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Guadagnati un fratello

Un fratello è un guadagno, un tesoro per te e per il mondo. Investire in fraternità è l'unica politica economica che produce vera crescita. Dove due o tre sono riuniti nel mio nome io sono con loro. Il suo Nome è giustizia, pace, mitezza, limpido cuore. Il nome di Gesù è: fratello e amico! Nel mio nome vuol dire: quando due persone vivono un legame secondo Vangelo, allora Dio è lì. Quando due si guardano con bontà e verità lì c'è Dio. Quando un uomo e una donna, un genitore e un figlio o due amici si ascoltano con amore vigile, lì c'è Dio. Quando hai fame e sete di giustizia e di pace, per te e per gli altri, lì c'è Dio. Solo allora reale e spirituale coincidono. E se tuo fratello commetterà una colpa contro di te, vai e ammoniscilo. Lo scandalo del perdono è che è la vittima a doversi convertire per prima. «Il perdono è la de-creazione del male» (R. Panikkar), perché rattoppa il tessuto continuamente lacerato delle nostre relazioni.
Ma cosa mi autorizza a intervenire nella vita dell'altro? La ragione è tutta in una parola: Se tuo fratello... Solo se senti l'altro come fratello, se sai la sua speranza e la sua gioia, solo se hai assaggiato l'amaro delle sue lacrime, sei autorizzato a intervenire. Altrimenti sarebbe solo aggressione. Chi ci ama ci sa riprendere, chi non ci ama sa solo ferire o adulare. Dopo aver così interrogato il cuore, tu va' e parla, fai il primo passo, sii tu a riallacciare la relazione. Se ti ascolta, avrai guadagnato tuo fratello.
Verbo stupendo: guadagnare un fratello. C'è gente che guadagna stima o potere o denaro, e poi c'è gente che guadagna fratelli. Il fratello è un guadagno, un tesoro per te e per il mondo. Investire in fraternità è l'unica politica economica che produce vera crescita.
E, alla fine, una frase da capire bene: Se non ascolta neppure i testimoni, quel fratello sia per te come il pagano. Sia un escluso, uno scarto, un rifiuto? No. Con lui farai come Gesù, che siede a tavola con i pubblicani e i peccatori e discute di pane e briciole con la donna pagana; ricomincerai anche tu, con paziente fiducia, ad annunciare la bella notizia della tenerezza di Dio chino su ciascuno dei suoi figli. A Dio che gli chiede dove è Abele, Caino risponde: Sono forse io il custode di mio fratello? La replica è chiara: Sì, tu sei il custode. Neppure Abele è esentato: alla fine Dio chiederà proprio ad Abele e alle vittime: Tu cosa hai fatto di tuo fratello Caino? Ti sei riconciliato? Ti sei preso cura di lui? Allora tutto quello che legherete o scioglierete sulla terra lo sarà anche in cielo. Non si tratta del potere giuridico dell'assoluzione, ma del mandato fondamentale di tessere strutture di riconciliazione. Ciò che avete riunito e riconciliato attorno a voi, tutti i legami buoni che avete creato li ritroverete nel cielo. 

Ciò che avete liberato attorno a voi come energia di vita nuova, di audacia, di sorrisi, non sarà più cancellato, è storia del tempo e dell'eternità. Ciò che libererete avrà libertà per sempre, ciò che unirete sarà in comunione per sempre.

P. Ermes Ronchi

La Croce e il bicchiere

Gesù parla di una causa per cui vivere, per cui morire, qualcosa che valga più della nostra sola vita. Tutto il Vangelo è nella Croce, ma tutto il Vangelo è anche in un bicchiere d'acqua fresca.

Chi ama padre o madre più di me, chi ama figlio o figlia più di me non è degno di me. Parole difficili, che suonano eccessive, che sembrano cozzare contro la forza degli affetti che sono la prima felicità di questa vita.

Ma il comparante delle espressioni di Gesù è nel verbo “amare di più”. Gesù non sottrae amori, ne aggiunge, ci scommette, punta tutto sull'amore. “Amare di più” non equivale ad una competizione di sentimenti, ma ci ricorda che per creare un mondo nuovo, quale lui lo sogna, ci vuole una passione forte almeno quanto quella degli amori familiari, e il risultato ottenuto non è una limitazione ma un potenziamento.

“Colui che non prende la propria croce e non viene dietro a me, non può essere mio discepolo”. Gesù sogna forse uno sterminato corteo umano inchiodato a una selva di patiboli? Sarebbe la sofferenza a dare lode a Dio? Immagine perversa. Lui vuole discepoli maturi, liberi, e un po' innamorati, non una corte di seguaci lacrimosi e piagati. Prendere la propria croce non è farsi ammazzare, ma scegliere un progetto forte, lo stesso di Gesù: amare per primo, generosamente, senza calcolare, dissennatamente, divinamente.

