ß Settembre 2006
Una Chiesa
testimone di Gesù Risorto
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N |
egli anni più recenti della nostra vita parrocchiale abbiamo dedicato
il “Messaggio” di settembre, quello che segna, dopo la pausa estiva, la ripresa
della vita pastorale, a qualche tema di particolare rilievo e attualità, alla
luce anche degli stimoli o provocazioni della Chiesa: l’anno scorso si è
parlato della Eucarestia, nel 2004 del volto
missionario della parrocchia in un mondo che cambia, nel 2003 della famiglia.
Quest’anno la nostra
riflessione la fissiamo su quel grande appuntamento ecclesiale decennale (è il
quarto del periodo postconciliare, dopo quelli di Roma, Loreto, Palermo), che
si svolgerà a Verona, il prossimo 16-20 ottobre, sul tema “Testimoni di Gesù
risorto, speranza nel mondo”. 
Lo facciamo per due
principali ragioni: la prima, è da riconoscere con sincerità, in seno alla
nostra parrocchia abbiamo fatto poco per prepararlo; pressati da altre
esigenze, siamo stati incapaci di promuovere un’azione efficacemente incisiva e
coinvolgente; la seconda perché il tema dell’appuntamento si sta rivelando una
scelta felice per aprire tutti gli ambiti della vita d’ogni giorno alla
speranza che viene da Cristo.
Quello di
Verona si sta rivelando non uno dei tanti convegni su uno spicchio di vita
ecclesiale o su un tema culturale, teologico, catechistico, pastorale, ma una
grande assemblea nella quale sono rappresentate tutte le componenti del popolo
di Dio: vescovi, sacerdoti, religiosi, religiose, e soprattutto laici, “la cui
presenza” – dice il cardinale Tettamanzi, presidente
del Comitato preparatorio – “va stimolata nella società e nella Chiesa perché
tutti devono poter parlare, gerarchia e laici. C’è distinzione tra gerarchia e
laicato, ma non contrapposizione: il soggetto è unico; la comunità cristiana,
ma c’è bisogno di maggior libertà che significa maggior responsabilità ma anche
maggiore obbedienza per il bene comune”. Non basta proclamare “i valori”, tocca
ai laici “testimoniarli in maniera libera, responsabile e coerente”, tocca alla
politica realizzarli “per il bene comune”.
Al convegno
parteciperanno anche i rappresentanti delle confessioni cristiane e saranno
invitati gli esponenti di altre religioni (ebrei e musulmani). La “guida
biblica” sarà la prima lettera di Pietro.
I testimoni
del Novecento
Attraverso immagini un posto
di rilievo avranno i 226 santi indicati dalle diocesi. Saranno proposti sedici
“testimoni del Novecento” uno per ciascuna regione ecclesiastica: per molti
sono in corso le cause di beatificazione.
Il compito
che il Papa affida al grande appuntamento
“Fare il punto sul cammino percorso e
guardare avanti” così si esprime Benedetto XVI definendo il compito della
“convention”, mentre si compiace “per
Gli ambiti della vita
quotidiana nei quali si “deve rendere operante
·
la vita affettiva e la
famiglia;
·
la malattia e le varie forme
di povertà;
·
l’educazione, la cultura e le
comunicazioni sociali;
·
le responsabilità politiche e
civili.
Chiedere ai cristiani di
riflettere e di essere testimoni di speranza in queste esperienze può sembrare
anche riduttivo rispetto ai grandi temi dell’amore, della giustizia,
dell’impegno politico dei valori ecc. Sono ambiti modesti, che non sembrano avere grande
rilevanza e sembrano destinati quasi a scomparire nel quotidiano.
Ci sia
concesso a questo punto riferire alcune esperienze che abbiamo
raccolto in seno ai fedeli della comunità: non sono esperienze eclatanti;
forse, e senza forse, altre potrebbero essere raccontate. Queste hanno il
merito di essere veritiere, e insieme di essere
“ordinarie” nella loro quotidianità.
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P |
arlare di famiglia ad un’eterogeneità di lettori come quella del
“Messaggio” non è semplice.
Mi sembra importante segnalare
che chi scrive è sposato da ventiquattro anni e ha due figli all’università.
Questo solo per dire che sto scrivendo con cognizione
di causa... ed effetto.
