ß Buona Pasqua 2006

Questo è il giorno

che ha fatto il Signore

La Pasqua è il giorno della nuova creazione,

è il giorno della comunità del Risorto.

È il giorno della gioia e della gratuità.

È il giorno della vittoria sulla morte, sul dolore, sul pianto.

È il giorno della vittoria sul peccato.

È veramente il giorno che ha fatto il Signore, in cui rallegrarci ed esultare

 (Salmo 117, 24).

 

LA BUONA NOTIZIA

È

 vero: i giorni della nostra vita scorrono eguali e noi non possiamo rassegnarci. Aspettiamo sempre che succeda qualcosa di nuovo che venga a risvegliare e a cambiare radicalmente la nostra vita di uomini stanchi, rassegnati, oppressi da una pietra pesante, in un’altra vita dove ogni azione, ogni gesto, ogni istante abbiano un senso, siano degni di essere vissuti. Ci alziamo la mattina, scrutiamo il cielo: piove, c’è il sole? Apriamo i giornali: nulla di nuovo, nessuna buona notizia per noi. Trascorre la giornata, torna la sera, siamo ancora in attesa, niente di nuovo o di interessante è accaduto, siamo solo… più vecchi di un giorno. Andiamo a letto e prima di chiudere gli occhi ci abbandoniamo, quasi assopiti, alle immotivate speranze che domani sia davvero un “altro” giorno.

Attraversiamo una interminabile Quaresima, il nostro tempo di attesa, ma la nostra Pasqua, il nostro “passaggio” sembra non dover giungere mai. Eppure oggi è Pasqua, oggi Cristo è risorto, oggi la pietra del sepolcro è stata ribaltata e la Morte è vinta. Oggi la nostra attesa è finita. Ma avremo abbastanza fede per credere questo ogni giorno? Da quel lontano mattino ogni giorno è il giorno della nostra risurrezione, ogni giorno la pietra che chiude il sepolcro della nostra vita viene ribaltata, possiamo davvero risorgere.

La notizia è questa: la gioia della Pasqua può essere la gioia di ogni giorno.

Non dobbiamo attendere più, non dobbiamo attendere altro, tutto è già avvenuto e siamo liberi. È questa libertà il dono della Risurrezione, la vittoria sulle nostre piccole e grandi paure, l’agilità e l’allegrezza di una vita nuova. Nulla è cambiato intorno a noi, eppure tutto è nuovo, non dobbiamo più dipendere da nulla e da nessuno per la nostra gioia, abbiamo rovesciato la pietra.

Buona notizia… e importante anche per chi non crede

Perché questo fatto, dell’uomo di Galilea che, dopo essere stato crocifisso ed essere morto, risorge il terzo giorno, ha dato tutt’altro corso alla vicenda umana. Ancora oggi, in quasi tutto il mondo, gli anni si contano dalla nascita di Gesù: e non perché sia nato, e nemmeno perché ha predicato ed è morto in quel modo. Ma perché è risorto. Dunque, è il momento più importante della storia. E nonostante questo, coloro che l’hanno vissuto (e che ne hanno afferrato tutta la grandezza, tanto da versare il sangue per testimoniarlo) ne parlano con lo stile con cui si riferisce una scenetta da cortile. Pare di essere in un villaggio dove è stata rubata una gallina.

Una donna (Maria di Magdala) lo riferisce trafelata ai due proprietari (Pietro e Giovanni), che corrono a vedere le “penne” sparse che ancora lo attestano. Non ci si scandalizzi per questo linguaggio. Si ringrazi invece Iddio che ci ha dato, con quello stile rozzo e preciso, la prova morale che quel fatto è vero, che quei semplicioni dai sensi desti, ma dalla mente ingenua non ne potevano essere gli “inventori”. Pensiamo a quella corsa affannosa, il giovane innanzi, il più anziano indietro; il giovane arriva primo, ma poi aspetta (paura? ossequio?) che nel sepolcro lo precede l’anziano; e quelle bende per terra, quell’“impagabile” sudario, “non per terra con le bende, ma piegato in un luogo a parte”.