Le due condizioni che Gesù pone a chi vuole seguirlo, amare di più e portare la croce, si illuminano a vicenda. Portare la croce significa portare l'amore fino in fondo, fino alla Pasqua, perché chi avrà perduto la sua vita per causa mia, la troverà. Perdere la vita non significa il martirio, ma spenderla come si spende un tesoro: donandola goccia a goccia. Noi possediamo veramente solo ciò che abbiamo perduto per altri.

Gesù parla di una causa per cui vivere, per cui morire, qualcosa che valga più della nostra sola vita. Infatti il vero dramma per la persona umana non è morire, ma non avere niente e nessuno per cui valga la pena mettere in gioco e rischiare la propria vita. E a noi, spaventati dall'idea di avere una causa che valga più di noi stessi, Gesù aggiunge una frase dolcissima: chi avrà dato anche solo un bicchiere d'acqua fresca non perderà il premio. Croce e acqua, il dare tutta la vita e un bicchiere d'acqua, il quasi niente che però contiene un colpo d'ala del maestro di Nazaret: fresca! Acqua fresca dev'essere! Vale a dire l'acqua migliore che hai, acqua affettuosa, bella, con dentro l'eco del cuore. Anzi il Vangelo non parla neppure di acqua, scrive letteralmente ‘un bicchiere di fresco', un sorso di frescura da dare: una telefonata a chi è nel dolore, cedere il posto a chi fa più fatica, un sorriso al primo sconosciuto del mattino, un caffè sospeso... Dare: verbo di mani limpide e allegre come acqua fresca.

La Croce e il bicchiere. Tutto il Vangelo è nella Croce, ma tutto il Vangelo è anche in un bicchiere d'acqua fresca. Qualcosa che tutti possono offrire. Tutti.

P. Ermes Ronchi

Quella tenerezza del Padre che incoraggia la speranza

Voi valete più di molti passeri! La tenerezza di un Dio che si prende cura dei passeri, che tiene conto delle mie cose più fragili ed effimere: mi conta i capelli in capo. Sono un passero che ha il nido nelle mani di Dio, eppure ho paura, perché i passeri continuano a cadere a terra, continuano a morire bambini a migliaia, venduti per poco più di due denari. Lui lo sa e ripete per tre volte: Non temete, non abbiate paura, non abbiate timore. Neppure un passero cade a terra senza che Dio lo voglia. Ma allora è Dio che spezza il volo? È Lui che vuole la morte? No. La parola greca (aneu) è tradotta in modo errato, essa non evoca il volere di Dio, ma significa « senza Dio, lontano da Dio, senza che lui ne sia coinvolto». Nulla accade nell'assenza di Dio; invece molte, troppe cose accadono contro il volere del Padre. 

E allora il dramma non è solo nostro, esso è anche di Dio (Turoldo). Che è presente, partecipa, si china su di me, intreccia la sua speranza con la mia, il suo respiro con il mio, la sua parola con la mia, Dio non si colloca tra salute e malattia, ma tra disperazione e fiducia. Suo paese non sono le cellule dell'organismo, ma le fibre della paura, dove si annida quella che i salmi chiamano la bestia del canneto. Dio sta nel riflesso più profondo delle lacrime, per moltiplicare il coraggio. Non uccide gli uccisori di corpi, dice che qualcosa vale più del corpo. Non placa le tempeste, dona energia per continuare a remare dentro qualsiasi tempesta. E noi proseguiamo nella vita per il miracolo di una speranza che non si arrende, di cuori che non disarmano. 

Verranno notti e reti di cacciatori, verrà anche la morte, ma: nulla ci potrà separare dall'amore di Dio, né spada, né morte, né angeli, né demoni (Rom 8,39). Sì, è vero i passeri e i capelli contati hanno da attraversare la morte. Ma nulla andrà perduto. Gesù mi insegna a proclamare il diritto a che mi sia restituito fino all'ultimo capello di quel corpo che ha sofferto e testimoniato che la vita appartiene solo a Dio. Temete piuttosto chi ha il potere di far morire l'anima. L'anima può morire! Mortali sono la superficialità, l'indifferenza, l'ipocrisia, quando disanimi gli altri attorno a te, togli anima e coraggio e innocenza, deridi gli ideali e gli innamorati. È il disamore che fa morire. Di un peccatore si può fare un santo, ma di coloro che non sono niente, né cristiani, né pagani, né appassionati né freddi, né santi né peccatori, di loro, le anime morte, che cosa ne faremo? (Peguy).

