Messaggio di Pasqua 1996


La gioia pasquale

Arriverà la veglia pasquale "madre di tutte le veglie" e farà risuonare l'annuncio gioioso della Risurrezione di Cristo. Rimanessero sconvolte le nostre coscienze come lo furono quelle di alcune donne che all'alba di quel primo giorno della settimana si trovarono di fronte alla tomba vuota e percepirono l'annuncio che Gesù era risorto.

Lo amavano e ci credevano: ecco perché furono riempite di gioia e con loro gli apostoli, i discepoli e tutti coloro che ebbero la fortuna di incontrare il Risorto.

Ci sono gioie anche per i cristiani di oggi. Si vanno a cercare adeguandosi al mondo opulento e ricco, alla gaia e leggera società che abbiamo creato.

È toccata la stessa sorte alla gioia del Natale. Sarà lo stesso a Pasqua? Siamo felici perché amiamo e crediamo o per tante altre frivole ragioni che non hanno nulla da spartire con l'amore e con la fede e si riducono alla banalizzazione mondana di una gioia essenzialmente spirituale?

Come c'è una pace di Cristo che il mondo non può dare, così c'è una gioia che il mondo non può dare. Da dove nasce dunque la gioia cristiana? Dall'incontro con il Signore vivente!

Il cristiano non gioisce solo per Dio, ma in Dio; anzi, in Cristo partecipa alla gioia di Dio. Quindi la gioia è grazia, viene da Dio, ma è frutto di un anelito verso di lui ed è anche possesso da custodire. Dunque non coincide con la spontaneità e l'emozione momentanea, ma è dimensione che attesta la nostra fede, il nostro amore, la nostra passione per Lui.

Noi cristiani siamo ancora capaci di "esultare di gioia indicibile e gloriosa credendo in Cristo e amandolo senza averlo visto?" (1 Pt. 1,8).

Se c'è amore personale per il Signore, c'è anche amore per il fratello, poiché il Signore è venuto in mezzo a noi e ha assunto volto umano; allora è vero, anche l'incontro con l'uomo è fonte di gioia. L'altro è segno della presenza di Dio fatto uomo anche se non è così facile a intuirsi.

Forse è questo il prezzo che il cristiano deve pagare per raggiungere veramente la gioia.

Seguendo i passi del suo Signore non gli è permessa nessuna esperienza immediata di Dio, né gli è possibile conoscere la gioia della risurrezione senza l'esperienza della passione.

Ma la passione che Dio gli chiede probabilmente non è la croce in senso fisico, ma l'accoglienza dell'altro, il suo donarsi all'altro, il suo servire, amare, soffrire per l'altro.

Ecco perché forse non siamo mai arrivati a gustare la gioia della risurrezione. Non siamo usciti da noi stessi per incontrare gli altri, che ci facevano problema, e così non abbiamo incontrato l'Altro che ci avrebbe dato la felicità.

 

Non di solo pane ...

Discorrendo con persone singole, con una famiglia, con le famiglie di uno stesso condominio, ci si accorge che a prevalere nel dialogo è sempre o quasi il problema economico. Gira e rigira, si parla soprattutto di introiti e di uscite, gli uni falciati dalle tasse, le altre moltiplicate dal costo della vita. Poco importa che da noi sia esteso meno che altrove il fenomeno della disoccupazione e, in contrasto, ci sia quello del lavoro nero o del doppio lavoro, per non parlare della esosità di certi prezzi al consumo, delle parcelle dei professionisti, delle richieste di certi specialisti della sanità...

Lavoro e profitto sono i temi ricorrenti nelle conversazioni, quando purtroppo non fanno notizia o ben poco quelli della salute fisica e di quella morale, quelli della educazione dei figli e della crescita comunitaria. Tranne poche eccezioni, il tema di tante conversazioni è il denaro: il più spietato concorrente di Dio e dei valori che Dio ha posto nell'uomo, l'alternativa al Dio vero. Ce lo ha detto Cristo venti secoli fa: "non si può servire a due padroni, a Dio e a mammona (:denaro)...

