Buona Pasqua 2004

Indice:

o        Ad ogni Pasqua il Signore risorge …  e noi … con Lui.

 

Ad ogni Pasqua il Signore risorge … 

e noi … con Lui.

 

L

a riflessione che amo proporre ai fedeli in occasione della Pasqua ha il… “modesto e ambizioso” intento di servire a cogliere in qualche misura il grande valore e significato di questa festa che per i cristiani è la più solenne e la più importante.

È vero che la Pasqua offre meno quei “richiami” emotivi suscitati dal Natale, ma neppure la Pasqua è esente da questo rischio. Tutt’altro…

Si richiede a tutti un’attenzione e un impegno per non lasciarsi distrarre da questi “richiami” e per andare, nella misura in cui ci è concesso, al cuore della festa stessa.

La via da percorrere non è nuova, ma è sempre valida per tutte le feste cristiane e per tutte le stagioni della vita cristiana: è quella di partecipare alle celebrazioni liturgiche dell’intera settimana santa: dalla Domenica delle Palme alla Pasqua di Risurrezione. L’invito alla partecipazione, ovviamente, sottende una partecipazione puntuale, attenta, raccolta, concentrata, devota e interiormente attiva. La liturgia è la strada maestra per penetrare il mistero cristiano. Se ci trova distratti, “assenti”, lontani con la mente e con il cuore, decade a culto esteriore, farisaico, senz’anima, proprio quel culto che abbiamo sentito stigmatizzare in tutta la Quaresima, dai profeti prima e poi da Gesù.

La preparazione alla Pasqua quest’anno è poi impreziosita dalla parola che il Cardinale Piovanelli ci offrirà proprio nei primi tre giorni della settimana santa (lunedì 5, martedì 6, mercoledì 7 aprile): quale migliore occasione per entrare o inoltrarsi nella conoscenza del mistero pasquale?

Il Triduo Pasquale.

Per intanto ci sembra utile premettere qualche nota sul significato della Pasqua e in particolare del triduo pasquale che è il momento forte della vita della Chiesa perché è in esso che l’intero mistero pasquale è annunciato, attuato e fatto vivere.

Bisogna innanzitutto cogliere l’unità del mistero della pasqua: il triduo infatti non è costituito da tre giorni considerati indipendenti l’uno dall’altro, cioè non sono tre celebrazioni separate, ma la celebrazione di un unico mistero, il mistero di Cristo, crocefisso, sepolto e risorto. Il triduo, in altre parole, è la stessa pasqua celebrata in tre giorni, dal venerdì alla domenica.

È bene poi, per la retta comprensione del mistero pasquale, tener presente alcuni aspetti essenziali.

La Pasqua non deve essere intesa come il solo fatto della risurrezione, ma il transitus, cioè il passaggio dalla morte alla vita; è importante allora non considerare la passione-morte di Cristo slegata della risurrezione-ascensione, così come non si deve mai considerare la risurrezione-ascensione come un fatto miracoloso succeduto alla morte quasi come avesse solo un nesso casuale con la passione precedente. C’è insomma un’unità inscindibile tra i due aspetti del mistero: la passione e la glorificazione finale.

Inoltre non dobbiamo considerare la redenzione in modo prevalentemente negativo, come cioè “liberazione dal peccato”, ma soprattutto come “comunicazione di vita nuova” di vita divina. L’evangelista Giovanni riferirà che Gesù “nell’ultimo giorno della festa (delle Capanne), levatosi in piedi esclamò ad alta voce: “Chi ha sete venga a me e beva” (7,37).

La Risurrezione quindi è assai più di un miracolo dimostrativo della divinità di Cristo. Essa è la condizione fondamentale della nostra salvezza; non è solo premio per Cristo, non è solo argomento per la fede, ma è la fonte necessaria perché il mondo possa ricevere la vita divina.

