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Il Vangelo mette a confronto due magisteri: quello degli scribi, teologi e giuristi importanti, e quello di una vedova povera e sola; ci porta alla scuola di una donna senza più difese e la fa maestra di vita.
Gli scribi sono identificati per tre comportamenti: per come appaiono (passeggiano in lunghe vesti) per la ricerca dei primi posti nella vita sociale, per l'avidità con cui acquisiscono beni: divorano le case delle vedove, insaziabili e spietati. Tre azioni descritte con i verbi che Gesù rifiuta: apparire, salire e comandare, avere. Sintomi di una malattia devastante, inguaribile, quella del narcisismo. Sono di fatto gli inconvertibili: Narciso è più lontano da Dio di Caino.
Gesù contrappone un Vangelo di verbi alternativi: essere, discendere, servire e donare. Lo fa portandoci in un luogo che è quanto di più estraneo al suo messaggio si possa immaginare: in faccia al tesoro del tempio; e lì, seduto come un maestro, osserva come la gente getta denaro nel tesoro: "come" non "quanto". Le bilance di Dio non sono quantitative, ma qualitative.
I ricchi gettavano molte monete, Ma, venuta una vedova povera, vi gettò due monetine. Due spiccioli, un niente, ma pieno di cuore. Gesù se n'è accorto, unico; chiama a sé i discepoli, li convoca, erano con la testa altrove, e offre la sua lettura spiazzante e liberante: questa vedova ha gettato nel tesoro più di tutti gli altri.
Gesù non bada alla quantità di denaro. Anzi afferma che l'evidenza della quantità è solo illusione. Conta quanto peso di vita c'è dentro, quanto cuore, quanto di lacrime, di speranza, di fede è dentro due spiccioli.
L'uomo per star bene deve dare. È la legge della vita, siamo progettati così. Questa capacità di dare, e dare come un povero non come un ricco, ha in sé qualcosa di divino! Tutto ciò che è fatto con tutto il cuore ci avvicina all'assoluto di Dio.
Il verbo salvifico che Gesù propone in contrapposizione al "divorare" degli scribi, è "gettare", ripetuto sette volte nel brano, un dare generoso e senza ritorno.
Lo sa bene la vedova, l'emblema della mancanza. La sua mano getta, dona con gesto largo, sicuro, generoso, convinto, anche se ciò che ha da donare è pochissimo. Ma non è la quantità che conta, conta sempre il cuore, conta l'investimento di vita. La fede della vedova è viva e la fa vivere. Non le dà privilegi né le riempie la borsa, ma le allarga il cuore e le dà la gioia di sentirsi figlia di Dio, così sicura dell'amore del Padre da donare tutto il poco che ha.
Questa donna, che convive col vuoto e ne conosce l'angoscia, è fiduciosa come gli uccelli del cielo, come i gigli del campo. E il Vangelo torna a trasmettere il suo respiro di liberazione.

padre Ermes Ronchi

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350 Km circa sono la distanza tra Sesto Fiorentino e Selvino, dove Don Mario ha trascorso gli ultimi due anni, dopo quasi 38 vissuti nel quartiere di Quinto Basso.

