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Come voler bene

Il tuo desiderio di preghiera è già preghiera.

Quando uno ha Dio dentro, non occorre che stia sempre lì a pensarci. La donna incinta, ama sempre il bimbo che vive in lei, anche se non ci pensa.

Disse una parabola sulla necessità di pregare sempre, senza stancarsi mai. Oggi Gesù ci porta a scuola di preghiera da una vedova povera. Povera in tutti i sensi, una che non ha pane per vivere, non ha amore, non neppure più il diritto per farsi ascoltare.

C'era un giudice corrotto dal quale la vedova si recava ogni giorno chiedendogli: fammi giustizia contro il mio avversario!

Avanti e indietro, continuamente.

Insistere è voce del verbo “credere”.

Senza stancarsi mai... Ma chi di noi non si è stancato? Le preghiere si alzavano in volo come colombe dall'arca del diluvio, e nessuna tornava indietro a portare una fogliolina di risposta nel becco.

Certo che pregare stanca, certo che Dio stanca: è il suo silenzio che stanca. Ma tu non arrenderti al ritardo di Dio: il nostro compito non è interrogarci sul ritardo del sole, ma forzare l'aurora, come fa la piccola vedova.

Che però incarna una forza vincente: ha fede nella giustizia, nonostante tutte le smentite. Il miracolo vero è già accaduto, è la fame di giustizia che non cede al lungo silenzio del giudice. Questo è il modo primo e originale con cui Dio «fa giustizia prontamente».

Pregate sempre... Ma come si fa?

Pregare non equivale a dire le preghiere. Pregare è come voler bene. C'è sempre tempo per voler bene; se ami qualcuno, lo ami sempre; se sei amico lo sei sempre, qualsiasi cosa tu stia facendo.

“Il desiderio prega sempre, anche quando la lingua tace.

Se tu desideri sempre, tu preghi sempre” (S. Agostino).

Il tuo desiderio di preghiera è già preghiera.

Quando uno ha Dio dentro, non occorre che stia sempre lì a pensarci. La donna incinta, ama sempre il bimbo che vive in lei, anche se non ci pensa.

Pregate sempre è detto, e non pregate a lungo. Io non amo le preghiere lunghe, mi fanno sentire in colpa per le distrazioni che aumentano man mano che si allungano le preghiere.

Ma un giorno ho letto nelle storie dei Padri del deserto che uno dei grandi monaci, Evagrio il Pontico, diceva: «Non sentirti soddisfatto per il gran numero dei salmi che hai recitato: il numero getta un velo sul cuore. Vale di più una sola parola nell'intimità, che mille stando lontano».

Come quando si vuol bene, come quei momenti perfetti che ti tolgono il fiato, così la preghiera.

Dio non ama la quantità, ma l'intensità. Infatti, per la logica del vangelo gli spiccioli della vedova contano più delle ricche offerte dei ricchi, perché dentro i suoi due centesimi c'è tutto il dolore, c'è tutta la sua vita.

Una donna che non tace ci rivela che la preghiera è un ‘no' gridato al ‘così vanno le cose', è come il primo vagito di una storia nuova che nasce.

Perché pregare? È come chiedere: perché respirare? Per vivere!

“Io prego perché vivo e vivo perché prego” (R. Guardini). Non si prega per ottenere delle cose, ma per ottenere Dio da Dio. Pregare è abbassare la bocca alla fontana, Dio che intreccia il suo respiro con il mio.

Come, per due che si amano, il loro bacio. Il bacio di Dio.

padre Ermes Ronchi

La guarigione che non sai

La vita guarisce non perché raggiunge la meta, ma quando trova il coraggio di salpare. Lentamente, poco a poco, un piede dietro l'altro, ad ogni passo una piccola goccia di guarigione.

Dieci lebbrosi a distanza, solo occhi e voce: Gesù, abbi pietà. Davanti al dolore in Gesù scatta un'urgenza di bene: non devono soffrire neanche un secondo di più.

E infatti subito dice loro: Andate dai sacerdoti. Mettetevi in cammino.

Perché li manda via? Perché stanno già guarendo, anche se ancora non lo sanno, anche se ancora non lo vedono.

