Messaggio di Pasqua 1998


"Maestro, mostraci un segno!"

"Nessun segno vi sarà dato se non il segno di Giona profeta. Come infatti Giona rimase tre giorni e tre notti nel ventre del pesce, così il Figlio dell'uomo resterà tre giorni e tre notti nel cuore della terra" (Mt 12,39-40)

uesto è il grande segno su cui poggia la nostra fede: la risurrezione di Cristo, con tutte le conseguenze rivoluzionarie che ha portato e sta portando nella storia degli individui e delle comunità che lo accettano e lo riconoscono da venti secoli.

Ma oggi si va alla ricerca di ben altri segni, come altri ne pretendevano i contemporanei di Cristo. E la ricerca si muove in due direzioni diverse.

Tanti, pur professandosi cristiani, sono rimasti a livello di quella "generazione perversa e adultera" nel cui contesto è nata la richiesta a Cristo. Vorrebbero come segni uno sconto sul dolore e sulle disgrazie della vita, e/o sull'impegno di vivere il messaggio evangelico nella sua radicalità. Questi segni Dio non ce li concede.

Non ha raccolto neanche la sfida dei crocifissori a vantaggio di suo Figlio: "Se tu sei figlio di Dio, scendi dalla croce" (Mt. 27,40) ma solo dopo il passaggio attraverso la morte "Dio ha attuato la promessa risuscitando Gesù" (Atti 13,33) e Paolo ci dice che "Colui che ha risuscitato Gesù risusciterà anche noi" (2Cor 4,14). Su questa convinzione si basa la nostra fede, non sugli sconti di... pena o sul passaggio indolore da questa all'altra vita: cose che possiamo umilmente chiedere come fece Gesù: Padre, se vuoi, allontana da me questo calice" aggiungendo però: "Non sia fatta la mia, ma la tua volontà"(Lc 22,42).

E neppure ci ha dato illusorie garanzie di poterlo raggiungere accettando sistematicamente il compromesso nell'impegno di fedeltà a lui, perché egli è stato chiaro: "Se qualcuno vuol venire dietro di me, rinneghi se stesso, prenda la sua croce e mi segua" (Mc 8,34).

L'altra direzione è quella assunta da coloro che, fuori della Chiesa o ad essa appartenenti solo anagraficamente, chiedono dei segni inequivocabili a chi ha deciso di seguire Cristo: segni che rendano veramente ragione della speranza che è in loro (1Pt 3,15), gesti concreti di fede e di carità, testimonianze esemplari dell'impegno che va profuso per l'espansione del Regno di Dio sulla terra, quel regno di "giustizia, pace e gioia nello Spirito Santo" (Rm 14,17) cui tutti miriamo.

E qui ci accorgiamo che nessuno di noi è maestro, per cui non ci vien chiesto: "mostraci un segno", ma ci sentiamo responsabili di porne quotidianamente per rendere credibile la nostra fede, fondata la nostra speranza, gioiosa e "pasquale" la nostra carità.

Se lo augurano con voi

i vostri Sacerdoti

Il mio ricordo don Pasquale

Ci siamo conosciuti in seminario. Lui era avanti a me di due anni. Durante il corso teologico s'ammalò e dovette trascorrere un periodo di tempo in sanatorio. Riprese gli studi con un certo ritardo e lo rividi al "Paradiso" dove lui rimase meno di me perché nel 1954 fu ordinato sacerdote e destinato a Piedimonte d'Alife (Caserta).

Le circostanze e gli episodi che più mi sono rimasti impressi e che incisero profondamente nel nostro rapporto d'amicizia potrei così elencarli: l'accoglienza cordiale, sincera, fraterna che mi riservò quando l'anno successivo, da neosacerdote, lo raggiunsi a Piedimonte. Con una giornata di treno arrivavo accompagnato da mio babbo e da mio fratello don Arturo alla stazione di Vairano - Caianello, e lì lo trovai ad aspettarmi con indicibile gioia mia e sua. Mi accompagnò a Piedimonte e cenammo insieme presso il Vescovo. Non fu l'unica volta.