Questo primo distacco ci ha preparati a quello definitivo – su questa terra – di venerdì 19 ottobre, quando ci ha lasciati. Eravamo preparati perché, regolarmente informati da Don Giacomo, conoscevamo le sue condizioni di salute e anche perché ci siamo abituati a saperlo lontano e rassegnati a non vederlo più tra noi. Ma come sempre accade, la morte di una persona cara coglie di sorpresa soprattutto per il dolore che provoca, anche se credi di essere preparato, e senti il bisogno di mostrare riconoscenza a lei e a Dio che te l’ha fatta incontrare. Così, lunedì 22 ottobre, un pullman di fedeli, guidati da Padre Lazzaro e Padre Agnello, è partito per partecipare al funerale a Selvino. Anche Don Felix e Don Carlo Nardi si sono uniti a noi. Durante il viaggio abbiamo ricordato e condiviso tanti momenti importanti per la Comunità di Santa Croce a Quinto, per la quale Don Mario, negli anni che lo hanno visto tra noi, ha dato tutto sé stesso, come uomo e come prete. Tante sono le tracce che ha lasciato, dalla Chiesa edificio alla Comunità di pietre vive che ha forgiato con il suo insegnamento ed esempio. Durante la Messa del funerale, al quale erano presenti anche Don Renato, Don Carlo Cappi e Don Lorenzo, che hanno collaborato con don Mario alla guida della nostra parrocchia per diversi anni, hanno parlato Don Luigi Usubelli, il nipote, e il Vicerettore del Paradiso, a cui Don Mario apparteneva, cogliendo con commozione e calore i tratti che ne hanno caratterizzato l’operare. Come hanno detto Don Mario era convinto che per essere bravi preti, prima si dovesse essere Uomini. Lui lo è stato e ha fatto tanto per educare a diventarlo chiunque gli si avvicinasse. E’ stato un grande educatore, un sacerdote santo, un vero ponte tra il cielo e la terra sul quale hanno camminato tante persone, condotte da lui a Dio. Ringraziamo il Signore che lo ha messo sulla nostra strada e che attraverso di lui ci ha fatto conoscere la coerenza della fede incrollabile, la speranza cristiana e la carità fraterna, oltre che un padre ed un amico. Per noi il cammino su questa terra continua illuminato dalle virtù cristiane che tu, caro Don Mario, ci hai insegnato. A te, come dice San Paolo, non servono più. Ora sei nella Luce, tu sei nella Carità di Dio.

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Iniziamo il nostro incontro invocando insieme: Risveglia, Signore, il nostro cuore troppo spesso assopito e torna a farci innamorare. Allora, con rinnovato stupore, ci ritroveremo capaci di teneri affetti, di relazioni intense e passioni profonde. Allora abbandonati isolamenti e chiusure, si riaccenderanno di gioia le nostre giornate.

 

Prima di accostarci alla Parola di Dio accogliamoci a vicenda ascoltando il pensiero e l’esperienza di ciascuno.

 

Succede nella vita di innamorarsi non una sola volta: innamorarsi non è un incidente ma un evento umanissimo che ci obbliga a uscire da noi stessi a leggersi fragili a essere responsabili delle scelte fatte.

Si ha sempre bisogno di amare e ricevere amore. Enzo Bianchi, Tweet 19/12/2017

 

Al suo apice, l’esperienza dell’innamoramento è esaltante. Ci addormentiamo pensando a lui/lei. Quando ci svegliamo lui (o lei) è il nostro primo pensiero. [...] Desideriamo ardentemente stare insieme a lui (lei). Trascorrere tempo insieme è come trovarsi nell’anticamera del Paradiso. Quando ci teniamo per mano, sembra che il sangue di entrambi scorra insieme. La persona innamorata si illude che l’amato/a sia perfetto/a.

Prima del matrimonio sogniamo una beatitudine coniugale: “ci renderemo estremamente felici l’un l’altra. Altre coppie forse discutono e litigano, ma noi no. Noi ci amiamo”. [...] Siamo stati portati a credere che, se siamo innamorati, il nostro sentimento durerà per sempre. Proveremo sempre le meravigliose sensazioni che percepiamo in questo momento. Nulla potrà frapporsi tra noi. Nulla sarà più forte del nostro amore reciproco. Siamo innamorati e rapiti dalla bellezza e dal fascino della personalità dell’altro. Il nostro amore è la cosa più meravigliosa che abbiamo mai provato. [...] L’euforia dell’’’innamoramento’’ ci dà l’illusione di vivere una esperienza di intimità. Sentiamo di appartenere l’uno altra. Crediamo di poter risolvere ogni problema. Ci sentiamo altruisti nei confronti dell’altro. Un giovane uomo si espresse così riferendosi alla sua fidanzata: “Non posso immaginare di fare qualcosa che possa ferirla. Il mio unico desiderio è renderla felice. Farei qualunque cosa per renderla felice”. L’innamoramento ci dà l’illusione di aver sradicato i nostri atteggiamenti egocentrici, di essere diventati una specie di Madre Teresa di Calcutta, desiderosi di fare qualsiasi cosa per il bene del nostro amato. Nutriamo pensieri così generosi perché crediamo sinceramente che il nostro amato provi gli stessi sentimenti nei nostri confronti. Crediamo che sia desideroso di soddisferà le nostre necessità, che ci ami quanto lo amiamo e che non farebbe mai nulla per ferirci.

