Messaggio di Natale 1995

Non faccio fatica a prevederlo. Nella notte del prossimo Natale si avrà il "pienone" nella pur capiente aula liturgica, la chiesa per intenderci. Succede tutti gli anni: una ressa. Ed io sarò combattuto tra due sentimenti: gioiosa soddisfazione nel vedere tanti volti "poco noti" e rammarico pensando che davvero può essere molto comodo "fare i cristiani" la notte di Natale e poi... scomparire, salvo concedersi qualche capatina in chiesa per un funerale o un matrimonio, o per la Prima Comunione di un figlio o un nipote. Cercherò di assecondare il primo dei due sentimenti non solo per prevenire malintesi e fraintendimenti ma per essere più in sintonia col mistero stesso del Natale: mistero di salvezza per tutti, di cui il prete è solo annunziatore e servo.
Mettetevi nei miei panni. Dovrò pure cercare di far capire che il Natale non è semplicemente il compleanno di Cristo ma è il suo ritorno ciclico, reso concreto e reale dalla forza attualizzatrice della liturgia, e come ritorno, non può essere lo stesso tutti gli anni, rappresenta sempre una novità, perché, se lui è lo stesso, noi non siamo mai gli stessi, ci evolviamo in bene o in male, ci arricchiamo di esperienze, ci ritroviamo a vivere in situazioni mutevoli ogni anno, perché ogni anno è successo qualcosa che ha inciso più o meno profondamente nel nostro fisico, nel nostro spirito, nel nostro cuore. Non fosse altro, ci siamo avvicinati di 365 giorni all’ora del nostro definitivo ed eterno incontro con Lui. Abbiamo conosciuto gioie e tristezze nuove, rafforzato o allentato rapporti, modificati certi atteggiamenti con Lui, con gli altri. Succedono tante cose in un anno dentro di noi, ma anche intorno a noi, nella comunità familiare, parrocchiale, civile, nazionale, mondiale. Ed è in questa realtà che Cristo si immerge di nuovo con l’attualità di sempre, spinto dal suo irresistibile amore per noi. E allora ogni Natale non è all’insegna della ripetitività, ma della più autentica novità, è un Natale "diverso". Sarà difficile capire questa verità? Noi sacerdoti vorremmo che fosse possibile e reale per tutti.
Buon Natale ... diverso?
La Liturgia nella Celebrazione Eucaristica...
Gloria F.
Liturgia: parola dal significato un po' difficile. Il dizionario italiano dà la seguente definizione: il complesso delle cerimonie e delle formule di un culto. Questa frase può portare a dei malintesi. Se per cerimonia si intende qualcosa di artificioso che evoca immagini di Messe in cui il pensiero si perde tra i fiori e le trine che adornano l'altare, allora siamo fuori strada.
Viceversa la parola Liturgia dovrebbe farci pensare alle Celebrazioni vivamente ma semplicemente partecipate delle prime Comunità Cristiane, come descritte negli Atti degli Apostoli (2,42-46): "erano assidui nell'ascoltare gli insegnamenti degli Apostoli e nell'unione fraterna, nella frazione del pane e nelle preghiere [...]. Ogni giorno tutti insieme frequentavano il tempio e spezzavano il pane a casa prendendo i pasti con letizia e semplicità di cuore, lodando Dio [...]".
In realtà la Liturgia è un insieme di azioni, di parole, di gesti indispensabili alla comunicazione tra Cristo e la Sua Chiesa. E cosa c'é di più bello per un cristiano che comunicare con il suo Dio? Se veramente fossimo convinti che attraverso le azioni liturgiche ci é dato un modo privilegiato di parlare con il Signore non cambierebbe profondamente il nostro modo di vivere la Domenica? L'incontro con Cristo e con la Comunità non dovrebbe diventare il fulcro intorno al quale far ruotare tutta la nostra giornata? Se veramente a livello personale avessimo capito tutto questo non faremmo di tutto per comunicarlo anche ai nostri fratelli? In altre parole non faremmo il possibile per partecipare attivamente alla Celebrazione?