Evidente che sul matrimonio
potrei fare un panegirico demagogico per enfatizzarne qualità, vantaggi,
opportunità, ma non devo vendervelo. Potrei con la stessa forza smitizzarlo
enunciando fallimenti, tradimenti, cedimenti, pentimenti, e altri …enti. Potrei altrettanto fornirvi tutti gli effetti collaterali e le
controindicazioni. Ecco, sì, è venuto in mente anche a voi? Potrei fare un
“foglietto illustrativo” - Ma che medicina è ?
Vediamo di
darvi qualche input come spunto di riflessione.
La famiglia è
il primo ambito affettivo dove ogni uomo cresce. Inutile
farvi notare che se si matura in un ambiente di fede viola ben difficilmente si
tiferà per la juve. L’esempio semplicemente
banale, vale anche per le cose importanti. Dove e come si cresce, non c’è
bisogno di un filosofo psicanalista per capirlo, è fondamentale e condizionante
per il futuro dell’individuo.
Consideriamo ora “atomi” gli insegnamenti che riceviamo fin da piccoli e che ci formano;
conseguentemente i singoli soggetti potrebbero essere le “molecole” che andranno a comporre come
donna/molecola e uomo/molecolo… quella “cellula” che è la
famiglia. Possiamo affermare senza smentite che la maggior qualità degli atomi
determinerà in cascata maggior qualità di tutto il resto.
E’ altrettanto vero che la stessa mano di pittura bianca su colori
diversi darà sempre risultati diversi. Questo per dire che per quanto possa essere omogenea l’educazione
impartita, ognuno di noi ha pur sempre la propria personalità, il libero
arbitrio che giustamente ci impedisce di essere tutti uguali e solo questo fa
sì che le nostre convinzioni siano tali da determinare come “Fede” la totale
fiducia riposta nel Creatore. Lo potessimo incontrare
di persona, o alla televisione o su Internet non saremmo più liberi: ci
toccherebbe crederci e sottostare alle sue leggi in maniera passiva. Ma Lui ci
vuole attivi, ci vuole liberi, e il giorno che tutti aderiremo
al suo progetto, ancor prima di essere accolti da Pietro, realizzeremo il
Paradiso qui in terra. E allora dobbiamo saper vedere
il Signore nel nostro prossimo. Nell’apprendimento e nell’educazione a questa sensibilità
la famiglia deve dunque svolgere il suo ruolo insostituibile.
Il concetto di famiglia mai come in questo periodo ha bisogno di essere
non dico “ridefinito” ma certamente “specificato”. Or
bene per noi cristiani la famiglia non parte semplicemente da una coppia che si
ama, che sta bene insieme, che vuole assicurarsi un futuro in compagnia per la
comprensibile paura di rimanere soli. In quest’ottica,
nella libertà e legalità concessa, possono certo esistere convivenze, contratti
di comunione dei beni, detto papale papale…
consorzi di reciproca convenienza a tutto tondo.
Con l’alto costo della vita, degli affitti e gli stipendi che ci sono… sono
soluzioni che possono rivelarsi utili se non inevitabili. Quanto
detto trova la sua massima regolarità nel matrimonio suggellato in Comune.
Non si può che avere stima della coerenza di questa scelta, sempre sicuramente
meglio che dei sepolcri imbiancati che ostentano una tradizione in chiesa senza
convinzione alcuna. Vengo al dunque. Per chi si professa cristiano si sappia
che il matrimonio è molto di più.
La coppia, davanti all’altare e con alle
spalle tutta la comunità, diventa santa, benedetta dal Signore.
Per noi
cristiani il Matrimonio soprattutto -ma si
legga meglio questa parola:“sopra a tutto”- è un Sacramento.
Noi siamo quelli che “lasciano
il padre e la madre per essere una carne sola”, in un’unione benedetta dal Signore, che deve celebrarsi nel Signore. Ma non è il “timbro” che
conta. E’ tutta una crescita che deve essere fatta. Deve essere un cogliere lo
Spirito della Parola del Signore e farla propria, sposarla anch’essa e in essa dinamicamente propendersi al futuro con la preghiera
senza accontentarsi, perché la fame di Dio non passi mai. L’ambizione di questo
scenario è dare sinergia e armonia alla crescita e all’educazione dei figli,
nella fede, nel discernimento. La famiglia diventa terra di missione per gli sposi nel Signore. I figli in questa atmosfera devono percepire il senso di Dio, e devono
imparare, con il solo esempio, a trasferirlo al prossimo.