Questo pensiero è sempre irreale. Non siamo insinceri in ciò che pensiamo e proviamo, ma non siamo realisti.

Gary Chapman, I 5 linguaggi dell’amore, LDC 2002, pp. 19-22

 

Siamo invitati ad ascoltare la poesia del poeta uruguaiano Mario Benedetti che papa Francesco ha citato nella sua enciclica sulla Letizia dell’Amore:

Le tue mani sono la mia carezza

i miei accordi quotidiani

ti amo perché le tue mani

lavorano per la giustizia.

Se ti amo è perché sei

il mio amore complice e tutto

e per la strada fianco a fianco

siamo molto più di due.

I tuoi occhi mi danno speranza

contro le brutte giornate

ti amo perché il tuo sguardo

guarda e semina futuro.

La tua bocca è tua e mia

la tua bocca non si sbaglia

ti amo perché la tua bocca

sa gridare ribellione.

E per il tuo volto sincero

e il tuo passo vagabondo

e il tuo pianto a causa del mondo

perché sei popolo ti amo.

E perché amore non è aureola

né candido moralismo

e perché siamo coppia

e sappiamo che non siamo soli.

Ti voglio nel mio paradiso

vuol dire che nel mio paese

la gente possa vivere felice

anche se non ne ha il permesso.

Se ti amo è perché sei

il mio amore la mia complice e tutto

e per la strada fianco a fianco

siamo molto più di due.

Felice Tenero-Dario Vaona-Maria Soave Buscemi, Curando, Fondazione CUM 2016, pp. 26-27

 

A differenza dei grandi uomini del Medioevo, oggi noi, gente delle cose di Dio, non sappiamo più comprendere e trattare le passioni, abbiamo dimenticato la «gaia scienza». I monaci poeti possedevano una vera teologia della passione amorosa, mentre noi ci accontentiamo di un’etica degli affetti, di una serie di prescrizioni. È urgente che la Chiesa riprenda a trattare i temi vitali dell’uomo, come il grande dono dell’eros, una spiritualità che parli al cuore, il posto del corpo, l’aldilà, il rapporto con la natura e il cosmo, facendone una teologia, riconoscendoli come luogo teologico, e non riducendoli solo a una morale. […] La vita avanza per passioni, non per ingiunzioni. E la passione nasce da una bellezza. Acquisire fede è acquisire bellezza del vivere: è bello amare, sposarsi, generare, godere della luce e degli abbracci, gustare l’umile piacere di esistere; è bello attendere e stare con l’amico, perché tutto va verso un senso luminoso e positivo, nella finitezza e nell’infinito. La vita non è etica, ma estetica. Nel suo senso letterale, estetico significa sensibile; il suo contrario non è il brutto, ma – letteralmente – anestetico, l’insensibile, l’immobile.

Ogni vivente ha una vita affettiva, parte alta e forte della sua identità, necessaria per essere felice. Possiamo negarla ma non eliminarla. La dimensione degli affetti, fondamentale per l’equilibrio della persona, necessaria per vivere (se non amiamo, non viviamo: 1Gv 3,14), e per vivere con gioia, è un autentico luogo teologico. [...]

Ogni vivente nasce come persona appassionata, e quel malinteso spirito religioso che ci spinge a negare le nostre passioni inaridisce le sorgenti della vita e rende molti cristiani dei predicatori di morte.

Bisogna non tanto soffocare, ma convertire le passioni; non raggelare, ma liberare i desideri per desiderare Dio. Soltanto chi ama la vita è sensibile al richiamo del Vangelo: «Sono venuto perché abbiano la vita e l’abbiano in abbondanza» (Gv 10,10).

