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Gente che accarezza la vita

Voi siete sale, quello che impedisce alla storia di corrompersi. Siete luce, quella che misura il tempo e che scaccia le paure; gente che ogni giorno accarezza la vita e ne fa emergere il bello. 

Che meraviglia il Vangelo! Voi siete un giacimento di sale, di luce e di sapore. Sale, dono del mare e del sole. Luce, figlia primogenita della creazione, che dona bellezza alle cose, addizione di gusto e di senso. Gesù non è venuto a portare un nuovo sistema di pensiero, il suo è irradiamento di luce, spargimento di sale, contagio di fuoco e di gusto. Ma il sale è anche un simbolo spirituale: Voi, discepoli, come il sale, avete il compito di far emergere dai vostri oceani interiori, che ci minacciano e al contempo ci generano, una forza, un bene, un gusto che sono già lì in voi, che chiedono solo di innalzarsi alla luce. Deve esserci qualcosa di sacro nel sale se lo incontriamo nel mare, nel pane, nei riti dell'ospitalità, nelle lacrime. Voi siete il sale, cioè quello che impedisce alla storia di corrompersi. Siete un'intensificazione del gusto del vivere. Voi siete la luce, cioè quella che misura il tempo, che scaccia le paure. Mi conosco bene, non sono né luce né sale. Eppure il Vangelo mi incalza: Non fermarti alla superficie di te e al ruvido dell'argilla di cui sei fatto; cerca in profondità, verso la cella segreta del cuore, e troverai una lucerna accesa e una manciata di sapore cristallino. Voi siete luce. Gesù lo annuncia alla mia anima bambina, si fida di quella parte di me che sa ancora incantarsi e accendersi.

Se il sale resta chiuso nel suo barattolo non serve a niente, la sua vocazione è disperdersi nel cibo. La luce non illumina se stessa, ma le cose su cui si posa, e non torna indietro alla sua sorgente. Allo stesso modo: «Se mi chiudo nel mio io, pur adorno di tutte le virtù, e non partecipo all'esistenza degli altri, posso essere privo di peccati, e tuttavia vivo in una condizione di peccato» (G. Vannucci). Osserva l'umiltà del sale e della luce. Non attirano l'attenzione su di sé, non si mettono al centro. Non hanno lo scopo di perpetuare se stessi, ma di valorizzare l'altro. E così è la Chiesa: non è un fine, ma un mezzo per rendere migliore la vita delle persone. Osservo la luce: non fa violenza, ma accarezza le cose, le avvolge e con il suo tocco ne fa emergere i colori e la bellezza. I cristiani sono rabdomanti delle stesse cose nelle persone! Fanno emergere il bello e il buono, il dono dell'intelligenza, dei talenti, della fame di giustizia. Fanno come il Signore, che vede nelle sue creature la luce prima del buio, la primavera dentro l'inverno, il santo prima del peccatore, l'invisibile dentro il visibile. 

Così noi, “quelli del Vangelo”, siamo gente che ogni giorno accarezza la vita e ne fa emergere il bello; nei nostri occhi deve splendere la venerazione per ogni vivente. «Ecco io carezzo la vita, perché profuma di te» (Rumî). Accarezzi la vita, e sulle mani ti resta il profumo di Dio.

P. Ermes Ronchi

Beati sapori di vita

Davanti a questo vangelo provo sempre il desiderio del silenzio.

Vangelo stravolgente, che continua a sfuggirmi, un contromano totale rispetto alla logica del mondo. In chiesa ci crediamo, ma appena usciti ci accorgiamo che è il manifesto più stordente che si possa immaginare.

Eppure le beatitudini sono nostre amiche, perché non dettano nuovi comandamenti, ma propongono la bella notizia che se uno si fa carico della felicità di altri, il Padre si prende sulle spalle la sua.

Ci sento dentro un sapore di vita, il segreto per stare bene.

La prima cosa che mi colpisce è: Beati. Dio si allea con la gioia degli uomini, e con una proposta spiazzante srotola otto sentieri che lasciano senza fiato: felici i poveri, gli ostinati a proporsi giustizia, i costruttori di pace, quelli che hanno gli occhi bambini, i disarmati, quelli che sono coraggiosi perché inermi.

Ma il punto di svolta, lo snodo sintattico delle frasi è quel ‘perché’; perché è loro il regno e possederanno la terra, perché vedranno Dio.

I poveri non sono beati perché poveri, ma perché solo guardando il mondo con gli occhi degli ultimi trovi la strada per un futuro buono comune.

Beati i poveri in spirito dice Matteo: beato chi ha scelto per un motivo grande di spezzare il suo pane con gli altri; chi ha scelto, in nome dell’umano, la vita sobria e solidale, perché tutti abbiano il necessario.

Perché solo il pane “nostro” è pane di Dio.

‘Beati’ è la parola che apre l’intero salterio: Beato l’uomo che non resta nella via dei peccatori, che cammina sulla via giusta.