E la comunicazione della vita divina, quale frutto della Pasqua, avviene per noi in modo sacramentale perché Dio si adegua alle nostre esigenze e usa segni e parole umane. Il mistero pasquale di Cristo si è compiuto nella sua persona perché avesse a compiersi in noi. Il Padre celeste ci ha tutti inclusi nella morte e risurrezione di Gesù suo Figlio, per la nostra salvezza. Il valore salvifico di tutte le azioni del Signore e principalmente del suo mistero pasquale è stato legato per disposizione divina ai “segni sacramentali” soprattutto quelli del Battesimo , della Cresima e della Eucarestia, chiamati appunto “sacramenti pasquali” o “della iniziazione cristiana”.

È in virtù di questi segni che costituiscono la pasqua sacramentale dei cristiani che deve scaturire la pasqua da vivere nel quotidiano, la pasqua morale, la santità cristiana che è santità pasquale perché nasce dalla Pasqua di Cristo e rende nostra la Pasqua di Cristo. È la vita nuova secondo Paolo: “Per mezzo del Battesimo siamo dunque stati sepolti insieme a lui nella morte, perché come Cristo fu risuscitato dai morti per mezzo della gloria del Padre, così anche noi possiamo camminare in una vita nuova(Rom 6,4).

La santità pasquale, che nasce dalla fede e dal Battesimo, esige che la condotta morale sia una continua morte al peccato e agli egoismi per vivere la vita nuova dei risorti in Cristo. La stessa morte fisica perfeziona la morte sacramentale del Battesimo perché porta a compimento l’incorporazione a Cristo nel suo supremo atto redentivo, dischiudendo la pasqua eterna del cielo.

Forse con queste telegrafiche sottolineature ci è dato almeno di “sospettare” la centralità della Pasqua di Cristo per noi e far coincidere la nostra con la sua.

 

Segnerebbe una capacità di resistenza ai vari richiami del mondo provenienti da mille canali, ci condurrebbe a esperimentare la gioia della fede cristiana e a rendere grazie a Dio.

 

Buona Pasqua!

 

 

La Liturgia e il tempo

 

N

el mese di febbraio, per iniziativa diocesana, si sono svolti cinque incontri settimanali sul tema: "L'anno liturgico. Celebrare il mistero di Cristo nei ritmi del tempo", a cui hanno partecipato alcuni fedeli della nostra comunità. Gli spunti da cogliere attraverso le parole dei vari relatori, tra cui anche Mons. Claudio Maniago, sono stati tanti e coinvolgenti: sono stati spazzati via gli eventuali dubbi che la liturgia possa essere considerata un fatto essenzialmente estetico e tradizionale, o se non proprio così, comunque da rimanere chiuso tra le quattro mura della chiesa, privo di risonanze nella vita quotidiana. E' apparso anche come il cristiano sia inserito con la sua esperienza personale nella storia del mondo di cui sa valorizzare tutti gli aspetti, anche quelli che comunemente vengono considerati negativi, mostrando ancora oggi, dopo oltre 2000 anni, la novità e l'anticonformismo che l'evento Cristo ha dato al pensiero di chi crede in Lui. In particolare mi riferisco alla concezione cristiana del tempo che, forse non ci abbiamo mai fatto caso, è molto diversa da quella che la società in cui viviamo ci impone.

Sull'entità tempo hanno scritto e pensato da sempre filosofi, grandi scienziati e matematici, se non proprio con l'intenzione di fermarlo, perlomeno con la speranza di farlo rallentare un po' nel suo percorso inesorabile verso una fine. La nostra società del consumismo, dell'immagine, dell'efficienza percepisce il trascorrere del tempo come un passo in più verso la vecchiaia; un regredire in condizioni di inutilità e a volte addirittura di peso per un'umanità che ci vorrebbe sempre nel pieno delle forze. Il nostro e' spesso un mondo che si affanna per corrispondere a questi schemi, che si arrovella per inventare sotterfugi capaci di ingannarlo, questo tempo che passa, facendo finta di non sapere che inganna ciascuno di noi stessi. Da questo punto di vista l'attuale società non è molto diversa da quella degli antichi pagani che offrivano sacrifici al terribile "dio tempo" per accattivarselo e tenerlo a freno.

