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Dio dell'eccedenza

Al  tempo di Gesù i pastori erano soliti condurre il loro gregge in un recinto per la notte. Al mattino, ciascun pastore tornava al recinto, lanciava il suo richiamo e le sue pecore, solo le sue, riconosciuta la voce, lo seguivano. Su questo sfondo familiare, Gesù aggiunge un primo dettaglio tutto suo: egli chiama le sue pecore per nome.

Gesù non mi confonde con nessun'altro. Mi chiama con il mio nudo nome, cioè senza titoli, ruoli, funzione o laurea. Così come sono, per quello che sono.

Secondo particolare: Egli le conduce fuori. Anzi: “le spinge fuori”. Non in un altro recinto magari più grande, ma apre ad un coraggioso viaggio fuori dagli ovili e dai rifugi, dal mio piccolo buco di abitudini, alla sorpresa di pascoli nuovi. Il nostro è pastore di libertà e non di paure, che ha fiducia in ciò che è fuori e oltre; sa che la steppa ha un gomitolo di sentieri, un ventaglio di tratturi, tra i quali rintracciare il tuo. La terza caratteristica del pastore autentico è quella di camminare davanti alle pecore. Non abbiamo un pastore di retroguardie, ma una guida che apre cammini e inventa strade. Un pastore apripista che mi precede su strade nuove. “Io sono la porta”, quindi non un muro chiuso, non uno steccato che divide. Cristo è passaggio, apertura, breccia di luce, luogo attraverso cui vita entra e vita esce. Va e viene, non chiude mai. Toglie le serrature dalle porte, le porte dai cardini perché lo Spirito passi. Cosa significa varcare quella porta? Semplice: diventare porta, come Cristo. Abbiamo una alternativa davanti a noi, nel nostro mondo di oggi: alzare muri o aprire porte. Blindarsi o spalancare. E poi l'ultima parola: Sono venuto perché abbiano la vita e l'abbiano in abbondanza. Per me, una delle frasi più solari di tutto il Vangelo. Anzi, è la frase della mia fede. Non sono venuto a portare quel minimo senza il quale la vita non è vita, ma la vita che rompe gli argini e tracima e feconda; uno spreco che profuma di amore, di libertà e di coraggio. Di accoglienza, gioia, energia. Così è nella Bibbia: manna non per un giorno solo ma per quarant'anni nel deserto, pane per cinquemila persone, pelle di primavera per dieci lebbrosi, pietra rotolata via per Lazzaro, cento fratelli per chi ha lasciato la casa, vaso di nardo prezioso sui piedi del grande Viandante delle nostre vite. Dio non intende rispondere ai tuoi bisogni essenziali, questo lo faranno le istituzioni. Egli è il Dio del centuplo, dei talenti da moltiplicare, del seme che si fa spiga, del perdono settanta volte sette, della festa per il figlio che torna. Unica è la vocazione, per tutti: avere la vita in pienezza.

Credere fa bene! Credete a Tommaso, a Giovanni, a Maddalena, a quanti l'hanno incontrato. Credete all'ultima riga del Vangelo: tutto questo è stato scritto, perché crediate e, credendo, abbiate in voi la vita (Gv 20,31).

P. Ermes Ronchi

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