  • Ami la vita?

  • Sì amo la vita.

  • Allora hai fatto metà del cammino. (Dostoevskij, I fratelli Karamazov)

La santità non consiste in una passione spenta, ma in una passione convertita.

O non è presente dove è assente il cuore. E non ci interessa un divino che non faccia fiorire l’umano.

Ermes Ronchi, I baci non dati, Paoline 2017, pp. 12-14

Alcune domande per approfondire l’analisi della realtà

  1. Oltre ad essere una potente molla per l’innamoramento, quanta importanza hanno lo stupore per la bellezza dell’altro e l’attrazione reciproca nella successiva vita di una coppia? È possibile mantenerli vivi nell’arco di una lunga vita insieme?

  2. L’educazione che abbiamo ricevuto ci è stata di aiuto o di ostacolo per vivere con gioia e responsabilità l’esperienza dell’innamoramento e la vita affettiva?

  3. Siamo capaci di atteggiamenti affettuosi e di tenerezza nelle nostre relazioni interpersonali?

  4. Nell’esperienza di fede, ci è accaduto di provare nei confronti del Signore una attrazione e una passione analoghe a quelle che caratterizzano l’esperienza amorosa?

 

Luci dalla Parola - Illuminiamo adesso la nostra riflessione con la luce che proviene dalla Parola di Dio.

 

Invochiamo lo Spirito - O Divino Spirito, Spirito di bellezza, di amore e di gioia. Dopo la Risurrezione di Gesù sei disceso sulla piccola Chiesa riunita nel cenacolo e hai riempito tutti di luce e di gioia. Da quel momento, aprendo le porte, i discepoli hanno potuto manifestare a tutti le meraviglie che avevi operato in loro e al tempo stesso hai aperto il loro cuore e i loro occhi, per contemplare le meraviglie che fin dall’ inizio della creazione operi nel mondo, in ciascuna persona, nella vita e nelle culture dei popoli. Apri in questo momento la nostra mente e il nostro cuore affinché la tua luce ci trasformi e ci faccia testimoni e annunciatori della tua Parola. Te lo chiediamo per Cristo nostro Signore. Amen

Leggiamo il testo: Ct 1,2-2-7

1,1Cantico dei Cantici, di Salomone.
2Mi baci con i baci della sua bocca!

Sì, migliore del vino è il tuo amore.

3Inebrianti sono i tuoi profumi per la fragranza,

aroma che si spande è il tuo nome:

per questo le ragazze di te si innamorano.

4Trascinami con te, corriamo!

M'introduca il re nelle sue stanze:

gioiremo e ci rallegreremo di te,

ricorderemo il tuo amore più del vino.

A ragione di te ci si innamora!

5Bruna sono ma bella,

o figlie di Gerusalemme,

come le tende di Kedar,

come le cortine di Salomone.

6Non state a guardare se sono bruna,

perché il sole mi ha abbronzato.

I figli di mia madre si sono sdegnati con me:

mi hanno messo a guardia delle vigne;

la mia vigna, la mia, non l'ho custodita.

7Dimmi, o amore dell'anima mia,

dove vai a pascolare le greggi,

dove le fai riposare al meriggio,

perché io non debba vagare

dietro le greggi dei tuoi compagni?

8Se non lo sai tu, bellissima tra le donne,

segui le orme del gregge

e pascola le tue caprette

presso gli accampamenti dei pastori.

9Alla puledra del cocchio del faraone

io ti assomiglio, amica mia.

10Belle sono le tue guance fra gli orecchini,

il tuo collo tra i fili di perle.

11Faremo per te orecchini d'oro,

con grani d'argento.

12Mentre il re è sul suo divano,

il mio nardo effonde il suo profumo.

13L'amato mio è per me un sacchetto di mirra,

passa la notte tra i miei seni.

14L'amato mio è per me un grappolo di cipro

nelle vigne di Engàddi.

