ß Settembre 2004

Parrocchia in un mondo che cambia

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arebbe segno negativo se all’inizio di un nuovo anno pastorale che si presenta, come sempre, carico di opportunità e di responsabilità, venisse a mancare una sollecitazione, anche scritta, se pur a livello locale, a porre attenzione ai problemi e, insieme, alle risorse che a una comunità cristiana si presentano.

 

Non si tratta di “obbedire” a una consuetudine che risale ormai a molti anni e che vede, “puntuale” il “Messaggio” in occasione dell’anniversario della inaugurazione della Chiesa – quest’anno è il XVII –; si tratta piuttosto di cogliere almeno alcune di quelle provocazioni e proposte che l’anno pastorale trascorso ha fatto emergere a diversi livelli: cfr.: Consiglio Pastorale Parrocchiale –Consiglio Vicariale– lettera pastorale del Vescovo:  «Evangelizzare oggi: Comunità Cristiana e Ministeri» –, gli Orientamenti pastorali dell’Episcopato Italiano: «Comunicare il Vangelo in un mondo che cambia» e, ancora più recentemente, la Nota Pastorale: «Il volto missionario della parrocchia in un mondo che cambia» (30 maggio 2004).

 

Delle molteplici provocazioni presenti soprattutto nell’ultimo documento citato, ci sembra opportuno cogliere alcune: quelle che ci appaiono più pertinenti alla nostra realtà parrocchiale, ai suoi bisogni, alle sue esigenze, alle sue carenze e, forse, almeno a qualche potenziale capacità di risposta.

Si può dire  ancora oggi  

“Non si può non essere cristiani?”

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a prima, che ne è anche la premessa, è costituita dal richiamo alla constatazione realistica della situazione “religiosa” o “di fede” del nostro ambiente: “Non si può dare per scontato che tra noi e attorno a noi, in un crescente pluralismo culturale e religioso, sia conosciuto il Vangelo di Gesù”.

Questa constatazione che può apparire o scontata, o scomoda, o severa, o tinta di pessimismo, solo superficialmente può sembrare “notarile”, o astratta, o poco propositiva sul piano concreto. In realtà costituisce la premessa indispensabile perché si compia una continua “conversione” di mente e di cuore, perché si operi una incessante “purificazione” di pensieri, di atteggiamenti, di giudizi, e, di conseguenza, di modi di rapportarsi, di relazionarsi, di fare comunione.

Se «la parrocchia – come si esprime il documento citato N. 3 – è una comunità di fedeli, a cui appartengono i battezzati della Chiesa cattolica che dimorano in un determinato territorio, senza esclusione di nessuno, senza possibilità di elitarismo»; se «in essa si vivono rapporti di prossimità con vincoli concreti di conoscenza e di amore, e si accede ai doni sacramentali, al cui centro è l’Eucarestia» è anche vero che in essa «ci si fa carico degli abitanti di tutto il territorio, sentendosi mandati a tutti».

«Le parrocchie – scrivono i vescovi – devono essere dimore cha sanno accogliere e ascoltare paure e speranze della gente, domande e attese, anche inespresse, e che sanno offrire una coraggiosa testimonianza e un annuncio credibile della verità che è Cristo».

Per tradurre concretamente queste prospettive, il documento segnala in negativo due possibili derive sempre ricorrenti e minacciose: quella di fare della parrocchia una comunità “autoreferenziale”, in cui ci si accontenta di trovarsi bene insieme, coltivando rapporti ravvicinati e rassicuranti, e quella di considerare la parrocchia come “centro di servizi” per l’amministrazione dei sacramenti, che dà per scontata la fede in quanti la richiedono.

In positivo poi il documento richiama alcune connotazioni essenziali della parrocchia per affrontare alcuni snodi fondamentali. Ci piace riportarli perché l’averli sempre presenti, l’averli, per così dire, profondamente assimilati, garantirà l’autenticità del rinnovamento del volto della parrocchia e non soltanto della sua immagine esteriore: la Parrocchia è «figura di Chiesa radicata in un luogo»; è «figura di Chiesa vicina alla vita della gente»; è «figura di Chiesa semplice e umile» porta di ingresso al Vangelo per tutti. Essa è «figura di Chiesa di popolo» e avamposto della Chiesa verso ogni situazione umana.