Ma ciò che fa meraviglia è vedere che l'uomo, quello pure che si dice cristiano, cerca continuamente di liberarsi del Dio che lo rende libero per aderire al denaro che lo rende schiavo. "Non di solo pane vive l'uomo" ci è stato ricordato all'inizio della Quaresima. Dillo a tanta gente che ti guarda con ironia fino a sbeffeggiarti dicendoti che con il denaro si può avere tutto. Non è vero. Col denaro non si compra la felicità in terra e tanto meno la felicità eterna. Anzi, per i soldi si distrugge forsennatamente la propria vita e criminalmente anche quella altrui (mafia, 'ndràngheta, usura, ecc...). Ma non ci saranno valori più alti per cui spendere la propria vita? Il denaro occorre, beninteso, ma che senso ha possedere tutto il mondo se poi perdi te stesso? Questa voce che fu di Cristo e che è di ogni aggiornata Cassandra, sempre veritiera e mai creduta, è respinta con disprezzo da chi tutto concentra in questo valore, ottimo servo ma pessimo padrone.

 

 

Pasqua fuori o dentro le mura?

di Gloria F.

Le statistiche, ormai alla portata di tutti grazie alla potenza informativa del televisore, ci dicono che la maggior parte delle famiglie medie italiane, che in fin dei conti la "crisi" l'hanno sentita solo marginalmente, programma di trascorrere il "ponte di Pasqua" fuori città: al mare, a cogliere la primizia del sole di aprile; in montagna, a gustare l'ebbrezza dell'ultima sciata dell'anno; o addirittura, come turisti stranieri in qualche città europea. Tutto in nome di una non bene identificata tranquillità da recuperare contro la frenetica monotonia del quotidiano e dell'anno lavorativo. E cosi la Pasqua è una data sul calendario, che si spera il più possibile inoltrata nell'aprile per avere la garanzia di un tempo migliore. Certo, salvaguardiamo le buone intenzioni di partecipare alla Messa e, per i più volenterosi, anche alla funzione del Venerdì Santo; in fin dei conti la festa si può santificare ovunque -ce ne sono tante di chiese- e magari può anche capitare la fortuna di sentire una Messa cantata...; forse, chi è all'estero può avere qualche problema di comprensione, ma pazienza, tanto quello che conta... Ma cos'è davvero quello che conta? Trovare effimeri paradisi -al più possono durare una settimana, da giovedì a giovedì- per godere di un effimero riposo che svanisce non appena devi affrontare il traffico del rientro? Noi che ci professiamo cristiani non avvertiamo in tutto questo una stonatura? Magari, come succede a chi non conosce bene le note musicali, non si capisce dove sta l'errore, però, il senso dell'armonia innato in noi, ci dice che c'è qualcosa che non va. Davvero la nostra Pasqua si deve ridurre ad una gita fuori porta o poco più? Ma è proprio tutto qui?

Eppure se ci chiedono cos'è la Pasqua, sappiamo rispondere che è il giorno in cui Cristo è risorto dai morti, cambiando così la storia del mondo e, meno genericamente, la storia di ciascuno di noi. Sappiamo, sì, cosa vuol dire Pasqua, ma non siamo capaci di viverla attratti più dall'atmosfera leggera e di vacanza che si respira tra la visita ad un museo ed un pranzo ad un ristorante tipico. Forse la stonatura è proprio qui.

Cristianesimo e Risurrezione

Risurrezione Cuore del Cristianesimo

Se Gesù di Nazareth non fosse risorto, il cristianesimo non sarebbe mai nato.

Il cristianesimo e la Chiesa hanno origine da un annuncio inaudito: "Dio ha risuscitato Gesù dalla morte!... " Tutto sta o cade con la verità o meno di questo annuncio. Scrive Paolo nel 56 d.C., poco più di venticinque anni dalla morte di Gesù: "Ma se Cristo non è risuscitato, allora è vana la nostra predicazione ed è vana anche la vostra fede"(1 Cor. 15,14).

Senza Risurrezione,

Gesù sarebbe solo un uomo tra gli uomini.

