Messaggio di Natale 1997



 

 

Pace, gioia, semplicità

Scorrendo il racconto del Natale secondo l'evangelista Luca che quest'anno ci guida, oltre che con le letture liturgiche anche per mezzo dell'accostamento che se ne fa attraverso i gruppi di ascolto, è opportuno cogliere alcuni particolari utili alla comprensione di qualche aspetto dell'indescrivibile evento: Dio che si fa uomo.

Luca, più che essere preciso nei dettagli, si preoccupa di farci vedere che il Cristo non è un mito: è annotato nelle anagrafi imperiali, appartiene all'orizzonte del nostro mondo; dovremmo dire: lascia una traccia d'inchiostro anche negli archivi imperiali.

Un testo apocrifo del terzo secolo mette in bocca a Gesù queste belle parole che riassumono il senso della Natività: "Io divenni piccolo, perché attraverso la mia piccolezza potessi portarvi in alto, donde siete caduti a causa del peccato".

Questo è il significato del Natale, non quello evocato da una scena piena di sentimenti. E' la grande rivelazione di un Dio che, diventando uomo, si rende fratello dell'umanità, tendendola verso l'infinito, verso l'eterno.

In questa luce l'inno del "Gloria" diventa il cantico dell'amore di Dio. La versione che noi recitiamo non è del tutto fedele al senso originario che dovrebbe essere: "Gloria a Dio nell'alto dei cieli e pace in terra agli uomini della sua buona volontà" cioè a quelli che l'amore di Dio rende capaci di avere la sua stessa volontà di amore, il suo stesso desiderio di amare. Allora il "Gloria" è il cantico del grande dono che Dio ci ha fatto: la capacità di amare tutti, che è poi la capacità divina.

Un cantico che Luca riprende quando Gesù entra a Gerusalemme (19,38). Solo lui mette in bocca ai discepoli questa acclamazione: "Pace in cielo e gloria nel più alto dei cieli".

Gli angeli ci hanno augurato la pace. I discepoli, quando Cristo sta per avvicinarsi al suo momento decisivo, quello della sua morte e risurrezione a Gerusalemme, rimandano al cielo lo stesso augurio. Cielo e terra sono uniti dallo shalom, la grande pace messianica. Pace offerta da Dio e alla fine ricambiata anche da noi. Ecco la buona volontà degli uomini che risponde alla prima buona volontà, quella di Dio. C'è una pienezza di luce e di gioia in questo scambio, e tutto questo si manifesta nella povertà e nell'umiltà. Non sono i grandi e i potenti che si incontrano con il Re della storia, ma i poveri e gli emarginati come i pastori, e coloro che, al pari di Maria, sono in umile contemplazione, cioè tutti i semplici.

Non c'è nulla di più difficile al mondo della semplicità, Per capire, per gustare il Natale, la prima condizione è quella della semplicità. Dove ci sono uomini semplici, pronti a lasciarsi colmare di gioia, c'è un Dio che anche oggi come duemila anni fa si curva sull'uomo e lo salva. Sia così per noi e per voi. È l'augurio dei

vostri Sacerdoti

 

Una storia di Natale

Dopo che molti hanno parlato di me credo che sia giunto il momento di presentarmi, e vorrei fare ciò partendo da un racconto:

"In prossimità del Natale alcuni Angeli, particolarmente zelanti, andarono sulla terra per vedere come gli uomini stessero attrezzandosi per la grande ricorrenza.

Al loro ritorno riferirono al Gesù nascente. Si fece avanti il primo:

Ma il Bambino Gesù non sembrò ascoltarlo. Si fece avanti allora il secondo Angelo:

Anche dopo queste parole il Bambin Gesù sembrò non ascoltare. Allora il terzo Angelo disse:

Il Bambin Gesù non sembrava però convinto di quello che sentiva. Allora l'ultimo Angelo disse:

A queste parole il Bambino Gesù guardò la Madre e disse:

Sicuramente questa presentazione non dice nulla di quello che ho fatto, ma il mio passato appartiene alle persone che con me l'hanno condiviso, ma questo racconto ispira il mio presente ed il mio futuro che è questa Comunità.