Ecco allora che nasce naturale il desiderio di dedicare parte del tempo a cercare di rendere più vive, più partecipate, più accoglienti, più sentite, più aperte ai bisogni di tutti, le nostre Celebrazioni Eucaristiche. Ma cosa fare in questo senso? Come rendere più facile la partecipazione delle giovani coppie con figli piccoli? Forse costituendo un servizio di baby-sitter all'ingresso della chiesa? Come coinvolgere maggiormente i fanciulli, i ragazzi, i giovani? Forse raccogliendoli tutti nelle prime panche insieme ai loro catechisti? Pensate che possa essere utile provare i canti un quarto d'ora prima dell'inizio della Messa nella speranza di formare un'assemblea unita in un’unica voce che canta al suo unico Dio? E ancora, come valorizzare quel momento così prezioso, durante la Preghiera dei Fedeli, in cui ognuno ha la possibilità di esprimere a Dio, davanti alla Comunità, le proprie suppliche personali? Infine, come fare perché l'Omelia sia veramente incisiva per ognuno in un'assemblea così diversificata come quella che partecipa alla Celebrazione Eucaristica delle 11:30?
Le domande sono tante.
Siamo tutti chiamati a riflettere e a lasciarci coinvolgere nella ricerca di qualche risposta.
Siamo tutti chiamati a farci avanti nel tentativo di animare nel migliore dei modi la Messa, nella consapevolezza e nell'atteggiamento di colui che svolge un servizio per la Comunità.
Lasciamoci catturare dalla bellezza della Liturgia, fonte e culmine di tutta la vita cristiana.
Riportiamo alcuni tratti di un articolo di un periodico locale del bergamasco "Il Patronato", che può essere utile anche nel nostro contesto ambientale.
Coniugare il rispetto della verità, della giustizia e dei valori in generale con il rispetto delle persone, è sempre stata un’impresa ardua...Avevamo letto nel libro dei Proverbi (26,3): "Frusta per il cavallo, cavezza per l'asino e il bastone per la schiena degli stolti". Ma era l’Antico Testamento.
Cambiati i tempi, cambiati i metodi, stabilita finalmente la persona come valore primario, fatta la distinzione tra errore ed errante, un notevole progresso in termini evangelici si è compiuto .
Però il rovescio della medaglia si è diviso in due. Da un canto si è passati alla tolleranza dell’anarchia in tutte le istituzioni, famiglia compresa; dall’altro si sono trovate forme più sottili e più sofisticate per schiacciare le persone, in nome di principi che servono spesso a mascherare solo un abuso di potere.
Così succede spesso che nelle nostre istituzioni o gruppi, il cui scopo d’esistere è la carità, sembra che essa debba riversarsi solo all’esterno, in benemerite opere di misericordia verso i deboli e non debba prioritariamente regnare all’interno della istituzione stessa. Dalle San Vincenzo alle Caritas, dai gruppi missionari a quelli del più variegato volontariato, dai consigli parrocchiali a quelli vicariali, dalle comunità religiose ai movimenti ecclesiali, il tutto è strutturato specialmente in funzione di una carità "ad extra", e forse non a sufficienza ci si prende cura di quella "ad intra", che significa almeno rispetto reciproco tra le persone che operano in queste realtà associative.
Scontato il fatto che vivere e lavorare insieme anche per la più nobile causa può creare frizioni, resta altrettanto vero che la carità è credibile nella misura in cui viene realizzata con i propri collaboratori, prima che con gli esterni. Un tempo si diceva che da noi è più facile difendere i negri d’America che accettare i meridionali.
Tutto ciò che è lontano non fa gran problema alla carità, è ciò che è vicino che la mette continuamente alla prova. Da anni sulla porta del mio studio ho fatto affiggere una frase che non ricordo di chi sia, né da quale giornale ho tolto: "Spesso dimentichiamo che le persone con le quali siamo costretti a vivere e lavorare, sono costrette a loro volta a vivere e lavorare con noi". Ed è vero, me lo dimentico spesso.