Perché lui era domiciliato presso il Vescovo, frequentemente mi invitava a pranzare insieme, ed era per me una pausa di serenità e per tutti e due un'occasione di scambio e di confronto sui vari problemi pastorali, e lui, dotato di attenzione e di sensibilità, quando mi ammalai da essere costretto a ritornare a Bergamo, si adoperò perché al mio ritorno mi venisse affidato un altro incarico: in seminario prima e poi come parroco a san Potito.

Quando fui destinato a Roma lui era già partito per Jesi (Ancona) e poi fu mandato come cappellano presso gli emigranti nella Svizzera francese. Rimanemmo sempre un po' in contatto e fummo entrambi felici quando, quasi inaspettatamente, mi raggiunse nella popolosa parrocchia di san Giustino. Là si viveva una vita comunitaria tra diversi sacerdoti del "Paradiso" e don Pasquale fu sempre discreto, paziente tessitore di rapporti improntati alla vera fraternità sacerdotale. Ci eravamo divisi la vasta parrocchia in "zone": lui coltivava la sua con una presenza priva di iniziative spettacolari, ma discreta, cordiale, senza assilli ma fedele.

Infine, nel 1980, mi arrivò qui tanto desiderato quanto gradito, e si assunse la cura di tutte quelle cose materiali cui io mi sento tanto negato. Lo sapete tutti: ha gestito le sue competenze con spirito di servizio ma anche con distacco, utilizzando il suo intuito e non trascurando la sua funzione sacerdotale. Posso dire che non è mai nato un dissenso.

Cosa mi ha lasciato? Innanzitutto una testimonianza di fede nel Dio che opera la salvezza senza avere sempre bisogno del nostro attivismo e dell'efficienza di tante iniziative. Poi la naturalezza e l'ordinarietà del suo comportamento: non aveva nulla da nascondere e nulla da ostentare. Gli piaceva la distrazione televisiva, il riposo, aveva il gusto della tavola senza mai cadere in eccessi, ma soprattutto della conversazione. Si sentiva fratello di tutti e simpatizzava per gli umili e per i semplici, ma insieme apprezzava la conoscenza della verità, le cose belle, l'informazione.

Questi valori "normali" li aveva attinti dalla famiglia "modesta" da cui la mamma era scomparsa troppo presto, e poi dal fondatore del "Paradiso": don Fortunato Benzoni, uomo lungimirante ma concreto, che non dava peso alle apparenze; ci invitava a curare la sostanza e la... normalità.

Il miglior commento mi sembra quello che ha fatto un'anziana signora di Roma quando ha appreso la notizia della scomparsa: "Era uno di noi". Dovunque è andato, è stato uno che si confondeva con tutti, ma non agli occhi di chi gli è stato amico per anni, e tanto meno agli occhi di Dio, che per nome lo ha chiamato alla vita e alla morte... Pasquale.

don Mario

Come prepararci al Giubileo?

La Missione cittadina vuole essere una risposta

I1 progetto di dare vita ad una missione popolare in preparazione al Giubileo del 2000, assecondando il desiderio espresso dal nostro Vescovo, ha occupato ampio spazio nelle riunioni del Consiglio pastorale di questi mesi. Da questi incontri e dal confronto maturato nei vari organismi a livello Vicariale, sono via via emerse alcune linee d'orizzonte che costituiscono per ora il nostro quadro di riferimento.