Facciamo l'ipotesi che le nostre informazioni su Gesù finiscano con la notizia della sua morte, e che sulla terra non sia mai stato risuonato l'annuncio della sua risurrezione. Oggi Gesù sarebbe ancore ricordato, come si ricordano Socrate e altri personaggi antichi.

Probabilmente si citerebbero ancora alcune sue parole, come le Beatitudini o le parabole o qualche detto originale. Di Gesù si parlerebbe nei libri di storia come di uno che voleva trasformare il mondo con il messaggio dell'amore.

Per molta gente, la morte infamante di Gesù sulla croce continuerebbe a gettare un'ombra di sospetto sulla sua persona e sulla validità del suo messaggio. Gesù che muore fra due ladroni, condannato da tutte le forme di autorità e di potere costituito, sia religioso che civile, non è stato forse sconfessato e abbandonato (Mc. 15,34) da Dio stesso, nel cui nome pretendeva di parlare e di agire?

Non c'è dubbio: senza la risurrezione, Gesù potrebbe sopravvivere, al massimo, nel ricordo, e sarebbe difficile dissipare i sospetti sollevati dalla sua morte e risurrezione.

Senza la Risurrezione, avremmo pochissimi documenti su Gesù. Tutti gli scritti che ci parlano di lui (Vangeli, Atti degli Apostoli, Lettere, Apocalisse) partono infatti dalla convinzione che Gesù è risorto da morte e continua a vivere in mezzo a noi.

Senza la Risurrezione, la Croce non avrebbe senso. Essa non starebbe appesa nelle nostre case o eretta in vari luoghi della terra. Se il segno della Croce ha avuto tanta diffusione, è perché è divenuto simbolo di salvezza e di vittoria nel momento della risurrezione.

Gesù Cristo, morto e risorto, è l'unico messaggio della Chiesa.

Il fatto della risurrezione di Gesù occupa il posto centrale nel cristianesimo e nella chiesa. La prima parola della comunità cristiana, all'indomani della sua nascita, è una parola su Gesù Cristo risorto: "Questo Gesù - dice Pietro a nome di tutti i discepoli - Dio l'ha risuscitato e noi tutti siamo testimoni" (At. 2,38).

Alle parole di Pietro fa eco la testimonianza unanime di tutti gli scritti del Nuovo Testamento che indicano nella Risurrezione la risposta allo "scandalo" e al mistero della Croce.

I primi cristiani sono così profondamente segnati dalla Risurrezione da condensare il messaggio che annunciano al mondo nei due temi della morte e della Risurrezione di Gesù.

La Risurrezione, che conferisce significato alla vita e alla morte di Gesù, è il nucleo e il pilastro portante della nuova fede cristiana.

Chiesa insieme
Paolo A.

"fare parrocchia per conto suo" nel modo di parlare toscano significa rivendicare una autonomia gelosa, fare quel che ci pare senza doverne rispondere ad alcuno. I proverbi, si sa, sono la saggezza di un popolo e sono fondati su esperienze consolidate... Anche nella nostra comunità c'è forse chi ancora ritiene di poter fare parrocchia per conto suo, che ha cioè una visione della vita comunitaria staccata dai problemi delle altre parrocchie, dal Vicariato, dalla Diocesi.

La visita pastorale del Vescovo, lo scorso anno, ha portato una folata di aria fresca, ha fatto capire, o meglio, ha fatto sentire alla gente che la Diocesi non è una istituzione burocratica, ma una comunità di Fede, al cui interno è bello e utile confrontarsi. I problemi della nostra comunità non sono infatti poi tanto diversi da quelli delle parrocchie vicine... insieme possiamo cercare di dare risposte più convincenti alle esigenze della pastorale e del territorio (giovani, Caritas, extracomunitari,...)

Una occasione per riflettere su questi temi ci è offerta dall'appuntamento annuale con la assemblea pastorale diocesana, la quarta dopo il Sinodo che l'ha istituita: si terrà annualmente una assemblea diocesana ... per verificare il cammino della Chiesa locale ed evidenziare le linee progettuali per l'anno successivo (norma 14 del documento conclusivo).

