Gli articoli di don Arturo Usubelli pubblicati sul periodico

del “Patronato san Vincenzo per giovani operai”


ALLA SCUOLA DI DON BEPO (1) 1

Come al mattino della creazione. 1

Il «De Providentia» incarnato nella paternità. 2

Il suo non dire mai di no. 6

ALLA SCUOLA DI DON BEPO (2) 11

Per esempio in fatto di soldi 13

Un altro esempio lo ricavo dall’amore e dedizione che esigeva da tutti sul campo del lavoro. 14

La chiesa. 15

La devozione alla Madonna. 16

ALLA SCUOLA DI DON BEPO (3) 17

La predicazione. 17

Vita comunitaria. 19

Ogni anno un’inaugurazione. 20

Ori e diamante di un rapporto privilegiato con Dio. 21

PERMETTETEMI VORREI DIRE QUALCOSA  DI DON PIZZIGALLI E... A LUI 22

Il primo impatto. 23

Breviari e telefono. 25

Frecciate e carezze. 27

Spiritualità e cultura. 29

Viaggi e predicazione. 68

Concludendo, per ora. 70

DON PIZZIGALLI MONSIGNORE. 74

Un profilo di don Bepo. 87

San Giovanni Bosco. 96

Essere con i poveri 153

Giovani oggi 161

Giovani oggi ~ Non c’è fretta di crescere. 165

Giovani e non ~ pianeta religiosità. 173

C’eravamo tanto amati che… ci siamo separati 184

Eppure è risorto. 189

Carità senza carità. 192

Ci ha lasciati don Franco Seghezzi 201

Il dono di sé. 207

All’insegna della continuità. 217

La fede innervava la sua carità. 227

Fare Pasqua con Lui 233

Giocando con la Provvidenza. 243

Non solo muri 250

Dalla parte della Vita. 255

C’è spazio per lavorare?. 259

Alzatevi, andiamo. 262

Il Villaggio degli Sposi è in festa. 271

per la nomina a vescovo di padre Frigeni 272

La decima beatitudine. 284

Il drago che è in noi e la spada del cristiano. 291

pasqua sì, ma prima?. 296

Quando don Bepo predicava la carità. 303

PASQUA, Festa di Liberazione. 311


 

Giugno 1988

ALLA SCUOLA DI DON BEPO (1)

SCORCI DI ESPERIENZA RACCOLTI DA CHI GLI È VISSUTO ACCANTO PER QUALCHE TEMPO.

Tre aspetti mi sembra di dover evidenziare nella figura di Don Bepo che mi si chiede di ricordare sulla base dell’esperienza positiva vissuta con lui negli anni 50.

Sono senz’altro degli aspetti conosciuti e so di non dire alcuna novità, di ribadire anzi luoghi comuni che però non mi sentirei di marginalizzare.

Come al mattino della creazione

Si sa che irrispettosamente, ma comunque sempre con simpatia qualcuno cominciò ben presto a chiamarlo «il vecchio», ma era più per distinguerlo da tutti quelli che erano venuti dopo di lui a dargli una mano nella impresa che si faceva sempre più grossa, e anche per evidenziare il suo alto grado di prestigio che godeva rispetto a tutti, collaboratori ed allievi.

Comunque, per quanto vezzeggiativo fosse, quel titolo stonava a chi gli era come tanti sinceramente amico, perché a dispetto dei capelli precocemente resi bianchi e sfoltiti, lui rimaneva e rimarrà il vecchio più giovane che noi abbiamo conosciuto.

Cos’è in sostanza la vecchiaia? Per dirla con Larrañaga «Quando le cose perdono ogni senso di novità, tutto diventa uguale, informe,amorfo. Allora entra in gioco la monotonia, scompare la capacità di stupirsi che è la facoltà di percepire ogni cosa come nuova, anzi di vivere ogni volta come nuova una stessa situazione; ciò che permette alla vita di trasformarsi in un’eterna«poesia», come la mattina della creazione, in cui l’uomo dava un nome a ogni cosa in virtù e grazie allo stupore... Vanno diminuendo coloro che conservano lungo gli anni quella specie di aria primaverile che è fiore e frutto della capacità di stupirsi. E in questo modo ci spieghiamo il fenomeno umano dei vecchi-giovani e dei giovani-vecchi».

Ecco io lo vedo e ricordo soprattutto come uno che ha amato la vita senza mai lasciarsi intrappolare dalla routine.

Lo hanno aiutato i tempi, miseria, guerra, ricostruzione, necessità sociali impellenti, e, si sa, la fame, ma soprattutto la carità, aguzza l’ingegno, ma la vera novità non può venire che dall’interno, dal non adattamento alla noia, alla stanchezza, all’avvilimento. Quando nell’uomo c’è luce, tutto è luce, e tutto intorno rimane illuminato; per un malato di tristezza una splendida primavera è come un autunno languido, per un cuore gioioso e accarezzato dalla brezza di Dio anche i nuvoloni e i tuoni diventano brividi di allegrezza. Così che il pericolo di annoiarsi, che è poi invecchiare,non esiste più.

Prima si abbattevano muri per costruirne altri e per ridisegnarli nuovi in prospettiva diversa dettata dalla necessità o dall’hobby di mettere a nuovo cose programmi e persone, poi si comincia ad allargare spazi, ci si proietta fuori, si arriva fino al rovescio della palla-mondo (Bolivia) perché anche là c’è necessità che chiama, voci di fratelli che urlano il proprio diritto a vivere con l’occorrente allo stomaco e alla dignità. E tutto si ricomincia «come la mattina della creazione» perché al di là della canizie o della calvizie, del fisico che si fa più tozzo e del passo che si fa più lento, rimane un cuore fresco di bambino e il divin dono di una mente lucida e serena che dai problemi è circondata ma non si lascia assillare, è assediata ma non si lascia angosciare: li affronta se occorre, li aggira se può, li supera senza volgersi indietro a compiacersene,guarda sempre in avanti.

Il «De Providentia» incarnato nella paternità

N

el 1950 ebbi il mio primo colloquio-contatto con lui. Fu comprensivo ma sbrigativo. Gli fece piacevole stupore quell’aria di mascherato imbarazzo che presentavo e mi fece sentire subito di casa. Ero fresco di studi teologici, ma nei vari trattati dogmatici non avevo incontrato il «De Providentia». Lo incontrai lì, vivente, a farsi carico della mia situazione e introdurmi nella sua, oliando i traumi, immergendomi in una realtà di cui avevo solo sentito parlare dagli amici don Valle e don Berta, miei compagni di scuola. Un’esperienza che durerà nove anni (Bergamo, Santa Brigida, Stezzano, Bergamo) con una coda strisciante di altri quindici anni al Villaggio degli Sposi.

Ed ecco la terza domenica di luglio, pochi giorni dopo il mio ingresso in questa realtà. Un forte attacco di febbre mi aveva colto e mortificato in quel primo scorcio di esperienza. Alla stanzetta sotto il «settimo cielo» in cui ero temporaneamente ricoverato, arrivavano i canti di un migliaio di giovani e di ragazzi che sfilavano ai bordi dei due campi con i flambeaux e l’immancabile ritornello del «Madre di Dio Maria...». Era di sera e tintinnavano la campane della chiesetta, edizione ridotta di quei tempi, perché mi s’era detto, era la festa della Provvidenza o meglio la festa del Pane, dal ricordo dell’inaugurazione del primo vecchio forno che avrebbe dato pane a tonnellate negli anni seguenti ai tormentati stimoli famelici di tanta gioventù che non chiedeva grissini.

Quella volta, dopo la processione, Don Bepo salì in questa camera e mi venne a dare la buona notte, poi s’intrattenne e mi disse alcune parole di fiducia e d’incoraggiamento dirette a tutta la realtà della mia situazione, parole che mi fecero più bene di un tranquillante e che non dimenticherò, come non le ho dimenticate nei mesi più difficili che ne seguirono. Neanche questo avevo trovato tra i muri veneziani dove avevo studiato teologia, e mi fece piacere.

Conobbi il senso di una strana ma più che autentica forma di paternità, alla Papa Giovanni per dirla in termini comprensibili a tutti senza mancar di rispetto alle proporzioni. Ripensai da allora tutti i miei concetti di provvidenza, quella che si trasferisce dalla vita alla predica e non viceversa, come ci avevano abituati secondo gli schemi del tempo, quella che nella Festa del Pane riaffermava con i fatti che... «non di solo pane vive l’uomo».

Il suo non dire mai di no

E

bbi ovviamente anche tanti altri contatti che mi servirono a smussare le angolosità di certi atteggiamenti e la drasticità di certi «niet» molotoviani, e appresi alla sua scuola che non bisogna mai dire perentoriamente di no, ma lasciar sempre un filo di speranza a chiunque chiede qualunque cosa, fosse anche la luna. Magari tergiversando, o con un pizzico di santo imbroglio di cui Don Bepo era dosatore e modellatore intelligente, sembrando fare più questione di tatto che di sostanza, perché per noi la sostanza in genere riguarda i fatti, le cose e le linee di principio, sempre difficilmente giudicabili e più o meno opinabili, ma il tatto invece per lui riguardava le persone, e quelle venivano prima di tutto.

Una buona scuola in fondo che mi è servita negli anni e a cui fare riferimento è impossibile, senza citare lui, il maestro.

 

Settembre 1988

ALLA SCUOLA DI DON BEPO (2)

SCORCI DI ESPERIENZA RACCOLTI DA CHI GLI È VISSUTO ACCANTO PER QUALCHE TEMPO.

Il breve saggio che ho steso per l’ultimo numero de “II Patronato” mi ha stimolato a cogliere alcuni altri aspetti secondari e inediti della figura di Don Bepo che non cessa di stupire anche nei piccoli dettagli dei suoi atteggiamenti e porta a riflettere sulle minuscole e feriali situazioni in cui la sua anima si esprimeva, quasi miniaturizzata ma lucida e piena di vivace coerenza. Non sono delle rivelazioni e appartengono agli anni 50 in cui per un decennio ebbi modo di osservarlo e coglierne alcune sfumature.

Per esempio in fatto di soldi

G

liene passavano per le mani parecchi, ma ne scivolavano via con altrettanta velocità in realizzazioni, saldo di debiti, gesti di carità. Non si capiva bene donde li ricevesse e dove li utilizzasse. Una cosa sola si sapeva: non li teneva per sé né per i suoi familiari, non incrementava patrimoni bancari né teneva casseforti segrete. Ne provava riluttanza e necessità, un misto di odio e amore caratteristico di chi si serve di una cosa senza servirla. Di una cosa sola era geloso e intransigente: che non se ne buttasse via, che non se ne sprecasse al di là della necessità. Quante volte alle nostre menti svagate ed a quelle dei nostri allievi suggeriva delle piccole attenzioni: come spegnere le luci, chiudere i rubinetti dell’acqua, raccogliere da terra e risparmiare la carta; cose insignificanti se considerate singolarmente ma rientranti in un piano di parsimonia e di criterioso risparmio, in omaggio a chi ci aiutava con la sua carità e a educazione di tutti noi che di questa carità si viveva.

Un altro esempio lo ricavo dall’amore e dedizione che esigeva da tutti sul campo del lavoro

I

ntollerante dell’ozio, voleva che tutti, dal sano all’handicappato, trovassero qualcosa da fare e del cui scarso provento servirsene. Tutti i peccati diventavano di legno al confronto della pigrizia e della ingenerosità.

Perché l’ingenerosità era in definitiva il non fare oggi quello che altri avrebbe dovuto fare domani. E per Don Bepo questo era un boccone indigeribile. Ognuno al suo posto, ognuno il suo studio o lavoro, nessuno vittima dell’ozio, spazio giusto per la ricreazione, gioia per ogni divertimento nuovo, inventato dalla fantasia dei suoi giovani, ma poi tutto ordinato alla propria incombenza e al proprio ritmo di fatica.

La chiesa

Q

uanto ne ha amato la struttura, quanto vi è sostato in preghiera, quanto ha predicato con quella sua voce ingarbugliata e stridula che si accaldava nei momenti forti dei richiami salutari, che spesso trasferiva davanti alla Madonnina del cortile. Ma la chiesa gli piaceva bella, spaziosa, ben ornata, indisturbata, riposante; e il suo angolo era lì, sotto l’effigie di don Bosco con il quale condivideva certe ansie, dubbi, dolori, speranze.

E c’è un piccolo particolare annesso alla chiesa che si chiama la sacrestia. Lo si direbbe insignificante. Ma lì sul tavolo dei paramenti c’è la famosa “vacchetta” che è come dire il registro su cui ogni sacerdote che celebra, segna con la propria firma l’atto della celebrazione. Un particolare che a noi giovani preti di allora sfuggiva con facilità, presi come eravamo dalla fretta di raggiungere certi impegni. Ma oltre la disinvoltura di certi “ringraziamenti” affrettati, a don Bepo dava incredibile fastidio che non si segnasse la propria firma sul registro. Noi, parlo di me, poco sensibili allora a queste piccolezze, si tralasciava spesso, senza cattiveria, di segnare il proprio autografo. Ricordo come s’impennò un giorno don Bepo, dopo aver notato la mia trascuranza. Furono parole severe che mi fecero riflettere e non più dimenticare. “Ma ti rendi conto che l’atto più sublime che compi nella tua giornata è quello della messa e che se hai l’attenzione di prendere nota di tante altre sciocchezze non puoi non verbalizzare l’azione più grande che hai compiuto? È un onore per te, e un omaggio che rendi a Dio”.

Sciocchezze queste cornici ornamentali alla figura del grande maestro. Senz’altro per taluno sì, per me, che avrei tante altre cose da ricordare, sono spunti che mi fanno pensare e i pensieri che ne nascono non sono circonfusi da un alone di tristezza ne di nostalgia, hanno un sapore pasquale sono vivi per questo.

La devozione alla Madonna

D

overoso mi sembra alla chiusura dell’anno mariano tratteggiare con spunti episodici il legame devozionale tra don Bepo e Maria Santissima. Non ho la pretesa di inventariare tutti i suoi sentimenti verso la Madre del cielo di cui si sentiva per molti, in qualche misura, un suo supplente su questo tema, fino a inventare il Villaggio degli Sposi a Sorisole, dove, in ogni casetta veniva sistemata una variegata famiglia con una madre putativa. Penso di più a quel “Madre di Dio Maria” che si sventagliava in ogni occasione, a quegli spunti di riflessione che ci venivano offerti nelle sere del mese di maggio o fuori della chiesetta di santa Brigida.Ogni volta era una risposta, ogni volta un titolo mariano applicato a Lei e alla nostra realtà: una simpatia speciale per Maria Ausiliatrice, la devozione di don Bosco, ma quanta intimità nella Maternità di Maria, nella Immacolata Concezione, nel Natale, nell’Assunzione tra i declivi dell’Avaro.

C’è un misto di ricordi nella mia memoria confusa che s’accavallano confondendo idee ed episodi, ma c’è tanta carica di umanità e di spiritualità in quelle simpatiche ricorrenze da renderle indimenticabili e legate a Lei come a lui in una simbiosi di gloria pasquale.

Gennaio 1989

ALLA SCUOLA DI DON BEPO (3)

SCORCI DI ESPERIENZA RACCOLTI DA CHI GLI È VISSUTO ACCANTO PER QUALCHE TEMPO.

Di don Bepo si possono ricordare tante altre cose oltre quelle che ho steso nei due interventi precedenti. La cattiva memoria purtroppo fa scherzi per quanto riguarda la successione dei fatti, il discernimento casuale poi ne compromette l’ordine di valore per cui si passa facilmente da un aspetto più importante a uno assai meno, ma questa è la condizione di chi scrive di getto senza uno schema preordinato che non accetterebbe mai perché non ha la stoffa del biografo ma solo quella del fotografo a colpi di flash che fissa una serie di immagini che solo col contributo degli altri potrebbero domani formare un album di ricordi in logica successione.

La predicazione

E

ro giovanissimo, prete appena sfornato, con un certo spirito critico e talvolta polemico, ma di tutti i preti del Patronato di allora, senza offendere nessuno, l’unico sulla cui predicazione non trovavo da ridire per la forma e il contenuto, lasciando da parte la voce ingarbugliata e stridula, era proprio lui, don Bepo, che riscontravo più giovanile di tutti noi, capace di cogliere spunti non ripetitivi dalla parola di Dio e dagli avvenimenti quotidiani, sempre originale anche nei pensierini dettati per la buona notte, dotato della capacità di tenere l’attenzione e di non cadere nei luoghi comuni dei predicabili del tempo, e soprattutto della capacità di non eccedere nelle lungaggini, di non banalizzare alcun concetto, di persuadere con il proprio calore e convincimento.

Il fatto mi pareva frutto di studio, lettura aggiornata, spirito di osservazione e soprattutto meditazione, quella seria, che implica la dimensione contemplativa. E per questo mi domandavo come egli trovasse il tempo e la calma in mezzo al trambusto e ai mille impegni del Patronato di allora.

Da questa constatazione veniva la considerazione e la meraviglia di come lui sapesse organizzare la propria giornata; rimane stupenda la sua esemplarità nella fedeltà all’appuntamento quotidiano in chiesa alle 15:00 con tutti noi che tergiversavamo volentieri in nome dei nostri effettivi o presunti impegni. Un dono di natura senz’altro, questa calma nell’attendere alla successione dei fatti senza patemi d’animo, ma anche frutto di un personale controllo che gli consentiva di fare tutto e di prestare attenzione a tutti. Un esempio che interpellava ognuno di noi anche se, per la nostra giovanile esuberanza, stentava a convertirci.

Vita comunitaria

A

 proposito di puntualità e di collegialità ricercata come segno di comunione tra i preti addetti direttamente all’impegno educativo o anche ad altro, ricordo quanto gli stesse a cuore che fossimo tutti presenti la sera al momento di cena nel refettorio che diventava un luogo di incontro gioviale, perennemente vivacizzato dall’inimitabile don Pizzigalli, non che dal contributo di tutti e di ciascuno sulle questioni più disparate. Era un momento di relax comunitario in cui ci si conosceva tra noi, si scambiavano esperienze, ci si burlava allegramente, si satireggiava sulla troppa serietà di qualcuno, ci si concedeva una licenza verbale serenamente punzecchiatrice or dell’uno or dell’altro, in sostanza si fraternizzava.

Erano i tempi di don Nodari e di don Doneda, di don Longo e di don Berta senza nominare tutti gli altri che stavano al gioco.

Belle serate trascorse insieme, anche se limitate nel tempo, foriere di quello spirito comunitario e di quel brio d’allegria che dava a tutti la carica per proseguire l’indomani nella consueta fatica e nella routine quotidiana.

Vi arrivavano gli strascichi delle partite di calcio giocate tra camerate, ma insieme anche i commenti ai fatti seri di ogni giorno.

Chi mai se la sarebbe sognata la televisione con i suoi noiosi telegiornali e i caroselli vari, che pure aveva cominciato a far capolino in teatro, verso la metà degli anni ‘50?

Eravamo così rilassati dalle notizie e dalle battute dei colleghi di turno che il resto faceva parte di un altro mondo. Ebbene, don Bepo godeva tantissimo di questa convivialità e ci teneva che tutti ci rendessimo liberi per la stessa ora, onde incontrarci, discorrere, ridere, motteggiarci a vicenda, creare un clima fraterno e sereno.

Tra le mille cose da fare e questi incontri rasserenanti, nessuno di noi conosceva la depressione, a nessuna età.

E don Bepo che aveva sperimentato la solitudine sacerdotale nei paesini dell’Alta Vai Brembana e s’era già da allora impegnato a romperla con gli incontri comunitari e impegni di collaborazione (come la redazione del foglio “Alta Vai Brembana”) voleva che i suoi preti facessero altrettanto e applicassero prima a se stessi l’“Amatevi a vicenda”, superando effimere barriere di malintesi per fare spazio alla serenità. E non era già più giovane, ma non ce lo faceva pesare, mentre forse talvolta gli saran pesate alcune nostre innocenti prevaricazioni.

Ogni anno un’inaugurazione

P

er finire, mi piace far cenno alla sua devozione e al suo rispetto filiale verso i vescovi del tempo (Bernareggi, Piazzi). Ne parlava sempre con grande stima e simpatia anche se noi sapevamo che, specie col primo, non fu sempre tutto rose e fiori. Ma a trionfare fu sempre l’obbedienza e il silenzio anche nei momenti più difficili.

Una volta l’anno, non so in quale circostanza festiva, c’era l’incontro e la relazione annuale di don Bepo davanti a una folla di autorità, amici e, in prima fila, il Vescovo, al quale immancabilmente veniva fatto inaugurare qualcosa.

Al Patronato qualcosa da inaugurare c’era sempre; talvolta si trattava di una intera ala di edificio, talaltra di un semplice adattamento o cambio di destinazione del già realizzato.

Quando penso a certe sedi del mio studio che diventavano col tempo servizi igienici e le volte che cambiavamo le sedi del nostro refettorio...

Ma don Bepo, matricolato, sorrideva sotto i baffi che non aveva, e ci spiegava quasi sottovoce che quelle inaugurazioni avevano due scopi precisi: stimolare chi lavorava fissando scadenze precise, e... ingenerare nell’animo di tutti gli amici quel tanto di stupore che ne commovesse non soltanto il cuore.

È divertente in questo centenario di don Bosco leggerne la vita e gli aneddoti particolari confrontandoli con i momenti di vita di don Bepo.

Ambedue onesti, ambedue caritatevoli, ambedue intelligenti e furbi, perché non anche ambedue ufficialmente santi?

Settembre 1989

Ori e diamante di un rapporto privilegiato con Dio

L

‘anno in corso segna, tra l’altro, la felice coincidenza di quattro festose ricorrenze che nella giornata annuale del raduno degli ex allievi verranno puntualmente ricordate in una cornice di semplice ma cordiale e comunitaria esultanza: un diamante come il 60° anniversario dell’ordinazione sacerdotale di don Franco Ferrari, tre ori come il 50° anniversario della consacrazione di don Gian Maria Pizzigalli, di don Abramo Bagardi e di don Giovanni Canali. Ognuno dei quattro meriterebbe almeno un capitolo a parte di riconoscenza e di affetto, più che di dati biografici che hanno sempre un sapore necrologico. Ma ci scusiamo con gli interessati e con i lettori se in brevi e sommarie pennellate non potremo dare che pochissimi cenni all’operato e alla personalità di ciascuno senza pretendere di siglare le loro nozze d ‘oro e di diamante con quel Dio con cui hanno stabilito un rapporto privilegiato di donazione, ne il loro pluriennale legame con la famiglia del Patronato san Vincenzo a cui in maniera e misura diversa hanno dato e stanno dando il loro contributo in operosità, sacrificio ed affetto.

Don Franco Ferrari è entrato al Patronato di san Paolo d’Argon nel 1935, dopo 3 anni è passato a quello di Bergamo come vicedirettore degli studenti e come economo, dal 1949 ha aperto la Casa di Sanremo, con anni di fatiche ne ha realizzata una nuova, si è conquistato stima e apprezzamento in una cittadina tutta aperta alla mondanità e spesso indifferente ai veri bisogni e alle nuove povertà, ha dato tutto se stesso per la sua istituzione e per i suoi ragazzi e giovani; solo da tre anni è quiescente alla casa di Bergamo. Temperamento attivo, vivace, inventivo, ospitale e deciso nello stesso tempo, oggi, anche con le sue debilitate capacità, mantiene una perenne serenità, pur con non altrettanta perenne lucidità che, quando c’è, rivela tuttora arguzia e bonarietà. I suoi unici amori, Dio e il Patronato, li ha sposati con indefettibile fedeltà da rimanere un simbolo, come pochi, di una donazione completa e assoluta agli ideali di don Bepo, suo insostituibile trascinatore e maestro.

