ß Settembre 2006

Una Chiesa testimone di Gesù Risorto

N

egli anni più recenti della nostra vita parrocchiale abbiamo dedicato il “Messaggio” di settembre, quello che segna, dopo la pausa estiva, la ripresa della vita pastorale, a qualche tema di particolare rilievo e attualità, alla luce anche degli stimoli o provocazioni della Chiesa: l’anno scorso si è parlato della Eucarestia, nel 2004 del volto missionario della parrocchia in un mondo che cambia, nel 2003 della famiglia.

Quest’anno la nostra riflessione la fissiamo su quel grande appuntamento ecclesiale decennale (è il quarto del periodo postconciliare, dopo quelli di Roma, Loreto, Palermo), che si svolgerà a Verona, il prossimo 16-20 ottobre, sul tema “Testimoni di Gesù risorto, speranza nel mondo”.

Lo facciamo per due principali ragioni: la prima, è da riconoscere con sincerità, in seno alla nostra parrocchia abbiamo fatto poco per prepararlo; pressati da altre esigenze, siamo stati incapaci di promuovere un’azione efficacemente incisiva e coinvolgente; la seconda perché il tema dell’appuntamento si sta rivelando una scelta felice per aprire tutti gli ambiti della vita d’ogni giorno alla speranza che viene da Cristo.

Quello di Verona si sta rivelando non uno dei tanti convegni su uno spicchio di vita ecclesiale o su un tema culturale, teologico, catechistico, pastorale, ma una grande assemblea nella quale sono rappresentate tutte le componenti del popolo di Dio: vescovi, sacerdoti, religiosi, religiose, e soprattutto laici, “la cui presenza” – dice il cardinale Tettamanzi, presidente del Comitato preparatorio – “va stimolata nella società e nella Chiesa perché tutti devono poter parlare, gerarchia e laici. C’è distinzione tra gerarchia e laicato, ma non contrapposizione: il soggetto è unico; la comunità cristiana, ma c’è bisogno di maggior libertà che significa maggior responsabilità ma anche maggiore obbedienza per il bene comune”. Non basta proclamare “i valori”, tocca ai laici “testimoniarli in maniera libera, responsabile e coerente”, tocca alla politica realizzarli “per il bene comune”.

Al convegno parteciperanno anche i rappresentanti delle confessioni cristiane e saranno invitati gli esponenti di altre religioni (ebrei e musulmani). La “guida biblica” sarà la prima lettera di Pietro.

I testimoni del Novecento

Attraverso immagini un posto di rilievo avranno i 226 santi indicati dalle diocesi. Saranno proposti sedici “testimoni del Novecento” uno per ciascuna regione ecclesiastica: per molti sono in corso le cause di beatificazione.

 

Il compito che il Papa affida al grande appuntamento

“Fare il punto sul cammino percorso e guardare avanti” così si esprime Benedetto XVI definendo il compito della “convention”, mentre si compiace “per la felice scelta di mettere al centro la figura di Gesù risorto, fonte di speranza per tutti: solo a partire da Cristo e dalla sua vittoria sul peccato e sulla morte è possibile rispondere al bisogno fondamentale dell’uomo, che è bisogno di Dio, non di un Dio lontano e generico ma di Dio che in Gesù si è manifestato come l’amore che salva e grazie al quale è possibile proiettare una luce nuova e liberatrice sulle grandi problematiche”.

 

Gli ambiti della vita quotidiana nei quali si “deve rendere operante la speranza che viene dal Risorto” sono:            

·         la vita affettiva e la famiglia;

·         il lavoro e la festa;

·         la malattia e le varie forme di povertà;

·         l’educazione, la cultura e le comunicazioni sociali;

·         le responsabilità politiche e civili.

