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È Dio la terra promessa dell'uomo

Gesù ricomincia dal Giordano, quasi portasse a compimento un esodo: l'esodo di Dio, il lungo viaggio di Dio in cerca della sua terra promessa che è l'uomo: terra arida e dura, terra di spine eppure promessa.

Il Battesimo è fatto di acqua, di voce, di Spirito. L'acqua del fiume è come un solco di vita arato dentro il deserto arido, perenne frontiera alla terra promessa. Gesù si immerge nel fiume per me, non per sé; entra nell'acqua, dove l'uomo nasce ma non può vivere, dove Giovanni fa rinascere con la conversione, come una promessa di vita nuova: «con me vivrai solo inizi, uscirai dal deserto, entrerai nella buona terra». La terra promessa dell'uomo, la sua patria è Dio.

Gesù uscì dall'acqua, lo Spirito scese come colomba, e venne una voce. In un solo versetto, come in una miniatura, il Vangelo delinea la Trinità: un Padre che è voce, un Figlio che è volto, uno Spirito che è legame.

La voce del Padre parla due sole volte nel Vangelo, al Battesimo e alla Trasfi­gurazione, unisce il fiume d'acqua e il monte di luce, rivelando la sua identità e la missione di Cristo e dell'uomo.

«Figlio» è la prima parola. E subito Dio si offre come Padre, come disarmato a­more: Egli non è mai tanto se stesso come quando, amoroso, dà vita: «non cercatemi là dove sono, ma dove amo e sono amato» ( Jacques Maritain). Figlio: termine carico di pathos, vertice del desiderio: di tutte le piste che puoi percorrere sulla terra, la più importante è quella che conduce all'essere umano.

«Amato» è la seconda parola, sigillo della nostra identità. Il mio nome è «amato per sempre». «Sappiano, Padre, che li hai amati come hai amato me». Dio ama me come ha amato Gesù, con quella intensità, con la medesima emozione, con l'identica speranza. E con in più tutte le delusioni di cui io sono causa; io, amore e dolore di Dio. «Mio compiacimento» è la terza parola. Termine bellissimo che dice gioia, esultanza, offre l'immagine di un Dio che trova felicità. Ma quale gioia può venire al Padre, quale emozione gli può regalare questa canna sempre sul punto di rompersi, questo stoppino dalla fiamma smorta che io sono? Solo un amore immotivato spiega queste parole. Il cielo si è aperto su Cristo, si apre su noi, così come si aprono le braccia all'amico, all'amato, al povero, sotto l'urgenza dell'amore di Dio, sotto l'impazienza di Adamo, sotto l'assedio dei poveri, e nes­suno lo richiuderà più.

P. Ermes Ronchi

Il 'nostro' Natale arriva adesso

«Ama la vita, prenditene cura, è la tenda del Verbo»

«  In principio era il Verbo, e il Verbo era presso Dio e il Verbo era Dio. Egli era in principio presso Dio: tutto è stato fatto per mezzo di lui, e senza di lui niente è stato fatto di tutto ciò che esiste. In lui era la vita e la vita era la luce degli uomini; la luce splende nelle tenebre, ma le tenebre non l'hanno accolta».