15Quanto sei bella, amata mia, quanto sei bella!

Gli occhi tuoi sono colombe.

16Come sei bello, amato mio, quanto grazioso!

Erba verde è il nostro letto,

17di cedro sono le travi della nostra casa,

di cipresso il nostro soffitto.

2,1Io sono un narciso della pianura di Saron,
un giglio delle valli.
2Come un giglio fra i rovi,

così l'amica mia tra le ragazze.

3Come un melo tra gli alberi del bosco,

così l'amato mio tra i giovani.

Alla sua ombra desiderata mi siedo,

è dolce il suo frutto al mio palato.

4Mi ha introdotto nella cella del vino

e il suo vessillo su di me è amore.

5Sostenetemi con focacce d'uva passa,

rinfrancatemi con mele,

perché io sono malata d'amore.

6La sua sinistra è sotto il mio capo

e la sua destra mi abbraccia.

7Io vi scongiuro, figlie di Gerusalemme,

per le gazzelle o per le cerve dei campi:

non destate, non scuotete dal sonno l'amore,

finché non lo desideri.

Riflettiamo insieme sul testo

  1. Quali sensi entrano in gioco nella relazione d’amore descritta nel testo?

  2. Quale significato deve essere attribuito alla vigna?

  3. Quanti paragoni vengono utilizzati dai due amanti nel descriversi reciprocamente?

La voce del Magistero

Dio stesso ha creato la sessualità, che è un regalo meraviglioso per le sue creature. Quando la si coltiva e si evita che manchi di controllo, è per impedire che si verifichi «l’impoverimento di un valore autentico». San Giovanni Paolo II ha respinto l’idea che l’insegnamento della Chiesa porti a «una negazione del valore del sesso umano» o che semplicemente lo tolleri «per la necessità stessa della procreazione». Il bisogno sessuale degli sposi non è oggetto di disprezzo e «non si tratta in alcun modo di mettere in questione quel bisogno».

A coloro che temono che con l’educazione delle passioni e della sessualità si pregiudichi la spontaneità dell’amore sessuato, san Giovanni Paolo II rispondeva che l’essere umano è «chiamato alla piena e matura spontaneità dei rapporti», che «è il graduale frutto del discernimento degli impulsi del proprio cuore». È qualcosa che si conquista, dal momento che ogni essere umano «deve con perseveranza e coerenza imparare che cosa è il significato del corpo». La sessualità non è una risorsa per gratificare o intrattenere, dal momento che è un linguaggio interpersonale dove l’altro è preso sul serio, con il suo sacro e inviolabile valore. In tal modo «il cuore umano diviene partecipe, per così dire, di un’altra spontaneità». In questo contesto, l’erotismo appare come manifestazione specificamente umana della sessualità. In esso si può ritrovare «il significato sponsale del corpo e l’autentica dignità del dono». Nelle sue catechesi sulla teologia del corpo umano, san Giovanni Paolo II ha insegnato che la corporeità sessuata «è non soltanto sorgente di fecondità e di procreazione», ma possiede «la capacità di esprimere l’amore: quell’amore appunto nel quale l’uomo-persona diventa dono». L’erotismo più sano, sebbene sia unito a una ricerca di piacere, presuppone lo stupore, e perciò può umanizzare gli impulsi. Pertanto, in nessun modo possiamo intendere la dimensione erotica dell’amore come un male permesso o come un peso da sopportare per il bene della famiglia, bensì come dono di Dio che abbellisce l’incontro tra gli sposi. Trattandosi di una passione sublimata dall’amore che ammira la dignità dell’altro, diventa una «piena e limpidissima affermazione d’amore» che ci mostra di quali meraviglie è capace il cuore umano, e così per un momento «si percepisce che l’esistenza umana è stata un successo» Papa Francesco, Amoris laetitia, 150-152

Preghiamo

Santa Maria, donna innamorata,

roveto inestinguibile di amore,

noi dobbiamo chiederti perdono

per aver fatto un torto alla tua umanità.