Ed è dunque la famiglia come la intendiamo noi, questa prima cellula, che da vita a quell’organismo che è la chiesa
vivente,
Renato A.
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P |
ietro, nella sua prima lettera, esorta i cristiani ad essere “pronti sempre a rispondere a chiunque vi domandi ragione della
speranza che è in voi” (1Pt 3, 15).
Mi è sembrato
naturale partire da questo versetto, perché mai come oggi è avvertibile la
necessità di una luce viva che rischiari le cupe ombre che sembrano avvolgere
l’agire dell’uomo di questo tempo. Questa luce può derivare da una forte
testimonianza offerta dai cristiani, capace di proporre modelli di vita
completamente differenti da quelli che oggi invece costituiscono la tendenza
che appare prevalente. Più che esprimere un giudizio sulle azioni negative che contraddistinguono purtroppo il nostro mondo, il cristiano è
chiamato a mostrare i segni concreti della speranza che lo anima, additando a tutti
la strada verso una vita ricca di valori autentici. Occorre, insomma,
testimoniare concretamente che il cristianesimo è una fonte inesauribile di
comportamenti capaci di dare un senso pieno alla vita dell’uomo in ogni ambito
del suo agire.
Così nell’attività lavorativa, che assorbe tanta parte del nostro tempo
quotidiano, il cristiano è chiamato ad offrire segni tangibili che animino positivamente questa importante realtà. Tra le tante
possibilità, per un cristiano, di vivere la realtà del lavoro mi limiterò solo
ad alcune sottolineature.
I tanti musi lunghi incontrati in questi giorni di ritorno dalle ferie
estive, mi hanno rafforzato in una convinzione da tempo maturata. Un segno molto
semplice che il cristiano potrebbe offrire consiste in un atteggiamento di
gioia che dovrebbe trasparire nell’adempimento della sua attività lavorativa.
Una gioia che nasca dalla consapevolezza che con il
lavoro umano (con ogni lavoro) si contribuisce a continuare l’opera della
creazione. Si
deve anche considerare che attraverso il lavoro l’uomo
è chiamato a rendere conto dei doni ricevuti dal creatore.
Forte di queste convinzioni, il cristiano dovrebbe fortemente
preoccuparsi di creare le condizioni per le quali tutti gli uomini si vedano riconosciuto il diritto a svolgere un lavoro
dignitoso.
E, infine, il cristiano dovrebbe vivere la sua esperienza
lavorativa senza atteggiamenti di competizione o, peggio ancora, di
sopraffazione nei confronti dei propri colleghi, ma anzi sviluppando uno
spirito di collaborazione.
Ma la vita dell’uomo non è ritmata solo dal lavoro: ad esso si affianca il tempo del riposo, costituito dai giorni
di festa.
Nella nostra società
appare necessario riscoprire il valore autentico della festa,
appannato da comportamenti imposti da una visione consumistica ed
individualista. Dice il salmo: “Questo è
il giorno fatto dal Signore: rallegriamoci ed esultiamo in esso”
(Sal 118, 24). Si fa riferimento ad un sentimento di fervida gioia che dovrebbe
pervadere tutto questo giorno. Ma la gioia di cui si parla non è quella che
scaturisce da atteggiamenti di sfrenata evasione, o da tutta una serie di eccessi che caratterizzano le nostre domeniche.
Ecco
allora che il cristiano è chiamato a vivere la domenica nel suo significato
pieno di “giorno del Signore”, attraverso la partecipazione all’Eucaristia che
diventa il fondamento di tutto il suo agire. Occorre, in questo, superare un
senso di stanca abitudine che rischia di offuscare quella testimonianza di appartenenza a Cristo che scaturisce dalla celebrazione
domenicale dell’Eucaristia.
Oltre a questo spazio
dedicato al culto dovuto a Dio, i cristiani sono chiamati a fare un uso del
tempo festivo che si distacchi sia da un ozio eccessivo, sia da un frenetico
affannarsi da un’attività ad un’altra.