Dopo il Natale di Gesù viene il tempo del nostro natale. Che Giovanni, nel suo brano immenso, spiega così: A quanti l'hanno accolto ha dato il potere di diventare figli di Dio. Sintesi estrema del Vangelo: per questo è venuto, è stato crocifisso ed è risorto, perché gli uomini diventino figli di Dio. Ci troviamo proiettati nel centro incandescente di tutto ciò che è accaduto, di tutto ciò che avverrà. C'è un potere in noi, non una semplice possibilità o un diritto, ma di più, una energia, una forza: diventare figli di Dio. Come si diventa figli? In tutte le Scritture figlio è colui che si comporta come il padre, gli assomiglia, ne perpetua i gesti. Figlio di Dio è colui che assomiglia a Dio nei pensieri, nei sentimenti, nel pane dato, nel perdono mai contato. Diventare figli è una concretissima strada infinita. Una piccola parola di cui è pieno il vangelo, ci spiega con semplicità questo percorso. La parola è l'avverbio come. Una parola che da sola non vive, che rimanda oltre, che domanda un altro: Siate perfetti come il Padre, siate misericordiosi come il Padre, amatevi come io vi ho amato, la tua volontà in terra come in cielo. Come Cristo, come il Padre, come il cielo. Ed è aperto il più grande orizzonte. Non essere mai misura a te stesso, misurati con Dio e con il vangelo. Non ti realizzerai mai se non provi a realizzare Cristo. E tu hai questa infinita possibilità. E Dio che cosa fa? Il Padre genera e comunica vita. Figlio di Dio sei tu quando solleciti negli altri le sorgenti della vita; quando ridesti luce e calore, e generi pace, e sai ridare speranza. Dio è amore; ma come è possibile anche solo assomigliargli? C'è in noi un potere, datoci a Natale, e prima ancora, addirittura "in principio", il Verbo è da sempre, sostanza di tutto il creato, segreto di ogni parola; nulla è stato fatto senza di lui, la luce è nel guscio di argilla, la sua tenda in mezzo a noi. Per la sua incarnazione abbiamo il potere di contenere e custodire la luce, anche nell'argilla, anche nel frammento. Cerchi luce? Ama la vita, prenditene cura, è la tenda del Verbo. Amala, con i suoi turbini e le sue tempeste, e sempre più spesso però con il suo sole e le sue rose. E poi vai a servizio amoroso là dove la vita langue e sembra prossima a spegnersi. Ha fatto risplendere la vita, ma i suoi non l'hanno accolto. Noi non rifiutiamo Dio, ma neppure lo accogliamo. Questo è il dramma. Rimango a mezza strada, perché so che accoglierlo mi impegna a diventare come lui, mi cambia la vita. So che non posso accoglierlo impunemente, senza pagarne il prezzo in moneta di fuoco e di croce. Eppure grazie, Signore, per la vita, per la forza invincibile di diventare figlio, custodita in un guscio d'argilla.

P. Ermes Ronchi

Colui che deve venire

La terza domenica di Avvento riporta sulla scena Giovanni Battista: non più il profeta dalla voce tonante che sulle rive del Giordano invita alla conversione, ma l'uomo debole e titubante, che sembra nutrire dubbi sull'identità del Messia. Imprigionato nella fortezza di Macheronte, ad est del mar Morto, il Battista deve affrontare il tempo della crisi, confrontandosi con una domanda che svela l'inquietudine del suo cuore. Egli avverte il bisogno di fare chiarezza sulla persona di Gesù, perché le opere di cui deve aver sentito parlare contraddicono l'immagine del Messia-giudice tanto atteso da Israele. Pertanto dalla prigione in cui si trova, Giovanni manda i suoi discepoli ad interrogare Gesù: "Sei tu colui che deve venire o dobbiamo aspettare un altro?". La domanda svela l'insicurezza di chi deve ancora convertirsi ed accettare un Messia che non abbia solo il compito di separare i giusti dagli empi, applicando una sentenza di salvezza e di condanna. Anche nel nostro percorso di discepolato il dubbio non va sempre ritenuto un antagonista della fede; anzi può aiutare a purificare la nostra immagine di Dio così da renderla meno vincolata ai nostri bisogni, ma più corrispondente alla verità della rivelazione. 

 

Gesù non dichiara apertamente di essere il Messia; lascia parlare le opere che compie, perché siano esse ad interpellare la libertà del Battista e restituire pace al suo cuore turbato. Giovanni deve ricredersi sull'identità di Gesù Cristo, venuto non per condannare, ma per guarire, per offrire segni di salvezza e di liberazione, per annunciare il Vangelo ai poveri. La sua potenza è nell'azione salvifica che raggiunge un'umanità bisognosa di guarigione nel corpo e nell'anima. Il dialogo tra Gesù e i discepoli del Battista è sigillato da una beatitudine, riservata a quanti non si scandalizzano della sua azione e vivono la fede come atto di affidamento a lui.
Dopo la partenza dei discepoli del Battista, Gesù pone ai presenti una serie di domande al fine di esaltare il ruolo del Precursore, evidenziandone il rigore ascetico, la povertà e la rettitudine morale. Giovanni non ha frequentato i palazzi dei re né i luoghi sacri o di potere; la sua vita non si distingue per eccessi o raffinatezze nel cibo o negli abiti. Non vi è in lui nulla di appariscente nell'aspetto esteriore, ma si impone per il servizio alla verità: non è una canna sbattuta dal vento! Non si può riconoscere in lui opportunismo o compiacimento verso i potenti di turno: per la verità è disposto a sacrificare la sua vita. Ha il coraggio di resistere ai calcoli dei potenti; è un uomo libero, pur restando in prigione.