E allora obbligatoriamente per tutti diventano un monito le parole testamentarie di Cristo ai suoi discepoli, che non sono direttamente orientate all'amore universale ma a quello vicendevole che riguarda loro, come un padre ammonirebbe i suoi figli intorno al suo capezzale: "Questo è il mio comandamento che vi amiate gli uni e gli altri; come io vi ho amati, così amatevi anche voi gli uni e gli altri" (Gv. I3,34) dove quel "come" è pregnante di significato.
E' un richiamo per tutti quelli che operano nelle istituzioni di carità: amatevi tra voi, non basta amare gli altri. Anzi c’è da chiedersi: è vera carità quella che è senza carità ?
Sport e vita cristiana
Televisione e giornali hanno dato rilievo solo ad un aspetto della Nota Pastorale emanata in questo anno dalla Conferenza Episcopale Italiana su "Lo sport e la vita cristiana", e l’hanno fatto con estrema faziosità sottolineando l’invito a "ripensare" alle attività sportive professionistiche svolte la domenica, frase che occupa un millesimo della nota stessa, ma che ha originato i grandi titoli come "I Vescovi contrari allo sport domenicale", ecc.. Si sa quant’è disinformante la nostra informazione. Noi vogliamo sintetizzare i contenuti salienti di questo documento, citando, in ordine, frasi significative colte dallo stesso:
Lo sport non è visto dalla Chiesa solo come "strumento" ma come "luogo di valori" quali:
Vanno soprattutto evitati:
Occorre pertanto educare:
Ci sono poi le raccomandazioni:
Questa una sintesi brevissima di un testo ricchissimo di spunti e di riflessioni per tutti.
Carità "politica" vuol dire...
G. Nervo
Il Vangelo ci dice che il Signore Gesù si commosse e intervenne di fronte alle persone sofferenti: malati, ciechi, lebbrosi, le sorelle di Lazzaro, la madre vedova che piangeva il suo unico figlio morto, ecc. Gesù ci ha presentato la parabola del Buon Samaritano che si ferma a soccorrere pazientemente, efficacemente, generosamente quell’uomo malmenato e derubato dai briganti. Il Signore ci dice anche che giudicherà la nostra vita sull’esercizio delle opere di misericordia corporali e spirituali: avevo fame, avevo sete, ero in carcere, ecc. Dunque, intervento caritatevole, fraterno, di condivisione personale con tutti quelli che soffrono è il modo concreto di essere cristiani. Però il Signore, poco prima della sua morte drammatica, ai discepoli che guardavano estasiati il meraviglioso tempio di Gerusalemme disse: "Gerusalem-me, Gerusalemme che uccidi i profeti e lapidi quelli che ti sono inviati: quante volte ho voluto raccogliere i tuoi figli come una gallina raccoglie i pulcini sotto le ali, e voi non avete voluto. Ecco, la vostra casa vi sarà lasciata deserta". E ancora: "Mentre alcuni parlavano del tempio, delle belle pietre e dei doni votivi che lo adornavano, disse: verranno giorni in cui, di tutto quello che ammirate, non resterà pietra su pietra che non venga distrutta". L'amore di Gesù si estende dal paralitico, dallo storpio, dal cieco e dal lebbroso a tutto il popolo di Gerusalemme, alla sua città e alle sue istituzioni: questa è carità "politica", amore per la città, per il bene comune. È quanto afferma la Gaudium et Spes quando ricorda che "le gioie, le speranze, le tristezze e le angosce degli uomini d'oggi, dei poveri soprattutto, e di tutti coloro che soffrono, sono pure le gioie, le speranze, le tristezze e le angosce dei discepoli di Cristo (...): la loro comunità si sente realmente e intimamente solidale con il genere umano e con la sua storia". È quanto ci insegna Giovanni Paolo II nella Sollicitudo Rei Socialis, ricordandoci che la solidarietà è la determinazione ferma e perseverante di impegnarsi per il bene comune: ossia