Per carità non voglio paragonarmi al Cristo, ma amo figurarmi il prete come la mangiatoia che accoglie Gesù permettendo a tutti d'adorarlo.

Sono consapevole che è facile vergare la carta con bei sogni ma più complicato viverli, mi affido quindi alla vostra preghiera e vi auguro a tutti buon Natale.

don Lorenzo

Dalla carestia... all'abbondanza?

E' la domanda che scherzosamente alcuni di quelli che bazzicano in chiesa, ogni tanto fanno ai sacerdoti ed altri l'hanno sicuramente pensato.

E la sua ragion d'essere sta nel fatto che dai banchi dell'aula liturgica scorgono sull'altare o all'ambone, un avvicendarsi di volti in veste di celebranti. I meno "frequentanti" restano stupiti più che frastornati, gli altri invece, quelli che hanno più confidenza con l'ambiente sanno tutto. Ma è bene che il tutto si sappia da tutti: i nostri preti non si sono improvvisamente moltiplicati e neanche ce n'è in esubero. Il priore è il solito da più di vent'anni in qua, e, a vederlo, è intenzionato a rimanervi quanto basta per portare a esaurimento la capacità di sopportazione dei parrocchiani. Si chiama don Mario, Donmì, come lo chiamano fra di loro i ragazzi del catechismo, e non si lascia certo trasportare nel giro delle alternanze. Qui è e rimane, finché accidente non lo colga. Pure lui è in età di pensione, ma per i preti l'età non conta anche perché non rubano il posto a nessuno.

L'aiuto discreto e fedele, con tutta la carica di bonarietà, ma anche di inflessibilità sull'andamento economico dell'intera azienda, rimane a don Pasquale, appiccicato alle mura di Santa Croce a Quinto, che ha visto nascere e andare avanti negli anni, ma soprattutto affezionato a questa popolazione che purtroppo oggi per le sue condizioni di salute non riesce più a servire come vorrebbe e come ha fatto fin dal 1980.

Al S.O.S. di questa situazione ha risposto il fratello del priore, don Arturo, che dall'anno scorso, dimessosi dalla sua parrocchia bergamasca, anche lui per motivi di salute, è periodicamente qui con noi. Conosce parecchia gente, celebra, predica, scrive, tiene incontri di catechesi e quando è libero, fa compagnia a don Pasquale: hanno la stessa età, pur con differenti acciacchi.

Ci voleva la baldanza di un giovane per stabilire un po' di equilibrio delle forze in campo. Atteso in special modo dai ragazzi quasi fosse un messia, è arrivato miracolosamente don Lorenzo. Parla poco e ha una bella voce, così quando parla piace per due motivi: per la voce, e per quel che dice. Quando uno parla poco vuol dire che pensa molto e che riesce anche a far pensare.

Puntatine in parrocchia le fanno volentieri, tempo permettendo, anche altri sacerdoti: don Stefano che qui è nato, cresciuto e ha fatto le ossa, torna volentieri alla sua comunità natia specie nel periodo estivo, e don Carlo Matulli che ha trascorso la sua vita tra gli emigranti in Svizzera e che, rientrato definitivamente nella diocesi fiorentina, ci auguriamo di rivedere sempre più spesso a renderci qualche suo prezioso servizio.

Una citazione di merito spetta anche al sacerdote, non più giovane ma di zelo perennemente giovanile, mons. Mario Mattolini, sempre pronto a rispondere a richieste di "audizione" di confessioni.

Un po' troppi 'sti preti? Forse, se si fa il raffronto con periodi passati o anche con parrocchie vicine. Ma se si tiene il calcolo delle rispettive disponibilità e condizioni di salute, ci si accorge che a tempo pieno, tutto si riduce a due: uno il priore che, come si è detto non è più giovanissimo, l'altro è don Lorenzo, new entry, mentre su gli altri, che ringraziamo, si può contare solo saltuariamente e con i limiti imposti dalle loro disponibilità di tempo.