Così il maggior tempo
a disposizione consentirà di curare i rapporti familiari, circondando di attenzione i figli. Come si potrà dedicare del tempo alla
visita di anziani o ammalati.
Ma oltre a un modo di vivere le relazioni, la domenica dovrebbe
lasciare lo spazio anche per essere vissuta come tempo per una riflessione e
una meditazione che alimentino la crescita della vita interiore.
Enrico B.
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È |
un dato di fatto che l'esistenza
umana è segnata dalla sofferenza, sofferenza non voluta che la nostra natura
rifiuta. Ci chiediamo il perché del male e non sappiamo dare risposta e questo
si tira dietro tante domande di tipo esistenziale che
si aggrovigliano tra loro fino a far girare la testa: "Perché tante
persone sono afflitte da sofferenze inimmaginabili mentre per altre la vita è
tanto semplice?" -"Perché chi nasce in un Paese del terzo mondo è
destinato a morire entro pochi anni di fame o di AIDS e noi invece sguazziamo
nell'abbondanza?" -"Perché invecchiare e poi morire quando amiamo
tanto la vita?".
Mi viene in mente il
libro di Giobbe che abbiamo meditato lo scorso anno.
Qualcuno lo ha definito il "libro delle domande", domande
che non trovano risposta se non affogando nel mistero di Dio.
Anche Cristo ha
gridato a Dio
In questo
modo si aprono orizzonti inediti, infiniti ed ignoti che salvano il credente
dalla disperazione. Tale salvezza non e riservata ai tempi ultimi, anche se
solo allora sarà completa, ma è già iniziata ed è stata inaugurata con
Si apre a questo
punto una pista di azione: quella della Caritas. La sequela di Gesù
comporta l'impegno sul fronte della solidarietà, secondo il Suo stile; inoltre
non si può frenare la spinta missionaria di annuncio
del messaggio di salvezza per rendere coscienti queste categorie di persone
della loro dignità.
Allora, per
paradosso, i diseredati della terra diventano per noi cristiani
fonte ed oggetto di amore e di speranza.
Quando poi si incontrano persone che vivono il dolore con fede, allora
la loro testimonianza diventa davvero trascinante e trasformante. Queste
persone, e ne abbiamo incontrate anche noi, sono la
prova che è possibile affrontare il dolore e la morte insieme con Cristo
crocifisso ma che è già risorto; quindi ci fanno toccare con mano che la
resurrezione è davvero operante in mezzo a noi.
Riporto alcune parole
di Mons. Tonino Bello
raccolte durante la sua malattia: "È Cristo che soffre in me. Non c'e da
aver paura. Gesù prosciuga i nostri dolori, li
assorbe nei suoi e non ce li fa sentire più. È lui che soffre in noi, perché a
Pasqua possiamo essere noi a gioire in Lui".
Sono parole difficili per noi che non ne abbiamo
fatto esperienza, ma non ci possono lasciare altro che colmi di gratitudine e
di speranza, perché rendono efficace la frase di Gesù: “Ecco, io sono con voi tutti i giorni,fino alla fine del mondo” (Mt. 28,20).
Rosella D.
l’educazione,
le comunicazioni
sociali
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I |
l panorama culturale odierno si presenta caratterizzato da profonde
contraddizioni e segnali contrastanti. Da una parte ci sono i successi ottenuti
in campo scientifico e tecnologico che ci spingono all'ottimismo, dall'altra,
problemi come la gestione delle risorse del pianeta, guerre insanabili, il
terrorismo, etc... ci mostrano i nostri limiti e ci
fanno sentire impotenti.
Ci sono poi ambiti
culturali molto più vicini a noi, su cui è più facile influire perché vi
partecipiamo dall'interno; citiamo per esempio la scuola e l'università che
accolgono, tra studenti e professionisti, gran parte della popolazione.
Come essere noi cristiani testimoni di
speranza, cioè di Cristo Risorto, in questi contesti?