per il bene di tutti e di ciascuno, perché tutti siamo responsabili di tutti". Questa carità "politica" è tanto necessaria che, se noi ci limitassimo soltanto all’as-sistenza alle singole persone in difficoltà senza impegnarci seriamente a eliminare, per quanto possibile, le cause della sofferenza attraverso le politiche sociali, noi potremmo diventare involontari e inconsapevoli corresponsabili delle inadempienze dello Stato e delle ingiustizie sociali: l’assistenzialismo, infatti, può tenere buoni i poveri e diventare un ammortizzatore sociale delle tensioni causate dalle disuguaglianze e dalle ingiustizie. Il richiamo alla carità politica per la tutela dei soggetti deboli è oggi più necessario che in passato perché c'è la tendenza a rinchiudersi nei propri interessi individuali, abbandonando i poveri alle leggi concorrenziali del mercato o alla generosa discrezionalità del volontariato: questo comporta il passare dallo stato sociale allo stato liberale. Ma stato "sociale" non significa assistenzialismo: è piuttosto costruzione di una convivenza civile basata sull'adempimento "degli inderogabili doveri di solidarietà politica, economica e sociale", sanciti dalla Costituzione. È stato detto, autorevolmente, che la Chiesa non deve schierarsi a favore di nessuna formazione politica: ed è ben giusto, perché il Signore ha istituito la Chiesa come strumento di salvezza per tutti gli uomini. Ma la Chiesa, se vuole essere fedele al suo Signore, non può non fare la scelta preferenziale dei poveri, con tutte le conseguenze personali, familiari, ecclesiali, sociali e politiche.
Donatella P.
I nove mesi di gravidanza la gente li chiama il tempo della "dolce attesa", con ciò suggerendo immagini e sensazioni idilliache, tenui sentimenti materni in rosa e in celeste, incantate atmosfere di candore lunare. Sarà l'indole, ma a me tutto ciò è precluso; e non me ne dispiace, intendiamoci.
Vivo questo tempo come il tempo che divide la mia vita, e la divide con forza e chiarezza, tra ciò che ero e ciò che sarò e non sarò più, tra il mondo del prima che si allontana velocemente e irreparabilmente e il mondo del poi, fatto di "terribili" novità.
Le cose che non saranno più non mi sfuggono e già mi sembra di avvertirne la mancanza: la libertà di fare e di andare dove più mi piace, il tempo dell' "otium" dedicato allo studio e alla lettura, l'attenzione e la cura di sé, la giovinezza, la spensieratezza... Improvviso l'evento "figlio"; dico improvviso perché un figlio è cercato e desiderato ma comunque non programmabile, non calcolabile: dipende da te ma non è il risultato di una scelta strategica.
Dunque il figlio ora c’è e con lui un corteo di novità ancora imponderabili. La sua nascita cambia il mio statuto di essere umano, cioè si è madri e lo si è per sempre: nessun gesto, neppure il più folle, potrebbe mai mutare questa condizione: il segno della maternità è indelebile. E ciò che è definitivo è per sua natura splendido e agghiacciante. Ti sembra talora di rinascere con lui che si forma e cresce ma, come accade per ogni palingenesi, anche di morire.
La nascita di un uomo, misteriosamente e al di sotto degli eventi della storia dei libri, cambia anche l'assetto generale del mondo: Dio lo sa e lo vede, io posso solo crederlo. Non perché a lui sia riservato un destino speciale, certo sarà un anonimo in fila nelle anonime file della storia, ma perché lui è il solo ad esser lui, ad esser fatto così; il cuore e gli occhi di chi lo ama lo sanno e avvertono, in un brivido di gioia, che da oggi in poi l'importante è comunicarglielo. Credo che questo sia il cuore della storia di ogni mamma con il suo figliolo.
Il Presepio in dieci parole
Luigi S.