Con spirito sereno e aperto alla novità anche la nostra parrocchia si sta preparando a questo avvenimento: il Consiglio Pastorale da poco eletto, nella riunione del mese di Marzo ha affrontato i temi proposti per quest'anno: il servizio del Vangelo nel mondo di oggi. Ci sarà poi un incontro fra tutti i consigli pastorali delle parrocchie di sesto e Calenzano (assemblea Vicariale), probabilmente il 23 Aprile nella Pieve di San Martino, dove si metteranno in comune le riflessioni di tutte le comunità. Infine il 12 Maggio, in Santa Croce a Firenze, ci sarà la assemblea..., ma non è finita!

il Vescovo visiterà infatti, entro il mese di Giugno, tutti i Vicariati della Diocesi e, in quella occasione si potrà fare una valutazione di quanto emerso nel cammino preparatorio e nella assemblea stessa, per fornire indicazioni concrete alle comunità parrocchiali, (e quindi anche a noi) attraverso i rappresentanti vicariali (An-drea Guarducci e Vera Grupelli sono i nostri), in vista del nuovo anno pastorale 1996-'97.

I lettori di questo giornalino potranno dare il loro contributo alla buona riuscita di questa attività anzitutto con la preghiera, e anche partecipando di persona alle diverse fasi preparatorie elencate, ma soprattutto è richiesta a tutti una conversione di mentalità, perché nessuno più nella Chiesa si senta isolato.

In questa atmosfera avvelenata da contrasti di ogni genere, che vanno dalla politica generale alle scelte amministrative delle parrocchie, il guardare in alto, al Signore che ci ama e che ci chiama tutti insieme, può essere un modo di recuperare serenità d'animo e di giudizio e anche una occasione di testimoniare a noi stessi e alla società civile che quello che ci unisce, Cristo, è infinitamente più importante di ciò che ci distingue.

"Mamma, cosa hai provato il giorno della tua prima Comunione?"
Monica V.

La domanda, in questi termini, mi è stata posta da mia figlia che si sta preparando a ricevere il Corpo di Cristo. Ultimamente mi sto rendendo conto sempre di più, che il rapido sviluppo fisico di mia figlia è accompagnato da un impetuoso sviluppo spirituale: tante sono le domande e tutte esigono una risposta! Proprio questa esigenza mi ha portato a riprendere in mano alcuni quesiti rimasti là, a riaffrontare dubbi che hanno scosso la mia fede, forse un po' tiepidina. In questi giorni si stanno ripetendo riunioni tra noi genitori, per scegliere l'abito da indossare il giorno della cerimonia, decidere l'acconciatura, prenotare il fotografo, il ristorante; ognuno si affanna a cercare di imporre la propria scelta...

Siamo in un'epoca in cui conta più il far vedere che il far sentire.

Ma è veramente questo che i nostri figli ci chiedono? Perché non fermarsi un attimo a riflettere. Chi siamo? Chi è il nostro prossimo? Cosa vuole Dio da noi?... Come possiamo rispondere ai nostri figli se non sappiamo dare una risposta a noi stessi? Forse non riusciremo mai a capire fino in fondo quanto Dio ci ami, ma ci sforziamo di farlo?

Non ricordo più cosa ho provato il giorno della mia Prima Comunione, ma ringrazio Dio perché attraverso mia figlia, mi ha scrollato di dosso il torpore della quotidianità, spronandomi a ricercare la vera essenza della vita: l'amore per Cristo e i nostri fratelli. Ed è solo dopo aver afferrato questo che potremo veramente far festa.

Comunione...
Renato A.

Quando qualcuno si prende delle confidenze o ci parla in un modo che non ci aggrada noi gli diciamo: "ma abbiamo mai mangiato la pappa insieme noi due?" È un modo come un altro per dire che se ciò non è accaduto, tra noi non c'è "comunione". Una comunione d'intenti. Ecco che allora, per chi si sente cristiano, e non solo se ha l'etichetta, trovarsi nell'Eucarestia a mangiare dello stesso cibo comporta una fratellanza. Un pacifico, armonico "accordo", dove il pianoforte è la Chiesa dove noi siamo le corde, dove Gesù suona e lo Spirito Santo è l'accordatore... È molto importante l'Accordatore. Per chi non lo sa, ogni tasto del pianoforte preme su due o tre corde e se le corde non sono in perfetta sintonia tra loro il suono non esce per niente bene. Ed allora è importante non sentirsi giù di corda... e lasciarsi accordare... dallo Spirito Santo... nell'Eucarestia. Per i nostri figli è giunto il momento di "farsi suonare".

