Le Poesie di don Arturo Usubelli
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RIVEDERE TUTTI
Di Te godo già troppo
se al tuo perdono penso
e alla bontà che fascia
le mie membra stanche
di malefatte.
Ma di loro no, non godo:
vorrei riveder tutti
con la fisionomia d'un tempo
ingraziosita dal tuo riflesso,
e chiamarli per nome
chi ormai spesso scordo
ed abbracciarli
in un saluto intenso
da compenetrarci.
Quanti volti amati,
desiderati,
mancati, quando ancor
tante cose avevamo da dirci.
Rivivere
amicizie,
recuperarle dal fondale
dei tempi scorsi veloci.
Riscoprir sembianze
ormai smarrite
nella riserva delle cose estinte
e nel fetor di muffa
degli archivi cerebrali.
Recuperare tutti
e ridere dell'avventura
che il tempo ha regalato
e poi sottratto
con tanta fuggitiva fretta.
In Te li voglio
ritrovar festanti,
ed io con loro
e più di loro,
perché questo è Paradiso.
RICORDI
Sfogliando la
vita
come libro di ricordi
non provo più ribrezzi
per le pagine sporche,
mi divertono gli scarabocchi
della stupidità
mi intristiscono le pagine vuote
sprecate in non so quale attesa
fatta di noia
e di paura.
TRAVE E PAGLIUZZE
È strano, ma
antico
quanto il verbo di un Rabbi.
È strano, ma nuovo,
te ne accorgi ogni giorno.
Ciò che nel tuo occhio
penetra e si fissa,
fosse pure una trave,
poco assai ti disturba,
e non ti infastidisce
quanto lo scorgere
l'occhio altrui
e vederlo lancinato
da pagliuzze le più varie,
una accanto all'altra
facili da estrarsi
molto più di una trave.
Ed è pur vero.
TU ED IO
Come potrei
vivere
senza che Tu mi ami?
Ma, se è vero che Tu mi ami
più di quanto io ami Te,
come potresti vivere Tu
senza che io Ti ami?
Vero è che spesso Tu mi manchi,
ma più spesso, lo so bene,
io manco a Te.
ANCHE COSÌ SI MUORE
Uno per uno,
soli
dietro un paravento
nella penombra della corsia
dentro la città del dolore.
Anche così si muore...
e sempre gli altri.
Uno per uno
accarezzati da una mano amica
tra le pareti sorde agli schiamazzi
delle case accanto.
Anche così si muore...
e sempre gli altri.
Uno per uno
dopo lo schianto
di ferraglie nella notte
e le sirene spiegate in un'inutile corsa.
Anche così si muore...
e sempre gli altri.
A cento a cento
nei disastri della tecnologia
cultrice della fretta e della perfezione
che si... inceppa.
Anche così si muore...
e sempre gli altri.
A migliaia e migliaia
nelle frane e alluvioni
scosse sismiche e tifoni
guerre, lager e rivoluzioni.
Anche così si muore...
e sempre gli altri.
Ed io, perché non io?
Un quesito represso ed angoscioso
che non si sfoga sino a che
non giunge all'orlo
in cui sento: tocca a te!
Non più agli altri,
questa volta tocca a me!
Anche così si muore...
e non sempre gli altri.
Rimarrà
per pochi una lacrima,
per tanti una notizia,
per tutti una statistica.
Ma per Lui:
la corsa alla ricerca del vestito bello,
dell'anello al dito,
dei calzari ai piedi.
Lui aspettava il giorno
del nostro incontro.
Sono arrivato a stenti,
unico, solo, in mezzo a tutti gli altri,
tutti segnati
da una scintilla
unica e diversa.
D'amore
è la scintilla,
tutta per me,
unico e diverso
che,
morendo,
rinasco
in braccio a Lui.
OROLOGIO DA PARETE
Ma con
quest'aggeggio
non si può mai scherzare,
un passo indietro
non lo sa mai fare;
corre inesorabile,
cosa avrà mai da fare?
Il ticchettio del suo
implacabile ritmo
non sento più
col mio udito leso;
ma mi disturba ancora
il cadenzato avanzar
della lancetta,
quasi a trafiggermi.
Lo sfido: chi credi d'esser?
che vuoi tu fare?
Séguita e tace.
Rispondo io:
No, non ti puoi vantare,
sai solo
farmi invecchiare.
DI QUESTO MI VERGOGNO
Donarmi a Lui e mettermi al servizio
d'un regno tutto pace cui mi chiama
per realizzarlo insieme
con mani doloranti e lorde
a contatto delle sue pulite e monde,
e poi sottrarmi all'opera grandiosa...
di questo mi vergogno.
Udir l'assegnazione
d'un seggio tutto onore
per regnare nei secoli
e poi imbrattarmi nelle cose
viscide e puzzanti di un mondo laido
che annega nell'ipocrisia....
di questo mi vergogno.