La venuta di Cristo rovescia per chi crede in Lui questo modo di pensare ed è una rivoluzione sostanziale, conseguenza della Resurrezione. L'impegno e il desiderio del cristiano è la sequela, camminare dietro e verso il Signore. Questo cammino si svolge nel breve arco di una vita umana che ha un inizio e un fine, così come il grande arco della Storia in cui ogni vita è inserita. Ecco quindi che per il cristiano il tempo acquista un nuovo valore, diventa sacro, importante, degno d'attenzione e di rispetto, perché in esso si compie il cammino della salvezza.

L'anno liturgico è un pezzo di strada su questo cammino. I suoi ritmi, scanditi dall'Eucarestia domenicale, vengono incontro al nostro bisogno di rigenerarci in Cristo, di essere da Lui spinti, sorretti e guidati nel nostro procedere, di confrontarci con i fratelli di fede, di lodare il Signore, di sentirci inseriti nella Chiesa. Questi ritmi alimentano, anzi sono il nostro cammino. Allora la liturgia per il cristiano non può essere un "optional" o un affare di secondo piano, ma è un "a priori" irrinunciabile, il contesto nel quale la comunità vive e cresce, è la vita stessa che si dipana nel tempo.

Da qui le infinite conseguenze pratiche. Mi piace citarne una: tanto rispetto e ammirazione per i nostri vecchi e per ogni ruga che segna il loro volto perché è indice di strada percorsa verso Dio. Penso al volto di Madre Teresa.

Gloria F

 

 

 

Il Cristiano e l’impegno politico

È

 questo un argomento di riflessione sempre attuale quanto stimolante. Tra tante angolature di approfondimento possibili, mi piace andare alla ricerca di figure che in questo ambito spiccano per la forte testimonianza offerta. L’anno in corso presenta una ricorrenza in questa direzione molto significativa: ricorre infatti il centenario della nascita di Giorgio La Pira, un nome che per noi fiorentini (e non solo) evoca un personaggio che ha lasciato una profonda traccia nel campo della politica.

La figura di La Pira, siciliano di nascita e fiorentino d’adozione, si staglia per una quarantina d’anni tra diverse esperienze pubbliche: membro dell’Assemblea costituente, parlamentare, sindaco di Firenze. Ma, prima ancora e per tutta la vita, uomo politico nel senso pieno della parola, cioè attento e sensibile alla vita di una polis che spaziava oltre i confini della sua città e della sua stessa nazione.

Non si tratta, in queste righe, di ricostruire una biografia, ma di evidenziare in quali modi concreti La Pira abbia dato concreta di testimonianza di quello che deve significare per un cristiano l’impegno nel mondo della politica.

Mi sembra opportuno comunque partire dalla definizione di cristiano, che in La Pira traspariva in maniera evidente da ogni azione. Era uomo di preghiera, capace di ritagliarsi tra i mille impegni della sua giornata, intensi momenti di incontro con Dio. Durante una sua visita in Russia, si presentò in ritardo ad un appuntamento e quando glielo fecero notare rispose che gli era occorso del tempo per prepararsi tutti e quattro. I suoi stupiti interlocutori, vedendolo solo, gli chiesero chi fossero gli altri tre e si sentirono rispondere: “il Padre, il Figlio e lo Spirito Santo”, perché La Pira si era fermato in uno di quei suoi intensi colloqui con Dio. Uomo di preghiera e uomo di meditazione che alimentava la sua fede attraverso la lettura continua della scrittura.

Una caratteristica evidente dell’impegno profuso da La Pira nell’ambito politico è stata quella di viverlo come autentico servizio per il bene comune della società. Pronto ad assumere impegni importanti, ma anche pronto a ritirarsi nell’ombra, senza attaccamenti alle poltrone. Libero da ogni compromesso durante il periodo fascista, fu subito pronto a portare il suo contributo, che gli derivava dalla sua competenza giuridica, nei lavori della Costituente. I primi articoli del testo costituzionale, riflettono una visione dei diritti umani che attingeva da una cultura cristiana, capace di confrontarsi con altre visioni dell’esistenza umana. 

Diretta conseguenza di quanto detto sopra è la caratteristica   del dialogo, la capacità di La Pira di un continuo confronto con chiunque. Il dialogo con esponenti di altre ideologie, non solo in Italia, il dialogo con i personaggi di spicco del mondo islamico, alla ricerca sempre di ciò che unisce e non di ciò che divide.