Don Abramo Bagardi, mandato dal Vescovo negli anni ‘50 ad assumere l’incarico di cappellano del Santuario di Stezzano, si lega immediatamente agli allievi che ne abitano la casa adiacente, nata secondo le intenzioni di don Bepo come luogo di coltivazione delle vocazioni sacerdotali che in un domani potrebbero dedicarsi alla sua opera. Insegna nelle medie, che poi segue, quando l’opera viene trasferita a Sorisole. Al suo estinguersi come tentativo, passerà alla Casa di Bergamo, ricoprendo una varietà di uffici, quasi tutti di carattere burocratico-amministrativo, mantenendosi sempre disponibile ad aiutare colleghi e a prestare servizio dentro e fuori della casa stessa. Di temperamento istintivamente riservato, col passare degli anni e con l‘affiatamento verso colleghi e no s’è scoperto arguto e brillante conversatore quando e con chi vuole, scambiando le proprie con le altrui ricchezze nel dialogo faceto e in quello impegnato. Non si sa mai quello che ha da fare, ma non ha mai tempo da perdere, sa organizzarsi e spendere proficuamente la propria giornata. Lo si vede quasi sempre allegro e sa stare al gioco di chi è più giovane.

Don Giovanni Canali, ultimo arrivato in questa famiglia, dopo la stanchezza di un emerito lavoro pastorale nella Parrocchia di Verdellino, è rinato qui dal peso delle responsabilità di cui s’è sgravato e da una certa depressione che il troppo impegno gli aveva procurato. È ancora legato agli amori della pastorale diretta e appena può si presta ad ogni servizio del genere che lo fa risentir giovane e a suo agio. Ma qui ha trovato tanta serenità e accoglienza e ogni tanto ha il ronzìo di un tarlo che si risveglia: negli anni ‘60 era stato in casa nostra a predicare la preparazione pasquale ai giovani operai. Don Bepo gli aveva furtivamente fatto balenare l’idea di rimanervi come padre spirituale. Non l’ha ascoltato. Adesso qui fa questo e altro. Dona un po’ a tutti della sua ricca esperienza, e riceve in cambio una rinnovata gioia di vivere e di essere utile.

Di Don Gian Maria Pizzigalli riassumere 50 anni di vita, tutti spesi al Patronato, è come pretendere di riempire una biblioteca. Magari quella che teneva in camera da letto e negli anni ‘50, quando collezionava i libri dei preti che passavano a miglior vita. I quali non se l’ebbero a male, anzi lo chiamarono con loro più volte (soffrì gravi malattie), ma egli scansò gli inviti per troppa umiltà. Una notte addirittura tutti questi libri, (uno scaffale enorme e polveroso) gli caddero sul letto nel bel mezzo del sonno. Ne rimase soffocato, ma non cedette. Riuscito a liberarsene, annunciò ai colleghi che, siccome lui non andava ai libri, i libri erano venuti a lui.

Se i libri non bastano a contenere l’aneddotica quasi sempre briosa e divertente delle sue imprevedibili trovate, di don Pizzigalli si può dire tutto in una parola: ha fatto di tutto, svolgendo ruoli diversi. Se fosse stato un ministro si direbbe che ha occupato tutte le poltrone dei vari dicasteri. Di fatto gliele hanno assegnate tutte, ma lui non ha ancora avuto il tempo di “accomodarsi” su una. È in giro a piedi, in bicicletta, in macchina, una volta anche col camion, ma non gli portò fortuna in quel di san Paolo d’Argon, dove perse tutti i ragazzi e arrivò... “nudo alla meta”. Bei tempi! Fu vicedirettore di varie camerate, segretario di tutti e per tutto, persino Direttore Generale quando don Bepo fu in galera, (fu solo una pausa che lasciò molti perplessi), è Direttore dell’Opera Bonomelli dal 1945; è cappellano dei nomadi, è sempre stato un “gigante di disponibilità” come lo è sempre stato nella corporatura, capelli bianchi e aguzzi da sempre, faccia permanentemente rossa; sorriso alla “pasta del capitano”, statura da bronzo di Riace, una vera istituzione nell’istituzione, conosciuto ovunque come don Bepo. Ma dietro la scorza e l’alluvionale enciclopedia delle sue gaffes argute, tempiste e deliziose, un cuor grande a dismisura, un vero “uomo della Provvidenza “ responsabile di tanta buona fama del Patronato e di tanta allegria per la comunità dei sacerdoti e non, impegnatovisi per 50 anni. Ce n’è abbastanza per far festa a settembre?

 

PERMETTETEMI VORREI DIRE QUALCOSA
DI DON PIZZIGALLI E... A LUI

Parlo di don G. Maria in maniera scherzosa come ci siam sempre parlati, dopo avergli però reso un doveroso omaggio per l’occasione del suo 50° di ordinazione sacerdotale e per la sua carità veramente evangelica che si traduce in disponibilità per tutti, specialmente gli ultimi della società.

Don Pizzigalli con i fratelli e le sorelle

 
So che la “Grande Festa” di settembre darà appuntamento a tutti gli ex allievi del Patronato a far corona a quattro benemerite figure sacerdotali, di cui una, don Franco Ferrari, celebrerà il 60° di Sacerdozio e le altre tre, don G.M. Pizzigalli, don Abramo Bagardi e don Giovanni Canali ne celebreranno il 50°. Sollecitato a presentarli con le mie modeste capacità letterarie e critiche, ho semiscansato l’invito, perché fornito di scarse conoscenze circa tre de “i quattro dell’Ave Maria”, essendo assente dal Patronato da 30 anni esatti, ma non potevo non sentirmi in dovere e allettato dalla prospettiva di parlare e di scrivere di don Pizzigalli, il Bud Spencer dei “magnifici quattro”, quello di cui per dieci anni ho conosciuto la lana e per altri trenta ne ho goduto le trovate per informazioni avute dai colleghi più amici. Mi si perdoni pertanto se chiedo spazio per parlare di lui in maniera scherzosa come ci siam sempre parlati, anche se la circostanza è più che importante. Lo faccio dopo avergli reso un doveroso omaggio per l’occasione che lo coinvolge con i suoi tre compagni di ventura (di questa straordinaria avventura che è il plurigiubileo sacerdotale di ognuno) e per la statura morale della persona che, vicino a don Bepo per tutta la vita, a 14 anni dalla sua scomparsa, ne rimane in modo originalissimo un simbolo vivente, o meglio una sfaccettatura del medesimo, troppo ricco, poliedrico e inimitabile, cosi come rimane con altri una sfaccettatura di tutta l’istituzione del Patronato san Vincenzo.

Il primo impatto

L

 ‘ho conosciuto, non ne descrivo l’istintiva soggezione, quando aveva soli 12 anni di sacerdozio ed io ero chierico imberbe, tutto veste e ossa, piccolo come Davide di fronte a Golia, ma la soggezione durò poco. Trovai il terreno morbido su cui camminare speditamente verso la confidenza che il solo vocione polifemico poteva frenare a suo stesso dispetto, perché subito volle che gli dessi del tu; ma prima del tu gli erano già arrivate tante battute sarcastiche e le prime ingiurie scherzose. Dopo 4 anni, già ne celebravo il 16° di Messa con una lirica impietosa che lui si rammarica di aver perduto e a cui rispondeva con un generoso assegno di £ 16 indirizzato alle Repubbliche Associate Fantoni, che io ancora conservo. Mi aveva per prima cosa donato una sua scrivania di dimensioni monumentali, dietro la quale ero a malapena visibile da chi accedeva al mio studio, uno alla volta per carità, perché l’ingombro del mobile non consentiva ingressi di massa.

Anche di quella aveva perso le chiavi del cassetto centrale, che io per un po’ di tempo rispettai con ossequio, poi mi decisi a far scassinare e non vi dico cosa ci trovai: monete metalliche fuori corso, monete cartacee della Germania fine terzo Reich, autentici miliardi stampati di cui a suo tempo occorreva una valigia per comprarsi un etto di pane, tanti pacchetti ammuffiti di sigarette AOI (Africa Orientale Italiana) dell’anteguerra, francobolli usati con la faccia del duce e del re, libercoli di devozione con la “ s ” scritta in “ f ” e tant’altra chincaglieria da far invidia a un rigattiere. Chissà che storie di aiuti ai partigiani, di soccorso ai ricercati, di amicizie con gli ultimi, stavano dietro quell’emporio di spazzatura. Quando glielo dissi, mi fece un sorrisetto.

Breviari e telefono

C

ome quando venne a galla la faccenda dei breviari. Ne era sempre più che fornito senza mai sapere dove li avesse lasciati. Lui li razziava da ogni prete che moriva e ne faceva dono a ogni chierico nuovo. Ne seminava lungo tutte le chiese di città, sicché trovandosi fuori per servizio, sapeva che nell’angolo della tal chiesa, di ogni chiesa, c’era nascosto un suo breviario, che egli, utilizzando il tempo, recitava. Sicché a sera era sempre a posto con Dio e, passando nel mio studio con la luce accesa, per raggiungere la sua camera, sostava, schiacciava un sonnellino di circa un’ora in attesa che il sottoscritto, impenitente ritardatario, adempisse il suo dovere religioso e poi insieme, tra uno sbadiglio e l’altro, ci si lasciava, augurandosi una notte tranquilla e sogni con Dio. Nessuno dei due a quel tempo, lui neanche adesso, conosceva sonniferi. Lo psicofarmaco che usava da sonnifero allora era il giornale (L ‘Eco di Bergamo, se non si offende, c’era solo quello), lo impugnava sulla poltrona nell’ora di siesta e verso le due già ci camminava sopra perché chiamato dall’uno o dall’altro per telefono o di persona.

Le sue risposte al telefono, sempre garbate nel tono, difficilmente azzeccavano la correttezza formale del contenuto sintattico e di valore. Se ne potrebbe fare una collezione. Se un ragazzo s’era fatto male, diceva alla madre che il medico, suo malgrado, era riuscito a salvarlo, se si chiedeva di don Capelli la risposta poteva essere che non c’era nè in chicco nè in farina. Il senso c’era, comprensibile al volo, mai irrispettoso; ma la forma è sempre stata ed è tuttora la più inconsapevolmente divertente.

Frecciate e carezze

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ivertenti anche le sue punzecchiature con bersagli privilegiati e battute felicissime. Colpiva “i virgo”, l’intellighentia del “Sapere”, gli sfortunati portatori di un cognome alquanto ambiguo, stroncava i patiti di arte e di scienza, di pietà e di pudore, di sport e di canzoni, ma era sempre tanto intelligente da non valicare limiti e da non essere mai volgare.

Non risparmiava alcuno, neanche don Bepo, tanto intelligente da stare al gioco, ma per chi non ci stava era peggio, per cui conveniva da provvidenziale mascella d’asino essere scambiato per asino intero, e allora le risate scoppiavano a crepapelle. So che il vizio non l’ha smesso; cambia di tempo in tempo i bersagli preferiti, ne usa uno per ogni stagione, ma lui rimane “un uomo per tutte le stagioni” coerente a se stesso. La punzecchiatura è mordace, imbarazza al momento chi ne è oggetto, ma che sovrasta è l’allegria e la carità, intendiamoci, quella alla san Filippo Neri che prendeva in giro tutti con facezia ed era largo, comprensivo, generoso nella stessa misura con tutti, pronto a gettarsi nel fuoco per quello stesso che un minuto prima aveva scottato. Una carità tutta speciale che si traduce in simpatia per quelli che bersaglia di più e in disponibilità per tutti, specialmente gli ultimi della società. Quante corse avanti e indietro per gli uffici più disparati, a disbrigare pratiche di pensione, libretti sanitari, sussidi, denunce di redditi, pratiche assicurative, a vantaggio delle istituzioni a lui facenti capo: Patronato, Bonomelli, Nomadi e di ogni singola persona, per cui cercava lavoro, ospitalità, assistenza ecc... Per tutta questa folla di neri, di barboni, di zingari che ad ogni ora cercano di lui e a cui lui pensa, provvede, dona, egli è un Vangelo vivente, una buona notizia, una speranza.

Spiritualità e cultura

P

arlare della sua spiritualità a qualcuno può sembrare superfluo, come accennare alla sua cultura libresca. Superfluo perché alla sua maniera (in tutto don Pizzigalli è fatto alla sua maniera), egli sa prendere con il dovuto impegno e la logica serietà i suoi incarichi sacerdotali, adempiendoli con la scrupolosa osservanza della puntualità e della costanza; celebra, confessa ovunque è chiamato a farlo, prega, recita il breviario con l’assiduità del monaco, pur in mezzo alle sue molteplici attività. Talvolta chi sorride malignamente come me, stenta a distinguere i passaggi tra la serietà di questi momenti e l’umorismo di altri; forse è nella riflessione prolungata dei ritiri e degli esercizi spirituali che egli trova più fatica a lasciarsi assorbire e concentrare, ma il tutto è probabilmente dovuto al movimentismo del suo temperamento e alla sua capacità di sdrammatizzare e svestire di formalismo i momenti che altri vivono in non sempre convinta devozione.

Ricordo i suoi eccentrici atteggiamenti dopo certe riflessioni di un tempo sui novissimi e sulla morte, le sue imprevedibili reazioni erano tutt’altro che stonate, soltanto “diverse” dalle nostre, che erano apparentemente più convinte ma forse più esteriori. Lui coglieva il nocciolo senza sentimentalismi e con quel pizzico di humor che ha sempre saputo dare anche ai momenti più difficili della sua vita. Quando, colpito da grave affezione polmonare con febbre alta e ossigeno in parte, mi sussurrava di fotografarlo con “gli occhiali della morte”, dimostrava una forza reattiva, una capacità di soffrire e di sorridere di se stesso da incutere smarrimento. Ma lui è fatto così, mentre così non è con l’altrui sofferenza di fronte alla quale diventa delicato e paterno, ma anche allora un po’ ridicolo in quel suo abbassarsi dall’olimpo della sua statura alla dimensione orizzontale del sofferente, del moribondo, dell’implorante aiuto. Una capacità di adattamento piena di squisita sensibilità per gli altri, piena di preoccupazione di non far pesare sugli altri i numerosi, segreti, e più o meno gravi acciacchi della sua salute.

La sua cultura non gli ha certo meritato dei premi Nobel, finora almeno. Sa qualcosa di tutto, e un po’ tutto a stralci e a bocconi, ma sa cogliere l’essenziale. In genere rispetta fin troppo i libri da non toccarli, ma ne è ricco, e chissà che la notte non la passi su di essi se non son loro a passarla su di lui; gli è sempre piaciuta la matematica più come esercitazione mentale che come ricerca di un risultato esatto ed io talvolta mi divertivo a mandargli gli allievi a tenergli fresca la calcolatrice cerebrale con effetti alquanto disastrosi ma giocherelloni; non è il suo forte la letteratura, quella antica soprattutto, ma si intende di tutta la legislazione vigente in materia di contributi e di diritti dei poveri, non ama la politica dei pettegolezzi da transatlantico, ma è coerente alla sua politica che è quella della carità; una volta qualche ceffone l’ha dato, chi non ne ha dato a quei tempi? Oggi non farebbe male a una mosca, ma lo farebbe ancora ad un elefante se ci passasse sopra, perché la corporatura è la stessa.

Viaggi e predicazione

I

l sottotitolo non deve confondere. Il Nostro non è mai stato emulo di san Paolo nel viaggiare tra terra e mare per predicare il Vangelo. Anzi le due parole usate esprimono un’antitesi. Don Pizzigalli, ha viaggiato molto, ha predicato poco, almeno nel senso comune che si dà a questo verbo perché la sua è stata tutta una predicazione a fatti e a testimonianze. Ma non ha mai calpestato pulpiti alla Bossuet o alla Lacordaire, e neanche il più modesto ambone della Chiesa del Patronato. Da un po’ di anni nella sua cappella alla Bonomelli fa esperienze del tipo sulla pelle dei suoi barboni e non senza successo, soprattutto per via di essenzialità, chiarezza e brevità. Ma per anni ha insistito nella più assoluta mutolezza in materia, rotta solo da qualche rarissima eccezione che lo faceva subito rientrare nella regola. Come quando predicò sulla Sacra Famiglia e quel “subditus illis” gli procurò tanta fama che per anni non ci fu più bisogno di un suo pubblico sermone. Ha invece viaggiato molto, più di qualsiasi commesso viaggiatore o rappresentante di prodotti in commercio. Accompagnava avanti e indietro colonie intere di ragazzi che si spostavano in treno e pullman alle colonie marine e montane, sempre al servizio del Patronato e dell’Opera bergamasca di don Vismara, faceva da autista e da gorilla di scorta a don Bepo nelle comparse di un certo rilievo, lo accompagnò persino alla stazione di Bergamo in un certo pellegrinaggio diretto a Lourdes, e senza essere munito di cappello (grave, allora), di soldi, di biglietto ferroviario, di documento di identità, prima diretto a Milano, poi a Sanremo, poi fino alla dogana, poi fino a Lourdes e viceversa nel ritorno, fece il suo viaggio tranquillo di guardaspalle, nè richiesto nè autorizzato, alla fine raccogliendo per il Patronato tutti i soldi francesi rimasti nelle tasche dei viaggiatori del treno. Alla dogana, nell’andata e nel ritorno, la Gendarmeria francese gli fu grata del servizio sbrigativo di raccolta dati, documenti e passaporti, effettuato nell’intero convoglio e a lui, è ovvio, non chiese nulla. Già prima degli anni ‘60 don Bepo aveva cominciato a far miracoli, e per di più senza volerlo.

Concludendo, per ora.

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a “amico a lungo e sincero” ti dedico volentieri queste righe, don Gian Maria, troppe per la tua modestia e per lo spazio tiranno di un giornalino, ma veramente poche per tratteggiare qualcosa di te, della tua multiforme e straricca personalità, troppo poche anche per la riconoscenza che ti devo in proporzione alla gioia che mi hai dato di conoscerti. Spero non avrai a male di alcune più o meno sottese malignità; fanno parte degli scherzi di amici, anzi, di preti. Non ho intaccato, spero, la grandezza della tua figura che merita esaltazioni soltanto, ma finché sei vivo e vegeto, anche una buona dose di umorismo e sarcasmo.

Se sono depresso, penso al vuoto incolmabile che lascerai qui quando riempirai delle tue trovate il Paradiso e farai ridere don Bepo, san Pietro e il Padreterno, ma penso anche alla ricchezza che hai donato e lascerai in eredità preziosa al Patronato, ai colleghi, alla diocesi; è un pensiero che mi veniva anche 30 anni fa, ma rimarrà pensiero, me l’auguro, perché la tua rubiconda faccia sembra assicurarci di seppellirci tutti prima di tramontare e, se proprio non potrai venire ai nostri funerali, manderai a dire dal cielo quel che per telefono ti lasciasti sfuggire ai congiunti di un benefattore di cui non eri potuto intervenire al trasporto funebre: “Sarà per un’altra volta!” e ci verrai incontro in Paradiso.

Maggio 1991

DON PIZZIGALLI MONSIGNORE

I

l Sommo Pontefice Giovanni Paolo II ha conferito al nostro don Gian Maria Pizzigalli il titolo di “Monsignore”.

Con tale gesto il Papa ha voluto sottolineare e premiare una vita interamente spesa in generoso servizio a favore dei poveri, degli ultimi, degli emarginati.

Chi conosce da vicino don Pizzigalli (si fatica a chiamarlo “monsignore”) non esita a definirlo “un gigante” della carità operosa, concreta.

Se di stemma e di motto si dovesse parlare, a don Pizzigalli sarebbe adatto applicare quanto apparso su un depliant della Caritas francese: il quadrante di un orologio sul quale sono indicate le ore, ma non le lancette. Sotto l’immagine è collocata la frase: “La carità non ha ore”.

Il suo prodigarsi per tutti ha come nota qualificante che lo rende autenticamente evangelico, sommamente meritorio, l’umiltà.

Quante persone hanno toccato con mano come i gesti di bontà con i quali don Pizzigalli aiuta chi si trova nel bisogno, siano compiuti di nascosto, nel silenzio, senza ostentazione, non rechino cioè l’aureola della pubblicità.

È stato scritto che la carità vera è “una messa bassa” che va celebrata senza suono di campane.

È la carità di don Pizzigalli.

 

“ TI RIVERISCO MONSIGNORE, TE LO DICO PER SCRITTO, PERCHÈ A VOCE, QUANDO TI INCONTRO, TU SEI ANCORA CON ME QUELLO DI PRIMA, E IO CON TE”

Può suonare barzelletta, ma non lo è. Si può avere la massima stima di una persona, ma per lunga e profonda amicizia permettersi di scherzare amichevolmente su di lei. Si può non avere altrettanta stima per delle onorificenze umanamente plausibili ma evangelicamente e storicamente discutibili, eppure su di esse non si può “ufficialmente” scherzare: sarebbe un gioco da molti ritenuto blasfemo.

Queste apparenti o vere sottigliezze non toccano la figura-istituzione del mio amico don Gian Maria Pizzigalli, recentemente insignito di una onorificenza pontificia e ufficialmente proclamato “MONSIGNORE”. Lui sorride bonariamente a tutto, anzi sfoggia quel pizzico di vanità che altri al suo posto celerebbero pudicamente, continua ad essere se stesso, ma non ti tura la bocca se lo chiami col titolo che gli spetta, prova e riprova un abito che tra bottoni, asole e fascia ben s’accompagna al rosseggiante volto di sempre.

È un bell’uomo a dispetto della sua età, statura da vichingo, potrebbe essere assunto dalla pubblicità gerontofila con lo slogan: “anziano è bello”. Beh! questo lo si può dire: alza il livello estetico e di statura di tutta la categoria dei recenti e non recenti onorificati.

Ma credo soprattutto non ne abbassi il grado di merito. Vero è che don Bepo, don Benzoni, don Viganò, solo per citare tre rappresentative figure delle tre congregazioni di istituzione diocesana, non avrebbero mai accettato, pur ampiamente meritandola, una onorificenza di qualunque natura fosse, ma, essendo i tempi cambiati, essendo entrati a far parte delle stesse congregazioni persone già insignite, è giusto che, come ogni prete diocesano, tutti abbiano gli stessi oneri ed onori.

Don Pizzigalli meritava davvero, non solo perché merita il Patronato, ma perché merita lui, non perché merita la Bonomelli o l’assistenza ai nomadi, ma perché merita lui. Il titolo, piaccia o no, è “ad personam”, e questo pare il criterio giustamente adottabile e senza dubbio adottato nei confronti suoi. Chi lo conosce, prete da 52 anni, ne sa qualcosa.

Ripeto si può sorridere di una persona così simpatica, ma non si può ridere di un onore conferito per il merito acquisito. Ed è questo che ci fa gioire tutti. Tutti con lui, che gioisce pure, perché tanto grande quanto semplice, tanto meritevole quanto umile. Da cappellano dei nomadi a cappellano d’onore di Sua Santità. La cosa non dovrebbe stupire più di tanto, visto che l’attuale pontificato è fortemente caratterizzato da un nomadismo evangelico, ma don Pizzigalli mi sembrava avesse più la stoffa del corazziere e la corporatura del guardaspalle… comunque la Bibbia dice che Dio non guarda alla statura ...e qui qualcuno si è fatto interprete dello sguardo di Dio.

Il fatto è che Dio ama scherzare. Se uno legge il “Magnificat” pensando a questo, s’accorge che tutto l’agire di Dio è uno scherzo, uno scherzo da Dio s’intende!

Non vorrei suonasse sgarbo la citazione, ma quel “disperdere i superbi nei pensieri del loro cuore”, quel “rovesciare i potenti dai troni” lo si è visto (scherzo drammatico e atroce) per tante ideologie e per tante persone di successo, nella politica, nell’economia, e persino nello sport. E quel “innalzare gli umili” lo si vede ogni giorno, lo si vede soprattutto qui al Patronato, dove un piccolo canestraio diventa falegname, studia, si fa prete, va in Bolivia, diventa vescovo, e che vescovo ! e dove, su ben diversa linea, ma con la stessa logica, l’umile prete che, a dispetto della sua imponenza fisica, ha vissuto di gavetta tra ragazzi, studenti, operai, barboni, terzomondiali e zingari, viene riconosciuto cappellano d’onore di Sua Santità. La cosa mi fa piacere. Mi fa tanto più piacere perché mi permette di scherzare ancora un po’ su di lui e permette anche a lui, Mons. Pizzigalli, di scherzare su di sé, come ha sempre fatto, come si è permesso di fare anche quando fisicamente stava male, e allora non scherzava in vena di finzioni (come qualche maligno potrebbe pensare oggi) perché era in gioco la vita, e in quei momenti lo scherzo è solo segno di padronanza e forza che tutti gli invidiamo. L’ho invidiato anche quando, poco tempo fa, sottopostosi ad un esame clinico serio, invitato a rilassarsi, è stato tanto obbediente che sul referto medico sta scritto: “il paziente, invitato a rilassarsi, si è addormentato”. Io credo che l’onorificenza attuale, del tutto rispettabile e ben meritata, sia per la sua semplicità e per la sua salda padronanza di sé, un autentico relax. Lo è anche per noi, tutti compiaciuti per lui.

