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Convertitevi, ossia osate la vita

Due Profeti, uno dalla sabbia del deserto, uno dalle acque di Galilea. Giovanni il Battezzatore, nell'arsura del deserto di Giuda, predica: convertitevi, perché il regno è vicino. Gesù, sulle rive del lago di Cafarnao, fa rimbalzare l'identico annuncio: convertitevi perché il regno è vicino. Tutti i profeti hanno gli occhi fissi nel sogno dal nome regno dei cieli, che è un mondo intessuto di rapporti buoni e felici. Ne percepiscono il respiro: è possibile, è ormai iniziato. Dio è vicino, è qui, prima buona notizia: il grande Pellegrino ha camminato, ha consumato distanze e ora è vicinissimo a te. Convertitevi, ossia osate la vita, mettetela in cammino, e non per eseguire un comando, ma per una bellezza dietro cui perdere il cuore. Ciò che converte il freddo in calore non è un ordine dall'alto, ma la vicinanza del fuoco, una lampada che si accende, un raggio, una stella, uno sguardo. Convertitevi! Giratevi verso la luce, che è bella e cambia il modo di vedere gli uomini e le cose.

Se guardo con attenzione, io vedo che il mondo è più vicino al regno di Dio oggi di ieri: è cresciuta la libertà di essere se stessi, l'autenticità nelle relazioni, è cresciuta la solidarietà verso i deboli, verso i disabili c'è stata una autentica rivoluzione, sono cresciuti l'istruzione, la scienza e il rispetto per il creato e la vita. Anche altro è cresciuto: tra il buon grano radici di guerre e inganni, solitudine e disgregazione dei legami, idolatria del denaro, della forza e dell'apparire, insofferenza verso chi chiede aiuto. Zizzania e buon grano. Ma io credo nella buona notizia di Isaia, di Giovanni, di Gesù. Perché il cristiano non è ottimista, ha speranza. L'ottimista tra due ipotesi sceglie quella positiva. Io scelgo il Regno, lo faccio per un atto di speranza: perché Dio si è impegnato con noi in questa nostra storia, con un intreccio così scandaloso da arrivare fino alla morte di croce. Chiniamoci con attenzione e lo vedremo, nell'intimo di ciascuno, nell'umiltà dei giorni e dei segni: egli viene. Perché viene? Perché prima ancora che un mio problema, la salvezza è un desiderio di Dio. Con le immagini potenti della scure e del fuoco, il vangelo racconta che Dio raggiunge e tocca quella misteriosa radice del vivere che ci mantiene diritti come alberi forti, che ci permette di intravvedere germogli anche sulle macerie. Dio viene dentro la passione d'amore, dentro la fedeltà al dovere, dentro il coraggio di sperare, la generosità di rimanere accanto, nella gioia della libertà raggiunta, quando accetto la sproporzione tra ciò che mi è promesso e ciò che stringo fra le mani, e tuttavia faccio avanzare di un passo, di un millimetro, di un niente, la bontà del mondo.

padre Ermes Ronchi

Tempo di attese e profeti

 