 

Chiedere ai cristiani di riflettere e di essere testimoni di speranza in queste esperienze può sembrare anche riduttivo rispetto ai grandi temi dell’amore, della giustizia, dell’impegno politico dei valori ecc. Sono ambiti modesti, che non sembrano avere grande rilevanza e sembrano destinati quasi a scomparire nel quotidiano. La scelta invece è saggia. Anzitutto perché si tratta di aspetti della vita affidata non a realtà astratte, ma che coinvolgono e impegnano direttamente ogni singolo fedele. E poi perché si tratta di esperienze che formano il fondamento della vita di ogni giorno e diventano il tessuto su cui è poi possibile ricamare tutto il disegno della vita personale e sociale. Sono come il cemento che non si vede e scompare di fronte alla bellezza e alla grandiosità dell’edificio ed è invece ciò che dà solidità a ogni singola parte e a tutto l’insieme; o come la roccia su cui viene edificata la casa: non si vede, ma è il fondamento che le conferisce stabilità nel tempo; o come il ruolo svolto un tempo dalla mamma-casalinga che non sembrava fare nulla e che invece era la silenziosa costruttrice di tutti i legami e affetti familiari.

Ci sia concesso a questo punto riferire alcune esperienze che abbiamo raccolto in seno ai fedeli della comunità: non sono esperienze eclatanti; forse, e senza forse, altre potrebbero essere raccontate. Queste hanno il merito di essere veritiere, e insieme di essere “ordinarie” nella loro quotidianità.

La vita affettiva e la famiglia

P

arlare di famiglia ad un’eterogeneità di lettori come quella del “Messaggio” non è semplice.

Mi sembra importante segnalare che chi scrive è sposato da ventiquattro anni e ha due figli all’università. Questo solo per dire che sto scrivendo con cognizione di causa... ed effetto.

Evidente che sul matrimonio potrei fare un panegirico demagogico per enfatizzarne qualità, vantaggi, opportunità, ma non devo vendervelo. Potrei con la stessa forza smitizzarlo enunciando fallimenti, tradimenti, cedimenti, pentimenti, e altri …enti. Potrei altrettanto fornirvi tutti gli effetti collaterali e le controindicazioni. Ecco, sì, è venuto in mente anche a voi? Potrei fare un “foglietto illustrativo” - Ma che medicina è ?

Vediamo di darvi qualche input come spunto di riflessione.

La famiglia è il primo ambito affettivo dove ogni uomo cresce. Inutile farvi notare che se si matura in un ambiente di fede viola ben difficilmente si tiferà per la juve. L’esempio semplicemente banale, vale anche per le cose importanti. Dove e come si cresce, non c’è bisogno di un filosofo psicanalista per capirlo, è fondamentale e condizionante per il futuro dell’individuo.

Consideriamo ora “atomi” gli insegnamenti che riceviamo fin da piccoli e che ci formano; conseguentemente i singoli soggetti potrebbero essere le “molecole” che andranno a comporre come donna/molecola e uomo/molecolo… quella “cellula” che è la famiglia. Possiamo affermare senza smentite che la maggior qualità degli atomi determinerà in cascata maggior qualità di tutto il resto. 

E’ altrettanto vero che la stessa mano di pittura bianca su colori diversi darà sempre risultati diversi. Questo per dire che per quanto possa essere omogenea l’educazione impartita, ognuno di noi ha pur sempre la propria personalità, il libero arbitrio che giustamente ci impedisce di essere tutti uguali e solo questo fa sì che le nostre convinzioni siano tali da determinare come “Fede” la totale fiducia riposta nel Creatore. Lo potessimo incontrare di persona, o alla televisione o su Internet non saremmo più liberi: ci toccherebbe crederci e sottostare alle sue leggi in maniera passiva. Ma Lui ci vuole attivi, ci vuole liberi, e il giorno che tutti aderiremo al suo progetto, ancor prima di essere accolti da Pietro, realizzeremo il Paradiso qui in terra. E allora dobbiamo saper vedere il Signore nel nostro prossimo. Nell’apprendimento e nell’educazione a questa sensibilità la famiglia deve dunque svolgere il suo ruolo insostituibile.