C’era, tempi or sono, in diocesi, uno che, forse sulla base di ciò che ne dice la lettera a Timoteo, aspirava tanto all’episcopato, lo meritava e lo raggiunse. Cosa diversa, si sa. Monsignor Pizzigalli, con il suo spirito faceto, non perse tempo. All’atto della nomina gli indirizzò un telegramma di felicitazioni per… “raggiunto traguardo tanto desiderato”.

L’espressione non vale certo oggi per lui stesso, perché lui non ha mai desiderato niente, se non di essere utile e servire, ma adesso che gli è arrivato il riconoscimento, è giustamente felice, perché sa che non gli si potrà dire “jam recepit mercedem suam”, no, la ricompensa l’aspetta da un Altro: questo è solo l’anticipo. Ti riverisco Monsignore, te lo dico per scritto, perché a voce, quando ti incontro, tu sei ancora con me quello di prima, e io con te. E ci diciamo “ciao” con una manata sulla spalla, da vecchi amici, cui i titoli non imbarazzano, rimangono i nostri nomi e cognomi con cui ci siam sempre chiamati, e sempre presi in giro, scherzosamente si intende, come piace a Dio.

Gennaio 1992

Un profilo di don Bepo

« … l’ho conosciuto sostanzialmente uomo, con sulla spalla destra un sacco di virtù, su quella sinistra il peso dei suoi limiti…»

C

on questo mio intervento, non voglio dare spazio a dei ricordi personali che oltretutto abbraccerebbero un solo decennio di effettivo contatto con don Bepo, ma partire da qualche spunto della poliedrica personalità di questa emblematica figura di prete per trame qualche stimolo alla nostra crescita umana e cristiana.

Vorrei dire innanzitutto e quasi solamente, che era un uomo.

Gli uomini non viaggiano con l’aureola in testa. Col tempo, già un po’ da vivo e più ancora da morto, abbiamo scoperto la sua stoffa di santo. Santo della carità, santo della bontà, santo della serenità, santo della Provvidenza: tutti titoli attribuitigli non dalla Chiesa ufficiale che richiede prove su prove per dimostrare l’eroicità delle virtù di un individuo, ma dalla voce del popolo, spesso sì e spesso no voce di Dio.

Era un uomo, non mi piace aggiungere aggettivi e specificazioni ulteriori, non me la sento, anche se rischio di essere banale con un’affermazione semplicistica come questa. Perché ogni aggettivo è limitativo, non perché escluda gli altri, ma perché tende a definire e perché a sua volta diventa totalizzante. Come si fa con un attributo a definire un uomo e come si fa ad applicare a un uomo in senso totale un aggettivo? «Perché mi chiami buono? chiedeva Cristo, uno solo è buono. Non fatevi chiamare maestri, uno solo è il vostro maestro».

Smettiamo di creare miti; neanche i santi sono stati dei miti, sono stati uomini in carne ed ossa. Io l’ho conosciuto uomo, tra i meglio degli uomini conosciuti, e cristiano si intende, e prete s’intende, tra i meglio dei cristiani e dei preti conosciuti, ma sostanzialmente un uomo con sulla spalla destra un sacco di virtù, su quella sinistra il peso dei suoi limiti e dei suoi difetti, e sul cuore grande, una compressione di gioie e di dolori, e alla testa non il piatto ortopedico con cui si raffigurano i santi ma, dentro, una specie di vulcano di idee, fantasie, progetti, dubbi, cambiamenti. L’ho visto camminare con le scarpe pulite e a volte sporche, con una veste linda e a volte meno. L’ho visto sorridere, preoccuparsi, complimentarsi, arrabbiarsi, carezzare e minacciare. L’ho visto uomo, come vedo me allo specchio, come vedo voi.

Il giorno in cui lo chiameranno san Giuseppe Vavassori io e voi, se saremo vivi continueremo a chiamarlo don Bepo. Perché era un uomo come noi, era il papà di tutti, ma non c’è figlio al mondo che non lodi e che non critichi il papà, che non trovi pregi e difetti, virtù e limiti anche nella persona più cara al mondo. Perché siamo ipocriti? Perché vogliamo solo dir bene e nascondere le ombre, quando noi stessi, lui vivo, si diceva tanto bene, ma si trovava da ridire su tante cose? Non fa mai male essere sinceri. Mi danno tanta noia quelle commemorazioni che sono solo esaltazioni. Non tocca agli uomini esaltare, è loro dovere non denigrare, ma chi esalta è Dio. Tocca invece a tutti amare. «C’è un tempo per lodare, c’è un tempo pet criticare, ma tutto il tempo è per amare» Noi amiamo don Bepo. Ci può essere chi si sente di ammirarlo più o meno, di approvarlo più o meno, di vedere più o meno le tracce di Dio nel suo agire. Sono differenze plausibili. Ma c’è una comunione di amore verso di lui che ci lega a lui e tra noi. E chiamarlo solo uomo o se volete cristiano per via della grazia, prete secondo il Vangelo, padre in virtù del cuore, ci trova tutti d’accordo. Il resto lasciamolo al giudizio e ai gusti di ciascuno. Nessuno del resto riuscirà a dire tutto di lui. Di lui sa tutto soltanto Dio.

Mi sembrava arguta la battuta di un mio collega di quei tempi che poi ha lasciato il Patronato e che, a volte, a seguito di un battibecco con don Bepo, amava ripetere: «Quel don Bepo sarà un santo, ma i santi non sono così». Non la condivido più. I santi sono proprio così, non infallibili, non impeccabili, uomini come gli altri, perciò nostri fratelli in tutto.

Ma se il giudizio di Dio verterà essenzialmente sull’amore, essi ci sovrasteranno, non perché han fatto più di noi, anche, non perché hanno sbagliato meno di noi, anche, ma soprattutto perché hanno amato più di noi, han dimenticato se stessi per gli altri più di noi. Ma sono stati pur sempre uomini, e direi uomini normali, se mi è consentito aggiungere un attributo. Se no si rischia di farne degli anormali, come i geni da una parte, come i pazzi dall’altra, inimitabili tutti, perché fuori del normale. Invece a tutti è dato di imitare, sentirsi fratelli e figli di un uomo normale, di un normo-tipo come tutti dovremmo essere, fatto a somiglianza di Dio nell’intelligenza, nella libertà, nella capacità di amare. Sta a noi realizzare il meglio possibile questa somiglianza. Queste poche squallide parole su don Bepo potranno offendere i sentimenti o addirittura indispettire chi s’aspettava la solita commemorazione, quella specie di atto di culto a una personalità.

Ma io non l’ho fatto per far dispetto a nessuno e tanto meno a don Bepo che so mi approverebbe perché lo amo e lo sento uno di noi, uomo come me (lasciati da parte i meriti e le opere), che ha camminato come noi ancora adesso sul faticoso sentiero del tempo che porta all’eternità. Perché parlare di tante cose che non so? Perché ridurre un ricordo a una serie di episodietti vari che dicono e non dicono e che potrebbero essere, magari in esigua parte, intesi negativamente?

L’unico che richiamo è quello che mi serve a giustificare la laconicità del mio commento a questa poliedrica e perciò ricca personalità: Ai tempi in cui io ero al Patronato con lui (anni ‘50) si teneva il catechismo ogni giovedì sera, contemporaneamente in tutte le camerate. E don Bepo assegnava secondo il suo criterio un prete ad ognuna di esse per questo compito. Io avevo per l’occasione i cosiddetti «operai grandi». Qualcuno se ne ricorderà. Poi, la sera stessa, o il giorno dopo, don Bepo chiedeva a ciascuno di noi -catechisti- come era andata. Io l’avevo tra i miei qualche saputello, ma saputello anch’io, a quei tempi in modo particolare, non mi mancava la lingua per fronteggiarlo.

Per lo più si trattava di gente «ignorante» in senso religioso, non in senso ingiurioso, cioè gente che ignorava tante verità di fede e ciononostante si sentiva una spanna superiore agli altri perché sapeva sfoderare obiezioni citando i soliti luoghi comuni di quell’ottuso laicismo che più tardi poi diventerà di moda, come di moda purtroppo sta diventando l’ignoranza religiosa dei cosiddetti credenti. Don Bepo mi dava fiducia e mi infondeva intransigenza. Egli temeva l’ignoranza, per questo era sempre aggiornato anche nelle sue letture, pur frastornato dalla sua immensa attività. E mi diceva: l’ignoranza non è un male, quando uno la riconosce; può anche essere virtù e si chiama semplicità. «Ma l’ignoranza di quanto siamo ignoranti è imperdonabile»; devi smascherare l’ignoranza di chi è ignorante e vuol apparire sapiente.

«L’ignoranza di quanto siamo ignoranti è imperdonabile», ho ricordato questa frase quando ho accettato l’invito di scrivere questo articolo. Cosa so io in fondo di don Bepo? Cosa avrei potuto dire di lui? Alcune date, alcune opere, tante anzi, ma le sapete già. Del suo carico di destra e di sinistra, del suo cuore, della sua testa vulcanica, delle cose belle, delle cose brutte, delle cose indovinate e di quelle sbagliate, nulla posso dire. Sono ignorante. È meglio che lo ammetta, se no sarei imperdonabile. È meglio che lo ammettiate anche voi, pur avendolo conosciuto come me.

Una cosa so io, sapete voi. Ha amato tanto, ha amato tutti. E tutti lo amiamo, tutti lo ricordiamo con affetto. Perché se qualcosa di lui c’è ancora al Patronato, e credo sia tanto, non c’è lui con la sua fede già estinta nella visione celeste, non c’è lui con la sua speranza, già realizzata nella felicità eterna, c’è lui con la sua carità, col suo amore per gli ultimi, per gli orfani d’amore. Lo dice san Paolo che fede e speranza cesseranno ma non la carità. E così lui resta nella sua istituzione che si è data nuove costituzioni ispirate all’amore degli ultimi come lui voleva. Quindi lui resta come uno di noi. Uomo come noi. Che ha amato più di noi. Che insegna a noi ad amare.

Gennaio 1993

San Giovanni Bosco

A

l Patronato, specie in occasione della sua festa, di don Bosco si è detto tutto e di tutto. Ricordo quanto ne sentii parlare nel decennio trascorsovi, direi quasi un po’ fino alla noia. E questo è pericoloso, perché può portare al rigetto, come è stato a suo tempo per san Luigi e altri ancora.

Il che non significa che se ne debba tacere, in modo particolare nella imminenza del 31 gennaio e soprattutto pensando che fra i lettori c’è chi ne ha sentito a iosa, come gli ex allievi, e chi non ne sa quasi nulla.

A tutti direi che vale la pena di farci sopra uno studio vero, una volta per tutte, leggendo una biografia seria, moderna, critica: e oggi non ne manca la possibilità e c’è tutto l’anno.

Quando arriva la festa invece, è preferibile fare come ci è maestra la liturgia che mette da parte le notizie storiche per dar rilievo alla parola di Dio e così il Santo te lo fa diventare rifrazione di un aspetto di Dio e mezzo per avvicinarti a Lui nella preghiera e quindi nel comportamento.

Ogni vita è un’avventura, densa di vari eventi, così quella di don Bosco, nato nel 1815 e morto nel 1888, di famiglia povera, rimasto presto orfano di padre, ben dotato di intelligenza, di carattere, di affettività, mosso da una speciale vocazione divina, da un carisma particolare: quello di dedicarsi totalmente alla gioventù, specie quella più sbandata, che ogni luogo e ogni stagione fornisce, e portarla a Dio.

Tutto qui, poi si entra nella cronaca, ma quello non è più lo scopo di una festa.

Oggi, prendere il modello don Bosco e applicarlo alla lettera alle nostre situazioni è un anacronismo: sarebbe come vestire come lui o come i suoi ragazzi.

E le critiche di proselitismo, di assistenzialismo e di esclusiva attenzione al sesso maschile sono fuori tempo e fuori luogo. Tra le righe delle biografie scritte su di lui e dai suoi scritti traspare invece quello che lui e ogni santo alla sua maniera deve essere per noi: rifrazione di Dio, prova della sua esistenza, della sua presenza e azione nel mondo.

I santi sono icone di Cristo.

Noi fortunatamente non abbiamo una foto di Cristo, non ci interessa, per questo almeno a me non m’interessa la sindone.

Lo so che di Cristo ci sono milioni di ritratti, più o meno artistici, ognuno diverso.

E, al di là dei dipinti e delle sculture, per me i santi sono le immagini meglio riuscite di Cristo, sono la primizia del suo Regno.

E gli uomini possono vedere lo splendore del Redentore nel loro volto e nelle loro opere; ma ognuno ne rivela solo un aspetto.

Don Bosco ne rivela la benevolenza verso i ragazzi, i giovani, specialmente i più emarginati, trascurati.

Questa riduzione parziale del volto di Cristo ti spiega perché i santi, né da soli, né messi insieme, non sono il Cristo totale, perciò non possono trasformare il mondo.

La Chiesa, questa trasformazione la deve attendere da Cristo quando tornerà, ma per questo, non si può fare a meno di loro.

Nemmeno Gesù, collocatosi su un piano umano, ha fatto a meno dei suoi miracoli, anche se non ha risolto il problema sanitario neanche della Palestina.

Però gli uomini hanno bisogno di segni visibili, hanno bisogno dei santi, i veri miracoli di oggi.

Ma la loro presenza non ha lo scopo di risolvere i problemi del mondo (sebbene spesso siano l’unico sollievo per gli uomini) che è totalmente dominio del principe di questo mondo, il Maligno; non saranno loro a risolvere il problema della fame, della povertà, dell’ingiustizia, della discriminazione ecc., ma sono dei segni , che garantiscono la promessa di Cristo a te: che cioè la tua morte, che cioè la rovina che incombe su di te e sul mondo è stata vinta perché Cristo ha vinto il mondo.

I Santi e le loro opere rendono persuasiva agli uomini la promessa di Cristo.

Il Maligno che domina il mondo è stato costretto da Dio a ingoiare questo germe minuscolo che è il cristianesimo e che non riesce più a rigettare. Allora, talvolta tenta di digerirlo, di assimilarlo e può passare dalle persecuzioni alle lusinghe che sono altrettanto pericolose.

Al mondo non rimane più nulla, perfino l’utopia comunista è crollata rovinosamente, allora non resta che tentare di «usare» il cristianesimo, per esempio trasformandolo in una forza solo politica, economica, mondana, come fa attraverso certi movimenti ecclesiali, battaglieri più che mai, menzogneri più che mai, ricchi di mezzi più che mai, ma non di testimoni.

Sono i testimoni che mancano.

Per questo il mondo può permettersi di equiparare il cristianesimo a un’ideologia, a un’utopia.

Perché non si vede una realtà vivente: la realtà vivente è solo il santo.

La Chiesa ci vuole ma per fare i santi.

Senza i Santi la Chiesa diviene un potere dispotico (lo dico rabbrividendo).

Soltanto la santità giustifica l’insegnamento della Chiesa, altrimenti anche tutti i documenti della Chiesa e gli interventi del magistero diventano parole vuote. Tutto l’insegnamento sulla carità, se non ci sono i santi come Vincenzo de’Paoli, come Francesco di Sales, come Giovanni Bosco, come don Bepo, non serve a nulla.

Le parole hanno consistenza solo nel mistero fatto presente nel volto dei santi.

Vi sono uomini che sono segno evidente di una realtà che non è di questo mondo.

La loro diversità si impone: è come trovarsi davanti al miracolo.

Non perché non siano soggetti alla natura (sono dei poveracci come tutti gli uomini), ma la natura non può giustificare uomini così.

Tipo don Bosco, quella sua carità inesauribile, instancabile, immensa.

E pur incompreso dal suo vescovo, talvolta in mezzo alle ostilità dell’ambiente ecclesiastico, eppure quella sua carità... inestinguibile!

Don Bosco e mamma Margherita

 
C’era qualcosa in lui che spazzava via i criteri umani.

Penso a don Bepo, a Helder Camara, a Madre Teresa dei primi anni, quando nessuno la conosceva: per anni, da sola, quella donna ha soltanto raccolto dei moribondi sulla strada, se li caricava sulle sue fragili spalle portandoli a morire nel suo rifugio.

Umanamente una vera assurdità: nessuno di costoro aveva speranza di guarigione.

Lei non poteva fare assolutamente niente per loro. Un’azione senza nessuno scopo razionale, insomma. Amore, solo amore, è questo che sconvolge chi incontra veramente un santo.

Quello che don Bosco faceva con i giovani tagliati fuori da ogni speranza, è un po’ quello che, qualche anno fa al convegno sugli anziani organizzato a Roma dalla comunità di sant’Egidio, diceva esplicitamente il cardinal Martini: «Una persona che si sente abbandonata oppure è trascurata, oggetto di piccole violenze anche verbali, si lascia andare, non mangia più, non vuol più le medicine. È un modo molto concreto di rifiutare la vita. Invece se un anziano, molto malato, viene curato e assistito, ha una grande voglia di vivere».

Mentre Giovanni Bosco lavorava in questa direzione con i giovani, il beato Cafasso lavorava con i condannati a morte, il Cottolengo con gli handicappati.

Era una fioritura di santi, ognuno una sfaccettatura di Dio, e lo è anche oggi, forse in maniera meno strabiliante perché più diffusa e differenziata.

Ma tutto questo perché la santità è solo personale, non è una realtà astratta; come Cristo ha un nome: Gesù di Nazareth, il santo ha un nome: Tal dei tali in via Tal dei tali.

Il che non vuol dire che la comunità non serva, sì, ma se è una comunità di santi, di gente che tende alla santità, non se è solo una moltitudine.

Ecco un’altra illusione mondana della Chiesa: si mira alle moltitudini, chiamandole comunità, ma non è più comunità dei santi, è folla che accorre a salutare il papa, ma poi torna tutta a fare i propri comodi.

Ma la santità, ripeto, è un fatto che riguarda me, te, gli altri, che, se ci mettiamo insieme, facciamo comunità. Dio ama così tanto la libertà umana, che pur essendo morto per tutti e volendo tutti salvi, si ferma alla soglia del sì della singola persona umana.

E non ti chiede un assenso a una morale generica: ai valori della pace, dell’umanesimo, ma alla persona di Cristo, che è poi la sua, di Dio.

Non c’è nulla di impersonale nel cristianesimo.

E nulla che superi la persona. Come diceva Claudel: «È idolatria il progresso, la civiltà, la pace. Sono tutti idoli».

Solo un Dio personale con un nome: Cristo, salva l’uomo.

E si rivolge a te solo; la tua persona non è parte di un tutto. Tu vali più di tutto l’universo. Anche la Chiesa non è moltitudine.

Ognuno di noi è tutta la Chiesa, diceva san Pier Damiani e poi san Bonaventura.

Non totalmente, ma tutta.

Al contrario, nel buddismo, nell’induismo, la persona deve sparire, sia la persona di Dio come quella dell’uomo.

Mentre il cristiano ha una certezza: eternamente «io» sarò, perché Egli mi ama.

La Bibbia lo chiama il Dio d’Abramo, d’Isacco e di Giacobbe.

È un Dio geloso di te, che si lega intimamente a te.

Un rapporto eterno e totale.

E tutto comincia attraverso la semplicità umile di un incontro. Questo è il cristianesimo.

L’uomo è fatto per possedere Dio.

Senza di Lui non è felice.

E allora che me ne faccio di un cristianesimo puramente umanitario ?

Che sparisca pure, se non annuncia il senso della presenza di Dio accanto all’uomo!

I santi, come don Bosco, hanno svolto sì un’opera altamente umanitaria.

Lui raccoglieva ragazzi d’ogni parte; con acrobazie tremende e l’aiuto della Provvidenza, dava loro di che sfamarsi, vestirsi, dormire, lavorare, giocare, studiare, ma al centro della sua azione c’era il discorso su Dio, l’insegnamento della preghiera, della pratica religiosa, della Confessione, della Comunione, della devozione a Maria Ausiliatrice.

Un tradizionalista senz’altro, ma un autentico missionario della fede e della carità, uno che fa insieme evangelizzazione e promozione umana: non confonde le due cose; attraverso la promozione umana che è sempre la cosa più urgente, vuol giungere all’evangelizzazione che è sempre la cosa più importante.

Vuol far capire che anche l’alloggio, il vitto, la scuola, il lavoro, il gioco, sono un segno della presenza misericordiosa e provvidenziale di Dio accanto a ciascun uomo, specie ai più deboli.

E così attira a se per condurre a Dio, aiuta materialmente per salvare spiritualmente e totalmente l’uomo. Oggi si contesta in gran parte questa mentalità, la si accusa di strumentalizzazione della carità per fini di proselitismo.

Sarà. Ma il santo, che, come dicevo, ritiene che l’uomo è felice solo se raggiunge Dio, dopo di essere stato lui stesso raggiunto da Lui, è inevitabile che cerchi di portare Dio a tutti e lo faccia con tutti i mezzi, spinto sempre e unicamente dall’amore di Dio e degli uomini che vuol salvare. Si contesta anche il suo disinteresse per la politica e la sua rinuncia a un diretto impegno sociale, fruendo della beneficenza e degli aiuti dei ricchi del tempo. Con un suo biografo salesiano moderno, concludo dicendo che: Schematizzando al massimo la situazione, potremmo dire che «in teoria» davanti a don Bosco venne delineandosi un dilemma:

Ø      o battersi contro gli effetti delle ingiustizie sociali (aiutare i ragazzi poveri, domandando e accettando l’aiuto di chiunque per fondare scuole e laboratori);

Ø      o battersi contro la causa delle ingiustizie sociali (inventare forme di denuncia pubblica, di associazioni per giovani lavoratori, rifiutare la collaborazione e la beneficenza delle persone coinvolte in un sistema politico-economico basato sullo sfruttamento ) con la prospettiva evidente di inaridire le fonti della beneficenza e di abbandonare al proprio destino i ragazzi poveri.

Nel primo caso, salvava i giovani dai pericoli immediati, ma rischiava di essere «strumentalizzato» dal sistema, di allevare cioè dei lavoratori obbedienti e docili che non avrebbero disturbato i potenti.

Nel secondo caso, sollecitava il «sistema» a cambiare, ma rischiava di non poter andare incontro alle necessità immediate, impellenti dei poveri. La scelta -non solo per don Bosco, ma per molti uomini della Chiesa in quel tempo- era drammatica: comunque ci si schierasse, non si faceva «tutto» quello che si doveva fare.

Don Bosco imbocca, sotto 1’urgenza del momento, la prima strada. Quando ne avvertì i limiti, si sentì garantito dall’azione totale della Chiesa: «Lasciamo ad altri ordini religiosi più ferrati di noi le denuncie e l’azione politica. Noi andiamo diritti ai poveri».

Concludendo ci pare di poter affermare che se nella Chiesa ci sono molti carismi, molti doni cioè dati agli individui per il bene della comunità, don Bosco ebbe quello dell’intervento urgente a favore dei ragazzi poveri.

Diverso, ma non contrapposto, a quelli più squisitamente sociali di mons. Ketteler (1811-77), di Toniolo (1845-1918), di don Sturzo (1871-1959).

Per questo, il prete piemontese può stare benissimo accanto a loro. Quattro carismi diversi nell’ambito della Chiesa, vissuti con onestà e limpidezza, e, proprio per questo, ricchi di frutti autentici per il popolo di Dio.

Lo stesso carisma che ispirò don Bepo a Bergamo, a Sanremo e nella lontana Bolivia e consente ancor oggi al Patronato di essere una forza viva, se aggiornata e adeguata alle esigenze dei tempi e delle nuove forme di povertà emergenti.