La maturità "relativa" in cui i nostri ragazzi si trovano ad affrontare l'evento della prima Comunione dovrebbe trovarci preparati ad esaudire la loro fame di sapere, di avere conferme di quanto gli ha detto il catechista o il sacerdote. Che delusione per loro accorgersi che il genitore non sa niente di cosa gli sta chiedendo e che umiliazione per noi non poter fare il genitore ora che ce lo chiedono.

Non dovremo meravigliarci poi se andranno ad ascoltare l'amico più grande che lo dirotterà in strade sassose in cui il tuo seme certo non crescerà più tanto.

Che piega diversa prenderebbe il tutto se invece fossimo prima noi a raccontargli chi era e cosa ha fatto Gesù, che cosa rappresenta la Comunione e cosa disse nell'ultima cena, fargli cogliere lo "spirito" della Legge: la Fede.

L'ascoltare il sacerdote o i catechisti per lui sarebbe la conferma di ciò che gli abbiamo detto. Che effetto diverso avrebbe e che ripercussioni inevitabilmente positive avrebbe sul suo essere. Tutte l'età sono particolari finché il cuore rimane tenero... ma ora più che mai è importante dargli certezze e le certezze devono averle intorno.

Saranno sicuri di sé e non pieni di "se...".

Riportiamo dalla rivista pastorale "Settimana" del gennaio scorso questa lettera apparsa sulla pagina dedicata al "dialogo aperto"

I PRETI E IL RUOLO DI ACCOMPAGNAMENTO

Dallo Psicologo o dal Prete ?

Cara Settimana,

ho 45 anni, ho avuto la fortuna di un'educazione culturale e di una professione di un certo impegno, sono madre di due figlie... e sono passata attraverso crisi ed errori che mi hanno portata nello studio di uno psicologo prima, di uno psicanalista poi. Non mi ci sono trovata bene, ma questo non per colpa della psicologia o della psicanalisi. In condizioni ana- loghe alle mie di allora, continuerei a consigliare alla mia migliore amica di trovarsi qualche terapeuta, augurandole solo che sia più bravo dei miei. Ma ho anche imparato, lungo questa mia esperienza non troppo ortodossa, a riconoscere e apprezzare l'apporto del prete. È per raccomandare ai preti di rispettare il loro ruolo che mi sono decisa a scrivere a voi. Lo psicologo insegna a capirsi, e la sua ambizione è quella di portare una persona ad andar d'accordo con se stessa. I miei terapeuti mi davano sempre ragione, e pretendevano che io stessa mi capacitassi che avevo avuto i miei motivi se mi sono comportata come mi ero comportata. Il prete, invece, può anche permettersi di dare torto (e spero lo faccia con un massimo di cautela). Ma ciò che rende insostituibile il suo intervento è qualcosa di diverso che non un giudizio di ragione o di torto. Chi va da lui spera di trovare degli ideali per progredire oltre. Se lo psicologo tende a dire che non occorre idealizzare e che ci si deve accontentare di quel che si è, il prete dovrebbe insegnare "come" idealizzare, "come" cioè protendersi verso un oltre che ci stressa di continuo, senza con questo imporci il perfezionismo. Non è cosa da poco saper credere in un ideale. In certi momenti, solo questo salva dal tracollo. Non basta darsi ragione. Non basta crearsi uno spazio di felicità. Bisogna trovare fuori di casa delle ragioni più alte, bisogna donare felicità agli altri, se si vuol essere felici.