Il futuro entra in noi con il primo passo, prima ancora che accada; con il primo raggio di sole, con il primo seme che si apre.

A tutti noi Gesù dice “Kum!”. Alzati! Imperativo potente e indiscutibile.

Solo per questa scommessa di fiducia data a tutti, perfino al nemico, la nostra terra avrà un futuro e non una guerra nucleare. Io lo credo.

Il mondo intero ha bisogno della nostra piccola fede di profeti, i quali credevano alla Parola di Dio più ancora che al suo attuarsi.

Una vergine partorirà, profetizza Isaia, ma lui non la vedrà.

Avrai più figli che stelle, ha detto ad Abramo. E Lui ci crede, fino alla fine, anche se ha un figlio solo, quell'Isacco che ha pure tentato di uccidere.

E a Mosè stesso, Dio farà vedere la terra promessa soltanto da lontano, regalandogli solo una struggente nostalgia.

Un Dio esigente con i suoi profeti?

Sulla tua parola getterò le reti, aveva detto Pietro;

sulla tua parola ci mettiamo in cammino, dicono i dieci piccoli lebbrosi, spalle al muro e piaghe aperte. E mentre andavano, furono guariti.

È la strada ad essere guarigione, perché fermento di speranza. La vita guarisce non perché raggiunge la meta, ma quando trova il coraggio di salpare. Lentamente, poco a poco, un piede dietro l'altro, e ad ogni passo una piccola goccia di guarigione.

La speranza è più forte dei fatti, li contesta e li attraversa. Non è la fede che si piega alla storia, è la storia che si piega alla speranza.

Ancora una volta il Vangelo propone un samaritano, un eretico, come modello di fede che salva. L'unico a cui Gesù dice: «la tua fede ti ha salvato». Ai nove che non tornano è invece sufficiente la guarigione, che li fa scomparire nel turbine della loro felicità. Non tornano perché ubbidienti all'ordine di Gesù: andate dai sacerdoti. E non vedono oltre.

Uno solo vede oltre le parole di Gesù. E torna. Ha intuito che il segreto non sta nella guarigione, ma nel Guaritore.

Non va dai sacerdoti perché ha capito che la salvezza non deriva da norme e leggi eseguite, ma dal rapporto personale con lui, Gesù di Nazaret.

È salvo perché torna alla radice, trova la fonte e vi si immerge come in un lago. Non cerca doni, cerca il Donatore.

Come usciremo da questo vangelo? Io voglio tornare indietro come quel samaritano, e fare mia la madre di tutte le parole: “grazie”.

Torniamo indietro tutti, seguiamo la bussola del cuore e “affrettiamoci ad amare: le persone se ne vanno così in fretta!” (Ian Twardowski).

padre Ermes Ronchi

Negli invisibili l'eterno

C'era una volta un ricco... e un povero alla sua porta: inizio da favola antica. Il ricco è senza nome, il povero ha il nome dell'amico di Gesù, Lazzaro. Uno è vestito di piaghe, l'altro di porpora. Uno è sul tetto del mondo, l'altro è in fondo alla scala. I due protagonisti si incrociano ma non si incontrano, tra loro c'è un abisso.

È questo il mondo sognato da Dio per i suoi figli? Un Dio che non è mai nominato nella parabola, eppure è lì. Non abita i riflessi della porpora ma le piaghe di un povero; non c'è posto per lui dentro il palazzo. Forse il ricco è perfino un devoto, osserva i dieci comandamenti, e prega: “o Dio tendi l'orecchio alla mia supplica”, mentre è sordo al lamento del povero. Lo scavalca ogni giorno come si fa con una pozzanghera.

Di fermarsi, di toccarlo neppure l'idea: il povero Lazzaro è invisibile, nient'altro che un'ombra fra i cani. Attenzione agli invisibili attorno a noi, vi si rifugia l'Eterno.

“Tra noi e voi è posto un grande abisso”, in terra come in cielo, dice Abramo. Il ricco poteva colmare il baratro che lo separava dal povero, e invece l'ha ratificato e reso eterno.

Che cosa scava grandi fossati tra noi, o innalza muri e ci separa?

