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Negli invisibili l'eterno

C'era una volta un ricco... e un povero alla sua porta: inizio da favola antica. Il ricco è senza nome, il povero ha il nome dell'amico di Gesù, Lazzaro. Uno è vestito di piaghe, l'altro di porpora. Uno è sul tetto del mondo, l'altro è in fondo alla scala. I due protagonisti si incrociano ma non si incontrano, tra loro c'è un abisso.

È questo il mondo sognato da Dio per i suoi figli? Un Dio che non è mai nominato nella parabola, eppure è lì. Non abita i riflessi della porpora ma le piaghe di un povero; non c'è posto per lui dentro il palazzo. Forse il ricco è perfino un devoto, osserva i dieci comandamenti, e prega: “o Dio tendi l'orecchio alla mia supplica”, mentre è sordo al lamento del povero. Lo scavalca ogni giorno come si fa con una pozzanghera.

Di fermarsi, di toccarlo neppure l'idea: il povero Lazzaro è invisibile, nient'altro che un'ombra fra i cani. Attenzione agli invisibili attorno a noi, vi si rifugia l'Eterno.

“Tra noi e voi è posto un grande abisso”, in terra come in cielo, dice Abramo. Il ricco poteva colmare il baratro che lo separava dal povero, e invece l'ha ratificato e reso eterno.

Che cosa scava grandi fossati tra noi, o innalza muri e ci separa?

Il ricco non ha fatto del male al povero, non lo ha aggredito o scacciato. Fa qualcosa di peggio: non lo fa esistere, lo riduce a un rifiuto, uno scarto, un nulla. Semplicemente Lazzaro non c'era, invisibile ai suoi pensieri. E lo uccideva ogni volta che lo scavalcava. 

Nessuno ha il diritto di ridurre a nulla l'altro. Il sangue del male, la linfa oscura è l'indifferenza, il lasciare intatto l'abisso fra le persone. Invece «il primo miracolo è accorgersi che l'altro esiste» (S. Weil), e provare a colmare l'abisso di ingiustizia che ci separa. Nella seconda parte della parabola la scena si sposta dal tempo all'eternità. Morì il povero e fu portato nel seno di Abramo, morì il ricco e fu sepolto negli inferi.

L'eternità inizia quaggiù, sarà la lenta maturazione delle nostre scelte senza cuore. Mente l'inferno è, in fondo, la dichiarazione che è possibile fallire la vita.

Perché il ricco è condannato? Per la ricchezza, i bei vestiti, la buona tavola? No, Dio non è moralista; a Dio stanno a cuore i suoi figli. Il peccato del ricco è l'abisso con Lazzaro, neppure un gesto, una briciola, una parola. Tre verbi sono assenti nella storia del ricco: vedere, fermarsi, toccare. Mancano, e tra le persone si scavano abissi, si innalzano muri.

Questo è il comportamento che san Giovanni chiama, senza giri di parole, omicidio: chi non ama è omicida (1 Gv 3,15). Ma “figlio” è chiamato anche lui, nonostante l'inferno, anche lui figlio per sempre di un Abramo dalla dolcezza di madre: “Padre, una goccia d'acqua! Una parola sola per i miei cinque fratelli!” E invece no, perché non è la morte che converte, ma la vita. «Se stai pregando e un povero ha bisogno di te, lascia la preghiera e vai da lui. Il Dio che trovi è più sicuro del Dio che lasci (san Vincenzo de Paoli)».

padre Ermes Ronchi

Quel piccolo passo buono

Una parabola dal finale spiazzante, come piaceva a Gesù: il truffato che loda il suo truffatore. Ma non perché ladro, lo loda perché sorpreso dalla sua capacità di far fronte al problema. Non per la disonestà, ma per il capovolgimento: il denaro messo a servizio dell'amicizia.