 

Eppure nonostante una simile grandezza d'animo, che Gesù riconosce al Battista, il più piccolo nel regno dei cieli è più grande di lui! L'avvento del regno dei cieli, ovvero l'incarnazione di Gesù, inaugura un tempo nuovo, segnato dalla grazia e dalla misericordia. L'annuncio è rivolto ai "piccoli", coloro che non confidano in se stessi, ma stabiliscono con il Maestro una relazione di dipendenza fiduciosa e amorevole. Ai piccoli appartiene il regno dei cieli e Gesù stesso ama identificarsi con loro. Anche il Battista deve compiere questo salto di qualità: rimettere in discussione la sua idea di Dio e del Messia, liberarsi da una consolidata posizione riguardo alla giustizia punitiva di Dio ed accogliere il dono della salvezza, come uno dei tanti discepoli che si riconoscono "piccoli" agli occhi di Dio. Nel presentare la sua persona, sant'Agostino esalta l'umiltà del Precursore, il quale non ha mai voluto approfittare del favore che godeva presso le folle al punto tale da sostituirsi a Cristo; egli ha riconosciuto il proprio ruolo di messaggero. Egli è una lampada che arde per preparare l'avvento della luce piena: "Giovanni precedette il Cristo come un umile servo obbediente senza mettersi al di sopra di lui. Egli confessò d'essere solo una lampada accesa da lui e perciò si rifugiò ai suoi piedi per paura che, innalzandosi, venisse spenta dal vento della superbia. Egli non voleva la grandezza attribuitagli dalle parole degli uomini, perché aveva compreso che cosa era il Verbo di Dio" (disc. 66, 1).

Padre Pasquale Cormio

Convertitevi, ossia osate la vita

Due Profeti, uno dalla sabbia del deserto, uno dalle acque di Galilea. Giovanni il Battezzatore, nell'arsura del deserto di Giuda, predica: convertitevi, perché il regno è vicino. Gesù, sulle rive del lago di Cafarnao, fa rimbalzare l'identico annuncio: convertitevi perché il regno è vicino. Tutti i profeti hanno gli occhi fissi nel sogno dal nome regno dei cieli, che è un mondo intessuto di rapporti buoni e felici. Ne percepiscono il respiro: è possibile, è ormai iniziato. Dio è vicino, è qui, prima buona notizia: il grande Pellegrino ha camminato, ha consumato distanze e ora è vicinissimo a te. Convertitevi, ossia osate la vita, mettetela in cammino, e non per eseguire un comando, ma per una bellezza dietro cui perdere il cuore. Ciò che converte il freddo in calore non è un ordine dall'alto, ma la vicinanza del fuoco, una lampada che si accende, un raggio, una stella, uno sguardo. Convertitevi! Giratevi verso la luce, che è bella e cambia il modo di vedere gli uomini e le cose.

Se guardo con attenzione, io vedo che il mondo è più vicino al regno di Dio oggi di ieri: è cresciuta la libertà di essere se stessi, l'autenticità nelle relazioni, è cresciuta la solidarietà verso i deboli, verso i disabili c'è stata una autentica rivoluzione, sono cresciuti l'istruzione, la scienza e il rispetto per il creato e la vita. Anche altro è cresciuto: tra il buon grano radici di guerre e inganni, solitudine e disgregazione dei legami, idolatria del denaro, della forza e dell'apparire, insofferenza verso chi chiede aiuto. Zizzania e buon grano. Ma io credo nella buona notizia di Isaia, di Giovanni, di Gesù. Perché il cristiano non è ottimista, ha speranza. L'ottimista tra due ipotesi sceglie quella positiva. Io scelgo il Regno, lo faccio per un atto di speranza: perché Dio si è impegnato con noi in questa nostra storia, con un intreccio così scandaloso da arrivare fino alla morte di croce. Chiniamoci con attenzione e lo vedremo, nell'intimo di ciascuno, nell'umiltà dei giorni e dei segni: egli viene. Perché viene? Perché prima ancora che un mio problema, la salvezza è un desiderio di Dio. Con le immagini potenti della scure e del fuoco, il vangelo racconta che Dio raggiunge e tocca quella misteriosa radice del vivere che ci mantiene diritti come alberi forti, che ci permette di intravvedere germogli anche sulle macerie. Dio viene dentro la passione d'amore, dentro la fedeltà al dovere, dentro il coraggio di sperare, la generosità di rimanere accanto, nella gioia della libertà raggiunta, quando accetto la sproporzione tra ciò che mi è promesso e ciò che stringo fra le mani, e tuttavia faccio avanzare di un passo, di un millimetro, di un niente, la bontà del mondo.

