Messaggio di Settembre 1996
Inizia un anno, anzi un triennio
don MarioL
e corse a tappe non ci sono solo nel ciclismo; ci sono anche nella vita scolastica, lavorativa, ecclesiale.
Non parlo della crescita fisica, culturale, spirituale. Quella non conosce tappe, cioè impegni frazionati nel tempo: sarebbe la morte. Ma poiché l'uomo vive nel tempo e il tempo è scandito da stagioni, è giusto che ci siano periodi di lavoro e periodi di riposo. Il riposo più universalmente conosciuto è quello delle vacanze o ferie come dir si voglia.
Sono finite o stanno finendo quelle del '96: la gente ritorna alle sue normali occupazioni, almeno chi l'occupazione ce l'ha, e tra queste c'è anche un anno pastorale che ricomincia, non all'insegna della ripetitività, ma, speriamo, di uno slancio rinnovato.
L'appello a ricominciare con serietà e serenità è rivolto a tutti coloro che da tanto o poco tempo si impegnano; e quello di incominciare è rivolto a chi, per le più svariate ragioni, non si è inserito nella vita e nel cammino delle comunità.
L'uno e l'altro sono insistenti, pressanti e soprattutto sono di matrice identica ma non umana: sono appelli di Dio; ignorarli è grave responsabilità per chi si dichiara cristiano.
Se n'è parlato nella giornata comunitaria parrocchiale di giugno, stimolati anche dall'intervento del Vescovo all'Assemblea Diocesana, in linea con il triennio di preparazione al Giubileo indetto dal Papa per l'inizio del 3° millennio.
E, a questo proposito, vorrei proporre alcune linee indicative, stralciandole dalla "Tertio millenio adveniente" la lettera che il Papa ha inviato a tutta la Chiesa proprio in preparazione all'anno 2000.
Egli ci propone un cammino di santità incarnata che attinge ai Sacramenti e si esprime nella disponibilità, nella testimonianza, nel servizio.
Il primo anno, 1997, sarà dedicato alla riflessione su "Gesù Cristo unico Salvatore del mondo, ieri, oggi e sempre". Per conoscere la vera identità di Cristo occorre che i cristiani tornino con rinnovato interesse alla Bibbia. E questo porterà a riscoprire il Battesimo come fondamento dell'esistenza cristiana. Tutto dovrà mirare all'obiettivo prioritario del Giubileo che non è una gita a Roma né un pio pellegrinaggio devozionale ma il rinvigorimento della fede e della testimonianza dei cristiani. Riscoperta quindi della catechesi che il nostro Arcivescovo attualizza incoraggiando lo stile dei piccoli gruppi, meglio ancora se presso le famiglie, che è l'eredità più bella lasciata dal Sinodo. Questa, egli dice, è la strada giusta, da percorrere.
Il 1998, secondo anno della fase preparatoria, sarà dedicato in modo particolare allo Spirito Santo e alla sua presenza all'interno della comunità. Occorrerà riscoprire la presenza e l'azione dello Spirito che crea la comunità e la sostiene soprattutto mediante il Sacramento della Confermazione e dei doni che, tramite esso, Egli ci trasmette. Se è lui e non i mezzi umani che costruisce il Regno di Dio nel corso della storia, si ravviva in noi la virtù della speranza, i cui segni vanno individuati in quest'ultimo scorcio di secolo sia a livello civile che ecclesiale. E le parole del Cardinale si inseriscono in questa prospettiva quando tra le priorità suggerisce quella di "formare i formatori" convogliandoli verso quelle numerose possibilità che si offrono a livello parrocchiale, vicariale, diocesano per una preparazione solida degli operatori pastorali negli svariati campi della catechesi, della liturgia, della carità, ma anche della famiglia, della missionarietà, della pastorale dei giovani, e via dicendo. Certo non è chiesto a tutti di fare tutto. Spiace che siano sempre i soliti a mobilitarsi. Occorre convincere ogni fedele che la gamma delle possibilità di incidere positivamente nella vita delle comunità è varia, offre posti a ciascuno, secondo la ricchezza di quei carismi che lo Spirito Santo ha distribuito in abbondanza e varietà in ciascun cristiano.