Una considerazione generale porta a rilevare che nelle nostre discussioni partivamo sempre dal definire ciò che non volevamo raggiungere; concordavamo con facilità su tutto ciò che la missione non doveva essere. Era probabilmente il segno di un avanzare lento su un terreno per molti di noi sconosciuto. Poi, piano piano, i contorni hanno cominciato a riempirsi, il quadro a delinearsi. Adesso, individuato nel tempo di Quaresima del 1999 il cosiddetto "momento forte", si sono presentati una serie di obiettivi intermedi sui quali impiegare la nostra comunità parrocchiale. La scadenza più vicina è costituita da una assemblea di tutti i fedeli volenterosi, da tenersi tra aprile e maggio per una chiara impostazione e definizione del progetto. Dalla fine di settembre, il Consiglio pastorale, allargato a tutte le persone disponibili si impegnerà in un approfondimento della realtà della Chiesa, alla luce del documento conciliare Lumen gentium. Nello stesso mese di settembre si pensa all'effettuazione di due pellegrinaggi uno, ovviamente di più giorni, a Lourdes; l'altro concentrato in una sola giornata, a Roma. Lourdes e Roma con programma da definire appaiono luoghi significativi per trarre motivi di stimolo per il nostro cammino. Ma tali esperienze appaiono importanti anche per favorire e cementare uno spirito comunitario tra di noi. Sono queste le prime tappe: altre ne seguiranno necessariamente. Cercheremo progressivamente di riferire quanto si andrà delineando a più lunga scadenza. Ma è cosa certa che tutto quanto nascerà sarà dono di Dio. A lui sentiamo il dovere di affidare la nostra preghiera.

Per il Consiglio Pastorale
Enrico B.

Come vedo la Missione

Siamo immersi attualmente in una "società del sentire", cioè a forte carica emozionale. Forse perché guardiamo la televisione e leggiamo i giornali, noi siamo nell'atteggiamento di chi rifiuta la passione individuale e vuole invece avere emozioni collettive. I singoli hanno quasi bisogno di "sentire il sacro" che però non provoca nessuna spinta in avanti e nessun cambiamento interno.

Avanzo il sospetto che anche i funerali ultimi di Versace, Diana, Madre Teresa, gli oceanici raduni papali, i mediatici congressi eucaristici di massa, il correre da un'apparizione mariana all'altra, sembrano nel fondo riti sacrali che bastano a se stessi, senza veri processi di maturazione religiosa, estranei ad ogni barlume d'orizzonte di santità.

Il rituale applauso finale, in chiesa come si fosse a un concerto, finisce per essere una chiusura delle intime provocazioni, se mai ce ne sono state: una liquidazione dell'evento, in attesa di altri eventi altrettanto emozionanti.

Mi fa anche un certo effetto tanta spregiudicatezza da parte di alcuni movimenti giovanili: si rischia di credere che basti cantare: "Gesù tu sei forte, sei di più" per entrare di diritto nella "Santa hit parade" con qualche cantautore di ispirazione sentimentale vagamente religiosa.

Quasi in derivazione, ma forse addirittura in contrapposizione, noto una crescente ricerca da parte di molti di ciò che è esotico, diverso, fuori dal normale.

La fede cristiana collaudata da due millenni in cui ha fatto fiorire i suoi martiri accompagnati da uno sterminato numero di alfieri della carità e della castità, di eroi dell'umiltà e del servizio, di testimoni della povertà e della missione, sembra per molti cedere il passo alla novità ripetitiva di formule e riti che ci riportano indietro di secoli e secoli e ci rituffano in ritualismi di sapore primitivo e quasi preistorico.

L'ignoranza della fede cristiana fa rivivere battesimi di massa, riti satanici e idolatri, espressioni di violenza come i nuovi capri espiatori, espressioni di sessualità disinibita e sacralizzata da follie collettive come i matrimoni di massa. Tutto questo all'insegna di quella novità capace soltanto di scatenare istinti primordiali senza remore e soprattutto senza giustificazioni fondate.

Si direbbe che c'è solo una lievitazione di curiosità, quella che ieri banalmente si diceva facesse vedere più verde l'erba del prato del vicino che non quella del proprio, quella, per intenderci, che spinge i toscani a visitare monumenti in capo al mondo, senza aver visitato Firenze.