È grande questo padrone. E' un vero signore: ci sono famiglie che riceveranno cinquanta inattesi barili d'olio, venti insperate misure di farina, il padrone intuisce la loro gioia, e ne è contento. Ama la felicità dei suoi figli, più della loro fedeltà. Infatti la truffa continua, eppure sta accadendo qualcosa che ne rovescia il significato: l'amministratore trasforma i beni materiali in strumento di amicizia, regala pane, olio - cioè vita- ai debitori. Un primo e piccolo passo buono. Il benessere di solito chiude le case, tira su muri, inserisce allarmi, sbarra porte; ora invece il dono le apre: mi accoglieranno in casa loro.

Quell'uomo scopre la fiducia, si fida, non mi volteranno le spalle, non saranno disonesti, non come me! Scommette sulla bontà delle persone. La vita è fatta di piccoli passi buoni. Che sono sempre possibili. Dio non ci chiede di essere perfetti, ma di avanzare; ci vuole non tanto immacolati quanto incamminati.

Fatevi degli amici. Perfino con la disonesta ricchezza.

Il bene è sempre bene, è comunque bene. L'elemosina anche fatta da un ladro, non cessa di essere elemosina. Il bene non è mai inutile.

Fatevi degli amici! Non c'è comandamento più sereno e più confortante. Fatevi degli amici donando ciò che potete e più di ciò che potete, ciò che è giusto e perfino ciò che non lo è! Non c'è comandamento più umano.

Nessuno può servire due padroni, Dio e la ricchezza, il cui grande potere è quello di renderci atei. Il vero nemico, l'avversario di Dio nella Bibbia, non è il diavolo, non è neppure il peccato. Il vero competitor di Dio è la ricchezza.

La ricchezza è atea. E il ricco si ammala di ateismo. O di idolatria.

La soluzione che Gesù offre è “fatevi degli amici”: saranno loro ad accogliervi, prima e meglio degli angeli. Perché io, amministratore poco onesto, che ho sprecato così tanti doni di Dio, dovrei essere accolto nella casa del cielo? Perché Dio mi giudicherà non guardando me, ma attorno a me: guarderà ai miei debitori perdonati, ai poveri aiutati, agli amici abbracciati. Uno così è un uomo già salvato, perché nelle braccia di chi hai aiutato ci sono le braccia di Dio. E i tuoi amici ti apriranno la porta come se il cielo fosse casa loro, come se le chiavi dell'eternità per te le avessero trovate proprio quelli che tu, per un giorno o una vita, hai reso felici. Chi vince davvero, qui nel gioco della vita e poi nel gioco dell'eternità? Chi ha accumulato relazioni buone e non ricchezze, chi ha fatto di ciò che possedeva un sacramento di comunione.

padre Ermes Ronchi

Sulla carne del cuore

“Dio ha tanto amato il mondo da dare il suo Figlio”. Parole da incidere sulla carne del cuore, ogni volta che un dubbio torna a stendere il suo velo di domande. “Dio ha tanto amato il mondo da dare il suo Figlio”. Parole da ripetere senza stancarsi, da incidere sulla carne del cuore, ogni volta che un dubbio torna a stendere il suo velo di domande. «Amare tanto» è cosa da Dio, ma come lui ‘anche noi abbiamo bisogno di molto amore per vivere bene' (J. Maritain). Quando amo in me si raddoppia la vita, aumenta la forza, sono felice. Ogni mio gesto di cura, di tenerezza, di amicizia porta in me la forza di Dio, spalanca una finestra sull'infinito. Quando ama l'uomo compie gesti divini. Quando ama Dio compie gesti molto umani.

Ha tanto amato il mondo da “dare”: nel vangelo ‘amare' non è una emozione o un fatto sentimentale, ma si traduce sempre con un altro verbo semplice, asciutto, sobrio, di mani: dare! Generosamente, illogicamente, dissennatamente dare. “Dio non ha mandato il Figlio per condannare il mondo, ma perché il mondo sia salvato per mezzo di lui”. Salvare vuol dire conservare e niente andrà perduto: nessun gesto d'amore, nessuna generosa fatica, nessuna dolorosa pazienza. Tutto questo circola attraverso il mondo come una forza di vita ( Ev Ga 279); e Dio donerà eternità a ciò che di più bello portiamo nel cuore. Al Padre non interessa istruire processi contro di noi, neppure per assolverci e mostrarsi misericordioso. La vita del credente non è pensata a misura di tribunale, ma di fioritura e di abbraccio. Ogni volta che temiamo condanne, per le ombre che ci portiamo dietro, siamo pagani, non abbiamo capito nulla della croce. Ogni volta invece che siamo noi a lanciare condanne, ritorniamo pagani, scivoliamo fuori dalla storia di Dio. La fede cristiana si fonda sulla cosa più bella del mondo: un atto d'amore, duplice, quello di Dio che ha ‘tanto amato da dare il Figlio' e quello accaduto appena fuori le mura di Gerusalemme, sul Calvario. 