Ti abbiamo ritenuta capace

solo di fiamme che si alzano verso il cielo,

ma poi, forse per paura

di contaminarti con le cose della terra..

ti abbiamo esclusa dall’esperienza

delle piccole scintille di quaggiù,

Tu, invece, rogo di carità per il Creatore,

ci sei maestra anche di come si amano le creature.

Aiutaci, perciò, a ricomporre

le assurde dissociazioni con cui,

in tema di amore, portiamo avanti contabilità separate:

una per il cielo (troppo povera in verità),

e l’altra per la terra

(ricca di voci, ma anemica di contenuti).

Facci capire che l’amore è sempre santo,

perché le sue vampe

partono dall’unico incendio di Dio.

Facci comprendere anche

che, con lo stesso fuoco,

oltre che accendere lampade di gioia,

abbiamo la triste possibilità di fare terra bruciata

delle cose più belle della vita.

 

don Tonino Bello

Per portare la Parola nella vita

Cerchiamo di riportare nella nostra quotidianità i frutti scaturiti dalla riflessione di questo incontro. Alcuni suggerimenti:

  1. Organizziamo in parrocchia una festa per i giovani innamorati della comunità, per renderli consapevoli che l’esperienza che stanno vivendo ha valore per tutti noi.

  2. Le coppie del gruppo potrebbero sostare per raccontarsi ciò che hanno provato durante il periodo dell’innamoramento.

  3. Chiediamo ai nostri anziani di raccontarci la loro esperienza.

 

Introduciamo il prossimo incontro: Ct 2,8-17 ___________________________________

 

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Giovanni, non un apostolo qualunque ma il preferito, il più vicino, il più intuitivo, chiede per sé e per suo fratello i primi posti. E l'intero gruppo dei dieci immediatamente si ribella, unanime nella gelosia.
È come se finora Gesù avesse parlato a vuoto: «Non sapete quello che chiedete!». Non sapete quali argini abbattete con questa fame di primeggiare, non capite la forza oscura che nasce da queste ubriacature di potere, che povero cuore ne esce.
Ed ecco le parole con cui Gesù spalanca la differenza cristiana: «tra voi non sia così». I grandi della terra dominano sugli altri... Tra voi non è così!
Credono di governare con la forza... non così tra voi! Chi vuole diventare grande tra voi. Una volontà di grandezza è innata nell'uomo: il non accontentarsi, il "morso del più", il cuore inquieto. Gesù non condanna tutto questo, non vuole nel suo regno uomini e donne incompiuti e sbiaditi, ma pienamente fioriti, regali, nobili, fieri, liberi.
La santità non è una passione spenta, ma una passione convertita: chi vuole essere grande sia servitore. Si converta da "primo" a "servo". Cosa per niente facile, perché temiamo che il servizio sia nemico della felicità, che esiga un capitale di coraggio di cui siamo privi, che sia il nome difficile, troppo difficile, dell'amore. Eppure il termine servo è la più sorprendente di tutte le autodefinizioni di Gesù: «Non sono venuto per farmi servire, ma per essere servo». Parole che ci consegnano una vertigine: servo allora è un nome di Dio; Dio è mio servitore!
Vanno a pezzi le vecchie idee su Dio e sull'uomo: Dio non è il Padrone dell'universo, il Signore dei signori, il Re dei re: è il Servo di tutti! Non tiene il mondo ai suoi piedi, è inginocchiato lui ai piedi delle sue creature; non ha troni, ma cinge un asciugamano. Come sarebbe l'umanità se ognuno avesse verso l'altro la premura umile e fattiva di Dio? Se ognuno si inchinasse non davanti al potente ma all'ultimo? Noi non abbiamo ancora pensato abbastanza a cosa significhi avere un Dio nostro servitore. Il padrone fa paura, il servo no. Cristo ci libera dalla paura delle paure: quella di Dio. Il padrone giudica e punisce, il servo non lo farà mai; non spezza la canna incrinata ma la fascia come fosse un cuore ferito. Non finisce di spegnere lo stoppino dalla fiamma smorta, ma lo lavora finché ne sgorghi di nuovo il fuoco. Dio non pretende che siamo già luminosi, opera in noi e con noi perché lo diventiamo.
Se Dio è nostro servitore, chi sarà nostro padrone? Il cristiano non ha nessun padrone, eppure è il servitore di ogni frammento di vita. E questo non come riserva di viltà, ma come prodigio di coraggio, quello di Dio in noi, di Dio tutto in tutti..

