ß Buona Pasqua 2005

La Pasqua, Annuncio di speranza

 

N

on è mai stato semplice annunciare che Gesù, condannato e messo a morte sulla croce, dopo tre giorni è risorto ed è vivente per sempre. Per chi non ha fede questo annuncio sembra addirittura una parola che non ha senso, una follia. Lo sperimentiamo ogni che incontriamo sul nostro cammino la morte, o una gran sofferenza, o una situazione carica di assurdità.

Annunciare il Vangelo della risurrezione è più difficile che annunciare la parola della croce, perché la croce è opera degli uomini e perché di croci ce ne sono sempre state tante nella storia dell’umanità. La risurrezione, invece, non può essere che opera di Dio.

Anche in questi giorni poco lontani dalla catastrofe del sud est asiatico del 26 dicembre scorso, la terra continua ad essere insanguinata da atti terroristici e da molte guerre, alcune delle quali durano da oltre dieci anni. Quando ce ne mostrano le immagini noi le guardiamo con orrore, con amarezza, ma poi finiamo con l’assuefarci, standocene in poltrona davanti alla televisione, come fossero un western.

Dove si va a trovare una parola di speranza per quelli che hanno perso, in modo del tutto repentino, i familiari più cari, l’abitazione, le già poche risorse disponibili? C’è una speranza all’orizzonte dell’umanità? Si può ancora cantare l’alleluia della Pasqua in questo mondo d’ingiustizia, di conflitti e di tanti morti? Si può onestamente annunciare che l’odio, la violenza, la morte non sono l’ultima realtà?

Sì lo possiamo e lo dobbiamo. Nel cuore dei cristiani, risurrezione è una parola forte, che sale dal profondo e vince ogni dubbio, ogni esitazione. Una parola che vince ogni altro evento che sembra contraddirla. La tentazione a cui siamo esposti è quella di reprimere quei sentimenti di speranza che sono nel cuore d’ogni uomo; di quella attesa nascosta che ogni anno si sveglia all’annuncio della Pasqua per far emergere e rinverdire, come una nuova primavera, la nostra vita.

Questo annuncio, per fortuna, non è poesia. Questa è la fede cristiana. Davanti ai mali di ogni genere che affliggono la nostra vita e la vita del mondo, sentiamo che la forza della risurrezione è la grazia di Dio che vuole la vita e non la morte, che vuole salvare e non perdere.

I nostri fratelli orientali per celebrare la risurrezione hanno un’icona di Gesù che con la sua croce scende nel regno dei morti, ne spezza le catene e tende la mano al nostro progenitore Adamo per rimetterlo in piedi. La Pasqua è annunzio di liberazione.

Risurrezione vuol dire vita nuova, mondo nuovo, il regno di Dio che si realizza, Risurrezione è la speranza dei cristiani, la forza che dà freschezza permanente a tutti i volontari impegnati nelle varie espressioni di solidarietà, l’entusiasmo che fa cominciare sempre da capo il cristiano impegnato o il missionario, nella lotta per un mondo diverso dall’attuale, dove non vinca la menzogna ma la verità; non la forza ma l’amore; non il denaro ma la gratuità. Un mondo diverso, dove il più grande si mette a servire i più piccoli, dove gli uomini dispersi si sentono di nuovo fratelli impegnati a costruire una casa di pace.

Non sarà un sogno destinato a spegnersi all’alba? No! San Paolo ha scritto che se Cristo non è risorto, allora i cristiani sono i più miserabili degli uomini, degni di essere compatititi. Certamente ogni discepolo di Gesù, vedendo la morte all’opera nel mondo e sperimentandone la forza distruttrice anche nel proprio corpo, soffre la contraddizione, sente la paura e anche l’angoscia. E si domanda: quando tutto questo finirà?

Ma la parola del Vangelo di Pasqua lo rincuora anche oggi: “Il Signore è risorto, non è qui”. Il Signore è il vivente, non è stato sopraffatto dalla morte. Egli si trova dentro la nostra speranza e si fa vedere nella nostra carità: “Da questo conosceranno che siete miei discepoli, se avrete amore gli uni per gli altri.