Oggi tutto questo si traduce in quella nebulosa mistica-esoterica che molti impropriamente riassumono con il nome di New Age e che comprende, si calcola, 700 diversi raggruppamenti ispirati al filone cristiano (Avventisti, Testimoni di Geova, Pentecostali, Mormoni, Christian Science e altri), a quello islamico, a quello indù e a quello giapponese. Altri sono comunità a sfondo psicologico (Scientology, Landmark Education, ecc.). Spesso dipendono da qualche "capo" religioso che ha solo mire di leadership.

Se ne possono elencare a centinaia: dai Bambini di Dio a The family, dal Satanismo al Cristianesimo e Reincarnazione, dalla Massoneria alla Chiesa dell'Unificazione, fino ai casi estremi dei membri dell'Heven's Gate suicidatisi in massa perché ansiosi di correre incontro agli extraterrestri e di quelli del Tempio Solare interpreti di un esoterismo iniziatico e visionario che contempla anche il suicidio individuale, come fuga da un mondo corrotto.

C'è chi si ritiene vaccinato contro il pericolo di questo proselitismo delle sette e del loro proliferare, ma se dovesse continuare questa ignoranza e indifferenza religiosa, questo relativismo morale che sta dilagando anche tra noi, c'è veramente da temere.

 

Demonizzare non è il nostro compito, si tratta invece di capire quali sono le richieste degli uomini di oggi nauseati dalle culture correnti, delusi dalle ideologie, ribelli al "monopolio delle religioni tradizionali" allergici e impermeabilizzati di fronte alle forme anche religiose di massificazione ma vuote, e tuttavia in cerca della protezione di un gruppo ristretto, di una dottrina chiara e semplice, di un impegno personale in cui si sentano attivi e sempre più responsabilizzati.

Tutto questo chiama in causa noi cristiani e la nostra responsabilità di evangelizzare sì, ma anche di accogliere, conoscere, ascoltare, aiutare individualmente persone in perenne ricerca di un sostegno.

Il compito di mediazione tra le esigenze dell'uomo di oggi e la persona unica che le può soddisfare, Cristo, non è più di una massa, è di ciascuno. La massa, le stesse comunità devono tendere a fare di ogni cristiano un mediatore tra la richiesta dell'uomo e la risposta di Cristo.

Questa è la Missione.

don Arturo

Verso il Giubileo

"Tanti parlano del Giubileo, molti prendono o preparano iniziative che rispondono a interessi economici, commerciali, turistici..."

Così inizia la lettera del Vescovo inviata alle famiglie in occasione della Pasqua. Invece "quello che interessa noi cristiani è il significato vero del Giubileo, cioè il suo significato religioso".

Tentiamo di suggerire qualche riflessione che sia di aiuto a questo. C'è un unico avvenimento che ricapitola in sé la vicenda della nostra salvezza: è l'incarnazione, passione, morte e risurrezione del Figlio di Dio. Tutto questo è avvenuto 2000 anni fa - senza voler essere pignoli - e si rinnova, lo sappiamo per fede, nel memoriale liturgico di ogni Santa Messa.

Ma nella Bibbia l'invito a far memoria significa un impegno efficace per il presente; il ricordo, insomma, non è solo commemorazione, ma è il legame d'oro che tiene insieme passato, presente e futuro. Già nel passato il popolo ebreo anticipava , per così dire, questo avvenimento in forma solenne nel 50° anno. Questo anno veniva detto Giubileo. Con esso si voleva proclamare il primato di Dio sul "fare" e sul "lavorare", si chiedeva al Signore la remissione dei peccati, si affermava il principio che la terra è di tutti e che la giustizia vera sta innanzitutto nel garantire la libertà ai più deboli. Tutto questo aveva il sapore di una profezia che solo con Cristo comincerà a realizzarsi.