padre Ermes Ronchi

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Un tale corre incontro al Signore. Corre, con un gesto bello, pieno di slancio e desiderio. Ha grandi domande e grandi attese. Vuole sapere se è vita o no la sua. E alla fine se ne andrà spento e deluso. Triste, perché ha un sogno ma non il coraggio di trasformarlo in realtà. Che cosa ha cambiato tutto? Le parole di Gesù: Vendi quello che hai, dallo ai poveri, e poi vieni. I veri beni, il vero tesoro non sono le cose ma le persone. Per arrivarci, il percorso passa per i comandamenti, che sono i guardiani, gli angeli custodi della vita: non uccidere, non tradire, non rubare. Ma tutto questo l'ho sempre fatto. Eppure non mi basta. Che cosa mi manca ancora? Il ricco vive la beatitudine degli insoddisfatti, cui manca sempre qualcosa, e per questo possono diventare cercatori di tesori. Allora Gesù guardandolo, lo amò. Lo ama per quell'eppure, per quella inquietudine che apre futuro e che ci fa creature di domanda e di ricerca.

Una cosa ti manca, va', vendi, dona.... Quell'uomo non ha un nome, è un tale, di cui sappiamo solo che è molto ricco. Il denaro si è mangiato il suo nome, per tutti è semplicemente il giovane ricco. Nel Vangelo altri ricchi hanno incontrato Gesù: Zaccheo, Levi, Lazzaro, Susanna, Giovanna. E hanno un nome perché il denaro non era la loro identità. Che cosa hanno fatto di diverso questi, che Gesù amava, cui si appoggiava con i dodici? Hanno smesso di cercare sicurezza nel denaro e l'hanno impiegato per accrescere la vita attorno a sé. È questo che Gesù intende: tutto ciò che hai dallo ai poveri! Più ancora che la povertà, la condivisione. Più della sobrietà, la solidarietà. Il problema è che Dio ci ha dato le cose per servircene e gli uomini per amarli. E noi abbiamo amato le cose e ci siamo serviti degli uomini...

Quello che Gesù propone non è tanto un uomo spoglio di tutto, quanto un uomo libero e pieno di relazioni. Libero, e con cento legami. Come nella risposta a Pietro: Signore, noi abbiamo lasciato tutto e ti abbiamo seguito, cosa avremo in cambio? Avrai in cambio una vita moltiplicata. Che si riempie di volti: avrai cento fratelli e sorelle e madri e figli...

Seguire Cristo non è un discorso di sacrifici, ma di moltiplicazione: lasciare tutto ma per avere tutto. Il Vangelo chiede la rinuncia, ma solo di ciò che è zavorra che impedisce il volo. Messaggio attualissimo: la scoperta che il vivere semplice e sobrio spalanca possibilità inimmaginabili. Allora capiamo che Dio è gioia, libertà e pienezza, che «il Regno verrà con il fiorire della vita in tutte le sue forme» (Vannucci). Che ogni discepolo può dire: «con gli occhi nel sole/ a ogni alba io so/ che rinunciare per te/ è uguale a fiorire» (Marcolini).

padre Ermes Ronchi

Indirizzo e contatti

Siamo a Sesto Fiorentino (Fi)

  • Via Antonio Gramsci 691
  • +39 055-442753
  • santacroceaquinto[at]gmail.com

Orari S. Messe

 Giorni feriali: 8:30 ~ 17:30

Mercoledì: 9.30 al Cimitero maggiore di Sesto

Sabato e vigilia di festa: 18:00

Domeniche e festivi: 8:00 ~ 10:00 ~ 11:30 ~ 18:00

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