 

Aprile 1993

Essere con i poveri

Questo articolo riassume la tesi che ho sostenuto in un dibattito: «Filantropia o carità?» e lo dedico di cuore a chi ha scelto di vivere con i poveri o addirittura di morire con loro. Privilegio tra di essi alcuni sacerdoti del Patronato, miei superiori e confratelli degli anni giovanili, alcuni defunti e altri viventi: don Bepo, don Pizzigalli, don Capelli, don Berta, don Valle e tutti quelli, preti e non, che qui o in Bolivia, dei poveri non hanno parlato soltanto: li hanno amati, li amano, condividendone la vita.

 

V

astità e complessità di un discorso che suona spesso di demagogia. Chi non è per i poveri oggi? Chi non si schiera dalla loro parte, almeno a parole? Chi non ne riconosce i diritti? Chi non fa’qualcosa per essi? Ma passare da un’elemosina o da un episodico gesto di assistenza a una condivisione di vita, di esigenze, di problemi, non è facile per chi povero di fatto non è.

Occorre innanzitutto intendersi su chi è povero perché in un certo senso poveri siamo tutti e lo sono soprattutto quelli che d’esserlo non sanno o degli altri poveri non si accorgono. Quando si dice povero, che balza alla mente in termini immediati è la povertà economica, specialmente quella dei profughi e degli immigrati, a cui s’accompagna ed è in via d’aumento quella dei pensionati alla minima e quella dei disoccupati. Ma c’è anche una povertà affettiva, che è quella delle persone sole, soprattutto anziane, più o meno autosufficienti, e anche quella dei giovani che soffrono di solitudine e di noia, di emarginazione e di tossicodipendenza. C’è una povertà di salute che si rivela nei casi di malattie più o meno croniche, e c’è da dire che spesse volte queste forme di povertà si assommano a carico delle stesse persone. Ma c’è anche una povertà morale, la povertà di valori e di ragioni per cui vivere, alla quale si unisce spesso anche una povertà culturale che è rinuncia ad ogni interesse e ad ogni motivazione di impegno: una totale passività. E c’è una povertà spirituale, di sostegni squisitamente religiosi che diano conforto ed aiuto in mezzo alle prove della vita e al quadro negativo delle ingiustizie dilaganti, dalla piccola cerchia delle persone che conosciamo alla vastità di un mondo segnato dagli squilibri economici, dalle violenze belliche,agli scandali delle tangentopoli, dalla sfiducia nelle istituzioni fino alle calamità naturali.

L’arcipelago di tutte queste povertà oggi interpella chi fra tutti è ancora ricco di sensibilità. Ma in fatto di sensibilità ci può essere un equivoco ancora più grosso di quando si parla di povertà. Troppa gente si attribuisce un animo delicato, ma tanto delicato che si rompe come carta velina al primo stormir di fronde. Mi sta bene la sensibilità verso tutte le meraviglie del creato, verso i monti, i laghi, il mare, il verde, i fiori, gli animali di qualunque specie, ma non vorrei confonderla con la sensibilità verso l‘uomo, dal feto indifeso al bimbo abbandonato, dal morto ammazzato alla donna violentata, dal privo di cibo al malato terminale. Non siamo sullo stesso piano. L’amore è un’altra cosa. L’amore c’è, o dovrebbe esserci solo per Dio e per l’uomo, soggetti e oggetti di amore nel senso vero, interlocutori di un linguaggio che, anche inespresso, è capace di essere linguaggio d’amore. Ma perché? Perché Dio è amore e ogni uomo è più che immagine di Dio, ne è figlio, è fratello in Cristo di tutti quelli che sono figli come lui dello stesso Padre. Non c’è un amore laico e un amore cristiano: c’è solo l’amore e il non amore; tutt’al più c’è l’amore di chi è credente e di chi crede di non esserlo, ma che, amando, lo diventa, anche senza saperlo. Perché amare è solo tra chi crede nell’unico sangue che scorre, e quello che scorre negli uomini non è sangue umano soltanto, né solo divino, ma è sangue umano-divino da quando il Figlio di Dio si è fatto uomo.

Capire questo è capire il senso della vera carità, che non può essere che cristiana, perché attinge da Cristo -il Verbo fatto carne umana- la sua ragion d’essere, la forza di continuare ad essere, la capacità di resistere contro tutto, la volontà di impegnarsi con tutti, stringendo legame con chi sta bene a favore di chi sta male, e con chi sta male per essergli vicino, per «essere con i poveri». Richiamandomi alla frase del filosofo ebreo di questo secolo M. Buber «Gli uomini diventano ‘uomo’ solo insieme, altrimenti non lo diventano affatto», dico che ognuno di noi, nella misura che gli è possibile, deve (per usare i verbi del Card. C.M. Martini) «irradiare» voglia di solidarietà, deve cercare di «lievitare» la sua comunità (familiare, ecclesiale, civile), deve «contagiare» gli altri della voglia di donare e di donarsi. In questo senso si fan diventare pienamente uomini i poveri, in questo senso noi si diventa uomini, insieme a loro, altrimenti non lo diventiamo affatto.

Ma, poste queste premesse, rimane il dovere di trarne le conseguenze almeno per noi cristiani. Non disprezziamo la filantropia o il cosiddetto «amore laico» che prescinde dalla fede, perché è già esso un valore cristiano, anche se chi lo esercita non si professa credente. Lavoriamo con tutti quelli che amano per davvero, cioè stanno coi poveri, ne condividono la vita. Cerchiamo di essere coscienti di possedere uno stimolo e una forza in più nella fatica di amare, ma insieme una maggiore responsabilità, non una maggiore facilità, anzi. È un po’ come il passare dall’«amerai il prossimo tuo come te stesso», già parola divina e quindi già impegnativa al quadrato rispetto all’amore cosiddetto «laico» cioè alla filantropia, ed arrivare all’amarsi «come» Cristo ci ha amati, impegnativo al cubo, secondo il monito evangelico: «Amatevi gli uni gli altri come io vi ho amati». Tutto sta in quel «come». Lì dentro c’è la gratuità, l’intensità, l’illimitazione, l’essere per e l’essere con, la scelta preferenziale dei poveri, pur senza l’esclusione di alcuno, il perdono ai nemici, la pace comunque, l’amore fino alle estreme conseguenze, l’amore più forte della morte. Ne deriva che per chi non crede, l’amore rimane sempre il più bel modo di essere; ma per chi crede è l’essere.

 

Settembre 1993

Giovani oggi

N

on è mai facile parlare in blocco del pianeta giovani a meno di non fare tali e tante precisazioni e delimitazioni da rendere pressoché impossibile una visione generale del mondo giovanile contemporaneo. I giovani del volontariato, i quali dedicano il loro tempo libero agli altri sono una regione ben differente dai giovani della criminalità, però non mi rifiuto di parlare del mondo giovanile in questo inizio degli anni ‘90 perché esso è caratterizzato da alcuni comportamenti che almeno nel loro insieme, aiutano a definire l’attuale generazione.

Faccio alcuni riferimenti a uno studio di Vittorino Andreoli dell’Università di Verona:

Ø      Una prima caratteristica dei giovani d’oggi sembra essere la ridotta o mancata percezione del futuro. Il futuro si ferma talvolta al prossimo week-end, talvolta al prossimo anno, ma comunque non tende ad abbracciare l’arco della propria esistenza, così da consentire grosso modo di programmarla. Se si vive senza la percezione del tempo, per cui il motorino non ha senso fra un anno, ma subito, si rimane totalmente miopi. Ma non è tutta colpa del giovane, perché è veramente impossibile pianificare il lavoro futuro di uno studente che frequenti oggi il liceo, se ignoriamo persino quali saranno i lavori che verranno richiesti dalla società nei prossimi cinque o sei anni, posto che questa società richieda ancora lavoro. E quando manca questa percezione del futuro è difficile fare accettare un’autorità che propone un sacrificio oggi per una felicità “dubbia” collocata in un domani incerto. Ovviamente questo discorso si colloca anche sul piano di fede, che, per esserci, deve poggiare su certezze riguardanti il futuro.

Ø      Per molti giovani -seconda caratteristica- non esiste un codice etico di percezione del bene e del male, sicché domina l’etica della circostanza, secondo la quale ogni comportamento è dettato soltanto dalla situazione. Ciò spiega perché uno stesso giovane può esprimere al mattino un comportamento meritorio e subito dopo, la sera, assumerne altri del tutto immorali e contraddittori. Nella mancanza di una “tavola di valori”, è facile -altra caratteristica- confondersi con la massa che si frequenta, il gruppo di amici, l’ambiente, e lasciarsi condizionare da questi fattori, visti come aspetti di libertà e come elementi costitutivi di una ricchezza che è fuori dal comune modo di sentire e di agire, perciò monta la testa, entusiasma, esprime vitalismo, riempie momentaneamente una serie di vuoti.

Ø      I giovani oggi preferiscono la relazione di gruppo a quella di coppia; il loro luogo preferito è la discoteca, segue la macchina: trovano bellissimo stare insieme in macchina a chiacchierare. Ciò non significa naturalmente che si tratti di una generazione asessuata, ma piuttosto, pur senza generalizzare, di una sessualità al di là della genitalità e che, più che fermarsi al corpo, ne fa una sorta di appendiabito... l’abito assume un’importanza aggregativa apparentemente maggiore delle caratteristiche maschili o femminili sempre più uniformate.

Ø      Ma soprattutto il giovane non conosce quella morte concreta che accadeva un tempo nelle case come parte del quotidiano, conosce la morte televisiva, da fiction. I morti da televisione sono privi di emotività morti finti, morti assenti, o così lontani... I giovani conoscono i modi per provocare la morte, ma non sanno cosa essa sia. E quindi possono causarla e persino infliggersela pensando ad effetti completamente diversi.

Ø      Di qui la constatazione che è la vita stessa per molti a non svelare il suo senso e valore. Ma su questa tematica che introduce alla “religiosità”, pianeta obnubilato di tanti giovani e non, ritorneremo prossimamente.

Ø      Un’ultima osservazione è quella di un certo capovolgimento di sensibilità. Giovani capaci di estremizzare istinti di sopraffazione e di violenza, dalla famiglia agli stadi, dalla crudeltà contro l’avversario all’intolleranza razzista dei naziskin, sono capaci di dimostrare un’ipersensibilità verso il gattino, il rispetto di un fiore, ma anche la delicatezza per un handicappato… tante cose messe insieme, che fanno dire del giovane tutto e il contrario di tutto.

Gennaio 1994

Giovani oggi ~ Non c’è fretta di crescere

M

i è pervenuto tra le mani l’ultimo rapporto dello IARD che ogni cinque anni fornisce le statistiche sulla condizione giovanile del nostro paese. Ne risulta che la generazione dei giovani degli anni novanta, non ha alcuna fretta di crescere e dilaziona il più possibile l’ingresso nel mondo degli adulti anche a motivo del benessere che gode nelle rispettive famiglie.

In Italia, in controtendenza con il resto dell’Europa, l’80% dei giovani tra i 15 e i 29 anni vive in famiglia. Le ragioni sono svariate:

La scolarizzazione prolungata

Se nel 1983 la percentuale dei giovani che avevano concluso il loro corso scolastico, qualunque esso fosse, tra i 15 e i 24 anni era del 34%, nel ‘93 essa è ridotta al 25%.

La disoccupazione giovanile

Sono sempre meno i giovani che, terminata la fase di studio, entrano stabilmente nel mondo del lavoro. I giovani disoccupati che erano il 25% nell’83, sono arrivati al 32% nel ‘93 (i calcoli si fermano all’estate, si sa che a settembre la crisi occupazionale è peggiorata).

L’assenza di desiderio di emancipazione

La persistenza di una forte cultura familiare, ma anche la capacità della famiglia di rendersi più “moderna” e quindi più accettabile, con i giovani-adulti che preferiscono negoziare all’interno del nucleo familiare spazi di libertà, piuttosto che andare via, han contribuito a soffocare quella manìa delle fughe da casa che rimangono ancora, in minor misura, retaggio dei giovanissimi. D’altra parte tra coloro che lavorano e vivono nella casa dei genitori solo i1 9% (nell’83 era il 23% ) versa tutto il proprio stipendio alla famiglia, mentre il 52% (nell’83 era il 37%) lo tiene tutto per sé. Comodo, vero?

Il livello medio di istruzione

I giovani ce l’hanno più elevato dei loro genitori; tra i laureati solo i1 30% ha un padre anch’egli laureato. E questa è una posizione di vantaggio nel contrarre spazi e possibilità di autonomia, pur restando in casa.

Il rinvio del matrimonio

Sotto i 24 anni nel 1983 era sposato l’8% , adesso il 5%, e il 42% esclude di sposarsi nei prossimi cinque anni (erano il 35% dieci anni fa). Ancora in controtendenza rispetto agli altri paesi europei, appare ridottissima la presenza di chi vive solo (1,4%) e di giovani che convivono con il partner senza sposarsi (1,1%) anche se solo un terzo si dichiara pregiudizialmente contrario alle convivenze extramatrimoniali. A questo fenomeno corrisponde la tendenza a procrastinare o evitare la procreazione di figli: il 50% dei giovani ventiquattrenni esclude di averne nei prossimi cinque anni.

* * *

A questa mancata fretta di crescere e assumersi responsabilità in proprio, fa riscontro un modo eminentemente pragmatico di affrontare la vita. Nella considerazione dei giovani, importante appare il lavoro, anche se la situazione varia notevolmente da zona a zona e tra zone sociali diverse. In una scala ideale di valori, il lavoro viene collocato al terzo posto, preceduto dalla famiglia e dalle amicizie/amore. Seguono nella graduatoria: il tempo libero, lo studio e la cultura, l’impegno sociale, religioso e politico. La possibilità di imparare cose nuove ed esprimere le proprie capacità è considerata un aspetto del lavoro più importante dello stipendio. Ma se il 65% dei giovani che lavorano condanna l’assenteismo, solo il 50% dichiara di non praticarlo. Il sindacato viene collocato all’ultimo posto nell’interesse giovanile verso le organizzazioni,” più interessanti risultano essere il club dei tifosi e le associazioni turistiche.

Né hippies né yuppies questi giovani degli anni ‘90, lontani dalle frenesie ideologiche e da quelle del rampantismo, ma anche molto deresponsabilizzati e quindi con un bisogno di stimolo e di orientamento che eviti loro il “prolungarsi della gioventù” e non generi scelte errate che potrebbero segnare la rovina di questa e di successive generazioni.

Maggio 1994

Giovani e non ~ pianeta religiosità

N

on amo i luoghi comuni né le generalizzazioni, così come sono alieno dal manicheismo di dividere in buoni e cattivi, in “religiosi” e “irreligiosi”, in giovani di ieri e giovani d’oggi; penso che differenziazioni esistano, ma con sfumature che non tollerano tagli di accetta e che passano così trasversalmente da sfatare ogni giudizio sulle persone e sulle generazioni, perché l’uomo è tutto e il contrario di tutto, giovane o adulto che sia. Ciò non toglie la possibilità di fare un’analisi che meriterebbe ben altro spazio che queste poche righe per il titolo grosso che mi è stato suggerito. Religiosità non può essere ridotta a “pratica religiosa” e nemmeno a “fede” in senso stretto. Un rapporto con Dio passa anche attraverso queste vie, ma le supera, le allarga, pur senza escluderle. Direi che esse rappresentano già il punto d’arrivo, quando ieri potevano essere il punto di partenza offerto dall’ambiente, dalla cultura, dall’abitudine. Era un vantaggio per alcuni, per altri è stato un handicap: si è dissociata la pratica dalla fede, la fede dalla condotta, la condotta” sessuale” dalla onestà globale.

Le vicende di tangentopoli la dicono lunga sulla… irreligiosità di tanti cristiani della domenica. Il giovane è senz’altro più sensibile a questa visione globale ed evangelica dell’onestà che si fonda su giustizia e libertà; ma le eccezioni sono tante, come lo erano un tempo per fortuna, a questa dicotomia tra pratica e fede. Il giovane d’oggi in questo è avvantaggiato: più dotato di senso critico, più a contatto con una vasta realtà di informazioni, più libero nella scelta di indirizzo della propria vita, ha più possibilità di agire con convinzione, se vuole, e di sfuggire alla tentazione dell’ipocrisia.

Ma è così per tutti? Diciamo che la maggioranza sceglie la via comoda del disimpegno e rincorre disvalori che danno immediata soddisfazione di danaro, successo, piacere. E dietro l’angolo sta per parecchi la noia, lo scontento, la solitudine. Neanche questo è tragedia se può servire a fare invertire la rotta e a far scoprire ciò che nessuno era riuscito validamente a proporre. Non vi era riuscita e non vi riesce la famiglia, fatta molto spesso da genitori che han rifiutato i modelli educativi di un tempo, ma non ne hanno elaborato di nuovi; non vi riesce la società con i suoi plessi scolastici, sportivi, ricreativi, assistenziali, perché ha avuto la presuntuosa ambizione di sostituirsi alla famiglia, e c’è arrivata, ma quasi sempre in termini dannosi; non vi riesce la Chiesa, spesso inadeguatamente rappresentata da persone e strutture invecchiate nei metodi e talvolta nei contenuti, incapace di coagulare intorno a se una massa giovanile che già la guarda con sospetto e la giudica spietatamente col Vangelo in mano…; che fatica essere uomini, che fatica essere giovani.

Ma finche c’è fatica, c’è ricerca di senso, c’è caccia al... tesoro. La religiosità della nostra gioventù sta essenzialmente in questa ricerca, condotta spesso fuori dalle linee tradizionali dagli schemi precostituiti. Se c’è, essa è sofferenza vera, da rispettarsi; e chiama in causa la pazienza di Dio, la pazienza della Chiesa, la pazienza degli adulti. C’è chi al... tesoro della fede convinta arriva presto, dopo pochi giri a vuoto, e chi vi arriva dopo essersi ubriacato in un labirinto di tentativi falliti; c’è anche chi non vi arriva mai, ma è diverso se non è mai partito o se ha viaggiato tanto, soffrendo di non trovare mai.

Guardo con rispetto alla vita di ogni giovane e di ogni uomo alla ricerca della verità, dell’amore autentico, della giustizia, di quel Dio che non chiamano Dio pur sentendone il vuoto come di un arto che manca. Guardo con interesse la famiglia che cerca il possibile nel mare dell’impossibile , ma ci crede; guardo con affetto le istituzioni che aiutano la famiglia senza sostituirvisi ma reggendola in questo impegno e ritengo fermamente che questa, dove c’è, è la religiosità del nostro tempo non peggiore degli altri.

Non coltivo pessimismo sui giovani d’oggi, dovrei averlo su me stesso e sui giovani di ieri, ma so che alla fine il Ricercato, sarà Lui a trovarci perché egli è da sempre alla ricerca nostra o meglio alla ricerca del momento giusto per svelarsi a noi; e questo avverrà senz’altro, dopo che tra tante delusioni e sofferenze avremo capito che non era una cosa tra le altre quella che cercavamo, era Qualcuno che ci camminava accanto, esasperando la nostra sete non per farci trovare una qualunque acqua, ma Se stesso.

Settembre 1994

Giovani e non ~ C’è ancora chi si confessa?

I

n questi tempi... berlusconiani in cui sembra dominare la bieca legge di mercato, la realtà sacramentale, in particolare quella relativa alla Confessione, o come si va chiamando Riconciliazione, non pare merce di cui abbondi la richiesta e perciò è svalutata, disertata anche da quella massa religiosa (?) che poi cerca pace nelle sette, nell’occultismo; nella magìa, ed ancor più dai giovani che proprio non la capiscono, se ne sono allontanati dopo un’esperienza infantile e, al limite, cercano il dialogo con lo psicologo o con il sacerdote che “li capisce” o meglio “li giustifica”.

Senza intenti di generalizzazioni, si può dire che è da tempo che i cristiani, giovani specialmente, sono in crisi di fronte a questo sacramento, tanto che sbrigativamente, si sente parlare di crisi della Confessione, come se, proprio secondo una legge di mercato, la diffusa tendenza a farne a meno, possa mettere in crisi la qualità del prodotto che resta sempre lo stesso, anche se nell’evoluzione dei tempi, l’utenza l’ha visto da angolazioni diverse e logicamente ne ha fatto un uso diverso che non è il caso di scorrere.

Figuriamoci se, nella mia veste, sono in grado di aggiungere qualcosa a ciò che noti studiosi e pastori di anime non abbiano già detto in proposito.

La domanda ovvia ma impegnativa rimane per tutti quella di sempre: come riavvicinare i cristiani, giovani e non, a questo sacramento e, più in generale, a tutta la vita sacramentale?

Un interrogativo semplice e mastodontico cui ciascuno tenta di mettere nella risposta il suo piccolo tassello, convinto di poter riempire la vasca a forza di piccole gocce.

Se specialmente il giovane è alla ricerca di autenticità non può essere trascurabile il fattore “mediazione” che da taluni si pretenderebbe minimizzare. Tutti sappiamo che il perdono viene da Cristo, ma se a mediarlo è un sacerdote tagliato fuori dalla realtà, se il tutto avviene in un incontro frettoloso, in un colloquio generico, chiusi dentro un armadio, magari senza vedersi in faccia, con la noia della solita filastrocca da ripetere e da sentirsi ripetere e con la previsione certa che tutto rimarrà come prima, addio confessione! Si possono così escogitare liturgie penitenziali. L’impressione, dico solo l’impressione, è che cambi solo la cornice, ma il quadro rimanga lo stesso.

Una volta riconosciuto il principio valido per ogni sacramento e quindi anche per la Confessione che tutto parte dall’iniziativa di Dio cui l’uomo risponde sforzandosi di porsi sulla stessa lunghezza d’onda dell’amore divino, rimane il problema di non considerarlo il primo sacramento che si riceve dopo il battesimo per farsi perdonare le disobbedienze e le bugie fatte alla mamma, ma il punto di arrivo di un itinerario di fede e di amore che ti conduca a scoprire il vero senso del peccato. Questo non può prescindere da una concezione giusta di Dio e di ciò che lede il nostro rapporto con lui. Egli comunque non si erge a giudice intransigente ma a parte lesa, anche quando la colpa sembra diretta ad altri, chiunque altro, in cui lui ama identificarsi.”In verità vi dico... non l’avete fatto a me” (Mt 25) e non lo fa per... vendicarsi, ma per perdonare. Fantastico, no?

Scoperto questo, alla luce della fede, che non può non esserci là dove si parla di sacramenti, recuperato il senso del peccato oggi smarrito dentro le pieghe di tutte le legittimazioni personali storiche ambientali, occorre toccare anche le fibre del cuore, quelle per cui Pietro dopo il peccato “pianse amaramente”: dovremmo cioè aver capito la cosa più seria: mentre lui è andato a morire per me, io l’ho tradito innumerevoli volte.

Da qui non lo scoramento che porterebbe alla negazione delle infinite possibilità di Dio e della sua volontà di salvarmi, ma la fiducia che Dio può realmente creare in me un cuore nuovo, per cui non posso rassegnarmi alla mia debolezza, alla forza dell’abitudine, ma devo credere che “ciò che è impossibile all’uomo è possibile a Dio” : ricrearmi. “Crea in me o Dio un cuore puro... rendimi la gioia di essere salvato” (salmo 50).

Non è un discorso facile né forse da articolo di giornaletto, ma se questo può servire a far riflettere qualcuno, giovane e non, sull’infruttuosità di certe confessioni e sull’opportunità di rivedere il nostro atteggiamento di fronte al miracolo del perdono di Dio, tramite la Confessione rivista in luce diversa da quella cui siamo abituati, e a rivalorizzarla, aggiustandone anche qualche modalità esteriore nell’accostarvisi, sarà un piccolo passo in avanti nella nostra crescita spirituale verso la salvezza.

Gennaio 1995

C’eravamo tanto amati che… ci siamo separati

V

a di moda nel linguaggio comune giovanile e nelle stesse canzoni sfornate a ritmo frenetico, il riferimento ad amori totalizzanti, esclusivi ed eterni. Non è il “nuovo” che avanza: è la riedizione in versione moderna della più antica liturgia che tenta di tradurre in parole, gesti e atteggiamenti il mistero insondabile dell’innamoramento che è partito da Adamo per Eva e viceversa.