Il concetto di famiglia mai come in questo periodo ha bisogno di essere non dico “ridefinito” ma certamente “specificato”. Or bene per noi cristiani la famiglia non parte semplicemente da una coppia che si ama, che sta bene insieme, che vuole assicurarsi un futuro in compagnia per la comprensibile paura di rimanere soli. In quest’ottica, nella libertà e legalità concessa, possono certo esistere convivenze, contratti di comunione dei beni, detto papale papaleconsorzi di reciproca convenienza a tutto tondo. Con l’alto costo della vita, degli affitti e gli stipendi che ci sono… sono soluzioni che possono rivelarsi utili se non inevitabili. Quanto detto trova la sua massima regolarità nel matrimonio suggellato in Comune. Non si può che avere stima della coerenza di questa scelta, sempre sicuramente meglio che dei sepolcri imbiancati che ostentano una tradizione in chiesa senza convinzione alcuna. Vengo al dunque. Per chi si professa cristiano si sappia che il matrimonio è molto di più.

La coppia, davanti all’altare e con alle spalle tutta la comunità, diventa santa, benedetta dal Signore.

Per noi cristiani il Matrimonio soprattutto -ma si legga meglio questa parola:“sopra a tutto”-  è un Sacramento.

Noi siamo quelli che “lasciano il padre e la madre per essere una carne sola”, in un’unione benedetta dal Signore, che deve celebrarsi nel Signore. Ma non è il “timbro” che conta. E’ tutta una crescita che deve essere fatta. Deve essere un cogliere lo Spirito della Parola del Signore e farla propria, sposarla anch’essa e in essa dinamicamente propendersi al futuro con la preghiera senza accontentarsi, perché la fame di Dio non passi mai. L’ambizione di questo scenario è dare sinergia e armonia alla crescita e all’educazione dei figli, nella fede, nel discernimento. La famiglia diventa terra di missione per gli sposi nel Signore. I figli in questa atmosfera devono percepire il senso di Dio, e devono imparare, con il solo esempio, a trasferirlo al prossimo.

Ed è dunque la famiglia come la intendiamo noi, questa prima cellula, che da vita a quell’organismo che è la chiesa vivente, la Chiesa del Gesù che sarà sempre con noi, “perché dove sono due o tre riuniti nel mio nome, io sono in mezzo a loro». (Mt 18,19s). 

 

                  Renato A.

il lavoro e la festa

P

ietro, nella sua prima lettera, esorta i cristiani ad essere “pronti sempre a rispondere a chiunque vi domandi ragione della speranza che è in voi” (1Pt 3, 15).

Mi è sembrato naturale partire da questo versetto, perché mai come oggi è avvertibile la necessità di una luce viva che rischiari le cupe ombre che sembrano avvolgere l’agire dell’uomo di questo tempo. Questa luce può derivare da una forte testimonianza offerta dai cristiani, capace di proporre modelli di vita completamente differenti da quelli che oggi invece costituiscono la tendenza che appare prevalente. Più che esprimere un giudizio sulle azioni negative che contraddistinguono purtroppo il nostro mondo, il cristiano è chiamato a mostrare i segni concreti della speranza che lo anima, additando a tutti la strada verso una vita ricca di valori autentici. Occorre, insomma, testimoniare concretamente che il cristianesimo è una fonte inesauribile di comportamenti capaci di dare un senso pieno alla vita dell’uomo in ogni ambito del suo agire.

Così nell’attività lavorativa, che assorbe tanta parte del nostro tempo quotidiano, il cristiano è chiamato ad offrire segni tangibili che animino positivamente questa importante realtà. Tra le tante possibilità, per un cristiano, di vivere la realtà del lavoro mi limiterò solo ad alcune sottolineature.

I tanti musi lunghi incontrati in questi giorni di ritorno dalle ferie estive, mi hanno rafforzato in una convinzione da tempo maturata. Un segno molto semplice che il cristiano potrebbe offrire consiste in un atteggiamento di gioia che dovrebbe trasparire nell’adempimento della sua attività lavorativa.