"Vi trovarono Maria e Giuseppe e il Bambino giacente nella mangiatoia". È tutto. Questo presepio di dieci parole è dell'evangelista Luca che nemmeno lui lo vide, come non lo vide il suo maestro Paolo di Tarso: soltanto quei pastori notturni polverizzati nel nulla. Tre nomi, un arnese. Facciamolo anche noi così piccolo e vero il presepio. Leggiamo e rileggiamo queste dieci parole, come ci si curva su un diamante fino ad appannarlo col fiato. Sono tutto il nostro Natale: le ha scritte un medico di Antiochia, senza che la sua penna tremasse per la tentazione di dire di più.
Sulla solidarietà
a solidarietà non è un sentimento di vaga compassione o di superficiale intenerimento per i mali di tante persone, vicine o lontane. Al contrario, è la determinazione ferma e perseverante di impegnarsi per il bene comune: ossia per il bene di tutti e di ciascuno, perché tutti siamo veramente responsabili di tutti."
(Sollicitudo Rei Socialis n.38)
L'offerta di denaro è senz'altro espressione di solidarietà, soprattutto se supera il livello dell'elemosina occasionale ed emotiva. Ma prima di essa e accanto ad essa, la solidarietà si esprime nell'attenzione agli altri, nel servizio al prossimo all'interno del proprio lavoro, nei rapporti ordinari, nell'attuare i doveri di giustizia e il rispetto della legalità, nel volontariato, nell'impegno di riconciliazione e di pace, nella difesa dei diritti dei poveri. La Caritas è un organismo ecclesiale di promozione e di testimonianza della carità. Ha, secondo lo Statuto, una prevalente funzione pedagogica: far crescere nelle persone, nelle famiglie, nelle comunità, la coscienza del dovere cristiano della solidarietà. Il "test" da cui la "rete Caritas" misura la riuscita della propria presenza e della propria azione non è dato dall'entità delle offerte ma dall'aumento delle persone disponibili a servire e dalla disponibilità delle comunità parrocchiali ad impegnarsi direttamente nella solidarietà e ad operare perché i poveri siano al centro delle politiche sociali."
Giuseppe P.
"Per vivere la solidarietà ci vogliono un sacco di miliardi": una frase che ho sentito dire, non ricordo da chi e in quale occasione. Le migliaia di offerte e lettere che riceviamo in Caritas Italiana, a loro modo, al di là dell'età anagrafica e delle cifre, ci dicono un'altra cosa: sono soprattutto i poveri che esprimono solidarietà ad altri poveri. Le offerte giungono da persone, ambienti, situazioni e occasioni diversissime fra loro: pensionati e anziane sole, scolaresche elementari e delle scuole superiori, comitati di fabbrica e case di riposo per anziani, redazioni di giornali e riviste, testate radiofoniche e televisive, famiglie o giovani sposi che invece di buttare soldi in regali inutili o in spese superflue (in occasione di Battesimi, Cresime, Prime comunioni, matrimoni, feste di laurea, ecc.) inviano i soldi per sostenere opere di promozione umana nel Sud del mondo. Dai poveri si impara."
Francesco M.
Fede e... mass-media
Il convegno Ecclesiale di Palermo (dal 20 al 24 novembre) ha riservato un’attenzione particolare ai mass-media, nel settore "Cultura e comunicazioni sociali", uno dei cinque proposti alla discussione. Mentre si stanno prospettando forme sinergiche a vari livelli, con interscambi di informazione e di mezzi senza pretesa di standardizzare dall’alto le forme che, con fisionomie diverse, esprimono tutto ciò che recepiscono dalla gente ed a essa più si adattano per farsi leggere, ascoltare o vedere mediante un più diretto contatto, non si può non dare peso alle realtà fortunatamente già esistenti e destinate ulteriormente a migliorare. Il settimanale "Toscana Oggi" e il quotidiano "Avvenire" sono per noi, due punti di riferimento per avere un’informazione garantita di obiettività, di coscienza critica e cristiana, di contenuti valoriali che gli altri giornali non garantiscono. È pertanto nostro impegno leggerli e collaborare alla loro diffusione, perché, sempre più sostenuti da persone sensibili a questi valori, possano rendersi ancor più interessanti, liberi perché autosufficienti, ricchi di una informazione non asservita a interessi economici e partitici che nulla hanno a che fare con una visione cristiana della realtà.