La capacità di parlare con tutti, ma conservando sempre la propria identità, senza timori e senza remore anche quando questo significava andare contro tendenze, considerate da larghi strati dell’opinione pubblica, irreversibili punti di arrivo di un progresso culturale e sociale. Così, risalta la grande testimonianza, di un articolo che La Pira nel 1976 scrisse per l’Osservatore Romano, nei tempi del dibattito parlamentare per l’approvazione della legge che introduceva l’aborto nella legislazione italiana. La Pira difendeva il diritto alla vita con argomentazioni che spaziavano dalle sue conoscenze del diritto romano alla sua visione cristiana della storia, nella quale ogni vita assumeva per lui l’importanza che un mattone ha nella solidità di un muro. Introdurre l’aborto, impedire la nascita di una vita umana, era, in sostanza, indebolire l’intero edificio della storia umana

Mi sembra importante rilevare che in tutta la sua vita politica La Pira ha vissuto in maniera piena l’onestà: mai un’ombra ha sfiorato il suo operato, mai il sospetto di un interesse personale in tutte le opere pubbliche realizzate da sindaco di Firenze. In un’epoca in cui i politici promettevano di essere onesti, La Pira considerava questo aspetto come un qualcosa di assolutamente connaturale con il suo agire. Così come le promesse erano per molti uomini politici (e sono ancora) qualcosa di strumentale, di utile per mantenere clientele e voti, per La Pira ciò che contava era invece solo dare risposte ai bisogni concreti della gente: la casa e il lavoro erano diritti da assicurare a tutti e non solo agli “amici”. 

Vorrei concludere sottolineando solo un ultimo aspetto: quello di La Pira come uomo della speranza. A noi giovani che, intorno agli anni Settanta, realizzavamo il piccolo giornale di collegamento degli amici dell’Opera Villaggi per la Gioventù e che discutevamo in lunghe riunioni quali argomenti affrontare, aveva suggerito di inserire una rubrica dal titolo “Segni di speranza”, nella quale dare notizia di quanto andava nella direzione della costruzione di un mondo nuovo, più che di sottolineare i passi negativi. E un altro ricordo personale porta in piazza della Signoria, durante la campagna elettorale delle elezioni politiche del 1976, quando a La Pira era stato chiesto di candidarsi nuovamente per il Parlamento. Salutai La Pira mentre stava salendo sul palco e notai che il professore aveva lo sguardo fisso su un punto della piazza dove un gruppo di giovani innalzava uno striscione. Guardava lontano e i suoi occhi rivelavano una straordinaria luminosità. Mi indicò lo striscione sul quale, in dialetto emiliano, era scritto: “Se è notte, si farà giorno”. Il tema della sentinella che scruta la notte in attesa dei segni che manifestano il giorno, trattato nel libro di Isaia, era una delle immagini da lui preferite per invitare (soprattutto i giovani) a guardare con sereno ottimismo al futuro. Così, forse fu proprio quella scritta, che lo portò, dopo qualche minuto, a lanciare dal microfono di piazza della Signoria l’invito ai giovani ad “essere come le rondini che volano verso la primavera.

Giorgio La Pira è morto prima di vedere concretizzarsi tanti di quei segni che lui aveva intravisto. Ma la storia va avanti e la luce del giorno è sempre pronta ad irrompere dall’oscurità della notte.

Enrico B.

 

S

i è svolto in questo periodo un percorso di approfondimento e di riflessione su “La Città e la Politica” promosso dal gruppo interparrocchiale e intercomunitario per la città, con l’intento di risvegliare nel cuore dei credenti l’amore verso il bene comune di tutti.

La tappa finale del percorso dei diversi incontri già effettuati è prevista per mercoledì 14 aprile alle ore 21:15 presso l’Auditorium Stensen – Viale don Minzoni, 25/C – Firenze, e prevede il confronto con chi amministra il Comune di Firenze, la Provincia e la Regione. Ciò che è emerso in maniera costante in tutti gli incontri è stato l’amore e l’interesse del voler vivere bene sul nostro territorio, lo stesso spirito di La Pira, che è poi anche quello di don Milani, indicato da quest’ultimo con la ripresa della felice espressione “I’care”, mi interessa, ci interessa, ci sta a cuore.