 

L’Eucarestia

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ome rendere concrete queste connotazioni che costituiscono la natura, il cuore e la ragion d’essere della parrocchia, è ancora il suddetto documento a suggerirlo: «restituire alla parrocchia quella figura di Chiesa eucaristica che ne svela la natura di mistero di comunione e di missione». Il Papa ricorda che «ogni domenica il Cristo risorto ci ridà come un appuntamento nel Cenacolo, dove la sera del “primo giorno dopo il sabato” (Gv 20,19) si presentò ai suoi per “alitare” su di loro il dono vivificante dello Spirito e iniziarli alla grande avventura dell’evangelizzazione. Nell’Eucarestia, dono di sé che Cristo offre al Padre per tutti, riconosciamo la sorgente prima, il cuore pulsante, l’espressione più alta della Chiesa che si fa missionaria partendo dal luogo della sua presenza tra le case degli uomini, dall’altare delle nostre chiese parrocchiali» (N. 4).

Nella celebrazione eucaristica la chiesa ripete ogni domenica un invito che è insieme una buona notizia e una benedizione: «Beati gli invitati al banchetto dell’Agnello». La vita buona e felice di una comunità dipende da tale invito che è rivolto a tutti, anche a coloro che appartengono alla chiesa in maniera debole e precaria. Ecco un aspetto del volto della parrocchia che prende forma dalla liturgia: luogo abitabile aperto a tutti e accessibile, che non esige troppo, ma capace di donare molto.

 

La Domenica

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enza la domenica non possiamo vivere…». Questa dichiarazione, che è stata bagnata col sangue dei martiri di Abitene, sembra debba segnare il risultato positivo di quella che oggi può essere chiamata una sfida teologica per la società civile, che ha trasformato il giorno del Signore in un tranquillo (?!) week-end. È una sfida teo-logica, perché si tratta di dire il senso di Dio a uomini e donne che pensano la vita umana senza troppi sforzi di apertura alla trascendenza. Insieme, la domenica è anche un problema pastorale per i credenti. E il problema consiste proprio nel fatto che si tende a trasformare in dovere compiuto quello che, invece, è grave impegno di vita. Con il risultato di separare la sua esaltante celebrazione dalla vita di ogni giorno. «Noi – scrive un teologo – viviamo oggi una crisi della festa. consumismo, evasione, individualismo allontanano dal suo vero significato». Ed è qui dunque che si può agire per cambiare la mentalità corrente, perché è proprio nella festa che incontriamo l’ordine voluto da Dio ed è proprio la festa ad essere un grido contro la cattiva qualità dell’esistenza.

Nel giorno del Signore allora siamo chiamati a «prendere forma dal Pane» scrive un altro teologo. E il pane è naturalmente quello eucaristico. Cosa vuol dire? Il pane, si sa, è un cibo discreto che esalta il sapore degli altri cibi. Dunque, mangiare bene il pane eucaristico permette di gustare a pieno i sapori del mondo cioè di immunizzarci dal rischio di un rapporto solo egoistico col mondo e di saperci aprire ai fratelli e ai loro bisogni.

 

 

La Famiglia

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’è un’altra sottolineatura, tra le tante che meriterebbero di essere evidenziate: il ruolo germinale che ha la famiglia per la società e la comunità cristiana. Non si tratta di ripetere una affermazione oggi ammessa e condivisa da tutti quanto di operare delle scelte che concretamente pongono una attenzione privilegiata e costante a questa realtà, tanto ricca di potenzialità, quanto esposta a tanti problemi e difficoltà. L’attenzione è richiesta per tutti i momenti che la famiglia attraversa: dalla preparazione remota e prossima al matrimonio attraverso itinerari di varia specie a seconda delle situazioni esistenziali degli interessati, alla sua celebrazione; dal tempo dell’attesa dei figli, alla responsabilità educative; della educazione ai sacramenti della iniziazione cristiana, ai vari momenti di difficoltà e prova.

È una sottolineatura o un richiamo ancora generico, nella sua formulazione; sarà compito dei fedeli – coniugi e genitori più sensibili a questi problemi – definirne i contenuti e le modalità.

Ma è fuori dubbio che il rinnovamento della parrocchia, l’autenticità del suo volto e del suo cuore missionario non può non passare se non attraverso l’attenzione al cambiamento sociale in atto, il cui fattore primordiale è la famiglia nel suo formarsi, nel suo costruirsi, nel suo crescere e nel maturare… i suoi frutti.

 

Famiglie insieme, famiglie verso

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a comunità parrocchiale è stata definita famiglia di famiglie, crediamo sia una bella immagine; immagine di festa, di serenità, ma anche di quotidiane diversità, di difficili equilibri, di fatica e a volte di stanchezza…

Certo la famiglia racchiude in sé tutto questo e molto di più… sopra ogni cosa e in ogni cosa la famiglia genera amore.

