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Tutti i Santi - Angeli travestiti d'arcobaleno

A Cafarnao, sulla collina, per la prima volta i poveri odono risuonare parole in favore degli ultimi.

Gesù è il nuovo Mosè sul monte, ma con una differenza sostanziale: fa passare dall’etica del dovere a ubbidire solo alla felicità, perché le beatitudini non sono un altro elenco di comandamenti, sono la bella notizia che la gioia è amica di Dio.

La genialità di Gesù consiste nel fatto che non le fonda su di un divieto. Non mette paletti, lui apre territori nuovi che sprizzano umanità. Ci assicura che la strada verso Dio non è lastricata di proibizioni, ma di doni e profezie.

Gesù ha diviso ogni beatitudine in due parti: la prima mette a fuoco una categoria che diresti perdente: poveri, miti, bastonati…; la seconda racconta di un dono, offerto dalla mano di Dio.

Scandiscono due tempi: il primo è al presente: ‘quelli che piangono’, il secondo al futuro: ‘saranno consolati’. Il presente è la nostra cronaca, il futuro è dono. Ma il punto di svolta è nel ‘perché’, nel motivo: perché di essi è il Regno, perché avranno la terra, perché vedranno Dio.

Beati i poveri perché poveri? No. Ma perché non è immobile la loro storia: l’opera di Dio li raggiunge. Beati perché è arrivato Uno che si è fatto povero con loro, e così il mondo inizia a cambiare. E poi sono arrivati anche i suoi discepoli a camminare con i poveri, che sono come passeri nel nido delle Sue mani.

C’è da tremare, a pensare al contrario delle beatitudini: beati i ricchi, beati quelli che fanno piangere, beati i violenti, gli sporchi, i cattivi. Da tremare, a pensare che mondo terribile ne uscirebbe. Le beatitudini allora non sono le vie per entrare più facilmente in paradiso, ma il segreto per stare bene qui, l’alternativa per un mondo migliore.

Beato… e pensiamo subito ai sinonimi: felice, gioioso, fortunato. Ma il termine è molto di più. Lo trovi nella prima parola del primo salmo, gli fa eco la prima parola del primo discorso di Gesù, passa attraverso i profeti, raggiunge e si annoda con un altro filo del meraviglioso arazzo biblico: ‘alzati!’, esortazione che riecheggia cento e cento volte, come un filo rosso che attraversa tutti i libri: “Beato” è l’uomo che si alza e va (Salmo 1,1).

Beato vuol dire: in piedi, avanti, alzatevi, voi poveri; in piedi voi miti; avanti, Dio cammina con voi! In piedi voi che siete a terra. Sono le parole della speranza, che è la testarda idea che la fede è un cantiere di vita bella e gioiosa.

Ascolto Gesù e capisco che i silenziosi legislatori del mondo sono uomini e donne teneri e limpidi. Sono loro i tessitori segreti del meglio, costruttori di pace che sussurrano ordini al futuro, piccoli miglioratori del mondo.

Le beatitudini sono le ferite della vita trasformate in fessure, in crepe, attraverso le quali filtra un arcobaleno insperato. Sono arcobaleni, sono angeli travestiti. Angeli senza ali, ma che annunciano: Dio regala gioia a chi produce amore. Un vangelo strabico, verrebbe da dire: un occhio in alto, uno in basso, testa nel cielo e piedi per terra. Ma solo così è vangelo.

 

Il cristiano ama al modo di Gesù

Amerai con tutto... con tutto... con tutto... Per tre volte Gesù ripete l’appello alla totalità, all’impossibile. Perché l’uomo ama, ma solo Dio ama con tutto il cuore, lui che è l’amore stesso. Ripete due comandi antichi e noti, ma aggiunge: il secondo è simile al primo. Amerai il prossimo è simile ad amerai Dio. Il prossimo è simile a Dio, ha corpo, voce, cuore «simili» a Dio. Questo è lo scandalo, la rivoluzione portata dal Vangelo.

Ama Dio con tutto il cuore. Eppure, resta ancora del cuore per amare il marito, la moglie, il figlio, l’amico, il prossimo e perfino il nemico. Dio non ruba il cuore, lo moltiplica. Non è sottrazione ma addizione d’amore.

La novità del cristianesimo non è il comando di amare Dio: amano il loro Dio molti uomini, lo fanno i mistici di tutte le religioni. Neppure quello di amare il prossimo come te stesso è proprio del cristianesimo, presente com’è nel primo Testamento.