Il 1999, ultimo anno preparatorio avrà la funzione di dilatare gli orizzonti del credente e fargli comprendere che la vita è tutta un pellegrinaggio alla casa del Padre, di cui si riscopre ogni giorno l'amore incondizionato per ogni creatura. E allora di dovrà sospingere tutti a intraprendere un cammino di conversione che da una parte riaccosti i fedeli al Sacramento della Penitenza e dall'altra li muova tutti a vivere la virtù della carità, perché solo riconoscendosi amati e perdonati ci si sente stimolati e quasi costretti ad amare tutti e a operare l'opzione preferenziale della Chiesa per i poveri e gli emarginati. Mentre su scala mondiale il Papa si raccomanda alle nazioni ricche perché si impegnino per la giustizia e per la pace abiurando le solite ragioni dei conflitti che sono le disuguaglianze economiche e sociali (per esempio condonando o almeno riducendo consistentemente il debito internazionale delle nazioni povere) su scale più praticabili per i singoli (preti, laici, famiglie) il Vescovo insiste perché si spendano con generosità alcuni anni della propria vita, nella condivisione della vita dei più poveri nelle loro terre, e nell'accoglienza di un certo numero di essi in strutture e famiglie della nostra diocesi. "I poveri -ammonisce Mons. Piovanelli- rappresentano il nostro orizzonte ineliminabile... Felici noi se la gente accuserà la comunità cristiana di accogliere i poveri."
C
on attenzione a questi orizzonti, con concretezza e modestia, la nostra comunità si prepara essa pure a questa svolta epocale, cominciando dal nuovo anno pastorale e lo vuol fare con entusiasmo e con gioia aprendolo con una festa, perché festa dev'essere la ripresa di un gioioso cammino (la festa l'abbiamo fissata per domenica 22 settembre), con l'innovazione apportata all'orario del catechismo per i ragazzi (di cui s'è data comunicazione ai genitori) onde favorire un cammino d'insieme per i ragazzi della stessa classe, con celebrazioni liturgiche più vive e partecipate, con la moltiplicazione dei gruppi di ascolto per scoprire insieme la gioia del Vangelo.
Più precisamente il nostro progetto potrebbe esprimersi in questi termini:
Ce n'è per tutti, come vedete. Quale gioia per ciascuno poter dire a cominciare da quest'anno: c'ero anch'io! Dio c'è sempre e ci accompagni.
Renato A.
D
urante un incontro degli "addetti ai lavori", nell'ambito di un'analisi di schede fornite dalla Diocesi tese a focalizzare e a migliorare il nostro rapporto di cristiani con il resto del mondo, fra le tante, è emersa una domanda: che cosa si aspettano gli altri da chi si professa cristiano ?Le risposte che ci siamo dati sono state delle più svariate, ma erano per lo più rivolte sul cosa avremmo dovuto o potuto fare per riuscire a coinvolgere in maniera più diretta coloro che pur essendo "predisposti" non riescono a partecipare alla vita di parrocchia, che a capire veramente che cosa vorrebbero gli altri da noi.
Non era certo facile lì per lì. Noi eravamo tutti della stessa "banda" e la parte "lesa" non c'era per chiederglielo.
Ho rimuginato su questo tema. Quale ghiotta occasione quindi questa del Messaggio per piombarvi vostro malgrado in casa per chiedervi di aiutarci ad aiutarvi?
Penso che pervada in molti di noi, sia di est che di ovest, un senso egoistico di autosufficienza, di poca stima nel prossimo, di autocritica "partigiana" volta a giustificarsi di fronte allo specchio. Una certamente errata misura di noi stessi ci porta ad indossare abiti non adatti a stare in comunità. Risultato: inesorabilmente soli e circondati solo da chi ci vuole bene, con la convinzione che questa è la cosa migliore, come migliori ci sentiamo noi. È un'illusione. Facile amare chi ci ama. Facile andare d'accordo con chi la pensa come noi. Ma il Vangelo, nostra "Costituzione", ci insegna a mettere un attimo da parte chi già ama e ci ama per offrirci a chi non sa amare ed ha bisogno di essere amato.
La cosa più proficua che noi dovremmo saper dare è l'esempio. Un esempio sincero, non dettato da promesse di premi nell'aldilà ma da premi da offrire noi nell'aldiquà.
A volte diamo per scontato di sapere tutto: "il Vangelo lo conosco...". Il male maggiore è la poca conoscenza di quel che Gesù ha professato e professa attraverso la Chiesa che, fatta di uomini e da lui voluta, va accettata e assunta così com'è, e fra gli uomini che fanno la Chiesa ci sono tutti coloro che credono in Dio, la Chiesa non sono "gli altri". E' facile delegare tacitamente e criticare ad alta voce. Comunque se pensiamo di saper bene la teoria... l'importante è far pratica.