padre Ermes Ronchi

Tempo di attese e profeti

 

Tenetevi pronti perché viene! È un fatto: viene. Pronti non per proteggersi da un ladro, ma per non mancare l'appuntamento con un Dio viaggiatore. Attenti alle sue orme nella polvere, al sussurro nel vento, a chi bussa alla porta: sono io la meta del suo viaggio.
Tempo d'Avvento, tempo di strade, di profeti, di madri in attesa. Tempo per vivere con attenzione, perché questo mondo è una realtà germinante e porta un altro mondo nel grembo.
Avvento annuncia che Dio presiede ad ogni nascita, che interviene nella storia non con le gesta dei potenti ma con il miracolo umile e strepitoso della vita, con la danza di un grembo, in cui lievita il pane di un uomo nuovo. Dio è colui che invece di porre la scure alla radice dell'albero, inventa cure per ogni germoglio, per ogni "hinnon" (Salmo 72,17), simbolo di Dio stesso.
Avvento non è attendere la nascita di Gesù, lui è già nato, ma attendere che Dio nasca in me, affinché io possa nascere in Dio. Desiderarlo, come i "desiderantes", quei soldati romani che, riferisce Giulio Cesare, attendevano sotto le stelle i compagni non ancora rientrati all'accampamento, dopo la battaglia.
Desiderio è attesa del Dio che viene nel tempo delle stelle, in silenzio, a rendere più breve la notte; ladro che non ruba niente e dona tutto, sempre straniero in un mondo e un cuore distratti. Al tempo di Noè gli uomini mangiavano e bevevano, e "non si accorsero di nulla", non si accorsero che quel mondo era finito. Non facevano nulla di male, la loro era la vita semplice, un semplicemente vivere e rispondere alla comune domanda di felicità. Infatti Gesù non denuncia ingiustizie, cattiverie o vizi; descrive una esistenza fatta solo di quotidiano, senza rivelazione e senza profezia. I giorni di Noè sono i nostri, quando dimentichiamo di alzare lo sguardo, oltre e in alto, e ci accontentiamo di grandi bocconi di terra. Due uomini saranno nel campo, due donne macineranno alla mola, uno sarà preso e uno lasciato: il Vangelo non parla della fine della vita, ma della profondità della vita. Non dell'angelo della morte, ma di due modi diversi di abitare la vita. Uno vive in modo adulto, uno infantile. Uno ponendosi domande, aprendo le finestre ai grandi venti della storia; uno invece muore lentamente, affondando nella propria superficialità. Uno vive sull'orlo dell'infinito, uno dentro il perimetro breve della sua pelle.
Il primo è pronto all'incontro con il Signore; l'altro non si accorge di nulla.
Tenetevi pronti perché viene! E' un fatto: viene. Pronti allora non per proteggersi da un ladro, ma per non mancare l'appuntamento con un Dio viaggiatore infaticato dei secoli e dei giorni, viaggiatore del cuore profondo. Dio cammina a piedi (Gandhi) e non sui carri dei vincitori; nella polvere delle nostre strade e non per sentieri dorati.
Avvento è il tempo per riprendere a vivere con attenzione: attenti al Signore e ai suoi richiami nell'intimo, nel gemito e nel giubilo della storia e del creato. Attenti alle sue orme nella polvere, al sussurro nel vento, a chi bussa alla porta: sono io la meta del suo viaggio.

padre Ermes Ronchi

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