La novità del cristianesimo non è l’amore, bensì l’amore come quello di Cristo. Gli uomini amano, il cristiano ama al modo di Gesù. L’amore è Lui: quando lava i piedi ai discepoli, quando piange per l’amico morto, quando esulta per il nardo profumato di Maria, quando si rivolge al traditore chiamandolo amico, e prega per chi lo uccide, e neppure il suo sangue tiene per sé, e ricomincia dai più perduti, e intende cancellare il concetto stesso di nemico. Amatevi come io vi ho amato. Non quanto, ma come; non la quantità ma lo stile. O rischiamo di esserne schiacciati. Impossibile amare quanto lui, ma possibile seguirne le orme, coglierne il sapore, il lievito, il sale e immetterlo nei giorni: come ho fatto io, così anche voi. Amerai. Tutto il nostro futuro è in un verbo, presentato però non come una ingiunzione, un secco imperativo, ma coniugato al futuro, perché amare è azione mai conclusa, perché durerà quanto durerà il tempo. Perché è un progetto, anzi l’unico. E dentro c’è la pazienza di Dio. Un futuro che traccia strade e indica una speranza possibile. Non un obbligo, ma una necessità per vivere, come respirare. Amare, voce del verbo vivere, voce del verbo morire. Cosa devo fare domani, Signore, per essere vivo? Tu amerai. Cosa farò l’anno che verrà, e poi dopo, per il mio futuro? Tu amerai. E l’umanità, il suo destino, la sua Storia? Solo questo: l’uomo amerà. Amare vuol dire non morire. Va’ e anche tu fa’ lo stesso. E troverai la vita.

P. Ermes Ronchi

Prima l'uomo

Vengono da Gesù e gli pongono una di quelle domande taglienti che fanno impennare l'audience e dividono gli spettatori: È lecito o no pagare le tasse a Roma? Tu, rabbi, legittimi gli invasori o stai con la tua gente?
Con qualsiasi risposta, Gesù rischiava la vita. O per mano dei Romani, come ribelle, o per il pugnale degli Zeloti, come collaborazionista. Gesù non ci sta. Lui, che tra i suoi aveva preso uno della guerriglia anti-romana, Simone lo Zelota, e uno, Levi, che riscuoteva le tasse per l'impero (come riuscisse a farli convivere resta un mistero!). Ma è la grande utopia del Vangelo: eliminare il concetto stesso di nemico.
Gesù non risponde alla domanda se sia lecito o no, non gli interessa quell'approccio piccolo a un problema grande: mostratemi la moneta del tributo!
Siamo nell'area sacra del tempio, dove era proibito introdurre figure umane, anche se coniate sulle monete. Per questo all'ingresso stazionavano i cambiavalute. I farisei, rigorosi a parole, nei fatti sono pronti a tutti i compromessi,
Gesù risponde con due cambi di prospettiva. Il primo: sostituisce il verbo pagare con il verbo restituire: Rendete, restituite, date indietro a Cesare, ciò che è suo. Un imperativo sociale forte, che coinvolge ben più di qualche moneta e dà forma all'intera vita: ridate indietro, a Cesare e a Dio, alla società e agli altri, perché niente è davvero vostro. Dal momento che inizio a esistere, vivo per le cure di qualcuno. Sono debitore verso i miei genitori, la scuola, la sanità, verso chi mi garantisce sicurezza e affetto. Sono debitore nei confronti di arte, scienza, tecnica. Tutto il fiato che ho respirato dal primo giorno della mia vita è dono del lavoro di miliardi di foglie e fili d'erba. Vivo per restituire amore a chi con l'amore mi ha fatto e mi fa vivere. Sono, nei confronti della vita, un debitore. E sono un debitore grato. Se avessimo tra le mani quella moneta romana balzerebbe agli occhi il secondo cambio di paradigma di Gesù. Sulla moneta è impresso il profilo dell'imperatore Tiberio con l'iscrizione: Al divino Tiberio, figlio di Augusto. Sottinteso: "appartiene a, è proprietà di". Il proprietario di quell'oro è l'imperatore. Gesù scinde di netto l'unità delle due parole ‘divino Tiberio': Tiberio non è divino, non è Dio. Restituite a Dio quello che è suo: di Dio è la terra e quanto contiene, di Dio è l'uomo, di poco inferiore a un Dio (Salmo 8). Quell'uomo che è anche poco più che un alito, un'ombra che passa (Salmo 144): ma tu Cesare non lo spegnerai! A Cesare le cose, a Dio la persona. Gesù ripete: Tu non appartieni a nessun potere. Resta libero da tutti, da ogni tentazione di lasciarti asservire. E ad ogni potere umano il Vangelo ricorda: Non appropriarti dell'uomo! Non violarlo, non umiliarlo: è cosa di Dio. Ogni creatura è prodigio che ha il Creatore nel sangue, e nel respiro.