 In quel corpo straziato, imbruttito dalla tortura, in quel corpo che è l'eco visibile del cuore, che è il riflesso di un amore folle e scandaloso, bello da morirne, lì è la bellezza che salva il mondo, lo splendore di un Cristo che ancora mi seduce. Bella è la persona che ama, bellissimo l'amore fino all'estremo. La norma, la regola, il ‘nomos' della bellezza è sempre l'amore. Questa è l'esaltazione della croce, punto d'incontro tra Dio e il mondo, croce che solleva la terra, abbassa il cielo, raccoglie i quattro orizzonti, è crocevia dei cuori dispersi. Siamo eredi di un cristianesimo che sogna i miracoli e si lamenta con Dio quando non li compie. Guarda il miracolo vero, fissalo: è questo Signore che sta con le braccia allargate. Questo è il miracolo nuovo. Gesù ha fatto miracoli sul mare, sui pesci, sui ciechi, e sui lebbrosi, ma il miracolo nuovo è questo Dio che non fa un miracolo per sé, ma se ne rimane con le braccia aperte. Aperte al Padre e al mondo.

Padre Ermes Ronchi

Sangue, polvere e splendore

La notte comincia con la prima stella, l'amore con il primo sguardo, il mondo nuovo con il primo samaritano buono. Che, senza mai parlare di Dio, lo rivela. Perché Dio non si dimostra, si mostra. Un uomo scendeva da Gerusalemme a Gerico. Una delle storie più belle al mondo, solo dieci righe di sangue, polvere e splendore. Un uomo scendeva, e guai se ci fosse un aggettivo: giudeo o straniero, ricco o povero. E' l'uomo, e tanto basta. Non ne sappiamo il nome, ma sappiamo il suo dolore: ferito, colpito, terrore e sangue, faccia a terra. Oggi il mondo intero scende da Gerusalemme a Gerico. Il primo che passa è un prete che lo scansa e passa oltre. Non passare oltre. Cosa c'è oltre l'uomo? Il nulla. Oltre il sangue di Abele non c'è niente, tantomeno Dio. Il sogno di un mondo nuovo distende le sue ali ai primi tre gesti del samaritano: lo vide, ne ebbe pietà, si fece vicino. Tutti termini di una carica infinita che grondano umanità. Vedere e lasciarsi ferire dalle ferite dell'altro. Fermarsi addosso alla vita che si scioglie nel sangue sulla strada. Toccare: si può toccare solo da vicino, facendosi “prossimo”. La compassione non è un istinto, è una conquista, e il samaritano sceglie di fermarsi, senza neppure sapere chi sia quell'uomo. E poi il racconto si fa rapido. Luca mette in fila altri sette verbi per descrivere un amore senza parole: versò, fasciò, caricò, portò, si prese cura, pagò. Fino al decimo verbo: ripasserò a saldare, se serve. Esagerato. Davvero incapace di calcolo, come Dio. Quell'uomo che scendeva da Geru­salemme a Gerico è fortunato. Perché l'esperien­za di essere amato gra­tuitamente, anche una sola volta nella vita, risana in profondità chi si sente calpestato nell'anima. Chi è il mio prossimo? Aveva chiesto il dottore della legge. Gesù gira la domanda: a chi sei prossimo tu? Il dottore aveva posto all'inizio un'altra questione, immensa: cosa devo fare per essere felice? Come si fa ad essere felici? Domanda conficcata nel cuore di tutti. E Gesù risponde: tu amerai; lo sai già. Tutto il futuro è qui, in un unico imperativo. Allora ama i tuoi samaritani, quelli che ti hanno salvato, rialzato, che hanno sofferto per te. Chi ti ha versato olio e vino sulle ferite, e affetto nel cuore. Non dimenticare mai chi ti ha soccorso e ha pagato per te. Li amerai con gioia, con festa, con gratitudine. E da loro imparerai: “Va' e anche tu fai così”. L'appuntamento con Dio, per tutti, è sempre sulla strada di Gerico. La vera differenza non è tra cristiani, buddisti, musulmani, ma tra chi si ferma accanto all'uomo bastonato a sangue e chi invece tira dritto. La notte comincia con la prima stella, l'amore con il primo sguardo, il mondo nuovo con il primo samaritano buono. Che, senza mai parlare di Dio, lo rivela. Perché Dio non si dimostra, si mostra.