Tenetevi pronti perché viene! È un fatto: viene. Pronti non per proteggersi da un ladro, ma per non mancare l'appuntamento con un Dio viaggiatore. Attenti alle sue orme nella polvere, al sussurro nel vento, a chi bussa alla porta: sono io la meta del suo viaggio.
Tempo d'Avvento, tempo di strade, di profeti, di madri in attesa. Tempo per vivere con attenzione, perché questo mondo è una realtà germinante e porta un altro mondo nel grembo.
Avvento annuncia che Dio presiede ad ogni nascita, che interviene nella storia non con le gesta dei potenti ma con il miracolo umile e strepitoso della vita, con la danza di un grembo, in cui lievita il pane di un uomo nuovo. Dio è colui che invece di porre la scure alla radice dell'albero, inventa cure per ogni germoglio, per ogni "hinnon" (Salmo 72,17), simbolo di Dio stesso.
Avvento non è attendere la nascita di Gesù, lui è già nato, ma attendere che Dio nasca in me, affinché io possa nascere in Dio. Desiderarlo, come i "desiderantes", quei soldati romani che, riferisce Giulio Cesare, attendevano sotto le stelle i compagni non ancora rientrati all'accampamento, dopo la battaglia.
Desiderio è attesa del Dio che viene nel tempo delle stelle, in silenzio, a rendere più breve la notte; ladro che non ruba niente e dona tutto, sempre straniero in un mondo e un cuore distratti. Al tempo di Noè gli uomini mangiavano e bevevano, e "non si accorsero di nulla", non si accorsero che quel mondo era finito. Non facevano nulla di male, la loro era la vita semplice, un semplicemente vivere e rispondere alla comune domanda di felicità. Infatti Gesù non denuncia ingiustizie, cattiverie o vizi; descrive una esistenza fatta solo di quotidiano, senza rivelazione e senza profezia. I giorni di Noè sono i nostri, quando dimentichiamo di alzare lo sguardo, oltre e in alto, e ci accontentiamo di grandi bocconi di terra. Due uomini saranno nel campo, due donne macineranno alla mola, uno sarà preso e uno lasciato: il Vangelo non parla della fine della vita, ma della profondità della vita. Non dell'angelo della morte, ma di due modi diversi di abitare la vita. Uno vive in modo adulto, uno infantile. Uno ponendosi domande, aprendo le finestre ai grandi venti della storia; uno invece muore lentamente, affondando nella propria superficialità. Uno vive sull'orlo dell'infinito, uno dentro il perimetro breve della sua pelle.
Il primo è pronto all'incontro con il Signore; l'altro non si accorge di nulla.
Tenetevi pronti perché viene! E' un fatto: viene. Pronti allora non per proteggersi da un ladro, ma per non mancare l'appuntamento con un Dio viaggiatore infaticato dei secoli e dei giorni, viaggiatore del cuore profondo. Dio cammina a piedi (Gandhi) e non sui carri dei vincitori; nella polvere delle nostre strade e non per sentieri dorati.
Avvento è il tempo per riprendere a vivere con attenzione: attenti al Signore e ai suoi richiami nell'intimo, nel gemito e nel giubilo della storia e del creato. Attenti alle sue orme nella polvere, al sussurro nel vento, a chi bussa alla porta: sono io la meta del suo viaggio.

padre Ermes Ronchi

A definizione perfetta

Lui non ha fatto nulla di male. Definizione di Gesù nitida, semplice, perfetta: Colui che niente di male fa, a nessuno, mai. Perché il mondo appartiene a chi lo rende migliore.
Sta morendo, in faccia al mondo che lo irride: "guardatelo, il re!"
Il titolo, un po' barocco, della festa di oggi è: Gesù Cristo re e signore dell'universo. Ma come si fa ad applicarlo a uno inchiodato su un trono di sangue, che esibisce una corona di spine conficcata sul capo?
I soldati lo provocano: Fai un gesto di forza.
Uno invece gli chiede: fai un gesto di bontà, ricordati di me.
Un gesto di forza prodigiosa, oppure un gesto di bontà. I miracoli non servono a far crescere la fede, ma un gesto di bontà può compiere un miracolo.
Tutte le religioni primitive scelgono di servire un Dio onnipotente. La fede di Gesù Cristo, invece, sceglie il Dio che tutto abbraccia, bontà immensa che penetra l'universo, il Dio "onni amante".
Gesù rassicura gli Undici con tenerezza materna: ecco, io sono con voi tutti i giorni fino alla fine del mondo, fino al consumarsi del tempo. E come una madre davanti al figlio piccolo che deve imparare a stare senza di lei, trova le parole perfette per scacciare ogni paura.
Quelli impauriti siamo noi. E insieme a quel gruppetto frastornato egli ci lascia l'ultima certezza, che tutto illumina: Dio con noi, sempre. Emmanuele, sempre.
Non è forse un miracolo, questo? Non è la storia che, dopo l'incarnazione, continua da qui in avanti a girare all'incontrario? Dio che si dona, il Grande a servizio del piccolo.
Il ladrone prova a difendere Gesù da quella bolgia, con l'ultima voce che ha: non vedi che anche lui è nella stessa nostra pena? Il delinquente misericordioso ci rivela che anche nella vita più contorta si è incarnata una briciola di bontà, una goccia di bene. Nessuna esistenza è senza un grammo di luce.
Non vedi che patisce con noi?
Lui non ha fatto nulla di male. Che bella definizione di Gesù, nitida, semplice, perfetta: Colui che niente di male fa, a nessuno, mai. Solo bene, esclusivamente bene. È Signore e re proprio per questo, perché il mondo appartiene a chi lo rende migliore.
Non vedi che patisce con noi.? Che naviga in questo nostro stesso fiume di lacrime. E l'amore umano, che è così raro, così poco, così fragile, Dio lo prende dovunque lo trova.
Il ladrone "buono" aveva chiesto solo un ricordo: ricordati di me quando sarai nel tuo regno. Non sperava altro. Invece, Gesù non solo si ricorderà, ma lo porterà via con sé: oggi sarai con me in paradiso. "Ricordati di me" prega il peccatore, "sarai con me" risponde l'amore.
Queste ultime parole di Cristo sulla croce sono tre editti regali, da vero re e signore dell'universo: oggi-con me-nel paradiso.
Il nostro Gesù, il nostro idealista irriducibile, di un idealismo selvaggio e indomito, ha la morte addosso, ma pensa alla vita di quel figlio di Caino che gocciola sangue e paura accanto a lui.
È sconfitto, ma pensa ad una vittoria, a un "oggi con me", in un mondo che solo amore e luce ha per confine. Miracolo del re sconfitto. Scandalo e follia della croce vittoriosa.