È l’amore il dono più grande, la grazia speciale che vive e vivifica la vita di ogni coppia, la vita di  ogni famiglia, e questo amore è in sé, per il fatto che c’è, un dono grande anche per la comunità parrocchiale, segno tangibile dell’amore immenso di Dio per ognuno di noi.

Con le famiglie della nostra comunità vorremmo riscoprire insieme la grandezza di questa realtà, camminando insieme, rispettando i tempi della vita di ciascuno, nella preparazione al sacramento del matrimonio, nella preparazione al sacramento del battesimo, ma non solo.

Vorremmo, e qui ci scusiamo se non riusciremo ad essere all’altezza delle nostre intenzioni e dei nostri sinceri desideri,  valorizzare il momento della celebrazione domenicale insieme, creare momenti di incontro, di scambio, di crescita, di riscoperta della grazia dell’amore di Dio che è in ciascun membro della nostra famiglia, in ciascun membro della nostra comunità, per divenire davvero famiglia di famiglie.

Le famiglie Aminti,Corti,Guarducci,
Martinenghi, Mocci, Panizzi e la sigra  Giovanna Pecorini

 

 

 

 

Vivere il tempo ordinario

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’iniziativa pastorale introdotta da alcuni anni nella Diocesi: “Gli Esercizi Spirituali nel quotidiano” (all’inizio dell’Avvento) può offrire l’occasione per scoprire e valorizzare la dimensione della straordinarietà del quotidiano. È quello che si ripromette di fare questa riflessione che si propone all’inizio di un nuovo anno pastorale.

I “tempi forti” nella vita di un uomo o di una donna, come pure nella vita della chiesa, sono abbastanza circoscritti. Per limitarci a ciò che la chiesa vive attraverso l’anno liturgico, i “tempi forti” (il ciclo avvento-Natale e il ciclo quaresima-Pasqua) si estendono a poco più di un terzo di tutto l’anno; il resto, trentaquattro settimane su cinquantadue, è occupato invece dal cosiddetto “tempo ordinario” o “tempo durante l’anno” che, come è noto, si sviluppa in due momenti di diversa lunghezza: il primo, più breve, sta tra la fine del tempo di Natale e l’inizio della quaresima; il resto corre dalla Pentecoste fino al termine dell’anno liturgico.

In queste righe si vorrebbero suggerire alcune piste di riflessione atte a cogliere qualche preziosa opportunità legata a questo tempo.

 

 

 

Dio “Cammina” nell’ordinario


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artiamo da questo rilievo: il tempo ordinario, anzi l’“ordinario” semplicemente detto, è ciò che Dio ha voluto fare suo, è un tempo che ha voluto abitare, e in modo per certi versi ancor più consistente rispetto al tempo forte e qualificato. Non è mai da sottovalutare il tempo della cosiddetta “vita nascosta” di Gesù, “il tempo di Nazaret” che costituisce la maggior parte della vita di Gesù.

Ci si lamenta del fatto che, di questo tempo, i vangeli non ci abbiano trasmesso nulla o quasi. Ma il punto è che, probabilmente, non c’era nulla da trasmettere: nulla, quanto meno che solleticasse la nostra curiosità.

Che cos’ha di interessante la vita “ordinaria”? essa  si snoda attraverso gesti sempre uguali, sempre ripetuti, spesso piatti e insignificanti: accudire alla casa, preparare la tavola, attendere al lavoro, scambiare parole in famiglia, con i conoscenti o i colleghi; qualche notizia di un parente ammalato, le nascite, i matrimoni, i lutti; per un uomo della Galilea, al tempo di Gesù, ci sarà stata anche la preghiera settimanale in sinagoga…

Di tanto in tanto, l’arrivo di qualche notizia di cronaca più eclatante (i vangeli ne conservano qualche traccia), ma già durante la vita pubblica di Gesù (cfr. Luca 13,1-5) qualche avvenimento “straordinario” può aver turbato questo andamento che noi possiamo soltanto immaginare; ma non dovremmo discostarci molto dal vero, se diciamo che l’esistenza di Gesù a Nazaret fu quella di un uomo “oscuro” che vive la maggior parte della sua vita come tutti gli altri uomini, in un paesetto sperduto di un angolo dimenticato della Galilea; in tutto e per tutto  simile ai miliardi di uomini e donne che oscuramente nascono, vivono, invecchiano e muoiono da millenni sulla faccia della terra.

E Gesù, vivendo lungamente l’ordinario della vita in comunione con la maggior parte degli uomini e donne del mondo, ha proclamato silenziosamente una verità fondamentale, quella per la quale, nel Figlio fatto uomo che condivide la vita degli uomini, Dio è presente al cammino quotidiano degli uomini della terra, portandone tutte le proprietà, compresa l’ordinarietà “insignificante” di cui è intessuta gran parte della vita.