Il cristiano si sente chiamato ad essere testimone della speranza, uno che non teme la morte. Questa è la missione della Chiesa e questa è la parola di ogni cristiano: “Il Signore è risorto”.

 

I

l Messaggio pasquale di quest’anno 2005, dopo il breve indirizzo di augurio iniziale, ruota intorno al tema dell’Eucarestia. A motivare questa scelta sono diversi fattori: siamo nell’Anno Eucaristico; recentemente il Papa ha pubblicato un’enciclica: ci sono state sollecitazioni del Vescovo, e, a seguito di esse, sono scaturite riflessioni del nostro Consiglio Pastorale. Un materiale ricco di spunti per la riflessione e la preghiera di tutti i membri della comunità, specie in questo periodo liturgico.

 

1. Sapendo che era giunta la sua ora.  

2. La Messa comincia prima.

3. La domenica il giorno della gioia.

4. La domenica, tornando a casa.

5. Scrittori e poeti davanti al Mistero

6. La Domenica, Giorno del Signore

 

 

1. Sapendo che era giunta la sua ora. 

G

esù, sapendo che era giunta la sua ora…” (Gv 13,1). Quale ora? Quella per cui è venuto nel mondo mandato dal Padre, quella che nella morte-risurrezione consente a lui di raggiungere il completamento, la pienezza della sua missione.

“…Dopo aver amato i suoi che erano nel mondo, li amò sino alla fine” (ibidem). Che non ci si sbagli. La missione di Gesù fu quella di dare concretezza sino all’estremo all’amore che Egli dall’eternità nutre verso gli uomini, a prescindere dal tempo in cui vivono e dalle opere che essi compiono. Un amore immenso che abbraccia tutti e ciascuno. “Poi versò dell’acqua in un catino e cominciò a lavare i piedi dei discepoli” (Gv 1,5). Il primo significato di questo gesto è evidente e lo dice lui stesso: vi ho dato un esempio che dovete imitare “perché come ho fatto io facciate voi”. L’ha già detto altrove: “Il Figlio dell’uomo non è venuto nel mondo per essere servito, ma per servire.” (Mc 10,45). Ma lavare i piedi suggerisce qualcosa di più del servizio al prossimo già estremamente importante. Occorre andare oltre. Questa lavanda al cristiano deve ricordare necessariamente il Battesimo.

Se la fede è soprattutto espressa nell’atto del Battesimo, se il servizio è soprattutto espresso nel gesto di “deporre le vesti, prendere un asciugamano e cingersene (è il riassunto di tutte le attenzioni caritative verso chi è nel bisogno), quello che ne seguirà (l’istituzione dell’Eucarestia – la così chiamata la frazione del pane) sarà l’espressione massima dell’amore.

Giovanni non ne parla perché è già descritto in tutti gli altri evangelisti e perché lui ha preferito preannunciarla con il lungo discorso del pane di vita. Ma tutto questo richiama alla mente le parole pronunciate da Gesù nell’ultima cena: “Prendete, mangiate: questo è il mio corpo offerto in sacrificio per voi”. Quando perciò Paolo ci esorta ad offrire i nostri corpi in sacrificio, è come se dicesse: fate anche voi ciò che ha fatto Cristo Gesù: fatevi anche voi eucarestia per Dio, offritevi anche voi in sacrificio vivente e gradito a Dio. Ma è Gesù stesso che ci esorta a fare così quando, compiuta l’istituzione dell’Eucarestia, da’ il comando: “Fate questo in memoria di me” intendendo dire non solo: ripetete il rito che ho compiuto, ma anche: offrite il vostro corpo in sacrificio, come vedete che ho fatto io; anzi c’è qualcosa ancora di più pressante e accorato in quel comando di Gesù. Essendo noi suo corpo, sue membra, è come se dicesse: permettetemi di offrire al Padre il suo stesso corpo che siete voi, non mi impedite di offrire tutto me stesso al Padre. Ma tutto me stesso, sembra dire, siete voi. Io non posso offrirmi totalmente al Padre finché c’è un solo membro del mio corpo che si rifiuta di offrirsi con me.