In ozio, in verità, non ci sta nessuno, se per ozio non si intende la preghiera, lo studio, la forzata immobilità. I collaboratori laici fanno tantissimo, ma ce n'è sempre più bisogno, perché le iniziative si moltiplicano, le esigenze e le richieste pure. Quando si confronta la messe con gli operai, viene facilmente in mente la frase di Gesù dove la prima è sempre tanta e i secondi son sempre pochi.

Renato Alfaro

"Avevo fame..."

Vi è mai capitato di passare per una via del nostro quartiere di notte quando tutto intorno tace e solo i portoni riflettono fasci di luce in strada? In quel momento, attratta da una pulsantiera di campanelli che ammicca vicino all'ingresso di un condominio mi è parso spontaneo chiedermi chissà quali e quante realtà si nascondono dietro a quelle luci. Mi piace immaginare che i più siano tutti insieme condividendo una gioia anche piccola dello spicciolo quotidiano, comunque l'importante è essere insieme perché solo stando uniti si può sperare di poter sopportare le avversità che ci aspettano nel cammino della nostra vita.

Purtroppo molte famiglie sono invece così frantumate che è difficile definirle "famiglie". Anche nella nostra Parrocchia esistono molte di queste realtà e allora chi può - e qui si inserisce la Caritas - deve stringersi intorno ai resti di questi nuclei familiari per poterli aiutare moralmente, spiritualmente e materialmente a sopportare il peso del vivere.

Altre realtà difficili che si celano dietro le facciate dei condomini della nostra Parrocchia hanno spesso un comune denominatore che si può sintetizzare in una parola: solitudine. Ci sono le solitudini evidenti e quelle più occulte, forse peggiori, che talvolta sono negate dal soggetto stesso. In ognuno di questi casi sarebbe giusto e opportuno porgere una mano, magari cercando di andare alla radice del problema.

Purtroppo spesso però non è facile aiutare il prossimo per più motivi: incomprensione tra chi parla e ascolta; incompetenza verso i problemi sollevati; antipatia istintiva che scatta verso chi si ha di fronte.

Ogni caso, come dice un vecchio detto, è un caso a sé, ma soprattutto perché cambiano le persone che lo vivono. Infatti, se per ipotesi assurda potessimo avere alcuni casi perfettamente uguali nella sostanza, potrebbero assumere forme e soluzioni diverse solo perché cambiano le persone protagoniste del fatto stesso.

Benché faccia parte del Gruppo Caritas Parrocchiale, devo confessare che spesso mi chiedo se effettivamente interpreto in modo giusto la Parola di Cristo nei confronti del mio prossimo. Capita infatti che, quando le richieste avanzate sono particolarmente insistenti e pressanti fino all'arroganza, abbia segni di insofferenza. Mi pare giusto aiutare chi è meno fortunato e presenta dei disagi morali o materiali, ma occorre intervenire sia col cuore che col cervello, non lasciando mai che l'uno prevalga sull'altro, per evitare squilibri di coinvolgimento eccessivo o addirittura di fredda razionalità. Purtroppo siamo esseri umani e come tali sempre soggetti al rischio di errori, per quanto si cerchi di fare del nostro meglio.

La nostra Caritas Parrocchiale si attiva anche all'interno del Centro di Ascolto che ormai funziona in Sesto da quasi due anni, situato in via Fanti. Raccoglie le istanze di lavoro o di alloggio a prezzo modico di extracomunitari o italiani. Questo Centro che sta diventando sempre più conosciuto è retto da volontari che cercano di stabilire soprattutto rapporti di amicizia con tutte le persone che ne vengono a contatto e offrono anche la possibilità di apprendere la lingua italiana.

Violenza, fame, solitudine, incomprensione sono le varie facce di un unico prisma che si chiama ingiustizia e invoca un aiuto. A dirlo possono essere tutti, ad avvertirlo molto meno.

La Caritas se ne fa carico e tutti sono interpellati a sostenerne l'azione educativa e anche quella concreta se pure sempre sproporzionata ai bisogni e alle richieste.