 

Il cammino di una riflessione già iniziata e che deve continuare sulla famiglia

A

nche la nostra comunità parrocchiale, attraverso il suo organo rappresentativo che è il Consiglio Pastorale, ha avviato la riflessione e la discussione su uno dei temi che costituiscono i nodi della pastorale della Chiesa oggi in Italia e che il nostro Vescovo ha richiamato in diverse occasioni: la famiglia (accanto al tema della parrocchia e della pastorale giovanile).

Il tema, è superfluo ribadirlo, è di immensa complessità per tante ragioni: deve coniugare la fedeltà alla Parola di Dio con l’attenzione alle situazioni sempre nuove e diverse a cui la famiglia è sottoposta; deve tener conto che la famiglia destinataria della evangelizzazione è insieme chiamata ad essere soggetto di evangelizzazione; che la famiglia, mentre ha bisogno di essere sostenuta, difesa, aiutata, ha in sé delle infinite risorse e potenzialità per imprimere un volto e uno spirito umano all’intera società e alle sue istituzioni spesso aride e burocratiche. Ancora, il discorso o la riflessione sulla famiglia comporta il problema della preparazione al matrimonio (sia civile che religioso), della creazione e formazione della famiglia stessa e dell’«accompagnamento» lungo il suo cammino lastricato di difficoltà e, per fortuna, anche di soddisfazioni e gratificazioni: difficoltà che di volta in volta si chiamano l’esperienza del dolore, delle malattie, l’assistenza ai genitori spesso anziani e non autosufficienti; gratificazioni e soddisfazioni, che i figli procurano, il sostegno prezioso se non addirittura necessario che i nonni sono sempre pronti a portare, per non parlare poi delle problematiche che ogni coppia e ogni famiglia vive al suo interno nei vari momenti o stagioni della vita.

Che fare in mezzo a questo mare di problemi e, per fortuna, anche di risorse e potenzialità?

Il ricorso alla preghiera e all’affidamento alla grazia di Dio e al suo Spirito di sapienza per i cristiani dovrebbe considerarsi scontato: ma forse e senza forse non lo è sempre, e non sempre in misura sufficiente.

E poi? Consapevoli di trovarci di fronte a una infinita varietà di situazioni e altrettanto consapevoli dei nostri limiti in mezzo a tante urgenze, cercheremo di individuare e privilegiare certe scelte, di misurare le nostre risorse preoccupandoci in primo luogo e soprattutto di farci fedeli compagni di cammino “per poterci sentire – sono parole del Concilio – realmente e intimamente solidali con il genere umano e la sua storia” (Gaudium et Spes 1). Crediamo fermamente che l’«accompagnamento», testimonianza visibile e concreta di amore e di solidarietà (che non rifiuta, anzi impiega le risorse e le tecniche che le varie scienze presentano) costituiscono l’aiuto più atteso, più efficace e il più utile per tutti, oggi.

Il prosieguo delle riflessioni nelle varie sedi ecclesiali (parrocchia, vicariato, diocesi), ci auguriamo, possa portare anche a delle scelte meglio definite oltre che concrete.

 

La finestra sul mondo

C

onsiderando la limitata consistenza del gruppo missionario, cogliamo l'occasione per invitare caldamente adulti e giovani ad unirsi a noi, perché abbia maggior incisività nel tener sveglio lo spirito cristiano in tutti. Quest'anno, per questa ragione, ci siamo chiesti quale poteva essere il nostro contributo alla pastorale parrocchiale. Oltre ad aggiornare periodicamente la bacheca "La finestra sul mondo", abbiamo pensato di programmare incontri mensili nelle varie classi di catechismo, chiedendo la collaborazione per questa attività ai ragazzi del dopo-cresima. Con i bambini abbiamo affrontato e affronteremo argomenti diversi legati all'educazione alla mondialità, attraverso linguaggi e giochi adatti alla loro età.