padre Ermes Ronchi

Roccia e nido di Dio

Tutti i credenti possono essere roccia e chiave del nido di Dio, che è il suo cuore innamorato: roccia che dà sicurezza alla vita; chiave che apre le porte belle di Dio.
Oggi Gesù interroga i suoi, quasi per un sondaggio d'opinione: La gente, chi dice che io sia? L'opinione del­la gente è bella e incompleta: Dicono che sei un profeta! Una creatura di fuoco e di lu­ce, come Elia o il Battista; che sei bocca di Dio e bocca dei poveri.

Quanto bisogno di credere in qualcuno dai super poteri!

Ma Gesù non è semplicemente un profeta che ritorna, fosse pure il più grande. Bisogna cercare ancora: Ma voi, chi dite che io sia? Prima di tutto c'è un «ma voi», in opposizione a ciò che dice la gente. Voi non accontentatevi di ciò che sentite dire, non omologatevi al pensiero dominante.

Non offre risposte, Gesù, non distribuisce facili soluzioni, lui innesca domande; non dà lezioni, invita a cercare dentro di sè.

Ecco un maestro dell'esistenza che ci vuole tutti pensatori liberi, tutti poeti della vita; egli non indottrina nessuno, apre domande per stimolare risposte. E così, feconda nascite.

E Pietro risponde da innamorato, ne ha finalmente l'occasione: “Tu sei il Figlio del Dio vivente”. La vita, innanzi tutto. L'eternità. Qui in mezzo a noi.

Sei il figlio, vuol dire «tu porti Dio qui, fra noi. Tu fai vedere e toccare Dio, il Vivente, che fa vivere. Sei il suo volto, il suo braccio, il suo progetto, la sua bocca, il suo cuore».

Provo anch'io a rispondere: Tu sei per me crocifisso amore, l'unico che non inganna. Tu sei disarmato amore, che non si impone. Tu sei l'amore che vince. Tu sei indissolubile amore.

«Nulla mai, né vita né morte, né angeli né demoni, nulla mai né tempo né eternità, nulla mai ci separerà dall'amore» (Rom 8,38). Nulla, mai.

Poi i due simboli: a te darò le chiavi; tu sei roccia. Pietro, e secondo la tradizione i suoi successori, sono roccia per la Chiesa nella misura in cui continuano ad annunciare che Cristo è il Figlio del Dio vivente. Sono roccia per l'intera umanità se ripetono senza stancarsi che Dio è amore; che Cristo è vivo, vivo tesoro per tutti.

 Essere roccia, parola di Gesù che si estende a ogni discepolo: sulla tua pietra viva edificherò la mia casa. A tutti è detto: ciò che legherai sulla terra, i legami che intreccerai, le persone che unirai alla tua vita, le ritroverai per sempre. Ciò che scioglierai sulla terra: tutti i nodi, i grovigli, i blocchi che scioglierai, coloro ai quali tu darai libertà e respiro, avranno da Dio libertà per sempre e respiro nei cieli.

Tutti i credenti possono e devono essere roccia e chiave del nido di Dio, che è il suo cuore amante e innamorato: roccia che dà appoggio e sicurezza alla vita d'altri; chiave che apre le porte belle di Dio.

padre Ermes Ronchi

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