Una gioia che nasca dalla consapevolezza che con il lavoro umano (con ogni lavoro) si contribuisce a continuare l’opera della creazione. Si deve anche considerare che attraverso il lavoro l’uomo è chiamato a rendere conto dei doni ricevuti dal creatore.

Forte di queste convinzioni, il cristiano dovrebbe fortemente preoccuparsi di creare le condizioni per le quali tutti gli uomini si vedano riconosciuto il diritto a svolgere un lavoro dignitoso.

E, infine, il cristiano dovrebbe vivere la sua esperienza lavorativa senza atteggiamenti di competizione o, peggio ancora, di sopraffazione nei confronti dei propri colleghi, ma anzi sviluppando uno spirito di collaborazione.

Ma la vita dell’uomo non è ritmata solo dal lavoro: ad esso si affianca il tempo del riposo, costituito dai giorni di festa.

Nella nostra società  appare necessario riscoprire il valore autentico della festa, appannato da comportamenti imposti da una visione consumistica ed individualista. Dice il salmo: “Questo è il giorno fatto dal Signore: rallegriamoci ed esultiamo in esso(Sal 118, 24). Si fa riferimento ad un sentimento di fervida gioia che dovrebbe pervadere tutto questo giorno. Ma la gioia di cui si parla non è quella che scaturisce da atteggiamenti di sfrenata evasione, o da tutta una serie di eccessi che caratterizzano le nostre domeniche.

Ecco allora che il cristiano è chiamato a vivere la domenica nel suo significato pieno di “giorno del Signore”, attraverso la partecipazione all’Eucaristia che diventa il fondamento di tutto il suo agire. Occorre, in questo, superare un senso di stanca abitudine che rischia di offuscare quella testimonianza di appartenenza a Cristo che scaturisce dalla celebrazione domenicale dell’Eucaristia.

Oltre a questo spazio dedicato al culto dovuto a Dio, i cristiani sono chiamati a fare un uso del tempo festivo che si distacchi sia da un ozio eccessivo, sia da un frenetico affannarsi da un’attività ad un’altra.

Così il maggior tempo a disposizione consentirà di curare i rapporti familiari, circondando di attenzione i figli. Come si potrà dedicare del tempo alla visita di anziani o ammalati.

Ma oltre a un modo di vivere le relazioni, la domenica dovrebbe lasciare lo spazio anche per essere vissuta come tempo per una riflessione e una meditazione che alimentino la crescita della vita interiore.

Enrico B.

la malattia e le varie forme di povertà

È

 un dato di fatto che l'esistenza umana è segnata dalla sofferenza, sofferenza non voluta che la nostra natura rifiuta. Ci chiediamo il perché del male e non sappiamo dare risposta e questo si tira dietro tante domande di tipo esistenziale che si aggrovigliano tra loro fino a far girare la testa: "Perché tante persone sono afflitte da sofferenze inimmaginabili mentre per altre la vita è tanto semplice?" -"Perché chi nasce in un Paese del terzo mondo è destinato a morire entro pochi anni di fame o di AIDS e noi invece sguazziamo nell'abbondanza?" -"Perché invecchiare e poi morire quando amiamo tanto la vita?".

Mi viene in mente il libro di Giobbe che abbiamo meditato lo scorso anno. Qualcuno lo ha definito il "libro delle domande", domande che non trovano risposta se non affogando nel mistero di Dio.

Anche Cristo ha gridato a Dio la Sua domanda, nel momento di massima sofferenza , poco prima di morire sulla croce: “Dio mio , Dio mio, perché mi hai abbandonato?” (Mc 15,34). In questa preghiera di Gesù al Padre ci sono ricapitolate le domande gridate di ogni uomo e il Padre risponde al Figlio per tutti: “Cristo fu risuscitato dai morti per mezzo della gloria del Padre, cosi anche noi possiamo camminare in una vita nuova” (Rm 6,4).