Il nuovo che avanza, ma che avanza già da tempo, per cui lo si può dire nuovo fino a un certo punto, è l’esaltazione parossistica di ciò che dovrebbe costituire la poesia dell’attrazione reciproca tra i due sessi, ma che già dal suo nascere manifesta le caratteristiche dell’effimero, ne esalta l’attimo sublime e fuggente, non ha cura di un prima e del dopo, si esaurisce in un’esperienza accostata a tante altre che già furono o che verranno. Ed è spesso così che da noi le giovani generazioni affrontano anche il passo decisivo del matrimonio. Occorre parlarne anche qui, senza far la scoperta dell’acqua calda, al termine dell’Anno della Famiglia che non si sa in quale misura abbia inciso sulla stabilità effettiva dì tante unioni matrimoniali e familiari, che però ha indotto a riflettere forse più i lontani che non i vicini, essendo questi ultimi così satolli di predicazione, campagne, documenti da averci fatto l’osso.

Un osso pericoloso e duro a scalfirsi, come flaccido e molle è il midollo che vi si cela, a tal punto che quando lui o lei, i giovani sposini, scocciati dalla monotonia della vita d’insieme, tornano rispettivamente alla casa di papi e di mami, si sentono così bene accolti, da convincersi, se avevano conservato dubbi, che han fatto bene a separarsi, che così non si poteva più andare avanti, che comunque troveranno aiuto se resteranno staccati, ed anche se tenteranno di ripetere l’esperienza con qualcuno/a che capisca qualcosa di più, che abbia un altro carattere, che comprenda meglio, guadagni meglio e giù di lì non importa se già sposato, non importa se già separato.

Ma, se non sbaglio, papà e mamma, nonni o parenti, fedeli praticanti, non erano quelli che fino a ieri si mostravano entusiasti dell’anima gemella del loro figlio o figlia o nipote di vario grado, e inorridivano, per un ovvio senso umano ex… cristiano, all’idea di una separazione o di un divorzio?

Come si sono adeguati bene alla realtà, quella che condannavano impietosamente nelle case altrui e che oggi difendono ad oltranza in casa propria! Dicevano: “Che bella coppia e come si vogliono bene!”. Già, potrebbero dire i figli, c’eravamo tanto amati, che... ci siamo separati !

Dati ISTAT alla mano, si sa che oggi i giovani, specie maschi, rimangono fra le mura domestiche fino a 30/35 anni, procrastinando la decisione di sposarsi ma senza rinunciare a operare e vivere in autonomia scelte sociali, politiche, economiche, religiose, morali ed affettive, con una riserva: quella di poter variare prima di arrivare a una decisione che possa o voglia dirsi definitiva (e qualche volta anche dopo).

Sicché, ancora dati alla mano, capita spesso che a fallire dopo pochissimi anni, sono i matrimoni frutto di una frequentazione precedente esageratamente lunga e non immune da parentesi “extra”. Ci si allena così ad amarsi (e spesso a tradirsi), sicché la donazione totale di sé è così precedente al fatto giuridico e sacramentale del matrimonio, che quand’esso arriva, se arriva, non c’è più nulla da sperimentare, forse più nulla neanche da dirsi e di cui arricchirsi. Un po’ squallido il quadro, se pur non generalizzabile, ma divenuto frequente.

E allora, l’amore? Amore che cessa non fu mai vero, canta il proverbio. Educarsi all’amore è l’impresa più ardua specialmente oggi in cui tutto ciò che ha a che fare col sesso viene spacciato per amore.

“La vita è imparare ad amare” conclude il testamento dell’Abbé Pierre.

Per questo parlarne è bene; chissà che aiuti a pensare i giovani e i camaleonti non più giovani.

Aprile 1995

Eppure è risorto                  

U

n famosissimo scienziato che per primo aveva intuito che la terra girava intorno al sole, anziché viceversa, come tutti credevano, osteggiato da oppositori acerrimi che minacciavano di farne un falò, ritrattò la sua tesi, pur senza convinzione, e, “si dice”, che è come dire “C’era una volta”, sarebbe uscito dall’aula del tribunale sussurrando, riferendosi alla terra: “Eppur si muove”.

Strano, ma lui aveva capito. Miliardi di uomini anche oggi credono che se c’è stato un Gesù di Nazareth, è morto, e tutto è finito lì. Ma per parecchi milioni che hanno il dono della fede non è così. Essi continueranno ad annunciare a gran voce per tutti i secoli futuri: eppure è risorto.

Per questo annuncio molti hanno dato la vita, altri, tantissimi, ne hanno scoperto il senso: con Lui e come Lui risorgeremo anche noi. “Non sappiamo dove l’hanno posto” diceva sconsolata Maria di Magdala, dopo aver trovato il sepolcro vuoto. Oggi potremmo dire in tanti: Non sappiamo dove l’abbiamo posto, pur sapendolo risorto.

Dai nostri comportamenti è difficile dire dove l’abbiamo posto. Al vertice dei nostri valori, o all’ultimo dei nostri pensieri, dopo salute, famiglia, casa, danaro, divertimento, sport? Se arriviamo a metterlo al vertice, come lampada che deve stare sopra il moggio, resteremo illuminati dalla sua luce.

La luce pasquale vuol dire tante cose.

Per esempio: è disponibilità ad amare chi ti sbarra la strada, ti fa soffrire, ti guarda con indifferenza, perché è il superamento nell’amore di tutte le difficoltà che si incontrano, perché Pasqua vuol dire: l’amore ha avuto ragione sull’odio, ha vinto la morte, è garante di vita.

Luce pasquale è disponibilità a pagare in proprio, come Cristo. Chi paga oggi per le cose che dice, per la fede che professa?

Tergiversazioni, compromessi, opportunismi tattici... mai la disponibilità a pagare di persona.

Luce pasquale è realizzare la condivisione, il Cristo risorto si fa presente più che il Cristo storico terreno che era localizzabile in un contesto. “Camminava con loro” è scritto nel Vangelo riferendosi ai discepoli di Emmaus. Cammina con noi, come noi dobbiamo camminare con tutti nella condivisione, che non è l’assimilarsi agli altri, ma il farsi carico delle sofferenze e dei bisogni altrui.

Luce pasquale non è uniformizzazione, conformismo, ma ricerca della propria strada. Cristo ha cercato la sua: una via crucis originale e irripetibile che lo ha portato alla gloria della Risurrezione.

Non si è conformato alla massa. La massa può essere manipolata e comunque non fa la verità. La stessa democrazia è un sistema valido ma precario, non adattabile a una comunità che vuol salvare la voce e i diritti di tutti i suoi membri. Neanche la Chiesa può sentirsi vincolata alla maggioranza. Deve ascoltare tutti e poi mettersi in ascolto della Parola che parla ad ognuno. Gesù è stato nella minoranza. La maggioranza lo ha crocifisso.

Un marxista famoso, un vecchio pensatore quasi cieco che ha saputo vedere molte cose, Ernst Bloch, disse un giorno che l’eroismo marxista è un venerdì santo senza la Pasqua di Risurrezione. Lo è anche il Cristianesimo se non è vissuto nella luce pasquale. Ma nel cristianesimo c’è anche il pericolo di volere una pasqua senza venerdì santo, di costruire la propria pasqua sul venerdì santo degli altri.

Buona Pasqua a tutti! Se “eppure Lui è risorto”, la buona pasqua non è un augurio formale, ma è far credere a ognuno che insieme con Lui possiamo cominciare ad affrontare con più serietà il problema della fede, del pane, della libertà e della felicità per tutti, possiamo già fin d’ora risorgere e far risorgere a nuova vita.

Settembre 1995

Carità senza carità

A

ltro paradosso vero. Coniugare il rispetto della verità, della giustizia e dei valori in generale con il rispetto delle persone, è sempre stata un’impresa ardua. Un tempo il problema non si poneva nemmeno nel nostro seminario diocesano, da cui per la violazione di un nonnulla, che spesso di valore aveva ben poco, si poteva essere espulsi od uscirne comunque... “bollati”. A mia volta devo dire che negli anni di Patronato e di Oratorio, abusi del genere so di averne commessi. E chi no ? A volte con uno scappellotto si sistemava quello che si riteneva uno dei valori primari: la disciplina. Eppure eravamo tutti convinti di agire per amore, anche se a chi toccava non diventava e non è neanche oggi altrettanto facile persuadersene. Avevamo letto nel libro dei Proverbi (26,3 ): “ Frusta per il cavallo, carezza per l’asino e il bastone per la schiena degli stolti”. Ma era l’Antico Testamento.

Cambiati i tempi, cambiati i metodi, stabilita finalmente la persona come valore primario, fatta la distinzione tra errore ed errante, un notevole progresso in termini evangelici si è compiuto.

Però il rovescio della medaglia si è diviso in due. Da un canto si è passati alla tolleranza dell’anarchia in tutte le istituzioni, famiglia compresa, dall’altro si sono trovate forme più sottili e più sofisticate per schiacciare le persone, in nome di principi che servono spesso a mascherare solo un abuso di potere.

Così succede spesso che nelle nostre istituzioni o gruppi, il cui scopo d’esistere è la carità, sembra che essa debba riversarsi solo all’esterno, in benemerite opere di misericordia verso i deboli e non debba prioritariamente regnare all’interno dell’istituzione stessa. Dalle san Vincenzo alle Caritas, dai gruppi missionari a quelli del più variegato volontariato, dai consigli parrocchiali a quelli vicariali, dalle comunità religiose ai movimenti ecclesiali, il tutto è strutturato specialmente in funzione di una carità “ad extra”, e forse non a sufficienza ci si prende cura di quella “ad intra”, che significa almeno rispetto reciproco tra le persone che operano in queste realtà associative.

Scontato il fatto che vivere e lavorare insieme anche per la più nobile causa può creare frizioni, resta altrettanto vero che la carità è credibile nella misura in cui viene realizzata con i propri collaboratori, prima che con gli “esterni”. Un tempo si diceva che da noi è più facile difendere i negri d’America che accettare i meridionali.

Tutto ciò che è lontano non fa gran problema alla carità, è ciò che è vicino che la mette continuamente alla prova. Da anni sulla porta del mio studio ho fatto affiggere una frase che non ricordo di chi sia, né da quale giornale ho tolto: “Spesso dimentichiamo che le persone con le quali siamo costretti a vivere e lavorare, sono costrette a loro volta a vivere e lavorare con noi”. Ed è vero, me lo dimentico spesso.

E allora obbligatoriamente per tutti diventano un monito le parole testamentarie di Cristo ai suoi discepoli, che non sono direttamente orientate all’amore universale, ma a quello vicendevole che riguarda loro, come un padre ammonirebbe i suoi figli intorno al suo capezzale: “Questo è il mio comandamento che vi amiate gli uni e gli altri, come io vi ho amati, così amatevi anche voi gli uni e gli altri” (Gv. 13,34) dove quel “come” è pregnante di significato, su cui già in altro articolo mi sono soffermato. È un richiamo per tutti quelli che operano nelle istituzioni di carità: amatevi tra voi, non basta amare gli altri. Anzi c’è da chiedersi: è vera carità quella che è senza carità?

 
Ci ha lasciati don Franco Seghezzi

L’improvvisa morte di don Francesco Seghezzi, avvenuta il 5 luglio, ha riempito di tristezza la famiglia del Patronato e una larghissima schiera di ex allievi. Abbiamo chiesto a don Arturo Usubelli, il sacerdote vivente che per più tempo gli è vissuto vicino al Patronato e al Villaggio degli Sposi, di tratteggiarci un profilo dello Scomparso. Eccolo:

S

apendo di non poter essere sospettato di adulazione per il fatto che non sono incline a farne e perché con don Franco posso serenamente dire di non avere avuto sempre rapporti facili, colgo della sua personalità gli aspetti a mio giudizio caratterizzanti.

Comincio con alcuni dati biografici. Nato il 10 novembre del 1920 a Verdellino e ordinato sacerdote nel 1944 in pieno clima di guerra, è stato per sei anni Direttore Spirituale dei giovani studenti e operai della casa di Bergamo del Patronato san Vincenzo, ha iniziato subito l’insegnamento della Religione presso l’Istituto Industriale “Esperia”, dove s’è fatto apprezzare tanto da essere invitato ad assumersi l’incarico di Rettore del Convitto collegato all’Istituto stesso. Nel 1958 è stato nominato delegato vescovile e l’anno successivo primo parroco di san Giuseppe al Villaggio degli Sposi fondato da don Bepo. Lì ha rea1izzato le strutture essenziali (chiesa, oratorio, campo sportivo, casa parrocchiale) su terreno acquistato dal Patronato. Ha ampliato l’asilo, unificando così la vecchia frazione di Grumello al Piano (detta Grumellina) con il neonato Villaggio e vi ha aggiunto un rifugio in montagna sopra Cusio. Ha dato l’impostazione alla vita della nuova Parrocchia e poi se n’è andato nel 1969, ricoprendo incarichi vari (Opera Salus, Vedove cattoliche) e per due anni gestendo la Parrocchia di Rosciano. Nel 1978 ha assunto per tre anni la direzione del Centro di Spiritualità “don Bepo Vavassori” di san Paolo d’Argon e per altri tre è stato cappellano delle Suore Canossiane. Si è poi ritirato per quattro anni ad Albegno e dal 1992 al paese nativo di Verdellino, prestando sempre la sua opera sacerdotale. Amava l’alta Valbrembana, e proprio a santa Brigida si è sentito male negli ultimi giorni e ha dovuto farsi ricoverare all’Ospedale di San Giovanni Bianco dove inaspettatamente è deceduto.

Solo da questa schematica descrizione di un così movimentato curriculum si avvertono subito due caratteristiche della sua personalità: la poliedricità dei suoi interessi pastorali e il dinamismo di un temperamento ricco di risorse e per questo inappagabile, sempre alla ricerca di esprimere il meglio di se stesso.

Fedele alla scuola di don Bepo, di cui ha continuato a ritenersi erede spirituale e verso la cui istituzione è sempre stato profondamente legato, si è fatto apprezzare dovunque per una spiccata capacità realizzativa. Non si è certo risparmiato in fatto di progettualità, intraprendenza, attività manuale; l’impulsività lo stimolava alla concretezza più che allo studio di un piano organico ben finalizzato. Sotto questo aspetto, dopo aver cambiato volto allo stesso Convitto Industriale, ha raggiunto l’espressività maggiore nella parrocchia di san Giuseppe. Amico di don Crippa, ha poi rivolto la sua attenzione alla Casa degli Angeli di Mozzo, ma ormai i tempi non erano più quelli che avevano ispirato il Fondatore e la sua solerte collaboratrice sig.na Mina Giavazzi; dovette perciò assistere al passaggio di proprietà di questo bellissimo Centro per ragazze madri e alla sua trasformazione in ospedale di riabilitazione, dove, per la verità, ci siamo spesso incontrati.

Quanto alla capacità pastorale, gli anni più fecondi sono stati quelli in cui dirigeva spiritualmente i giovani, per i quali, a ogni tappa del suo infaticabile cammino ha riservato e ha sempre conservato uno spazio privilegiato di attenzione e simpatia.

Nei rapporti interpersonali sapeva crearsi un fascino che induceva a seguirlo, a collaborare, perché esprimeva sicurezza di sé e la infondeva agli altri, forse riducendone lo spazio critico e immaginativo.

Era anche un misto di contraddizioni come ce ne sono tante in ognuno di noi: sapeva godere delle cose più semplici e poi appariva, se non scontento, sempre alla ricerca di qualcosa che lo appagasse di più.

“Fare” è stato l’implicito suo motto. Quando il da “fare” non gli sembrava più atto ad impegnarlo dal mattino alla sera, si apriva con le sue mani nuovi orizzonti che gli dessero altro da “fare”. Come contradditorio era il suo portamento: fine e signorile nei tempi e nei luoghi che richiedevano decoro, trascurato ed esageratamente dimesso in quelli più confidenziali o comunque non impegnativi. Per chi lo vedeva nei primi rimaneva irriconoscibile nei secondi e viceversa. Per me che lo vedevo in ambedue era un fenomeno di duttilità.

Comunque per tanti giovani e adulti è stato a suo modo un trascinatore, e poiché lo scopo era senz’altro quello di fare del bene, chi lo ha assecondato non s’è trovato pentito, lo rimpiange oggi come persona dotata di una pastoralità tutta sua, amorevolmente paternalistica, sempre benintenzionata e mirata alla salvezza delle anime. Per tutto questo, quanti han lavorato con lui lo ricordano con rispetto e quanti han beneficiato del suo lavoro gli sono riconoscenti e ne conservano nosta1gia.

 

Gennaio 1996

Il dono di sé

D

i fronte al degrado delle istituzioni, a questo stato sociale divenuto fantasma, a questa affannosa ricerca di affermazione degli uni e del “si salvi chi può” di tutti gli altri in ogni settore della vita, davanti all’individualismo sfrenato e al corporativismo di certe categorie che vedono solo se stesse a danno dell’intera popolazione, diventa forte per tutti la tentazione di curarsi esclusivamente dei fatti propri, dell’arrangiarsi per sé e dell’usare per l’altro lo slogan “fai da te”. Muore così, di asfissia, tutto il discorso di solidarietà e di collaborazione, tanto strombazzato e puntualmente tradito da persone che si ritengono oneste e nella piena legalità, solo perché non disturbano alcuno, né tollerano che altri disturbino loro.

Smarrito il senso della responsabilità “in solido” del bene di tutti e di ciascuno, le grandi figure dei santi di un tempo, come Giovanni Bosco, o di quelli che 50.000 chiamavano “Padre” come don Bepo, rimangono stelle tanto ammirate quanto poco seguite, e, nella loro scia luminosa restano solo i sempre più pochi superstiti o eredi che ne hanno condiviso lo spirito, mentre la massa dei singoli beneficiari e dell’intera società si lascia riassorbire dalla facile e diffusa mentalità per cui ciò che conta non è l’amore no-profit, ma è la legge dello scambio e logicamente sempre a proprio e immediato vantaggio: tutti per me, io per nessuno, cumulo di diritti e cancellazione dei doveri , coniugazione del verbo “ricevere” in totale sostituzione del verbo “dare”.

Grazie a Dio non è legge generale, ma la sua diffusione è a macchia d’olio, tra i giovani come negli anziani, nelle strutture pubbliche e persino in quelle nate dalla carità di tanti privati, messi assieme dallo spirito di carità e dalla sensibilità verso gli ultimi, come la nostra. Mentre i settori di intervento, diversi da quelli di ieri, ma pure altrettanto urgenti e tra loro diversificantisi e resi perciò più difficili, richiederebbero personale, capacità qualificate, risorse, agevolazioni, comprensione attiva, tutto questo sembra calare vertiginosamente, anche da parte di persone a lungo affezionate, e dei loro figli che crescono in un clima totalmente diverso, più ricco di mezzi, più povero di sensibilità verso la sofferenza, l’emarginazione, la tossicodipendenza, la solitudine, l’handicap, l’esperienza carceraria, ecc.

Se da una parte mancano figure carismatiche come quelle che ho sopra citato, è la comunità che deve produrle e che deve ancor prima sentirsi tutta carismatica nella carità, in virtù dell’esempio del suo Fondatore, Cristo, e del Battesimo che a Lui la unisce e con Lui la impegna per la salvezza del mondo.

Il Patronato, come tutte le istituzioni cristiane, sente oggi scarseggiare intorno a se stesso tanto di quell’entusiasmo, di quella carica affettiva e di quello spirito di collaborazione che ha potuto sperimentare in tempi, per ragioni economiche, molto più difficili. Oggi, forse anche per il rovescio di queste ragioni, la gente rimane impassibile, e il volontariato è la perla d’eccezione cui si deve tanto merito. Un tempo non si chiamava così, né tale era riconosciuto, non aveva quel po’ di organizzazione che ha adesso. Ma tutti o quasi si era volontari, tutti ci si sentiva in dovere di aiutare gratuitamente, nessuno misurava un tempo di dedizione.

Il volontariato non era la perla rara, era la norma. Io ricordo (impertinente memoria che mantiene il passato remoto e scorda il passato prossimo!) l’alluvione del Polesine, lo scioglimento di Nomadelfia e il conseguente afflusso di “profughi” al Patronato. Erano gli anni ‘50. Non c’era da discutere, non si conoscevano tavole rotonde; ci si mobilitava tutti: preti, assistenti laici, giovani, ragazzi, per fare con carri il giro della città a raccogliere reti, materassi, coperte, viveri; e la gente si faceva carico di questi stati di necessità e tutti ci si stringeva e ci si adattava per far posto ai più sfortunati. Ed era così anche nelle parrocchie. Prova chiedere oggi un’ora di disponibilità alle persone. Non c’è tempo, tutti hanno da fare, per sé, e non ti dico di provar a chiedere uno spazio per dormirci.

Non c’è posto.

Non siamo dei nostalgici né vogliamo essere pessimisti. C’è ancora tanto amore sulla terra. Perché c’è Dio che è amore. Ne risveglierà chissà quanto in tutti. Ma occorre lasciarsi contagiare da Colui che anche quest’anno è ritornato a Natale in questo mondo chiuso, in questa realtà italiana e bergamasca, in cui oltretutto è diventato tanto più difficile fare il bene, anche per chi vorrebbe. Le normative ci soffocano, le burocrazie ci impegolano, le leggi e i decreti garantiscono chi sta bene o chi sta meno peggio, e tutti gli altri ? Ma sopra di tutti è l’Altro, per fortuna. In Lui la nostra fiducia, speranza, certezza, il nostro ottimismo per il futuro. Ma anche lo stimolo al dono di sé.

 

Settembre 1996

Don Serafino Minelli

Nuovo Superiore del patronato di san Vincenzo

All’insegna della continuità
Lettera aperta al nuovo Superiore

D

on Bepo, don Capelli, don Berto, don Minelli, una successione che ci auguriamo duri per secoli, ma a una condizione, che per esempio non potremmo mai porre alla successione dei papi, quella che ognuno degli anelli mantenga vivo, se pur con diversità di espressione, il carisma del Fondatore, che è il primo della lista. Si sa che il carisma è inimitabile, perché è dono dello Spirito Santo, uno ce l’ha o non ce l’ha, ma conservarlo, custodirlo intatto e nello stesso tempo adattarlo ai tempi, dovrebbe essere l’impegno dei continuatori dell’Opera di un Fondatore o di una Fondatrice, perché, se venisse a mancare questo, l’Opera stessa cesserebbe di avere la sua ragione di esistere. E io mi auguro veramente che ciò non avvenga per il Patronato, o avvenga il più tardi possibile. Ma conosco Fondazioni per le quali sarebbe meglio avvenisse subito o fosse già avvenuto da tempo. Alludo in modo particolare a tutte quelle che sono nate per i poveri ed oggi sono ad esclusivo accesso e servizio dei ricchi. Don Bepo che non esitò a pregare Dio perché cadesse una tegola sulla testa di un suo prete che la vox populi (non lui, né Dio) giudicava “indegno” (e gli cadde davvero, non in senso puramente metaforico e non per farlo morire -morì lo stesso- ma perché si convertisse e si convertì davvero) non esiterebbe a pregare nello stesso senso per la sua Opera, se rinnegasse i suoi scopi e tradisse il carisma da cui è nata. A definire i tratti del carisma di don Bepo e quindi ad augurarsi che venga conservato ci han provato in tanti; voglio provarci anch’io, senza pretese. Il “partire dagli ultimi”, ma che dico?, il “restare sempre con gli ultimi “, perché talvolta gli ultimi fanno scalate che lasciano ultimi gli altri, è sempre stato il suo impegno, ma dire così è tutto e non è niente, perché c’è modo e modo di stare con gli ultimi. Si tratta di fotocopiarne anche il modo. Ne cito alcuni tratti.

Don Bepo è stato servo obbediente di ogni autorità religiosa, ma non è stato il lustrascarpe di nessuno: non sarebbe più stato con gli ultimi. Don Bepo si è cocciutamente opposto alla proposta (non: imposizione) di ricevere qualsiasi titolo onorifico; è stato soltanto “don” per tutti e sempre, lo avrebbe infastidito qualsiasi tipo di cavalierato, per la stessa ragione di sopra, don Bepo aveva una buona dose di tolleranza e di ottimismo derivantegli dalla fede in Dio e nell’uomo e traducentesi anche in forme umoristiche capaci di consolare gli afflitti e di sollevare gli sconfortati.