La carenza di vocazioni sacerdotali ci porterà ben presto ad assumere una partecipazione sempre più attiva. La nostra comunità, con i nuovi insediamenti, diventa ogni giorno più numerosa ma gli operai sono pochi e la messe è tanta.
Chi non ci conosce venga a fare una capatina in parrocchia, e chi di solito viene a trovarci, veda se può far qualcosa di utile per far fruttare i suoi talenti. Non arrendetevi subito, potreste trovare qualcuno più scorbutico di voi...
Comunque se vi avanza qualche minuto, provate a prendere in mano il Vangelo che di certo non mancherà nella vostra libreria: scoprirete ogni volta cose che non avevate mai capito. Non siamo tutti uguali. Non abbiamo tutti le stesse orecchie per intendere, il momento della nostra vita in cui abbiamo incontrato il Vangelo forse non era quello migliore. Il paragone non è all'altezza... ma a volte rivedendo un film si colgono battute e particolari che ci erano sfuggiti.
Il nostro stato d'animo ha molte variabili che rendono più o meno positivo il risultato del calcolo dell'equazione della vita.
Proviamo a cambiare i nostri numeri.
Quella sera volevo dire: "Gli altri da noi si aspettano che non ci si aspetti niente da loro". Fate che io abbia torto.
don Arturo Usubelli
U
n tempo si leggeva questa scritta sulle cassette esposte all'esterno del negozio del fruttivendolo o all'interno delle pasticcerie. Adesso ci sono i controlli delle Unità Sanitarie Locali che garantiscono quello che si espone e anche quello che si fa dietro della bottega. Per cui i cartelli non servono più.Adagio, prima di buttarli via. C'è un mezzo per riutilizzarli: collocarli sulle guance o sulle natiche dei ragazzini. Perché la Cassazione ha stabilito che se un padre da' uno schiaffo alla figlia di dieci anni o la madre da' una sculacciata al bimbo di cinque, possono essere condannati per avere usato "un mezzo violento per educare alla pace e alla tolleranza" (dal dispositivo della sentenza della VI sezione penale depositata il 16 maggio 1996 contro un padre "sculacciatore").
Poveri bambini, protetti da associazioni e tribunali, coccolati dalla pubblicità, ipernutriti di TV e merendine, ostaggi di una scuola con tanti docenti e pochi maestri, adesso finalmente potranno vendicarsi di quei genitori che già li difendono a spada tratta contro ogni torto presunto che ricevono, ma che poi, tra le mura domestiche, li ammoniscono a ... fior di pelle per i capricci, le parolacce, i dispetti che d'or innanzi potranno fare impunemente.
Sia ben chiaro: ognuno di noi, almeno a parole, è contro ogni uso di violenza, benché si dica che le nostre valli siano armate e pronte a fare la rivoluzione secessionista. Ed è anche passato il tempo in cui il padre di Benvenuto Cellini, scultore del Perseo, mollò un schiaffone a suo figlio che stava guardando uno scorpione, adducendogli come ragione che in questo modo si sarebbe ricordato per tutta la vita che con gli scorpioni non si familiarizza, pena l'essere morsicati velenosamente. Adesso si tratta solo di vedere se le bugie, i cattivi comportamenti a scuola, le risposte villane anche alle persone di casa siano correggibili solo con la promessa di un premio "se non lo fai più".
Ahimé, sono nato troppo presto! Mi viene in mente un episodio già altrove citato:
"Bambino di quattro anni, a Messa con la madre, s'era messo a fischiettare. La mamma, donna di una generazione non ancora toccata da certe raffinatezze psicologiche, reagì con una sberla secca. L'interessato, più che adulto oggi, dice che di quella sberla si ricorda ancora, perché in quel modo è come se sua madre gli avesse detto che pregare è una cosa seria. Quel bambino è diventato prete. Per fortuna i giudici a quei tempi, si occupavano di altro".
Tonino Lasconi
Estraneità. Questa è la parola che, a mio parere, fotografa meglio, oggi, il rapporto tra chiesa e giovani sul sesso (N.B. Molto spesso anche tra i giovani che lavorano in parrocchia e nelle aggregazioni cristiane). Estraneità significa qualcosa di diverso, e forse di peggiore, da opposizione, dubbio, contrasto, incomprensione. Estraneità vuol dire: io vado di qua e tu vai di là. Io non ti cerco, tu non mi cerchi. Tu non ti interessi a me. Io non mi interesso a te. Tu non mi capisci, io non ti capisco.