Qualche giorno dopo l’incontro con la quarta elementare, nell'ora di catechismo nella quale si stava parlando del significato della parola benedire, una bambina è intervenuta dicendo: "Se benedire significa «dire bene di Dio», questo è ciò che hanno fatto con noi quei ragazzi del gruppo missionario l'altro giorno!"

Spesso i bambini con spontaneità, semplicità ed intelligenza, riescono a cogliere prima e meglio di noi adulti, la dimensione missionaria del cristiano.

Questo piccolo episodio che la catechista ci ha raccontato, ci ha provocato e stimolato: troppe volte cerchiamo «le parole e le attività giuste» perdendo tempo, scordandoci di «benedire Dio» con e tra gli altri. È questa l'unica preoccupazione che ogni cristiano dovrebbe avere per vivere la propria Missionarietà!

Cogliamo l’occasione anche per richiamare l'attenzione su una realtà assurda che Suor Silvana ha fatto presente alla nostra comunità: il problema dei farmaci. Da diversi anni molte organizzazioni non governative che operano nel Sud del Mondo denunciano la difficoltà di reperire farmaci essenziali e hanno messo in evidenza come in questi paesi si muore in gran parte per patologie infettive facilmente curabili nei nostri paesi. Nell'ultimo aggiornamento della bacheca "La Finestra sul Mondo" abbiamo riportato alcuni dati della Campagna per i farmaci essenziali organizzata da Medici senza Frontiere. Vi consigliamo di leggerla per convincerci che il diritto alla salute è più un enunciato verbale che una realtà.

Come gruppo missionario crediamo sia importante approfondire questo tema, attraverso il dialogo con suor Silvana per recepire le sue necessità nella sua attività sanitaria, e con uno scambio di idee con tutta la comunità per trovare modalità che ci permettano di aiutare in modo sempre più efficace la missione della suora e per educarci maggiormente ad una mondialità più equa e solidale.

Il Gruppo Missionario

 

 

Brandelli di commento al grande evento Pasquale

S

econdo una pittoresca espressione del rituale ebraico, il banchetto pasquale è un «gozzovigliare con gioia» perché “Dio ci ha tratti dalla schiavitù alla libertà, dalla miseria alla gioia, dal lamento al giubilo, dalle tenebre alla grande luce, dalla oppressione alla liberazione”. Appoggiare il gomito a un cuscino di seta, segno di libertà, assaggiare la marmellata di mele, pere e fichi in cui è sciolto un po’ di mattone tritato, evocazione dei lavori forzati egiziani, spezzare gli azzimi, “pane dell’afflizione”, versare le dieci gocce di vino che ricordano le piaghe d’Egitto, mangiare l’agnello, benedire il calice del “memoriale” inghirlandato di fiori, cantare i salmi dell’Hallel pasquale (Salmi 114-118) sono i momenti più intensi di un rito che in alcuni aspetti è stato vissuto anche dall’ebreo Gesù di Nazaret duemila anni fa.

Per il credente sono vere le parole di uno dei celebri “Pensieri di Pascal: “Gesù sarà in agonia fino alla fine del mondo, non bisogna dormire durante questo tempo”.

“È da duemila anni, Signore, che qui i tuoi passi sanguinano” scriveva in una lirica il poeta francese Pierre Emmanuel.

Ma davanti agli occhi degli evangelisti è presente soprattutto il celebre oracolo del profeta Zaccaria: “Esulta grandemente figlia di Sion, giubila, figlia di Gerusalemme! Ecco, a te viene il tuo re. Egli è giusto e vittorioso, umile, cavalca un asino… Farà sparire i carri di Efraim e i cavalli da Gerusalemme, l’arco di guerra sarà spezzato, annunzierà pace alle genti.” Il re Messia che ha distrutto gli armamenti e che porta la pace, shalom, abbandonati i cavalli, equipaggiamento tipicamente militare, avanza sull’asino, la cavalcatura dei re in tempo di pace.