P. Ermes Ronchi

E resta il grano

Al  l'occhio che vede il peccato è chiesto di vedere il dolore. La compassione conduce oltre gli steccati dell'etica, così come l'intercessione, che è sempre per tutti.
Gesù, vedendo le folle ne sentì compassione. Tutto ciò che segue è generato dalla compassione per il molto dolore. Perché quando afferma: "la messe è molta" non si riferisce al numero delle persone, allo sterminato accampamento degli uomini dove ha piantato la sua tenda, ma vede germinare nel mondo un raccolto di dolore, una messe di stanchezze e di paure. Gesù chiama i Dodici e affida loro un compito che descrive con sei verbi: predicate, è il primo, e poi guarite, risuscitate, sanate, liberate e donate. C'è il lavoro della predicazione, ma legato al ministero della pietà, in un rapporto sbilanciato di uno a cinque.
E ci saremmo aspettati un'altra risposta al dolore, un soccorso più immediato, più efficiente: "Perché il Signore non ci soccorre con la sua onnipotenza? Perché soccorre la fragilità dell'uomo attraverso l'impotenza di altri uomini?". Ed è lo stile di Dio che tante volte abbiamo accusato di omissione di soccorso. Dio interviene per i suoi figli ma attraverso i suoi figli.
"Pregate il Signore della messe perché mandi operai nella sua messe". E noi che interpretiamo queste parole come un invito a pregare per le vocazioni sacerdotali, scopriamo invece, che l'operaio nella messe sono io: Manda me, Signore, con mani che sappiano sorreggere e accarezzare, fasciare il cuore e trasmettere forza. Sarà questo il mio modo di dire come Dio è vicino.
E vedo farsi strada la sua inguaribile speranza, la sua fiducia invincibile nell'uomo, lo sguardo positivo del Creatore sopra il mio pessimismo. Noi diciamo: "La Chiesa è una azienda in perdita, la messe è poca o scadente, le chiese si svuotano". Lui, invece, vede altro. Vede molto grano che matura, vede che il seme è buono, come il terreno, come la stagione, vede la storia che ascende positiva verso un'estate ricca di frutti.
Dio guarda e il suo sguardo vede che ogni cuore è una zolla di terra adatta a dare vita adesso ai suoi semi divini, li vede crescere come il grano che matura dolcemente e tenacemente nel sole. La compassione spezza lo schema buoni/cattivi ("il Padre guida il sole sui campi dei cattivi e dei buoni").
All'occhio che vede il peccato è chiesto di vedere il dolore. La compassione conduce oltre gli steccati dell'etica, così come l'intercessione, che è sempre per tutti.
La preghiera, la compassione e la carità non distinguono tra chi è meritevole e chi non lo è. E se questa ci sembra una distinzione religiosa, ebbene non è così; essa è figlia di un cuore ancora fariseo, non del cuore di Dio.
Il Vangelo si chiude con una espressione importante: Gratuitamente avete ricevuto, gratuitamente date. E sarai beato perché c'è più gioia nel dare che nel ricevere. La tua vita salpa quando sei generoso di te, a immagine di Dio. Perché l'amore è più vero dei suoi frutti, la pietà, più necessaria dei suoi stessi risultati.

P. Ermes Ronchi

Nella fragilità di Dio il segreto della vita

Un  a parola scorre sotto tutte le parole di Gesù, come una corrente sotterranea, una nervatura delle pagine: «vita». Che hai a che fare con me, o carne e sangue di Cristo? La risposta è una pretesa perfino eccessiva, perfino sconcertante: io faccio vivere! Incalzante certezza da parte di Gesù di possedere qualcosa che inverte il corso della vita, orientandola non più alla morte ma all'eternità.

La sorpresa è che Gesù non dice: «Prendete di me la mia sapienza». Non dice: «Bevete la mia innocenza, mangiate la santità, la divinità, il sublime che è in me, la giustizia assoluta, la potenza illimitata». Dice invece: «Prendete la fragilità, la debolezza, la precarietà, il dolore, l'intensità di questa mia vita». Il mio Dio è così, conosce i sentimenti, sa la paura e il desiderio, ha pianto, ha gridato i suoi perché al cielo, è stato rifiutato dalla terra. Per questa sua fragilità è il Dio per l'uomo, con il suo dolore è il Dio per la vita mia fatta di germogli amari. 

Quasi un Dio minore, ma è solo così che diventa il «mio» Dio. Non si può giungere alla divinità di Cristo se non passando per la sua umanità, carne e sangue, corpo in cui è detto il cuore, mani che impastano polvere e saliva sugli occhi del cieco, lacrime per l'amico, passioni e abbracci, i piedi intrisi di nardo, la casa che si riempie di profumo e di amicizia, e la croce di sangue.

I verbi ripetuti quasi in una incantatoria monotonia – mangiare, bere – sono innanzitutto il linguaggio della liturgia del vivere, di una Eucaristia esistenziale, della comunione totale con Cristo. «Nella comunione il cuore assorbe il Signore e il Signore assorbe il cuore, così i due diventano una cosa sola» (Giovanni Crisostomo). E tu sei fatto vangelo. E se sei fatto vangelo senti la certezza che l'amore è più vero dell'egoismo, la pietà più umana del potere, il dono più divino dell'accumulo. 

Io mangio e bevo il mio Signore, quando assimilo il nocciolo vivo e appassionato della esistenza di Gesù e mi innesto sul suo tronco che è il suo modo di vivere. Chi fa proprio il segreto di Cristo, costui trova il segreto della vita. A questo mi conduce l'Eucaristia domenicale, dove il sublime confina con il quotidiano, l'infinito con il perimetro fragile del pane e del vino, là Dio è vicino a me che temo la solitudine e il dolore. Se solo lo accolgo, trovo il segreto della vita.

P. Ermes Ronchi

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