Don Bepo soleva dire la frase arcinota: “La giovinezza non è un’età, ma un’atmosfera del cuore”, e l’ha saputa mantenere facendosi benvolere dai giovani e rendendosi compagno affettuoso di chi con lui avanzava in età, senza darsi le arie di quel giovanilismo ridicolo all’americana che vede i nonni in pantaloncini giocare a tennis, a rischio d’infarto, con i nipoti diciottenni. Don Bepo non era invidioso del bene che facevano i suoi collaboratori preti e laici e del gradimento che ottenevano, ne era soddisfatto più che se l’avesse fatto o ottenuto per sé.

Gli premeva solo la gloria di Dio e il bene delle anime.

Don Bepo, pur restando con gli ultimi, non si è mai dimenticato che anche i “primi “ sono figli di Dio da salvare, e, senza striscia re davanti a nessuno, ha offerto loro tante possibilità di bene, non ultima quella di aiutare la sua Opera. Non è stato il prete dei proletari, tanto meno dei ricchi, è stato il prete di tutti, persino alla fine della seconda guerra mondiale è stato il prete dei partigiani, i perseguitati di turno per i quali è finito in carcere, e dei fascisti, quando, a liberazione avvenuta, le vittime stavano diventando loro.

Don Bepo è stato, lui sì, l’uomo della Provvidenza, perché di Provvidenza parliamo tutti, ma lui ci ha creduto.

A noi diceva: “Io la Provvidenza la tocco con mano. Arriva sempre al momento giusto”. Alla Rai Tv meriterebbe un posto privilegiato in “Ultimo minuto”.

Don Bepo non ragionava con i parametri umani. Non credeva che più si hanno mezzi economici e più si può fare del bene, che più tono le masse, che i titoli onorifici danno più peso all’autorità, che il parroco della parrocchia grossa vale di più di quello della parrocchia piccola (lui era partito come parroco della Trabucchello di allora)... No, giudicava secondo l’ottica di Dio, e questo non era solo carisma, era scelta. Quella che auguro faccia oggi anche don Minelli, nuovo Superiore e da tempo amico personale, cui non saprei dire altro, ma so di aver detto già tanto, a garanzia della continuità del l’Opera di don Bepo.

Con affetto per l’Opera e per lui.

 

La fede innervava la sua carità

P

oco conosciuto in terra bergamasca, sia perché le persone che hanno avuto rapporti con lui sono in gran parte scomparse, sia perché il suo predominante campo di azione fu a Sanremo, don Franco Ferrari non merita certo di essere collocato in oblìo, ma ricordato come ricca e originale figura del clero bergamasco e in particolare della famiglia del Patronato San Vincenzo.

Alcuni cenni di cronaca spicciola per inquadrare la statura di un uomo che è passato facendo silenziosamente tanto bene: nato a Dorga nel 1903 è divenuto sacerdote nel 1929, è stato destinato coadiutore prima ad Osio Sotto e poi a Borgo Canale. Nel 1935 entrò a far parte del Patronato, per tre anni come vicerettore nella casa di San Paolo d’Argon e poi in quella di Bergamo dove fu vicerettore degli studenti e poi direttore del Reparto Officine, i laboratori artigianali di allora.

Quando don Bepo fu insistentemente invitato ad aprire o meglio a utilizzare un fatiscente caseggiato di Sanremo a poche decine di metri di spiaggia dal bellissimo mare, per raccogliervi ragazzi allo sbando, ritenne opportuno affidarne la responsabilità a don Franco.

Si era nel 1949, e bisognerà aspettare oltre una quindicina d’anni perché l’edificio ormai pericolante sia sostituito da una nuova costruzione a ridosso della collina tra il verde dei prati, oggi in gran parte deturpati dal cemento o utilizzati come serre per la grande coltivazione dei fiori. Con il declino delle forze e per l’età avanzata, don Ferrari è ritornato alla casa di Bergamo nel 1987; da qui a Torre Boldone, dove si è spento il 28 febbraio 1996.

Don Franco a Sanremo fu un’istituzione; in breve tempo diventò il “don Bepo” di Sanremo. Ma per descriverlo e soprattutto per capirlo, bisogna partire dalla sua vita di fede, dal suo vissuto eminentemente sacerdotale. Così lo ritrae la foto che presentiamo, più significativa di tutte quelle che lo vedono sorridente, circondato da ragazzi e giovani di ogni età e di ogni specie. Sì, perché è dalla vita di preghiera, dal suo contatto con Dio che scaturisce e si spiega la sua bonarietà, disponibilità e duttilità nei confronti dei ragazzi, ripeto, di ogni specie, perché lui non ha mai saputo dire di no a quanti bussavano alla sua porta, né a quanti gli venivano affidati dalle forze dell’ordine che non sapevano dove collocare soggetti fermati per vandalismi e piccoli furti, minori scappati da casa, giovani irriducibili a un minimo di correttezza e civiltà. Davanti a casi complicati che oggi si affiderebbero agli psicologi e agli assistenti sociali, i sacerdoti del circondario consigliavano: “Provate da don Franco” Poi arrivavano le coppie dei novelli sposi semi squattrinati in viaggio di nozze, e, chissà come, si trovava un posto anche per la loro luna di miele. Nel periodo estivo c’era poi chi chiedeva di poter trascorrere una modesta vacanza al mare. E... avanti tutta!

Lui non si lasciava prendere dall’ansia: sapeva che Dio non avrebbe detto di no a nessuno e lo imitava, favorito anche dal fatto che la burocrazia del tempo non aveva raggiunto i livelli soffocanti d’oggigiorno, ma soprattutto fiducioso in quella Provvidenza che non ha mai abbandonato né lui, né i suoi assistiti.

Oltre alla testimonianza di fede e carità, ci ha lasciato anche quella di una assoluta sobrietà e distacco da ogni forma di comodità. Comprensivo delle esigenze altrui, era per sé frugale nella mensa (patate bollite e stracchino il suo piatto prevalente) come lo era nel look (una veste sempre sdrucita e lisa). E vi aggiungeva la testimonianza di un lavoro manuale che solo alla fine, quando si è sentito sgravato da responsabilità, divenne per lui un hobby; prima fu una necessità per la sopravvivenza dell’istituzione, e lui, nella sua delicatezza, lo svolgeva senza farlo pesare, ma sempre anche nella speranza di coinvolgere i più sensibili e interessati. Per cui lo si vedeva tagliar legna, ordinare pacchi di giornali da fornire ai fioristi per un modesto compenso, raccogliere vestiti da distribuire ai poveri. Tutto questo non fa di lui un mito: aveva il suo carattere, non lesinava commenti e critiche in varie direzioni; un cuore aperto, ma non privo di cocciutaggine e spirito di contraddizione.

Mi torna caro vederlo uomo come tutti, con i suoi limiti e difetti, quel bagaglio che ce lo rende tanto simile, ma ce lo conserva nella sua profonda identità: sacerdote di fede e di carità, che ha onorato il Patronato San Vincenzo, la chiesa bergamasca e sanremese, senza aureola né fatti miracolistici; vero prete che mi piace considerare semplicemente uomo di Dio; prima di tutto “uomo”, con l’inevitabile polvere sulle scarpe, ma poi “di Dio” per la larghezza di cuore con cui ha testimoniato che Dio è amore.

Marzo 1997

Fare Pasqua con Lui

T

utti sanno che la Pasqua cristiana ricorda la risurrezione di Gesù e i credenti sanno anche che la Pasqua non è solo un ricordo, ma il rendere attuale questo fatto attraverso la liturgia. Eppure sembra che oggi si faccia di tutto per neutralizzarne o renderne equivoco il significato.

Pasqua è divenuta uno dei vari tentativi di sistemare Cristo nei nostri schemi di vita. La prima Pasqua cristiana si inaugura in una atmosfera di lutto e di dolore. L’atteggiamento delle pie donne descrittoci da Marco è quello naturale di chi ormai ha perso ogni speranza, accetta la morte come realtà definitiva e si rassegna al distacco. Esse prevedono che la “fede” si trasformerà in “ricordo” e perciò vogliono assicurare al Gesù defunto un posto nella vita che continua, garantendogli una sistemazione decorosa e definitiva nel sepolcro. Tutte le promesse di Dio e l’opera di salvezza realizzatasi in Cristo sembrano esaurirsi proprio la mattina dopo il sabato in una preoccupazione pratica (togliere la pietra) e in un ultimo dovere (imbalsamare il colpo, forse per conservarlo alla venerazione dei posteri).

Ancora oggi l’equivoco delle pie donne non è superato, anzi si è in gran parte avverata la loro previsione, e la celebrazione della Pasqua appare come un rinnovato tentativo di sistemare Cristo come ospite, cui si concede un giorno d’attenzione, ma in modo che non turbi il normale ritmo della vita. Così la fede in Cristo risorto è divenuta una enunciazione che molti ripetono senza convinzione e si è ridotta a semplice commemorazione festiva cui tutti devono aderire e che perciò è dosata in modo da accontentare tutti: sia gli uomini di chiesa con cerimonie liturgiche che registrano un “pieno” eccezionale e che dovrebbero mettere a posto la coscienza, sia gli altri che ne approfittano per fare un week-end che mette sullo stesso piano il sabato, la domenica e il lunedì di Pasquetta. In queste giornate la preoccupazione primaria non è l’attualizzazione del mistero del la redenzione, ma la scelta di una meta turistica che soddisfi solo le esigenze del riposo e del divertimento, in cui a malapena troverà spazio, se ci sarà, una messa ascoltata solo per tranquillizzare ancora la coscienza, che poi, se non ci sta, si tranquillizza lo stesso.

Io ricordo il clima che si creava al Patronato, vivente don Bepo, nei giorni che precedevano questa festività, l’organizzazione di incontri e predicazioni speciali distinte per fasce d’età e per le due categorie (studenti e operai), prima che si creasse il deserto per il rientro a casa in occasione del le vacanze pasquali, le pressanti raccomandazioni del Fondatore perché tutti gli ospiti della casa, quelli che se ne andavano e quelli che rimanevano, frequentassero le celebrazioni religiose e si accostassero ai Sacramenti. Doveva essere una risurrezione per tutti.

Egli insisteva nel dire che poiché Cristo è risorto, a tutti quelli che possedevano una sola certezza: quella di essere nati per morire, Lui ha donato una seconda certezza, ben diversa, e, anziché triste, esaltante: tutti moriamo per risorgere, quindi tutti si vive nella sala d’attesa della risurrezione, di una vita cioè destinata ad essere eterna e piena di gioia con Cristo.

Ed è più che vero. Lo vado ribadendo dopo anni. Pasqua non è l’onda lunga di una realtà avvenuta altrove e in altri tempi. La risurrezione che attualizziamo a Pasqua è sicuramente la sua, di Cristo, ma essa è estesa a ciascuno di noi dalla sua potenza e dalla sua bontà.

E la fatica di vivere -quel peso squisitamente personale che può rendere dolorosa la mia o l’altrui vita-questa è roba nostra. Ma poiché Gesù vuol salvarla dal nonsenso deve prenderla dove essa è: cioè addosso alla mia e tua esistenza, impastata con il nostro sangue e la nostra carne. Egli per essere la nostra salvezza, non ci basta che sia intervenuto mille volte finora: deve caricarsi di ciò che schiaccia adesso, e fare ora la sua Pasqua con noi. E allora noi facciamo la Pasqua con Lui, completando, come dice san Paolo, quello che manca alla sua passione, ma ancor meglio, risorgendo anche noi con Lui, come Lui.

“La croce di Cristo ha voluto essere il dolore di ciascuno, e il dolore di ciascuno è diventato La croce di Dio”. Così ha scritto Mario Pomilio nel suo “Quinto Evangelio”. Ma è altrettanto vero che la sua risurrezione diventa la nostra risurrezione, e da subito, non solo dopo la morte. La vita fisica ha un suo binario con un capolinea che non sappiamo quando, dove, come, ma c’è.

La vita spirituale, che è più nostra della stessa vita fisica, scorre su un binario che in parte coincide, subisce frenate e deragliamenti che il Risorto, se noi vogliamo, ripara, rimettendola in sesto, ma poi va oltre e non conosce capolinea di sorta, scorre per l’eternità.

 

Giocando con la Provvidenza

R

invio alla lettera aperta indirizzata al nuovo Superiore don Minelli e che ho pubblicato nel numero di settembre scorso col titolo: “All’insegna della continuità” nella quale per esigenza di spazio, ho dovuto tagliare alcune esemplificazioni aneddotiche riguardanti la fede di don Bepo nella Provvidenza. Una fede assoluta ma non cieca, perché se fosse stata tale avrebbe indotto alla passività e allo spreco.

A noi, preti del suo tempo ha insegnato anzi a non sprecare nulla: quanti rimbrotti per una lampada rimasta accesa inutilmente, per un rubinetto d’acqua dimenticato aperto.

Don Bepo con Don Rossi, parroco della MalpensataCi ripeteva: “Ma non sapete che questo è sprecare il denaro che i poveri ci danno per aiutare altri poveri ?” E noi, zitti, perché ogni giustificazione era vana. Ma la cultura del risparmio dei soldi altrui ci è rimasta e posso dire che nella mia esperienza oratoriana e parrocchiale seguitane, questo è sempre stato il criterio amministrativo che mi ha guidato: tutelare i soldi che la gente offre per opere buone dalla mania dello spettacolarisrno e della grandeur. Lui, intanto, se arrivava un povero, gli donava tutto. Mi scrive don G.Battista Pagnoncelli di aver sentito raccontare da don Giacomo Milesi, parroco di Valleve ai tempi in cui don Bepo era parroco di Trabuchello, che una sera si trovavano insieme a percorrere la strada tra le due parrocchie. “A un tratto -dice don Milesi- vediamo un poveretto, un questuante, in una improvvisata tana, coperto dal fogliame, tremante dal freddo. Detto fatto; io gli do una bella elemosina, frutto delle vittorie a carte a cui abbiamo giocato fino a tarda sera con i nostri confratelli, ma don Vavassori era a tasche vuote, le partite le aveva perse tutte... e che fa? Mette subito le mani sotto la veste, si toglie i pantaloni, aiuta il povero a calare i suoi, tutti lisi con strappi, e a indossare i propri, butta via i cenci. Il pomeriggio del giorno dopo ritorna a Valleve chiedendomi di prestargli un paio di pantaloni perché era ancora in mutande... la veste copriva tutto”.

Quella volta l’aveva fatta franca con la sorella Tranquilla che invece lo rimbrotterà per un analogo fatto quando era già al Patronato e questo posso garantirlo di persona avendolo raccolto dalle labbra della sorella.

Un’altra volta, ricordo esattamente l’episodio ma non la persona che citerò (mi pare, non vorrei sbagliarmi, fosse don Zeno di Nomadelfia) ricevette l’ingiunzione da una banca di restituire entro le ore 12 di un tal giorno, mezzo milione di allora, anni ‘50: pena il blocco totale dei prestiti.

Pregò tanto e fece pregare, si rivolse a tutti, riuscì a raccogliere la cifra. Alle 10:30 chiamò il caro Pino Gastoldi, suo conducente (mi parrebbe troppo chiamarlo autista, neanche lui lo chiamava così) perché lo accompagnasse in banca con quel malloppo raccolto con tanta fatica.

Sul cancello d’uscita incontrò la persona che citavo sopra, la quale lo bloccò chiedendogli un aiuto cospicuo, poiché anche questa persona era alle prese con la stessa ingiunzione.

Ebbe un attimo di esitazione, poi, decisamente estrasse dalla borsa il pacco e glielo diede.

Risalì nel suo studio si mise in preghiera. Pochi minuti dopo arrivò il portinaio a dirgli che un distinto signore sconosciuto aveva lasciato una grossa busta per lui. L’aprì: c’era mezzo milione. Richiamò subito il Pino e si fece accompagnare in banca.

Guai se vedeva un tozzo di pane per terra, ma d’inverno, con il cortile coperto di neve e i passerini che pigolavano, usciva sul suo terrazzo e godeva un mondo a sbriciolare un pane per i loro beccucci spalancati. “Guardate gli uccelli del cielo”.

Chi ha fiducia nella Provvidenza risparmia senza dover essere avaro, anzi dimostrando una grande sensibilità verso tutti. Lascio ancora la parola a don G B.Pagnoncelli: “Ho conosciuto don Vavassori in seminario fin dal ginnasio e mi confessavo da lui. Mi raccomandava di far crescere la mia bontà come faceva Gesù in casa con sua mamma. Lo incontrai tante volte al Patronato quando portavo i ragazzi del ginnasio alla partita. Una delle ultime volte, al tempo in cui si discuteva della ricostruzione del seminario con don Farina, don Crippa, ecc., lo sentii dire che ci voleva un seminario con campi sportivi, non per i canonici... Ma venne Papa Giovanni con il suo colle di San Giovanni...”

A volte la Provvidenza gioca in maniera strana...

 

Settembre 1997

Non solo muri

“Il male della pietra”.

C

osì veniva chiamato in gergo più o meno clericale l'esagerato impegno edile di certi preti il cui passaggio in una parrocchia sembrava dovesse essere valutato dai metri cubi di cemento usati per realizzare chiese e campanili, oratori maschili e femminili, cinema e impianti sportivi, per non parlare di certe canoniche.

E, per quanto il tempo passi e il mito positivo s’ingigantisca, non si può negare che don Bepo soffrisse in parte di questo morbo, consenziente e... stimolante il fedelissimo don Capelli.

Tempi duri e necessità incombenti han senza dubbio contribuito a creare le condizioni perché un po' di quel virus lo infettasse benignamente e diventasse nel tempo contagioso anche per i suoi collaboratori specie se responsabili delle varie case.

Del resto, pure all’occhio sprovveduto, oggi appare evidente che istituzioni, diocesi, parrocchie così come tanti privati risultino affetti di questa epidemia. Non ne discuto le esigenze, tuttavia ho vaga impressione che si esageri, che si faccia scorrere troppo denaro utilizzabile per altri fini, che in definitiva contino più gli immobili che le persone e quindi diventi una forma mondana di interpretare le opere della fede, fino ad aver fede solo nelle... opere. Mi sbaglierò, come spesso.

Ai tempi di don Bepo questi pericoli non esistevano. Perciò non si poteva parlare seriamente di un fatto patologico, ma quasi di un “carisma”.

Anche se ogni mattina si risvegliava con in testa nuovi progetti in materia, da farlo sembrare un po' fissato agli occhi dei suoi “novizi”, in realtà il suo tempo maggiore e qualitativamente migliore era sempre riservato all'incontro con Dio e con le persone. A queste dedicava un’attenzione paterna e materna insieme, che gli permetteva di conoscerle una per una, di intrattenersi con loro, di adeguarsi alla loro singolarità, ma soprattutto di preoccuparsi della loro formazione personale.

È facile oggi fare affermazioni verbali sul primato della persona e redigere documenti di alto profilo in materia, poi alla prima occasione, tradire quello che s’è detto o scritto e giustificare il tutto dicendo che non si ha tempo per le persone prese una alla volta.

Questo succede soprattutto, direbbe Bruno Maggioni, “quando ci si limita a fare carità senza essere carità, quando si soccorre chi è lontano trascurando chi è vicino, quando la carità diventa organizzazione ma perde le relazioni, quando è efficiente nel rispondere ai bisogni ma è carente nell’accoglienza”; in pratica quando si spettacolarizza e si burocratizza.

Addio carità e rispetto delle persone, come aveva don Bepo. Ecco perché mi suscitano perplessità certe cattedrali che se non sono nel deserto sono spesso rifugio di giovani in “branco” distolti dalle violenze degli stadi, dalla febbre delle discoteche, dai paradisi artificiali o dalle varie bizzarrie rischiose per se e per gli altri, ma non seguiti con la dovuta discrezione in un cammino di crescita personalizzato.

Si sa che ai giovani piacciono i giovani anche come educatori e che oggi a quattordici anni la famiglia non basta più; ma illudersi di formarli moltiplicando strutture e feste, divertimenti e sport, pure utili, ma non invitandoli a confrontarsi con le esigenze radicali della Parola di Dio per paura di dare la grappa ai neonati, vuol dire non capire che educare significa essenzialmente trasmettere ragioni di vita e di speranza che permettano loro di cogliere la realtà dell’orizzonte di senso.

Don Bepo l’aveva compreso pionieristicamente e chi lo ha capito si ritroverà qui domenica 28 settembre a far festa con gli amici che hanno colto la lezione di colui che “50.000 chiamarono padre”.

Ce n’è bisogno perché sono ormai pochi, anche tra preti, genitori e educatori, i veri maestri, la cui lezione è sapienza e quindi rispetto e attenzione ai soggetti nella loro singolarità, ricerca del contatto personale diretto, fatto più di ascolto che di consigli.

Ai nostri giorni si sono moltiplicati i maestri che sanno tutto, istruiscono tutti e più che cercare la verità la producono in proprio.

E così continueremo a far crescere quella parte di società che si chiama dei benpensanti, pur essendocene d'avanzo, da cui discendono pure quei ragazzi-bene di cui parlano frequentemente anche i nostri Tiggì. Perché i benpensanti sono raramente dei benfacenti: pensano solo al bene che possono fare gli altri.

Don Bepo era nettamente fuori della linea di questi benpensanti. Ci rideva sopra, come s’usa dire, con quel sorriso bonario ma beffardo che significava: “voi pensate e parlate, io faccio”.

Riecheggiava il motto di san Gregorio Barbarigo tornato d’attualità dopo tre secoli: “Il nostro ministero è fare”. E nel fare si serviva di tutti, non solo di gruppetti elitari, è con loro non mirava a costruire solo muri, ma coscienze.

Marzo 1998

Dalla parte della Vita

Pasqua è trionfo della vita sulla morte, su ogni tipo di morte, e mi sembra la circostanza appropriata per ricordare quanto don Bepo prevenisse i tempi in cui si sarebbe capito che la pena di morte, oltre che ad essere del tutto inutile, è anche una palese ingiustizia.

A

nche quella istituzione che avrebbe dovuto avere il massimo rispetto per la vita, non fosse altro perché recitava “La gloria di Dio è l’uomo vivente” e al suo Signore attribuiva l’espressione: “lo non godo della morte dell’empio(Ez. 33,ll), non ha sempre dimostrato verso di essa uguale sensibilità nel corso dei tempi. Innegabili le ragioni storiche, i contesti culturali... ma la Chiesa avrebbe sempre dovuto essere Profezia; troppo spesso e in molti campi ha guardato alla realtà con occhi carnali e ha emarginato i profeti. Succede e continuerà a succedere là dove gran parte dei suoi membri non danno adeguato spazio allo Spirito o ritengono di averne il monopolio. Ma alla fine, tenuto calcolo che i tempi di Dio non sono i tempi dell’uomo e la sua pazienza è infinita, questa istituzione umano-divina si purifica e si rende più attenta anche attraverso l’esperienza, l’umile ascolto delle voci che le giungono dall’interno e dall’esterno, l’affinata sensibilità ai segni dei tempi, il progressivo sondaggio di ciò che anima la Parola di Dio: la passione per l‘uomo. Così si è passati dalla semplice condanna di uccidere l’innocente alla condanna quasi senza eccezione anche di chi uccide il colpevole. O la vita è proprietà di Dio in ogni caso e quindi intangibile in ogni fase del suo sviluppo e in ogni situazione, oppure si aprono fessure alle eccezioni che presto diventano, come sono già diventate, squarci dalle inarrestabili conseguenze. Pasqua è trionfo della vita sulla morte, su ogni tipo di morte, e mi sembra la circostanza appropriata per ricordare quanto don Bepo prevenisse i tempi in cui si sarebbe capito che la pena di morte, comminata anche per i più efferati delitti, oltreché essere del tutto inutile è anche una palese ingiustizia. Sapeva bene che “il Signore impose a Caino un segno perché chiunque l’avesse incontrato non lo colpisse” (Gen.4,l5).