Dio conosce solo uomini in cammino. Beati: non arrendetevi, voi i poveri, i vostri diritti non sono diritti poveri, i diritti dei deboli non sono diritti deboli. Il mondo non appartiene a chi lo rende migliore e non a chi lo compra o lo conquista. I potenti non sono beati semplicemente perché non hanno sentieri divini nel cuore.

Mi azzardo a immaginare gli occhi e le mani di Gesù oggi, la sua voce.

Lui, che era il vento della storia, verso dove ci spingerebbe? Siamo come una barca in rada, con le vele afflosciate, annusiamo il vento. E in queste pagine senti alzarsi il vento dello spirito, senti un richiamo, un grido, un urlo, che giunge a noi, compagni a riva, perché diventiamo soci di sconfinamenti, vivendo il sogno dell’azzardo. Non è ora di tirare i remi in barca.

È ora che si ricominci. Con piccole cose, e molta convinzione.

Dio non è imparziale, la sua logica ha un debole per i deboli, ha scelto ciò che nel mondo è povero e malato per cambiarlo radicalmente, per fare una storia che avanzi non per le vittorie della forza, ma per seminagioni di giustizia, e raccolti di pace.

P. Ermes Ronchi

E' qui. In alto silenzio e con piccole cose.

"Il Regno è qui" significa che l'esito della storia sarà felice nonostante crisi, arsenali nucleari e degrado. Dio è all'opera per seppellire tesori nei campi dei cuori, per seminare perle nel mare, in alto silenzio e con piccole cose.
Due luoghi opposti fanno da fondale a questo Vangelo: il deserto aspro di Macheronte e il lago sereno della verde Galilea. Giovanni è in carcere ma la Parola non è imprigionata, e vola sulle frontiere.
"Gesù andò ad abitare a Cafarnao, presso il mare".
Il lago di Galilea è il suo l'orizzonte geografico preferito, questo orizzonte d'acqua ispira in Lui scelte, parabole, miracoli, riti, parole come nascere dall'acqua e dallo Spirito; metafore: "vi farò pescatori di uomini". L'acqua contiene un intero vocabolario di salvezza.
Gesù andò ad abitare nella Galilea delle genti, terra di frontiera, attraversata da ogni esercito e da tutti i mercanti, ponte naturale verso il mondo. Inizia dalla periferia d'Israele e non da Gerusalemme, perché per una legge sociologica universale il centro conserva e i margini innovano.
E inizia su rive che sanno di vento, di vele spiegate, di partenze.
Come Gesù, il cristiano è di casa nelle terre di frontiera, là dove ci sono improvvisi soffi di Spirito che aprono strade, dove c'è bisogno di innalzare le bandiere della pace. La Chiesa nasce lì, sulla prima luce che spunta, diventando, per tutti, per ogni naufrago, terra di approdo, pontile dove attraccare. Ogni comunità, un porto di terra.
Matteo ci consegna le prime parole di Gesù: Convertitevi. Invito che inaugura un Vangelo di movimento: giratevi verso la luce, perché la luce è già qui. Non un'imposizione, ma un'opportunità per tutti di vivere meglio. Regno di Dio significa che un altro mondo è possibile.
Pensavamo di incontrare Dio come risultato di una lunga marcia, invece è Lui che viene. Gratuitamente. Prima che io faccia qualcosa, prima che io sia buono e degno, io sono già amato, così come sono, per quello che sono.
La realtà non è solo questo che si vede, nel mondo c'è una incandescenza divina che scorre e che prima o poi si accende ed esplode. Un Dio diramato dentro le vene della storia; un Dio che è qui, con le mani impigliate nel folto della mia vita, non per giudicarla ma per farla fiorire in ogni sua forma.
"Il Regno si è fatto vicino". Il Regno è il mondo come Dio lo sogna, sintesi delle speranze e fine delle paure. Il Regno è qui. È qui come lievito dentro la pasta, come primavera dentro i nostri inverni, come polline fecondo dentro il nostro eden appassito. "È qui" significa che l'esito della storia sarà felice nonostante terrorismi e crisi, arsenali nucleari e inquinamento, le guerre e il degrado che ci assedia. E se io lo credo, non è per i segni che riesco a scorgere dentro il groviglio dolente dei nostri giorni, ma perché Dio si è impegnato.
Il Regno è qui. Energia immensa a cui mi abbandono, che è sempre a mia disposizione e a cui posso attingere ad ogni istante.
Il Regno è qui! Vale a dire: Dio è all'opera per seppellire tesori nei campi dei cuori, per seminare perle nel mare, in alto silenzio e con piccole cose.

P. Ermes Ronchi

Il peccato è scegliere la morte

«  Viene uno che era prima di me». Vedo, con gli occhi di Giovanni, il venire infaticato di Dio. Viene verso di me, eternamente incamminato lungo il fiume dei giorni, caricandosi di tutta la lontananza; viene negli occhi dei fratelli, negli uccisi come agnelli, viene lungo quella linea di confine tra bene e male, tra morte e vita, dove ancora si gioca il tuo destino e, in te, il destino del mondo.