In questo modo si aprono orizzonti inediti, infiniti ed ignoti che salvano il credente dalla disperazione. Tale salvezza non e riservata ai tempi ultimi, anche se solo allora sarà completa, ma è già iniziata ed è stata inaugurata con la Pasqua di Cristo. Il Regno dei Cieli è già in mezzo a noi e Gesù, nelle beatitudini, lo riconosce negli afflitti, nei miti, nei poveri, nei perseguitati... Anzi, va più in la ancora, perchè con questi si identifica. È cosi, anche se essi non ne fossero consapevoli.

Si apre a questo punto una pista di azione: quella della Caritas. La sequela di Gesù comporta l'impegno sul fronte della solidarietà, secondo il Suo stile; inoltre non si può frenare la spinta missionaria di annuncio del messaggio di salvezza per rendere coscienti queste categorie di persone della loro dignità.

Allora, per paradosso, i diseredati della terra diventano per noi cristiani fonte ed oggetto di amore e di speranza.

Quando poi si incontrano persone che vivono il dolore con fede, allora la loro testimonianza diventa davvero trascinante e trasformante. Queste persone, e ne abbiamo incontrate anche noi, sono la prova che è possibile affrontare il dolore e la morte insieme con Cristo crocifisso ma che è già risorto; quindi ci fanno toccare con mano che la resurrezione è davvero operante in mezzo a noi.

Riporto alcune parole di Mons. Tonino Bello raccolte durante la sua malattia: "È Cristo che soffre in me. Non c'e da aver paura. Gesù prosciuga i nostri dolori, li assorbe nei suoi e non ce li fa sentire più. È lui che soffre in noi, perché a Pasqua possiamo essere noi a gioire in Lui".

Sono parole difficili per noi che non ne abbiamo fatto esperienza, ma non ci possono lasciare altro che colmi di gratitudine e di speranza, perché rendono efficace la frase di Gesù: “Ecco, io sono con voi tutti i giorni,fino alla fine del mondo” (Mt. 28,20).

Rosella D.

l’educazione, la cultura e le comunicazioni sociali

I

l panorama culturale odierno si presenta caratterizzato da profonde contraddizioni e segnali contrastanti. Da una parte ci sono i successi ottenuti in campo scientifico e tecnologico che ci spingono all'ottimismo, dall'altra, problemi come la gestione delle risorse del pianeta, guerre insanabili, il terrorismo, etc... ci mostrano i nostri limiti e ci fanno sentire impotenti.

Ci sono poi ambiti culturali molto più vicini a noi, su cui è più facile influire perché vi partecipiamo dall'interno; citiamo per esempio la scuola e l'università che accolgono, tra studenti e professionisti, gran parte della popolazione.

Come essere noi cristiani testimoni di speranza, cioè di Cristo Risorto, in questi contesti?

Dice Annalena Tonelli, grande testimone di speranza del nostro tempo: "Tutto è sacro da quando Cristo si è incarnato e niente può esistere fuori dalla sua carne". La conseguenza logica di questa fede conduce al primo passo che è l'impegno: come seguaci che amano Cristo, essendo Egli tutto in ogni cosa, non possiamo delimitare zone di disinteresse nella nostra vita, oppure scegliere dove essere cristiani e dove non esserlo -per esempio in famiglia sì, ma sul lavoro è troppo difficile…-. Come poi esprimere in pratica il nostro impegno dipende dai fattori più svariati: dai ruoli di ciascuno, dalle persone con cui ci relazioniamo, dalle nostre attitudini e sensibilità. Riferendomi anche alle mie esperienze personali, essere cristiani impegnati nel mondo del lavoro e in particolare nei differenti settori di promozione culturale (cito alcune categorie: studenti, insegnanti, ricercatori, giornalisti, scrittori, etc...) non è facile. Infatti la cultura che ci circonda è prevalentemente laica, vede l'uomo unico protagonista del suo destino e rivendica l'indipendenza e la libertà della ricerca da tutti i vincoli. Così noi siamo diversi: siamo il lievito nella farina. Ma se anche il lievito non diventerà mai farina, tuttavia quando i due elementi sono mescolati non si distinguono più fra loro. Così dovrà essere il cristiano, mescolato agli altri, cercare sempre i punti di contatto per aprire collaborazioni, per condividere esperienze e obiettivi lavorativi, essere un vero compagno di strada, senza mai rinunciare alla propria identità.  Noi sappiamo che il vero protagonista delle vicende umane è Cristo e a Lui abbiamo affidato la nostra vita e la storia del mondo. E' questo il nostro punto di forza, il motivo che spinge all'ottimismo anche in mezzo alle difficoltà e alle contraddizioni più esasperate, che permette di mantenere il giusto equilibrio nelle alterne vicende di successi e sconfitte, che ridimensiona perfino il dolore e la morte, che cerca la coerenza, che rifiuta finché è possibile i compromessi, insomma, che spinge a svolgere la propria attività con amore. Quando colgo questi comportamenti nelle persone intorno a me, in essi riconosco, come cristiana, i segni dell'agire di Dio, come donna, che si può operare per ordinare le attività e le risorse umane al servizio del bene comune. E questo è fonte di gioia e di speranza.