Inutile, perché era solito dire, anche sulla base della sua esperienza di cappellano delle carceri quando ancora era in vigore la pena capitale, il facinoroso che rischia commettendo un qualsiasi delitto, è più portato a giocarsi la vita che la prospettiva di una lunga o addirittura perpetua segregazione in un carcere; a differenza, e lo sosteneva con episodi, di quando alla vigilia di un processo che poteva conchiudersi nella maniera più drammatica, si sarebbe aggrappato a chiunque e a qualsiasi cosa pur di non incorrere nella pena estrema, e, parimenti, se gli fosse andata male, avrebbe mobilitato ogni energia possibile per ottenere la grazia.

Fallimentare quindi inutile come deterrente preventivo, la pena morte o, di morte soprattutto era per lui una scandalosa ingiustizia. Intuiva con occhio preveggente e poi sosteneva con vigore che non si sarebbe mai potuto pretendere di restaurare l’ordine illudendosi di sopraffare la violenza illegale con un’altra che, se pur legalizzata, non poteva essere che illegittima davanti al “Signore amante della vita(Sap.ll,26) e di essa arbitro unico. Sulla propria pelle aveva sperimentato con una quaresima di galera e un processo-burla quanto di più osceno può velarsi sotto il termine di legalità, dal significato tanto mutevole, quanto più guidato con spirito di parte.

Lui ne era così libero che un giorno poté, rischiando e rimanendo ferito, patteggiare con dei reclusi ammutinati e riportare la pace, con gran sollievo d’ambo i fronti e della città, di cui una folla l’aveva poi accompagnato col braccio fasciato sino alla sua casa: il Patronato.

Del resto tutti i suoi precedenti erano stati in questa direzione. Nella prima guerra mondiale s’era trovato come ufficiale addetto alla sanità nella prospettiva di dover essere corte giudicante in un altro tipo di processo-burla, quello che si faceva a un povero ragazzo indietreggiato sul fronte perché sbigottito dalla paura. Un ufficiale se n’era accorto e aveva bloccato don Bepo in attesa dell’arrivo di un terzo ufficiale. Perché un terzetto di ufficiali di qualsiasi grado, questa era la, “legalità”, aveva il diritto al fronte di pronunciare con effetto immediato una condanna a morte contro chi fosse stato colto come disertore. Don Bepo intuì la situazione e, quatto quatto, svicolò in modo da rendere impossibile questo processo più che sommario e questa esecuzione assurda, come le tante che vennero consumate specie dopo la ritirata di Caporetto durante il ventennio fascista si sa quanto si adoperò, in santa combutta con l’avvocato Vaiana, per sottrarre alla pena capitale persone che la rischiavano. Non tutti gli sforzi ottennero il risultato sperato, ma c’è da dire che egli non si dette mai per vinto, addossandosi le odiosità ma anche il rispetto di chi agognava e favoriva il cosiddetto “regime forte”.

Ci insegnava nella maniera più semplice, ma supportata dalla realtà vissuta, che è già un crimine adoperare il verbo “giustiziare” qualcuno, perché se c’è qualcosa che è opposto al concetto di giustizia cristiana, ma anche solo umana, è quello di non voler credere che una persona, anche dopo esperienze gravi di colpa, nell’evolversi degli anni possa redimersi e modificare radicalmente il suo modo di essere.

Se fosse stato questo l’agire di Cristo con l’uomo, staremmo ancora ad aspettare la redenzione. Ma Egli “mentre eravamo ancora peccatori è morto per noi(Rm.5,8) ed è per questo che a noi, esperti del peccato ma anche fiduciosi nella misericordia, è dato di attendere che Colui che dalla morte è risorto, ci faccia risorgere alla sua stessa vita, già facendoci oggi schierare comunque e sempre dalla parte della vita.

Settembre 1998

C’è spazio per lavorare?

S

trano percorso quello del termine “lavoro”. Collegato in quasi tutte le lingue alla pena, allo sforzo, alla fatica, e spiritualmente, in quasi tutte le religioni, alla colpa e all’espiazione, nel corso dei secoli è passato a indicare non solo un dovere, ma un diritto: diritto di avere un lavoro per mezzo del quale garantirsi la sopravvivenza e diritto di non essere sfruttati a causa di tale necessità. Una storia di lotte e di rivoluzioni ancora incompiute hanno fatto del lavoro la questione cruciale della nostra epoca. Certamente era tutto più ovvio quando Paolo scriveva ai Tessalonicesi: “Chi non vuole lavorare neppure mangi” (3, 10), eppure erano tempi di schiavitù, e diciamo pure quando don Bepo usava frasi pesanti con gli scansafatiche, e Celentano si divertiva a cantare: “Chi non lavora non fa l’amore”. Adesso i problemi sono diversi. Un decennio fa si pensava che la tendenza di mercati e imprese ad assumere una dimensione che superasse i confini regionali o nazionali (la globalizzazione) e la situazione per cui i grandi problemi politici, sociali, economici rendevano necessaria una soluzione a livello mondiale (la mondializzazione), facilitassero un equilibrio tra domanda e offerta di lavoro, ma senza un’adeguata e autorevole regolamentazione siamo approdati, com’era prevedibile, a un liberismo selvaggio con prospettive drammatiche per molti.

La ricchezza diventa sempre più in mano a pochi e inoltre sfacciata, la povertà si allarga e gradualmente diventa miseria e disperazione. Fino allora predicavamo soltanto che è alienazione quando l‘uomo è asservito alla macchina, alla produttività, al profitto e non può salvaguardare beni più alti quali la sua incolumità fisica e psichica, la sua libertà di persona, il suo diritto a godere dei frutti del lavoro stesso, il suo impegno a lavorare per vivere e non a vivere per lavorare. Ed era giusto. Ma come si fa a continuare a predicarlo là dove ormai l’irruzione tecnologica cresce in proporzione geometrica e l’egoismo personale e corporativistico che non sono da meno, penalizzano sempre di più i deboli, sì che siamo arrivati ormai a un’emergenza sulla questione disoccupazione? Il problema non è solo per l’Italia ove essa raggiunge la media del 12,5% con punte al sud del 50%; è di tutti i paesi industrializzati e tocca in special modo l’Europa.

La globalizzazione che sembrava la panacea di tutti i mali, così com’è attuata, senz’altra regola che quella del profitto, sta spingendo verso il basso le condizioni di vita e di lavoro. Si sente nell’aria che qualcosa di grosso deve cambiare. Una prima cosa da fare, se pur di facciata, è non confondere la vera disoccupazione con quella gonfiata che appare ufficialmente, a causa dell’utilizzo del lavoro nero che può essere fatto emergere solo se si riduce la pressione fiscale sulle imprese e se queste si convertono a entrare nella legalità senza notevole contrazione dei profitti. Occorre far risaltare più vantaggioso economicamente assumere persone in più, rispetto ai vantaggi del lavoro nero e degli straordinari, mentre a loro volta i pensionati che non vivono in condizioni di bisogno devono saper utilizzare il tempo in occupazioni no-profit lasciando posto ai giovani e indirizzandosi verso una delle tante forme di volontariato gratuito.

Altra via percorribile è la promozione del lavoro a part-time. In Olanda la disoccupazione, altissima 15 anni fa (12%) è scesa per merito di questa scelta al 6%. Risultato: le famiglie trovano più tempo per dedicarsi ai figli e alla propria casa; si riduce il ricorso ai costosi asili, anche gli anziani e i disabili vengono meglio accolti nell’ambito familiare e tolti, quando è possibile, da organismi assistenziali assai costosi. Si è ridotto così il prezzo che l’organizzazione del lavoro scarica sulla società e la disoccupazione è in gran parte riassorbita. Certo, il part-time offre una retribuzione più bassa del tempo pieno, ma alleggerisce anche le famiglie da spese prima indispensabili.

Si sono fatti o si pensa di fare altri esperimenti che qui non è il caso di spiegare tecnicamente e tanto meno di giudicare: dal lavoro interinale a quello in affitto, dai contratti d’area a quelli di formazione, dalla flessibilità del lavoro a quella dei salari, dalle 35 ore a parità di salario alla riduzione degli oneri fiscali per le imprese del mezzogiorno; ma il problema rimane comunque complesso: nessuno ha ancora in mano la carta vincente. L’impegno di tutti deve essere quello di far nascere maggiore solidarietà con chi il lavoro non ce l’ha, onde non si scatenino conflittualità tra i più poveri e i meno poveri e non si dia sempre più spazio alla criminalità.

Una cosa è certa: non ci si può più arroccare nella pura e semplice difesa di chi già lavora, mentre chi è disoccupato continua a fare lunghe e inutili code agli uffici di collocamento. Se si continua a difendere il “posto fisso” anche per i rami secchi della pubblica amministrazione e per chi non fa il suo dovere, se si continuano a difendere i “diritti acquisiti” di certe categorie privilegiate, si aumentano le sperequazioni e si rendono impossibili nuove assunzioni. Non si riconosce il valore sociale del lavoro, come nel secolo scorso non si riconosceva il valore sociale della proprietà privata. C’è sempre di mezzo un grande egoismo, per cui non ci si adatta a un più sobrio tenore di vita. Ben altre e più pesanti cose sarebbero da dire a certe industrie e a chi detiene capitali che potrebbero essere investiti a vantaggio di tutti. Ma questa è una categoria già maledetta da Cristo: “Guai ai ricchi...” che sono poi quelli che vivono di criminalità legalizzata e magari siedono in parlamento a difenderla. Alla faccia dei veri disoccupati che dalla disperazione giungono a volte a gesti insani e tragici; i Paperoni purtroppo ci saranno sempre. Li sfornano a getto continuo oltre al mondo dell’industria, anche quelli del calcio e dello spettacolo. Adesso si è messo di gusto anche lo Stato con le sue lotterie, pericolosissime forme che alimentano il sogno dei guadagni facili. “La farina del diavolo va tutta in crusca” soleva dire don Bepo. Voglio sperare per chi lo ha avuto maestro che ci siano alternative ancor oggi oltre le illusioni e... la crusca.

Marzo 1999

Alzatevi, andiamo

I

l verbo alzarsi è, in greco, lo stesso verbo usato per indicare la risurrezione, e, come tale lo ritroviamo in tutte le risurrezioni descritte nel Vangelo, fino alla più importante: quella di Cristo.

Ma alzarsi non è solo usato nel senso di “risorgere da morte”, ma più spesso per indicare la guarigione da una paralisi fisica. Altre volte si tratta dell’invito a uscire dalla beatificante visione (v. Trasfigurazione) per tornare alla realtà dell’arduo cammino. Altrove va letto dopo il monito a pregare e vegliare perché non ci assalga la tentazione dello scoramento, nel timore di dover affrontare una testimonianza scomoda di fede e di fedeltà. È in questo ultimo senso che Gesù lo usa con i tre apostoli nel Getsèmani, ma anche con ciascuno di noi, oggi. E, ascoltarlo, sarà Pasqua di risurrezione.

Cos’è che manca attualmente alla nostra testimonianza di credenti? Secondo la maggioranza la carità, come stile evangelico di vita, che non si riduce solo all’impietosirsi per tutte le miserie e le ingiustizie del mondo e neanche all’organizzarsi con le forme più svariate di volontariato a favore dei più deboli, ma s’allarga (o si restringe) nel giocare se stessi in quei rapporti interpersonali di rispetto innanzitutto e poi di amore per le persone che ci vivono accanto e che sono di solito le prime a pagare lo scotto di quella carità senza confini, che non si sa dove arriva perché non si sa da dove comincia. Comunque il concetto è pacifico: il nostro cristianesimo lo giochiamo sulla carità. Con una sottolineatura, e cioè che dobbiamo diventare capaci di rendere più manifesto il carattere teologale della carità cristiana, il suo essere intrinsecamente legata alla fede. C’è da evitare infatti un certo rischio: quello di ridurre la carità a semplice filantropia, per cui l’essere cristiani si esaurisce nel fare qualcosa di buono per gli altri. Ed è un pericolo assai insidioso, contro cui ci mettono in guardia proprio i santi e i martiri della carità, tutta gente che la forza della carità l’ha attinta ed alimentata nel contatto con Dio, soprattutto attraverso la persona di Cristo. C’è una reciprocità inesauribile tra l’amore a Cristo e quello reso ai fratelli, che non può essere alterata arbitrariamente pretendendo che uno possa esistere senza l’altro.

Ma purtroppo c’è ancora tra i cristiani chi, pur riconoscendo alta e sovrana nella propria vita la Parola di Dio, di fatto, quando ascolta il racconto di Marta e Maria dissente da Cristo stesso con la faciloneria di tutti quelli che dicono: “Bisogna fare”. Certo che bisogna fare, ma il limite di Marta non è che ella lavori, perché Gesù stesso ha lavorato, manualmente, ha predicato, ha guarito, si è mosso, si è interessato alle necessità quotidiane, ma era sempre in comunione con il Padre e passava addirittura intere notti in preghiera, mentre Marta era “tutta presa” dalle necessità del servizio, cioè non aveva più lasciato aperto nessun canale per l’ascolto interiore di Dio e per la propria risposta di preghiera che non è solo invocazione e richiesta, ma è soprattutto lode, adorazione, esaltazione.

È quell’atteggiamento che si può riscontrare in chi vede nell’altro qualcosa di tanto simile a Dio da sentirsi produrre, ridimensionati, questi stessi movimenti di simpatia, attrazione, gioia verso tutti.

Ma prima bisogna sperimentarli con Lui.

E Lui non è irraggiungibile, lo trovi dovunque. È in tua moglie, nei tuoi figli, nell’orizzonte piccolo e modesto in cui ti ha collocato, ma anche nello spazio, nella natura, nelle cose. “In Lui noi ci muoviamo ed esistiamo”. Ma se vuoi stabilire un rapporto da persona a persona, lo devi soprattutto cercare nell’intimo di te stesso e nell’Eucarestia. Sarà da lì che si sprigionerà tutta la carità di cui sei gravido, perché, quand’anche ti sentissi gretto e lo fossi, non dimenticare che il primo attore è Lui, non noi. In principio non c’ è il nostro amore, c’è l’amore di Cristo. Noi non potremmo amarlo, ne amare gli altri, se Lui non ci avesse amati per primo.

Davvero: scoprire e vivere questo è alzarsi, per andare verso la risurrezione con Lui.

 

Il Villaggio degli Sposi è in festa
per la nomina a vescovo di padre Frigeni

M

eriti, proprio nessuno, ma gioia tanta.

L‘aver avuto come ragazzo del proprio oratorio Giuliano Frigeni, l’averlo seguito negli anni della fanciullezza, averlo avuto in vacanza come soggetto attivo -a quel tempo non si parlava di animatori- nei gruppi giovanili nascenti e impegnati degli anni ‘60, aver visto sbocciare d’incanto in lui una vocazione sacerdotale e specificamente missionaria, coronata dal raggiungimento della meta, già fu una grande soddisfazione.

Trovarlo oggi vescovo di Santa Romana Chiesa in Brasile, sua seconda patria, è motivo di legittimo vanto per i suoi anziani genitori e per i suoi numerosi fratelli e sorelle, per la sua intera comunità parrocchiale in cui è cresciuto. Non lo è di minor gioia per chi gli è stato amico e ha riposto in lui tanta fiducia dall’inizio, vedendolo sempre sereno e riflessivo, amante del gioco e del sacrificio, dedito alla preghiera e scoppiettante di vivacità.

Certo, non me lo sarei mai aspettato io, come non se l’è aspettato lui, se no, forse avremmo ridacchiato di meno, saremmo diventati seriosi in gioventù e negli anni che ne seguirono, quando la fortuna, piuttosto sporadicamente, ci ha permesso di incontrarci. Ma questo fa parte degli imprevedibili e misteriosi disegni di Dio, ed è bello che sia così, se no, saremmo troppo pensosi tutta la vita, riflettendo a tutto ciò che ci può capitare. Non parlo solo di disgrazie, perché questa disgrazia non è, parlo di tutto in generale. Saremmo come un mio amico leopardiano il quale mi ricorda spesso che è da quando siamo nati che Dio ha iniziato il conto alla rovescia per la nostra partenza dal mondo. È vero, ma adesso siamo qui, sani o acciaccosi. Certo, quando meno te lo aspetti, una cosa bella o brutta arriva, ma non mi va, di perder tempo a indovinarla, come non mi va di credere che arrivi per caso.

Arriva come risultato di un perfetto congegno del Dio-amore che si è messo in moto da quando siamo nati, anzi, dall’eternità, ma di cui ci rimane segreto il funzionamento e ancor più segreto il risultato. Con questo non voglio dire che a Giuliano non possa essere congeniale l’episcopato. Beh, l’episcopato nella sua essenza ministeriale gli è senz’altro adatto, se è Dio che l‘ha voluto; l’episcopato nel senso esteriore e spettacolare, preferisco non immaginarmelo: croce pettorale, anello, mitria, pastorale e... aggeggi vari, è un altro discorso. Sì, perché sono passati 35-40 anni, e non sono pochi, da quando me lo vedevo in calzoni corti a partecipare alle gite in bicicletta, ai primi campeggi, al gioco del pallone (ne ho ancora il filmato e le foto), e dover rivederlo adesso blasonato con le insegne vescovili, per me è un piacevole stupore che mi provoca un po’ di santa ironia, come spero che anche lui nella serietà del suo ruolo riservi un piccolo spazio a una smorfia di sorriso. Episcopale, s’intende.

Ma rimango pur sempre del mio remoto parere. A parte il fatto che Dio non guarda alle apparenze, ma guarda al cuore (1 Sam 16), ho sempre creduto che Dio non rispetti le proporzioni: Le proporzioni sono i limiti che poniamo noi e che Dio, giocando, si diverte a scavalcare. Cioè, quel dire o pensare che Dio mandi le sue grazie, quindi anche le croci, proporzionandole alle spalle di chi le deve portare, non l’ho mai creduto. Credo invece che Dio, in barba alle proporzioni, prima dia le sue grazie o croci e poi squadri le spalle in modo da renderle adeguate. A Giuliano ha dato una grazia che è anche croce di responsabilità. Lui l’ha accettata non per temerarietà, ma come prova di “fede in Colui che gli darà forza”. Non gliel’ha data perché avesse le spalle adatte (e chi può averle?), ma stiamo sicuri, adeguerà le sue spalle al peso che gli ha caricato addosso, e lui, che oggi si sente impari a portarlo, ce la farà, con l’aiuto di Dio, e bene.

Poi, non si preoccupi troppo. È vero che un giorno Paolo VI disse a Carlo Jemolo che, in ansia per gli acciacchi di Sua Santità, gli parlava di dimissioni: “Si può scendere da un trono, non da una croce”; ma è altrettanto vero che il suo predecessore, Papa Giovanni, dopo la sua giornata intensa di lavoro, se ne andava tranquillo a riposare e dormiva profondamente, perché pensava: “Dopo tutto la Chiesa non è mia, ma è di Cristo ed è governata dallo Spirito Santo. Ora ci pensino loro”. E al suo segretario (mons. Capovilla), andato in tilt quando si accorse che lui ottantenne e un po’ temerario stava seriamente pensando a convocare un Concilio, disse: “Non ti sei ancora spogliato di te stesso e rimani preoccupato di far sempre bella figura, di portare tu a compimento le imprese che il Signore suggerisce o impone, e per le quali non domanda che il nostro servizio in totale abbandono nelle sue mani... Solo quando avrai messo il tuo io sotto i piedi, sarai veramente libero”.

Perciò vorrei che anche Giuliano, monsignore ed eccellenza in un difficile Nordest Brasiliano, la pensasse come l’avrebbe consigliato il mio illustre insegnante di latino (mons. Luigi Chiodi) che amava scrivere in dialetto bergamasco di un suo amico sacerdote:

Ga ‘ngure apéna de pudì troà quater amis de ciaculà la sira quando l’è stof de cesa e de prediche; ...al méte so i ciabàte, lì stàghe in compagnéa...

Stem a la dommatica: i anime chi i a salva? lu o ‘l Signur? E alura ‘l ga bie sura.

Il che non è il consiglio di una scelta comoda, ma quello di un sereno abbandono in Dio, dopo avere svolto i propri gravosi impegni.

È il contrario dell’efficientismo che va di moda, di quel correre frenetico proprio di chi presume di essere necessario; è il credere che solo Cristo è l’unico salvatore del mondo. Io e te Giuliano, noi tutti preti, vescovi e laici impegnati, è già molto se non siamo riusciti a rovinarlo del tutto in venti secoli. Non lo rovineremo comunque, perché è lo Spirito Santo che lo sostiene e lo salva. Al massimo siamo e resteremo “servi inutili”; chissà perché, scelti da Dio.

 

Marzo 2000

La decima beatitudine

T

utto il 2000 per gli amici del Patronato è il XXV° anno di affettuosa memoria del Fondatore che ci ha lasciato un, indistruttibile traccia di sé, più che nei muri in parte riveduti e corretti per l’usura del tempo, nello spirito di adattamento alle nuove esigenze della carità che precede o rincorre gli stimoli derivanti dalle nuove povertà o necessità.

Anche questo è il segreto di una Pasqua che si attualizza e rinnova in una dinamica che non conosce staticità, come non l’ha conosciuta la pèrsona di don Bepo, sempre pronto a demolire e a far risorgere con creatività fantasiosa tutto quanto potesse far dire ai suoi giovani ospiti: “È bello per noi stare qui”.

E a proposito di questa frase che riecheggia senza profanarla l’espressione stupita dei tre testimoni del monte Tabor; mi ricorre alla mente, in occasione della Pasqua vicina, un episodio insignificante, ma denso di quella luce che pareva emanare dal suo volto quando parlava di Gesù, della Madonna e della vita eterna, nonché della sua anticipazione che stava e che stiamo vivendo negli intervalli di grazia che ciascuno di noi sperimenta, anche il non credente, quando è saettato dalla scoperta abbagliante della realtà che Dio crea per la gioia dei nostri occhi e dei nostri cuori.

So che una sera, all’appuntamento settimanale del catechismo agli “operai grandi”, don Bepo parlava della trasfigurazione di Gesù. Sembrava uno dei tre apostoli che avevano assistito all’avvenimento. Per lui quell’episodio era l’aperitivo della Pasqua eterna, cui si sentiva con tutti gli altri chiamato e destinato. Dicendo che il volto di Cristo “brillava come il sole” e “le sue vesti erano divenute candide come la neve”, ci s’aspettava quasi che “una nube luminosa lo avvolgesse con la sua ombra” e si sentisse quella voce che diceva: “Questi è il Figlio mio prediletto”. Lo raccontava come se fosse appena disceso dal Tabor e avesse avvertito che quella era la sorte cui si sentiva destinato insieme con i suoi “carissimi figlioli”. Qualcuno aveva osato interromperlo per chiedergli se proprio questo sarebbe divenuto un giorno lo stato perenne di chi aveva scelto di accompagnarsi al Nazareno nella tortuosa via della croce, che è poi la via della volontà di Dio lastricata dalla mansuetudine e dalla carità. E lui si era accalorato per dire che sì, noi eravamo tutti con queste condizioni destinati a una trasformazione non solo spirituale ma del nostro stesso corpo, in una realtà luminosa, frutto e riflesso della stessa luminosità di Dio. Perché Pasqua aveva significato questo per Gesù e lo doveva significare per noi, quando saremmo venuti a contatto con la morte, questo misterioso e per molti oscuro portale d’ingresso nella vita eterna, che, appena socchiuso ti avrebbe abbagliato di splendore e di gioia, mai prima d’allora sperimentate.

Poi, uno del gruppo, ed era, come spesso accade, uno che credeva di saperla più lunga, aveva sussurrato che tutto questo gli sembrava aver un sapore di illusione, quasi di sogno, di proiezione dei nostri desideri, di rivalsa del nostro istinto di sopravvivenza, piuttosto che di una realtà concreta e credibile. Lo aveva detto con un accento che traduceva la propria sufficienza ma anche un pizzico di arditezza spiritosa che non mi sembrava per nulla esagerata se collocata sulle labbra di un giovane. Ma don Bepo ci rimase male. Mettere in dubbio la verità della risurrezione corporea di Cristo e conseguentemente della nostra, per un uomo di fede come lui, aveva un sapore blasfemo, o peggio ancora, ereticale. Non seppe resistere. Si lanciò con tutta la forza persuasiva della sua dialettica, balbuziente di livore, contro tale insinuazione e tenne un lungo ma avvincente sproloquio in difesa di questo articolo del nostro “credo “, memore della affermazione paolina che se Cristo non fosse risorto, vana sarebbe la nostra fede.