Perché si è a questo punto? La chiesa (che per i giovani non è i documenti ufficiali, ma quello che dicono i preti, i frati, le suore, i genitori, i catechisti) ha fatto finora pochissimo per superare la convinzione che cristiani non si diventa per libera scelta ma si nasce. Nasci in Italia. Vieni battezzato. Sei cristiano. Siccome sei cristiano devi assoggettare alle norme: questo non si fa, questo non si dice, questo non si guarda, questo non si tocca. Elementare!.
Questa convinzione è stata ed è un vero flagello per la proposta cristiana in generale e in modo particolare per la proposta cristiana della sessualità, perché tutto ciò che può essere imposto con la forza non ha bisogno di essere ragionato e pensato con fatica, e calibrato saggiamente sulle esigenze dell'altro. Chi può imporre non ha bisogno di "sedurre", di portare a sé con la bellezza e la validità della propria proposta. Gli basta dire: È così e basta. Tu pensa ad obbedire che le motivazioni le conosco io. È il "mangia e stai zitto" di poco fausta memoria.
Questo ricorso della chiesa all'imposizione non è che abbia mai funzionato. A leggere con un po' di smaliziata attenzione i comportamenti sessuali nei secoli precedenti non pare proprio che "quella volta" fossero più "casti" di oggi.
Ma fino a 50 anni fa c'erano delle paure che davano alla chiesa la sensazione di poter imporre le proprie convinzioni: la paura dell'inferno (che è stata sempre molto bassa), di rimanere incinta o di mettere incinta, delle malattie, di ciò che diceva la gente che, anche se faceva quello che voleva, ufficialmente schedava come "brave persone" quelle che si conformavano alla morale della chiesa.
Prima di 50 fa. poi, non c'erano i mass-media, non c'era la televisione. La vita delle persone si giocava tutta dentro le mura del paese, sotto il controllo dei parenti, dei conoscenti, delle autorità costituite. La gente non sapeva quello che accadeva altrove, come ci si comportava in altre culture, in altre religioni, in altri: luoghi. Non esistevano i mille pulpiti televisivi che ti spiattellano ogni giorno le convinzioni e i comportamenti più strani. appoggiandoli sul parere di seducenti psicologhe e di affascinanti psicanalisti sul comportamento di personaggi di successo, sulle abitudini di altri popoli e di altre religioni.
In questo contesto radicalmente mutato le proposte della chiesa sul sesso fatte in modo convenzionale, ripetitivo, normalmente sotto forma di proibizioni, raggiungono soltanto due effetti disastrosi:
Così, il cristianesimo che, in tutti i campi del vivere umano, è il punto di arrivo più alto a cui la mente e il cuore degli uomini possono giungere, viene recepito come la proposta per bambini, l'ovvio, il consuetudinario, la scelta per paura.
Così, la proposta cristiana sulla sessualità non è quella "novità" che faceva esclamare i discepoli. Se questa è la condizione dell'uomo rispetto alla donna, non conviene sposarsi (Mt 19. 10. ma la robettina d'altri tempi che le persone coraggiose, libere, moderne, senza tabù non debbono prendere nemmeno in considerazione.
Che fare? Il che fare è, allo stesso tempo, facilissimo e difficilissimo. Facilissimo da capire (almeno per chi non vuole tenere gli occhi ostinatamente chiusi). Difficilissimo da fare, perché la chiesa (non quella astratta, ma quella concreta: preti, frati, suore, genitori, catechisti...) fa un'estrema fatica a prendere realmente coscienza, culturalmente, della realtà di oggi e quindi a regolarsi pastoralmente di conseguenza.
Il da fare comunque è:
impegnarsi a fondo per ritrovare la capacità di proporre ai bambini, ai ragazzi, ai giovani, agli adulti, ai vecchi la proposta cristiana della sessualità in modo che essa, rispetto a quelle che propinano ogni giorno i mass-media. appaia come la più impegnativa, ma anche la più liberante.
Il ritorno del Vescovo...