Dice Annalena Tonelli, grande testimone di speranza del nostro tempo: "Tutto è
sacro da quando Cristo si è incarnato e niente può esistere fuori dalla sua
carne". La conseguenza logica di questa fede conduce al primo passo che è
l'impegno: come seguaci che amano Cristo, essendo
Egli tutto in ogni cosa, non possiamo delimitare zone di disinteresse nella
nostra vita, oppure scegliere dove essere cristiani e dove non esserlo -per esempio in famiglia sì, ma sul lavoro è troppo difficile…-. Come poi esprimere in pratica il nostro impegno dipende
dai fattori più svariati: dai ruoli di ciascuno, dalle persone con cui ci relazioniamo, dalle nostre attitudini e sensibilità.
Riferendomi anche alle mie esperienze personali, essere cristiani impegnati nel
mondo del lavoro e in particolare nei differenti settori di promozione
culturale (cito alcune categorie: studenti, insegnanti, ricercatori,
giornalisti, scrittori, etc...) non è facile. Infatti la cultura che ci circonda è prevalentemente laica,
vede l'uomo unico protagonista del suo destino e rivendica l'indipendenza e la
libertà della ricerca da tutti i vincoli. Così noi siamo diversi: siamo il lievito nella
farina. Ma se anche il lievito non diventerà mai farina, tuttavia
quando i due elementi sono mescolati non si distinguono più fra loro.
Così dovrà essere il cristiano, mescolato agli altri, cercare sempre i punti di
contatto per aprire collaborazioni, per condividere esperienze e obiettivi
lavorativi, essere un vero compagno di strada, senza mai rinunciare alla
propria identità. Noi sappiamo che il
vero protagonista delle vicende umane è Cristo e a Lui abbiamo affidato la
nostra vita e la storia del mondo. E' questo il
nostro punto di forza, il motivo che spinge all'ottimismo anche in mezzo alle
difficoltà e alle contraddizioni più esasperate, che permette di mantenere il
giusto equilibrio nelle alterne vicende di successi e sconfitte, che ridimensiona perfino il dolore e la morte, che cerca la
coerenza, che rifiuta finché è possibile i compromessi, insomma, che spinge a
svolgere la propria attività con amore. Quando colgo questi comportamenti nelle
persone intorno a me, in essi riconosco, come cristiana,
i segni dell'agire di Dio, come donna, che si può operare per ordinare le attività e le risorse umane al servizio del bene comune. E questo è fonte di gioia e di speranza.
Tra le grandi
figure profetiche del nostro tempo caratterizzate dall'impegno culturale,
ricordo con ammirazione e anche con un po' di stupore Giorgio
Gloria F.
le responsabilità politiche
e civili
|
C |
olgo volentieri l’occasione fornitami per dare il mio contributo alla
riflessione sul prossimo convegno ecclesiale di Verona perchè, anche attraverso queste poche righe, possa crescere nella
nostra comunità l’attenzione ed il dibattito verso questo evento.
Avere nel cuore la
nostra Chiesa, la nostra comunità, ci obbliga ad avere attenzione verso questi
avvenimenti che soltanto uno sguardo superficiale potrebbe ritenere un di più,
soprattutto quando il tema posto all’attenzione è “come essere testimoni di Gesù risorto
speranza del mondo”.
Ciò su cui veniamo interrogati è infatti alla
portata di tutti, dotti, medici, sapienti, ma anche di coloro che non hanno, di
base, enormi talenti culturali. Il valore della testimonianza passa infatti soltanto dal nostro operare e dal mettere a frutto
i talenti a noi forniti.
Questo
potrebbe di per sé bastare per farmi smettere di scrivere questa breve
riflessione. Ma se poi completo il quadro, vedo che
siamo chiamati a testimoniare la speranza che è dentro di noi, e il senso di
sgomento si fa ancora più profondo.
Per uscire dall’empasse dettato da tale sentimento cerco di non guardare a
me ed alle mancanze personali che mi obbligherebbero a cessare l’articolo. Se
solo infatti lo sguardo si alza dalle proprie
grettezze quotidiane il cuore non può che riempirsi di speranza. Se è vero che
il mondo lo ha salvato Gesù, le perle di
testimonianza che si levano nel mondo sono molteplici: nella nostra comunità,
nella Chiesa fiorentina e mondiale ci sono tesori ricchi di inestimabile
valore.
Se crediamo che sia politica non solo la vita dei partiti, ma molte delle nostre
azioni quotidiane, tutti siamo interrogati da cosa vuole dire rendere lì
ragione della nostra speranza.