Quando arriva Pasqua, ricordo quest’episodio di oltre quarant’anni fa e mi riscopro, ahimè, parente lontano di quel primo Tommaso che ha spinto Cristo a proclamare quello che G.F. Ravasi chiama la “decima beatitudine”, cioè: “Beati quelli che pur non avendo visto, crederanno”.

Noi veramente non abbiamo visto nelle mani del Risorto il segno dei chiodi, né abbiamo posto la mano nel suo costato, ma che dico? Manco il terremoto e la pietra rotolata abbiamo udito, come non abbiamo visto il sepolcro vuoto, le bende per terra e il sudario piegato in un luogo a parte, ma ci siamo fida ti sulla parola, sia pure con prove storiche di molto peso.

Anche Don Bepo ci ha creduto davvero, e come tanti altri, ha fondato la sua vita e la sua opera su questa certezza, pur senza aver visto. E per questo è già nel regno dei beati e sembra dirci: “Credete, se volete che la vostra vita abbia un senso e un futuro. Non rivivrete solo ogni venticinque anni nella memoria di chi vi ha amato, rivivrete nel costato del Crocifisso-Risorto, per sempre”.

Settembre 2000

Il drago che è in noi e la spada del cristiano

Q

uando l’occhio s’è indugiato sull’artistico bronzo di P.Guidotti qui riportato in fotografia, non ho potuto fare a meno di pensare al drago che si insinua dentro di noi, cui la spada del pentimento vero, sacramentale e non, mozza la testa che immancabilmente purtroppo rinasce e si ripresenta in maniere diverse, quante sono le forme del nostro personale egoismo.

Siamo tutti di fronte a una sterminata potenzialità di male che si nasconde dietro l’onestà apparente dell’individuo, nel perbenismo della famiglia media, per non parlare dei casi eclatanti di questo mondo amorale in cui l’imperativo è godere, costi quello che costi agli altri.

La tentazione che ho è quella di descrivere alcune di queste teste del drago ma non ci riuscirei e oltretutto non farei che ripetere cose risapute da tutti, ma non per questo veniali.

Ce ne vorrà del tempo, della fede e del coraggio perché il regno di Dio che è amore trionfi sull’egoismo personale e corporativistico. È vero, i tempi di Dio -lo sanno i credenti- non sono, i nostri tempi. Oggi la fraternità sembra una parola vuota che non trova riscontro nei rapporti quotidiani in cui il Dio, Padre comune, sembra condannato a restare il grande escluso e Gesù col suo messaggio d’amore l’Utopia Incarnata.

E così la dea ragione asservita all’egoismo ha indotto gli uomini a sragionare, la scienza che credeva di risolvere tutto ha portato l’uomo sulla luna e la fame sulla terra, la tecnologia, insieme al progresso, ha creato disoccupati che si suicidano per disperazione e ha prodotto tanti bighelloni che si uniscono in branchi di microcriminali o criminali veri che ammazzano per noia.

Pur restringendo il tema, diciamo che l’egoismo oltretutto è pregnante di contraddizioni. Basta pensare alla genetica che da una parte ha inventato l‘utero in affitto per consentire alle donne sterili, come fosse un diritto, di avere un figlio quale prolungamento dell’io, e dall’altra legalizza l’aborto e forse riuscirà a clonare le persone, mentre la pubblicità è già riuscita a clonare i cervelli proprio come fanno i politici. Nello stesso tempo la natura vilipesa e violentata, allo scopo, si dice, di utilizzarla meglio, si vendica producendo realtà abnormi che fanno temere per il futuro dell’umanità.

Intanto l’egoismo più subdolo, che ha preso il nome di liberismo radicaleggiante e vorrebbe essere garanzia di diritti senza doveri, sta moltiplicando le droghe e gli sballi, distrugge matrimoni e famiglie, abbandona al loro destino i poveri, i barboni, gli immigrati, mentre schiaffa in prima pagina l’elenco dei plurimiliardari del mondo, gente rea d’aver creato sacche di miseria assoluta in tutti i cinque continenti della terra.

Non ci occorre certo il Grande Giubileo del 2000 per farci aprire gli occhi su questa realtà, ma continuiamo a sperare che esso possa giovare a qualcuno per misurare la larghezza, la lunghezza, l’altezza e la profondità del proprio egoismo, e insieme anche “l’amore di Cristo che supera ogni conoscenza”(Ef 3,19) e può servire a farci riflettere e a metterci in crisi. Forse alludeva anche a questo Cristo quando diceva: “Non crediate che io sia venuto a portare pace sulla terra; non sono venuto a portare pace, ma una spada”(M t 10,34), una spada contro le assurde forme di egoismo che insorgono continuamente.

Ed ecco il segno più eloquente: la denatalità. Da quasi cinquant’anni, piano piano abbiamo sacrificato il nostro essere sull’altare dell’avere. E abbiamo ripetuto ipocritamente che lo facevamo soprattutto per loro, i nostri figli: loro non dovevano più soffrire, non più vivere di rinunce, non più schiacciare il naso dinanzi alle vetrine dei desideri impossibili. Ma in realtà non era loro che amavamo. Se a scuola andavano male, temevamo che una bocciatura ci rovinasse le vacanze. Avevamo scoperto che l’essere “permissivi” faceva sembrare più intelligenti ed era anche più comodo. Ebbene: i nostri figli e le nostre figlie hanno fatto un passo avanti. Non hanno perso tempo a travestire da amore per la prole il proprio egoismo. Li riempiono di cose e li lasciano fare quel che vogliono, perché questo consente loro di godere meglio il benessere acquisito. I nostri eredi hanno scoperto che i bambini “rompono”, da piccoli strillano e fanno la cacca, più grandicelli ti mangiano un sacco di tempo e di fegato, costano troppo, sono sempre una palla al piede, possono essere un ostacolo se decidi di divorziare. E così lentamente la nostra popolazione, la nostra cultura, la nostra arte, la nostra umanità si sta suicidando. Non c’è problema: per i lavori più pesanti ci sono i marocchini. Non è come avere figli; quelli si lasciano sfruttare e si può licenziarli liberamente. Dove sono rimasti sant’Agostino che diceva: “La misura dell’amore è amare senza misura” e santa Teresa che affermava: “Senza amore, tutto è niente”? Roba da medioevo.

Ma non erano del medioevo le abbazie benedettine per la promozione umana delle classi povere in Europa e altrove, le miriadi di congregazioni maschili e femminili sorte un po’ dovunque per l’alfabetizzazione delle classi umili, le istituzioni per accogliere i ragazzi di strada, l’invenzione degli “hospitali”, ricoveri e lazzaretti per il ristoro dei pellegrini e la cura dei malati, l’assistenza agli orfani e agli handicappati, le mense dei poveri ?

A gestirle erano truppe generose che lavoravano in umiltà, spesso mettendo a rischio la propria vita, ma che rappresentavano la voce dei senza voce, a volte l’unica speranza per chi era nell’abbandono totale. A queste forze si sono unite oggi tante altre che fanno del volontariato religioso e laico la loro scelta e la loro missione. Come in ogni realtà umana, non tutto fila via alla perfezione e i risultati non sono sempre ne visibili né proporzionati al bisogno. Ma questo non può demoralizzare il vero cristiano.

Don Bepo non smise mai di decapitare il drago dell’egoismo, partendo da se stesso e lottando implacabilmente con la spada della fede e della carità contro le cause e gli effetti di questo mostro minaccioso per il singolo e per la comunità. Aveva parole durissime e, per così dire, apocalittiche, che gli derivavano dalla certezza che il giorno del giudizio avrebbe sollevato il sipario su tutte le ingiustizie e le ipocrisie. “Allora –diceva- nessuna finzione, nessun potere, nessuna raccomandazione potrà influire sul verdetto. Capi di stato, papi, magnati dell’industria, scienziati e intellettuali di grido (noi aggiungeremmo: sportivi e vip miliardari) saranno scavalcati da modesti padri e madri di famiglia, magari con figli disabili, operai, donne di servizio, carcerati pentiti (ne aveva conosciuti molti), corpi costretti a vendersi per la fame di turpitudine dei più ricchi e prepotenti”.

Neanche allora la giustizia di Dio ignorerà il suo attributo di misericordia, se no nessuno di noi potrebbe sperare. Ma è certo che nessun dolore innocente, nessuna lacrima di penitente, nessuna opera di carità verso i bisognosi, nessun lamento rivolto al cielo per invocare giustizia e pietà, sarà lasciato cadere nel vuoto. Assunti e inglobati nella croce di Cristo serviranno a redenzione e salvezza di quanti, coscienti o ignari, hanno contribuito a decapitare il terribile drago e, facendo del bene anche a uno solo dei loro fratelli più piccoli, l’hanno fatto a colui che non li rappresenta soltanto, ma si immedesima in essi fino a poter dire: “L’avete fatto a me”(Mt 25,40).

Aprile 2001    

pasqua sì, ma prima?

S

ono anni che in questa circostanza l’articolo di fondo di questo modesto stampato, che ebbe come fondatore don Bepo, invita a cogliere, una alla volta, le infinite ricchezze di valore che sono contenute nella Pasqua di Cristo, fondamento portante di tutto il nostro discorso di fede.

Ma, non per fare il guastafeste, mi pare che troppo poco si sia evidenziato ciò che precede “l’alba del primo giorno dopo il sabato”; eppure il mistero pasquale fa un tutt’uno con “l’incarnazione, passione e morte di Cristo”, sì da essere dichiarato tra “i due misteri principali della fede”, attribuendo al termine mistero non solo il connotato di incomprensibilità, ma quello più significativo di profondità irraggiungibile nel suo valore, come s’usa dire, per intenderci, dei misteri liturgici.

Mi pare giusto, pertanto, che nel considerare la Pasqua e gioirne liturgicamente e spiritualmente, ci si debba talvolta soffermare su quanto è avvenuto prima e riflettervi seriamente, nella prospettiva, si intende, della Risurrezione che ne segue. Anche perché la ferialità cui si sono ridotti gli avvenimenti dell’incarnazione (25 marzo), della passione, morte e sepoltura (giovedì, venerdì, sabato, se pur chiamati santi) impedisce ai “cristiani della domenica” di prendere in sufficiente considerazione questi fatti e trarne talune riflessioni come queste, a mo’ d’esempio, che possono sembrare non pertinenti e paradossali.

Ø       Personalmente mi disturba il ritornello scontato e generalizzato della vita definita come dono. Ne sono perfettamente convinto, ma solo se lo si dice entro una visione di fede. Come posso generalizzare questo principio, annunciandolo anche a chi non crede nel paradiso eterno, quando sono di fronte alla vita di un disabile e dei suoi familiari, a certe forme depressive senza sbocchi, alla lunga agonia di un malato terminale o ad altre forme penose di sofferenza che si protraggono per tanto tempo e non lasciano intravedere spiragli di serenità? lo non so chi di noi, posta sempre l’assenza di fede, avrebbe accettato la proposta di una esistenza del genere, anticipando in prospettiva tutto quello che nella vita avrebbe dovuto soffrire. Capisco in questi casi chi maledice la vita stessa e chi a un certo punto arriva a togliersela deliberatamente. Ma subito allora mi vien da pensare a Colui che ha progettato, in obbedienza al Padre e per amore degli uomini, di farsi carico di una vita che certo non sarebbe stata felice e avrebbe avuto la tragica conclusione del Golgota. Per Lui certamente la vita non è stata un dono, ma per sua scelta, l’ha tradotta in dono per noi, a nostra salvezza. Solo uno straripante amore giustifica la sua scelta. Al suo posto tu, lettore, l’avresti fatta? lo no, non avrei avuto il coraggio.

Ø       «Un giorno ad Auschwitz -racconta P.Häring- dopo che le condizioni di vita si erano di nuovo fatte particolarmente terribili, uno dei prigionieri politici gridò disperato a Dio: “Signore Dio, dove sei ora?” Ma un altro gli rispose ad alta voce: “Non lo vedi? È di nuovo crocifisso qui. Qui pende dalla croce”». La domanda era più che ovvia per ogni uomo ridotto a pelle e ossa in quel campo di sterminio e poteva essere fatta da chi aveva come da chi non aveva la fede in Dio e nel suo Figlio Gesù; ma la risposta coglieva veramente il nucleo del sentire cristiano, di chi ha capito che una vita tormentata dalla sofferenza, può avere un senso solo se accostata a quella di Cristo, perché Lui, dopo essere divenuto in tutto simile ai fratelli -eccetto che nel peccato- doveva e volle per puro amore partecipare in misura piena alle sofferenze dell’umanità; Questo e quanto segue lo dice espressamente la lettera agli ebrei (cap.IV e V). Non è che la logica di questo amore divino dica in primo luogo che noi, dato che Gesù ha sofferto, dobbiamo soffrire con Lui, ma, al contrario, che dopo che noi eravamo caduti inevitabilmente in braccio alla sofferenza e alla morte in forza delle nostre colpe (non le mie soltanto, ne le tue, ma quelle di tutti) Lui non volle risparmiarsi i nostri dolori onde conferir loro un senso ultimo profondissimo, allo scopo di fare di essi la prova dell’amore più grande. Ne consegue che è estremamente necessario che noi diamo alla sofferenza che ci colpisce lo stesso senso ad essa dato da Gesù, che facciamo di essa una prova d’amore per Lui e di solidarietà salvatrice per tutti gli uomini.

Ø       La lettera agli Ebrei scrive arditamente che Gesù, pur essendo il figlio, ha imparato l’obbedienza mediante la sofferenza. Gesù era l’obbedienza in persona fin dall’inizio della sua esistenza terrena. Ma per divenire in tutto simile a noi, volle anche imparare per esperienza diretta e dolorosissima che cosa significhi obbedire in mezzo alle pene più atroci. Non è stato Lui a portare la sofferenza nel mondo. Essa nasce dalla marea dei peccati degli uomini. Lui invece con la sua partecipazione personale, libera e amorosa alle pene umane ci ha liberati dal dolore senza senso e dalla disperazione della morte. “Per questo Dio l’ha esaltato”e l’ha risuscitato dai morti, “perché ogni lingua proclami che Gesù Cristo è il Signore a gloria di Dio Padre”(Fil. 2,9).

Ø       La sofferenza più dura è senza dubbio quella inferta dall’uomo al suo prossimo. Nessuno meritava tanto amore quanto Gesù, eppure nessuno come Lui incontrò così poco amore e così tanto odio. Anche in questo Egli ci ha indicato con la sua esperienza sconvolgente la via per svelenire una simile sofferenza e addirittura per santificarla mediante l’amore per i nemici e la preghiera invocante perdono per gli stessi crocifissori. Gesù non si è limitato a dimostrare il suo amore traboccante dando la vita per i suoi amici (Gv 15, 15), ma è morto per amore di chi con il proprio peccato ha agito contro di Lui come nemico.

Vorrei dire a coloro, spero pochi, che sono sprovvisti di quel tesoro prezioso che è la fede, di continuare nella ricerca di un senso da dare alla propria vita e in particolare alla propria sofferenza perché immancabilmente Cristo farà loro trovare quello che invano hanno cercato altrove. E vorrei dire a me stesso e a tutti i credenti che è bello e giusto fare la più grande festa a Pasqua, ma è altrettanto doveroso e giusto chiederci se con essa accettiamo anche di entrare nello spirito di ciò che l’ha preceduta.

Settembre 2001

Dalle memorie cinquantennali di un prete

Quando don Bepo predicava la carità

I

"la Carità" di F.Guidotti miei ricordi di don Bepo finiscono per fluire necessariamente nell’alveo della carità. Tutti. Anche quelli che sembrava partissero dalle sorgenti più svariate, ma soprattutto quelli che sbucavano dalla tenerezza con cui parlava di Dio. Allora si vedeva chiaramente che la sua non era una carità dotta e fredda che genera, distacco dai bisognosi, ne una carità povera e troppo umana che genera compassione per loro, ma una carità di uomini che sono amici di Dio perché sono amici degli uomini, e sono amici degli uomini perché sono amici di Dio. Perciò diceva a noi preti: “La missione del sacerdote è soprattutto quella di dire Dio con la propria vita, cioè di esprimere l’amore, e poi lasciare che Dio dica la propria vita di cui la croce di Cristo è l’espressione più eloquente”.

Oggi capisco il senso di ciò che scrisse Bonhoeffer: “Dio ci salva non in virtù della sua onnipotenza, bensì in virtù della sua sofferenza”. Lo dice anche la Liturgia delle Ore: “Ti benediciamo per il tuo immenso amore che risplende nella creazione e ancor più visibilmente nella redenzione” (dalle Lodi del giovedì, 3ª settimana).

Adesso si parla tanto di “solidarietà”. Cambiano i termini con cui si esprime, ma la sostanza rimane quella, da Cristo in poi. E la carità virtù rimane sempre legata all’espressione: “Io amo te (anche se non lo meriti), perché non voglio perdere Lui”, Lui che ha amato tutti, anche i suoi nemici e ci ha insegnato a fare altrettanto. Non c’è solidarietà umana veramente affidabile, se non vien fatta derivare dalla carità di Cristo. Vale anche per gli atei, perché Dio lavora in tutti.

Per cui l’impegno caritativo è strutturale per la comunità umana e lo è ancor più per la comunità cristiana. Una vera “globalizzazione” deve estendere l’attenzione ai più deboli di tutto il pianeta, e a tutto l’uomo, a tutti i suoi diritti, che sono qualcosa di più di una faticosa sopravvivenza fisica, già poco garantita per molti, ma si estende a una giustizia equanime per tutti,a un diritto di vivere e morire in dignità, valido per ciascuno.

Bisogna globalizzare la carità, se pur partendo dall’economia, ma ricordando che ciascuno di noi vale assai più di quel che pesa intermini finanziari, anagrafici, culturali, estetici e di rendimento. Vale perché è uomo. “Un uomo scendeva da Gerusalemme a Gerico” Chi? Può essere chiunque. “...E incappò nei briganti che lo spogliarono... lasciandolo mezzo morto... Invece un samaritano lo vide, gli si fece vicino, gli fasciò le ferite... “ (Lc 10,30 e 33-34).

È tutto il contrario di ciò che vorrebbe una certa filosofia liberista che della libertà si fa stendardo, ma in realtà nasconde gli egoismi di chi sfrutta il suo dominio economico e politico per lasciare alla deriva milioni di esseri umani meno fortunati e più sfruttati, sempre a vantaggio della ricchezza dei più pochi. Di “mezzi morti” è ormai piena la terra, mentre i “vivi” miliardari studiano il modo di diventare sempre più ricchi. Dio non si è soltanto fatto uomo, si è fatto povero ed era il Signore dell’universo. Oggi, chi è così ricco di carità da condividere con i poveri di mezzi, i suoi beni, come ha fatto Lui ?

Ma don Bepo ci insegnava anche che il modo di donare è spesso più importante del dono stesso.

Un favore fatto con malagrazia, un’ elemosina data con fastidio, perdono il loro valore. Non è vero che la forma non conti nulla rispetto al contenuto. Ci sono dei rischi anche nella carità. Ne citava due: il sottile piacere della superiorità, dell’apparire e dell’ipocrisia; e o il limitarsi a “fare“ carità senza “essere” carità. È ciò che capita quando si soccorre chi è lontano, trascurando chi è vicino. E Bruno Maggioni dice che “questo avviene facilmente se la carità diventa organizzazione, ma perde le relazioni, se è efficiente nel rispondere ai bisogni, ma è carente nell’accoglienza”.

Don Bepo ha accolto tutti con il sorriso, incurante spesso dell’organizzazione, ma preoccupato F. Guidotti) delle relazioni. È straordinaria la sintonia tra quello che diceva allora e quel che dicono oggi gli esperti della solidarietà. A conferma, Enzo Bianchi della comunità di Bose, chiama “carità presbite, quella di quanti fanno azioni d’amore lontano, a distanza, e magari in famiglia o nel proprio ambito di vita quotidiana non riescono ad avere gesti d’amore concreto con la moglie, il marito, i figli, il povero nel quale si imbattono”.

Perché se Dio è amore, la carità, prima di essere un dono agli altri, è Dio che si fa dono in chi la vive.

Marzo 2002

PASQUA, Festa di Liberazione

Q

uando mi capita, ed è spesso, di passare dal Patronato, spinto da nostalgici ricordi, ma anche e soprattutto da amicizie perduranti dai miei tempi, o nate a forza dì frequentazioni, incontro ospiti dalle facce nere che fino a quarant’anni fa mi stupivano molto attraversando piazza san Pietro e il colonnato del Bemini. Adesso me le ritrovo qui in abbondanza tra gli stessi muri che allora ospitavano ragazzi dal color di pelle nostrana, si direbbe di pura razza ariana, anzi celtica, per far piacere a Bossi.

E provo rimorso di quando allora li guardavo... con una certa curiosità, ovviamente non come inquilini dello zoo, ma neanche in tutto simili alla gente che ero abituato ad incontrare per le strade di Bergamo. Penso che non fosse neppure una colpa veniale e l’ho creduto da quando ho saputo che anche Papa Giovanni recitava ogni mattina: “...vi ringrazio di avermi creato, fatto cristiano e bergamasco...”; con lui certo non potevo dubitare di essere razzista, ma con certi preti che scrivevano a una rivista del clero perché scandalizzati del fatto che sul presbiterio ormai “imperversavano le donne”come bambine chierichette o lettrici della Parola di Dio e della preghiera dei fedeli, mi dilettavo a beffeggiare o polemizzare con certe forme di misoginia o forse solo di ottusità. Quello sì che era vero razzismo, e per di più, di stampo clericale.

Allora, fresco di letteratura, ricordavo di aver letto nei libri proibiti di Voltaire, quello che lui pensava dell’origine dei neri: non potevano che essere il frutto dell’accoppiamento tra donne e scimmie. Lui che li riteneva per natura “le bestie da lavoro degli uomini” si sarebbe rivoltato nella tomba vedendoli gironzolare senza catene, tranquillamente e con smaglianti sorrisi per le strade di una civilissima città europea come Roma. Si sa poi che Voltaire passò dall’ideologia agli affari e divenne trafficante di uomini, notoriamente specializzato nel commercio negriero, come del resto fu affetto da un autentico “delirio antigiudaico”, ma questo di solito non lo si dice dai simpatizzanti dell‘illuminismo europeo.

Cambiano i tempi, cambiano le culture, anche se in troppi si resta legati a dei pregiudizi cavalcati soprattutto da chi rivendica l’identità razziale, nazionale o regionale e se la prende indiscriminatamente con chi professa l’Islam, chi vi ve il nomadismo o l’animismo, antichi quanto il mondo.

Non è un pretesto questo per parlare della Pasqua, festa degli uomini di ogni continente, perché il Signore che di natura umana era un ebreo, è veramente risorto e, risorgendo, ogni anno dà modo a tutti di celebrare la festa di liberazione. Lui che si è liberato dal sepolcro per l’onnipotenza del Padre, ha liberato il mondo da ogni tipo di barriera nazionalistica o regionale, fisica o spirituale.

Don Bepo queste cose le sapeva troppo bene, faceva riferimento alla crudeltà degli italiani in Abissinia, ma, soprattutto attraversando l’oceano andò a cercare gente di una razza diversa, quella andina, per molti versi rassomigliante a quella nera, ricca interiormente, generosa ed ospitale, anch’essa sfruttata dal mondo occidentale che la impoverì materialmente, ma non riuscì a lederla nella sua fede e dignità.

Non è possibile al Patronato celebrare la Pasqua senza ricordarla come festa di liberazione, come non è possibile essere cristiani e nello stesso tempo essere razzisti.

Cristo ha spezzato ogni catena, ha demolito ogni muro di separazione al sorgere dell’alba di quel giorno dopo il sabato, che ricorda a tutti che Lui è il Salvatore di tutte le anime, ma è anche il Liberatore di tutti i corpi, di tutte le persone che devono vedere in Lui la Salvezza completa di ogni essere umano chiamato a formare quell’unica famiglia, in cui i figli sono diversi di lingua e di colore, ma hanno lo stesso Padre che li ama e li rende fratelli tra di loro, in Lui.