Il ricco non ha fatto del male al povero, non lo ha aggredito o scacciato. Fa qualcosa di peggio: non lo fa esistere, lo riduce a un rifiuto, uno scarto, un nulla. Semplicemente Lazzaro non c'era, invisibile ai suoi pensieri. E lo uccideva ogni volta che lo scavalcava. 

Nessuno ha il diritto di ridurre a nulla l'altro. Il sangue del male, la linfa oscura è l'indifferenza, il lasciare intatto l'abisso fra le persone. Invece «il primo miracolo è accorgersi che l'altro esiste» (S. Weil), e provare a colmare l'abisso di ingiustizia che ci separa. Nella seconda parte della parabola la scena si sposta dal tempo all'eternità. Morì il povero e fu portato nel seno di Abramo, morì il ricco e fu sepolto negli inferi.

L'eternità inizia quaggiù, sarà la lenta maturazione delle nostre scelte senza cuore. Mente l'inferno è, in fondo, la dichiarazione che è possibile fallire la vita.

Perché il ricco è condannato? Per la ricchezza, i bei vestiti, la buona tavola? No, Dio non è moralista; a Dio stanno a cuore i suoi figli. Il peccato del ricco è l'abisso con Lazzaro, neppure un gesto, una briciola, una parola. Tre verbi sono assenti nella storia del ricco: vedere, fermarsi, toccare. Mancano, e tra le persone si scavano abissi, si innalzano muri.

Questo è il comportamento che san Giovanni chiama, senza giri di parole, omicidio: chi non ama è omicida (1 Gv 3,15). Ma “figlio” è chiamato anche lui, nonostante l'inferno, anche lui figlio per sempre di un Abramo dalla dolcezza di madre: “Padre, una goccia d'acqua! Una parola sola per i miei cinque fratelli!” E invece no, perché non è la morte che converte, ma la vita. «Se stai pregando e un povero ha bisogno di te, lascia la preghiera e vai da lui. Il Dio che trovi è più sicuro del Dio che lasci (san Vincenzo de Paoli)».

padre Ermes Ronchi

Quel piccolo passo buono

Una parabola dal finale spiazzante, come piaceva a Gesù: il truffato che loda il suo truffatore. Ma non perché ladro, lo loda perché sorpreso dalla sua capacità di far fronte al problema. Non per la disonestà, ma per il capovolgimento: il denaro messo a servizio dell'amicizia.

È grande questo padrone. E' un vero signore: ci sono famiglie che riceveranno cinquanta inattesi barili d'olio, venti insperate misure di farina, il padrone intuisce la loro gioia, e ne è contento. Ama la felicità dei suoi figli, più della loro fedeltà. Infatti la truffa continua, eppure sta accadendo qualcosa che ne rovescia il significato: l'amministratore trasforma i beni materiali in strumento di amicizia, regala pane, olio - cioè vita- ai debitori. Un primo e piccolo passo buono. Il benessere di solito chiude le case, tira su muri, inserisce allarmi, sbarra porte; ora invece il dono le apre: mi accoglieranno in casa loro.

Quell'uomo scopre la fiducia, si fida, non mi volteranno le spalle, non saranno disonesti, non come me! Scommette sulla bontà delle persone. La vita è fatta di piccoli passi buoni. Che sono sempre possibili. Dio non ci chiede di essere perfetti, ma di avanzare; ci vuole non tanto immacolati quanto incamminati.

Fatevi degli amici. Perfino con la disonesta ricchezza.

Il bene è sempre bene, è comunque bene. L'elemosina anche fatta da un ladro, non cessa di essere elemosina. Il bene non è mai inutile.

Fatevi degli amici! Non c'è comandamento più sereno e più confortante. Fatevi degli amici donando ciò che potete e più di ciò che potete, ciò che è giusto e perfino ciò che non lo è! Non c'è comandamento più umano.

Nessuno può servire due padroni, Dio e la ricchezza, il cui grande potere è quello di renderci atei. Il vero nemico, l'avversario di Dio nella Bibbia, non è il diavolo, non è neppure il peccato. Il vero competitor di Dio è la ricchezza.

La ricchezza è atea. E il ricco si ammala di ateismo. O di idolatria.