Tra le grandi figure profetiche del nostro tempo caratterizzate dall'impegno culturale, ricordo con ammirazione e anche con un po' di stupore Giorgio La Pira: a chi gli domandava la ragione del suo incrollabile ottimismo rispondeva in fiorentino: “O che c'ho colpa io se Cristo è risorto?”.

Gloria F.

le responsabilità  politiche e civili

C

olgo volentieri l’occasione fornitami per dare il mio contributo alla riflessione sul prossimo convegno ecclesiale di Verona perchè, anche attraverso queste poche righe, possa crescere nella nostra comunità l’attenzione ed il dibattito verso questo evento.

Avere nel cuore la nostra Chiesa, la nostra comunità, ci obbliga ad avere attenzione verso questi avvenimenti che soltanto uno sguardo superficiale potrebbe ritenere un di più, soprattutto quando il tema posto all’attenzione è “come essere testimoni di Gesù risorto speranza del mondo”.

Ciò su cui veniamo interrogati è infatti alla portata di tutti, dotti, medici, sapienti, ma anche di coloro che non hanno, di base, enormi talenti culturali. Il valore della testimonianza passa infatti soltanto dal nostro operare e dal mettere a frutto i talenti a noi forniti.

Questo potrebbe di per sé bastare per farmi smettere di scrivere questa breve riflessione. Ma se poi completo il quadro, vedo che siamo chiamati a testimoniare la speranza che è dentro di noi, e il senso di sgomento si fa ancora più profondo.

Per uscire dall’empasse dettato da tale sentimento cerco di non guardare a me ed alle mancanze personali che mi obbligherebbero a cessare l’articolo. Se solo infatti lo sguardo si alza dalle proprie grettezze quotidiane il cuore non può che riempirsi di speranza. Se è vero che il mondo lo ha salvato Gesù, le perle di testimonianza che si levano nel mondo sono molteplici: nella nostra comunità, nella Chiesa fiorentina e mondiale ci sono tesori ricchi di inestimabile valore.

Se crediamo che sia politica non solo la vita dei partiti, ma molte delle nostre azioni quotidiane, tutti siamo interrogati da cosa vuole dire rendere lì ragione della nostra speranza.

Fare questo vuol dire poi impegnarsi nel proprio quotidiano coscienti del valore collettivo delle nostre azioni.

Vuol dire, oggi come non mai, crescere nella consapevolezza del nostro essere nel mondo del consumo persone pensanti e consapevoli non solo di quanto, ma di cosa usiamo e consumiamo.

Vuol dire non sottrarsi alla responsabilità nel formare e far crescere il senso civico.

Vuol dire educare alla legalità ed al rispetto.

Vuol dire non sottrarsi alle responsabilità e, misurati dal talento e non solo dall’ambizione, rendersi servi nell’ amministrare e gestire il bene comune e il potere che fare ciò ti offre.