Fare questo vuol dire
poi impegnarsi nel proprio quotidiano coscienti del
valore collettivo delle nostre azioni.
Vuol dire, oggi come
non mai, crescere nella consapevolezza del nostro essere nel mondo del consumo
persone pensanti e consapevoli non solo di quanto, ma di cosa usiamo e
consumiamo.
Vuol dire non
sottrarsi alla responsabilità nel formare e far crescere il senso civico.
Vuol dire educare
alla legalità ed al rispetto.
Vuol dire non
sottrarsi alle responsabilità e, misurati dal talento e non solo
dall’ambizione, rendersi servi nell’ amministrare e
gestire il bene comune e il potere che fare ciò ti offre.
Spero che tutto questo basti a chi leggerà queste righe a trovare
anche nella propria esperienza questi segni luminosi di speranza.
Accanto a me ne sono
passate alcuni, non molti, ma sufficienti per darmi la forza di fare un passo fuori dall’ordinario, con la coscienza che la maggioranza va
in senso contrario a tutto questo.
Segni di speranza non
possono che venire da chi ha ben presente il valore della propria azione come
valenza di profezia per il futuro, solo chi sa Chi ha salvato il mondo non si
arrende all’umanità.
“Essere apostoli nel mondo,
senza essere del mondo e senza essere riconosciuti dal mondo” (G.
E se sentiamo il nostro cuore
riscaldato da tutto questo, non possiamo non fare del nostro meglio per
riscaldare il mondo.
Andrea G.
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Il nome difficile della speranza
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S |
perare da
cristiani non significa aspettarsi un futuro nel quale tutti i problemi siano
risolti. È un’esperienza molto diversa, e al tempo stesso più grande.
La speranza del cristiano è il suo sentirsi
accompagnato dalla presenza di Dio; il sapersi e sentirsi amato da un Dio che
cammina con gli uomini dentro la storia umana e che per questo si è fatto uomo.
La parola inaudita della storia è che Dio “spogliò se stesso assumendo la
condizione di servo” e rivelando all’uomo quanto gli sta a
cuore la sua vita.
La forza del
cristiano è quella straordinaria di chi si sa amato.
La speranza è dei piccoli.
Dov’è evidente la presenza di Dio nella storia? Come si
può dire che Dio ama l’uomo se tanti uomini vivono
nella sofferenza; se due terzi dell’umanità soffrono fame e ingiustizia; se
milioni di bambini muoiono di guerra, di fame e di abbandono; se milioni
di adolescenti oggi non hanno visto nella loro vita altro che violenza e armi;
se tanti giovani muoiono di noia e solitudine; se fasce sempre più ampie si
fanno coinvolgere dal terrorismo assassino spesso in nome di Dio…
A queste
domande non c’è risposta di ragionevole buonsenso, se non la decisione di Dio
che si fa bambino nella mangiatoia di Betlemme: bello e fragile come ogni
bambino, ultimo fra tutti i bambini. Inizia da una
culla improvvisata la vita del Figlio di Dio. Non è un bimbo prodigio, anche se
la sua vita è circondata da prodigi; è un bimbo normale come tutti, che piange,
mangia, dorme, sorride, gioca…
Come ogni
bambino non esprime la pienezza ma il bisogno: ha
bisogno degli altri e senza di loro non potrebbe nemmeno sopravvivere. Il
bambino Gesù ci presenta il volto debole di Dio che nasce tra
i poveri, è vittima del potere e del male, conosce l’esilio, la solitudine, il
rifiuto.
Solo questo
Dio Bambino può fondare la nostra speranza.
Questo
bambino, cresciuto, un giorno dirà: “se non diventerete
come bambini…” non comprenderete mai quanto Dio sia vicino al cuore dell’uomo.
Il bambino è
un piccolo essere che ha fiducia in tutti; per questo pensa che gli altri non possano non
prestargli attenzione e prendersi cura di lui, perché lui esiste e ne ha
bisogno.
Il bambino
non conosce limiti ai propri sogni, e quasi non distingue tra sogno e realtà. Un bambino vive dei propri sogni e vede ciò
che gli altri non vedono.
La strada
della felicità passa da Betlemme. Da Betlemme
passa la strada della speranza, legata alla nascita di un bambino che fa
rinascere ciascuna donna e ciascun uomo che accoglie il suo mistero.