Si crede, a questo punto, che è successo il Fatto inconcepibile. Ma si crede anche, e prima ancora, che Pietro e Giovanni e la Maddalena non “avevano ancora compreso… che egli doveva risuscitare dai morti”. È proprio perché non potevano nemmeno sognare una tale possibilità che noi credenti, dopo duemila anni, preghiamo ancora l’uomo assassinato tre giorni prima.

 

 

 

In undici incontri si è conclusa anche quest’anno la catechesi agli adulti, o meglio, la preparazione di coloro che la dovevano tenere ai loro gruppi. Il tema dell’anno è stato: il libro di Giobbe. 

Catechesi agli adulti. Perché?

In un ambiente cosiddetto cristiano la fede era un fatto ereditario ricevuto da altri e da affidare come patrimonio comune alle nuove generazioni, perché anch’esse si assumessero il compito di tramandarlo. La consegna avveniva nella comunità (quella parrocchiale e/o quella famigliare) attraverso le forme tradizionali e culturali, frammiste a qualche elemento di folclore locale.

In tale contesto si approfittava del tempo della fanciullezza per trasmettere ai più giovani i riti e comportamenti religiosi, destinati poi a ripetersi per tutta la vita. I fanciulli dagli 8 ai 13 anni erano definitivamente integrati nella comunità ecclesiale, tramite l’ammissione precoce ai sacramenti.

L’adulto di domani avrebbe dovuto solo ricordare e continuare la pratica di quanto appreso da bambino, rischiando di essere mantenuto in uno stato di fanciullezza prolungata, in quanto la sua fede doveva continuamente ricondursi alla fanciullezza.

Niente di speciale che a una certa età la religione diventasse totalmente estranea alla vita.

Oggi la società e la famiglia non generano più biologicamente dei cristiani, perché né l’una né l’altra sono cristiane in senso vero.

La pretesa di dare al bambino e al ragazzo tutto ciò che gli sarà necessario durante l’intera esistenza, è contraria a tutti i dati più elementari della psicologia e della sociologia. E la presunzione, perché si è frequentato il catechismo, la messa e i sacramenti da ragazzi, di avere tutto quanto basta per dirsi cristiani, è autoescludersi da uno sviluppo, una crescita necessaria, di cui tutti ci si deve preoccupare, attraverso un’opera di educazione permanente alla fede; perché c’è una proposta cristiana per ogni tempo della vita dell’uomo, senza mai un congedo definitivo.

Mi seduce in questo senso l’episodio della Trasfigurazione (Mc 3,2-8). Pietro, Giacomo e Giovanni mi sembrano dei bambini che vivono pieni di entusiasmo il loro momento religioso, spettacolare come una bella liturgia, e stanno bene dinanzi a un Dio che si rivela con tutta la sua luce. Ma la luce si spegne, e rimane Gesù solo, un uomo come gli altri, anzi avviato, secondo le sue stesse parole, verso le ombre della passione e della morte. Si rompe così l’incantesimo di quello che abbiamo sperimentato nella fanciullezza o rivissuto nella liturgia, e Dio non serve più per risolvere i problemi via via emergenti nella vita e nella società; Dio è nella nube.

La fede evita questo pericolo, che è poi il pericolo in cui cadono tutti gli aderenti e sostenitori delle nuove ideologie, quando passano gli entusiasmi della trasfigurazione, dell’illusione di poter cambiare tutto e subito, secondo lo schema di un grande e luminoso ideale, che ha un impatto deludente con la realtà fatta di uomini impastati col fango.

La fede trova la forza di far ripartire con pazienza e coraggio alla ricerca della strada giusta che può portare alla Risurrezione, non senza il passaggio necessario attraverso la via della Croce, che è di umiliazione, di attesa, di pazienza, ma insieme di cocciutaggine e di persuasione che alla fine la vittoria verrà, del bene sul male, dell’amore sull’odio, della verità sulla menzogna, della giustizia sul sopruso.

