro della speranza messianica.

C’è anche un duplice sfondo temporale per la nascita di Cristo. Il primo coincide con i giorni del primo censimento di Ottaviano Augusto; e anche questo particolare “imperialistico” ci ricorda che Cristo nasce da un popolo oppresso, in mezzo a quegli ultimi che i potenti spostano come pedine sulla scacchiera delle loro politiche. Quanta somiglianza con il nostro attuale fenomeno di migrazione!

C’è però un secondo tempo indicato da Luca, ed è quello della notte. La tradizione giudaica distingueva quattro notti nella storia dell’umanità e le riviveva nelle quattro veglie (o vigilie) d’ogni giorno: quella della creazione, quando apparve la luce; quella della vocazione di Abramo, il primo dei credenti (Gen 15), quella della libertà dalla schiavitù faraonica (Esodo) e quella messianica quando si aprirà il giorno perfetto che non conoscerà più tramonto. È quest’ultima la notte che ora celebriamo, una notte vinta per sempre dalla luce.

In questo doppio fondale dello spazio e del tempo, Luca presenta la scena del Cristo bambino circondato dalla sua famiglia terrena, fatta di una coppia di sposi poveri e giusti di un gruppo di uomini semplici, i pastori. Cristo e i primi cristiani appartengono dunque a coloro che non hanno insegne, dignità, potenza e denaro. Anzi per la cultura religiosa del tempo, i pastori erano persone impure e quindi da escludere dalla vita liturgica ufficiale.

Eppure su questa scena povera e modesta, Luca intesse una rivelazione che potremmo chiamare “cosmica”: dal cielo scende un inno di pace, il “Gloria”.

Nel bimbo di Betlemme e di quella notte, così simile alle altre, i fedeli riconoscono il Signore del cielo e della terra. La notte non è più notte, ha perso i suoi connotati bui e tenebrosi. E il dono che i fedeli ricevono è la pace messianica: “Pace in terra agli uomini che Dio ama”.

Com’è noto, la pace biblica, lo shalon, è un concetto denso, implica benessere, prosperità, sviluppo, gioia, giustizia. La pace che Cristo ci porta significa armonia tra uomo e uomo, tra uomo e cosmo, tra uomo e Dio. La pace è la definizione stessa del vangelo che è “Vangelo di pace”, come dice Paolo (Ef 6,15).                         

don Arturo