padre Ermes Ronchi

"Il" fine del mondo

Seminare e attendere. Perseverare andando fino in fondo a un'idea, a un'intuizione, a un servizio, sfociando così nella verità della vita: ogni atto umano totale ti avvicina all'assoluto di Dio.
Dov'è la buona notizia in questo Vangelo di catastrofi, apocalittico ed estremo? Siamo davanti al racconto di ciò che è accaduto in ogni tempo, e che oggi si ripete: guerre ovunque, violenza, arroganza, aria acqua terra avvelenati.
Siamo sul crinale ripido della storia, in equilibrio alla ricerca di una traccia: da un lato il versante oscuro della violenza; dall'altro la tenerezza che salva, una terra di pace dove "neppure un capello" andrà perduto.
E capiamo che il vangelo non parla della fine del mondo, ma del mistero del mondo; non la fine, ma il fine del nostro mondo.
Dobbiamo ascoltare il ritmo e il respiro ultimo di queste parole:
1 - quando sentirete parlare di guerre, non vi spaventate, non è la fine;
2 - sarete traditi e uccisi, ma nemmeno un vostro capello andrà perduto;
3 - vi saranno segni nel sole, nella luna, nelle stelle: ma voi alzate il capo, perché la liberazione è vicina.
Ad ogni descrizione di dolore segue un punto di rottura, e tutto cambia.
E questo succede ogni volta che mi prendo cura di un pezzetto della mia terra e delle sue ferite. A partire dal mio piccolo metro quadrato.
Esagerato? Sì, ma così bello. Il niente dei capelli usato da Gesù per dire che qualcuno ti vuole bene fibra dopo fibra, che nulla è insignificante per chi ti ama.
Salvare vuol dire conservare. E il credente sa che, per la Risurrezione di Cristo, 

non va perduto nessun frammento d'uomo;
nessun atto d'amore,
nessuna generosa fatica,
nessuna dolorosa pazienza.
Sulla terra intera, come nel mio piccolo campo, imperano menzogna e violenza. E io, cosa posso fare?
Usare la strategia del contadino. Rispondere alla grandine piantando nuovi vigneti, e per ogni raccolto perduto oggi prepararne un altro per domani.
Seminare e attendere, vegliando sulla vita che nasce. E perseverare, andando fino in fondo a un'idea, a un'intuizione, a un servizio, e sfociando così nella verità della vita: ogni atto umano totale ti avvicina all'assoluto di Dio.
Mi rimane scolpita l'ultima riga: Ma voi, risollevatevi.
Quel "ma" è come una resistenza, un'opposizione a tutto ciò che sembra vincere.
In piedi, a testa alta, occhi al cielo, liberi e profondi: così vede i discepoli il vangelo.
Verranno giorni nei quali non sarà lasciata pietra su pietra. Non c'è nessuna cosa terrena che sia eterna. Ma l'uomo sì, è eterno. È meglio che tutto crolli, comprese le chiese più belle, piuttosto che crolli un solo uomo, questo dice il vangelo.
Ma quando il Signore verrà, troverà ancora fede sulla terra?
Sì. Io credo di sì. Non dice: troverà ancora parrocchie, unità pastorali, Diocesi, ma fede. Troverà quelli che credono che l'amore e la bellezza sono più forti della cattiveria, che la giustizia è più sana del potere. Quelli che credono che, nonostante tutte le smentite, questa storia non finirà nel caos o nel nulla, ma in un abbraccio.
Un abbraccio che ha nome ‘Dio'.