Ma questa è la fede che si acquista e si alimenta da adulti, nell’esperienza del dolore e della prova, dopo quella degli entusiasmi infantili.

Ecco la necessità di viverla in termini adulti; da maturi, non poggiandola sul sentimentalismo ma sul realismo, con un’unica certezza: la risurrezione.

Ma la risurrezione, dice Karl Barth, in quanto verità non si coglie attraverso teorie ma unicamente nella pratica del combattimento.

don Arturo

 

 

I SIMBOLI DELLA  LITURGIA NELLA VEGLIA PASQUALE

L

a relazione uomo-Dio non può essere raggiunta attraverso i sensi, né attraverso il pensiero razionale e scientifico, né può essere espressa col linguaggio convenzionale. Si può invece trovare attraverso una via antichissima, ma sempre nuova: quella dei simboli.

Il simbolo è qualcosa che “lega” che mette insieme due elementi opposti: il primo è il trascendente, il sacro, l’“Altro” impossibile da cogliere con i sensi e con la ragione. Il secondo è un oggetto materiale o un’esperienza concreta in cui il sacro si manifesta. Questi due poli trovano nel simbolo una composizione che non li appiattisce e neppure li esaurisce mai completamente, poiché nel simbolo ognuno scopre ciò che è preparato a scoprire.

La storia di tutte le religioni è tracciata sulla via dei simboli. La storia del Cristianesimo è da questo punto di vista esemplare: non distrugge i grandi simboli, comuni ad altre culture religiose, ma li valorizza e li ripropone in forma nuova. E accanto a questi propone simboli suoi specifici.

La Liturgia della notte di Pasqua presenta una grande ricchezza di simboli: se riuscissimo a vederli non come una formalità, ma a coglierne, anche solo in parte, il significato, potremmo sentirci coinvolti in un “legame” che va oltre il tempo e lo spazio, in un viaggio che ci accompagna dall’epoca preistorica fino alla Resurrezione di Gesù e che può continuare fino all’eternità.

 

LITURGIA DEL FUOCO: DIO SI MANIFESTA

Il fuoco è uno dei più antichi simboli cosmici presenti nei riti religiosi di tutti i continenti. È forza, luce, calore; per l’uomo primitivo è stato il mezzo concreto per respingere le tenebre, difendersi dal freddo, cuocere il cibo; ma anche rappresentato la potenza della divinità, la distruzione e la purificazione. Gli antichi testi biblici parlano di Dio che si rivela a Mosè in “un roveto ardente” (Es 3,2), che cammina alla testa del suo popolo “in una colonna di fuoco” (Es 13,21); poi sarà il “carbone ardente” che purifica la bocca del profeta Isaia (Is 6,6) e Gesù dirà “sono venuto a portare il fuoco sulla terra” (Lc 12,44). Ma il cristianesimo sviluppa soprattutto la simbologia della Luce: la luce prodotta un tempo dal fuoco, poi dall’olio delle lucerne e dalle candele è il segno visibile dell’illuminazione spirituale. Gesù è la “Luce del mondo” (Gv 8,12). Perciò la Pasqua comincia con la guida della Sua luce.

 

LITURGIA DELLA PAROLA:DIO CI PARLA

Protagonista della seconda parte è la Parola. La parola è innanzitutto comunicazione, dialogo.

La liturgia della parola nella veglia pasquale è lunga e ricca di significato: c’è il dialogo tra Dio che parla e l’uomo che Gli risponde con i Salmi; c’è il dialogo tra i simboli, perché molte immagini delle letture richiamano quelle precedenti (fuoco, luce) o anticipano quelle successive (acqua); c’è anche qui un percorso storico che inizia con la parola creatrice in Genesi, prosegue con la memoria della storia d’Israele e l’annuncio dei profeti, si conclude nel Vangelo.