Da una esperienza incomunicabile ad un esplicito invito
Tutti o quasi sanno del regalo di cui ho beneficiato nell'anno del mio quarantesimo di Sacerdozio: il pellegrinaggio in Terra Santa sulle orme dell'esperienza terrena compiuta da Gesù di Nazareth 2000 anni fa. Quando si vive una realtà straordinaria dal punto di vista religioso-spirituale e, perché no?, anche dal punto di vista culturale e turistico, e si avverte la propria impossibilità e incapacità di tradurre in parole il cumulo di esperienze vissute, se pur in un breve spazio di giorni, istintivamente e per affetto si dice a tutti: "provateci anche voi!".
Nel tutti c'è spazio per chi già vive una sua spiritualità, una fede convinta ma che ha sempre bisogno di stimoli per una crescita permanente, e c’è ancora di più per chi, pur nella benintenzionata ricerca, vive in uno stato di dubbio, di incertezza e di tiepidezza spirituale.
Sto ventilando, e ne discuto con chi incontro più spesso, l'ipotesi di un viaggio comunitario aperto a tutti da realizzare l'anno prossimo (settembre, ottobre?) con l’appoggio di un’agenzia di pellegrinaggi seria, affidabile e competente.
L’ipotesi dovrebbe essere allettante per molti, ma potrà realizzarsi soltanto se entro aprile-maggio si potrà contare su un numero di richieste che ne faccia prevedere la possibile attuazione.
Pensarci, discuterne, propagandare l’idea (se piace), è ciò che potrebbe fare ogni membro della comunità, per dare corpo ad un progetto che non è astrale, e può diventare alla portata di molti, se, ad esempio, se ne tiene calcolo nel programmare le proprie ferie e le conseguenti spese.
Il sondaggio... sondato !!!
Il risultato della consultazione nazional-popolar-comunitaria a cui è stato sottoposto il nostro Notiziario settimanale sta riservando non poche sorprese. Positiva ed inaspettata è stata l’affluenza alle urne, boicottata forse solo da un po’ di pigrizia che pervade chi è troppo tranquillo e gli va bene tutto. Mentre andiamo in macchina lo spoglio non è ancora ultimato; comunque i risultati, affidati agli exit pool, confermano che va tutto per il meglio. Tante le conferme e le proposte positive.
Nel ringraziare sinceramente chi ha "scritto la sua" si ricorda che cerchiamo collaboratori.
Licenziando questo numero
Licenziando e diffondendo questo numero de "Il Messaggio", si esprime da parte di chi lo ha redatto l’auspicio che esso venga almeno...letto. Leggetelo anche "lì" se volete ma leggetelo. Non occorre molto tempo, ma un pizzico di buona volontà, sì. Dopo di che, è ovvio, affioreranno critiche, positive o negative, riguardo ai contenuti, alle forme, al modo di presentazione... Potrebbero anche germogliare consigli, suggerimenti, proposte varie per un miglior utilizzo di questo piccolo organo di informazione.
Tutto questo, perché tenerlo per sé, perché farne solo tema di commento tra familiari e amici e non manifestarlo attraverso i canali più opportuni? Perché non esprimere approvazioni, o riserve, o contrarietà a quanto qui si trova scritto? E ancora perché non darvi anche il proprio contributo con articoli franchi se pur rispettosi, firmati se pur con l’espresso desiderio di non pubblicarne la firma? È un piccolo modo per coinvolgersi e non restare sempre alla finestra a guardare quello che posso pur dire di fare meglio, ma che intanto lascio fare agli altri.