Ma la Chiesa si assume il compito di prolungare nel tempo l'azione iniziata da Cristo. Ne ha ricevuto il mandato: "Fate questo in memoria di me"; lo adempie col sacrificio eucaristico, ma anche con l'annuale celebrazione dei riti pasquali e con la sequenza degli anni giubilari che, a scadenza di un millennio, di un secolo, o di mezzo secolo, o meno ancora, come quando si solennizzano certi importanti anniversari, chiama i cristiani a purificarsi nel pentimento e rinascere nella gioia, anzi nel "giubilo", per la salvezza donataci.

Lo scopo principale di un anno giubilare è quindi non solo di fare memoria, ma soprattutto di rendere attuale l'evento unico nella storia dell'umanità, che è la salvezza recatale dal Salvatore, e di elevare grazie a Dio per questo dono.

Da questo nascono poi tanti altri impegni per i singoli cristiani e per le comunità:

Come si vede non è un'occasione ordinaria da collocarsi tra le tante.

È significativo che il Papa abbia voluto con una sua apposita lettera, "Tertio millenio adveniente", segnare le tappe di una triennale preparazione a questo avvenimento.

Il 1997 è stato caratterizzato, anche nella nostra comunità come in tutta la Chiesa, dalla riflessione su Gesù Cristo "unico Salvatore del mondo ieri, oggi, e sempre" e dalla riscoperta del Battesimo, fondamento dell'esistenza cristiana.

Il 1998 è dedicato in modo particolare allo Spirito Santo. La valorizzazione della Sua presenza e azione ci ha condotto ad una seria considerazione del sacramento della Cresima, che è il sacramento dell'impegno consapevole della testimonianza cristiana.

Il 1999 ci aprirà l'orizzonte sul mistero gioioso e profondo della "strategia" amorosa del Padre dal quale ci è stato mandato il Figlio ed al quale Questi è ritornato per prepararci un posto nel suo cuore. E allora penseremo sempre di più al pellegrinaggio d'amore che deve essere la nostra vita, continuamente sostenuto e rilanciato dal sacramento della Penitenza che dovremo meglio riscoprire.

Rientrano in questo spirito le iniziative del pellegrinaggio a Roma e Lourdes, progettati per il settembre prossimo, e soprattutto la Missione cittadina che si svolgerà nella quaresima dell'anno venturo.

Tre anni densi di impegno attivo per arrivare preparati alla scadenza di un secolo e di un millennio ricchissimi di storie gioiose e drammatiche, in cui si è snodata parte dell'infinito romanzo d'amore che Dio sta tessendo per l'umanità, con la luce del Suo amore e le ombre dei nostri tradimenti, segni comunque, a livello universale, di quella storia personale che è la nostra vita alla cui scadenza imprevedibile siamo chiamati a prepararci nella fede, nella speranza e nella carità, in attesa dell'eterno giubileo.

 