P. Ermes Ronchi

Alla festa del re senza l’abito nuziale

Tre immagini riassumono la parabola di oggi: la prima è quella di una sala vuota, preparata per una festa cui nessuno partecipa. In principio il dono; in principio un Dio inascoltato e ignorato che sogna una reggia piena di volti felici e di canti. Neanche Dio può restare solo. Il suo è come un esodo perenne in cerca dell’uomo, primo di tutti gli esodi da ogni solitudine. In principio un Dio che ha bisogno di dare per essere Dio, che dall’eternità celebra il rito dell’amicizia: «Andate per le strade e quelli che troverete, buoni e cattivi, chiamateli». Disposto perfino a stare in compagnia di gente non all’altezza, inadatta, sbagliata o cattiva. E noi ci aspettavamo che accanto a Dio potessero sedere solo i buoni, i senza peccato, i puri, i meritevoli. Ma Dio non si merita, si accoglie! «E la sala si riempì di commensali». Il paradiso non è pieno di santi, ma di peccatori perdonati, di gente come noi. La seconda immagine è quella delle strade. Se il dono non è accolto e le case si chiudono, il Signore apre strade lungo le siepi. Sono le strade percorse dai servi, ma prima ancora dagli invitati che se ne vanno al proprio campo e ai propri affari. La strada è il simbolo della libertà delle scelte: alcuni le percorrono verso la festa, altri verso i campi e gli affari.

In queste poche parole è nascosto il motivo del rifiuto: gli invitati sono troppo impegnati per avere il tempo di vivere, seguono una logica mercantile e contabile, estranea alla gratuità del tempo e del dono. Così siamo noi: pronti a dare a Dio qualcosa in cambio di qualcosa (preghiere in cambio di aiuto) ma non a dare e ricevere gratuitamente amicizia. Non ad amare riamati.

La terza immagine è quella dell’abito nuziale. L’uomo che non l’ha indossato non è peggiore degli altri, buoni e cattivi si confondono nella sala stracolma. Ma lui non si confonde con gli altri: isolato, separato, solo, non può godere la festa perché non porta il suo contributo di bellezza. Forse quell’uomo non ha creduto al re: non è possibile che un re inviti a palazzo straccioni e vagabondi. Ha la mentalità di quelli che hanno rifiutato, è lì come se fosse altrove. È il dramma dell’uomo che si è sbagliato su Dio, che non immagina un Regno fatto di festa, convivialità, godimento. Cos’è l’abito nuziale? È Cristo: «rivestitevi di Cristo», passare la vita a vestirci e rivestirci di Cristo, dei suoi gesti e dei suoi doni.

P. Ermes Ronchi

Nella nostra vigna la vendemmia avviene ogni giorno

Vigna d’uva selvatica in Isaia, vendemmia di sangue nel Vangelo di Matteo: è la domenica delle delusioni di Dio. Io sono così, vigna e delusione di Dio.

Isaia e Matteo raccontano la cura appassionata di chi ha piantato la vigna, l’ha cinta come un abbraccio, vi ha scavato un tino, eretto una torre, e poi l’ha affidata alle cure d’altri: e inizia la storia perenne di un amore e di un tradimento. Da un lato la nobiltà d’animo del padrone, dall’altro la brutalità violenta e stupida dei vignaioli. Eppure il tradimento dell’uomo non è in grado di fermare il piano di Dio: la vigna darà frutto e Dio non sprecherà la sua eternità in vendette.

Nelle vigne è stagione di frutti. In noi invece la vendemmia avviene ogni giorno, viene con le persone che cercano pane, Vangelo, giustizia, un po’ di coraggio e una breccia di luce. Cosa trovano in noi? Vino buono o uva acerba? Tutti cadiamo nell’errore dei vignaioli: l’atteggiamento sterile di calcolare e prendere ciò che la vigna (che è lo Stato, la Chiesa, il gruppo, la famiglia, la comunità), gli altri ci possono dare. Anziché preoccuparci di ciò che noi possiamo donare, far nascere e maturare. Ci arroghiamo il ruolo di vendemmiatori, anziché quello di servitori della vita. Anzi, il mio ruolo più vero è quello di una piccola vite, di un tralcio innestato su Cristo, chiamato a dare frutto, senza contare, per la fame e la gioia d’altri.

Il sapore profondo di questo frutto è espresso da Isaia: «aspettavo giustizia, attendevo rettitudine, non più grida di oppressi, non più sangue». Il frutto che Dio attende è una storia che non generi più oppressi, sangue, ingiustizia e volti umiliati.

«Cosa farà il padrone della vigna, dopo l’uccisione del Figlio?». La soluzione proposta dai Giudei è logica: una vendetta esemplare, nuovi vignaioli, nuovi tributi. La loro idea di giustizia è riportare le cose un passo indietro, ritornare a prima del delitto, mantenendo intatto il ciclo immutabile del dare e dell’avere.

Ma Gesù non è d’accordo e introduce la novità propria del Vangelo. Il sogno di Dio non è il tributo pagato, ma una vigna che non maturi più grappoli rossi di sangue e amari di lacrime, ma grappoli gonfi di sole e di luce. Per questo è venuto Cristo, vite e vino di festa. Su di lui mi fondo, in lui mi innesto, di lui mi disseto, di lui godo. Cresco di lui, che riempie di vita le strade del mondo, di vino buono le giare di Cana.

 P. Ermes Ronchi

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