Unto a mo' di messia
per sublimar la sorte cui mi chiamò
da rendermi partecipe di gloria tutta sua
che pur divide con me,
e fare il gran rifiuto
privandomi dell'esperienza più esaltante...
di questo mi vergogno.
Quando l'incontrerò alla fine, in solitudine
con l'amarezza di ripetuti sbagli,
nulla mi resterà di più della vergogna,
ma avrò certezza che
nel suo sforzo estremo,
mi coprirà con la sua tunica
rossa di sangue e ricca di pietà.
QUANDO BELLEZZA ABBONDA
Nulla mi dona questo tempo uggioso
se non immagino che scorrono veloci
pur sempre prive di rimpianti
Mi han saziato brame di bellezze giovanili
e ancor mi strugge volontà di scoprirne,
ma l'abbondanza è tale
ch'io mi sento sperduto in tanto mare
e non v'è tempo, né voglio possederne.
Sono forme così varie e tante
Che sembran far tappeti costellati
piuttosto che giardini
e nulla m'offrono ch'io possa trattenere:
sono solo da ammirare.
Chi di possederne ancor volesse
è come limitasse un fiore
l'immensità del bello che gli si offre,
spremendo il nettare che illude di pienezza
ciò che è solo infinitesimale
ritaglio di splendore.
Poter volare alto ed abbracciare
con gigantesche mani il tutto!
Ma ora è vero che sostar non vale;
c'è troppo da ammirare,
o è tempo perso - quanto ne ho perso! -
là dove tutto straripava di bellezza,
ed, ebbro, il culmine sembravo aver raggiunto.
Molti coglievano e anch'io
e tutto invita a cogliere ancor oggi,
ma ciò che è colto più nessun trattiene,
impoverendo se, non il giardino
che si rinnova in un fiorire eterno.
NON VI CONOSCO
Non è condanna il vivere
né tragedia il morire
lo penso spesso a quella porta stretta
e al capomensa che ai tanti
o pochi che bussano
potrebbe dir: "non vi conosco.
dei miei non siete, operatori di iniquità".
Non è lo spasimo di quell'atroce
disfacimento che il morir regala
a ogni vivente.
Ma quella voce che può giunger dall'interno:
"Non vi conosco!"
"Ma come? Abbiam cenato insieme
più volte prima che venisse notte.
Insieme abbiam danzato la vita
e cantato l'amore.
Or tu chi sei
di così fragile memoria?"
"Non vi conosco"
"Ma allora
o tu non eri tu
o io non io."
NATALE
E venne Lui
a dissipar le tenebre
fuligginose
di vita mia
e della storia umana
fatta palude
di vermiglio fango
e di acetose lacrime.
Ma non fu subito
l'alba di una
giornata estiva.
Fu solo annuncio
di novità future
tracciate
in un embrione di cielo
chiamato a crescere
nel tempo.
Grande mistero
è il tempo
che accompagna a maturar
germogli e fa morire
ciò che già è maturo, ma
non ha chi lo colga
prima che terra lo riabbracci
e lo riporti in seno.
È il tempo
a dirmi: venne;
ma non lo vidi.
E dalla terra torno
ad implorar che venga.
è sempre troppo tardi,
ma aspetto e... credo.
SOLE D'INVERNO
Cielo invernale
gradevole
di limpidezza
nel gelido clima.
Terso è l'azzurro
che regna
nel cuore
indisturbato.
Dentro
si placano
contese
di forme spettrali.
Tutto è pace
nell'inverno della vita
se il sole torna
a splendere bambino,
se il cielo
stanco di nubi
le spazza ai limiti
dell'infinito.
Piangeranno
pioggia al ritorno
come lagne impegnate
a intristirmi.
Ma ora sa di vittoria
questo sole invernale
e dentro mi fremono
anima e carne.
L'INTRECCIO
Amor mi fece
a suo ritratto,
ma gli scappò
la mano.
Ne venne sgorbio
che all'Amor
poco somiglia
e lo dissacra.
Ma nostalgia
mi freme
di riportarmi
a quel modello.
UNICUIQUE SUUN
A ciascuno il suo
- vecchio motto tradito -.
Ci sono tante varianti
nel far di legge scherno.
A sbranarsi
arrivano in pochi.
Domina l'adattarsi
dei pavidi o virtuosi
il beffardo sorriso
di chi arraffa
e il brivido glaciale
degli ultimi.
È che ciascuno cerca
uno spazio piccolo o grande.
ma non lo trova
se c'è chi tiene il tutto.
E son fratelli.
AL DI LÀ
E tutto sembra risolversi
in un ovetto pasquale
sgargiante di carta argentata
che mi dispiace rompere
anche se so che dentro
troverò la perla,
e aspetto.
Tu pure.
Così è la vita
che ti invaghisce l'occhio
e a cui ti affezioni
come a un Sogno
cullando il desiderio
che si rompa l'incantesimo
c che sia vera
dolce e preziosa
la sorpresa
dell'Eterno nascosto.