LITURGIA DELL’ACQUA: DIO CI DÀ LA VITA

L’acqua è in concreto l’elemento essenziale per la vita biologica: la disponibilità o scarsezza d’acqua ha sempre significato ricchezza o povertà per i popoli antichi e ancor oggi c’è chi vive drammaticamente questo problema. È anche uno dei simboli primordiali di vita spirituale, già ampiamente valorizzato nella tradizione ebraica e che assume un significato particolare nel Cristianesimo. L’Antico Testamento presenta il binomio acqua-albero come segno di vita, di fertilità, di benedizione del Signore: lo troviamo nei Salmi, nelle poetiche immagini di Isaia, nella profezia di Ezechiele ripresa dall’Apocalisse di Giovanni. Spesso l’idea “acqua” è arricchita dall’aggettivo e diventa “acqua viva”, un simbolo riproposto fortemente dal Nuovo Testamento: è l’acqua di sorgente, di fiume, è il Giordano, contrapposto al Mar Morto e diviene segno rituale della Nuova Vita donata col Battesimo. Gesù stesso dice alla Samaritana: “Io do l’acqua viva” (Gv 4). In natura è “viva” anche l’acqua che contiene esseri viventi come i pesci; il pesce diventa perciò il simbolo del cristiano.

L’acqua è dunque il legame ideale fra i due momenti di vita spirituale: il Battesimo e la Resurrezione.

 

LITURGIA EUCARISTICA: DIO CI FA CORPO CON LUI

I simboli eucaristici sono il pane e il vino. Qui avviene una svolta importante sia sul piano storico che su quello simbolico e rituale. Non si tratta più di simboli cosmici, ma di qualcosa di concreto che è frutto “della terra e del lavoro dell’uomo” perché Dio si è incarnato, è venuto in mezzo a noi. Non sono più i simboli antecedenti e condivisi con altre religioni, ma specifici del Vangelo di Gesù. Pane e vino sono il Corpo e il Sangue di Gesù, segno di Comunione e di Condivisione piena, fino al dono di sé.

 

 

Dio è Amore...

 

è il tema della prima Enciclica del Santo Padre, Benedetto XVI. Il Papa vuole richiamare i cristiani e il mondo intero ad una realtà fondamentale: essendo Dio amore ogni uomo è amato personalmente. Ne scaturiscono alcune conseguenze di decisiva importanza e concretezza. Innanzitutto, nella misura in cui ognuno si sa conosciuto per nome e guardato con benevolenza, diventa strumento di bene per gli altri. L'amore è contagioso. L'uomo scatena il peggio di se, diventa elemento di divisione e di violenza quando innanzitutto non si sente amato.

Quando, cioè, anziché circondato dal calore dell'attenzione e dell'affetto, avverte  indifferenza e sfiducia. L'esperienza insegna che la sfiducia degli altri gela l'anima e impedisce il fiorire della persona nelle sue capacità migliori.

L'invito allora è quello di credere più decisamente a Dio che, in Gesù, si è rivelato nel suo vero volto: nel Crocifisso, infatti, risplende Dio come amore e si svela da quale parte pende il suo cuore, verso l'umanità. Lasciandosi avvolgere dal suo amore, l'uomo da il meglio di se e l'umanità si costruisce più umana. Una seconda conseguenza. Nella meditazione orante del Dio-Amore si purificano le diverse forme dell'amore. Con questa parola, infatti, vengono indicati modi e realtà non solo giustamente diverse, ma opposte tra loro e distorte. Quante ambiguità, nascosti egoismi, strumentalizzazioni, vengono coperti con questo nobilissimo termine! E' necessaria una “bonifica” concettuale. Ciò può avvenire confrontandosi con il modello sommo dell'amore, Cristo, che dona se stesso nella gratuità più completa.

Infine, dalla riflessione dell'Enciclica consegue che il nome di Dio non può essere mai evocato per nessuna violenza. Se Egli è amore nella sua profonda identità, ogni autentica Religione non può che essere strumento di fraternità, di rispetto e di pacificazione. Risuonano le parole di Gesù: "Beati gli operatori di pace”. Egli è il Principe della pace e i suoi discepoli non possono che essere operatori di amore e quindi di giustizia e di pace per tutti.