Manuela Pierazzini

Si è spento il Nobel "Lo avete fatto a me"

Quando la critica serena, quella che non contiene elogi sotto la spinta delle emozioni, e tanto meno quella che dal fiume di elogi si sente irritata per i suoi pregiudizi ideologici, avrà fatto giustizia della ricca eredità lasciataci da Madre Teresa di Calcutta, non ci sarà più né chi ne chiede la canonizzazione immediata di cui neppure lei e neppure il mondo hanno bisogno, e neanche chi la rimprovererà di non essersi preoccupata di rimuovere le cause della povertà. Rimarrà solo la luminosissima testimonianza di una piccola grande donna che ha trafficato all'estremo il suo carisma: stare con i poveri tra i poveri.

Madre Teresa era per natura poco incline alla dialettica. La sua fede non era questione di riflessione e di logica, ma di un misticismo che la faceva vivere nel desiderio di profonda unità col Cristo che lei ha continuato a credere "realmente presente" nel povero non meno che nell'Eucarestia o nella Parola. Da queste ultime attingeva forza, perciò coltivava preghiera di adorazione e contemplazione, ma poi la sua peculiare attenzione era rivolta al povero, nell'incontro del quale sperimentava direttamente una sorta di scambio reciproco di salvezza.

Tutto quello che al povero donava, e spesso non era altro che la sua presenza e il suo sorriso, il tocco carezzevole della sua mano o la folgorazione di uno sguardo pregnante di amore, le veniva restituito, dichiarava lei stessa, in termini di messaggio salvifico che ella raccoglieva quasi istintivamente nella sua forte sensibilità.

Verso i poveri si sentiva debitrice e nello stesso tempo parlava del soprannaturale con naturalezza. Il povero la immergeva nel soprannaturale. Una volta ebbe occasione di dire: "Ringrazio il Signore di averci voluto indicare la strada della salvezza attraverso un itinerario semplice e accessibile a tutti, anche alle persone più sprovvedute e analfabete. Un itinerario concentrato in cinque parole, come le cinque dita di una mano: "Lo avete fatto a me"."

Ecco perché il suo premio Nobel per la Pace (1979) ha per i credenti uno spessore diverso dagli altri. Diverso, per portare tre esempi, da quello assegnato nel 1975 a Mairead Corrigan (33 anni) che da cattolica militante dell'IRA si converte alla non-violenza; da quello attribuito a Adolfo Perez Esquivel (49 anni), cattolico, meritevole di aver creato una mobilitazione mondiale contro la fame che, nel silenzio generale, uccide come la guerra; e infine anche da quello riconosciuto nel 1995 a Josef Rotblat (88 anni) per essere stato il primo scienziato che nel 1944 aveva ritirato la sua collaborazione al progetto della prima bomba atomica.

Tornando a Madre Teresa, cito la volta in cui, arrivata in automobile da Leninakan, una città di 200.000 abitanti, semidistrutta dal terremoto, intravide dal finestrino che una folla di fotografi e giornalisti era lì ad attenderla. Ordinò di non fermarsi e di proseguire verso l'ospedale, dicendo: "Sarebbe grave che in un momento così drammatico, usurpassimo per noi, servi dei poveri, una parte dell'attenzione che deve essere tutta riservata a chi è nel dolore". Alla sera poi, raccontava l'emozione provata all'ospedale, incontrando una donna morente, rimasta sepolta assieme al suo bambino nella cantina di una casa crollata: sotto le macerie c'era aria sufficiente, ma non c'era nulla da mangiare e da bere. La povera donna ebbe un'intuizione: si tagliò le dita della mano e le diede al bambino perché ne succhiasse il sangue. Lo fece per diversi giorni, finché i soccorritori non li ritrovarono. Quando giunsero all'ospedale, il bambino stava bene, ma la madre era dissanguata e morente. "Quella povera donna - commentò Madre Teresa - è l'immagine del nostro Salvatore che ha dato il suo sangue perché noi suoi figli avessimo la vita".