Celebrare in verità l’Eucarestia vuol dire fare anche noi ciò che fece Gesù, il quale… spezzò il pane. Tutti i racconti dell’istituzione mettono in risalto questo gesto, tanto che l’Eucarestia prese ben presto il nome “frazione del pane”. Ma perché Gesù spezzò il pane? Solo per darne un pezzo a ciascuno? Non solo per questo, anzi direi che quel gesto non indicava solo la condivisione tra lui e i doli, ma anche l’immolazione di lui al Padre. Il pane è lui stesso. Lui si spezza davanti a Dio, cioè obbedisce fino alla morte, per riaffermare i diritti di Dio violati dal peccato, per affermare che Dio è Dio e basta, e c’è solo Lui.

Allora capisco che per fare anch’io ciò che fece Gesù in quella notte devo anzitutto spezzare me stesso, cioè deporre ogni rigidezza davanti a Dio, ogni ribellione verso di lui o verso i fratelli, devo infrangere il mio orgoglio, piegarmi e dire “sì” fino in fondo a tutto ciò che Dio mi chiede. Lui non vuole tante cose da me, vuole me, e io gli dico: sì. Essere Eucarestia come Gesù vuol dire essere una cosa tutta abbandonata alla volontà del Padre.

2. La Messa comincia prima

Q

uando la domenica andiamo a Messa, generalmente non portiamo niente con noi. Tutto l’occorrente è già in chiesa. Lo ha preparato il prete, magari con l’aiuto di qualche fedele disponibile. Al massimo, guardiamo nel portamonete per vedere se c’è qualche moneta per l’offerta. Importante, ma non sufficiente. Perché in realtà la Messa comincia molto prima del canto d’inizio o del segno di croce e del saluto del prete: “Nel nome del Padre… Il Signore sia con voi…”

Quando comincia? Comincia con la convocazione, la chiamata di Dio. E quand’è che Dio ci chiama a Messa? Sembra incredibile, ma ci chiama già col Battesimo, quando veniamo immersi nella morte di Gesù per poter partecipare alla sua risurrezione. I battezzati sono sempre convocati per l’Eucarestia; e ogni loro passo o va in quella direzione o è dispersivo, contrario alla loro natura di figli di Dio.

Perciò cominciamo a celebrare l’Eucarestia a casa, sul lavoro, a scuola, lungo la strada, nell’incontro tra amici o nell’impegno sociale, ecologico, politico. Ovunque, sempre, prepariamo la “materia” – come si diceva un tempo – per quella consacrazione che non riguarda solo un’ostia e poche gocce di vino, ma l’universo.

Insieme verso il centro. Anzitutto dobbiamo renderci conto di questo movimento verso il centro e assecondarlo. Si va insieme. L’assemblea si va formando. Quando la domenica arriviamo al parcheggio della chiesa o al suo atrio d’ingresso è da un mucchio di tempo che stiamo camminando verso questo luogo e quest’ora.

Non abbiamo già il senso di questo convergere quando ci riuniamo in famiglia per il pranzo o la cena e quando preghiamo insieme – marito, moglie e figli – prima di addormentarci? Non sentiamo che il cerchio si forma e si stringe quando incontriamo i vicini di casa e condividiamo le notizie, appianiamo le divergenze, partecipiamo gli uni alle gioie e ai dolori degli altri?

Il pane viene preparato lungo tutta la settimana: il pane della fatica, il pane della sopportazione reciproca, il pane del perdono, il pane della riconciliazione… E ogni giorno si spilla il vino: il vino di molte lacrime, di sacrifici quotidiani, di assenze e tradimenti, di paure e solitudini, di fastidi, di malattie, incomprensioni… Ma è un pane solo, non sono tanti pani quanti noi siamo; è un calice solo, non tanti bicchieri scompagnati.

Pochi ma per tutti. C’è tanta gente attorno a noi che “sta andando a Messa” con noi, sempre: questa è la visione che ci dona lo Spirito. Non tutti ci arriveranno, anzi pochissimi. Ma quelli che ci arrivano, portano il pane e il vino di tutti. Altrimenti, come potrebbe essere che il pane e il vino consacrati sono il corpo e il sangue per tutti?

Se anche la domenica l’assemblea è modesta, formata da poche persone, essa tuttavia è la punta emergente di un’assemblea invisibile, che si smuove dai quattro punti cardinali. L’Apocalisse parla di “una moltitudine immensa, di ogni nazione, razza, popolo e lingua”

(Ap 7,9).