Spero che tutto questo basti a chi leggerà queste righe a trovare anche nella propria esperienza questi segni luminosi di speranza.

Accanto a me ne sono passate alcuni, non molti, ma sufficienti per darmi la forza di fare un passo fuori dall’ordinario, con la coscienza che la maggioranza va in senso contrario a tutto questo.

Segni di speranza non possono che venire da chi ha ben presente il valore della propria azione come valenza di profezia per il futuro, solo chi sa Chi ha salvato il mondo non si arrende all’umanità.

 “Essere apostoli nel mondo, senza essere del mondo e senza essere riconosciuti dal mondo” (G. La Pira).

E se sentiamo il nostro cuore riscaldato da tutto questo, non possiamo non fare del nostro meglio per riscaldare il mondo.

Andrea G.

 

 

 

Il nome difficile della speranza

 

S

perare da cristiani non significa aspettarsi un futuro nel quale tutti i problemi siano risolti. È un’esperienza molto diversa, e al tempo stesso più grande.

La speranza del cristiano è il suo sentirsi accompagnato dalla presenza di Dio; il sapersi e sentirsi amato da un Dio che cammina con gli uomini dentro la storia umana e che per questo si è fatto uomo. La parola inaudita della storia è che Dio “spogliò se stesso assumendo la condizione di servo” e rivelando all’uomo quanto gli sta a cuore la sua vita.

La forza del cristiano è quella straordinaria di chi si sa amato.

La speranza è dei piccoli.

Dov’è evidente la presenza di Dio nella storia? Come si può dire che Dio ama l’uomo se tanti uomini vivono nella sofferenza; se due terzi dell’umanità soffrono fame e ingiustizia; se milioni di bambini muoiono di guerra, di fame e di abbandono; se milioni di adolescenti oggi non hanno visto nella loro vita altro che violenza e armi; se tanti giovani muoiono di noia e solitudine; se fasce sempre più ampie si fanno coinvolgere dal terrorismo assassino spesso in nome di Dio…

A queste domande non c’è risposta di ragionevole buonsenso, se non la decisione di Dio che si fa bambino nella mangiatoia di Betlemme: bello e fragile come ogni bambino, ultimo fra tutti i bambini. Inizia da una culla improvvisata la vita del Figlio di Dio. Non è un bimbo prodigio, anche se la sua vita è circondata da prodigi; è un bimbo normale come tutti, che piange, mangia, dorme, sorride, gioca…

Come ogni bambino non esprime la pienezza ma il bisogno: ha bisogno degli altri e senza di loro non potrebbe nemmeno sopravvivere. Il bambino Gesù ci presenta il volto debole di Dio che nasce tra i poveri, è vittima del potere e del male, conosce l’esilio, la solitudine, il rifiuto.

Solo questo Dio Bambino può fondare la nostra speranza.

Questo bambino, cresciuto, un giorno dirà: se non diventerete come bambini…” non comprenderete mai quanto Dio sia vicino al cuore dell’uomo.

Il bambino è un piccolo essere che ha fiducia in tutti; per questo pensa che gli altri non possano non prestargli attenzione e prendersi cura di lui, perché lui esiste e ne ha bisogno.

Il bambino non conosce limiti ai propri sogni, e quasi non distingue tra sogno e realtà. Un bambino vive dei propri sogni e vede ciò che gli altri non vedono.

La strada della felicità passa da Betlemme. Da Betlemme passa la strada della speranza, legata alla nascita di un bambino che fa rinascere ciascuna donna e ciascun uomo che accoglie il suo mistero. Da Betlemme si impara a vedere ciò che gli altri non vedono; si allena lo sguardo a vedere l’invisibile; a riconoscere nel povero la dignità dell’essere umano; a vedere, oltre i ruoli, il fratello; a riconoscere nei segni incerti di bene il regno di Dio che inizia a compiersi.

Dire nella vita la fede nel Risorto

Se il Signore è Risorto, ogni giorno è possibile ricominciare, la novità è possibile e già oggi essa si annuncia nei segni discreti del bene che si rivelano al cuore di chi è piccolo e si affida: all’azione di Dio; ai suggerimenti dello Spirito; alle intuizioni del cuore; all’amicizia dei fratelli.