E' ovvio allora che una donna così, inebriata di amore verso il prossimo e che realizza in pieno la simbiosi dei due comandamenti della carità, rimanesse sgomenta quando leggeva o ascoltava giustificazioni all'aborto volontario e legalizzato. Il suo ragionamento era di una semplicità e linearità sconvolgenti di fronte a tutte le argomentazioni contrarie: "Se una madre può uccidere il suo bambino, cosa fermerà gli uomini dall'uccidersi l'un l'altro?"

don Arturo

 

La Ginestra: un'Associazione per le famiglie

Un tema di iniziative sociali, si è soliti sentir parlare di salvaguardia delle categorie emarginate, gli "ultimi", gli anziani... Ma non è usuale focalizzare l'attenzione verso una categoria di persone che al giorno d'oggi richiederebbe maggiore interesse. Ed è proprio verso le famiglie, in particolare quelle con figli in età scolare, che una nuova Associazione, sorta a fine ottobre a Sesto Fiorentino ma già con una lunga storia alle spalle, ha voluto impegnarsi.

Quelle che sono le "situazioni di disagio", spesso nascoste all'interno delle famiglie, non necessariamente disagio economico ma anche - ad esempio - generate da una comune crisi dei valori, si ripercuotono poi nella vita dei figli; ed è proprio per prevenire il sorgere di problemi gravi, come ad esempio l'uso della droga, che già dal 1996 venne avviato un progetto, proposto dall'Assessorato alla Famiglia e ai Servizi sociali, che con la collaborazione di psicologi del Servizio Prevenzione del Centro di Solidarietà di Firenze favorì la creazione di alcuni gruppi di persone, che periodicamente si sono ritrovati - nei Centri Civici di Quinto Basso e del Neto - non per discutere o "fare salotto" con degli esperti, ma per imparare a conoscere e a conoscersi, ad ascoltarsi, a condividere esperienze e problemi che, magari ritenuti "unici" e insormontabili se racchiusi all'interno della cerchia familiare, attraverso la conoscenza reciproca vengono scoperti comuni ad altri, e pertanto più facilmente risolvibili.

La scoperta dell'acqua calda? Forse, data la semplicità dei concetti che stanno alla base di questo discorso; ma effettivamente, nella società cittadina dei giorni nostri, si rivela difficile l'instaurare rapporti di collaborazione tra famiglie, perfino nel proprio quartiere. La nascita de "La Ginestra", allora, può dare quella piccola spinta necessaria a superare lo steccato della propria individualità e favorire l'aggregazione; mentre il prossimo futuro vedrà la realizzazione di un "Progetto Famiglia" di più ampio respiro, in pratica una forma di coordinamento tra Associazioni che operano nello stesso ambito, per potere dare nel territorio un punto di riferimento per la condivisione e la risoluzione dei piccoli e grandi problemi che provocano il disagio.

Per il momento, dall'inizio dell'anno venturo, sarà ripetuta la proposta di incontri rivolti a tutti; come pure la programmazione periodica di "seminari a tema", condotti da esperti del Centro di Solidarietà, su argomenti di sicuro interesse per chi deve esercitare il difficile ma importantissimo mestiere di genitore.

Roberto Del Bianco

Dal Consiglio Pastorale

Facciamo il punto sul cammino dell'anno pastorale": suonava così il secondo punto all'ordine del giorno della riunione del 20 novembre del nostro Consiglio Parrocchiale.

Ecco quindi che la ravvicinata uscita del nostro giornalino è l'occasione per far conoscere a tutti quelle che sono le linee di azione della nostra comunità. Linee di azione che, ormai per scelta consolidata negli anni, si articolano lungo le tre direttrici che segnano da sempre il cammino della comunità cristiana: annuncio (catechesi), celebrazione (liturgia), servizio (carità).

à Per quanto riguarda la catechesi, già dalla metà di settembre (in coincidenza con la festa della Santa Croce), è cominciata l'attività dei gruppi, dalla seconda elementare al termine della scuola superiore. E' intenzione dei catechisti coinvolgere i genitori dei ragazzi con proposte di riflessione e approfondimento. La nostra parrocchia è sempre più attiva nella creazione ed espansione dei gruppi di ascolto per adulti che si riuniscono nelle case e che si confrontano quest'anno con il Vangelo di Luca. Si rileva poi che sono salite a quattro le coppie impegnate a collaborare con il parroco nella preparazione e nell'accompagnamento delle famiglie che chiedono il Sacramento del Battesimo per i loro figli.