Una leggenda di grande valore simbolico racconta che ai piedi della croce di Cristo fosse sepolto Adamo. Il sangue di Cristo dalla Croce scendeva sul cranio del padre di tutti gli uomini, purificandolo dal male. Potremmo citare ancora da Pascal – questo dialogo tra l’uomo e il Cristo: “Se tu conoscessi i tuoi peccati, ti perderesti d’animo” – “Allora mi perderò d’animo, Signore. – “No! Perché i tuoi peccati ti saranno rivelati nel momento in cui ti saranno perdonati”.

È qui che possiamo ripetere in pienezza il “piccolo credo” che Paolo, scrivendo ai cristiani di Corinto dichiara di “aver ricevuto” e di “trasmettere fedelmente”: “Gesù Cristo è morto per i nostri peccati secondo le Scritture e fu sepolto. È risorto il terzo giorno secondo le Scritture e apparve… (1Cor 15,3-5). Perché, come incessantemente ripete la predicazione cristiana, Cristo non ha chiuso qui, alla frontiera della morte, la sua esistenza. L’angelo ha gridato alle donne: “Perché cercate fra i morti colui che è vivo? Non è qui, è risorto” (Lc 24, 6).

Il nostro viaggio pasquale deve, perciò, continuare sulla strada del piccolo villaggio di Emmaus. È curioso che gli scrittori non si siano ancora accordati sull’identificazione esatta di quel villaggio citato dall’evangelista Luca (cap. 24) per una delle più famose apparizioni del Cristo risorto: tre o quattro località si contendono questo onore. Forse tale molteplicità potrebbe essere assunta come segno. Infatti la strada e il villaggio di Emmaus sono anche in ogni luogo ove i cristiani vivono la loro fede: l’incontro con il Cristo risorto avviene infatti, per quei discepoli e per noi, quando la Scrittura è proclamata e ascoltata e quando il pane eucaristico è spezzato.  C’è in tutti noi questa fede questo richiamo alla realtà?

In questo senso può essere ancora valido lo sferzante appello che il filosofo tedesco Friedrich Nietzsche, uno dei più alti e traumatici rappresentanti del moderno rifiuto di Dio, ha lasciato ai cristiani e ci lascia tuttora: “Se la buona novella della vostra Bibbia fosse anche scritta sul vostro volto, voi non avreste bisogno di insistere così ostinatamente perché si creda all’autorità di questo libro: le vostre opere, le vostre azioni dovrebbero rendere quasi superflua la Bibbia, perché voi stessi dovreste continuamente costituire la Bibbia nuova.

È il caso di ripeterci a vicenda la stessa domanda: C’è in ciascuno di noi il richiamo di fede che ha guidato tutti i santi? C’è da parte nostra questo riconoscimento che ha portato i grandi della fede e della carità a intravedere nel volto di Cristo, sfigurato dal dolore, quello di tanti fratelli deformati dalla rassomiglianza con il Figlio di Dio, fatto uomo per essere l’immagine di Dio stesso Crocifisso…, ma poi Risorto e trasfigurato all’alba del terzo giorno?

don Arturo Usubelli

 

 

Triduo pasquale

Nei giorni di lunedì 5, martedì 6, mercoledì 7 aprile, si svolge il triduo straordinario di ascolto della Parola di Dio. A trasmetterla sarà Sua Eminenza il Cardinale Silvano Piovanelli, che pur impegnato in una ininterrotta attività pastorale di annuncio e formazione, ha saputo ritagliarsi queste tre pomeriggi-sere per la nostra comunità che è quindi invitata a ritrovarsi numerosa e raccolta.

Il Vescovo nella prima giornata parlerà dell’Eucarestiaculmine di tutta l’azione della Chiesa” (ore 18), e “fonte da cui promana tutta la sua virtù” (ore 21); nella seconda di Gesù crocifisso (ore 18) e della risposta dell’uomo al suo amore (ore 21); nella terza della Pasqua di Gesù (ore 18) e della nostra Pasqua (ore 21) che è il Sacramento del Battesimo per i piccoli e della Riconciliazione per gli adulti. Ad ogni meditazione seguirà un momento di riflessione personale e di preghiera comunitaria. C’è solo da auspicare che siano tanti i fedeli – giovani e adulti – a valorizzare una occasione tanto preziosa.