Ha un senso per noi, oggi, il richiamo al modo in cui Dio ha voluto “abitare l’ordinario” nel suo Figlio Gesù? Per noi ai quali l’“ordinario” appare lento, ripetitivo e noioso, per noi che possiamo anche sentire talora la nostalgia della calma, ma poi rimaniamo intrappolati in una sorta di meccanismo che sembra stritolare chi non sta al passo coi tempi, cosa può significare il tempo quotidiano per l’azione pastorale della Chiesa?

C’è il rischio che anche la pastorale viva di “emergenza”, corra dietro cioè a ciò che, via via, “emerge” come più urgente, o più appariscente. Come fare discernimento? Mi piace,  per rispondere a queste domande rifarmi a quel brano evangelico proposto dalla liturgia all’inizio del “tempo ordinario”, subito dopo il ciclo liturgico del Natale: è il Vangelo delle “nozze di Cana” (Gv 2,1-12).

La situazione narrata è, anche qui, di emergenza: “non hanno più vino”. Come si sa, Gesù risponde alla presentazione di questa emergenza con una risposta che suona, per certi versi, enigmatica, sia per la durezza che sembra evocare (“Che ho da fare con te, o donna?”) sia perché si può intendere in modi diversi la frase che segue: “Non è ancora giunta la mia ora”. Comunque la si intenda, una cosa appare chiara: se Gesù farà qualcosa – come poi effettivamente accadrà – non lo farà perché sollecitato da un’emergenza, sia pure presentatagli dalla Madre, ma esclusivamente in rapporto all’“ora”, ossia al “tempo stabilito”, la cui indicazione Gesù l’apprende solo dal “Padre”.

Non si vuol dire con questo che gli eventi, anche nella loro imprevedibilità, non abbiano nulla da dire per chi cerca di fare discernimento nell’azione pastorale; dopo tutto, Gesù stesso prende occasione di eventi che non dipendono da “lui” per compiere determinate scelte: così, ad esempio, l’arresto e l’imprigionamento del Battista sembra costituire una svolta importante, per l’inizio del ministero pubblico di Gesù.

Resta il fatto comunque che Gesù non appare mai dominato dagli eventi, come se dovesse rincorrerli affannosamente; il suo tempo non gli appartiene, è un tempo totalmente donato dal Padre e ai fratelli, ma proprio per questo è anche il tempo di cui egli dispone con sovrana libertà e piena determinazione; le emergenze, anche quando sono drammatiche (cfr. Gv 11,7-3, a proposito della malattia di Lazzaro), non sono mai la ragione determinante delle scelte di Gesù.

Il “tempo ordinario” potrebbe essere, anche per la comunità cristiana che si propone di fare discernimento sui propri impegni e di verificare le proprie attività, l’occasione buona per andare un po’ più a fondo, nella lettura di fede di questa vita cristiana della comunità, e chiedersi appunto qual’è  l’“ordinario” dei membri della comunità, e in che modo la “buona notizia” della presenza amichevole di Dio in Cristo li può raggiungere proprio lì, compiendo ancora nell’oggi il “miracolo” silenzioso della presenza di Dio nell’oscurità della vita della gente.

 


Iniziative per  il XVII anniversario

della dedicazione della nostra Chiesa

Venerdì 24

Þ Ore 10:00 ~ 16:00 ~ 18:00 ~ 21:00 Celebrazione comunitaria penitenziale con possibilità della confessione personale.

Sabato 25

Þ Ore 15:30 Giochi per ragazzi all’esterno della chiesa.

Þ Ore 18:00 Recita dei Vespri della Festa seguita dalla Adorazione e Benedizione eucaristica.

Þ Ore 21:00 Concerto della Corale di Santa Maria a Coverciano
e del gruppo giovani.

Domenica 26

Þ Ore 8:00 ~ 10:00 Santa Messa.

Þ Ore 11:30 Solenne Concelebrazione presieduta da Mons. Corso Guicciardini.

Þ Ore 15:30 Festa in famiglia: nel salone parrocchiale proiezione di diapositive che riportano immagini suggestive sulla natura e sulla vita comunitaria. A seguire momento di fraternità.

Lunedì 27

Þ Ore 21:00 Solenne Concelebrazione presieduta dal Card. Silvano Piovanelli in suffragio dei sacerdoti e fedeli defunti.

Martedì 28

Þ Ore 21:00 Il Card. Silvano Piovanelli in occasione del centenario della nascita di Giorgio La Pira parla nel salone della parrocchia della spiritualità che ha ispirato e guidato l’azione politica di questo grande maestro e profeta.