Il prete non dovrebbe accontentarsi di ripetere la sua dottrina sul lecito e sull'illecito, parlando solo di morale. Anche questo ci porta a darci ragione, oppure a darci torto. Cosa che, infondo, appartiene alla stessa logica. Dovrebbe essere l'uomo che ha fatto lui per primo l'esperienza di come si fa a uscire da se stessi per qualcosa di più grande di noi. Questa esperienza dovrebbe comunicarci, senza voler imitare gli psicologi, che fanno un altro mestiere rispetto al suo. Non andiamo da lui per farci un'idea del giusto a dell'ingiusto, ma del possibile e dell'impossibile, per spenderci fino al possibile. È questo che, alla fine, ci salva per davvero.

lettera firmata

Raccontiamoci...

gli animatori del gruppo giovanissimi e la loro esperienza

Chiara M.

Come una famiglia numerosa anche la nostra comunità parrocchiale racchiude in sé esperienze e vissuti diversi. Questo breve articolo costituisce il racconto dell'esperienza vissuta dai catechisti del gruppo dei giovanissimi; è un'occasione in più per incontrarci con tanti, e magari raccogliere proposte, stimoli, critiche o incoraggiamenti.

redo che al di là di ogni teoria socio-educativa la convinzione dell'équipe degli animatori e catechisti del gruppo dei giovanissimi sia proprio questa: accettare i ragazzi per come sono, con il loro effervescente entusiasmo e le loro contraddizioni, senza cercare di catalogarli o etichettarli in categorie o gruppi definiti a priori dalla cultura del cosiddetto mondo degli adulti.

Il fatto di accoglierli come persone ci ha spinti come catechisti a lavorare insieme a loro per divenire insieme più capaci di agire e scegliere consapevolmente.

Da qui un itinerario sempre più ricco di proposte, di momenti di ascolto, di confronto, di incontro prima di tutto con Colui, vero uomo e vero Dio, che per noi servi inutili rimane la stella polare, e poi con il mondo che ci circonda, con le sue contraddizioni e le sue ricchezze.

I temi che via via ci siamo trovati a discutere, sviscerare, con il tentativo costante di mettere in pratica e vivere ciò che ci sembrava giusto e vero sono stati i più diversi: la libertà (chi dei giovanissimi leggerà questo articolo ricorderà senza dubbio l'anno di incontri su questo "benedetto" tema), la solidarietà, il rispetto, il nostro rapporto con i beni materiali, i rapporti con gli altri, solo per citarne alcuni.

Non abbiamo un modo di lavorare, il nostro stile è senza dubbio variegato, non perché crediamo di essere artisti eclettici, ma perché il rispetto delle nostre diversità ha portato noi animatori ad ascoltare ed accogliere i modi di esprimersi propri dei ragazzi. L'idea di gruppo, con tutte le sue implicazioni, le tecniche di animazione, la partecipazione ad incontri vicariali e diocesani, sono stati e sono tuttora strumenti importanti; il chiamare i più diversi "esperti" ad incontrarsi con noi, ci aiuta ad aprire gli occhi e a guardare più lontano: ci siamo confrontati spesso con l'esperienza dei frati francescani di Fiesole (amici ormai da tempo), abbiamo incontrato alcuni rappresentanti di Amnesty International, altri dell'operazione Mato Grosso.

Insomma questa, in poche parole e con tutti i suoi limiti, è l'esperienza del gruppo dei giovanissimi, ve l'abbiamo raccontata con umiltà e con la speranza che la prossima volta che ci sentirete cantare alla Santa Messa non vi limitiate a commuovervi pensando a come siamo "bellini o bravini", ma abbiate voglia di conoscerci ed incontrarci davvero.

Pellegrinaggio in Terra Santa

a parrocchia promuove un pellegrinaggio in Terra Santa per percorrere con la fede le tracce visibili e spirituali che il Signore ha lasciato sulla terra. Il periodo è di "bassa stagione": da martedì 1° ottobre a martedì 8 ottobre 1996. Occorre segnalare subito la propria adesione che dovrà essere confermata o annullata entro la metà di giugno. La quota di partecipazione da Roma e £ 1.450.000, di cui £ 200.000 all'iscrizione. Ulteriori dettagli li otterrete contattandoci e saranno comunque esposti in bacheca e/o sul Notiziario settimanale.