La sera di lunedì 28 ottobre il nostro Arcivescovo farà visita alla nostra comunità per constatare direttamente se la sua visita del febbraio 1995 ha lasciato tracce positive e se la nostra comunità ha saputo trarne gli stimoli per una più impegnata e incisiva azione di crescita al suo interno e un maggior sforzo di coinvolgimento, di evangelizzazione e di promozione umana anche al suo esterno. Saremo invitati paternamente, come lui è solito fare, a relazionarlo, su tutto quello che stiamo compiendo a livello liturgico, catechistico, formativo, caritativo, missionario e sulla metodologia comunitaria del nostro procedere nella direzione voluta da Cristo, specie attraverso la strada privilegiata dei piccoli gruppi così accoratamente raccomandatici.
Sarà un incontro confidenziale e sereno, non un giudizio, ma un ennesima felice occasione per riflettere, discutere e trarre stimoli a continuare il cammino.
Carità senza frontiere
Era intorno a Pasqua e sui portoni del nostro quartiere si sono viste appese delle fotocopie, era la Misericordia di Quinto che faceva appello ai cittadini perché si potesse raggiungere il numero di almeno quindici famiglie disposte ad ospitare per un soggiorno dei bambini provenienti dai paesi della Bielorussia contaminati da Cernobil.
Raggiunto il numero si è messa in moto l'organizzazione necessaria per la realizzazione di questo progetto denominato "Progetto senza frontiere". Si può capire come questo abbia richiesto un notevole impegno e collaborazione fra Misericordia, parrocchia, amministrazione comunale, famiglie, esercenti e semplici cittadini che hanno dimostrato slancio e generosità.
Così che a luglio diciassette bambini con due accompagnatrici sono giunti a Sesto e ci sono rimasti per tre settimane.
Questa esperienza, pur con le sue difficoltà, è stata molto bella, credo avrà giovato in primo luogo alla salute di questi bambini, ma ha servito anche a noi adulti per incoraggiarci a non chiudersi nelle nostre famiglie con il nostro benessere, ma a condividerlo con chi è più sfortunato di noi e che questo si sia potuto realizzare a Quinto è significativo a riflettere che la carità non fa notizia.
Io mamma: chi protegge mia figlia di otto anni?
Caro "Avvenire",
sono una mamma con una bambina di otto anni, Giulia; e sono, immagino come tutti i genitori che leggono i giornali e seguono i tg, terrorizzata dalle notizie di questi giorni. Mi riferisco al caso del pedofilo belga, orrore che non sospettavo potesse esistere. Ed invece c'è, e più vicino a noi di quanto si creda. Non voglio dare giudizi; il motivo della mia lettera è rivolgere una domanda a tutti i genitori: come devo comportarmi con la mia Giulia? Per anni, fin da quando era piccola, ho cercato di insegnarle l'amore per gli altri, per quel Prossimo che oggi, invece, mi terrorizza. Ed è , infatti, che mi ritrovo ad insegnarle l'esatto opposto, a non fidarsi di nessuno, a raccomandarle in continuazione di non dare confidenza agli sconosciuti. Mi ritrovo a richiamarla a gran voce - come è successo proprio ieri - quando ai giardini pubblici (abitiamo nell'hinterland milanese) una zingara più o meno della sua età l'avvicina mentre è sulla giostra. Perché saranno forse soltanto leggende metropolitane, saranno soltanto fantasie di mamme terrorizzate, ma più volte ho sentito racconti - dal parrucchiere, nei negozi - di bambini spariti. Su quei "si dice che..." stiamo vivendo tutti nel terrore.
Insomma, mi ritrovo involontariamente a dare a mia figlia lezioni di razzismo, e c'è un'ulteriore difficoltà: doverle spiegare che io, la sua mamma, non sono in grado di difenderla contro questo male che è dietro l'angolo: possono forse difenderla i poliziotti e carabinieri? Sono state create Forze dell'Ordine esperte di mafia, esperte di evasioni fiscali, esperte di Tangentopoli, perfino esperte nella sicurezza dei politici: ma ci sono reparti addestrati a proteggere i bambini?
Settimane fa nella Galleria di piazza Duomo ho visto un bambino tutto conciato che naturalmente chiedeva soldi. Ma non un poliziotto, non un assistente sociale, non un vigile si è interessato a lui: infatti un paio di giorni dopo l'ho rivisto. E non mi sembra - spero di sbagliarmi - che le Forze dell'Ordine si interessino ai bambini (davvero troppi!) fermi ai semafori. Perché non iniziamo a proteggere questi, di bambini? Poi sarà "culturalmente" più facile arrivare a proteggere anche i "nostri".
Beatrice Camagni, Milano