La soluzione che Gesù offre è “fatevi degli amici”: saranno loro ad accogliervi, prima e meglio degli angeli. Perché io, amministratore poco onesto, che ho sprecato così tanti doni di Dio, dovrei essere accolto nella casa del cielo? Perché Dio mi giudicherà non guardando me, ma attorno a me: guarderà ai miei debitori perdonati, ai poveri aiutati, agli amici abbracciati. Uno così è un uomo già salvato, perché nelle braccia di chi hai aiutato ci sono le braccia di Dio. E i tuoi amici ti apriranno la porta come se il cielo fosse casa loro, come se le chiavi dell'eternità per te le avessero trovate proprio quelli che tu, per un giorno o una vita, hai reso felici. Chi vince davvero, qui nel gioco della vita e poi nel gioco dell'eternità? Chi ha accumulato relazioni buone e non ricchezze, chi ha fatto di ciò che possedeva un sacramento di comunione.

padre Ermes Ronchi

Sulla carne del cuore

“Dio ha tanto amato il mondo da dare il suo Figlio”. Parole da incidere sulla carne del cuore, ogni volta che un dubbio torna a stendere il suo velo di domande. “Dio ha tanto amato il mondo da dare il suo Figlio”. Parole da ripetere senza stancarsi, da incidere sulla carne del cuore, ogni volta che un dubbio torna a stendere il suo velo di domande. «Amare tanto» è cosa da Dio, ma come lui ‘anche noi abbiamo bisogno di molto amore per vivere bene' (J. Maritain). Quando amo in me si raddoppia la vita, aumenta la forza, sono felice. Ogni mio gesto di cura, di tenerezza, di amicizia porta in me la forza di Dio, spalanca una finestra sull'infinito. Quando ama l'uomo compie gesti divini. Quando ama Dio compie gesti molto umani.

Ha tanto amato il mondo da “dare”: nel vangelo ‘amare' non è una emozione o un fatto sentimentale, ma si traduce sempre con un altro verbo semplice, asciutto, sobrio, di mani: dare! Generosamente, illogicamente, dissennatamente dare. “Dio non ha mandato il Figlio per condannare il mondo, ma perché il mondo sia salvato per mezzo di lui”. Salvare vuol dire conservare e niente andrà perduto: nessun gesto d'amore, nessuna generosa fatica, nessuna dolorosa pazienza. Tutto questo circola attraverso il mondo come una forza di vita ( Ev Ga 279); e Dio donerà eternità a ciò che di più bello portiamo nel cuore. Al Padre non interessa istruire processi contro di noi, neppure per assolverci e mostrarsi misericordioso. La vita del credente non è pensata a misura di tribunale, ma di fioritura e di abbraccio. Ogni volta che temiamo condanne, per le ombre che ci portiamo dietro, siamo pagani, non abbiamo capito nulla della croce. Ogni volta invece che siamo noi a lanciare condanne, ritorniamo pagani, scivoliamo fuori dalla storia di Dio. La fede cristiana si fonda sulla cosa più bella del mondo: un atto d'amore, duplice, quello di Dio che ha ‘tanto amato da dare il Figlio' e quello accaduto appena fuori le mura di Gerusalemme, sul Calvario. 

 In quel corpo straziato, imbruttito dalla tortura, in quel corpo che è l'eco visibile del cuore, che è il riflesso di un amore folle e scandaloso, bello da morirne, lì è la bellezza che salva il mondo, lo splendore di un Cristo che ancora mi seduce. Bella è la persona che ama, bellissimo l'amore fino all'estremo. La norma, la regola, il ‘nomos' della bellezza è sempre l'amore. Questa è l'esaltazione della croce, punto d'incontro tra Dio e il mondo, croce che solleva la terra, abbassa il cielo, raccoglie i quattro orizzonti, è crocevia dei cuori dispersi. Siamo eredi di un cristianesimo che sogna i miracoli e si lamenta con Dio quando non li compie. Guarda il miracolo vero, fissalo: è questo Signore che sta con le braccia allargate. Questo è il miracolo nuovo. Gesù ha fatto miracoli sul mare, sui pesci, sui ciechi, e sui lebbrosi, ma il miracolo nuovo è questo Dio che non fa un miracolo per sé, ma se ne rimane con le braccia aperte. Aperte al Padre e al mondo.

Padre Ermes Ronchi

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