LA FESTA DI CHI HA POCO TEMPO

Quando voglio spiegare qualcosa uso come esempio un'esperienza che sia comune ai miei destinatari e non solo a chi già condivide le mie posizioni, ecco spiegato il filo conduttore di questo articolo: La Pasqua come festa di chi ha poco tempo.
Credo non importi argomentare molto sulla cronica carenza di tempo che sembra avere colpito il nostro modo di vivere, tutto sembra avere preso un ritmo così vertiginoso che non si ha più la possibilità di gustare nulla. Anche la Pasqua sembra aver assunto questa dimensione; infatti gli studenti pensano alla fine dell'anno scolastico ormai prossima, chi lavora non ha neppure l'incentivo della tredicesima per fermarsi un attimo a pensare e ci sono le vacanze estive alle porte.
Neppure la liturgia si esime da questo tormentone; basta guardare le funzioni della Settimana Santa che hanno bisogno di tutto un Anno Liturgico per essere digerite tanto sono concentrate.
Ma, dico io, non sarebbe stato meglio diluirle a piccole dosi ? No, tutto insieme con un linguaggio da iniziati che nulla ha da invidiare a quelle spiegazioni che trovi nei medicinali e che ogni volta che ti metti a leggerle ti domandi perché mai le inseriscano nelle scatole. Il limitarsi, però, a richiamare una maggiore attenzione mi pare il vuoto lamento di persone che hanno perso la loro battaglia prima ancora di cominciarla, anzi oserei definire questa protesta come un rito che baratta un effettivo cambiamento, che costerebbe fatica, con un mare di parole che costano poco, non mutano nulla ma mettono l'animo in pace.
Personalmente allora preferisco accettare le condizioni di chi ci mi circonda, esse non saranno la via maestra per giungere a Dio però in queste cose ciò che conta è arrivare.
Provo, quindi, a riprendere in mano la Bibbia per scoprire la positività della fretta e leggo: Ecco in qual modo lo mangerete: con i fianchi cinti, i sandali ai piedi, il bastone in mano; lo mangerete in fretta. È la pasqua del Signore! (Es 12,11-12) .
Già nella prima Pasqua, quella in cui Dio liberò il popolo Ebraico dalla schiavitù degli egiziani, bisognava fare tutto di corsa senza perdere tempo in fronzoli; ma uno, volendo essere originale, potrebbe dire che noi cristiani abbiamo mutato qualcosa !
Sinceramente questo pensiero è passato anche nella mia mente, però mi ritrovo tra le mani l'episodio dei discepoli di Emmaus, prototipo dei credenti, e leggo: E partirono senz'indugio e fecero ritorno a Gerusalemme, dove trovarono riuniti gli Undici e gli altri che erano con loro, i quali dicevano: "Davvero il Signore è risorto ed è apparso a Simone". (Lc 24, 33-34). I lettori di buona volontà potrebbero sbizzarrirsi a cercare nella Bibbia altri riferimenti alla fretta, io preferisco fermarmi qui e citare le parole del Risorto a Maria di Magdala: "Non mi trattenere, perché non sono ancora salito al Padre; ma va' dai miei fratelli e dì loro: Io salgo al Padre mio e Padre vostro". (Gv 20, 17 ).
Ancora una volta un riferimento alla fretta, al non avere tempo perché c'è qualcuno di molto importante da incontrare! Allora come concludere questo articolo?
Naturalmente con un augurio: Le feste della Pasqua ci aiutino a scoprire non il modo per avere più tempo a disposizione ma a chiarirci dietro a chi corriamo.

don Lorenzo

Frammenti di impressioni sugli esercizi spirituali

Devo dire che sono state per me come un pugno nello stomaco le parole senza mezzi termini con cui padre Genesio ci ha fatto meditare sul Vangelo. Allora ho pensato con una certa soddisfazione che ormai ero sulla buona strada per la conversione.
Invece no. Scavando in me stessa ho scoperto che ero solo seccata di non essere come credevo.
Poi finalmente un po' di olio sulle ferite. Ho capito che siamo soltanto dei peccatori e che tutto sta nell'avere l'umiltà di chiedere a Dio perdono e confidare nella sua misericordia. Ma tutto questo richiede una grande fede. Ne ho troppo poca per non chiederla a lui.

Lina M.

 

Li ho vissuti come una grazia, insieme alla comunità. E' stata per così dire una gioia scoprirmi peccatrice e quindi sentire più vicino a me colui che non è venuto per i sani ma per gli ammalati, non per i giusti ma per i peccatori. Ma ho provato anche tanto dolore nel constatare quanto sono lontana dal "conmorire", morire insieme, abbassarmi con lui per risalire, risorgere con lui ed entrare nella sua Pasqua e farla diventare anche mia. La successiva immediata morte di don Pasquale ha completato questa mia riflessione: da una parte la gioia di avere ricevuto un'eredità di pazienza, mitezza, coraggio, sorriso sulle labbra; dall'altra un senso di disagio per la fatica che faccio a fare pulizia in me, a "conmorire", a mettermi come lui dietro a Cristo, seguendolo fino a morire con lui.

Franca B.