Da Betlemme si impara a vedere ciò che gli altri non
vedono; si allena lo sguardo a vedere l’invisibile; a riconoscere nel povero la
dignità dell’essere umano; a vedere, oltre i ruoli, il fratello; a riconoscere
nei segni incerti di bene il regno di Dio che inizia a compiersi.
Dire nella
vita la fede nel Risorto
Se il Signore è Risorto, ogni giorno è possibile ricominciare, la
novità è possibile e già oggi essa si annuncia nei segni discreti del bene che
si rivelano al cuore di chi è piccolo e si affida: all’azione di Dio; ai
suggerimenti dello Spirito; alle intuizioni del cuore; all’amicizia dei
fratelli.
Già oggi è
possibile contribuire a rafforzare questi segni di bene, a rendere storica la
risurrezione del mondo, vivendo secondo la logica paradossale della Pasqua che
giorno per giorno si esprime nel perdono, nel servizio
al bene, nella fiducia disarmante nell’altro, nella gratuità oltre ogni convenienza.
Sperare non è
una fuga. Tutti i progetti nascono da un sogno. E
tutti i progetti devono fare i conti con gli imprevisti, le delusioni, gli
insuccessi, i nostri errori.
Il sogno di Martin Luther King
ha aiutato tanti a prendere coscienza del valore di un mondo di
fraternità e di giustizia e ha creato un movimento che ha contribuito a
rinnovare il suo paese e a diffondere valori di pace e di non violenza nel
mondo intero. “Sogno un luogo in cui i bambini e le bambine, neri e bianchi, possono
tenersi per mano e camminare insieme… Sogno un mondo dove riusciremo a lavorare
insieme, a pregare insieme, a lottare insieme, ad andare in prigione insieme,
per difendere la libertà insieme, sapendo che un giorno saremo liberi… Sogno
che un giorno riusciremo ad estrarre dalla montagna
della disperazione una pietra di speranza”.
Per essere veri sognatori e non visionari occorre riconoscere il
sogno nei segni esteriori, anche i più piccoli, quelli presenti nella povertà e
nella pochezza; occorre l’umiltà di inchinarsi davanti a ciò che appare
insignificante; la pazienza di lasciar maturare ciò che è piccolo; il coraggio
di trattenere il sogno dove i… sensi falliscono.
La speranza
si alimenta di desiderio: è il nostro modo di non restare passivi di fronte alla realtà e di
continuare a volerla bella e piena come è nel disegno
originario di Dio. Il desiderio è anche l’espressione dell’audacia del cuore; quell’audacia di cui si è nutrito il cuore di Maria, di Elisabetta, di Zaccaria.
La speranza
si coltiva nell’attesa; ha bisogno di un cuore desto e vigilante. Sono segni di speranza
vigile le persone che hanno maturato e vivono un atteggiamento costante di
fiducia nella vita, per discernere nell’intreccio delle circostanze della vita
la volontà dello Spirito che chiama; portano speranza le persone che sanno
scommettere sul dialogo anche quando si fa difficile, in ogni ambito di vita,
dalle relazioni familiari a quelle politiche e
ecclesiali; vivono la speranza gli uomini e le donne che vivono la sofferenza –
scuola di cui prima o poi ciascuno diventa alunno – trasformandola in una
pagina di vangelo eloquente e forse anche scandalosa.
La speranza
ha bisogno di impegno, anche se il suo oggetto non è frutto delle
conquiste, ma è puro dono.
Vivono la
speranza quegli uomini e quelle donne che si danno da
fare perché credono che ciò che stanno aspettando sta germogliando nella
storia. A volte la speranza dei cristiani è stata ritenuta fonte di disimpegno
sociale e di alienazione personale. Al contrario, chi
spera si impegna nel mondo.
La preghiera,
l’Eucarestia, la parola di Dio generano
condivisione, comprensione per il mondo, servizio ai deboli e agli stranieri,
capacità di pagare di persona. Chi spera crede che valga la pena di lottare per
il bene e per opporsi a tutto ciò che al bene si contrappone.
Gli uomini e
le donne di speranza non sono (neppure) degli attivisti, affannati esecutori di
programmi tutti umani. Sono come Giorgio
Don Mario