Già oggi è possibile contribuire a rafforzare questi segni di bene, a rendere storica la risurrezione del mondo, vivendo secondo la logica paradossale della Pasqua che giorno per giorno si esprime nel perdono, nel servizio al bene, nella fiducia disarmante nell’altro, nella gratuità oltre ogni convenienza.

Sperare non è una fuga. Tutti i progetti nascono da un sogno. E tutti i progetti devono fare i conti con gli imprevisti, le delusioni, gli insuccessi, i nostri errori.

Il sogno di Martin Luther King ha aiutato tanti a prendere coscienza del valore di un mondo di fraternità e di giustizia e ha creato un movimento che ha contribuito a rinnovare il suo paese e a diffondere valori di pace e di non violenza nel mondo intero. “Sogno un luogo in cui i bambini e le bambine, neri e bianchi, possono tenersi per mano e camminare insieme… Sogno un mondo dove riusciremo a lavorare insieme, a pregare insieme, a lottare insieme, ad andare in prigione insieme, per difendere la libertà insieme, sapendo che un giorno saremo liberi… Sogno che un giorno riusciremo ad estrarre dalla montagna della disperazione una pietra di speranza”.

Per essere veri sognatori e non visionari occorre riconoscere il sogno nei segni esteriori, anche i più piccoli, quelli presenti nella povertà e nella pochezza; occorre l’umiltà di inchinarsi davanti a ciò che appare insignificante; la pazienza di lasciar maturare ciò che è piccolo; il coraggio di trattenere il sogno dove i… sensi falliscono.

La speranza si alimenta di desiderio: è il nostro modo di non restare passivi di fronte alla realtà e di continuare a volerla bella e piena come è nel disegno originario di Dio. Il desiderio è anche l’espressione dell’audacia del cuore; quell’audacia di cui si è nutrito il cuore di Maria, di Elisabetta, di Zaccaria.

La speranza si coltiva nell’attesa; ha bisogno di un cuore desto e vigilante. Sono segni di speranza vigile le persone che hanno maturato e vivono un atteggiamento costante di fiducia nella vita, per discernere nell’intreccio delle circostanze della vita la volontà dello Spirito che chiama; portano speranza le persone che sanno scommettere sul dialogo anche quando si fa difficile, in ogni ambito di vita, dalle relazioni familiari a quelle politiche e ecclesiali; vivono la speranza gli uomini e le donne che vivono la sofferenza – scuola di cui prima o poi ciascuno diventa alunno – trasformandola in una pagina di vangelo eloquente e forse anche scandalosa.

La speranza ha bisogno di impegno, anche se il suo oggetto non è frutto delle conquiste, ma è puro dono.

Vivono la speranza quegli uomini e quelle donne che si danno da fare perché credono che ciò che stanno aspettando sta germogliando nella storia. A volte la speranza dei cristiani è stata ritenuta fonte di disimpegno sociale e di alienazione personale. Al contrario, chi spera si impegna nel mondo.

La preghiera, l’Eucarestia, la parola di Dio generano condivisione, comprensione per il mondo, servizio ai deboli e agli stranieri, capacità di pagare di persona. Chi spera crede che valga la pena di lottare per il bene e per opporsi a tutto ciò che al bene si contrappone.

Gli uomini e le donne di speranza non sono (neppure) degli attivisti, affannati esecutori di programmi tutti umani. Sono come Giorgio La Pira che, quando era impensabile, portava avanti progetti di pace e di dialogo. I testimoni della speranza vivono come vedendo l’invisibile: ciò che il cuore, il desiderio, il sogno, l’intuizione interiore rendono visibile. Vivono riconoscendo nelle scintille di bene che sono attorno a noi – ovunque esse brillino – i segni della presenza di Dio, sapendoli riconoscere, raccogliere, conservare, ricomporre.

Don Mario