È l’assemblea celeste; ma quella eucaristica ne è figura e annuncio; la comprende e ne è racchiusa.

Quando durante la settimana “andiamo a Messa”, facendo momento dopo momento, ciò che dobbiamo fare, sentiamoci parte di questa innumerevole folla. Tutti comminano verso un mistero che forse non conoscono, ma che pure li attrae con irresistibile forza: “Io, quando sarò elevato da terra, attirerò tutti a me”

(Gv 12,32).

3. La Domenica: il giorno della gioia, ma non siamo felici da soli

A

nche se solo nel IV secolo dopo Cristo la domenica è diventata giorno festivo, con l’astensione dal lavoro, tuttavia fin dall’inizio è stata sempre vissuta dai cristiani nella gioia: gioia perché il mondo è stato creato, gioia perché è stato rinnovato dall’azione redentrice di Cristo, gioia perché su questo giorno si riflette la luce letificante del Risorto, gioia perché anticipa, superando la monotonia feriale della vicenda quotidiana, la felicità del Regno dei cieli.

Se vogliamo esprimerci in maniera concisa, dovremmo dire che la gioia della domenica nasce dall’incontro con il Risorto. Come avvenne alla sera di quella prima domenica, quando il Risorto apparve nel Cenacolo e “i discepoli gioirono al vedere il Signore” (Gv 20,20). È, infatti, sempre una gioia pasquale quella che, esplosa dal sepolcro vuoto, attraversa tutta la storia e giunge a noi nell’incontro con Cristo, all’interno della celebrazione eucaristica domenicale: “Cristo con la sua Risurrezione dai morti ha fatto della vita degli uomini una festa”.

È una gioia non intimistica, ma tale da coinvolgere anche il corpo, e che ai tempi dei primi cristiani si esprimeva nel divieto di digiunare e di pregare stando in ginocchio: “La domenica è un giorno in cui tutti dovete stare nella gioia, perché chi si affligge la domenica commette peccato” (L’insegnamento degli Apostoli). “La domenica si celebra la festa della risurrezione: in questo giorno non possiamo digiunare. Chi digiuna di domenica è come se non credesse alla Risurrezione di Cristo” (sant’Ambrogio). “Il non inginocchiarsi durante il giorno del Signore è un simbolo della risurrezione per la quale, grazie a Cristo, siamo stati liberati dai peccati e dalla morte, da Lui distrutta”    (sant’Ireneo).

Ma non c’è gioia senza amore! Se la domenica è il giorno della gioia, è necessario che il cristiano dica con la sua vita che non si può essere felici da soli. Egli allora è chiamato a guardare con occhio d’amore coloro che lo circondano e a farsi vicino soprattutto ai sofferenti, alle persone sole o bisognose. Vissuta così, la domenica si trasforma in giorno di carità: condividere qualche momento o qualche cosa con chi è solo o povero, visitare a casa o all’ospedale un malato, offrire il proprio tempo nel volontariato e in iniziative di solidarietà. Ognuno scoprirà come lasciarsi coinvolgere nella “fantasia della carità”, che non conosce limiti. In questo modo, il Cristo che abbiamo riconosciuto ed accolto nella celebrazione eucaristica, sarà da noi riconosciuto ed accolto nella persona dei più poveri, così come Egli ci ha insegnato a fare (Mt 21,36-46).

Mentre nel nostro tempo l’industria del divertimento lavora a ritmo battente e si vanno moltiplicando i luoghi e le occasioni di festa, va scomparendo la gioia da molti dei nostri cuori.

La domenica ci riporta settimanalmente al cuore della gioia cristiana: “Vi è più gioia nel dare che nel ricevere” (At 20,35).

4. La domenica, tornando a… casa

F

inita la Messa, l’assemblea si scioglie e ognuno torna a casa. Il pranzo domenicale: la famiglia riunita. Poi si scioglie anche la piccola assemblea domestica e ognuno se ne va per i fatti propri: il cinema, la passeggiata, il pomeriggio davanti alla TV, i piccoli lavori in giardino, al bar con gli amici, le partite, una visita ai parenti… In attesa di riprendere domani la routine della propria fatica, i giorni feriali.