«Ecco l'agnello di Dio, colui che toglie il peccato del mondo». Non i peccati, ma il peccato; non toglie i singoli comportamenti malati, ma guarisce – se lo accogli – la radice del cuore dove tutto ha origine.

Il peccato del mondo è una parola enorme, in cui risuonano i passi della morte. Il peccato è scegliere la morte: «io ti ho posto davanti la vita e la morte: scegli. Ma scegli la vita!» ( Deut 30,19). È questo il comando originario, fontale, sorgente di tutti i comandi. Legge di Dio è che l'uomo scelga. Dio è un imperativo di libertà. Legge di Dio è che l'uomo viva. Dio è un imperativo di vita. Scegliere la vita è il comandamento che riassume in sé tutti gli altri, l'asse primordiale attorno a cui ruotano gli imperativi divini. Gesù è venuto come datore di vita, come in­cremento d'umano: buono è ciò che costituisce l'uomo in umanità, male ciò che lo distrugge in umanità.

«Ecco l'agnello di Dio» equivale a dire: «Ecco colui che prende su di sé la morte di tutti con la propria morte. Ecco la morte di Dio perché non ci sia più morte». Un abisso dal quale emerge la differenza cristiana: in tutte le religioni gli dèi chiedono sacrifici, Gesù sacrifica se stesso; in tutte le fedi gli dèi pretendono offerte, nel Vangelo Gesù porta in offerta la propria vita.

Nel Vangelo il peccato è presente, e tuttavia è assente; Gesù ne parla solo per dirci: è perdonato, è tolto, o almeno è perdonabile, sempre. Come Lui, il cristiano non annuncia condanne, ma testimonia il volto di Dio capace di dimenticarsi dietro una pecora smarrita, un bambino, un'adultera, capace d'amare fino a morire, fino a risorgere. Il peccato è non conoscere questo Dio, è l'ombra sul suo volto. Gesù è venuto a togliere il velo che celava e oscurava il volto di Dio. Un Dio agnello! Non l'onnipotente, ma l'ultimo nato del gregge; non il giudice supremo, ma il piccolo animale dei sacrifici. Peccare significa non accettare questa tene­rezza e umiltà di Dio.

P. Ermes Ronchi

È Dio la terra promessa dell'uomo

Gesù ricomincia dal Giordano, quasi portasse a compimento un esodo: l'esodo di Dio, il lungo viaggio di Dio in cerca della sua terra promessa che è l'uomo: terra arida e dura, terra di spine eppure promessa.

Il Battesimo è fatto di acqua, di voce, di Spirito. L'acqua del fiume è come un solco di vita arato dentro il deserto arido, perenne frontiera alla terra promessa. Gesù si immerge nel fiume per me, non per sé; entra nell'acqua, dove l'uomo nasce ma non può vivere, dove Giovanni fa rinascere con la conversione, come una promessa di vita nuova: «con me vivrai solo inizi, uscirai dal deserto, entrerai nella buona terra». La terra promessa dell'uomo, la sua patria è Dio.

Gesù uscì dall'acqua, lo Spirito scese come colomba, e venne una voce. In un solo versetto, come in una miniatura, il Vangelo delinea la Trinità: un Padre che è voce, un Figlio che è volto, uno Spirito che è legame.

La voce del Padre parla due sole volte nel Vangelo, al Battesimo e alla Trasfi­gurazione, unisce il fiume d'acqua e il monte di luce, rivelando la sua identità e la missione di Cristo e dell'uomo.

«Figlio» è la prima parola. E subito Dio si offre come Padre, come disarmato a­more: Egli non è mai tanto se stesso come quando, amoroso, dà vita: «non cercatemi là dove sono, ma dove amo e sono amato» ( Jacques Maritain). Figlio: termine carico di pathos, vertice del desiderio: di tutte le piste che puoi percorrere sulla terra, la più importante è quella che conduce all'essere umano.

«Amato» è la seconda parola, sigillo della nostra identità. Il mio nome è «amato per sempre». «Sappiano, Padre, che li hai amati come hai amato me». Dio ama me come ha amato Gesù, con quella intensità, con la medesima emozione, con l'identica speranza. E con in più tutte le delusioni di cui io sono causa; io, amore e dolore di Dio. «Mio compiacimento» è la terza parola. Termine bellissimo che dice gioia, esultanza, offre l'immagine di un Dio che trova felicità. Ma quale gioia può venire al Padre, quale emozione gli può regalare questa canna sempre sul punto di rompersi, questo stoppino dalla fiamma smorta che io sono? Solo un amore immotivato spiega queste parole. Il cielo si è aperto su Cristo, si apre su noi, così come si aprono le braccia all'amico, all'amato, al povero, sotto l'urgenza dell'amore di Dio, sotto l'impazienza di Adamo, sotto l'assedio dei poveri, e nes­suno lo richiuderà più.

P. Ermes Ronchi

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