 

 

Nell’Enciclica di Benedetto XVI l’alfabeto essenziale per l’umanità

S

arà difficile poter estinguere in qualche modo - ammesso poi che sia possibile - il debito di gratitudine che ogni cristiano - diremmo, anzi, ogni uomo - deve a Benedetto XVI per la sua prima Enciclica, «Deus Caritas est».

I commenti sono stati copiosissimi e, anche sotto il profilo - per così dire - quantitativo sono riusciti a trasmettere il senso della straordinaria importanza del documento pontificio.

Il fatto che si trattasse del primo trattato magisteriale del successore di Giovanni Paolo II è valso solo in parte a dar conto della vastità e, in molti casi, della profondità delle reazioni.

In realtà, appena venuta alla luce, l’Enciclica ha trasformato l’attesa in qualcosa di diverso: tutti siamo stati presi dall’annuncio semplice e straordinario della prima, fondamentale e costitutiva verità dell’essere cristiani: «Dio è amore».

Su queste tre parole si regge l’intero impianto della vita dell’uomo e del mondo, la casa che egli abita. Queste tre parole sono come l’alfabeto definitivo ed essenziale attraverso il quale l’umanità è in grado di esprimere tutta se stessa e di riempire di parole, di significati e di emozioni tutto ciò che della vita lo riguarda.

Proprio questo ritorno all’essenziale, al di là della bellezza e della profondità del testo è forse il primo valore - anche in senso metodologico - dell’Enciclica di Papa Benedetto.

Ciò che il mondo sta disperdendo è proprio la consapevolezza di ciò che gli è necessario. Troppa zavorra lo accompagna ormai in un cammino sempre più pesante ed affannato.

La virtù di guardare all’essenziale è costantemente messa alla prova da fuochi fatui che inquadrano, rendono visibile, ma non illuminano il quadro d’azione.

Il pericolo di perdersi nei mari aperti dell’inconsistenza e della futilità è più che mai in agguato.

È lo stile del nostro vivere civile che porta ad ammassare immagini, suggestioni e sensazioni senza quasi mai arrivare a porci di fronte all’essenza e allo spessore di qualcosa di veramente compiuto.

Ha acceso in noi una speranza: che il grande annuncio “Dio è amore” , che la parola “amore”, riportata al suo “splendore originario”, dilaghino all’infinito, come quando si butta un sasso nell'acqua e si formano cerchi sempre più ampi. Sono certa che l'enciclica del Papa susciterà un’eco spontanea da tutta la Chiesa e oltre: se vivere l'amore non si limita all'aiuto concreto del prossimo, ma spinge anche a "comunicare agli altri l'amore di Dio che noi stessi abbiamo ricevuto", emergerà la ricchezza di quell'amore vissuto spesso con eroismo, nel silenzio, all'interno delle famiglie, nei Parlamenti e nelle fabbriche, nelle università e nei quartieri, nelle aree più depresse del mondo e tra chi ha impresso sul proprio volto, il volto steeso dell'Uomo-Dio che grida l'abbandono del Padre.”

Chiara Lubich

(Fondatrice del Movimento dei Focolari)

 

La lettura di questo testo di Benedetto XVI comunica grande speranza. Non ci si illude con l'utopia di un possibile paradiso in terra. Non ci si imbatte in un precetto morale che la gente può considerare difficile da vivere. Non ci si perde in un sentimentalismo che può aprire la via a temute delusioni. Si afferma con forza che l'amore è possibile: "l'amore è possibile, e non siamo in grado di praticarlo, perché creati ad immagine di Dio". Questa è la grande speranza! Dobbiamo avere il coraggio di fermarci su di essa, evitando quel consumismo spirituale, che ci fa passare da un testo all'altro, da un messaggio all'altro, per poi assimilare poco o niente in profondità e non farci misurare da nessuna parola. Recepire con il cuore queste parole può liberare energie d'amore nella nostra vita e in quella della Chiesa. Quello del Papa è un appello alla libertà di ciascuno perché viviamo nell'amore. Non c’è esperienza cristiana senza amore!

Andrea Riccardi

(Fondatore della comunità di sant’Egidio)