Dell’Eucarestia cosa resta? Il fatto che Cristo sia morto e risorto tra noi e ci abbia comunicato se stesso, nella Parola e nel Pane, che traccia lascia nel tempo? Apparentemente nessuna. Eppure lo scopo dell’Eucarestia è configurare la nostra vita, fare una vita eucaristica: cioè fraterna, donata e condivisa nella lode di Dio e nella speranza del Regno che viene. L’Eucarestia qui sulla terra è il vertice a cui tutto tende e la fonte da cui tutto sgorga. Dall’Eucarestia nasce la missione.

Andate, si chiude! Una curiosità. I meno giovani ricordano che un tempo la Messa “si diceva in latino” e finiva con “Ite, missa est”, che viene generalmente tradotta con: “Andate, la Messa è finita”. Ma questa traduzione non convince dal punto di vista grammaticale. Tanto che qualcuno traduce con: “Andate, è stata mandata”, facendo riferimento al fatto che il Pane eucaristico veniva portato nelle case per chi non aveva potuto partecipare (caso frequente nelle prime comunità: non solo per malattia, ma per motivi di lavoro, dato che la domenica non era giorno festivo, o a causa delle persecuzioni). L’uscita dei ministri che portavano l’Eucarestia era il segnale per l’assemblea di sciogliersi.

L’idea è interessante, ma è stata soppiantata da un’altra frase più concreta: Ite, dimissio est, che era l’invito con cui il “questore” romano annunciava la chiusura delle antiche basiliche. Un po’ come nei supermercati quando l’altoparlante avverte: “fra cinque minuti si chiude”. Da “Ite, dimissio est” si sarebbe passati al più semplice “Ite, missa est”. Insomma, si chiude!

Ma non si chiude proprio niente. Le porte si spalancano e la Messa continua fuori. Invece di “Ite, missa est” dovremmo dire “Ite, missio est”. Andate, comincia la missione. In che consiste la missione? Nel dire a tutti l’evento a cui abbiamo partecipato: la morte e risurrezione di Gesù, segno dell’amore di Dio per il mondo.

Quest’annuncio va dato innanzitutto in silenzio, con la vita nuova della nostra comunità e nelle nostre case. Dopo il banchetto eucaristico – abbiamo detto – c’è il banchetto domestico. E non ci riferiamo tanto al mangiare insieme, quanto alla vita insieme di cui il pranzo domenicale è un momento semplice e gioioso.

Nasce la missione. La famiglia cristiana è la prima comunità che nasce dall’Eucarestia e all’Eucarestia si configura. Da qui l’ascolto quotidiano della Parola, che conduce tutti i membri della famiglia all’obbedienza della fede. Da qui la condivisione di ogni bene e preoccupazione, fatica e speranza, dolore e gioia. Da qui il servizio reciproco, fino al dono della vita per i più deboli (i bambini, i malati, gli anziani). Da qui la capacità di perdono e di riconciliazione, consapevoli della propria fragilità e della misericordia di Dio verso di noi. Da qui, insomma, quella fraternità familiare, fondata da Gesù, che diventa focolare per la società e luce che illumina gli angoli più oscuri della storia del mondo.

5. Scrittori e poeti  davanti al Mistero

D

inanzi all’Eucarestia la letteratura preferisce il silenzio. Il sacramento, definito dal concilio Vaticano II «fonte e apice di tutta la vita cristiana» (Lumen gentium 11), espressione estrema dell’onnipotenza e dell'amore di Dio, dà agli scrittori un senso di smarrimento che si traduce in una scelta di silenzio.

Com’è possibile parlare di un mistero che trascende l'intelligenza e si colloca oltre ogni nostra prospettiva? Il mistico – che vede oltre, che scorge la "Presenza" e ne percepisce la "Voce" – dinanzi all'eucaristia si consuma nell'adorazione. Il povero letterato che cosa può fare? O rifugiarsi nel silenzio o balbettare. Per il sacramento della riconciliazione è diverso: qui l'elemento umano è consistente e stimolante; così pure per il sacramento dell’ordine.