padre Ermes Ronchi

Dalla santità dei muri a quella dei volti

Dei nostri templi magnifici non resterà pietra su pietra, ma noi resteremo casa di Dio per sempre. Meglio che crollino tutte le chiese e i templi, piuttosto che cada un solo uomo.

Dedicazione della cattedrale di Roma, San Giovanni in Laterano, radice di comunione da un angolo all'altro della terra. Non celebriamo quindi un tempio di pietre, ma la casa di un Dio che per sua dimora ha scelto il libero vento, si è fatto dell'uomo la sua casa, della terra intera il suo cielo.

Nel Vangelo che ci viene proposto incontriamo il Gesù che non ti aspetti, con una frusta in mano. 

È il maestro appassionato, che usa gesti e parole di combattiva tenerezza, mai passivo e mai disamorato, che non si rassegna alle cose come stanno: lui combatte con noi far fiorire l'uomo e il mondo.

Probabilmente già un'ora dopo i mercanti, recuperate colombe e monete, avevano rioccupato le loro posizioni.

Tutto come prima, allora? No, il gesto di Gesù è arrivato fino a noi, profezia che scuote i custodi dei templi, e anche me, dal rischio di fare mercato della fede.

Gesù caccia i mercanti perché la fede è diventata oggetto di compravendita. I furbi la usano per guadagnarci, i pii per ingraziarsi il Potente: io ti do orazioni, tu mi dai grazie; io ti do sacrifici, tu mi dai salvezza.

Gesù caccia dal cortile gli animali dei sacrifici cruenti, anticipando il capovolgimento che porterà con la croce: Dio non chiede più sacrifici a noi, ma sacrifica se stesso per noi. Non pretende nulla, dona tutto.

Fuori i mercanti, allora. La Chiesa diventerà bella e santa non se accresce il patrimonio e i mezzi economici, ma se compie le due azioni di Gesù nel cortile del tempio: fuori i mercanti, dentro i poveri. Se si farà «Chiesa con il grembiule» (Tonino Bello).

Gesù ha molto amato il tempio di Gerusalemme, lo ha ammirato, si è indignato, ha anche pianto per la sua distruzione imminente. Lo ha chiamato «casa del Padre» e lo ha contestato: distruggete questo tempio e io in tre giorni lo farò risorgere.

Egli parlava del tempio del suo corpo. Il tempio di Dio siamo noi, è la carne dell'uomo. Tutto il resto è decorativo. Tempio santo di Dio è il povero, davanti al quale «dovremmo toglierci i calzari» come Mosè davanti al roveto ardente «perché è terra santa», dimora di Dio.

Dei nostri templi magnifici non resterà pietra su pietra, ma noi resteremo casa di Dio per sempre: c'è grazia e presenza di Dio in ogni creatura. Passiamo allora dalla grazia dei muri alla grazia e alla santità dei volti. Meglio che crollino tutte le chiese e i templi, piuttosto che cada un solo uomo.

Gesù non si rivolge ai custodi dei templi, ma a ciascuno: la casa ultima del Padre sei tu. Casa ingombra di pecore e buoi, di denari e di colombe che non lascia più trasparire Dio, ma incamminata a diventare di nuovo trasparenza e fessura di Dio. Che è ancora e sempre in viaggio: il misericordioso senza tempio cerca un tempio, il Dio che non ha casa la cerca proprio in me. Se lo accogliamo, solo allora tutto il mondo sarà cielo, cielo di un solo Dio.

padre Ermes Ronchi

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