à Sul piano della liturgia, appare in crescita il numero delle persone che si ritrova con scadenza mensile per dare attuazione allo sforzo di favorire la partecipazione attiva a tutte le celebrazioni, attraverso la cura delle letture, della preghiera dei fedeli e del canto.

à Riguardo alla carità, la direzione nella quale è impegnato il gruppo Caritas Parrocchiale è quella di porsi come scuola di formazione, che non miri ad una gestione di settori in esclusiva, ma fornisca le solide motivazioni perché ognuno possa poi trovare la realtà nella quale impegnarsi.

Questo, in estrema sintesi, è il quadro che si va componendo in quest'anno. Visto che ho adoperato la parola "quadro", mi viene da concludere che questo quadro sarà più grande e più bello se ci saranno tanti pittori disposti ad arricchirlo lavorandoci intorno. Fuori di metafora, l'invito è comunque sincero e convinto: la parrocchia non è una riserva per il lavoro di alcuni iniziati. C'è spazio per tutti. Ne riparleremo!

Enrico Badii

 

Gruppi d'Ascolto

Circa cinque anni fa, siamo stati esortati a riprendere quei gruppi che negli anni precedenti si erano formati in occasione del sinodo diocesano.

All'epoca facevo anche il catechismo agli adolescenti, perciò non era che fossi senza niente da fare. Pensai però, che il Signore che per bocca di don Mario mi chiamava, sapeva bene quello che io ero, perciò era inutile che glielo ripetessi io per motivare il mio no. Dissi di sì, e iniziai così una nuova esperienza. Ed è stata davvero una ricca esperienza ! E' stata come la scoperta di un bisogno che non sapevo d'avere. Mi sono accorta che il Signore ha moltiplicato il mio tempo, perché ora di gruppi ne ho due. Ho accresciuto la mia fede perché ho scoperto che fare le cose per Lui vuol dire amare di più tutta la vita; all'altezza invece non mi sentirò mai e se per farmi camminare in questo senso mi manderà ancora tanti amici... vuol dire che anche a loro parlerò di Lui.

Un grazie di cuore a tutte quelle persone che in questi anni ho incontrato e amandomi così come sono, mi hanno reso vivo l'amore di Cristo stesso.

Lucia Tommasi

Aggiungi un posto a tavola...

Con un gruppo di ragazzi del dopo cresima siamo andati, qualche giorno fa, a vedere la nota commedia musicale di Garinei e Giovannini. Al di là dello spettacolo in sé, bello e divertente, gli spunti di riflessione in questo periodo non mancano.

Siamo o non siamo pronti ad aprire il nostro cuore a questo Bambino che nasce? Siamo o no pronti ad accogliere il prossimo che bussa alla nostra porta?

Nonostante le buone intenzioni abbiamo tutti bisogno di proposte concrete; eccone una bella e stimolante adatta a coinvolgere le famiglie della nostra comunità e del nostro quartiere: nel mese di ottobre 1998 dal 2 al 9, in occasione di un incontro mondiale di giovani a Firenze, avremo la possibilità di ospitare nelle nostre case giovani da altre città d'Italia e del mondo.

Aggiungiamo un posto a tavola ed organizziamoci per accoglierli sin da ora, dando la nostra disponibilità per un posto letto durante la durata dell'incontro, per organizzare momenti di dialogo e di festa nei locali della nostra parrocchia e così via...

Siamo certi della sensibilità di tutti: molte famiglie del quartiere hanno ospitato durante l'estate i bambini della Bielorussia; alcuni ragazzi della nostra parrocchia sono invece stati ospitati da famiglie della diocesi di Fabriano in occasione dell'incontro dei giovani con il Papa a Loreto nel 1995. Da entrambe le esperienze coloro che sono stati direttamente coinvolti conservano il ricordo caldo e avvolgente di una concreta esperienza di fraternità.

Allora coraggio... e vedremo che lo "spirito del Natale" animerà anche il resto dell'anno.

Chiara Meriggi