Ma non mancano scrittori e poeti che hanno avuto il coraggio d'ispirarsi all’eucaristia, vergando talvolta pagine che hanno un sapore, una ricchezza e un vigore che la letteratura “profana” non conosce. In quest’anno, dedicato all’Eucarestia.

Vogliamo ricordare alcune espressioni del grande romanziere cattolico francese François Mauriac (1885-1970) che ha definito l’Eucarestia: “Vera follia d’amore”. Amore tradito e barattato, ma fedele ed eterno.

Entrando in una chiesa quasi deserta e gelata, e costatando “l’abbandono inimmaginabile” che il nostro torpore riserva al Signore, il romanziere ha la ha la percezione che «Dio non ha bisogno di noi per amarci. Resterà fedele all’appuntamento che egli dà all’uomo nella materia creata: nel Vino e, nel Pane. Vi si vada o no, Egli è là» (Bloc notes, Mondadori 1963, Milano, p. 86). La fedeltà dell'amore di Dio vince non soltanto l'abbandono, ma anche il nostro fardello di brutture.

In merito, ricordando la prima comunione di tanti cristiani, Mauriac nel Diario ha vergato una pagina indimenticabile: «Colui per il quale il tempo non esiste, Co1ui che discendeva, un lontano mattino di maggio, nel cuore del bambino, vi sapeva vedere meglio dei freudiani di oggi il germe di peccati futuri; coglieva alla sorgente il fiume di brutture […]. Sapeva già lungo quali strade, lungo quali scorciatoie il bambino inseguito, fino all'ultimo respiro, avrebbe finalmente ritrovato il punto di partenza, la messa dell’alba, le lacrime della Prima Comunione.

«Ma quanti si allontanano da lui il giorno stesso che lo ricevono per la prima volta! E il Paziente Eterno, immobilizzato da tre chiodi, li aspetta allo stesso posto, nella stessa piccola ostia. Ma spesso è sull’orlo dell’eternità che si ricordano di Lui: quale Pane vivo che era stato dato loro affinché se ne nutrissero durante tutta la vita, attendendo che sia la morte a metterlo con la forza nella loro bocca, quando non vi sarà più scelta tra Lui e l’altra cosa, quando non vi sarà più nulla a cui sacrificarlo. Ma forse allora Cristo non vedrà altro, in quel moribondo, carico del peso di tutta una vita, che il bambino del radioso mattino di maggio, che tendeva verso l’ostia il suo piccolo viso fiducioso, la sua bocca pura»

(Diario, Mondatori 1963, Milano, pp. 62-63).

6. La Domenica, Giorno del Signore

“... h

o potuto celebrare la Santa Messa in cappelle poste sui sentieri di montagna, sulle sponde dei laghi, sulle rive del mare; l 'ho celebrata su altari costruiti negli stadi, nelle piazze delle città ... Questo scenario così variegato delle mie Celebrazioni Eucaristiche me ne fa sperimentare fortemente il carattere universale e, per così dire, cosmico. Si, cosmico! Perché anche quando viene celebrata sul piccolo altare di una chiesa di campagna, l'Eucaristia è sempre celebrata, in certo senso, sull'altare del mondo. Essa unisce il cielo e la terra. Comprende e pervade tutto il creato. Il Figlio di Dio si è fatto uomo, per restituire tutto il creato, in un supremo atto di lode, a Colui che lo ha fatto dal nulla ...”                  

 (Giovanni Paolo II da “Ecclesia de Eucaristia”)

 

“L

'Eucaristia sarebbe un segno vuoto se in noi non si trasformasse in forza d'amore per gli altri, perché le parole" Fate questo in memoria di me" non sono magiche. Pronunciandole, Gesù ci chiede di donare corpo e sangue, di offrire la nostra vita per tutti, di consegnarci. E consegnarsi vuoI dire avere una mentalità nuova, che prende il posto della vecchia mentalità propria di chi pensa soltanto a se stesso senza occuparsi degli altri. Spesso, troppo spesso, ci avviciniamo all'Eucaristia senza la seria volontà di interrogarci lealmente sul senso della nostra vita; intendiamo fare un gesto religioso, ma siamo ben lontani dal lasciare mettere in questione la nostra esistenza dal dono totale di Gesù.                                                

(C.M.Martini)